martedì 6 luglio 2021

Zerocultura: Pasolini corsaro

 Pasolini corsaro

Il tempo di Trasumanar
di Enzo Manes

fotografie di Elio Ciol

LEGGI #ZEROCULTURA

Interessante contributo in un momento in cui la cultura dominante tende a scindere il sesso biologico dalla percezione di sè: il transumanesimo

venerdì 2 luglio 2021

Massimo Faggioli: recensione del libro di M.Borghesi su Papa Francesco (pubblicato sulla rivista Il Regno)

 Il Regno – attualità 12 (2021), p. 378, Recensione di M. Borghesi, FRANCESCO. La Chiesa tra ideologia teocon e «ospedale da campo», Jaca Book, Milano 2021, pp. 272, € 20,00 (Massimo Faggioli) 

Dopo l’importante volume Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica (Jaca Book, 2017; cf. Regno-att. 6,2018,159), che rimane a oggi la più completa biografia intellettuale di papa Francesco, il nuovo libro di Massimo Borghesi contribuisce a comprendere il ruolo del pontificato attuale tra le diverse anime del cattolicesimo in Occidente.

Nel capitolo 1°, intitolato «La caduta del comunismo e l’egemonia dell’americanismo cattolico», Borghesi traccia un quadro delle deviazioni di tipo ideologico nella Chiesa cattolica a partire dagli anni Ottanta. L’obbiettivo polemico del libro è un tipo ben preciso di cattolicesimo negli Stati Uniti: borghese nei costumi e liberista in economia. L’autore analizza il movimento dei teoconservatori a partire dai suoi protagonisti: Michael Novak (intellettuale con un passato a sinistra negli anni Sessanta), George Weigel (biografo e amico intimo di Giovanni Paolo II) e Richard John Neuhaus (pastore luterano convertitosi al cattolicesimo a fine anni Ottanta dopo l’incontro con il papa polacco, fondatore nel 1990 della rivista First Things, tuttora organo della destra religiosa negli Stati Uniti).

Borghesi ricostruisce minuziosamente il loro tentativo (in parte riuscito) d’impadronirsi del pontificato di Giovanni Paolo II prima, e di quello di Benedetto XVI poi: un tentativo che li proiettò ai vertici dell’intellighenzia cattolica americana, e che ancora vede Weigel in quella posizione all’interno dell’establishment cattolico negli USA. Borghesi descrive efficacemente questa corrente che «a partire dagli anni Novanta, diverrà egemone nel mondo cattolico statunitense, al punto da definire i due pilastri di una nuova Weltanschauung: piena conciliazione tra cattolicesimo e capitalismo e cultural wars sul terreno etico. Sorge il cattocapitalismo, nuova forma dell’americanismo cattolico, dominato dall’esigenza di una piena compenetrazione tra la fede e l’ethos americano. L’orientamento politico viene a condizionare quello religioso» (22).

Quella di Borghesi non è una critica da sinistra, ma da quella cultura cattolica che rifiuta tanto il progressismo quanto il tradizionalismo – si veda la ripresa della critica di Rémi Brague al «cristianismo» made in USA.

Il libro non è tenero verso il pontificato di Giovanni Paolo II: «Un grande disegno (…) ma, nei fatti, la Chiesa, dalla fine degli anni Ottanta, mostra di chiudersi in se stessa e di disinteressarsi tanto della missione quanto del bene comune sociale e politico» (46).

Ancora meno tenero con i cattolici liberisti e americanisti di casa nostra, sul piano intellettuale accademico (Flavio Felice), politico (Marcello Pera), ed ecclesiale (il cardinale Camillo Ruini da presidente della CEI).

Rende giustizia alla storia di quegli anni il riportare alla memoria da parte di Borghesi l’avallo del cardinale Ratzinger verso l’allora presidente del Senato, Pera; un giudizio duro sul «progetto culturale» della CEI di Ruini e sul tentativo dei primi anni Duemila d’impiantare teo-liberismo in Italia, in una «subalternità ideologica alla destra liberal-capitalistica» (123).

L’eredità di Giovanni Paolo II emerge in modo problematico, tanto che Borghesi avanza l’ipotesi che il pontificato del papa polacco sia stato, più che un’epoca di cambiamento epocale, invece «una parentesi» (113) – in modo simile a quanto Andrea Riccardi ammette nel suo ultimo libro, La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo (Laterza, Roma – Bari 2021).

Nel 2° capitolo, «Il pontificato di Francesco nella crisi della globalizzazione», Borghesi analizza il contributo di papa Bergoglio nell’affrontare «l’introversione ecclesiale (…) una patologia grave, l’eredità che il papa si trova al momento del suo insediamento» (136). Francesco interpreta il cattolicesimo fuori dalla dialettica ideologica tipica tra progressisti e reazionari, si pone al di là dei blocchi ideologico-politici destra contro sinistra.

Borghesi aiuta ad analizzare l’attacco di Francesco contro la forma ideologica del cristianesimo borghese-americano e la risposta proveniente dagli USA: «L’ideologia neocon, l’“americanismo cattolico”, costituisce un blocco ideologico che impedisce di riconoscere la forma “cattolica” del magistero di Francesco» (143). Qui Borghesi ricostruisce il quadro degli intellettuali liberisti e americanisti di casa nostra fortemente critici col pontificato di Francesco: ancora Pera, ma anche Ernesto Galli della Loggia, lo storico Loris Zanatta, e il banchiere Ettore Gotti Tedeschi. La galassia anti-Bergoglio trova però il suo centro primigenio negli Stati Uniti e nel dominio della dottrina anarco-capitalistica negli ambienti cattolici che contano (come Samuel Gregg, think tank Acton Institute).

Nel capitolo 3°, «Chiesa in uscita e “ospedale da campo”: il volto missionario della fede», Borghesi mette a fuoco il legame tra missione e il concetto di periferia, «un punto nevralgico del pontificato di Francesco, un punto che lo porta molto lontano dalla prospettiva centralistica e occidentalistica dei neocon» (217). Qui diventa evidente la distanza di Francesco dalla cultura neo-conservatrice anche sul ruolo di Paolo VI, il papa di Evangelii nuntiandi, come anche di Populorum progressio. Importante, per capire la tensione tra questo pontificato e l’anima religiosa conservatrice nordamericana, la parte su misericordia, pathos e dimensione affettiva nella visione di Chiesa e di cristianesimo in Francesco.

Nella Conclusione, «La crisi del teopopulismo, l’America, il futuro della Chiesa», Borghesi ipotizza la crisi dell’onda neo-conservatrice, rivelatasi nel suo estremismo con l’abbraccio al progetto trumpiano dal 2015 in poi. Se dal punto di vista intellettuale e teologico non si può non essere d’accordo, dal punto di vista sociale e politico la questione appare ancora aperta specialmente negli Stati Uniti del secondo presidente cattolico, Joe Biden, alle prese con quella cultura antiprogressista (ma libertaria in economia) espressa da alcuni dei più importanti esponenti dell’episcopato statunitense.

Borghesi è l’anima storico-filosofica dell’inner circle formatosi attorno a Francesco (si veda la dedica) e questo è un libro di difesa del pontificato senza mezzi termini. È un libro importante anche come contributo alla storicizzazione del pontificato perché parte, nell’Introduzione, come risposta a una serie di analisi, apparse a partire dal 2020, sulla stasi di Francesco tra il periodo successivo al Sinodo per l’Amazzonia e l’emergenza COVID. Borghesi non fa una storia del pontificato, ma una genealogia dei suoi nemici storici sull’asse Roma-Washington.

Il libro interpreta Francesco come compimento della profezia di Romano Guardini (su cui Borghesi ha pubblicato molti studi; cf. Regno-att. 6,2020,160), del «risorgimento cattolico latinoamericano» di Methol Ferrè e del cattolicesimo sociale che legge, alla luce dell’esperienza latinoamericana, la crisi del capitalismo globale a guida nordamericana. Un punto notevole del libro è la critica, rispettosa ma indubbia, ai due predecessori di Francesco per aver creato le condizioni per un certo sviluppo del «cristianismo» in USA negli ultimi 40 anni: la parabola dall’ideologia neo-conservatrice degli anni OttantaNovanta fino al neo-tradizionalismo attuale, come si vede dalla sovrapposizione tra rigetto di Francesco e del Vaticano II. Uno dei meriti storici del pontificato è quello di aver fatto emergere il vuoto nominalismo conciliare del cattolicesimo «America first», liberista e neoconservatore.

Massimo Faggioli

Un podcast del Meeting di Rimini su «Francesco» con Giorgio Vittadini e Maria Teresa Tosetto (dal blog di Massimo Borghesi)

 

Un podcast del Meeting di Rimini su «Francesco» con Giorgio Vittadini e Maria Teresa Tosetto

Nell’ambito del suo BookCorner, la rassegna di recensioni audio su podcast del Meeting di Rimini promossa dall’Associazione italiana Centri culturali, Il 30 giugno è uscito un podcast dedicato al mio volume Francesco. La Chiesa tra ideologia teocon e «ospedale da campo». Oltre al sottoscritto erano presenti Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà e Maria Teresa Tosetto Banfi (entrambi nella foto), insegnante di filosofia al Liceo Virgilio di Roma.

Vi propongo l’audio. (vai all'articolo o al sito del Meeting)

mercoledì 30 giugno 2021

Santoro ha festeggiato i suoi 25 anni di episcopato (pubblicato da Avvenire)

 MESSA A TARANTO

Santoro ha festeggiato i suoi 25 anni di episcopato

Taranto

«Andresti volentieri in Brasile? Quello che mi ha conquistato è stato quel 'volentieri'. Non una scelta imposta. D’impeto gli dissi di sì perché in passato, quando don Giussani mi aveva chiesto una cosa era stato per la mia crescita e mi era andata bene. Noi non cresciamo per conquista - diceva - ma rispondendo alle domande della Chiesa». Spiega così, l’arcivescovo Filippo Santoro, il suo sì nel sì, nato all’interno del percorso in Comunione e Liberazione. Il 15 ottobre del 1984, a 36 anni, sacerdote dal 1972, partì alla volta del Brasile come missionario fidei donum. Lì il 29 giugno del 1996 venne ordinato vescovo e divenne prima ausiliare di Rio de Janeiro e poi pastore della diocesi brasiliana di Petropolis.

Ieri i 25 anni da quel giorno li ha festeggiati a Taranto, in cui si è insediato solennemente come arcivescovo il 5 gennaio del 2012.

La sua storia è racchiusa in un libro intervista, ' Consumare la suola delle scarpe', editrice San Paolo, scritto a quattro mani con il vaticanista Fabio Zavattaro. Da sacerdote giovane per i giovani, a cui insegnava il senso della vita con il Vangelo e le canzoni di Gaber, alle notti nelle favelas, ai progetti con le ragazze madri, l’incontro con i popoli indigeni, fino alle Conferenze dell’episcopato latinoamericano con gli incontri a Santo Domingo, nell’ottobre 1992, presente Giovanni Paolo II e Aparecida, maggio 2007.

I lavori furono aperti da papa Benedetto XVI e segretario della Commissione di redazione era l’allora arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio, che nel marzo 2013 viene eletto Papa, con il nome di Francesco.

E poi Taranto, con le sue grandi contraddizioni, tra diritto alla salute e diritto al lavoro. Ultima parte del lungo colloquio è dedicata proprio alla città, alle prospettive che le si pongono davanti e all’appuntamento, dal 21 al 24 ottobre, con la Settimana Sociale dei cattolici italiani. Ieri la città ha festeggiato i 25 anni di episcopato dell’arcivescovo Santoro con una celebrazione solenne nella Cattedrale e con un concerto di musica classica, eseguito dall’Orchestra della Magna Grecia.

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Santoro / Siciliani


L’arcivescovo Santoro nel laboratorio sociale della Laudato si’ ( pubblicato da Interris)

 L’arcivescovo Santoro nel laboratorio sociale della Laudato si’

Diocesi di Taranto, monsignor Santoro vescovo da 25 anni si racconta nel libro-intervista “Consumare la suola delle scarpe”


da Paola Anderlucci -ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:05Giugno 30, 2021

Santoro

Nominato vescovo ausiliario di Rio de Janeiro. Ordinato il 29 giugno del 1996. Monsignor Filippo Santoro dal 2004 ha retto come pastore la diocesi brasiliana di Petropolis. Per poi tornare in Italia come vescovo dell’arcidiocesi di Taranto, il 21 novembre 2011. Con ingresso solenne il 5 gennaio 2012. “Consumare la suola delle scarpe” è il titolo del libro-intervista di Fabio Zavattaro pubblicato nel 25° anniversario di ordinazione episcopale di monsignor Santoro.Santoro


La testimonianza di Santoro

Dal Brasile a Taranto. Simbolo italiano delle contraddizioni di una società che privilegia il profitto sulla vita. Con la lotta tra diritto alla salute e diritto al lavoro. Nel volume  l’incontro con gli operai dell’Ilva. Con i malati di cancro. Con i detenuti del carcere di Taranto. Il più popoloso d’Italia. Un altro triste primato. Il libro affronta anche la Settimana Sociale dei cattolici italiani. Che si svolgerà proprio a Taranto dal 21 al 24 ottobre. Sul tema “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro”.Santoro


Taranto-simbolo

Taranto, quindi, come laboratorio privilegiato di lettura dell’enciclica “Laudato si'”. Secondo monsignor Santoro, la vera emergenza dei nostri tempi è quella educativa. E “il malessere che accompagna i giovani sembra assomigliarsi molto. Sia a Milano. Sia a Seul“. Alla conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida. Maggio 2007. Con i lavori aperti da Benedetto XVI. E’ stato segretario della commissione di redazione l’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, poi divenuto pontefice.

giovedì 24 giugno 2021

DDL Zan: Francesca Izzo: L'identità di genere annulla la donna (pubblicato da Avvenire il 24-6-2021)

 

Ddl Zan. Ma con l'identità di genere si vuole annullare la donna


 giovedì 24 giugno 2021
Negare il fatto che l’umanità sia composta da due sessi, anziché tutelare la diversità, rischia di eliminare le differenze. Un’idea di libertà che si rivela misogina
Ma con l'identità di genere si vuole annullare la donna

Ansa

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Fin dagli inizi si è rivelato molto difficile aprire sul ddl Zan una discussione che coinvolgesse la più ampia opinione pubblica. Sono mancate le sedi per un confronto serio, pacato, che consentisse di mettere in luce le implicazioni di alcune formule presenti nel testo. Poiché si tratta di questioni all’apparenza molto semplici ma in realtà estremamente complesse e 'di frontiera'. Sarebbe stato opportuno, per raggiungere l’obiettivo che il ddl si propone, seguire una prassi che ha dato buoni frutti: in campi eticamente e culturalmente sensibili, è bene cercare il più largo consenso senza trasformare queste istanze di civilizzazione della vita associata e di rispetto delle persone in una contrapposizione di schieramento politico, schiacciando, come purtroppo è accaduto, ogni voce critica su una secca alternativa 'sì o no', prendere o lasciare.

Ma veniamo al merito. Al contrasto dell’omotransfobia sono stati aggiunti, in maniera impropria, altri temi e soggetti che sarebbe invece opportuno non inserire per evitare confusioni e imprecisioni. Si è poi compiuta la scelta di adottare la dicitura 'identità di genere', invece che 'identità transessuale', per riferirsi alle persone transessuali. Questa formulazione è il cuore del ddl Zan e da essa discendono altre criticità rilevate da più parti riguardo agli articoli 4 (libertà di espressione) e 7 (la scuola).

Ed è sull’identità di genere che mi soffermerò, cercando di chiarire la portata effettiva di questa scelta 'lessicale'.

Innanzitutto tale dicitura non serve affatto a definire meglio i crimini che questa legge vuole perseguire e combattere. Basterebbe 'identità transessuale' e tutto il quadro delle discriminazioni e violenze che colpiscono le persone trans verrebbe completamente coperto. L’espressione 'identità di genere' introduce e legittima nel nostro ordinamento costituzionale e legislativo un profilo non previsto, ovvero l’identità sessuale sulla base dell’autopercezione e della sola manifestazione della volontà soggettiva. L’identità transessuale e l’identità di genere sono due formulazioni che significano cose diverse. La prima indica la condizione, a volte dolorosa e drammatica, delle persone trans, la seconda veicola una visione o un progetto politico-culturale: quello di negare il fatto che l’umanità sia composta di due sessi affermando invece che l’identità si fonda solo sul 'genere' (meglio, sui generi tanti e vari), un puro costrutto storico-sociale.

La dicitura 'identità di genere' è così definita all’art.1 del ddl Zan: 'Identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione'. Si tratta di una definizione che intende rendere autonomo il genere dai sessi.

Il genere – e con questo termine si indicano ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini – viene ad assumere una propria, indipendente consistenza, sino a configurare un’identità. È bene precisare che quando affermo che i sessi sono due non metto minimamente in discussione il fatto che singoli individui non si ritrovino a corrispondere al sesso con cui sono venuti al mondo o che non accettino l’orientamento sessuale che a quel sesso di norma si associa, ovvero siano trans o omosessuali. Intendo solo dire che sempre alla sessuazione umana si fa riferimento. Invece con 'identità di genere' si vuole emancipare il genere dal sesso, affermare che il sesso è una pura esperienza interiore, personale, che prescinde dal vincolo della corporeità (e la corporeità umana è fenomeno inestricabilmente psicofisico e relazionale non riducibile alla sola biologia, benché la biologia non sia il male assoluto, come si tende troppo spesso a sostenere, tutt’altro: basta che non la si usi in senso deterministico), anzi, questa viene condizionata, performata dalla libera autonoma percezione, dal sentimento di sé.

Ma come si esprime questa intima, puramente soggettiva percezione, risultato di un confronto tra il sé e un qualche criterio esterno? Attraverso i segni del genere, in questo caso abbigliamento, eloquio, linguaggi del corpo. Il 'genere', che in origine indicava ruoli e funzioni sociali condizionanti, qui si riduce alle sole manifestazioni esteriori, ovvero alla parata degli stereotipi: proprio quelli che le donne hanno combattuto e continuano a combattere. Bel paradosso!

È stato il movimento di liberazione delle donne a mettere in campo il concetto di 'genere' per criticare e cambiare l’ordine tradizionale che si spacciava per naturale e quindi immutabile perché sosteneva che gli uomini e le donne hanno, per natura, una funzione sociale definita dal loro sesso. Il termine 'genere' è stato usato per indicare quella serie di comportamenti, ruoli, stereotipi, che nei secoli sono stati attribuiti al sesso femminile e al sesso maschile. Le donne erano destinate a certi ruoli e funzioni perché erano legate alla natura invece che alla cultura, al sentimento invece che alla ragione e, poiché detenevano la potenza della procreazione, erano obbligate alla maternità e alla cura, mentre agli uomini, detentori della razionalità e della cultura, spettava occuparsi della vita economica e della politica. Per liberare le donne da questa vincolante identificazione con tali ruoli e funzioni si è iniziato a distinguere il sesso femminile dal genere femminile.

Quindi 'l’identità di genere', in origine, significa tutto ciò che la cultura e la storia hanno costruito addosso alle donne (e anche agli uomini) elaborando precise norme di vita. Oggi tali norme vengono definite 'stereotipi di genere' e sono contrastati per consentire alle donne di essere libere di scegliere la vita che desiderano.

Ora, il termine 'genere', soprattutto nel mondo anglosassone, ha cominciato quasi insensibilmente a slittare di senso. Nello sforzo di liberarsi da una storia di oppressione e di dipendenza si è arrivate, da parte di alcune correnti femministe, a voler cancellare la 'donna', identificata totalmente con quella storia, come se il sesso femminile fosse la parte 'negativa' dell’umanità. Così in area anglofona il termine 'gender' ha occupato sempre più spazio fin quasi a sovrapporsi al sesso, e infine a soppiantarlo. Questo è avvenuto in concomitanza con l’imporsi, nel dibattito culturale e accademico, di una linea di pensiero che ha visto protagonista indiscussa la filosofa americana Judith Butler, che ha spinto il potere trasformativo della storia e della cultura – cioè dei codici linguistici, sociali, culturali – sino al punto di rendere il sesso biologico (potremmo dire la corporeità sessuata) effetto di un ordine discorsivo, di una pratica linguistica performativa. La teoria butleriana, pur nata all’interno dell’universo femminista, era volta a dare piena dignità e piena uguaglianza di diritti alle minoranze gay, transgender, queer.

In questa visione, infatti, il sesso, la dualità sessuale, il binarismo e l’eterosessualità non solo scompaiono ma sono circondati da un alone di negatività perché rappresenterebbero un ordine binario ed eterosessuale che relega chi non vi rientra in uno stato di permanente marginalità. La portata dell’operazione culturale è evidente: se vogliamo l’uguaglianza bisogna eliminare alla radice quella norma che rende anomali e marginali alcuni: i gay, i transessuali, i transgender, gli intersex... Il gender è la via: se non diamo alcuna consistenza o senso alla differenza sessuale sfuma anche la differenza tra una donna di sesso femminile o uomo di sesso maschile e una/un transgender, vale a dire un uomo non operato e non in transizione che si dichiara donna, o una donna che si dichiara uomo. Sono equivalenti, possibili varianti di identità che non hanno più alcun referente corporeo sessuato. Il 'discorso' del gender mira a eliminare i presupposti antropologici alla base delle varie forme storiche di identità sessuali, sostituendoli con l’indefinita pluralità delle singole esistenze. Nasce da qui lo sconcertante allungarsi delle sigle Lgbtqi...

L'uso del termine 'identità di genere' nel testo del ddl è carico di questa densa storia teorico-politica, e presenta perciò un deciso risvolto programmatico di progetto politico-culturale. Finché si resta nel campo del libero confronto delle opinioni, ogni teoria deve essere esposta e discussa senza limitazioni di sorta, anzi, investendo più ampiamente l’opinione pubblica che, come stiamo verificando, è in grande misura ignara di queste tematiche e delle loro implicazioni. Ciò che invece non risulta accettabile è l’inserimento in una legge di rango penale di una formula che è il condensato di teorie controverse, discusse e discutibili, teorie che per questa via ottengono uno statuto di indiscussa 'verità'. Qui si annida il rischio, sottolineato da tanti, di compromettere la libertà di espressione e di trasformare la giusta esigenza di promuovere nelle scuole il rispetto delle diversità in esercizio di indottrinamento.

Nei Paesi in cui si è accolta sul piano normativo la dicitura 'identità di genere' si sono verificati fenomeni piuttosto spiacevoli in vari ambiti, dalla limitazione della libertà di espressione agli attacchi ai diritti delle donne. La mia domanda è: perché per porre fine alle discriminazioni si deve annullare la differenza sessuale? E perché la 'donna' deve scomparire affinché ci sia libertà? Trovo che c’è qualcosa di profondamente misogino in questa volontà di negare e cancellare il sesso femminile e in questa idea di libertà. Bisogna operare su tutti i piani, culturale, sociale e anche penale perché le identità transessuale e omosessuale siano riconosciute e rispettate, nella loro diversità. Non siamo tutti uguali. Uomini e donne sono uguali ma differenti. E questo dovrebbe valere anche per gli orientamenti sessuali e per i vari modi di esistenza sessuale. Affermare che l’umanità è costitutivamente duale è un modo per riconoscere tutte le altre differenze. Non per cancellarle.

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DDL ZAN, Il testo della nota della Segreteria di Stato del vaticano (pubblicato da Avvenire 24-6-2021)

 

Documento. Ddl Zan, ecco il testo della nota della segreteria di Stato del Vaticano


mercoledì 23 giugno 2021
I punti relativi alla libertà di espressione della Chiesa e l'invito a una diversa modulazione del testo normativo in discussione
Ddl Zan, ecco il testo della nota della segreteria di Stato del Vaticano

Ansa

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«La Segreteria di Stato, sezione per i Rapporti con gli Stati, porge distinti ossequi all'Ecc.ma Ambasciata d'Italia e ha l'onore di fare riferimento al disegno di legge N.2005, recante 'misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità', il cui testo è stato già approvato dalla Camera dei Deputati il 4 novembre 2020 ed è attualmente all'esame del Senato della Repubblica».

È quanto si legge nella nota verbale inviata il 17 giugno 2021 dalla segreteria di Stato del Vaticano all'ambasciata italiana presso la Santa Sede, diffusa dall'agenzia Ansa.

«Al riguardo la Segreteria di Stato rileva che alcuni contenuti dell'iniziativa legislativa - particolarmente nella parte in cui si stabilisce la criminalizzazione delle condotte discriminatorie per motivi 'fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere' - avrebbero l'effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario. Ci sono espressioni della Sacra Scrittura e delle tradizioni ecclesiastiche del magistero autentico del Papa e dei vescovi, che considerano la differenza sessuale, secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa Rivelazione divina.Tale prospettiva è infatti garantita dall'Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica italiana di Revisione del concordato lateranense, sottoscritto il 18 febbraio 1984. Nello specifico, all'articolo 2, comma 1, si afferma che 'la Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale, nonché della giurisdizione in materia ecclesiasticà. All'articolo 2, comma 3, si afferma ancora che 'è garantita ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione'.
La Segreteria di Stato auspica pertanto che la Parte italiana possa tenere in debita considerazione le suddette argomentazioni e trovare una diversa modulazione del testo normativo in base agli accordi che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa e ai quali la stessa Costituzione Repubblicana riserva una speciale menzione.
La Segreteria di Stato, Sezione per i Rapporti con gli Stati, si avvale della circostanza per rinnovare all'Ecc.ma Ambasciata d'Italia i sensi della sua alta considerazione».

Ansa

Ansa

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Mimmo Muolo

pubblicato da Avvenire, 24-6-2021)