venerdì 24 gennaio 2014
giovedì 23 gennaio 2014
Gli scontri a Kiev: una testimonianza
Cari amici italiani,
Sono grato per le vostre preghiere e per l’attenzione agli avvenimenti nel nostro paese!
Qualche parola sulla situazione a Kiev. Solo fatti:
Nella via Grushevskogo, che porta al Parlamento, sono già due notti che si susseguono scontri tra le forze speciali di Stato, “Berkut”, e gruppi di manifestanti di orientamento radicale. I manifestanti lanciano cocktail molotov, i Berkut lanciano fumogeni e granate stordenti, sparano con proiettili di gomma. Attorno ai “punti caldi” si sono radunate alcune migliaia di persone, che o si coinvolgono nello scontro, o aiutano i feriti, o semplicemente osservano la situazione, o ancora con urla e pianti chiedono al presidente di coinvolgersi e fermare il conflitto. Da entrambe le parte ci sono persone che soffrono, e io non mi prendo il diritto di dare un giudizio generale ai comportamenti di entrambe le parti.
Ma io non posso tacere quando:
1. I corpi speciali sparano ai giornalisti: alcuni giornalisti si trovano in ospedale + alcuni sono stati trattenuti e non vengono rilasciati
2. Davanti ai miei occhi le forze speciali trattengono uno dei manifestanti, che si era arrampicato sull’arco dello stadio della Dinamo. Alla vista di tutti lo prendono e iniziano a picchiarlo con i manganelli e prendendolo a calci.
3. Davanti ai mei occhi i “Berkut” picchiano uno dei manifestanti, lo spogliano completamente (ci sono -12 gradi) e lo spingono verso gli altri manifestanti, ridendo e mostrando il dito medio
4. I “Berkut” preferiscono agire di notte, cosi che i kieviani non facciano in tempo a difendersi e soccorrere i feriti. Aiutare non per ragioni di ordine politico ma il valore dell’umanità.
5. Ai “Berkut” è stato rilasciato un permesso scritto che consente l’uso di armi, e nel caso di situazione di necessità gli è consentito di aprire il fuoco sulla popolazione pacifica. Per ora tale misura è solo per spaventare i manifestanti, ma che cosa avverrà poi….
6. Stanotte per Kiev giravano gruppi di gente (si riconoscono per la caratteristica di portare tutti abiti sportivi e tute da ginnastica) con manganelli, che fermano i manifestanti, li picchiano o li portano da altre parti. Le stesse persone spaccano le macchine con esposte le bandiere ucraine a manganellate.
Alcuni manifestanti hanno fermato alcuni di questi soggetti. Li hanno portati al quartiere generale del Maidan dove hanno confessato davanti a una telecamera che gli sono stati promesse 220 grivne (20 euro), a molti di loro hanno distribuito droghe leggere e gli hanno concesso assoluta libertà di movimento.
7. Nelle ultime 24 ore sono scomparse senza lasciare traccia alcuni dei manifestanti piu attivi
8. Sui cellulari di alcuni cittadini manifestanti inziano ad arrivare messaggi anonimi con minacce: “siete registrati come partecipanti a disordini di massa”
9. Stanotte su un giornale ufficiale sono state pubblicate alcune leggi di orientamento dittatoriale, approvate dai deputati del parlamento il 16.1 per alzata di mano (!!!!), la votazione è stata fatta in 5 secondi
L’unica minaccia fatta agli abitanti del mio paese e della mia città è un potere criminale, pronto a versare sangue e terrorizzare la popolazione con qualsiasi mezzo. Ma noi continuiamo pacificamente a difendere il nostro diritto di vivere in uno stato dove la vita di un uomo e la sua libertà sono al di sopra di tutti. Ogni giorno siamo sempre più uniti, e allo stesso tempo sempre più grati del vostro sostegno.
(Alex Sigov)
Sono grato per le vostre preghiere e per l’attenzione agli avvenimenti nel nostro paese!
Qualche parola sulla situazione a Kiev. Solo fatti:
Nella via Grushevskogo, che porta al Parlamento, sono già due notti che si susseguono scontri tra le forze speciali di Stato, “Berkut”, e gruppi di manifestanti di orientamento radicale. I manifestanti lanciano cocktail molotov, i Berkut lanciano fumogeni e granate stordenti, sparano con proiettili di gomma. Attorno ai “punti caldi” si sono radunate alcune migliaia di persone, che o si coinvolgono nello scontro, o aiutano i feriti, o semplicemente osservano la situazione, o ancora con urla e pianti chiedono al presidente di coinvolgersi e fermare il conflitto. Da entrambe le parte ci sono persone che soffrono, e io non mi prendo il diritto di dare un giudizio generale ai comportamenti di entrambe le parti.
Ma io non posso tacere quando:
1. I corpi speciali sparano ai giornalisti: alcuni giornalisti si trovano in ospedale + alcuni sono stati trattenuti e non vengono rilasciati
2. Davanti ai miei occhi le forze speciali trattengono uno dei manifestanti, che si era arrampicato sull’arco dello stadio della Dinamo. Alla vista di tutti lo prendono e iniziano a picchiarlo con i manganelli e prendendolo a calci.
3. Davanti ai mei occhi i “Berkut” picchiano uno dei manifestanti, lo spogliano completamente (ci sono -12 gradi) e lo spingono verso gli altri manifestanti, ridendo e mostrando il dito medio
4. I “Berkut” preferiscono agire di notte, cosi che i kieviani non facciano in tempo a difendersi e soccorrere i feriti. Aiutare non per ragioni di ordine politico ma il valore dell’umanità.
5. Ai “Berkut” è stato rilasciato un permesso scritto che consente l’uso di armi, e nel caso di situazione di necessità gli è consentito di aprire il fuoco sulla popolazione pacifica. Per ora tale misura è solo per spaventare i manifestanti, ma che cosa avverrà poi….
6. Stanotte per Kiev giravano gruppi di gente (si riconoscono per la caratteristica di portare tutti abiti sportivi e tute da ginnastica) con manganelli, che fermano i manifestanti, li picchiano o li portano da altre parti. Le stesse persone spaccano le macchine con esposte le bandiere ucraine a manganellate.
Alcuni manifestanti hanno fermato alcuni di questi soggetti. Li hanno portati al quartiere generale del Maidan dove hanno confessato davanti a una telecamera che gli sono stati promesse 220 grivne (20 euro), a molti di loro hanno distribuito droghe leggere e gli hanno concesso assoluta libertà di movimento.
7. Nelle ultime 24 ore sono scomparse senza lasciare traccia alcuni dei manifestanti piu attivi
8. Sui cellulari di alcuni cittadini manifestanti inziano ad arrivare messaggi anonimi con minacce: “siete registrati come partecipanti a disordini di massa”
9. Stanotte su un giornale ufficiale sono state pubblicate alcune leggi di orientamento dittatoriale, approvate dai deputati del parlamento il 16.1 per alzata di mano (!!!!), la votazione è stata fatta in 5 secondi
L’unica minaccia fatta agli abitanti del mio paese e della mia città è un potere criminale, pronto a versare sangue e terrorizzare la popolazione con qualsiasi mezzo. Ma noi continuiamo pacificamente a difendere il nostro diritto di vivere in uno stato dove la vita di un uomo e la sua libertà sono al di sopra di tutti. Ogni giorno siamo sempre più uniti, e allo stesso tempo sempre più grati del vostro sostegno.
mercoledì 22 gennaio 2014
L'America Latina rinnova quest'anno i suoi Presidenti (Alver Metalli)
Quelli che vogliono restare: Evo, Dilma e Santos; quelli che
vogliono tornare, Vázquez, e quelli che vogliono arrivare, Larrañaga,
Neves e Zuluaga. Foto: Illustrazione Ippoliti
di Cesar Hérnandez Restrepo
Sette
paesi del continente latinoamericano apriranno le urne ai loro
concittadini per eleggere il presidente nel corso del 2014. Un numero
considerevole, per estensione e popolazione coinvolta. In ordine di
apparizione, i sette paesi sono: El Salvador, Costa Rica, Panama,
Colombia, Brasile, Bolivia e Uruguay.
I primi ad andare alle urne, dunque, saranno i salvadoregni, domenica 2 febbraio.
La continuità politica del governo degli ex-guerriglieri del FMLN è in
discussione; le inchieste realizzate a gennaio da diversi istituti di
sondaggio danno sostanzialmente favorito il partito ARENA con il 35.3
per cento contro il 32.7 del FMLN, mentre la terza coalizione, chiamata
“Unidad”, occupa la terza posizione nel gradimento dei salvadoregni con
il 14.4 per cento di consensi. Quanto ai candidati individualmente
presi, cioè separati dal partito di appartenenza, Norman Quijano
dell’oppositore ARENA raccoglie sostanzialmente la stessa percentuale
(35.3%), Salvador Sánchez Cerén un punto meno rispetto ai voti del FMLN
(31.8%), e Tony Saca di “Unidad” il 16%.
Costa Rica e Panama voteranno rispettivamente il 2 febbraio e il 4 maggio, in Colombia le elezioni saranno invece il 25 maggio
e si decideranno tra Juan Manuel Santos, attuale primo cittadino, e
Oscar Iván Zuluaga, candidato di Álvaro Uribe, già presidente dal 2002
al 2010. Molto dipenderà dai negoziati in corso a Cuba, il cui esito,
anche parziale, lancerà il presidente in carica verso il secondo
mandato.
Il Brasile fa continente a sé. Il vento di poppa non
spinge più come prima l’economia del gigante latinoamericano ma anche
così Dilma Rousseff, del Partito dei lavoratori, resta favorita nelle
elezioni del 5 ottobre anche se il margine si è ridotto
considerevolmente dopo le proteste di piazza di giugno scorso, alla
vigilia della visita papale a Rio de Janeiro per la Giornata mondiale
della gioventù. L’erede di Lula ha di fronte Aécio Neves, del Partido della Social Democracia Brasileña (PSDB), e Eduardo Campos o Marina Silva, del Partido Socialista che per il momento precede con una intenzione di voto favorevole del 50 per cento circa.
Evo Morales tenterà di essere confermato per un terzo mandato dai boliviani il 5 ottobre,
grazie ad una discussa sentenza del Tribunale costituzionale che l’ha
abilitato a presentarsi derogando al limite costituzionale che ne
stabilisce due consecutivi. Il grimaldello che ha consentito a Morales
di ottenere la deroga è tutto nel suo primo mandato, iniziato nel 2006,
che, appunto, ha riformato la costituzione tre anni dopo e che Evo
Morales ha richiesto e ottenuto che non venisse computato come concluso e
consumato. I sondaggi lo danno come favorito, ancor più dopo la “doppia
tredicesima” erogata in novembre ai lavoratori boliviani per celebrare
la crescita del 6,5 per cento del prodotto nazionale bruto (PBI).
L’Uruguay chiuderà la maratona elettorale latinoamericana il 26 ottobre.
La coalizione di sinistra Frente Amplio è saldamente al timone della
piccola nazione sudamericana dal 2004, prima con il socialista Tabaré
Vázquez, poi con l’ex-tupamaro José Pepe Mujica. Il primo è tornato
prepotentemente in pista ed i sondaggi indicano che al momento è il
favorito degli uruguayani che lo preferiscono a Jorge Larrañaga, il
rivale del Partito nazionale.
venerdì 17 gennaio 2014
Emergenza Filippine: diario dal campo
Emergenza Filippine – Diario
dal campo: Il bilancio di due mesi di aiuti
Pubblicata
il 2 dicembre 2013
A due mesi dal tifone Haiyan che ha colpito le
Filippine, prosegue la raccolta fondi di Fondazione AVSI per sostenere le
vittime, con l’aiuto delle Suore Domenicane della Beata Imelda, da quarant’anni
nell’arcipelago.
Suor
Margherita Dalla Benetta è la direttrice della Domenican School of Calabanga, una scuola
sostenuta da AVSI che accoglie più di 800 bambini a pochi chilometri da Manila.
Suor Margherita e i suoi collaboratori sono attivi sin dalle prime ore
successive alla tragedia per aiutare le vittime del tifone. In due mesi,
grazie anche al sostegno dei donatori e alla campagna Emergenza Filippine è stato possibile:
- Inviare viveri e medicine di prima necessità alle famiglie più severamente colpite dal tifone
- Dare assistenza finanziaria per i ripari e ricostruire 8 case distrutte da Haiyan
- Organizzare la distribuzione di materiale scolastico per circa 1300 studenti
- Provvedere all’assistenza psicologica di 150 giovani con disturbi causati dal trauma
- Accogliere per circa tre mesi alcuni studenti rimasti senza casa
2 dicembre 2014
mercoledì 15 gennaio 2014
Mi percepivo una 'cosa' e mi sono scoperta una 'persona'
Chi sono io
per valere un prezzo così alto? Sono stata pagata con il sangue di trecento
frustate e con la pena di sei anni di carcere. La mia pace può forse costare
quanto i tormenti di un uomo buono? Ero un’impiegata commerciale in una grande
compagnia petrolifera ma il mio stipendio e la mia istruzione non erano
sufficienti a comprarmi la dignità. Vivevo sottomessa a Dio, a mio padre e ai
fratelli, al capoufficio. Non uscivo sola di casa, non guidavo, non potevo
decidere nulla, non mostravo il mio volto. Vivevo come esiste una cosa. Ero una
cosa.
Qualche mese
fa un collega di lavoro ha cominciato a guardarmi con occhi diversi. Da
principio pensavo che mi desiderasse come si vuole una donna ma poi ho capito
che nel suo sguardo c’era qualcosa di più, la capacità di vedere in me una
persona. Abbiamo cominciato a parlarci, non con la voce ché sarebbe stato uno
scandalo, ma attraverso una chat, benché le nostre scrivanie fossero una di
fronte all’altra. Ci scambiavamo parole con la tastiera e sguardi oltre il divisorio
che ci separava.
La prima
cosa che ho imparato è stata come ripulire la cache dopo ogni conversazione; la
seconda, iniziare a pensare a me stessa come a qualcosa che ha un valore, un
essere unico e irripetibile, che poteva essere amato e non solo avuto e usato.
Non mi sono innamorata di lui, mi sono innamorata del suo sguardo su di me.
Nella chat
che utilizzavamo non eravamo soli, c’erano molti altri suoi amici, uomini e
donne che ho imparato a conoscere e nei quali ritrovavo lo stesso modo di trattarmi,
persone alle quali potevo mostrare il mio vero volto, quello dell’anima, non
quello che ero solita nascondere sotto il velo. Il desiderio di conoscere
l’origine di quel modo di essere divenne pressante.
È stato così che mi si è mostrato lo
sguardo che sta prima di ogni altro sguardo, il volto che sta alla radice di
ogni volto, gli occhi che soli possono guardare alla miseria dell’uomo senza
averne schifo, l’amore che fa consistere ogni cosa.
La cosa che
ero è diventata persona, il nulla che sono è divenuto prezioso. La vita ha
trovato la pace di un senso. Non potevo continuare a vivere come prima e ho
chiesto di diventare cristiana. Sono stata battezzata con l’acqua del dispenser
in pausa pranzo.
Credevo, con
questo passo, di essere arrivata al termine del mio cammino, di aver posato il
primo piede in paradiso ma mi sbagliavo, è stato l’inizio di un inferno. La mia
nuova vita non sopportava più di rimanere costretta nelle regole di prima.
Avrei voluto buttare il velo, uscire da sola, frequentare i miei fratelli
cristiani, vivere la mia fede alla luce del sole ma non potevo perché la mia
famiglia mi avrebbe denunciata alla polizia religiosa e fatta arrestare. Non
ero uscita dalla gabbia dell’islam per finire in una prigione di Khobar. Mi
sembrava tutto una grande presa in giro: liberata per diventare prigioniera.
Forse che il Signore Gesù mi aveva trovata con l’unico scopo di consegnarmi
agli aguzzini? No, non poteva essere. L’unica mia speranza era di fuggire per
sempre dall’Arabia Saudita.
Parlai a lungo
con il mio collega di questo progetto e, alla fine, questi si risolse di
aiutarmi. Trovò una famiglia in Libano disposta ad accogliermi, comprò il
biglietto aereo, falsificò i miei documenti aggiungendo l’autorizzazione di mio
padre a lasciare il paese, organizzò ogni cosa del dettaglio. Alla fine, con il
cuore in gola, salii sul volo per Beirut. Lui rimase e fu arrestato; per aver
organizzato la mia fuga, per aver falsificato i documenti fu condannato a
trecento frustate e sei anni di carcere.
Ora vivo in
Svezia, da sola, in un piccolo appartamento; faccio l’impiegata commerciale in
un’azienda che esporta legno, vado al lavoro, torno a casa, sbrigo le faccende
e il giorno dopo sono di nuovo in ufficio. Non porto più il velo e la domenica
vado a Messa ma non passa giorno senza che mi domandi se questa mia vita valga
la crocifissione del mio amico.
12 maggio
2013 – Il tribunale di Khobar (Arabia Saudita) ha condannato un cristiano
libanese, residente in Arabia, a sei anni di carcere e 300 frustate per aver
svolto una parte attiva nella conversione al cristianesimo di una donna saudita
sua collega di lavoro. La donna, con l’aiuto di un altro collega, è poi fuggita
prima in Libano e poi in Svezia per sottrarsi alla vendetta della famiglia. Il
collega che l’ha aiutata è stato, a sua volta, condannato a 200 frustate e due
anni di carcere.
martedì 7 gennaio 2014
Einstein: Dio ha creato il male?
sabato 4 gennaio 2014
La Traviata: il desiderio del cuore umano
Maria Callas
La celebre aria 'Amami Alfredo, amami quant'io t'amo', cantata dal soprano Maria Callas (1955), probabilmente la voce più splendida che la lirica italiana abbia avuto, documenta l'apice cui talvolta giunge, almeno per un momento, l'amore umano: offre tutto fino al sacrificio totale di se'.
venerdì 3 gennaio 2014
Omelia del Sannto Padre del 3-1-2014
"Noi gesuiti vogliamo essere insigniti del nome di Gesù, militare sotto il vessillo della sua Croce, e questo significa: avere gli stessi sentimenti di Cristo. Pensare come Lui, voler bene come Lui, vedere come Lui, camminare come Lui. Significa fare ciò che ha fatto Lui con i Suoi stessi sentimenti, con i sentimenti del Suo cuore"
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