martedì 7 aprile 2026

Omelia Pasqua di Risurrezione Gerusalemme, Santo Sepolcro


 

Omelia Pasqua di Risurrezione

Gerusalemme, Santo Sepolcro, 5 aprile 2026

At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

 

Fratelli e sorelle,

qui, dentro questo Sepolcro, non siamo davanti a un simbolo: siamo davanti a un vuoto reale. Un vuoto che non è assenza, ma annuncio. Un vuoto che non ci lascia tranquilli, perché ci toglie di mano ciò che vorremmo trattenere. La Pasqua comincia così: non con una spiegazione, ma con uno strappo. Non con un’emozione, ma con una domanda che disorienta. 

Il Vangelo di oggi ci mette subito in movimento. Maria di Magdala arriva “di buon mattino”, quando è ancora buio. Va nel luogo dove pensa di trovare Gesù. È un gesto pieno di amore, ma anche pieno di abitudine: cerca dove lo aveva lasciato, dove l’aveva posto la morte. E trova la pietra rotolata via, il sepolcro aperto, e soprattutto non trova il corpo. E allora dice la frase che è, in fondo, la prima parola di ogni fede vera: “Non sappiamo…” (Gv 20,2). Non sappiamo dove lo hanno posto. Non sappiamo. 

Ecco la prima provocazione pasquale, qui, nel luogo più santo e più fragile della nostra memoria: Dio non si lascia possedere. Il Risorto non è dove noi lo avevamo messo. Non è dove le nostre sicurezze lo avevano sistemato. Il Risorto ci precede. Questa è l’idea forte della Pasqua: non siamo noi a custodire Dio; è Dio che libera noi. 

Noi, invece, vorremmo una fede che non scombini. Vorremmo trovare Gesù “al suo posto”: dentro le nostre immagini, le nostre formule, i nostri schemi religiosi che a volte diventano gabbie, dentro le nostre nostalgie. E invece, a Pasqua, Dio fa una cosa che non avevamo chiesto: si sottrae. Non per fuggire, ma per salvarci da un equivoco: che la fede sia qualcosa da possedere, un controllo, una prova in tasca. 

Per questo Maria corre. Per questo Pietro e l’altro discepolo corrono. La fede, quando è vera, non è mai immobile. È una corsa dietro a un’assenza che diventa promessa. Entrano nel sepolcro e vedono dei segni: i teli, il sudario, tutto deposto con cura. Non è un dettaglio secondario. Non è scenografia. La morte non è più un vestito che copre, ma un abito che è stato riposto con cura, senza più bisogno di essere indossato. È come se il Vangelo ci dicesse: guardate bene, perché la Risurrezione non è magia. È una libertà nuova. Gesù non è stato trascinato fuori: è uscito. La morte, per Lui, non è più una prigione: è un vestito lasciato lì, piegato, inutile. 

E qui, nel Santo Sepolcro, questo parla anche a noi con forza. Ci sono pietre che chiudono la vita. Ci sono “definitivi” che noi pronunciamo troppo in fretta: definitivo è il fallimento, definitiva è la ferita, definitiva è la colpa, la paura, l’odio, la solitudine. Eppure, nel racconto pasquale, la pietra non è soltanto un oggetto: è il simbolo di tutto ciò che noi consideriamo chiuso, senza uscita. E Pasqua dice: non lo è. 

La Pasqua non ci promette una vita “facile”. Pasqua ci promette una vita aperta. E per aprirla, spesso Dio deve prima portarci via delle certezze. Ecco perché la Risurrezione, prima di consolare, inquieta. Prima di riempire, svuota. Prima di dare, toglie. Toglie l’idea di un Dio addomesticato. Toglie una religione che è solo abitudine. Toglie una speranza che non rischia niente. 

E allora si capisce la parola di Paolo ai Colossesi: “Cercate le cose di lassù” (Col 3,1). Non significa fuggire dalla terra. Non significa chiudere gli occhi sul dolore del mondo. Significa, piuttosto, cambiare orientamento: smettere di vivere con lo sguardo inchiodato alle tombe – anche alle tombe interiori – e imparare a vivere da risorti. “La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3): cioè la vostra vita non è definita dai vostri peccati, né dalle vostre paure, né dalle vostre sconfitte. È custodita altrove, con il risorto, in Dio. E proprio per questo può tornare ad aprirsi, qui, ora. 

E anche la prima lettura, dagli Atti degli Apostoli, ci dà un’altra chiave decisiva: Pietro annuncia che Gesù è passato facendo del bene, che è stato ucciso, e che Dio lo ha risuscitato; e aggiunge che questa notizia è per tutti, senza preferenze: “Dio non fa preferenza di persone” (At 10,34). Nessun popolo, nessuna lingua, nessuna storia è esclusa da questa speranza. Se la morte è stata vinta, allora nessuna vita è “troppo perduta” per essere cercata. Pasqua è universale perché nasce in un luogo preciso, concreto, reale – qui – e proprio per questo può raggiungere concretamente e realmente il mondo intero. 

Non è un pensiero astratto. Noi siamo nel luogo dove la pietra è stata rotolata via, ma sappiamo bene che intorno a noi troppe pietre sono ancora chiuse. Troppe tombe sono state scavate di nuovo dall’odio, dalla violenza, dalla ritorsione. In questa Terra Santa, che è madre di fede e che è diventata anche terra di continui confronti, risuona con forza drammatica la domanda: “Dove lo avete posto?” Perché sembra che abbiamo rimesso il Signore in un sepolcro, ogni volta che crediamo che la morte abbia l’ultima parola sulla storia, ogni volta che ci rassegniamo alla logica del nemico, ogni volta che chiamiamo “pace” soltanto una tregua armata e “giustizia” soltanto il calcolo del danno.

Ma la Pasqua ci dice: il Risorto non sta dentro le nostre strategie di sopravvivenza. Non è prigioniero né delle nostre ragioni né delle nostre paure. Egli è già uscito, e ci precede. Ci precede nel coraggio di ricominciare, nel riconoscere il volto dell’altro, nel disarmare il cuore prima ancora che le mani. E allora, mentre qui intorno a noi si levano ancora voci di morte, noi non abbiamo altra arma che questo sepolcro vuoto: per annunciare che nulla è definitivo, che l’ultima parola non appartiene a chi seppellisce, ma a chi risorge. Il Signore è risorto: e questo non è un dogma lontano, ma una disobbedienza alla rassegnazione. È l’unica speranza che può ancora aprire, qui e ora, le porte della pace.

E qui viene la seconda provocazione pasquale: il Risorto non è un oggetto di culto; è un soggetto che chiama. Non lo si contempla soltanto: lo si segue. Non lo si trattiene: lo si lascia precedere. Anche Maria dovrà impararlo. Anche i discepoli dovranno impararlo. E noi oggi, che siamo qui nel luogo più carico di memoria cristiana, dobbiamo impararlo con particolare umiltà: persino i luoghi santi possono diventare un museo se non diventano un esodo; la liturgia può diventare ripetizione se non diventa conversione; e la fede può diventare corretta ma sterile se non diventa coraggiosa. 

Per questo, oggi, nel Sepolcro di Gerusalemme, io vorrei ricordare a me stesso una sola frase: Il Risorto non è dove lo avevamo messo: ci precede. 

Ci precede quando ci chiama fuori dai nostri sepolcri: non solo quelli della morte fisica, ma quelli della rassegnazione, del cinismo, dell’indifferenza. Ci precede quando ci invita a smettere di definire le persone dal loro errore, o la storia limitata al suo dolore, o noi stessi dai nostri peccati. Ci precede quando, invece di darci una risposta pronta, ci mette in cammino. 

E allora capiamo anche il senso dei segni: la pietra rotolata, i teli piegati, il sepolcro aperto. Sono come un messaggio lasciato apposta per noi: la vita non può più essere rinchiusa. Non si tratta di “guardare il cielo” per evadere dalla terra, ma di guardare la terra con occhi nuovi, con lo sguardo di chi ha capito che l’ultima parola non è “fine”, ma “inizio”. 

Pasqua non è una frase da ripetere; è una porta da attraversare. La pietra è stata tolta. Il varco è aperto. Ma noi dobbiamo decidere se restare dentro o uscire. 

Uscire significa, concretamente: scegliere il perdono quando sarebbe più facile irrigidirsi; scegliere la verità quando sarebbe più comodo adattarsi; scegliere la speranza quando tutto suggerisce il contrario; scegliere di fare il bene, come Gesù “passò facendo del bene”, anche se non fa rumore, anche se non dà prestigio. 

Perché questo è il giudizio della Risurrezione su di noi: non ci chiede se sappiamo parlare di Pasqua; ci chiede se viviamo da risorti. Non ci chiede se abbiamo parole corrette, ma se abbiamo un cuore in movimento. Non ci chiede se sappiamo trovare Dio solamente nei luoghi sacri, ma se sappiamo riconoscerlo vivo nei segni concreti della vita, là dove la vita e la morte si incrociano ogni giorno. 

E allora, ancora una volta, qui, nel Santo Sepolcro, nel punto in cui la storia ha cambiato direzione, noi non diciamo una frase di circostanza. Diciamo una decisione. Diciamo un annuncio che ci supera e ci precede: Il Signore è risorto!

E proprio perché è risorto, non lo troveremo mai dove lo avevamo messo. Lo troveremo davanti a noi, a chiamarci fuori. 

 

Buona Pasqua!

 

 +Pierbattista Card. Pizzaballa

Patriarca di Gerusalemme dei Latini


sabato 4 aprile 2026

Il silenzio che fa nuove tutte le cose

 



Il silenzio che fa nuove tutte le cose

 

Pigi Banna Pubblicato 4 Aprile 2026

 

Il Sabato Santo è il giorno del silenzio di Dio, ma Cristo non smette di operare e scende agli inferi per riscattare il male di tutti i tempi

 Il Sabato Santo è il giorno dell’anno in cui chi crede condivide le domande di chi non crede: “Se Dio c’è, perché non fa sentire la sua potenza? Perché Dio tace proprio quando la vita ci mette alla prova?”.

 In effetti, in questo giorno, il Verbo di Dio sembra ormai messo a tacere: è finito il tempo del grido straziato dalla croce, del terremoto e del velo squarciato del tempio. Certo, dopo è stata data “voce” all’amore attraverso i gesti di carità dei discepoli: comporre il corpo, avvolgerlo con cura nel lenzuolo e rotolare la pietra. Ma anche questo è finito: non c’è altro da fare. Il sabato dopo la morte di Gesù tutto tace. È il tempo del silenzio di Dio, del silenzio dei fedeli e della voce di chi non crede.

Ma è proprio nel silenzio che viene fuori la stoffa del vero maestro. Come dice sant’Agostino, il maestro sa quando tacere, perché il silenzio è l’occasione in cui il discepolo considera nel proprio cuore le parole che ha sentito e i gesti che ha visto. Dio, da vero maestro, ha sempre lasciato un tempo di silenzio, proprio l’istante dopo che ha conquistato all’improvviso il cuore di una persona. La riempie di silenzio e si ritrae, perché – come ha recentemente affermato Julián Carrón – non vuole strappare con la forza dello stupore immediato l’assenso della libertà.

Il silenzio di Dio è perciò quel tempo in cui l’uomo è quasi costretto a rientrare dentro di sé, senza poter ricorrere al riparo di riti frusti e di certezze smozzicate, per chiedersi da dove ripartire, che cosa realmente manca e dove andarlo a cercare. Emergerà dalla memoria una parola, tra le tante sentite, quella vera, perché è l’unica che fa ancora ardere il cuore riempiendolo di nostalgia.

Scrive san Giovanni della Croce: “né luce o guida c’era,/ fuori di quella che nel cuor m’ardeva./ Questa mi conduceva/ più certa della luce a mezzogiorno”. È dal fondo di questo silenzio che Maddalena decise, senza dirlo a nessuno e sfidando tutto e tutti, che il giorno dopo sarebbe andata al sepolcro, a ricercare l’Amore della sua vita.

Il vero maestro, quello che dà vita, parla nella nostalgia emersa dal silenzio e la sua parola affonda le radici nel mistero di Dio. Nei primi giorni di distacco da una persona amata, proprio in questi momenti di silenzio, capita di rimanere fastidiosamente impressionati dal cinguettio degli uccelli nella freschezza del primo mattino o dall’incantevole gioco dei colori del cielo al tramonto. È difficile ammetterlo: per quanto si voglia rinchiudere tutto nell’ottusità del proprio dolore, la realtà continua ad accadere davanti ai nostri occhi e la sua bellezza è come una ferita che, ancora nel silenzio, ci scuote dal nulla e ci parla di chi ci manca.

(...)

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venerdì 3 aprile 2026

Meditazioni Via Crucis 2026


 

VENERDÌ SANTO  «PASSIONE DEL SIGNORE»

MEDITAZIONI

con i testi di san Francesco d'Assisi

di P. Francesco Patton, O.F.M.

già Custode di Terra Santa

 

Introduzione

 

La Via Dolorosa si snoda per le stradine della Città Vecchia di Gerusalemme e ci fa ripercorrere il cammino di Gesù dal luogo della sua condanna fino a quello della sua crocifissione e della sua sepoltura, che è anche il luogo della sua risurrezione.

 

Non è un percorso in mezzo a gente devota e silenziosa. Come al tempo di Gesù, ci troviamo a camminare in un ambiente caotico, disturbato e rumoroso, in mezzo a persone che condividono la fede in Lui, ma anche ad altri che deridono e insultano. Così è la vita di tutti i giorni.

La Via Crucis non è il cammino di chi vive in un mondo asetticamente devoto e di astratto raccoglimento, ma è l’esercizio di chi sa che la fede, la speranza e la carità sono da incarnare nel mondo reale, dove il credente è continuamente sfidato e continuamente deve fare proprio il modo di procedere di Gesù.

 

San Francesco d’Assisi, del quale ricorre quest’anno l’ottavo centenario della morte, descrive la nostra vita cristiana prendendo in prestito le parole dall’apostolo Pietro: ci ricorda che siamo chiamati a «seguire le orme di Cristo, il quale chiamò amico il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori» (Rnb XXII, 2: FF 56; cfr 1Pt 2,21). Il Poverello ci esorta a fissare lo sguardo su Gesù: «Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce» (Amm VI: FF 155).

 

Nel percorrere questa Via Crucis, accogliamo perciò l’invito di san Francesco a fare un cammino sulle orme di Gesù che non sia meramente rituale o intellettuale, ma coinvolga tutta la nostra persona e tutta la nostra vita: «Portate in offerta i vostri corpi e prendete sulle spalle la sua santa croce, e seguite sino alla fine i suoi santissimi comandamenti» (UffPass XV,13: FF 303).

 

 I stazione

Gesù è condannato a morte

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,9-11)

[Pilato] entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».

 

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (2 Lfed 28-29: FF 191)

Coloro poi che hanno ricevuto la potestà di giudicare gli altri, esercitino il giudizio con misericordia, così come essi stessi vogliono ottenere misericordia dal Signore; infatti, il giudizio sarà senza misericordia per coloro che non hanno usato misericordia.

 

Nel tuo colloquio con Pilato, Signore Gesù, tu smascheri ogni umana presunzione di potere. Anche oggi c’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare a proprio piacimento. Le tue parole al Prefetto romano non lasciano spazio all’ambiguità: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto» (Gv 19,11).

 

Francesco d’Assisi, che ha semplicemente cercato di seguire le tue orme, ci ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla.

 

Anche ognuno di noi è chiamato a rispondere del potere che esercita nella vita di tutti i giorni. Tu, Gesù, gli dici: Fa’ buon uso del potere che ti è dato e ricordati che qualsiasi cosa tu faccia a un essere umano, specie se piccolo e fragile, lo fai a me. Ed è a me che dovrai risponderne un giorno.

 

Preghiamo dicendo: Ricordami, Gesù.

Che tu ti identifichi in ogni persona giudicata:

Ricordami, Gesù.

Che non devo lasciarmi guidare dai pregiudizi:

Ricordami, Gesù.

Che il vero potere è quello dell’amore:

Ricordami, Gesù.

Che la misericordia ha la meglio nel giudizio:

Ricordami, Gesù.

Che il bene va scelto anche quando costa:

Ricordami, Gesù.

 

II stazione

Gesù è caricato della croce

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,14-17)

Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Golgota.

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (Amm V, 7-8: FF 154)

Anche se tu fossi più bello e più ricco di tutti, e se tu operassi cose mirabili, come scacciare i demoni, tutte queste cose ti sono di ostacolo e nulla ti appartiene, e in esse non ti puoi gloriare per niente; ma in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo.

La parola “croce” produce in noi una reazione di rifiuto, piuttosto che di desiderio. È più facile che nasca in noi la tentazione di fuggirla, piuttosto che l’anelito di abbracciarla.

Gesù, sono certo che era così anche quando la croce te l’hanno caricata sulle spalle. Nel Getsemani, infatti, avevi chiesto al Padre di allontanare da te questo calice, pur volendo con tutto te stesso compiere la sua volontà. La croce era il supplizio più orrendo e doloroso, riservato agli schiavi, ai criminali irrecuperabili e ai maledetti da Dio.

Eppure, l’hai abbracciata e portata sulle tue spalle, e poi ti sei lasciato portare da lei. Non perché fosse bella o attraente, ma per amore nostro. Sollevando il suo carico pesante, sapevi che risollevavi noi dal peso del male che ci schiaccia e ti caricavi del peccato che rovina la nostra esistenza. Abbracciando la croce e caricandola sulle tue spalle, abbracciavi la nostra fragilità e ti facevi carico della nostra umanità. Prendevi su di te le nostre schiavitù, i nostri crimini e anche la nostra maledizione.

Liberaci, Gesù, dalla paura della croce. Dacci la grazia di seguirti per la tua stessa via e di non avere altra gloria se non nella tua croce.

 

Preghiamo dicendo: Liberaci, Signore.

Dal desiderio di gloria umana:

Liberaci, Signore.

Dalla tentazione di ignorare chi soffre:

Liberaci, Signore.

Dal preoccuparci solo di noi stessi:

Liberaci, Signore.

Dal timore di impegnarci nella fedeltà:

Liberaci, Signore.

Dalla paura e dal rifiuto della croce:

Liberaci, Signore.

(,,,) continua su www.vatican.va

 


giovedì 2 aprile 2026

TRIDUO PASQUALE


 

Madrid. «Lì dove tutti vedono solo fatiche io vedo opportunità»

 



Madrid. «Lì dove tutti vedono solo fatiche io vedo opportunità»

Mentre la morte per eutanasia della giovane Noelia Castillo scuote la Spagna, l’Happening degli universitari porta in scena la storia di María del Mar García Garrido, giornalista paralizzata: «La mia vita è apparentemente limitata, ma io mi vedo senza limiti»

 

30.03.2026

Venerdì 27 marzo 2026. Un dolore sordo e difficile da nominare attraversa la Spagna. Il Paese si è risvegliato con un senso di sconfitta per la morte di Noelia Castillo, una giovane donna al centro di un caso che ha scosso l’opinione pubblica: paraplegica, segnata da anni di sofferenza e fragilità psichica, ha ottenuto l’eutanasia legale nonostante l’opposizione del padre che ha tentato disperatamente di fermarla. La storia dei suoi 25 anni è profondamente dolorosa. Affiorano allora domande inquiete: aveva altra scelta? Esiste un modo per stare accanto a chi vive una situazione come quella di Noelia, trovando il coraggio di promettere più vita che morte?

Poi qualcuno ci invia un video dell’Happening che gli studenti dell’Università Atlántida hanno organizzato a Madrid, una convivenza di quattro giorni dal 17 al 20 marzo, dove l’incontro più seguito era intitolato “La vita che nasce dai limiti”. Al tavolo, accanto agli altri relatori Jone Echarri, Javier Llabrés e Pablo Ramírez, c’era l’imponente presenza di María del Mar García Garrido, immobile sulla sedia, bisognosa dell'aiuto di un “traduttore”, ma che non esita a chiedere di parlare ogni volta che vuole aggiungere qualcosa e condividere la sua esperienza perché, sebbene sembri intrappolata in una gabbia, trabocca di vita e di entusiasmo per vivere.

María è una giornalista affetta da una malattia degenerativa, una forma di leucodistrofia, diagnosticatale all’età di sei anni. Le sue giornate sono scandite da ore di fisioterapia, sia neurologica che respiratoria, ma nel frattempo non trascura mai la sua vocazione professionale di comunicatrice, sia sui social media che alla radio. Conduce un programma su Radio María dedicato alle tematiche della disabilità, intitolato “Turn It Around” (“Ribaltiamo la situazione”). Ha anche un blog e ha pubblicato un libro intitolato “Out to Sea” (“In mare aperto”).

 

Nell’Happening ti sei definita una bon vivant, ma dall’esterno la tua vita potrebbe sembrare piena di sacrifici. Cosa ti permette di goderti appieno la vita e di non doverti accontentare di una “vita inferiore”?

L'idea di “vivere meno” è relativa. A prima vista, potrebbe sembrare che io non faccia molto, ma la verità è che faccio più della media. Fin da piccola ho imparato a sfruttare al massimo ogni secondo e, dove tutti gli altri vedono difficoltà, io vedo opportunità. C'è una frase che mi è stata insegnata da bambina e che tutti dovrebbero tenere a mente: “Non soffermarti su ciò che hai perso, ma concentrati su ciò che devi ancora fare”. Ed è esattamente quello che faccio. La mia vita sembra limitata, ma io mi vedo illimitata, ed è così che dovremmo vederci, perché non sappiamo fin dove possiamo arrivare.

(…)

Pensi che attualmente vengano offerti strumenti alle persone che si trovano in situazioni come la tua per aiutarle a vivere, prima di prendere in considerazione l'opzione della morte?

C’è una terribile mancanza di sostegno. Il governo ti fornisce aiuto per morire, ma non ti sostiene per vivere. Viviamo in una società che dà più valore alla morte che alla vita: è deplorevole! Quando così tante persone lottano contro ogni probabilità, contro una malattia degenerativa o improvvisa... Io sono il volto pubblico, 

sabato 28 marzo 2026

FILM DA VEDERE: Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini


 

Di tutto il cinema dove Gesù appare come figura centrale o solo di sfondo, un film soltanto merita attenzione, Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, poeta e regista. Il direttore della fotografia del film fu Tonino Delli Colli, un romano ironico e simpatico che ho avuto la fortuna di frequentare e interrogare sulla lavorazione di quest’opera, e soprattutto su quella del primo Pasolini, Accattone. Il regista, mi disse, gli aveva chiesto una fotografia non raffinata, che fosse modellata sui film del muto, quando il cinema cercava ancora la sua strada...

 

Pasolini voleva un film che sapesse di «primitivo» e in qualche modo, affrontando il Cristo, come diceva, dopo aver raccontato il «poverocristo» Accattone, voleva evitare in ogni modo l’iconografia tradizionale, cercando ispirazione anche visivamente nei «primitivi», per esempio nel Giotto di Padova e di Assisi. Voleva un Cristo che risultasse da subito «rivoluzionario», come lo fu al suo tempo, e scelse a interpretarlo uno studente spagnolo il cui volto richiamava quello dei Cristo bizantini, tra le immagini più antiche che se ne conoscano.

 

Matera, tanti italiani la scoprirono grazie a quel film, così come scoprirono delle musiche – la Missa Luba africana – che era stata Elsa Morante a scegliere come commento. Il Vangelo di Pasolini è un capolavoro,

(...)

(Goffredo Fofi)


giovedì 26 marzo 2026

«Caro don Giussani…». Un filo lungo duemila anni al New York Encounter


 

«Caro don Giussani…». Un filo lungo duemila anni

Al New York Encounter, una mostra sul libro di don Luigi Giussani Il tempo e il tempio e le lettere dei ragazzi di GS

 

25.03.2026

Valentina Frigerio

«Caro Padre Giussani, non ci siamo mai incontrati, ma volevo farle sapere che la considero come un padre». «Caro don Gius, voglio solo ringraziarla. Grazie per avermi introdotto in questa compagnia, piena di veri amici». «Caro Padre Giussani, le scrivo chiamandola “caro”, anche se non l’ho mai incontrata».

 

Decine di lettere, legate tra loro con un filo, sono appese a una parete dell’ultima sala della mostra "Cry Out to Him Who Is Now", sul libro di don Luigi Giussani Il tempo e il tempio, al New York Encounter. Le hanno scritte alcuni ragazzi di GS di Atchison, Kansas – gli stessi che spiegano la mostra ai visitatori. Chiunque passi è invitato a lasciare la propria.

Sopra tutte spicca una frase: «Duemila anni sono bruciati via da questa lettera». La disse Giussani dopo aver letto pubblicamente, agli Esercizi spirituali del CLU di Rimini del 1994, la lettera di Andrea, un ragazzo malato di Aids. Iniziava così: «Caro don Giussani, le scrivo chiamandola “caro“ anche se non la conosco, non l’ho mai vista, né mai sentita parlare». Un incipit rimasto impresso a molti. Andrea – morto due giorni dopo averla scritta – ringraziava Giussani, pur senza conoscerlo, per avergli fatto incontrare Cristo attraverso l’amico Ziba.

Di fianco alle lettere, un televisore riproduce il video di “Riconoscere Cristo”, in cui Giussani legge quella lettera. Con le cuffie nelle orecchie, il brusio del New York Encounter svanisce. Si ha la sensazione di essere a Rimini, nel 1994, mentre il tempo si ferma.

«L’idea di questa sala finale della mostra nasce dal lavoro di scuola di comunità fatto quest’anno con i ragazzi di GS su “Riconoscere Cristo”», racconta Aaron Riches, insegnante di teologia e responsabile di GS ad Atchison. «Abbiamo chiesto loro di scrivere rivolgendosi a Giussani, e lo hanno fatto raccontando qualcosa di loro, di solito attorno a un semplice evento. In tutte le lettere c’è la consapevolezza di una storia iniziata duemila anni fa con Giovanni e Andrea, passata attraverso chi hanno incontrato, fino alla madre di don Giussani, e poi da lui a loro. La mostra è come la sorgente di un piccolo fiume che alla fine diventa una cascata immensa. È anche il cuore, perché dice del metodo che nasce da Cristo presente».

E così capita che a New York, in quella stanza, ci si senta a casa. È il tempio. «Il tempo e il tempio è un’esposizione dell'affermazione radicale del cristianesimo: che Dio ha fatto la sua dimora nel grembo di una vergine, e che da lì questo grande flusso – i credenti, la compagnia della Chiesa – è la Sua dimora», spiega Sofia, curatrice della mostra insieme a Irene, Aaron e Chie. «Cristo continua ad avere una casa, e così ne crea una perché anche noi possiamo avere una vita nuova».

(…) continua su clonline

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