giovedì 28 maggio 2026

CHIESA & CARISMI | Leone XIV chiede comunione vera: nessun movimento basta da solo

 



CHIESA & CARISMI | Leone XIV chiede comunione vera: nessun movimento basta da solo

Franco Giulio Brambilla Pubblicato 28 Maggio 2026

 

Il richiamo del Papa ai movimenti e alle associazioni ecclesiali: occorre un governo dei carismi fondato su comunione, libertà, e servizio alla Chiesa

Rivolto ai moderatori delle associazioni e dei movimenti ecclesiali, Papa Leone XIV, in un lucido intervento (Leone XIV, Udienza ai partecipanti all’Incontro dei moderatori delle associazioni internazionali di fedeli, dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, 21.05.2026), ha parlato “ai responsabili, a livello internazionale, di tante diverse realtà laicali”, riflettendo “sul tema del governo di una comunità ecclesiale”. L’intervento è stato incoraggiante e propositivo perché animato da due preoccupazioni di fondo: custodire la “traditio viva” del carisma o della vocazione di un’associazione e di un movimento; sostenere lo slancio “profetico” più genuino dei carismi “per comprendere in che papado rispondere alle nuove sfide e alle sensibilità culturali, sociali e spirituali del nostro tempo”.

La tensione pastorale dell’intervento del Papa è evidente. Parlando ai capi, voleva che volgessero lo sguardo ai due tesori presenti nei carismi personali e associati: la passione delle persone, risvegliata dal ritorno alla sorgente dei fondatori (“c’è una grande ricchezza fra voi, tante persone ben formate e tanti bravi evangelizzatori; tanti giovani e diverse vocazioni alla vita sacerdotale e matrimoniale”); la peculiarità del metodo di evangelizzazione, che risponde all’urgenza del tempo presente (“la varietà dei carismi, dei doni e dei metodi di apostolato sviluppati negli anni vi consente di essere presenti nei campi della cultura, dell’arte, del sociale, del lavoro, portando ovunque la luce del Vangelo”).

Il focus dell’intervento papale si è concentrato su “governare il carisma”, sulle sue caratteristiche e sulle condizioni necessarie per esercitarlo bene a favore delle realtà ecclesiali di cui si è responsabili, per vigilare su ogni forma di ripiegamento e di narcisismo e per correggere ogni tentazione di unilateralità e di esclusivismo. L’abbrivio della breve riflessione parte, dunque, dalla necessità, per ogni carisma, di pensarsi nella sinfonia dei carismi, dei ministeri e delle operazioni, in ordine alla teologia della Chiesa come “corpo di Cristo”, non solo perché i membri dell’unico corpo siano complementari e ben compaginati tra loro, ma anche perché soltanto insieme con gli altri carismi, ministeri e operazioni possano dire e donare al mondo la ricchezza inesauribile del mistero di Cristo (1Cor 12).

La Chiesa come corpo di Cristo non parla solo della complementarità e della sussidiarietà dei doni dello Spirito (immagine ellenistica del corpo), ma anche della simbolicità e della sinfonia dei doni dello Spirito per dire e portare Cristo agli uomini (immagine biblica del corpo). Il corpo non è solo composto di membra coordinate da far funzionare in modo armonico, ma è anche il “simbolo reale” della persona, con cui essa si pone nel mondo e il mondo entra in contatto con essa (qui si tratta nientemeno che di donare Cristo). Solo in questa ottica “governare il carisma” è collocato nel suo contesto reale, che è quello più ampio e comprensivo della missione della Chiesa e della coscienza battesimale di tutto il popolo di Dio, compresi i pastori.

Tuttavia, l’intervento di Papa Leone aveva una mira precisa e va collocato in tale contesto, perché le condizioni e le caratteristiche evocate siano ben comprese e, soprattutto, animino un percorso spirituale, l’unico che può suscitare passioni e sostenere l’impegno. L’arte del “buon governo” non è mai isolata, ma corale. E la Chiesa è sinfonica. Gregorio Magno la definisce così: “La guida delle anime è la suprema tra le arti (Ars est artium regimen animarum)” (Gregorio Magno, Regola Pastorale I, 1, (Opere di Gregorio Magno VII), a cura di G. Cremascoli, Città Nuova, Roma 2008, pp. 10-11). Resta un fatto prodigioso nella storia della Chiesa che all’esperienza spirituale dei carismi e alla missione pastorale della Chiesa siano riconosciute, e ancor più promosse, zone di autonomia e di libertà che arricchiscono il dirsi e il darsi della presenza del Signore nel mondo. Si pensi soltanto alla riconosciuta autonomia delle comunità monastiche, delle congregazioni religiose, degli istituti di vita consacrata e missionaria, delle confraternite di volontariato, oggi appunto allargata anche alle associazioni, aggregazioni e movimenti ecclesiali.

Il Papa definisce il governo come “l’azione di ‘reggere il timone’, di ‘pilotare una nave’”. Si tratta di dare “una direzione sicura, in modo che la comunità sia luogo di crescita per le persone che ne fanno parte”, per sopperire alla “necessità di avere persone e strutture adeguate che si occupino di guidare e coordinare la vita comune”. La descrizione funzionale dell’arte di governo, tipica della guida di ogni gruppo sociale, ha però, una volta assunta nella Chiesa, un carattere sacramentale. Essa “non nasce dalla semplice esigenza di coordinare i bisogni religiosi dei suoi membri”, ma è “il luogo, voluto da Dio, dove tutti gli uomini, in ogni epoca, possono ricevere i frutti della Redenzione e sperimentare la vita nuova che Cristo ci ha donato”.

La radice sacramentale del “governare il carisma” di un’associazione, di un’aggregazione o di un movimento “esprime la partecipazione al munus regale di Cristo ricevuto nel Battesimo”. Esso non è un potere delegato dall’ordine sacro, ma si radica nella comune dimensione battesimale del popolo di Dio, anche se il suo esercizio pratico necessita del riconoscimento del munus regendi dei pastori. Coraggiosa la conclusione che ne trae il Pontefice. Raggiungiamo qui l’asse portante del discorso. Governare il carisma “si pone a servizio di altri fedeli e della vita associativa ed è frutto di libere elezioni, che devono essere intese come espressione di un discernimento comune: permettere che la voce di tutti si esprima in modo libero”. La teologia del popolo di Dio qui assume un’illustrazione alta e limpida, che riconosce il diritto di associazione dei christifideles sia nella sua sorgente sia nel suo esercizio pratico.

Proprio perché è formulato come un diritto, esso va accolto insieme come dono e compito, da cui rifluiscono ben cinque tratti qualificanti. Tre sono descritti dal Papa come conseguenze, due come caratteristiche. Mi piace assumerli come un sistema di vasi comunicanti, così che, se l’uno manca o viene diminuito, anche gli altri si impoveriscono e si deprimono. Non possiamo nasconderci che questi ultimi trent’anni, in cui la fioritura dei movimenti ha disegnato una parabola che sembrava travolgente, hanno presentato anch’essi un conto pesante di abusi, sopraffazioni e persino deviazioni, tanto che in alcuni casi si è paventato il timore di una deriva settaria (F.G. Brambilla, Nuovi movimenti religiosi. I rischi di una deriva settaria, “Il Regno Attualità” 69 (2023), 531-541). Solo una libera e sciolta pratica del “carisma di governo”, che sia semplicemente spirituale, tutta tesa fra custodia viva del carisma e slancio profetico della missione, può garantire il passaggio alla seconda generazione. Soprattutto nei movimenti recenti, quando, dopo la scomparsa dei fondatori, bisogna riattivare, sotto la cenere delle cose trasmesse, il fuoco vivo del carisma originario da trasmettere.

La prima condizione sembra la più ovvia, ma è anche la più insidiosa. Il carisma di guida “dev’essere per l’utilità di tutti (cfr 1Cor 12,7), cioè per promuovere il bene della comunità, dell’associazione, della Chiesa intera. Il governo, dunque, non può mai essere sfruttato per interessi personali o forme mondane di prestigio e di potere”. Mai un linguaggio, nella sua semplicità, è stato più limpido: interesse e potere si insinuano in tutte le forme di cooptazione amicale, nella rete relazionale che include ed esclude, nella censura dei comportamenti e delle persone che non abbia un respiro fraterno. E il fratello non è il componente di una compagnia di interessi e di convenienze, anche se fossero legittimi, ma è colui che cammina con te e ti aiuta ad ascoltare in stereo la realtà della missione.

La seconda è che il “carisma del governo” dei movimenti nasce e si svolge nella libertà di scelta e di esercizio. La formulazione del Papa fa sobbalzare sulla sedia: esso “non può mai essere imposto dall’alto, ma dev’essere un dono riconoscibile nella comunità e liberamente accolto; da qui l’importanza di libere elezioni per renderlo effettivo”. Raggiungiamo qui un profilo alto del magistero pastorale che appella alla coscienza dei membri di associazioni, aggregazioni e movimenti, perché solo la coscienza è il luogo in cui accade la verità: quella del carisma e di chi lo regola. Il “dall’alto” riguarda sia l’autorità dei pastori sia il verticalismo degli organi di decisione. Sono note a tutti le possibilità di manipolazione nel momento della scelta dei responsabili, soprattutto oggi, in presenza dei social e degli strumenti occulti e pervasivi della comunicazione.

La terza condizione è espressa dal Pontefice in modo laconico: “Ogni carisma, anche il governo di un’associazione, è soggetto al discernimento dei Pastori, che vigilano sulla genuinità e sull’uso ordinato dei carismi (cfr Lumen gentium, 12; Iuvenescit Ecclesia, 9 e 17)”. La formulazione sembra non porre problemi, ma sappiamo che, in ogni processo di consultazione per una decisione responsabile, bisogna attivare una comunicazione autentica e veritiera sia dalla periferia verso il centro sia viceversa. Basterebbe far notare che ogni forzatura nella scelta dei moderatori, dei referenti, dei membri dei consigli pastorali ed economici deprime la qualità del cammino dei movimenti, mentre ogni saggia decisione favorisce la ricchezza del loro percorso. Soprattutto nel passaggio alla seconda generazione, questo diventa decisivo. È noto che anche nella Chiesa le procedure per la selezione del personale laico e religioso sono molto incerte e talvolta arbitrarie.

La quarta condizione esprime una saggia considerazione: “Alcune caratteristiche devono essere sempre presenti nel governo [del carisma]: l’ascolto reciproco, la corresponsabilità, la trasparenza, la vicinanza fraterna, il discernimento comunitario”. Quando si dice che l’autorità è servizio, forse la formula può apparire a molti consolatoria e persino ipocrita: si ha paura di chiamarla semplicemente “potere”. Ma la parola auctoritas significa, secondo una possibile etimologia, “colui che fa crescere”: allora le “caratteristiche” (così le chiama il Papa), cioè quelle doti che scolpiscono il carattere di un’autorità, sono la garanzia perché l’esercizio del potere sia cristiano.

La quinta condizione, infine, suggerisce due connotati essenziali dell’esercizio del governare il carisma: “Un buon governo, invece di concentrare tutto su sé stesso, promuove la sussidiarietà e la partecipazione responsabile di tutti i membri della comunità”. Sussidiarietà e partecipazione sono richiamate dal Papa perché la guida del carisma sia tonica. Forse potremmo dirlo con una specie di slogan: nei movimenti, come nelle parrocchie, è meglio arrivare un giorno dopo con una persona in più, perché il nostro orizzonte non è l’efficacia, ma la fecondità, e si è fecondi se si fanno sedere alla tavola della comunione molti figli e tanti fratelli.

 

L’intervento di Leone è rimbalzato sui media per un’ultima considerazione. L’atto di governare il carisma, nella sua radice sacramentale e battesimale, deve inserirsi nella sinfonia più ampia della Catholica. Sentiamolo: “Chi esercita una missione di governo nella Chiesa deve imparare ad ascoltare e accogliere pareri diversi, orientamenti culturali e spirituali diversi, temperamenti personali diversi, cercando sempre di conservare, soprattutto nelle decisioni doverose e spesso difficili da prendere, il bene superiore della comunione”. E poi, andando dritto al punto, stacca gli occhi dai fogli e aggiunge a braccio: “E quindi i nostri movimenti devono veramente cercare come vivere in comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano. E quindi il Vescovo è una figura di riferimento molto importante e, se un gruppo dice: ‘No, con quel Vescovo non siamo in comunione, ne vogliamo un altro’, non va bene. Dobbiamo cercare di vivere in comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano come anche a livello universale”. Più chiaro di così… Anche se non è del tutto articolato il rapporto tra Chiesa locale e Chiesa universale, per il quale il riferimento alla seconda talvolta diventa alibi per affrancarsi dalla prima. Molte narrazioni lo ricordano impietosamente.

(…….)

Come dice, con espressione fulminante, il grande teologo dell’unità della Chiesa, Johann Adam Möhler (1796-1838):

“Non vorremmo morire né asfissiati per estremo centralismo, né assiderati per estremo individualismo. Né uno può pensare di essere tutti, né ciascuno può pensare di essere il tutto, ma solo l’unità di tutti è una totalità. Questo è l’eídos (εἶδος), questa è la forza motrice della Chiesa cattolica!”.

 

 


mercoledì 27 maggio 2026

Intervista al Cardinale Muller sulle decisioni della FSSPX


 

Die Situation zwischen dem Heiligen Stuhl und der traditionalistischen Priesterbruderschaft St. Pius X. (FSSPX) steuert auf eine historische Eskalation zu

 

Bischofsweihen - Piusbruderschaft kündigt die Namen der vier neuen Bischöfe an

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Die Situation zwischen dem Heiligen Stuhl und der traditionalistischen Priesterbruderschaft St. Pius X. (FSSPX) steuert auf eine historische Eskalation zu

 

 

Menzingen (kath.net/rn) Die Fronten verhärten sich: Die Situation zwischen dem Heiligen Stuhl und der traditionalistischen Priesterbruderschaft St. Pius X. (FSSPX) steuert auf eine historische Eskalation zu. Am Montag hat die Piusbruderschaft die Namen der vier neuen Bischöfe, die gegen den Willen von Rom geweiht werden sollen, bekanntgegeben. Neben dem Schweizer Pascal Schreiber und Michael Goldade aus den USA sollen mit Michel Poinsinet de Sivry und Marc Hanappier auch zwei Franzosen geweiht werden. Die Weihen sollen am kommenden 1. Juli stattfinden. Da dieser Schritt ohne das erforderliche päpstliche Mandat geplant ist, droht der Weltkirche ein erneuter tiefer kirchenrechtlicher Bruch. Der Generalobere der FSSPX, Pater Davide Pagliarani, rechtfertigte den Schritt mit einer vermeintlichen „schwerwiegenden Notlage“ innerhalb der Kirche. Von den ursprünglich im Jahr 1988 durch Erzbischof Marcel Lefebvre geweihten vier Bischöfen sind heute nur noch zwei im Amt, weshalb die Bruderschaft die Kontinuität ihrer Sakramentenspende für die weltweit rund 600.000 Gläubigen gefährdet sieht.

 

 

 

Die Ankündigung stellt eine fundamentale Herausforderung für das Pontifikat von Papst Leo XIV. dar, der erst im vergangenen Jahr sein Amt angetreten hat. Der Vatikan reagierte umgehend und warnte inzwischen mehrfach die Führung der Bruderschaft in Menzingen eindringlich davor, die Weihen zu vollziehen. Sollten die Konsekrationen wie geplant ohne Erlaubnis Roms stattfinden, zieht dies laut dem geltenden Kirchenrecht (Codex Iuris Canonici) die automatische Exkommunikation (Latae Sententiae) aller beteiligten Bischöfe nach sich – sowohl der Spender als auch der Empfänger der Weihe.

 

(…..)

Kat.net online

 

 

 

 

lunedì 25 maggio 2026

LETTERA ENCICLICA MAGNIFICA HUMANITAS DEL SANTO PADRE LEONE XIV

 



LETTERA ENCICLICA MAGNIFICA HUMANITAS DEL SANTO PADRE LEONE XIV

SULLA CUSTODIA DELLA PERSONA UMANA NEL TEMPO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 

INTRODUZIONE

Le res novae del nostro tempo

Due icone bibliche

Costruire nel bene

Rimanere umani

 

CAPITOLO 1

UN PENSIERO DINAMICO FEDELE AL VANGELO

Una Chiesa in cammino nella storia dell’umanità

 

Sapienza della Parola e dialogo con le scienze umane

La Dottrina sociale come discernimento comunitario

 

Lo sviluppo del Magistero sociale da Leone XIII a oggi

 

Primi passi della Dottrina sociale della Chiesa

Gli anni del Concilio Vaticano II

Il Magistero recente

 

Una lettura della storia alla luce della fede

 

CAPITOLO 2

FONDAMENTI E PRINCIPI DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

 

I fondamenti della Dottrina sociale

 

L’essere umano immagine del Dio trinitario

L’eguale dignità di tutti gli esseri umani

L’altissimo valore dei diritti umani

I principi della Dottrina sociale

 

Il principio del bene comune

Il principio della destinazione universale dei beni

Il principio di sussidiarietà

Il principio di solidarietà

Il principio della giustizia sociale

 

Lo sviluppo umano integrale

Una verifica per la Chiesa

 

CAPITOLO 3

TECNICA E DOMINIO.

 

LA GRANDEZZA DELLA PERSONA UMANA DAVANTI ALLE PROMESSE DELL’IA

 

Il paradigma tecnocratico e il potere digitale

L’intelligenza artificiale

 

Un aiuto prezioso che richiede attenzione

Responsabilità, trasparenza e governo dell’IA

 

Ciò che non possiamo perdere

 

Narrazioni di fondo: transumanesimo e postumanesimo

Il limite, il cuore, la grandezza dell’essere umano

 

Il vero “più che umano”: grazia e umanesimo cristiano

Due città e due amori

 

CAPITOLO 4

CUSTODIRE L’UMANO NELLA TRASFORMAZIONE.

 

VERITÀ, LAVORO, LIBERTÀ

 

La verità come bene comune

 

Verità e democrazia

Comunicazione e immaginario collettivo

Per un’ecologia della comunicazione

Un’alleanza educativa per l’era digitale

Centralità della scuola

 

La dignità del lavoro nella transizione digitale

 

Il valore del lavoro

Il problema della disoccupazione

Un’economia che valorizzi la dignità

Famiglia e giovani: condizioni sociali della speranza

 

Custodire la libertà contro dipendenza e mercificazione

 

Dipendenze e controllo sociale

Spezzare le catene delle nuove schiavitù

 

Una responsabilità condivisa

 

CAPITOLO 5

LA CULTURA DELLA POTENZA E LA CIVILTÀ DELL’AMORE

 

La civiltà dell’amore nell’era digitale

La cultura della potenza

 

La normalizzazione della guerra

La forza senza limiti

Armi e intelligenza artificiale

La crisi del multilateralismo

Un presunto realismo politico

 

Costruire la civiltà dell’amore

 

Tutti possiamo fare la nostra parte

Disarmare le parole

Costruire la pace nella giustizia

Assumere lo sguardo delle vittime

Coltivare un sano realismo

Rilanciare il dialogo

La necessità della diplomazia e del multilateralismo

Pregare e sperare

 

CONCLUSIONE

Il Verbo si è fatto carne

Un solo corpo in Cristo

Il cantiere del nostro tempo

Il canto della speranza: il Magnificat

 

 

 

INTRODUZIONE

1. La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo». [1] Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza.

 

2. Fondati su Cristo, pietra viva, facciamo esperienza della potente e misteriosa azione dello Spirito Santo, e crediamo che ogni autentico sforzo umano di cooperare con Lui per il bene sarà benedetto dal Padre celeste, nel quale riponiamo la nostra speranza. Per questo possiamo contribuire con impegno a tutte quelle iniziative che costruiscono un mondo più giusto, e possiamo chiamare altri a collaborare con noi nella promozione dello sviluppo integrale di ogni essere umano. Desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità. [2] Vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti. Tale attitudine al dialogo è parte integrante della vocazione della Chiesa, perché essa, costituita «in Cristo, in qualche modo il sacramento […] dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano», [3] riconosce nella storia il luogo in cui il Vangelo interpella e accompagna l’esperienza umana.

 

3. Con questo spirito, nel 1891 Leone XIII ha pubblicato l’Enciclica Rerum novarum, di cui con viva riconoscenza celebriamo quest’anno il 135° anniversario. Con quel documento, il mio amato Predecessore ha dato impulso a quella riflessione sulla società, sull’economia e sulla politica che oggi chiamiamo “Dottrina sociale della Chiesa”. E quando alcuni obiettavano che la Chiesa non doveva sprecare energie in questioni mondane, ma preoccuparsi di comunicare un messaggio di vita eterna, egli rispondeva con realismo e sapienza che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli. [4] Sono trascorse molte decadi da allora, e il Magistero, i pastori, i teologi e i fedeli hanno continuato a riflettere sulle questioni sociali alla luce del Vangelo. Oggi la Dottrina sociale della Chiesa è un patrimonio di saggezza, ove troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire. Essa si fonda sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione e, in dialogo con le scienze, ci aiuta a leggere con lucidità le sfide del presente, individuando percorsi adeguati per vivere una testimonianza cristiana limpida, con gioia e al servizio del mondo. Non è un insieme statico di concetti, ma un corpus vivo di verità, che custodisce e interpreta la vocazione dell’umanità a una vita piena e giusta. A questa tradizione vivente desidero dunque aggiungere la mia voce, invocando l’aiuto dello Spirito di sapienza, che abita il mondo sin dal suo inizio (cfr Pr 8,22-31).

 

Le res novae del nostro tempo

 

4. Se a suo tempo Leone XIII parlava di «nuove questioni» ( rerum novarum), oggi non possiamo semplicemente ripetere i suoi preziosi insegnamenti, ma dobbiamo chiedere a Dio la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica. Negli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo. La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo». [5] Lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene. Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo: «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa». [6] Le nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere. Ciò rende più complesso valutarne l’impatto e gli effetti a lungo termine sulla dignità delle persone e sul bene comune.

 

5. Ora tocca a noi assumere con lucidità e responsabilità le sfide del nostro tempo. È necessario adottare strumenti normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico. Ma la questione non si esaurisce nella regolamentazione. Come avvertiva Papa Francesco, occorre domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere e a quali fini lo orienti: «Non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito [...] danno a coloro che detengono la conoscenza, e soprattutto il potere economico per sfruttarla, un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero». [7] Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune.

 

6. Per questo occorre avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto. Se ci limitiamo alle contingenze, rischiamo di lasciare che il susseguirsi delle emergenze decida al posto nostro la direzione del cammino. Stiamo vivendo una rapida fase di transizione, un “cambiamento d’epoca”, in cui – mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse – la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio. Proprio per questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?

(…….)

(continua su vatican.va)


sabato 23 maggio 2026

CRISTIANI PERSEGUITATI | Cristeros, l’odio che continua e il Papa “silenziato” dai cattolici


 

CRISTIANI PERSEGUITATI | Cristeros, l’odio che continua e il Papa “silenziato” dai cattolici

Vincenzo Sansonetti Pubblicato 22 Maggio 2026

 

L’insurrezione dei Cristeros in Messico si concluse con una trattativa tradita dallo Stato. Oggi le persecuzioni nel mondo non sono meno che in passato (2)

 

L’efferata esecuzione del coraggioso adolescente José del Río, che avrebbe dovuto dare il colpo di grazia alla resistenza degli insorti contro il regime massonico, ottiene l’effetto contrario. Sconvolti dalla sua morte, migliaia di messicani scendono in piazza, bloccano le strade e molti di loro vanno a ingrossare le fila dei rivoltosi di Gorostieta, un’armata ormai così numerosa e ben addestrata da riuscire a infliggere diverse sconfitte alle truppe regolari

Ma l’avanzata del movimento di resistenza viene inspiegabilmente fermata a un passo dalla vittoria, quando Calles non è più presidente. Dopo l’uccisione, in un attentato, del suo successore designato, Álvaro Obregón, il capo di Stato ad interim Emilio Portes avvia una trattativa con i Cristeros, fortemente caldeggiata da padre John Burke, emissario del Vaticano, e da Dwight Whitney Morrow, ambasciatore degli Stati Uniti in Messico.

La superpotenza regionale a stelle e strisce non mostra nella vicenda un comportamento trasparente: dai tempi di Massimiliano d’Asburgo, imperatore del Messico fucilato dai repubblicani, non gradisce la presenza ai suoi confini di un Paese a guida cattolica.

Sollecitati dalla Santa Sede, i vescovi messicani chiedono ai rivoltosi di deporre le armi in cambio di una maggiore tolleranza verso la Chiesa. Ma la resa dei Cristeros ha purtroppo come esito l’implacabile rappresaglia del potere costituito nei loro confronti. Gli arreglos (accordi) del 21 giugno 1929 prevedono sì il disarmo degli insorti in cambio dell’immunità, ma tali accordi sono più volte e impunemente violati dal governo, che passa per le armi centinaia di capi della rivolta. E tutte le efferate leggi anticattoliche rimangono in vigore.

Ancora il 29 settembre 1932 Pio XI, con l’enciclica Acerba animi (La dolorosa ansietà), denuncerà il persistere della persecuzione. Sono così ben tre le encicliche dedicate da papa Ratti alla tragica situazione della Chiesa in Messico. Le altre due sono la Iniquis afflictisque (Alla tristezza delle ingiuste [condizioni]) del 18 novembre 1926, veemente denuncia dei provvedimenti governativi contro la Chiesa cattolica (“frutto di superbia e di demenza”), e la Firmissimam constantiam (La [vostra] ferma costanza) del 28 marzo 1937, che riconosce la fedeltà di laici e sacerdoti in quella drammatica situazione.

Fa riflettere un passaggio significativo della Iniquis afflictisque, in cui Pio XI afferma: “Se tutti coloro che nella Repubblica messicana infieriscono contro i loro stessi fratelli e concittadini, rei soltanto d’osservare la legge di Dio, richiamassero alla memoria e ben considerassero spassionatamente le vicende storiche della loro patria, non potrebbero non riconoscere e confessare che tutto quanto esiste tra loro di progresso e civiltà, di buono e di bello, ha origine indubitamente dalla Chiesa”.

E non si contano gli episodi di solidarietà e di vicinanza ai martiri, persino da parte degli stessi aguzzini, a conferma di quanto fosse radicata la fede cattolica nel popolo messicano. Il beato padre Elia Nieves, agostiniano, il 10 marzo 1928, giorno della sua morte, si inginocchia e invita anche i soldati del plotone d’esecuzione a fare lo stesso gesto.

“In ginocchio, figli miei. Prima di morire voglio impartirvi la benedizione”. Quei rudi militari obbediscono e s’inchinano riverenti. Ma nel momento in cui padre Nieves comincia a tracciare il segno della croce e a recitare il Credo, l’ufficiale che comanda il picchetto, infuriato, gli spara al petto.

Come sottolinea lo storico Marco Invernizzi, non dobbiamo dimenticare, anche sulla scia del magnifico discorso rivolto da Leone XIV al Corpo diplomatico lo scorso 9 gennaio, che oggi, un secolo dopo la violenta campagna in Messico contro i cattolici — che costrinse alla reazione armata —, a livello planetario “la persecuzione dei cristiani continua, anzi è aumentata e si è estesa”.

E non siamo più di fronte solamente alla “persecuzione ideologica nata nel XX secolo (comunismo, nazionalsocialismo, laicismo), ma a queste ideologie s’è aggiunta la persecuzione da parte dell’islamismo radicale, dopo la rivoluzione sciita in Iran del 1979, successivamente estesasi anche nel mondo sunnita e, in generale, da forme di nazionalismo autoritario e fondamentalista, che perseguitano o comunque discriminano le religioni diverse dalla propria”.

Perciò bene ha fatto papa Prevost a ricordare come la Chiesa difenda la libertà religiosa di tutti come un diritto umano, proprio di ogni credo religioso, che lo Stato deve semplicemente riconoscere, perché “iscritto nella legge naturale”. E tuttavia “i cristiani rimangono i più colpiti”

(…)

Ma “ciò che preoccupa di più è il nostro silenzio”, afferma Invernizzi. “Il Papa parla, le comunità cristiane non rispondono. Le sue parole non vengono riprese e rilanciate dalle Chiese locali, nei documenti pastorali, in generale nelle omelie”, come se non ci riguardassero. Ma sarebbe un errore incolpare solo i vertici delle comunità. “Ciascuno di noi, se facesse un esame di coscienza, si accorgerebbe che alla persecuzione religiosa e, in particolare, a quella dei propri fratelli nella fede dedica pochissimo spazio e tempo nella sua giornata ordinaria”.

(2 – fine)


giovedì 21 maggio 2026

Leone XIV ai moderatori dei movimenti


 

Leone XIV. «Il buon governo, compito delicato e profetico»

Il discorso del Papa ai moderatori delle associazioni di fedeli, dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità sulla guida e il coordinamento della vita comune

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno a tutti!

È un piacere incontrarvi questa mattina, offrire qualche parola, qualche riflessione, ma soprattutto pensare all’importanza dei carismi dello Spirito Santo, specialmente in questi giorni prima di Pentecoste.

Sono lieto di accogliervi anche quest’anno, all’inizio del vostro incontro. Voi siete responsabili, a livello internazionale, di tante diverse realtà laicali, e siete stati convocati dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita per rinsaldare la comunione fra voi e riflettere insieme sul tema del governo di una comunità ecclesiale.

In ogni entità sociale si avverte la necessità di avere persone e strutture adeguate che si occupino di guidare e coordinare la vita comune. Nella sua radice, il termine “governare” rimanda all’azione di “reggere il timone”, di “pilotare una nave”. Si tratta, dunque, di dare una direzione sicura, in modo che la comunità sia luogo di crescita per le persone che ne fanno parte. Così, anche nella Chiesa alcuni sono preposti al governo...

 

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Il discorso di papa Leone XIV ai moderatori delle associazioni di fedeli, dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità


mercoledì 20 maggio 2026

Mim. «E questi chi sono?»


 

Mim. «E questi chi sono?»

Diecimila persone in tre giorni alle Colonne di San Lorenzo, in centro a Milano, tra residenti, passanti e famiglie: il “Festival Milano IncontraMi” parla di educazione e scopre che la città aveva desiderio di fermarsi

(da clonline.org)

19.05.2026

Francesco Tanzilli

Al sabato, si sa, ci si può permettere il lusso di qualche ora di sonno in più. Questo sabato non è stato un’eccezione per Carlo (nome di fantasia, ndr), che abita di fronte alle Colonne di San Lorenzo a Milano, in una delle zone più chic della città. Ma quando ha spalancato le persiane per lasciar entrare il sole – già alto – in casa, è rimasto incredulo a fissare davanti a sé un brulichio davvero insolito di persone di età diversa: vecchi, adulti, giovani e bambini. C’è un’aria di festa, ma senza il solito baccano scomposto che alimenta le notti della movida. Mosso dal desiderio di scoprire di cosa si tratti, Carlo scende di casa e va dal primo dei tanti con la stessa maglietta bianca che si trova davanti: «E questi qui chi sono?!».

È così che tanti abitanti del quartiere o semplici passanti sono venuti a conoscenza della seconda edizione del Festival Mim (Milano incontrami). Nato lo scorso anno dall’iniziativa di alcuni giovani (e meno giovani) amici di diversi gruppi di Scuola di comunità a Milano, sostenuto dal Coordinamento diocesano movimenti e gruppi, il Festival è un momento di incontro con diverse esperienze sorte all’interno della Chiesa milanese, mosse dal desiderio di contribuire alla costruzione della città nella quale si è chiamati a vivere. Lo scorso anno era stato affrontato il tema della carità; stavolta ci si è concentrati sull’educazione. Interrogati dall’insistenza con cui nei media si parla di “emergenza educativa” come di una crisi in corso della quale non si intravede soluzione, gli organizzatori hanno coinvolto oltre venti realtà operanti nell’ambito educativo – non solo scuole, ma anche enti di formazione professionale, associazioni di genitori, organizzazioni culturali e sportive, enti dedicati all’integrazione – ai quali hanno chiesto di individuare le questioni cruciali e di condividere i tentativi messi in atto per affrontarle.

Intitolata “Fiorire a Milano”, l’edizione appena terminata si è svolta dal 15 al 17 maggio e ha visto la partecipazione di oltre 10mila persone, con un panel fitto di incontri – tra i relatori, il vicario episcopale monsignor Luca Bressan, gli scrittori e insegnanti Alessandro D’Avenia e don Paolo Alliata, l’ex calciatore Demetrio Albertini, la direttrice del Museo diocesano Nadia Righi, l’educatore e musicista don Claudio Burgio e tanti altri – e una mostra nella quale sono state raccolte le testimonianze delle diverse opere, come la Fom (Federazione oratori milanesi), la Fondazione Enaip, le scuole Faes.

Dai vari contributi, pur nella differenza degli ambiti operativi specifici e delle sensibilità di ciascuno, è emersa una lettura sostanzialmente condivisa, a partire dalla sottolineatura della necessità di un contesto umano, di relazioni reali, entro cui poter affrontare insieme i passi di un cammino educativo. Non solo per i ragazzi, ma anzitutto per gli adulti, chiamati a indicare una ragione positiva per la quale studiare, lavorare, vivere. Come affermato da suor Elisabetta, direttrice del centro Asteria, che organizza iniziative culturali cui le scuole di Milano e dintorni possono iscriversi e partecipare: «L’obiettivo è far incontrare i giovani con testimoni, con contenuti forti e aprire delle domande, delle domande di senso: “Io che sono, cosa desidero, qual è il mio compito in questo mondo, in questa società?”». O come raccontato da Federico, iscrittosi ad Aslam dopo un percorso scolastico travagliato: «Il punto di svolta è stato che i prof mi chiedevano ragione delle mie scelte, dei miei comportamenti, mi parlavano, a differenza di prima. È stato questo modo di rapportarsi con me che ha fatto la differenza».

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È l’esperienza vissuta da tanti volontari, che hanno avuto modo di incontrare persone venute appositamente ma anche altri che – come Carlo – sono capitati lì quasi per caso. Come racconta Alessandra: «Le prime due persone alle quali ho spiegato la mostra, mentre stavo raccontando che viviamo in un mondo pieno di solitudine anche se siamo iperconnessi e che la relazione è fondamentale nel processo educativo, mi hanno rivelato che hanno un figlio malato che non trova lavoro ma ormai non lo cerca neppure più, perché ha perso la fiducia e la speranza. Mi hanno detto che non ne parlano mai con nessuno, ma le mie parole li hanno spinti a condividere». Continua: «Li ho accompagnati allora a incontrare i volontari di una delle opere presenti, che avrebbero potuto aiutarli. Hanno voluto però anche il mio numero di telefono, molto grati di questo incontro così apparentemente casuale. Io credevo di essere chiamata a spiegare la mostra, invece sono stata chiamata a stare davanti al loro bisogno. Nulla è scontato; quello che vale è stare alla realtà così come siamo, incapaci, ma portatori di una speranza per tutti».

 


sabato 16 maggio 2026

Omelia dell'Arcivescovo Mario Delpini a conclusione della fase diocesana del processo di beatificazione del Servo di Dio don Luigi Giussani

 https://youtu.be/pMsvyWWhuz4?si=ikdCul6lbLzGtpgR


La Postulatrice della Causa, Prof.ssa Chiara Minelli, mostra i plichi delle carte da inviare a Roma alla S.Sede


La documentazione raccolta in diocesi da inviare a Roma alla S.Sede



martedì 12 maggio 2026

Forum Paris, crocevia di uomini vivi


 Forum Paris, crocevia di uomini vivi

Dall'8 al 10 maggio, la kermesse nel cuore della capitale francese. I protagonisti? Dai martiri d'Algeria alla cattedrale di Notre Dame, fino all'incontro tra due donne, la sorella di una vittima del terrorismo e la madre dell'attentatore. E molto altro. Il comunicato finale e il racconto

 

11.05.2026

Alessandro Banfi

La seconda edizione del Forum Paris volge al termine. Circa centodieci volontari, più di mille presenze, otto incontri, una serata artistica, tre mostre, numerose attività per bambini e adolescenti, centinaia di pasti preparati. Questi numeri, ma soprattutto la qualità e la profondità dei contenuti affrontati, ci riempiono di stupore e gratitudine. Nel lavoro volontario, negli incontri, nelle relazioni che sono cresciute, abbiamo percepito, ancora una volta, che la nostra vita ha un grande destino! Che siamo tutti chiamati, con la piccola pietra che abbiamo tra le mani, a costruire una grande cattedrale. Abbiamo iniziato il nostro forum guardando all’esperienza dei martiri d’Algeria, proprio nel giorno della celebrazione liturgica della loro memoria, lasciandoci sorprendere dal modo in cui ci hanno testimoniato la loro vicinanza al popolo algerino, fino al martirio. Una vicinanza che, come ci ricordava il cardinale Aveline, è la firma di Dio nella sua rivelazione. Molte altre testimonianze e tematiche sono state affrontate nel corso di questi tre giorni, ma la testimonianza di Roseline Hamel, sorella del sacerdote assassinato a Rouen nel 2016, insieme a quella di Nassera Kermiche, madre di uno dei suoi giovani assassini, è stata certamente particolarmente luminosa: la loro storia di amicizia e di perdono ha risuonato profondamente nel cuore dei partecipanti. Così come il grido di Nassera: «Facciamo rumore per la pace», che richiama la frase citata dal grande Éric-Emmanuel Schmitt: gli alberi che cadono, tutti li sentono; la foresta che cresce, nessuno la ascolta. Vogliamo guardare crescere questi germogli di luce e di pace, con pazienza, ma anche con la certezza di essere figli amati, prediletti, di far parte di una grande storia di bene, che ci ha afferrati e che è per tutti, per il mondo intero (Comunicato finale Forum Paris)

In quel «popoloso deserto che appellano Parigi» (copyright Giuseppe Verdi - La Traviata) l’ultimo fine settimana dell’8, 9 e 10 maggio è stata un’occasione unica di incontro e di dialogo. Al Forum Paris, organizzato al Buon Consiglio, un grande oratorio nel cuore della città, ad un passo dagli Invalides, i fili di una tre giorni molto intensa si sono intrecciati attorno ad un tema drammaticamente immerso nell’attualità: “Pouvons-nous attendre une lumière même dans les temps les plus sombres?”, possiamo ancora sperare in una luce nei tempi più bui? La frase è tratta da una riflessione di Hannah Arendt, la cui forza profetica sempre stupisce. Personalmente mi hanno portato al Forum i 19 beati martiri d’Algeria e la versione francese della mostra organizzata dal Meeting di Rimini l’agosto scorso, e di cui sono stato curatore, insieme agli amici di Fondazione Oasis e della Lev. La mostra “Appelés deux fois” è stata infatti una delle tre mostre del Forum. Le altre due sono state quella su Franz e Franziska (la vicenda di Jagerstaetter che si ribellò ad Adolf Hitler), Meeting 2024, ed una mostra inedita, concepita in Francia, sulla cattedrale di Notre Dame.

Per quanto riguarda la mostra sui martiri d’Algeria, gli organizzatori hanno fissato l’inizio del Forum proprio l’8 maggio, nel giorno della memoria liturgica dei 19 beati (e dall’anno scorso anche data dell’elezione del papa Leone XIV). Questa coincidenza ha permesso una combinazione eccezionale. Al primo incontro di venerdì 8 erano presenti il cardinale e arcivescovo di Algeri Jean-Paul Vesco, il postulatore della causa di beatificazione dei 19, padre Thomas Georgeon, trappista e priore del monastero di Soligny-La Trappe, e la docente all’Università di Friburgo Marie-Dominique Minassian, che ha dedicato la vita a raccogliere e catalogare gli scritti dei monaci di Tibhirine. Quasi come appendice naturale al Forum, la sera alle 18 c’è stata la messa in Notre Dame, alla presenza di tanti familiari e amici dei martiri, che ha avuto momenti di grande commozione. Che cosa ci insegnano quei martiri? Nei vari interventi al Forum è emersa la testimonianza di una Chiesa che decide di restare. E di restare con. Restare cioè al servizio della popolazione locale, condividendo tutti gli aspetti della vita. Martiri del dialogo, ma di un dialogo che è la vita stessa, non la discussione teorica su principi o valori.

La decisione di restare per tutti i 19 d’Algeria è stata sì dentro un’esperienza di comunità ma anche frutto di un discernimento personale, irripetibile. Ognuno di noi non ha solo il DNA molecolare che lo rende unico nel mondo e nella storia fra miliardi di essere simili, ma ha qualcosa dentro di sé diverso da tutti gli altri. Quelli algerini non sono martiri perché sono cristiani morti,ma perché hanno scelto liberamente di restare. Uno per uno. «Come Massimiliano Kolbe», ha detto il teologo domenicano Jan-Jacques Pérennès, biografo di Pierre Claverie.

Dunque se c’è stato un filo rosso che ha attraversato i vari momenti del Forum è che questa luce nelle tenebre ha sì a che fare con la Grazia, ma anche con la libertà. Ecco dunque la semplice e luminosa testimonianza di Franz Jägerstätter, il contadino austriaco che ha pagato con la propria vita per non volersi piegare al giuramento per Adolf Hitler. Ecco il bellissimo dialogo fra il grande scrittore Eric-Emmanuel Schmitt e il cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia e guida dei Vescovi francesi, che sono stati introdotti da un bel video dell’arcivescovo cattolico della Madre di Dio a Mosca, monsignor Paolo Pezzi, a pochi giorni dal termine del suo mandato.

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