Fontana vivace
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giovedì 15 ottobre 2026
lunedì 12 ottobre 2026
PREMIO NOBEL LETTERATURA 2026 | Anne Carson, vivere nella “luce” delle nostre ferite
Il Premio Nobel per la letteratura 2026 va alla scrittrice canadese Anne Carson (1950). Secondo i critici il suo capolavoro è "Autobiografia del Rosso"
Con rigorosa puntualità e
rispetto di una norma implicita, il Premio Nobel per la letteratura 2026 è
andato a una scrittrice, in ossequio all’alternanza politicamente corretta
uomo/donna da un po’ di tempo scolpita nelle cadenze dell’Accademia di Svezia.
Quest’anno si tratta di Anne Carson, autrice canadese settantaseienne, nata a
Toronto, poetessa, narratrice, traduttrice, saggista, autrice insomma a tutto
tondo.
(…)
Ma gli schemi finiscono qui,
perché la scelta di premiare Carson è decisamente azzeccata e fuori schema.
Cominciamo dalla sua formazione classica, che è robusta e ampia: docente di
filologia greca e traduttrice assai competente di autori come Euripide, Eschilo,
Sofocle e Saffo, ha però saputo rimanere libera dai cascami accademici: la
letteratura antica è per lei autentica linfa sotterranea, che dà sostanza alla
sua scrittura contemporanea.
Un’altra recente Nobel della
letteratura, la coreana Han Kang, aveva attraversato i territori della
classicità, soprattutto nel romanzo L’ora di greco: ma in lei si intravede in
controluce l’affettazione, l’esibizione di una cultura che ritroviamo talvolta
nella spocchia accademica. Nulla di tutto questo in Anne Carson.
Spesso i personaggi delle sue
opere emergono proprio dal mondo del mito, della Grecia classica. In quello che
i critici considerano il suo capolavoro, il romanzo in versi Autobiografia del
Rosso, il mostro alato Gerione, quello che Ercole uccide per rubargli i buoi,
torna nelle vesti di un insoddisfatto e sensibile adolescente di oggi, un
omosessuale provvisto di grandi ali rosse, amante della fotografia, che compie
il suo percorso di formazione innamorandosi di un giovane che, naturalmente, si
chiama Eracle.
Una storia di struggimento e
folgorazione, che indica come il mito possa essere per Carson vita concreta,
che si riattualizza continuamente, contenendo in effetti archetipi della nostra
anima tuttora correnti. “Vivere oltre la fine del proprio mito è una cosa
pericolosa” ha affermato d’altronde l’autrice canadese. Insomma, le questioni
fondamentali, le domande, le ferite che urgevano a Edipo o Saffo sono identiche
a quelle che assillano noi moderni.
Il tema della sofferenza e del
dolore sono frequentemente oggetto della riflessione poetica di Anne Carson: il
loro mistero, l’apertura vertiginosa e l’abisso di senso a cui queste
esperienze ci portano. “Una ferita rilascia una sua propria luce, dicono i
chirurghi” afferma l’autrice, sempre ben fornita di ironia autenticamente
British. E altrove, con grande lucidità e identica ironia: “Una delle qualità
principali del dolore è che esige una spiegazione”.
È come se prediligesse una
situazione sospesa, quella della speranza ancora viva, quando la domanda di
senso ha già sprigionato tutta la sua drammaticità di fronte alle esperienze
della vita, ma ancora la risposta tarda a venire: “Correre a perdifiato, ma non
essere ancora arrivati, è di per sé delizioso, un momento sospeso di speranza
viva”.
D’altronde, dirà altrove, “Eros
sta nel mezzo”. Per “correre a perdifiato” non risparmia nessuna forma, nessuna
disciplina: le sue opere rompono ogni schema di genere letterario, nello stesso
libro la poesia sta di fianco al saggio accademico, a una canzone, un copione
teatrale, una traduzione, un collage addirittura.
(…)
Si può aprire il suo Era una
nuvola, recentemente presentato da Crocetti come libro di poesia, e trovarvi
anche testi brevi, aforismi, riflessioni e appunti che variano naturalmente
dalla quotidianità al mito, tra l’ordinarietà odierna e la monumentalità del
classico. I suoi libri rifiutano ogni sviluppo rettilineo e ordinato, sono
piuttosto una commistione di immagini, pensieri, concetti attorno a temi che
toccano la natura dell’essere umano, della storia e della morte, del
linguaggio, del quale tra l’altro Carson afferma: “Il linguaggio è ciò che
allevia il dolore di vivere con gli altri, il linguaggio è ciò che riapre le
ferite”. Insomma una scrittrice non facile da leggere, per noi che amiamo i
romanzi brevi, con trama lineare, contenuto chiaro e possibilmente non troppo
profondo, lieto fine.
Occorre aggiungere che l’Italia
non si è fatta trovare impreparata alla proclamazione del Premio Nobel della
letteratura di quest’anno: oltre ai già citati Autobiografia del Rosso, edito
dalla Nave di Teseo, e Era una nuvola, seguito per Crocetti (che ha in catalogo
anche un altro strano libro di Carson, Il genere del suono, sul rapporto tra
maschile e femminile nei suoni del mondo passando dai miti a Margaret Thatcher,
da Gertrude Stein a Freud) da uno scrittore con le antenne come Davide Brullo,
diverse altre opere sono disponibili in traduzione per il lettore italiano.
L’editore Donzelli ha appena
annunciato la ristampa di Antropologia dell’acqua, una riflessione sulla natura
liquida del linguaggio, sul suo arrestarsi e partire, restare e dissolversi,
mentre le edizioni Utopia hanno in catalogo, nella collana curata da Antonella
Anedda, Economia dell’imperduto e La norma sbagliata. Molto spesso le ardue
traduzioni italiane di Anne Carson sono dell’ottimo Patrizio Ceccagnoli.
Articolo completo su il
sussidiario.net
Gianfranco Lauretano Pubblicato 9
Ottobre 2026,
domenica 11 ottobre 2026
DOSSIER MAFIA APPALTI | L’ordinanza che riscrive la storia dell’antimafia palermitana
In tutta sincerità, sta
diventando sempre più difficile per un professore universitario di procedura
penale trasferire ai propri studenti la fiducia verso il sistema giudiziario,
nonostante già da tempo si sia, almeno personalmente, abiurato ai princìpi della
certezza del diritto e della funzione di nomofilattica della giurisprudenza di
legittimità.
Se pertanto una coltre di nebbia
e sfiducia incombe sulla dea bendata, la lettura dell’ordinanza di
archiviazione pronunciata dal gip di Caltanissetta sulla pista mafia-appalti
come movente della strage di via D’Amelio produce un effetto di sgomento difficilmente
esternabile.
Il giudice Santi Bologna ritrae
un quadro della magistratura palermitana francamente da brividi. In primo
luogo, ha affermato a chiare lettere che chi sostiene che la gestione del
dossier mafia-appalti sia stata “ineccepibile fin dalle sue origini” propone
una tesi “totalmente priva di fondamento”.
Secondo il Gip, infatti, quando
Falcone e Borsellino potevano ancora usare quel materiale, tutto il contesto
che li circondava si è adoperato per remare loro contro, avvolgendoli in una
palude capace di risucchiarli senza scampo. Solo dopo la loro morte, e grazie
allo scoppio di Mani pulite, al crollo degli equilibri politici, al suicidio di
Raul Gardini, si smossero le acque.
Occorre quindi capire, scrive
sempre il Gip, in che contesto Falcone e Borsellino hanno provato, invano, a
fare da apripista. Ebbene, le parole vergate dal giudice sono come pietra; egli
scrive infatti di un “clima ostile ed emarginante, (…) contraddistinto dalla
distanza siderale esistente tra la loro capacità professionale e quella di
tanti altri magistrati a loro coevi”.
Per carità, questa distanza era
stata già espressa con forza dallo stesso Borsellino a poche settimane dalla
strage di Capaci nel famoso intervento alla biblioteca comunale di Palermo; ma
leggere in termini così espliciti del divario tra il modo con cui Cosa nostra
percepiva l’operato degli altri magistrati, fra cui l’ex procuratore Giammanco
ma anche il magistrato a lui più vicino e cioè Giuseppe Pignatone, rispetto
all’atteggiamento rigoroso avuto nei confronti di detto ambiente prima da parte
di Falcone e successivamente di Borsellino, fa francamente rabbrividire.
Ancor di più se ciò viene condito
dalla sottolineatura delle gravi bugie di numerosi ex colleghi che hanno negli
anni raccontato diverse false circostanze, tanto da spingere il Gip a scrivere
di “contributi dichiarativi del tutto mendaci”.
L’ordinanza cita poi ad esempio
la vicenda Gladio, ricordando come Falcone ritenesse utile, per non dire
importantissimo, aprire un’approfondita indagine per le possibili interessenze
su alcune delicatissime indagini in corso, mentre il procuratore capo Giammanco
cercò in tutti i modi di mettergli i bastoni fra le ruote, e quando non riuscì
a evitare che si procedesse all’acquisizione di atti, gli affiancò Pignatone,
circostanza che spinse Falcone a confidare al cognato come fosse convinto che
il giovane collega avesse il compito di marcarlo e controllarlo. L’ordinanza
arriva così a bollare come infondate le affermazioni di Pignatone sentito a
verbale nell’ambito di questa inchiesta.
Del procuratore Giammanco era ben
nota una certa ambiguità, ma Pignatone ha rappresentato a lungo un simbolo
dell’antimafia, diventando il procuratore capo di Roma e assumendo ruoli di
prestigio anche dopo il suo pensionamento.
Anche la stagione di Caselli
subisce una dolorosa ridefinizione se il suo principale collaboratore, ovvero
il dott. Lo Forte, a sua volta viene appellato come un testimone che ha
mentito.
(…)
Insomma, nelle 644 pagine con le
quali il giudice di Caltanissetta Santi Bologna cristallizza la storia del
dossier mafia-appalti, parlando di gestione scellerata da parte di tutti i
pubblici ministeri coinvolti e con Borsellino “volutamente” tenuto all’oscuro
dell’archiviazione, si riscrive una parte importante della storia italiana
della lotta alla mafia, da cui escono a pezzi tutti i protagonisti che
ruotavano intorno ai due magistrati uccisi e che a vario titolo hanno cercato
di raccoglierne l’eredità.
Da questo procedimento, giova
chiarirlo, non nasce alcuna accusa penale. Il Gip lo scrive con chiarezza,
specificando tuttavia che le anomalie riferibili a Lo Forte, Pignatone, Natoli
e Scarpinato “non sempre riescono a collocarsi ‘solamente’ nell’alveo di
comportamenti negligenti o imperiti”, aggiungendo una chiosa assai illuminante:
“le uniche audizioni davvero attendibili” sono quelle del luglio 1992 perché le
uniche a non risultare ancora contaminate “dal tossico diffondersi, negli anni
successivi, anche tra magistrati, di tesi precostituite”.
Il punto critico, anzi, il punto
doloroso è come tali magistrati vengano, seppure con sfumature diverse,
adontati come qualcosa di simile ai responsabili morali delle stragi, aprendo
pertanto a una sorta di revisionismo della storia dell’antimafia palermitana
che certo spetterà all’analisi storica verificare, ma che nell’immediato fa
calare una tetra nebbia sui protagonisti di quegli anni.
(…)
È allora quanto mai triste che,
oltre a dover prendere atto di come il nostro sistema giudiziario possa
avvitarsi su se stesso nella ricerca della verità a distanza di vent’anni fra
testi omessi e false prove, si debba prendere anche coscienza che nessuno dei
più o meno giovani magistrati che all’epoca raccolsero l’eredità dei due eroi
caduti nel nefasto 1992, non si siano poi dimostrati alla loro altezza.
Eppure, su quelle morti la
magistratura ha costruito la propria supremazia morale. Che essa oggi
scricchioli sempre di più, non è una buona notizia per la nostra democrazia.
Articolo intero: sussidiario.net
giovedì 8 ottobre 2026
Ildegarda di Bingen. Una mistica alla Biennale
Intervista a Sara Salvadori, studiosa delle miniature della monaca benedettina e dottore della Chiesa protagonista del Padiglione della Santa Sede a Venezia. Con il suo linguaggio «disegna suoni». Ecco perché le sue opere vanno lette come partiture
01.10.2026
Luca Fiore (tracce.org)
Un po’ san Francesco, un po’
Leonardo da Vinci, un po’ Teresa d’Avila. Ildegarda di Bingen (1098-1179) non
sta dentro una sola misura: badessa benedettina, medica, cosmologa,
compositrice, poetessa, proclamata santa e dottore della Chiesa nel 2012 da papa
Benedetto XVI. Cantava la natura come il Poverello; tre secoli prima dell’uomo
vitruviano disegnava l’uomo dentro la ruota del cosmo e, come la Santa di
Avila, conosceva le stanze del castello interiore. È a lei che è stato dedicato
il Padiglione della Santa Sede alla Biennale d’Arte di Venezia di quest’anno.
L’orecchio è l’occhio dell’anima, questo il titolo, è curato da Hans Ulrich
Obrist (il più influente curatore di arte contemporanea degli ultimi
trent’anni) e Ben Vickers con il Soundwalk Collective. Si entra con le cuffie
nel Giardino mistico dei Carmelitani Scalzi, accanto alla stazione di Santa
Lucia: 24 tra musicisti e poeti — da Brian Eno a Patti Smith — rispondono ai
canti e alle visioni della monaca renana. A guidarci dentro quel mondo è Sara
Salvadori, fiorentina, autrice per Skira di tre volumi che hanno reso
accessibili in grande formato le miniature ildegardiane.
Come è arrivata a Ildegarda?
Ho studiato viola al
conservatorio e ho suonato in orchestra. Poi mi sono dedicata alla didattica
della musica per bambini e al tema “musica e salute” in Pediatria e Geriatria.
Anni fa, in una scuola di cristianità vicino a Firenze, don Giorgio Mazzanti — prete,
poeta e teologo — aveva proposto di raccontare ai ragazzi alcune figure di
santi. Cercando un’ispirazione comprai un libro di biografie e una sera, tardi,
mi imbattei in lei. Pensai: non è per i ragazzi, ma qui c’è qualcosa di molto
particolare. Quando lo raccontai a don Giorgio, mi portò nella sua biblioteca e
mi mise in mano il codice delle miniature di Lucca: «Vai e studiala, perché lei
è importante per il mondo di oggi». Non aggiunse altro. Tornai a casa, mi
spaventai. Dopo tre settimane, glielo riportai senza averlo letto. Ma Ildegarda
si ripresentò più tardi. E non l’ho più abbandonata.
In che cosa consiste il suo
lavoro sulle miniature?
Ildegarda procede sempre in due
tempi. Prima descrive l’immagine così come la vede, poi la spiega. Dice:
«L’uomo che ho visto sopra il monte è Dio», «La figura piena di occhi è il
timore di Dio». Io ho preso ogni singolo elemento di ogni miniatura e gli ho
messo accanto la spiegazione che lei stessa ne dà, con le sue parole. Per
ciascuna tavola ho costruito una legenda: l’immagine grande, la stessa immagine
con i rimandi, e la chiave di lettura di ogni simbolo. Così chiunque, un
musicista, un erborista, un accademico, può avere in una pagina sola la visione
e il suo significato.
Le miniature erano sempre state
lette come semplici illustrazioni del testo. Invece c’è un secondo livello:
Ildegarda riprende gli stessi elementi, con gli stessi nomi, in visioni
lontanissime tra loro, e così traccia un cammino che le parole non raccontano
Lei però dice che dentro
quelle immagini c’è un “linguaggio”. Che cosa intende?
Le miniature erano sempre state
lette come semplici illustrazioni del testo. Invece c’è un secondo livello:
Ildegarda riprende gli stessi elementi — con gli stessi nomi — in visioni
lontanissime tra loro, e così traccia un cammino che le parole non raccontano.
All’inizio compare una nube verde: è Eva, l’umanità. Quella nube ritorna, si
moltiplica in dieci nubi, poi in dieci aurore, fino a diventare una sola
Aurora: Maria. Sono quattro miniature diverse, distantissime nel libro, che
nessuno aveva mai messo in fila. Eppure raccontano, senza una parola, il
passaggio da Eva a Maria. È quello che accade nella Bibbia, dove sotto il
racconto corrono altri livelli di senso. Lei lo fa con la parola, con il suono
e anche con le immagini.
Lei dice che queste miniature
vanno lette come partiture. C’è un punto in cui il suo orecchio di musicista ha
colto qualcosa che agli altri sfuggiva?
Ildegarda era una compositrice, e
per lei la musica era una scienza: rapporti, proporzioni, la tradizione
pitagorica di Boezio. Nel suo ultimo ciclo di miniature i cerchi sono
moltissimi, alcuni perfino esteticamente “non particolarmente belli”. Li ho raccolti
e ordinati per dimensione: formano una progressione esatta. Da lì l’intuizione
che quando Ildegarda disegna un cerchio, lei stia disegnando un suono. L’ultima
immagine, quella del paradiso, è quasi spoglia: nessuno direbbe «qui c’è la
gioia, la lode». Ma la misura di quei cerchi — Maria, l’Agnello, il Padre —
compone la consonanza perfetta. Lì la lode è una proporzione.
Perché una mistica del XII
secolo parla al nostro presente?
Un aspetto per il quale in questa
epoca la sentiamo vicina è quello che oggi viene definito “visione olistica
della realtà”, anzitutto. Lei dice: corpo, anima e razionalità devono andare
insieme. Lo stiamo riscoprendo dopo la grande parentesi illuminista. E poi c’è
la sua cosmologia: nel nostro gruppo di lavoro è entrato anche un astrofisico
con il quale abbiamo constatato che le parole con cui Ildegarda descrive i fili
dorati che escono dalla bocca di Caritas, Amore divino, filamenti che tengono
insieme e ordinano il cosmo, sono così simili all’immagine della “ragnatela”
con cui la fisica contemporanea descrive le forze dell’universo. Le due
definizioni messe a confronto sono sorprendenti.
Che cosa la colpisce di più
della sua biografia?
Quarant’anni di visioni in
silenzio, senza scrivere una parola. Poi, a 42 anni e sette mesi, comincia a
scrivere. E impiega dieci anni per comporre la prima opera. È un tempo di
gestazione che non appartiene al nostro oggi. Forse per questo è così interessante
la scelta di dedicare all’ascolto il Padiglione della Santa Sede in un tempo e
in uno spazio dilatato. Un altro aspetto è il luogo in cui Ildegarda nasce e
vive. Dio la mette al centro dell’Impero, accanto all’imperatore e al papa, nel
cuore della scena politica. Nasce con un compito, essere profetessa in un tempo
e in uno spazio storico decisivo per la storia della Chiesa. E ancora, un
luogo, immerso nel verde, nella terra fresca e umida dove sono presenti
importanti cave di pietre preziose e di ferro e vicino al grande fiume Reno, la
natura di cui Ildegarda racconta e scrive con tanta attenzione. Non la capisci,
se non sai da dove guarda.
Che effetto le ha fatto il
Padiglione della Santa Sede?
Mi ha colpita che la proposta di
dedicare il Padiglione a Ildegarda non sia partita dal Vaticano ma da un
curatore di arte contemporanea. Obrist ha ripescato un ricordo d’infanzia: il
padre che lo portava nella biblioteca di San Gallo e ha detto che da molto
aspettava un’occasione per parlare di lei. È un gesto coraggioso e giusto: il
giardino monastico, il silenzio, il tempo rallentato. Oggi Ildegarda non ci
parla, ci urla: vai più piano, fai le cose con le mani, contempla. Mi è
piaciuto il “largo” costruito sugli intervalli aurei ildegardiani, l’espandersi
sonoro che assomiglia alla sua Trinità fatta di cerchi, e il disegno del
labirinto. Il linguaggio musicale è contemporaneo, legato alla pratica del
paesaggio sonoro e della musica ambientale. E mi ha commossa, nella seconda
sede del Padiglione al complesso di Santa Maria Ausiliatrice, la registrazione
dal vivo del canto quotidiano delle monache che recitano le Ore.
(…)
Il Padiglione piace molto.
Ildegarda “arriva” in maniera
estremamente pop. Molti lo dicono, ed è vero: è straordinariamente attuale,
iper contemporanea. Le sue miniature non sono legate a un tempo – nessuno ne ha
fatte di simili, né prima né dopo – sono continua ispirazione, come abbiamo
visto anche nella parte alla chiesa di Santa Maria Ausiliatrice. Lei si
presenta come fanno i santi: è esplosiva. Mi viene in mente sant’Orsola con le
sue undicimila vergini, il riferimento di Ildegarda stessa, a cui ha dedicato
molti canti e io penso sempre che Ildegarda come lei stia allestendo un suo
piccolo esercito: ha preso Obrist, ha preso Vickers, per arruolarli in ciò che
vuole comunicarci. È come se Dio mandasse il santo di cui quell’epoca, quel
momento ha bisogno, adesso. Don Mazzanti, di lei, diceva: «È come una supernova
esplosa molto tempo fa, la cui luce ci raggiunge ancora oggi».
(…)
Ildegarda era molto amata
anche da don Giussani.
Sì, quando all’inizio ho cercato
nella discografia ho notato che aveva inserito un cd, Ave Generosa, nella
collana “Spirto Gentil”. Forse Ildegarda è arrivata a lui tramite Romano
Guardini, di fatto Giussani ha colto il valore di queste composizioni in tempi
in cui non era ancora così nota in Italia. È stato un pioniere. I visionari
sanno riconoscere i visionari.
Dopo vent’anni, che cosa le ha
lasciato questo lavoro?
Una cosa che ho messo a fuoco
solo da poco. Mi sono affannata a leggerla, a capirla, e a un certo punto mi
sono accorta che Scivias, “conosci le vie”, la sua prima opera illustrata dalle
miniature che amo così tanto, aveva lavorato dentro di me. Pensavo di studiare
immagini, e invece erano “le vie” a operare in me. È accaduto come con la
Divina Commedia: credi di attraversare un’opera letteraria, e ti accorgi che
lei plasma il tuo vivere senza che te ne sia accorto.
mercoledì 7 ottobre 2026
Domenico si sentiva inutile. «Noi l’abbiamo incontrato»
Per settimane Deborah Giovanati è
andata a trovare il primo malato aiutato dalla Regione Lombardia nel suicidio
assistito: «Perché il valore di una persona non dipende da ciò che riesce
ancora a fare»
30.09.2026
Maria Acqua Simi
Domenico Zuccarella aveva 59
anni, una sclerosi multipla secondariamente progressiva e da mesi chiedeva di
poter morire. Aveva presentato la richiesta di suicidio medicalmente assistito
all’Asst Ovest Milanese l’8 novembre 2025 ed era seguito dall’associazione Luca
Coscioni. Dopo 290 giorni, il 25 agosto, si è dato la morte. E per la prima
volta in Lombardia, il Servizio sanitario regionale ha gestito interamente
l’attuazione: assistenza sanitaria, fornitura della sostanza letale, luogo dove
è avvenuta l’autosomministrazione. Deborah Giovanati, consigliera comunale a
Milano, ha l’identica malattia di Domenico, sia pure in uno stadio meno
avanzato. Ha dolori in tutto il corpo, muscoli che non rispondono, a volte è
costretta a camminare con un bastone. «Il male», spiega, «viene più o meno
mitigato dai farmaci, ma quella è la costante di ogni giorno, come un pungolo
di cui non ci si può mai scordare».
Anche Giovanati è alla continua
ricerca di terapie. Ma vuole anche vivere la vita tutta intera perché, come ha
detto il Papa a Rimini, «il futuro è una promessa, mai una minaccia».
Soprattutto, non vuole farlo da sola. Nel suo incarico istituzionale ha firmato
interrogazioni, presentato richieste di accesso agli atti sia in Regione sia
alle aziende ospedaliere, ha tenuto incontri sul suicidio assistito con
l’associazione Rete Popolare e scritto articoli e appelli ai giornali. Non si è
sottratta al dialogo con chi si occupa del tema, non ultimo Luca Zaia, fautore
della legge regionale veneta che regolamenta il suicidio medicalmente
assistito. La sua non è solo una battaglia politica, ma culturale. «Il terreno
culturale è quello sul quale non si può arretrare», spiega. «Oggi c’è una
concezione dell’uomo devastante: l’essere umano vale, quindi ha dignità, solo
se è performante. Il cristianesimo invece ci ha insegnato l’opposto: che
valiamo tutti. E che quando siamo in una strada di sofferenza, abbiamo bisogno di
qualcuno che dica “sono con te”».
È con questa convinzione che lei
e il marito Paolo Capizzi, insieme a un caro amico del movimento, Nicola
Signorelli, hanno cominciato ad andare a trovare Domenico nella clinica in cui
era ricoverato. Una volta alla settimana, con fedeltà, per mesi, nonostante
tutte le difficoltà di coniugare la logistica del lavoro e dei figli: Deborah e
Paolo ne hanno quattro, Nicola e la moglie Cecilia sei.
«Il desiderio di conoscerlo mi
venne quando lo vidi parlare in tv. Raccontava del braccio che non riusciva più
a muovere, del telefono che non riusciva più a usare. Ma nessuno aveva pensato
di prendergli il puntatore oculare? Lo avranno mai portato a vedere le stelle?»
Racconta la donna: «Il desiderio
di conoscerlo mi venne quando lo vidi parlare in tv. Domenico raccontava del
braccio che non riusciva più a muovere, del telefono che non riusciva più a
usare. Ma nessuno aveva pensato di prendergli il supporto, il puntatore
oculare? Qualcuno gli ha mai fatto vedere un film che gli piace, oltre che
offrirgli la possibilità di morire? Lo avranno mai riportato a vedere le
stelle? Incontrerà degli amici?». Così, come già aveva fatto senza successo per
altri casi simili, ha contattato Marco Cappato, tesoriere dell’associazione
Coscioni. Gli ha chiesto di far leggere a Domenico un articolo da lei scritto
sul fine vita, e di domandargli se gli andasse di incontrarla. Domenico ha
letto e accettato.
Mentre erano in auto diretti alla
struttura del ricovero, racconta Paolo, hanno recitato il Rosario: «Era una
cosa più grande di noi. Sapevamo di non poter cambiare le cose, ma chiedevamo
al Signore che attraverso di noi Lui potesse manifestarsi. Abbiamo affidato
quell’incontro alla Madonna». Ne è nato qualcosa di imprevisto. «Un’amicizia»,
chiariscono i tre. Scoprono che Domenico ama i concerti di Vasco Rossi, il buon
vino, gli piace fumare e che un tempo aveva abbracciato la fede grazie a un
sacerdote che gli era rimasto caro ma che non sentiva da anni. Così le visite
diventano settimanali e il tempo insieme scorre parlando della vita, dei figli,
dei vitigni. L’uomo, racconta Nicola, si interessava di tutta la loro vita,
domandava del loro lavoro, delle famiglie, degli amici.
«Alcune persone intorno a lui»,
incalza Deborah, «a un certo punto gli avevano suggerito di interrompere i
rapporti con noi perché insinuavano che volessimo rallentare la procedura per
il suicidio assistito. Ma lui non ha voluto. “Li ho mandati a quel paese”, ci
ha detto, “perché siete brave persone, mi piace stare con voi e bere il vino
con voi”. Il giorno che gli avevamo portato una buona bottiglia era felice:
“Non ho mai bevuto un vino così buono. Mi è sembrata una domenica di festa”, ci
aveva detto». Con l’inoltrarsi dell’estate, Domenico si è fatto più silenzioso:
«Avevamo capito che la data della morte si avvicinava», ammette Paolo.
In una delle prime visite,
aggiunge, un conoscente lì presente aveva chiesto seccamente a Domenico se
volesse morire per i dolori oppure per un’altra ragione. La risposta fu: «Io
così mi sento inutile». È una frase che ha martellato in testa ai tre amici per
settimane. «Domenico», chiarisce Deborah, «non era un malato terminale nel
senso consueto del termine. Aveva una malattia irreversibile e progressiva, un
corpo sempre più dipendente, ma poteva ancora essere curato. La parola
“inutile” apre un’altra questione: che cosa succede quando una persona comincia
a pensare che il proprio valore dipenda solo da ciò che riesce ancora a fare?
Io nella mia vita ho visto che non è così».
Giovanati ricorda quando era una
studentessa piuttosto vivace. Viveva a Stagno Lombardo, nel Cremonese. Alcuni
adulti avevano proposto a lei e altri giessini scapestrati una caritativa:
andare a casa di Andrea e Federica, due fratelli con disabilità gravissime.
«Più eri agitato, più ti mandavano a trovarli. Li portavamo in giro in
carrozzina, stavamo con loro in piscina. Intorno a quella famiglia si muoveva
un intero paese e tanti amici di CL: chi aiutava, chi abbatteva uno scalino per
far passare le sedie a rotelle, chi finiva di lavorare e andava a dare una mano
in casa». Da quei due ragazzi Deborah ha imparato «che la malattia non è
contraddizione alla vita». Andrea e Federica potevano apparire persone che «al
mondo non davano nulla», perché non erano «funzionali come lo si può
considerare». E invece «in realtà c’erano, erano gioia pura, erano pieni di
rapporti».
Quando è diventata lei quella ad
aver bisogno, la lezione non è scomparsa. «Dare significato alla sofferenza non
può essere solo uno sforzo volontaristico. È una grazia da chiedere ogni
giorno». Il marito sa che queste non sono frasi fatte: «Ci sono mattine in cui
non riesce ad alzarsi dal male e io sono impotente. Non le risolvo la questione
fondamentale: cosa dà senso a quelle giornate? Non certo io con i miei poveri
mezzi. Ma il continuo affidare a Dio questo matrimonio, questi figli, nei
giorni buoni e in quelli meno buoni». Raccontano del dolore per due figli,
Martino e Giuseppe, morti prematuramente in gravidanza. E poi di Andrea, il
quarto, arrivato quando la malattia di Deborah già galoppava. Nicola guarda la
coppia di amici: «Quello che abbiamo scoperto stando con Domenico è che davvero
la cosa più difficile del mondo è lasciarsi voler bene, accettare di non essere
perfetti; eppure, di essere amati».
Deborah è affetta dalla stessa
malattia di Domenico. Racconta il marito: «Ci sono mattine in cui non riesce ad
alzarsi per il male e io sono impotente. Non le risolvo la questione
fondamentale: che cosa dà senso a quelle giornate?»
Un giorno, al lavoro, Nicola
racconta di Domenico a due colleghe. Loro non capiscono: perché continuare ad
andare da uno che ha scelto di morire? Lui ripensa a quelle visite. «Non
potevamo salvare Domenico, anche se pregavamo tanto, nella discrezione, che potesse
continuare a vivere. Però potevamo essere lì e sottrarlo, almeno per qualche
ora, all’idea di essere soltanto la sua malattia». Potevano solo stare lì.
(…) continua su Tracce.org
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Communio. Una storia che risale agli anni Sessanta e oggi si misura con nuove
sfide: le frammentazioni, le polarizzazioni e le ideologie transumaniste
01.10.2026
Federico Anzini
Don Luigi Giussani, Hans Urs von
Balthasar (di spalle) e don Eugenio Corecco nel 1971 a Einsiedeln, dove si
tennere gli esercizi spirituali per i gruppi di CL delle università di
Friburgo, Berna e Zurigo (©Associazione Amici di Eugenio Corecco))
Don Luigi Giussani, Hans Urs von
Balthasar (di spalle) e don Eugenio Corecco nel 1971 a Einsiedeln, dove si
tennere gli esercizi spirituali per i gruppi di CL delle università di
Friburgo, Berna e Zurigo (©Associazione Amici di Eugenio Corecco))
Il numero zero è uscito in estate
ed è stato presentato il 23 agosto all’Arena Tracce del Meeting di Rimini. Dopo
tredici anni di silenzio, Communio. Rivista cattolica internazionale torna a
uscire in italiano. Non da Milano, dove era nata nel 1971 e dove aveva chiuso
nel 2013: la nuova redazione di lingua italiana lavora a Lugano, nel Canton
Ticino. Editrice è l’associazione Communio della Svizzera italiana, con sede al
Collegio diocesano Pio XII di Breganzona, in coedizione con Cantagalli. Il via
libera è arrivato dall’assemblea internazionale della rivista nel 2025.
A Rimini monsignor Massimo
Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla, ha fatto risalire il
titolo della rivista a un luogo che i lettori di Tracce conoscono bene:
«Giussani già nel 1964, nelle meditazioni della Settimana Santa a Varigotti, aveva
fatto della comunione il cuore dell’esperienza cristiana cui voleva
introdurci». E ha aggiunto: «Il nome di CL dunque non nasce dal nulla, così
come non nasce dal nulla il titolo Communio». C’è un dettaglio che chiude il
cerchio. A quel Triduo pasquale del 1964 partecipava anche un giovane prete
svizzero, Eugenio Corecco, assistente degli studenti cattolici ticinesi, che
aveva letto un’intervista a don Giussani su una rivista e aveva voluto
conoscerlo. Angelo Scola, allora universitario, lo ricorda in un fuoco di fila
di domande poste al relatore. Da lì nacque un’amicizia che porta dritta alla
rivista.
Il resto lo racconta la biografia
di Corecco scritta da Antonietta Moretti. Fu Scola a leggere su Le Monde che il
progetto di una nuova rivista teologica – patrocinata da Joseph Ratzinger,
Henri de Lubac, Hans Urs von Balthasar e altri – si era arenato, e propose di
offrire la loro collaborazione. Corecco telefonò a von Balthasar a Basilea
senza conoscerlo di persona. Il teologo li rimandò a Ratzinger, allora
professore a Ratisbona: è il «pomeriggio di Ratisbona» del 1971 che Camisasca
ha rievocato a Rimini. L’anno dopo, a Monaco, la rivista veniva varata con De
Lubac e von Balthasar. Il titolo lo proposero Corecco e Sante Bagnoli,
l’editore della Jaca Book che avrebbe pubblicato l’edizione italiana: il primo
fascicolo porta la data del dicembre 1971.
(…)
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