mercoledì 21 ottobre 2026

la riflessione di mons. Erik Varden sulla famiglia


 


Il vescovo di Trondheim (Norvegia) e presidente della Conferenza Episcopale Nordica, monsignor Erik Varden, ha pubblicato la sua riflessione sull’incontro tenutosi a Roma dal 7 al 14 ottobre in occasione del decimo anniversario di Amoris laetitia.

 

In questo intervento, Varden sviluppa anche le sue considerazioni sulla crisi della famiglia, la castità, la preparazione al matrimonio, l’indissolubilità del vincolo coniugale e la missione evangelizzatrice delle famiglie cristiane.

Il prelato precisa che si tratta di riflessioni personali e non delle conclusioni ufficiali dell’assemblea. Riproduciamo di seguito la traduzione integrale in italiano del testo originale in inglese, pubblicato con il titolo Laetitiae Amor.

 

 

Il giorno della festa di san Giuseppe di quest’anno, papa Leone XIV ha annunciato il desiderio di convocare a Roma tutti i presidenti delle conferenze episcopali del mondo per discutere le ripercussioni di Amoris laetitia, a dieci anni dalla sua promulgazione.

Il Santo Padre ci ha chiesto di riflettere su come annunciare il Vangelo alle famiglie in modo più efficace.

L’incontro, durato una settimana, si è concluso ieri. Verrà pubblicato un rapporto quando il Santo Padre si sarà ripreso dalla sua malattia —una guarigione che speriamo, con le nostre preghiere, sia rapida e completa—, ma Leone XIV ha chiesto ai partecipanti di condividere senza indugio la loro esperienza dell’incontro con le rispettive conferenze episcopali e diocesi.

L’incontro si è svolto secondo uno schema strutturato in cinque grandi temi. Ognuno ha fornito materia per una giornata intera di scambi. Di seguito espongo le mie riflessioni personali su questi temi.

Queste riflessioni non parlano a nome dell’assemblea, la cui ricchezza di lavori tutti potranno conoscere a tempo debito. Sono semplicemente il contributo di una sola voce, una seconda viola, a questa grande orchestra ben composta.

 

Le famiglie oggi

La vita familiare è oggi sottoposta a pressioni di ogni genere: sociologiche, economiche e culturali. Ne siamo molto consapevoli. Tutte meritano considerazione.

Tuttavia, la pressione più persistente ha radici più profonde. In un tempo sorprendentemente breve abbiamo perso la nostra comprensione collettiva dell’umano. Salvo all’interno di determinati gruppi di interesse, oggi è difficile trovare parole condivise per descrivere cosa sia un essere umano. Non siamo più d’accordo su cosa renda una donna donna, un uomo uomo o un bambino bambino.

I transumanisti tecnologici proiettano un futuro in cui l’uomo probabilmente sarà superato dal «progresso» finché la sua natura non sarà «migliorata». Avendo abbandonato l’idea della redenzione, ora riponiamo la nostra speranza negli aggiornamenti tecnologici. Diamo per scontato che i parametri di oggi non saranno applicabili domani. Di conseguenza, l’idea di qualsiasi impegno permanente sembra assurda.

Le alleanze e i patti cedono il posto ai «negoziati» in politica e nel commercio. Lo stesso accade con le relazioni umane, sempre più considerate transazioni pragmatiche: rimango legato a qualcosa, o a qualcuno, finché ne traggo un beneficio o un piacere. Poi proseguo.

In un simile contesto, la famiglia, come unità di base della società umana, non può che disgregarsi. Non sembra più evidente che le famiglie debbano essere unità stabili, costruite sul vincolo a vita tra una donna e un uomo, con la speranza di generare figli.

Una donna e un uomo possono ancora unirsi —dopotutto, viviamo in un mondo libero—, ma tale unione non è più considerata categoricamente distinta da quella formata da due donne o due uomini, o da due persone che si considerano di genere fluido. Inoltre, perché limitare tale unità a due individui? Si estendono le rivendicazioni di riconoscimento giuridico del poliamore.

Ci troviamo in uno stato di eclissi metafisica.

La fede in Dio come Creatore benevolo è in gran parte perduta. Non crediamo più che la nostra esistenza sia stata voluta. Come possiamo allora conservare la consapevolezza che la nostra stessa vita è un dono che, a nostra volta, possiamo donare, persino consacrare, a un’altra persona? La nostra è un’epoca di desacralizzazione nata da una disperazione letterale, dall’escludere la possibilità stessa della «speranza».

Osservo questi fenomeni nel mio ambiente sociale, nella mia corrispondenza e conversazioni, e nel confessionale.

Constato anche una tendenza contraria. Incontro molte persone giovani, e non così giovani, che sono stanche dell’effimero. Si rifiutano di abbandonare la «speranza». Osano pensare che possa esistere qualcosa chiamato «verità» su cui costruire le loro vite.

Se ci prendiamo cura e sosteniamo queste persone, aiutandole a fiorire, potremo favorire un rinnovamento della cultura familiare. Dopotutto, tutti vogliono essere felici. Molti non lo sono. Su questo concordano i sociologi. Contemplare una famiglia che fiorisce farà sì che altri desiderino fiorire a loro volta.

Fiorire non equivale a essere continuamente deliranti di felicità.

La vita umana è difficile, qualunque sia la sua forma. Trovo che la maggior parte delle persone ne sia abbastanza consapevole. Per questo possono stancarsi di un vocabolario benintenzionato, ma ripetitivo, sull’«accompagnamento», l’«essere in cammino» o l’«essere ascoltati». Naturalmente, desiderano essere trattati con attenzione e rispetto, ma ciò che vogliono è orientamento, che venga loro indicata una meta e insegnato a vivere bene.

Dio si è fatto uomo con questo scopo: mostrarci di cosa tratta la vita e verso dove è diretta, insegnarci, mediante consigli e comandamenti, come condurre una vita buona e feconda.

Quando Cristo incontrò la samaritana al pozzo, non le disse: «Bene, sediamoci e raccontami tutto». Fu Lui a dirle «tutto ciò che aveva fatto» (cfr. Gv 4,29).

Questo le permise di iniziare una vita nuova.

Dobbiamo lasciare che Cristo ci dica chi siamo, ci indichi le nostre vie sbagliate, ci faccia riconoscere le nostre colpe e ci diriga verso il fine per cui siamo stati creati.

Cristo è il nostro Salvatore, ma non solo. È anche l’Immagine secondo la quale siamo stati creati, il Prototipo che ci rivela a noi stessi. Saremo pastoralmente efficaci nella misura in cui rimarremo amorosamente obbedienti a Lui.

 

Potremmo persino avere l’opportunità di restituire la speranza alla società.

 

I giovani e la scoperta del matrimonio

Uno studio pubblicato un paio di anni fa dall’American College of Pediatricians indicava che il 54 % degli adolescenti aveva visto pornografia prima di compiere tredici anni, e il 15 % prima degli undici. Senza dubbio, quelle cifre sono aumentate da allora.

Il consumo di pornografia è piuttosto diffuso tra i giovani adulti, sia uomini che donne, in tutto il mondo. Influenza enormemente il modo in cui i giovani si relazionano affettivamente.

Quando qualcuno è stato assillato fin dall’infanzia da un universo di lussuria in cui il sesso è materia di consumo, dove l’oggetto del desiderio può essere sostituito costantemente —anche se sempre fisicamente perfetto—, dove il romanticismo è assente e non esistono regole, fare il passo verso una relazione duratura e fedele con un essere umano concreto, imperfetto e bisognoso, la cui alterità non può essere ridotta a un’astrazione, comporta un salto enorme, forse insormontabile.

L’universo pornografico è trasgressivo. Suggerisce limiti solo per attirare i consumatori a superarli, insinuando prospettive di un potere capace di assumere qualsiasi forma.

Il paradigma classico del ragazzo che incontra una ragazza è stato superato da tempo. L’omoerotismo, che non molto tempo fa era legato alla nozione di un’«orientamento» sessuale, è ora un’opzione disponibile per tutti, integrata nell’intrattenimento convenzionale.

Le tendenze di fluidità di genere manifestano fantasie generate, spesso a partire da un’angoscia interiore, nel mercato di un eros senza legami, dove il desiderio momentaneo è intronizzato come dio e la realtà oggettiva cede di fronte alle forme che l’immaginazione soggettiva impone e provoca.

Deploriamo le seduzioni del virtuale e dell’irreale, ma questo non basta. Dobbiamo tendere una mano amica agli uomini e alle donne giovani intrappolati in potenti forme di irrealtà, tirarli fuori dalla palude e permettere loro di riscoprire il mondo così com’è.

Per farlo, dobbiamo essere in grado di mostrare che quel mondo vero è migliore e, in effetti, più interessante, più adatto a rendere felice una persona.

Tre anni fa ho pubblicato un libro intitolato Chastity (Castità). Allora alcune persone mi derisero, principalmente uomini europei anziani, che mi assicuravano che si trattava di un argomento che non interessava a nessuno.

Tuttavia, mi ha impressionato trovarmi, paese dopo paese, a parlare davanti a grandi platee composte principalmente da giovani desiderosi di ascoltare in cosa consista questa virtù quasi dimenticata e apparentemente imbarazzante.

Lontani dal lasciarsi sedurre dai sostituti ipererotizzati delle relazioni, molti giovani ne sono stanchi. Cercano amicizia e amore stabile. Non dico che rappresentino la corrente maggioritaria, ma sono abbastanza numerosi da manifestare una tendenza.

Per aiutare i giovani a scoprire il valore del matrimonio, dobbiamo rivolgerci a questa tendenza, cominciando ad aiutare le donne e gli uomini giovani a stare in pace con se stessi.

In uno dei principali testi di san Paolo sul matrimonio, nella lettera agli Efesini, paragona gli sposi a un corpo e poi osserva: «Nessuno ha mai odiato la propria carne» (Ef 5,29).

Il problema è che oggi molte persone lo fanno e si sentono estraniate dai propri corpi.

Da una prospettiva secolare, il corpo è un sacco di tendini a cui si può dare qualsiasi altro uso. Il messaggio cristiano straordinario e liberatore è che io sono il mio corpo, e che il mio corpo, non meno della mia anima, è fatto a immagine di Dio e merita riverenza.

Se desideriamo preparare i giovani al matrimonio, dobbiamo prima aiutarli a scoprire la loro identità incarnata come donne e uomini. Prima di cercare di aiutare gli altri, dobbiamo compiere noi stessi questo lavoro.

Può risultare salutariamente umiliante scoprire che, anche nella maturità, ci resta ancora strada da percorrere in questo aspetto.

Quale linguaggio aiuta i giovani a maturare affettivamente?

Un linguaggio di verità che chiami le cose per nome con serenità, senza violenza e senza disperare mai della misericordia di Dio. Questo linguaggio riconosce le ferite senza idealizzare la condizione di vittima. Scaturisce dalla fede nella volontà salvifica di Gesù.

Il matrimonio manifesta la salvezza. Per essere preparati ad esso, bisogna prima scoprire che si può essere salvati.

 

I primi anni della vita matrimoniale

 

Una coppia che conosco mi ha raccontato una decisione che prese quando comprese che il loro fidanzamento stava diventando serio.

Andarono insieme in una capanna nel bosco durante un lungo fine settimana. Durante quel tempo, si raccontarono reciprocamente le loro vite.

Entrambi volevano che l’altro conoscesse tutta la loro storia, con le sue luci e ombre, i suoi trionfi e fallimenti. Se dovevano impegnare il loro futuro l’uno con l’altro, volevano assicurarsi che non sorgessero ostacoli in seguito a causa di un passato non riconosciuto.

Un’iniziativa del genere è coraggiosa e saggia.

L’essenza dell’amore consiste nel sapere che posso essere chi sono, senza maschere, e tuttavia essere amato. Dio ci ama in questo modo. Imparare ad amare come Lui significa fare lo stesso.

Il matrimonio fiorirà se entrambe le parti possono confidare all’altro la loro intimità più profonda.

All’inizio del rito matrimoniale, il sacerdote chiede: «Siete venuti qui liberamente e di vostra spontanea volontà?».

La libertà da cui dipende la validità del sacramento esige che gli sposi sappiano con chi si stanno sposando.

Molte difficoltà che di solito sorgono durante i primi anni di matrimonio possono essere evitate se si cerca una trasparenza sincera prima di ratificare l’alleanza matrimoniale.

Gli stessi sposi sono i ministri del sacramento. Tuttavia, lo celebrano in chiesa, davanti alla croce.

Rispondere affermativamente alla domanda «Vi amerete e onorerete reciprocamente tutti i giorni della vostra vita e accetterete con amore i figli che Dio vi invierà?» significa acconsentire a partecipare alla croce.

Ogni amore coniugale e paterno implica sofferenza. Attraverserà il cuore. Esigerà che la propria vita sia versata affinché altri possano vivere.

Abbracciare consapevolmente questa realtà fin dall’inizio, accettando di partecipare alla croce vivificante di Cristo, darà agli sposi la forza di portare i loro pesi e farà sì che anche le cose pesanti sembrino leggere.

La relazione orizzontale tra marito e moglie, tra genitori e figli, sarà sostenuta da un asse verticale sicuro e affidabile.

Mi piace il rito che permette la liturgia latina quando il sacerdote, dopo aver assistito ai voti matrimoniali, avvolge le mani unite degli sposi con la sua stola e dice: «Ciò che Dio ha unito, l’uomo non lo separi».

Ogni volta che si indossa la stola, il sacerdote recita la bella preghiera di rivestimento: «Signore, restituiscimi la stola dell’immortalità, che persi per l’azione dei nostri primi padri».

L’alleanza matrimoniale ci permette di intravedere la gloria che riposava su Adamo ed Eva prima della caduta.

In alcuni riti orientali, gli sposi sono incoronati in riconoscimento della loro dignità regale di figli di Dio, recuperata dalla grazia.

Nel nostro clima ipersecularizzato, che sentimentalizza il matrimonio e mantiene una visione consumistica dei figli, considerati beni che possono essere ordinati per un momento conveniente, preferibilmente prodotti secondo determinate specifiche, questa prospettiva soprannaturale risulta di grande aiuto.

Ci ricorda che il matrimonio non consiste solo in una donna e un uomo. Incorpora entrambi in una comunione vivente con Dio; inoltre, li costituisce congiuntamente come immagine, come icona vivente, della santa Chiesa di Dio.

 

Sapere che Cristo è costitutivamente presente nella loro unione li ispira nell’arduo compito di abbandonare la prima persona singolare per la prima persona plurale: smettere di dire «io voglio» per dire «noi vogliamo»; smettere di dire «io ho» per dire «noi abbiamo».

Questo può aiutarli ad affrontare la forza elementare e la profonda vulnerabilità del sesso, integrando adeguatamente le sue dimensioni unitiva e procreativa.

Li preparerà anche a ricevere i figli con riverenza, come doni generosi di Dio.

 

Un matrimonio ha bisogno di essere sostenuto da una comunità.

 

È falso considerare la coppia autosufficiente, aspettando che generi da sé tutte le sue risorse e tutta la sua soddisfazione. Quella visione non fa che applicare l’individualismo secolare a un’unità collettiva che finirà per vacillare sotto un simile carico.

Qui è dove la comunità cattolica e la parrocchia acquistano tutta la loro importanza, chiamate a fornire la cura, l’aiuto pratico, l’umorismo e il consiglio compassionevole che prima potevano offrire le famiglie allargate, oggi praticamente scomparse.

 

 

 

 

Le famiglie in situazioni complesse

 

Parliamo della «gioia e bellezza» del matrimonio. Facciamo bene a farlo. Queste qualità rappresentano certamente un ideale. Ma dobbiamo anche essere prudenti ed evitare i luoghi comuni.

Basta leggere Anna Karenina o vedere Scene da un matrimonio, di Bergman, per comprendere che una coppia può rendersi la vita impossibile. Dobbiamo ricordarlo anche.

Prima della presa d’abito monastica, il postulante di solito legge un passo dell’Ecclesiastico: «Figlio, se ti avvicini a servire il Signore, prepara la tua anima alla prova».

I fidanzati potrebbero fare lo stesso. Le prove arriveranno.

Papa Francesco ha scritto su Evangelii gaudium, ma su Amoris laetitia. È una distinzione semantica interessante.

Il senso basilare della radice latina laet-, da cui derivano laetus e laetare, è «felicità». Tuttavia, già nel latino classico quella radice aveva un significato agroecologico che indicava il «fiorire» delle piante e la «fertilità» del suolo.

Questo ha molto senso. Una vegetazione «felice» cresce in una terra che è stata lavorata per renderla nutritiva.

Per questo, la radice laet- poté anche produrre il sostantivo laetamen, «fertilizzante». Nell’antichità, il fertilizzante equivaleva al letame, che ha un cattivo odore.

La laetitia dell’amore presuppone un terreno da cui sono state rimosse le pietre, ben arato e fornito di una quantità sufficiente di letame ricco di nutrienti.

Segnalare questo non significa togliere gioia al matrimonio e alla famiglia, ma insistere sul fatto che quella gioia scaturisce dal lavoro, e che quel lavoro è duro e spesso sembra poco gratificante.

 

Gli stati di vita monastico e matrimoniale si presuppongono e si riflettono reciprocamente.

 

Credo, e lo verifico, che le famiglie possano ricevere aiuto dalla saggezza e dall’esperienza ereditate dalla vita monastica.

I monaci vivono secondo una regola che consacra l’alleanza della vita comune e rende espliciti il suo scopo e il suo fine.

Quando il marito e la moglie si mettono d’accordo sullo scopo della loro famiglia, saranno meglio preparati ad affrontare gli ostacoli che se non hanno formulato la loro unione come un compito.

Questo è particolarmente vero quando il loro scopo condiviso è trascendente. Allora permetteranno a Dio di agire in loro. Vedranno le difficoltà come occasioni di conversione, di uscire dalla cella ammuffita del proprio io.

I monaci e le monache sono realisti riguardo alle lotte che appartengono alla loro vocazione.

La prima letteratura del monachesimo, i Detti dei Padri del Deserto, affronta direttamente i combattimenti abituali.

Questi detti permettono ai monaci di cercare modi per risolvere i problemi concreti con cui lottano, sotto intestazioni così dirette come «Distacco», «Pazienza», «Lussuria» o «Tolleranza».

L’applicabilità pratica di questi consigli dopo millecinquecento anni continua a essere sorprendente.

Credo che si potrebbe guadagnare molto elaborando una terza raccolta di Apoftegmi per le famiglie, basata sull’esperienza e illuminata dalla fede, che mostrasse come affrontare costruttivamente le prove alla luce chiarificatrice dei comandamenti di Cristo e della sua grazia efficace.

Quando le cose si fanno difficili, restringiamo la nostra prospettiva. Vediamo solo il nostro dolore presente, non il cammino che può estendersi oltre esso.

Una preoccupazione pastorale fondamentale in tali situazioni consiste nel ricordare il quadro più ampio, permettendo a chi soffre di scoprire il senso potenzialmente fecondo delle loro difficoltà, che possono servire a diminuire l’egoismo e purificare l’amore.

 

Il matrimonio, non meno della vita monastica, è una scuola di conversione.

 

Quanto alle relazioni «irregolari», trovo che le nostre comunità cattoliche di solito le accolgano in modo maturo e adeguato.

Può risultare liberatorio per le persone che si trovano in tali situazioni essere in un ambiente dove la loro «irregolarità» è riconosciuta, non relativizzata, e dove, tuttavia, sono accolte con amicizia cristiana e possono contribuire alla comunità.

Penso all’esempio di molti fedeli che conosco e che, domenica dopo domenica, si avvicinano per ricevere una benedizione al momento della Comunione, sapendo che non possono accedere al sacramento, ma affidandosi alla misericordia di Dio che agisce nella Chiesa.

Il loro esempio di fedeltà contribuisce molto a edificare la comunità cristiana. Rende testimonianza al realismo vitale del sacramento e alla virtù della speranza.

Un esilio sacramentale sostenuto nel tempo può preparare un ritorno gioioso alla casa.

Cristo ci ha dato i suoi esigenti comandamenti per educarci e liberarci da noi stessi, «affinché non viviamo più per noi stessi, ma per colui che per noi morì e risuscitò» (Preghiera Eucaristica IV).

La sua intenzione è farci crescere fino a raggiungere una vita nuova, divinizzata.

Quella vita deve essere sempre l’obiettivo che proponiamo alle persone, non semplicemente l’affermazione umana, sebbene tutti abbiamo bisogno anche di questa.

 

Le famiglie come agenti della missione

 

Cosa separa la visione del mondo del cristiano da quella dei secolaristi?

La convinzione che, attraverso tutte le vicissitudini della storia, di tutti i cambiamenti prodotti dall’evoluzione della natura e dall’ingegno umano, la fedeltà di Dio all’umanità, creata a sua immagine, rimane assoluta.

Qualunque cosa accada, l’amore di Dio, rivelato definitivamente in Gesù Cristo, è sicuro. È la roccia su cui può essere costruita una vita, una società.

Possono arrivare tempeste, possono soffiare i venti e colpire con forza, ma questo fondamento rimane.

La prima missione della famiglia consiste nel dare testimonianza di questo amore stabile.

Per questo l’indissolubilità del matrimonio deve essere intesa come un dono e un compito elevato, come un voto di fiducia da parte di Dio (cfr. Amoris laetitia, 62).

Promettendosi fedeltà reciproca fino alla morte, il marito e la moglie rendono presente nella storia la realtà dell’amore di Dio.

La natura umana, ferita dal peccato, è segnata dall’egoismo e dalla promiscuità: cerchiamo il nostro proprio beneficio e non ci importa di perseguirlo in molte direzioni contemporaneamente.

In questo modo possiamo sperimentare alcune emozioni intense, ma difficilmente troveremo una soddisfazione serena.

Continuiamo ad anelare un amore unico e definitivo. Ce ne sono prove nelle canzoni popolari di tutte le epoche, anche in quelle della nostra epoca, generalmente lontana da Dio.

Pertanto, una famiglia è missionaria principalmente attraverso la sua fedeltà.

Proprio ora, quando tante strutture tradizionali di coesione sociale stanno crollando intorno a noi, questa missione ha un’importanza vitale.

Una seconda forma di missione familiare è l’ospitalità.

Così come un monastero «non è mai senza ospiti» (Regola di san Benedetto, 53) —non deve essere un club autoreferenziale per il beneficio esclusivo dei suoi membri—, una famiglia cristiana invita altri a entrare.

«Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35).

Attraverso un impegno prudente e responsabile con questo ideale, la coesione della propria famiglia può essere rafforzata in uno spirito di servizio e cortesia.

A volte si pone la domanda: come possono contribuire le famiglie alla formazione dei sacerdoti?

Non principalmente accorrendo in massa al seminario armate di presentazioni PowerPoint sulla vita familiare, ma invitando i seminaristi e i sacerdoti —chi lo sa?, forse anche i vescovi— a partecipare alle loro vite.

Il sacerdote celibe fedele alla sua vocazione ricorda alla famiglia la sua dimensione soprannaturale; la famiglia ricorda al sacerdote che il suo celibato è ordinato alla fecondità.

Da qui nasce un beneficio reciproco e gioioso.

È necessario dare testimonianza della fecondità.

I tassi di natalità stanno diminuendo in tutto il mondo. La nostra specie non si sta riproducendo.

Trent’anni fa, i sociologi si preoccupavano della sovrappopolazione e rivolgevano dure critiche contro l’insegnamento cattolico sulla regolazione della natalità.

Ora vediamo che prevale la tendenza contraria. Il desiderio deciso di avere figli sta diminuendo rapidamente in tutti i continenti.

 

La pianificazione familiare cattolica deve ora concentrarsi sul rendere possibile alle famiglie di dire sì ai figli.

Questo esige misure pratiche: alloggi accessibili, servizi di cura dei bambini e scuole. La missione ha una dimensione politica.

Ma, soprattutto, riguarda la conversione dei cuori.

Desiderare di fondare una famiglia feconda è oggi qualcosa di controculturale, equivalente a voler essere punk negli agitati anni Settanta.

La Chiesa è chiamata a sostenere questa sana rivoluzione, permettendo ai giovani di scegliere la vita e impegnarsi con essa.

Naturalmente, qualsiasi tentativo di parlare della famiglia come agente missionario si scontra con una difficoltà esegetica.

L’atteggiamento di Cristo verso la famiglia può risultare esigente.

Chiama Giacomo e Giovanni ad abbandonare i loro legami familiari, lasciando il povero e vecchio Zebedeo sconcertato nella sua barca (Mc 1,19-21).

La guarigione della suocera di Pietro ci porta a chiederci cosa sia successo alla signora di Pietro quando Cefa fu chiamato (Mc 1,30-31).

Rabbrividiamo davanti a queste parole: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10,37).

Queste affermazioni non diminuiscono il valore della famiglia, ma ci esortano a considerarla alla luce del discepolato radicale.

«Cercate prima il Regno dei Cieli!» (Mt 6,33).

Quel principio si applica anche alle famiglie. Quando si realizza, una famiglia può manifestare quel Regno in modo mistico, ma riconoscibile.

Il giorno dopo l’assemblea romana, mentre coloro che abbiamo avuto la benedizione di parteciparvi la ricordiamo con gratitudine, la Chiesa celebra, come ha voluto la Provvidenza, quella incomparabile dottore della Chiesa, santa Teresa d’Avila.

L’Ufficio delle Letture di oggi ci offre un passo della sua Autobiografia che comincia così:

«Chi ha Gesù Cristo con sé come amico e nobile guida può sopportare tutto. Cristo ci aiuta e ci fortifica, e non ci abbandona mai. È un amico vero. E vedo chiaramente che, se speriamo di piacergli e ricevere abbondanza delle sue grazie, Dio vuole che quelle grazie ci giungano dalle mani di Cristo, per mezzo della sua santissima umanità, nella quale Dio si compiace».

Questa è una prospettiva meravigliosa da cui considerare le grazie e le sfide della vita familiare.

Nella preghiera colletta della festa di oggi preghiamo: «Accendi in noi il desiderio della vera santità». Amen!

Ma non è una simile chiamata troppo elevata per noi, povere persone comuni?

No, se permettiamo a Dio di compiere in noi la sua redenzione e ricordiamo la grande importanza degli atti ordinari e quotidiani di fedeltà che realizzano e rinnovano una decisione presa una volta per tutte: amare fedelmente.

 

(infovaticana)

martedì 20 ottobre 2026

La protesta da capire, non da giustificare


 


Molti giovani in diversi Paesi europei stanno protestando in piazza, a volte con una violenza non giustificabile

Ragazzi giovanissimi, con il volto coperto, si sono trasformati in saccheggiatori nel centro di Milano. Lo stesso è successo a Torino, Bologna e Bergamo. Il fantasma delle proteste si è diffuso in molte città europee, arrivando fino in Belgio, in Portogallo e in Albania. In Francia, nel fine settimana, ci sono stati più di 2.000 arresti e oltre 600 poliziotti, gendarmi e vigili del fuoco feriti.

(…)

Giorni di furia nel Vecchio continente proprio mentre si appresta ad affrontare un importante ciclo elettorale. Ci saranno elezioni in Spagna, Italia, Francia e Polonia. Perché l’Europa è in fiamme proprio adesso? Le proteste riuniscono gruppi sociali molto diversi tra loro, come i gilet gialli, gli autotrasportatori, i sindacati, i dipendenti pubblici, ma soprattutto gli studenti delle scuole superiori.

(…)

La situazione di molti giovani europei è molto complicata, soprattutto per problemi come l’alloggio. Il futuro, per molti, è incompatibile con la speranza. Ma l’Europa resta l’Europa. Perché succede tutto questo nel posto del mondo in cui si vive meglio?

C’è senza dubbio un malessere di fondo, un malcontento che molti non sanno come definire. L’energia che un tempo era diretta alla costruzione ora si esprime solo come lamento e protesta. Anche gli adulti che vedono i giovani incendiare le strade si sentono disorientati e molti chiedono soltanto l’ordine.

C’è una frattura generazionale che impedisce agli adulti di capire i giovani perché non capiscono se stessi. L’esperienza di inquietudine, disagio e disgusto è intensa ma imprecisa, non ha forma e non viene giudicata. Semmai viene incanalata attraverso populismi ideologici o cerca capri espiatori tra migranti, politici e istituzioni. I vecchi valori dell’Illuminismo sono definitivamente morti.

Uno dei fattori decisivi che spiegano ciò che sta succedendo è che viviamo un’esistenza ridotta all’applicazione di regole, norme e protocolli decisi da altri, in un luogo ben lontano dalla vita reale. I giovani sono quelli che ne soffrono di più. È un fenomeno che il filosofo e sociologo Hartmut Rosa denuncia con precisione nel suo libro “Situation und Konstellation”, nel quale ha scritto che un numero crescente di ambiti della vita nella società tardo-moderna trasforma individui capaci di interpretare situazioni complesse a partire dalla propria esperienza e di giudicarle secondo criteri morali ed estetici in semplici esecutori di protocolli, guidati da regole, distaccati dall’interpretazione e dal giudizio morale.

Quando la nostra capacità di giudizio viene sostituita dalle regole, il nostro modo di stare al mondo cambia. La realtà non ci tocca più; la nostra capacità di valutare autonomamente ciò che accade si atrofizza e sottovalutiamo la nostra esperienza.

Rosa segnala che la capacità umana di giudizio si sviluppa attraverso l’esperienza pratica e il ripetuto esercizio di un’azione responsabile, ed è il risultato di un processo biografico di apprendimento. Affinché questo apprendimento avvenga, aggiunge Rosa, è necessario che ci siano individui che esigano reciprocamente capacità di giudizio, che vogliono che gli altri esercitino il loro giudizio, confidando che lo faranno in modo appropriato e giusto. Quando il rapporto tra due persone non si basa su questa libertà e fiducia, quando è una mera associazione finalizzata all’esecuzione di regole, sorgono l’impotenza e il fastidio. I giovani sono particolarmente sensibili a questa situazione.

Leggere Rosa ci fa accorgere di quante relazioni intratteniamo e a quante organizzazioni apparteniamo che si aspettano da noi solo fedeltà al rispetto delle regole. A noi giovani e adulti era stata promessa una nuova libertà, una riappropriazione del potere, ma la vita è rimasta soggetta alla prevedibilità, al necessario, all’esecuzione di ciò che ci viene imposto dall’alto. Abbiamo perso la freschezza del gioco e la paura dell’errore ci paralizza perché ci siamo dimenticati di quanto possiamo imparare.

Non è una buona notizia che il malcontento si sia trasformato in violenza. Ma quel malcontento ci dice che i giovani non vogliono ignorare il mondo, reprimere il desiderio di sperimentare, frenare l’impulso di formarsi da soli un’idea di ciò che sta accadendo, non vogliono mettere a tacere il grido di dolore o di piacere che esce dalla loro bocca prima ancora di sapere se è permesso, né tacere l’agitazione indignata che li colpisce per un’ingiustizia prima di aver consultato i codici di legge.

Non vogliono vivere come semplici esecutori. Nemmeno noi adulti. Non c’è protocollo, statuto, codice, algoritmo o controllo burocratico in grado di generare e sottomettere ciò che la vita ci offre e ciò che ci aspettiamo da essa. Esserne consapevoli è ciò che ci permette di capire, non di giustificare, le proteste violente; è ciò che ci permette di proporre un percorso che trasformi l’energia del risentimento in energia costruttiva.

Fernando De Haro

 

Articolo completo su il sussidiario.net


lunedì 19 ottobre 2026

Cosa brucia nei giovani di Francia


 

Gli studenti protestano in tutto il Paese chiedendo più spazio e voce nella società. Leone XIV li aveva incontrati facendo loro una proposta: una libertà vissuta nella responsabilità e nel bene. La testimonianza di quattro docenti “di frontiera”

 

Évreux, 6 ottobre 2026. Guillaume Boulet, docente di storia e geografia al liceo statale “Aristide Briand”, è in mezzo alla fiumana di studenti che attraversa le strade della città. Intorno a lui ci sono ragazzi che da giorni protestano in tutta la Francia contro una scuola che offre sempre meno possibilità. Il suo liceo, uno tra i più grandi della Normandia, è tra i capo-fila della contestazione nazionale. «È successo piuttosto all’improvviso», racconta a Tracce mentre il corteo gli scorre intorno. «Il nostro istituto è stato chiuso prima ancora che ci potesse essere un dialogo con i ragazzi. Ma la verità è che a scuola non c’è mai tempo per parlare di questi temi. Noi docenti siamo pressati perché dobbiamo terminare i programmi. E così non c’è modo per i ragazzi di confrontarsi, esprimere cosa vivono, che istanze hanno».

 

La protesta è cresciuta rapidamente, ma insieme alle rivendicazioni sono arrivati anche gli episodi violenti. A Parigi e in altre città, quando i cortei si sono sciolti, sono entrati in azione casseurs e black bloc: vetrine spaccate, cassonetti incendiati, presidi malmenati, insegnanti e poliziotti aggrediti; dall’altra parte, lacrimogeni e proiettili di gomma, con una risposta delle forze dell’ordine che ha alimentato nuove polemiche sull’uso della forza. «Ci sono stati giovani gravemente feriti, uno ha perso un occhio, un altro una mano, un altro ancora ha riportato lesioni alla mascella. La violenza rischia così di sovrapporsi alle ragioni di chi manifesta pacificamente».

 

Al Briand, racconta ancora Boulet, «la norma è avere ormai 35 studenti per insegnamento. Stiamo parlando di una scuola che conta quasi 2mila studenti, raggruppati in classi molto strette, ammassati gli uni agli altri. A volte, addirittura, si mettono insieme alunni di età diverse: come si può fare lezione così? La pausa pranzo spesso dura solo 20 minuti e le lezioni iniziano alle 8 del mattino e possono finire alle 18, quando non ci sono più mezzi pubblici per tornare a casa».

 

A scuola non c’è modo per i ragazzi di confrontarsi, esprimere cosa vivono, che istanze hanno

 

Benjamin Gaudré, collega di Boulet, conosce bene quella quotidianità. «Non è la prima volta che i nostri studenti manifestano. Nel 2023 l’uccisione di Nahel Merzouk, 17 anni, durante un controllo stradale a Nanterre aveva già fatto esplodere una rivolta nazionale. Questa volta però non protestano solo “contro” qualcosa. Io ero presente quando alcuni dei nostri liceali, nei giorni scorsi, sono andati dal prefetto con richieste precise: rinnovo delle attrezzature, migliorie agli edifici, ripensamento degli orari di lezione. Hanno contestato Parcoursup, il sistema di orientamento e ammissione all’università, definendolo “totalmente illeggibile”. Soprattutto hanno detto chiaro e tondo alle autorità: “Noi non vogliamo essere semplicemente sentiti, vogliamo essere ascoltati”».

 

Gli studenti hanno da tempo strumenti formali per esprimersi, ma spesso la sensazione è che ciò che dicono non possa cambiare niente. Ancora Gaudré: «Noi ripetiamo loro che hanno un consiglio della vita liceale, che devono imparare ad usarlo. Ma tutti sanno che è uno spazio inutile, dove ti puoi forse sfogare ma dove le cose che dici non saranno prese sul serio».

 

Boulet conferma. «La vita in classe resta un cerimoniale ben oliato. Ognuno recita un ruolo. Noi dobbiamo adempiere al programma, sequestriamo gli smartphone come la legge ha stabilito e loro devono studiare per performare, e infatti vivono un’ansia totale da prestazione. Siamo tutti stritolati dentro un gioco di ruoli, estremamente codificato e difficile da scardinare». La scuola, dice, dovrebbe trasmettere conoscenze ma anche educare, preparare alla cittadinanza, accompagnare i ragazzi nella crescita. «Raramente è così. E le risorse statali per la scuola vengono erose anno dopo anno».

 

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Maria Acqua Simi


NUOVE DEVASTAZIONI A MILANO | Il Duomo chiuso, la città umiliata e quella domanda che nessuno vuole farsi


 

Ieri maranza e teppisti minorenni hanno nuovamente devastato numerosi negozi a Milano. La prevenzione si è dimostrata inadeguata

Memo Remigi e Charles Aznavour mi perdoneranno se storpio le loro canzoni. Sapessi com’è strano sentirsi impotenti a Milano. E com’è triste Milano, dopo questi due giorni. Triste, incattivita, umiliata. Una città che ha sempre cercato di risolvere i problemi, e spesso ci è riuscita, si è scoperta incapace di difendere persino il suo cuore.

Non una periferia abbandonata: piazza Duomo, via Torino, Cordusio. Il centro del centro. Sabato la manifestazione contro il carovita, degenerata in guerriglia; domenica il bis, senza neppure quel pretesto. Vetrine sfondate, negozi saccheggiati, il Duomo chiuso, agenti feriti. E poi Milano che riprende a correre, riapre i negozi, rimette in ordine i tavolini. Come se nulla fosse. Ma nell’aria resta un odore di bruciato, e qualcosa di peggio: l’odore di una città che sta diventando cattiva.

 

La violenza e i suoi alibi

La prima reazione, guardando le immagini e parlando con gli amici, è stata una rabbia furibonda. La voglia di usare il pugno duro, di spazzare via quella teppaglia. Non me ne vergogno. La libertà di camminare per Milano senza essere aggrediti è un diritto, non un privilegio borghese. E ammiro gli uomini delle forze dell’ordine, che hanno affrontato una violenza organizzata e mobile, pagando anche di persona.

Ma mi domando: come è stato possibile che domenica migliaia di ragazzi tornassero contemporaneamente in centro? Chi doveva cogliere i segnali? Che cosa ha funzionato e che cosa no nella prevenzione? Non bastano le camionette quando la guerriglia è già cominciato

C’è poi una coincidenza politica che colpisce: mentre le piazze bruciano, Elly Schlein rivendica la possibilità di candidarsi alla guida del governo senza passare dalle primarie. Candidature a orologeria o violenze a orologeria? Non sto suggerendo una regia comune: non ne ho alcuna prova. Mi interessa il clima.

Una parte della cultura alta continua a esitare davanti alla condanna della violenza quando proviene da ambienti che considera, in qualche modo, “dei nostri”. Prima bisogna comprenderne le ragioni, si dice. Giustissimo. Ma intanto si finisce per rispolverare, fuori tempo massimo, la vecchia idea della violenza levatrice della storia. Come se una vetrina sfondata potesse partorire giustizia.

Non voglio confondere chi manifesta pacificamente con chi devasta. Proprio per questo la distinzione deve essere netta, senza il minimo compiacimento verso i violenti. E senza scaricare tutte le responsabilità sugli agenti, che sono gli ultimi a poter rimediare a ciò che una società ha lasciato marcire.

 

Che generazioni lasceremo al mondo?

La sera, tornando a Milano, la rabbia mi è passata. È arrivata una tristezza più grande. Ho pensato a quei ragazzi di quindici, sedici, diciotto anni. Non stanno soltanto rovinando la città: stanno rovinando se stessi. Molti vengono da periferie difficili, da famiglie che lavorano onestamente, anche da storie di immigrazione. Non sono tutti uguali, naturalmente. Ma per quanti di loro questa violenza sarà l’inizio di una vita fallita?

Non siamo al Sessantotto, quando tanti ribelli di buona famiglia potevano contare, finita la stagione delle barricate, su un futuro già garantito. Questi ragazzi rischiano di non avere una seconda occasione.

Da anni ci chiediamo quale mondo lasceremo alle nuove generazioni. Dovremmo chiederci, con maggiore urgenza, quali generazioni lasceremo a questo mondo. Perché un mondo difficile può essere cambiato da uomini che abbiano un cuore vivo. Ma che cosa comunica loro la Milano dei consumi, delle giacche firmate, della movida costosissima, delle vetrine scintillanti? I ragazzi che le sfondano desiderano spesso gli stessi oggetti di chi può comprarli. E chi può comprarli, che cosa ha da offrire oltre quegli oggetti?

Non basta invocare la repressione, pur necessaria. Non bastano neppure i progetti sociali, se sono soltanto parcheggi per giovani. Occorrono adulti capaci di educare, presenze che sappiano comunicare una ragione per vivere. Milano ne è piena: famiglie, scuole, oratori, opere, imprese, esperienze di solidarietà concreta. Il Sussidiario ne racconta da anni la ricchezza. Ma evidentemente non basta ancora. C’è un’umanità che non riusciamo a raggiungere, un desiderio che lasciamo in balìa della rabbia e del mercato.

 

Conversione

Mi viene in mente una parola impegnativa: conversione. Milano deve convertirsi. Non diventare improvvisamente devota, ma ritrovare l’umano. Ritrovare la capacità di guardare quei ragazzi non soltanto come delinquenti da fermare – e vanno fermati – ma come persone da non perdere. Sicurezza ed educazione non sono alternative: senza la prima domina la paura, senza la seconda la violenza ritorna.

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Renato Farina

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Papa Leone, Babele e Gerusalemme: due amori fecero due città


 

La "Magnifica humanitas" di Leone XIV ha alla sua base la teologia agostiniana. Non si comprende l'IA senza distinguere Gerusalemme e Babele

“La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme” (Magnifica humanitas, 1).

Questo è l’avvio della prima Lettera enciclica di Papa Leone XIV. E già l’incipit pone la questione di fondo, che ritorna anche nella conclusione (§§ 241-242), delle “due città”, di Babele e di Gerusalemme che si svela poi come la “Gerusalemme celeste”. È di grande rilievo il fatto che in un figlio di Sant’Agostino, Robert Francis Prevost, che ora siede nella Cattedra di Pietro, si ponga, come già il Padre della Chiesa nel suo lavoro grandioso La città di Dio, la domanda sulle “due città” e quindi sui “due amori” che le fondano.

La domanda sulle “due città”, nella mente di Papa Leone, va dall’inizio insieme a quella indisgiungibile dalla prima, sulla “custodia della persona umana” (sottotitolo della Lettera). In realtà, le “due città” si differenziano anche e soprattutto per il modo in cui intendono il nesso tra l’uomo come persona e la politica (da polis, città).

Nella Genesi il racconto che riguarda la prima città, Babele, menziona il fine per cui quegli uomini si accinsero alla sua costruzione: “per non disperderci” (11, 4). Infatti, perché ci possa essere una costruzione comune (città) ci deve essere un fine comune (qualità dell’unità e della relazione) e quel che è in questione nel progetto della costruzione di Babele è proprio la qualità dell’unità.

Essi intendevano la città come una edificazione propria, per un fine posto da loro stessi e che si elevasse da se stessa in modo da “toccare il cielo” (Gn 11, 4). Il libro della Sapienza interpreta così questo tentativo: “quando le genti furono confuse [‘babele’ significa anche ‘confusione’], concordi soltanto nella malvagità” (Sap 10, 5).

Questo tentativo di edificare una città, una unione degli uomini, senza Dio, viene impedita da Dio stesso. Il colmo della sua riuscita sarebbe stato il colmo del suo fallimento e il Signore Dio, impedendo la sua riuscita (considerata come verosimile), ferma in anticipo il suo fallimento ultimo.

La città è una dimensione connaturale all’essere umano, come già i pagani avevano inteso, senonché la dimensione comunitaria si fonda sulla comunione, cioè sulla qualità della relazione che la sostiene. Nei Cori da La Roccia il poeta da un lato rimarca: “Che vita è la vostra se non avete vita in comune?” (Coro secondo) e, dall’altro, mette in bocca allo Straniero (Pietro, la Roccia) la domanda: “Perché vi siete messi insieme?”, “Qual è il significato di questa città? Vi accalcate vicini tutti insieme perché vi amate l’un l’altro?” (Coro terzo).

In un altro frangente storico il Signore della storia ferma un tentativo di riunificazione di tutti i popoli sulla base di un potere solo terreno e senza alcun fondamento in Cielo. Si trattò del tentativo di Antioco “che tutti formassero un sol popolo” sotto il suo regno (1 Mac 1, 41).

Venendo ai nostri giorni in cui si rafforza sempre più l’unità della famiglia umana sulla base di parametri economici, massmediatici e di globalizzazione su vari piani, appare come una domanda quella che “la Roccia”, che nei Cori di Eliot, è Pietro, pone in quest’ora della storia, che si centri sul discrimine delle “due città”.

L’alternativa che “la Roccia” pone oggi nella persona di Papa Leone, non è tra la città e un’altra possibile entità, ma tra una città e un’altra. Infatti, un altro poeta, Charles Péguy, in un’opera magistrale, pubblicata postuma, chiama i cristiani “i più civici tra gli uomini” (Veronica, 41). Il principio comunionale di cui i cristiani sono forieri è il più potente in assoluto e non è impersonale (una idea o un sistema di idee: ideologia): “Voi tutti siete uno in Cristo Gesù nostro Signore” (Gal 3, 28) ed è centrato in Dio.

(…)

La città alternativa a Babele è Gerusalemme che significa, secondo una lezione, “fondata sulla pace”, laddove la pace è un attributo divino. La costituzione di una pace senza Dio e di un regno terreno mondiale sono contrari alla volontà divina manifestata nella storia dell’umanità.

Da ciò non si deve dedurre che l’aspetto di “costruzione” sia assente dalla città che ha le sue radici in Cielo. “Noi costruiamo il senso/ Una Chiesa per tutti/ E una mansione per ognuno/ Ogni uomo al proprio lavoro” (Coro 1).

(…)

Una delle caratteristiche salienti della “Gerusalemme” alternativa alla “Babele” è che essendo le Persone e la Comunione delle Persone il suo principio di unità tra gli uomini, in essa la costruzione della città e la “custodia della persona” vanno sempre inestricabilmente insieme.

 

Massimo Serretti Pubblicato 16 Ottobre 2026

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lunedì 12 ottobre 2026

PREMIO NOBEL LETTERATURA 2026 | Anne Carson, vivere nella “luce” delle nostre ferite


 

Il Premio Nobel per la letteratura 2026 va alla scrittrice canadese Anne Carson (1950). Secondo i critici il suo capolavoro è "Autobiografia del Rosso"

Con rigorosa puntualità e rispetto di una norma implicita, il Premio Nobel per la letteratura 2026 è andato a una scrittrice, in ossequio all’alternanza politicamente corretta uomo/donna da un po’ di tempo scolpita nelle cadenze dell’Accademia di Svezia. Quest’anno si tratta di Anne Carson, autrice canadese settantaseienne, nata a Toronto, poetessa, narratrice, traduttrice, saggista, autrice insomma a tutto tondo.

(…)

Ma gli schemi finiscono qui, perché la scelta di premiare Carson è decisamente azzeccata e fuori schema. Cominciamo dalla sua formazione classica, che è robusta e ampia: docente di filologia greca e traduttrice assai competente di autori come Euripide, Eschilo, Sofocle e Saffo, ha però saputo rimanere libera dai cascami accademici: la letteratura antica è per lei autentica linfa sotterranea, che dà sostanza alla sua scrittura contemporanea.

Un’altra recente Nobel della letteratura, la coreana Han Kang, aveva attraversato i territori della classicità, soprattutto nel romanzo L’ora di greco: ma in lei si intravede in controluce l’affettazione, l’esibizione di una cultura che ritroviamo talvolta nella spocchia accademica. Nulla di tutto questo in Anne Carson.

Spesso i personaggi delle sue opere emergono proprio dal mondo del mito, della Grecia classica. In quello che i critici considerano il suo capolavoro, il romanzo in versi Autobiografia del Rosso, il mostro alato Gerione, quello che Ercole uccide per rubargli i buoi, torna nelle vesti di un insoddisfatto e sensibile adolescente di oggi, un omosessuale provvisto di grandi ali rosse, amante della fotografia, che compie il suo percorso di formazione innamorandosi di un giovane che, naturalmente, si chiama Eracle.

Una storia di struggimento e folgorazione, che indica come il mito possa essere per Carson vita concreta, che si riattualizza continuamente, contenendo in effetti archetipi della nostra anima tuttora correnti. “Vivere oltre la fine del proprio mito è una cosa pericolosa” ha affermato d’altronde l’autrice canadese. Insomma, le questioni fondamentali, le domande, le ferite che urgevano a Edipo o Saffo sono identiche a quelle che assillano noi moderni.

Il tema della sofferenza e del dolore sono frequentemente oggetto della riflessione poetica di Anne Carson: il loro mistero, l’apertura vertiginosa e l’abisso di senso a cui queste esperienze ci portano. “Una ferita rilascia una sua propria luce, dicono i chirurghi” afferma l’autrice, sempre ben fornita di ironia autenticamente British. E altrove, con grande lucidità e identica ironia: “Una delle qualità principali del dolore è che esige una spiegazione”.

È come se prediligesse una situazione sospesa, quella della speranza ancora viva, quando la domanda di senso ha già sprigionato tutta la sua drammaticità di fronte alle esperienze della vita, ma ancora la risposta tarda a venire: “Correre a perdifiato, ma non essere ancora arrivati, è di per sé delizioso, un momento sospeso di speranza viva”.

D’altronde, dirà altrove, “Eros sta nel mezzo”. Per “correre a perdifiato” non risparmia nessuna forma, nessuna disciplina: le sue opere rompono ogni schema di genere letterario, nello stesso libro la poesia sta di fianco al saggio accademico, a una canzone, un copione teatrale, una traduzione, un collage addirittura.

(…)

Si può aprire il suo Era una nuvola, recentemente presentato da Crocetti come libro di poesia, e trovarvi anche testi brevi, aforismi, riflessioni e appunti che variano naturalmente dalla quotidianità al mito, tra l’ordinarietà odierna e la monumentalità del classico. I suoi libri rifiutano ogni sviluppo rettilineo e ordinato, sono piuttosto una commistione di immagini, pensieri, concetti attorno a temi che toccano la natura dell’essere umano, della storia e della morte, del linguaggio, del quale tra l’altro Carson afferma: “Il linguaggio è ciò che allevia il dolore di vivere con gli altri, il linguaggio è ciò che riapre le ferite”. Insomma una scrittrice non facile da leggere, per noi che amiamo i romanzi brevi, con trama lineare, contenuto chiaro e possibilmente non troppo profondo, lieto fine.

Occorre aggiungere che l’Italia non si è fatta trovare impreparata alla proclamazione del Premio Nobel della letteratura di quest’anno: oltre ai già citati Autobiografia del Rosso, edito dalla Nave di Teseo, e Era una nuvola, seguito per Crocetti (che ha in catalogo anche un altro strano libro di Carson, Il genere del suono, sul rapporto tra maschile e femminile nei suoni del mondo passando dai miti a Margaret Thatcher, da Gertrude Stein a Freud) da uno scrittore con le antenne come Davide Brullo, diverse altre opere sono disponibili in traduzione per il lettore italiano.

L’editore Donzelli ha appena annunciato la ristampa di Antropologia dell’acqua, una riflessione sulla natura liquida del linguaggio, sul suo arrestarsi e partire, restare e dissolversi, mentre le edizioni Utopia hanno in catalogo, nella collana curata da Antonella Anedda, Economia dell’imperduto e La norma sbagliata. Molto spesso le ardue traduzioni italiane di Anne Carson sono dell’ottimo Patrizio Ceccagnoli.

 

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Gianfranco Lauretano Pubblicato 9 Ottobre 2026,


domenica 11 ottobre 2026

DOSSIER MAFIA APPALTI | L’ordinanza che riscrive la storia dell’antimafia palermitana

 



 Sono tempi bui per la giustizia italiana. Ma forse più bui di quanto pensassimo. Il cittadino comune, poco avvezzo alle aule giudiziarie, non può che essere disorientato dalla cronaca giudiziaria di questo periodo. La giustizia, oltre che risultare estremamente lenta, si sta palesando quanto mai fallace: il vaso di Pandora che il caso Garlasco sta scoperchiando sta oramai superando la fantasia del più ardito sceneggiatore di serie americane.

In tutta sincerità, sta diventando sempre più difficile per un professore universitario di procedura penale trasferire ai propri studenti la fiducia verso il sistema giudiziario, nonostante già da tempo si sia, almeno personalmente, abiurato ai princìpi della certezza del diritto e della funzione di nomofilattica della giurisprudenza di legittimità.

Se pertanto una coltre di nebbia e sfiducia incombe sulla dea bendata, la lettura dell’ordinanza di archiviazione pronunciata dal gip di Caltanissetta sulla pista mafia-appalti come movente della strage di via D’Amelio produce un effetto di sgomento difficilmente esternabile.

Il giudice Santi Bologna ritrae un quadro della magistratura palermitana francamente da brividi. In primo luogo, ha affermato a chiare lettere che chi sostiene che la gestione del dossier mafia-appalti sia stata “ineccepibile fin dalle sue origini” propone una tesi “totalmente priva di fondamento”.

Secondo il Gip, infatti, quando Falcone e Borsellino potevano ancora usare quel materiale, tutto il contesto che li circondava si è adoperato per remare loro contro, avvolgendoli in una palude capace di risucchiarli senza scampo. Solo dopo la loro morte, e grazie allo scoppio di Mani pulite, al crollo degli equilibri politici, al suicidio di Raul Gardini, si smossero le acque.

Occorre quindi capire, scrive sempre il Gip, in che contesto Falcone e Borsellino hanno provato, invano, a fare da apripista. Ebbene, le parole vergate dal giudice sono come pietra; egli scrive infatti di un “clima ostile ed emarginante, (…) contraddistinto dalla distanza siderale esistente tra la loro capacità professionale e quella di tanti altri magistrati a loro coevi”.

Per carità, questa distanza era stata già espressa con forza dallo stesso Borsellino a poche settimane dalla strage di Capaci nel famoso intervento alla biblioteca comunale di Palermo; ma leggere in termini così espliciti del divario tra il modo con cui Cosa nostra percepiva l’operato degli altri magistrati, fra cui l’ex procuratore Giammanco ma anche il magistrato a lui più vicino e cioè Giuseppe Pignatone, rispetto all’atteggiamento rigoroso avuto nei confronti di detto ambiente prima da parte di Falcone e successivamente di Borsellino, fa francamente rabbrividire.

Ancor di più se ciò viene condito dalla sottolineatura delle gravi bugie di numerosi ex colleghi che hanno negli anni raccontato diverse false circostanze, tanto da spingere il Gip a scrivere di “contributi dichiarativi del tutto mendaci”.

L’ordinanza cita poi ad esempio la vicenda Gladio, ricordando come Falcone ritenesse utile, per non dire importantissimo, aprire un’approfondita indagine per le possibili interessenze su alcune delicatissime indagini in corso, mentre il procuratore capo Giammanco cercò in tutti i modi di mettergli i bastoni fra le ruote, e quando non riuscì a evitare che si procedesse all’acquisizione di atti, gli affiancò Pignatone, circostanza che spinse Falcone a confidare al cognato come fosse convinto che il giovane collega avesse il compito di marcarlo e controllarlo. L’ordinanza arriva così a bollare come infondate le affermazioni di Pignatone sentito a verbale nell’ambito di questa inchiesta.

Del procuratore Giammanco era ben nota una certa ambiguità, ma Pignatone ha rappresentato a lungo un simbolo dell’antimafia, diventando il procuratore capo di Roma e assumendo ruoli di prestigio anche dopo il suo pensionamento.

Anche la stagione di Caselli subisce una dolorosa ridefinizione se il suo principale collaboratore, ovvero il dott. Lo Forte, a sua volta viene appellato come un testimone che ha mentito.

(…)

Insomma, nelle 644 pagine con le quali il giudice di Caltanissetta Santi Bologna cristallizza la storia del dossier mafia-appalti, parlando di gestione scellerata da parte di tutti i pubblici ministeri coinvolti e con Borsellino “volutamente” tenuto all’oscuro dell’archiviazione, si riscrive una parte importante della storia italiana della lotta alla mafia, da cui escono a pezzi tutti i protagonisti che ruotavano intorno ai due magistrati uccisi e che a vario titolo hanno cercato di raccoglierne l’eredità.

Da questo procedimento, giova chiarirlo, non nasce alcuna accusa penale. Il Gip lo scrive con chiarezza, specificando tuttavia che le anomalie riferibili a Lo Forte, Pignatone, Natoli e Scarpinato “non sempre riescono a collocarsi ‘solamente’ nell’alveo di comportamenti negligenti o imperiti”, aggiungendo una chiosa assai illuminante: “le uniche audizioni davvero attendibili” sono quelle del luglio 1992 perché le uniche a non risultare ancora contaminate “dal tossico diffondersi, negli anni successivi, anche tra magistrati, di tesi precostituite”.

Il punto critico, anzi, il punto doloroso è come tali magistrati vengano, seppure con sfumature diverse, adontati come qualcosa di simile ai responsabili morali delle stragi, aprendo pertanto a una sorta di revisionismo della storia dell’antimafia palermitana che certo spetterà all’analisi storica verificare, ma che nell’immediato fa calare una tetra nebbia sui protagonisti di quegli anni.

(…)

È allora quanto mai triste che, oltre a dover prendere atto di come il nostro sistema giudiziario possa avvitarsi su se stesso nella ricerca della verità a distanza di vent’anni fra testi omessi e false prove, si debba prendere anche coscienza che nessuno dei più o meno giovani magistrati che all’epoca raccolsero l’eredità dei due eroi caduti nel nefasto 1992, non si siano poi dimostrati alla loro altezza.

Eppure, su quelle morti la magistratura ha costruito la propria supremazia morale. Che essa oggi scricchioli sempre di più, non è una buona notizia per la nostra democrazia.

 Antonio Pagliano Pubblicato 11 Ottobre 2026,

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