Fontana vivace
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lunedì 21 settembre 2026
Pizzaballa: «Il futuro del mondo assomiglia sempre più a Gerusalemme»
«Che cosa permette a una persona
di continuare a prendersi cura del futuro quando non ne ha alcuna garanzia? Che
cosa ci consente di impegnarci quando il risultato rimane incerto?». Domande
cruciali che, se ci pensiamo bene, riguardano ciascuno di noi nelle diverse
situazioni che si trova a vivere. Un genitore può porsi tali interrogativi
davanti al futuro di un figlio, chi ha un compito o una responsabilità può
porseli, anche in modo drammatico, di fronte all’incertezza del tempo presente
e a quanto accade ogni giorno nel proprio microcosmo o nel macrocosmo. Queste
domande le ha poste venerdì pomeriggio il patriarca di Gerusalemme Pierbattista
Pizzaballa nel discorso tenuto in piazza Maggiore a Bologna parlando a circa
800 giovani, provenienti da ogni parte del mondo, che hanno terminato i master
alla Bologna Business School, in occasione del Graduation Day.
Si tratta di giovani che sono
pronti a entrare come manager in aziende e istituzioni assumendo ruoli di
responsabilità che richiedono la capacità di scegliere e di decidere. Ed è
senz’altro inusuale che a parlare a loro sia stato invitato il cardinale Pizzaballa,
testimone diretto della difficilissima situazione che sta vivendo la Terra
Santa. Il pensiero corre inevitabilmente alle immagini di distruzione, di
guerra e di odio che da là ci arrivano ogni giorno attraverso i media. Il suo è
stato un intervento di grande spessore. Vi invitiamo a leggerlo con attenzione
(sotto trovate il testo integrale del discorso). Non ha dato risposte
accomodanti e non si è dilungato in analisi di tipo geopolitico o strategico
che può fare chi guarda le cose dall’esterno. È una testimonianza che arriva
dal cuore di Gerusalemme dove «persone, popoli, culture e religioni diverse
convivono le une accanto alle altre». Ha aggiunto Pizzaballa: «Come custodire
la propria identità e, nello stesso tempo, riconoscere pienamente quella degli
altri? Il futuro del mondo assomiglia sempre più a Gerusalemme». I destini sono
intrecciati molto più di quanto possa apparire. In questo mondo segnato
dall’incertezza e da equilibri che sembrano impossibili Pizzaballa dice: «Non
ho garanzie sul futuro della Terra Santa. Ma ho legami che mi rendono
corresponsabile del suo futuro. Quei legami hanno dei volti. Danno forma alla
storia di comunità alle quali appartengo, di persone con cui condivido
preoccupazioni e speranze. La loro vita entra nelle mie decisioni. Da questa
appartenenza nasce una ragione per continuare, anche nei momenti in cui non
riesco a intravedere una soluzione. La libertà prende una direzione e,
prendendola, assume dei legami.Questo può fare paura – ha sottolineato il
patriarca di Gerusalemme -. Legarsi significa diventare vulnerabili: quello che
accade a una persona, a una comunità, a qualcosa in cui crediamo, può farci
soffrire. Eppure, è proprio attraverso quei legami che molte cose acquistano
valore. Il desiderio di tenere sempre aperta ogni possibilità rischia di
lasciare la vita in sospeso, come se la scelta decisiva dovesse avvenire
soltanto quando saremo certi di non perdere nulla. Una certezza del genere,
nelle cose importanti, difficilmente ci viene concessa».
Questa è la sfida a cui siamo
chiamati anche noi, ogni giorno.
Il discorso del cardinale
Pierbattista Pizzaballa
Bologna, 18 settembre 2026
Grazie per avermi invitato a
condividere questo giorno. Una graduazione rende visibile una storia, la
vostra, lo studio, la fatica, gli incontri, la fiducia di chi vi ha
accompagnati. Oggi quella storia per voi si apre a possibilità nuove ed è bello
che questo avvenga tra persone di nazionalità diverse che hanno imparato
insieme e che porteranno quanto hanno ricevuto in luoghi e situazioni
differenti. Oggi voi festeggiate un risultato importante che avete raggiunto
con impegno e che merita di essere riconosciuto.
Proprio da questo risultato però
nasce anche una domanda con la quale vorrei iniziare il mio breve discorso. Che
cosa desideriamo costruire? Che cosa desiderate costruire con ciò che avete
imparato?
Io vengo da Gerusalemme. E quando
penso alla parola costruire che accompagna naturalmente un giorno come questo
porto con me anche l’immagine di ciò che è stato distrutto.
Penso alle case e alle vite
spezzate, alla sofferenza che attraversa tutta la Terra Santa. Penso
soprattutto a quanto tempo occorrerà perché, insieme agli edifici, possa essere
ricostruita la fiducia. Una casa si può ricostruire nello stesso luogo, perché torni
ad essere una casa però chi la abita deve poter credere che vi sarà un domani,
che i propri figli avranno una possibilità, che la vita non sarà nuovamente
cancellata. La distruzione raggiunge anche questa capacità di immaginare.
Il peso continua a gravare sulle
persone anche quando il rumore delle armi si allontana. È qui che nasce la
domanda che vorrei condividere con voi:
che cosa permette a una
persona di continuare a prendersi cura del futuro anche quando non ne ha alcuna
garanzia? È una domanda che ci riguarda tutti.
Le nostre condizioni di vita sono
molto diverse, veniamo da mondi diversi e abbiamo anche storie personali molto
diverse, la mia, la vostra, quella di tutti. L’incertezza vostra, di chi ad
esempio comincia un percorso professionale, e quella di chi cerca di
sopravvivere a una guerra hanno un peso incomparabile. Eppure quella domanda
tocca una condizione comune: dobbiamo avere il coraggio di scegliere pur senza
conoscere fino in fondo l’esito delle nostre scelte. Possiamo preparaci con
serietà, prevedere, ridurre alcuni rischi, rimane però uno spazio che nessuna
competenza può colmare interamente. È dentro quello spazio che prendono forma
le nostre responsabilità. Io non posso decidere il risultato delle mie scelte,
però devo prendere la responsabilità di fare le scelte che riguardano anche la
vita altrui.
Parlo di Gerusalemme perché nella
sua vicenda si riflettono domande che riguardano ogni vita. In quella città,
persone di popoli, culture e religioni diversi vivono le une accanto alle
altre. Ciascuno porta una storia, desidera essere riconosciuto, teme di perdere
ciò che gli è caro e tutti devono fare i conti con la presenza degli altri, con
le loro attese e con le loro ragioni. In questo senso Gerusalemme è uno
specchio di ciò che viviamo, una sorta di paradigma delle dinamiche che
coinvolgono il mondo intero. Il futuro del mondo assomiglia sempre più a
Gerusalemme.
Mostra con particolare intensità
una sfida che riguarda sempre più le nostre società. Imparare a vivere insieme
tra persone che hanno tradizioni, fedi e visioni di vita differenti.
Come custodire la propria
identità e, nello stesso tempo, riconoscere pienamente quella degli altri? Come
costruire fiducia quando le differenze ci fanno paura?
Sono domande che incontrerete
anche voi nel lavoro, nelle relazioni e nelle comunità di cui farete parte. Per
questo parlare di Gerusalemme significa anche interrogarci sul mondo che
costruiremo insieme e sulla parte di responsabilità che ciascuno di noi può
assumersi.
Che cosa vale la pena
costruire dunque? Vorrei partire dal terreno sul quale ogni costruzione
umana deve poggiare: la verità. In Terra Santa ho imparato quanto sia difficile
riconoscere ciò che mette in discussione le nostre ragioni. La nostra storia,
il dolore che abbiamo vissuto, possono rendere difficile riconoscere la
sofferenza degli altri. Cercare la verità richiede la libertà di cambiare
giudizio e di lasciarsi correggere anche da chi ha meno autorità di noi. La
complessità della situazione in Terra Santa non permette giudizi sbrigativi.
Occorre conoscere la storia, ascoltare le persone, verificare i fatti, ma
questo non significa che tutte le versioni abbiano lo stesso valore.
Le responsabilità vanno
riconosciute e le ingiustizie chiamate per nome. La verità riguarda anche le
nostre parole. Nella nostra terra parole come pace, dialogo, dignità sono state
ripetute tante volte, mentre invece la vita sembrava smentirle. La fiducia si
consuma anche quando ciò che diciamo resta lontano da ciò che facciamo.
Ridare credibilità alle parole
richiede impegni mantenuti e comportamenti coerenti, richiede anche di
accettare che qualcuno ci chieda conto di ciò che abbiamo detto. E anche di ciò
che non abbiamo detto quando doveva essere detto. Il rapporto con la verità ci
porta inevitabilmente al rapporto con l’altro. A Gerusalemme questa relazione
ha una concretezza quotidiana: le lingue, le preghiere, le memorie abitano uno
spazio piccolo e densissimo. Ogni comunità custodisce qualcosa di prezioso. La
difficoltà comincia quando l’amore per ciò che è proprio diventa incapace di
riconoscere ciò che appartiene agli altri.
Ma i nostri destini sono
intrecciati. In Terra Santa nessuno può costruire una prospettiva durevole
prescindendo dalla presenza dell’altro. Israeliani e palestinesi continueranno
ad avere bisogno di un futuro in quella terra. Il futuro di ciascun popolo dipende
anche dalla sicurezza, dalla libertà e dalla dignità dell’altro.
Questo pone una domanda esigente
a ogni progetto anche per voi: nel futuro che immaginiamo, chi trova posto? La
domanda riguarda la qualità di ciò che realizziamo. Possiamo costruire qualcosa
di efficiente, ottenere risultati, accrescere le nostre possibilità senza
chiederci come vivranno le persone dentro ciò che abbiamo costruito. Un’opera
umana diventa abitabile quando le persone possono riconoscervi un posto, una
dignità, uno spazio nel quale contribuire con ciò che sono. Qui si misura anche
il nostro rapporto con il potere.
Il potere non si misura da ciò
che possiamo ottenere per noi stessi ma dalle possibilità che apriamo o
chiudiamo per gli altri. La responsabilità cresce insieme a quella capacità, e
incontra un limite preciso: una persona conserva il proprio valore anche quando
non ci è utile, quando rallenta il nostro passo, quando le sue ragioni ci
costringono a rivedere un progetto. Riconoscerlo può avere un costo, è proprio
allora che comprendiamo quanto sia reale il rispetto che diciamo di avere per
la dignità umana.
Anche il percorso che avete
condiviso a Bologna vi ha messo in contatto con persone formate da storie e
culture differenti. Un’esperienza del genere, la collaborazione, richiede più
della conoscenza di una lingua comune. Occorre comprendere cosa una parola
significhi per l’altro, quali attese porti con sé, dove cominci una sua
difficoltà. È un lavoro paziente che appartiene alla costruzione di ogni realtà
comune. Il lavoro occupa uno spazio importante della nostra vita e contribuisce
a darle forma. Attraverso di esso provvediamo ai nostri bisogni, mettiamo alla
prova le capacità, partecipiamo a un’opera comune. Anche la fatica acquista
senso quando possiamo riconoscere a cosa serve e per chi. Un lavoro nel quale
possiamo esprimerci e crescere è un bene umano che merita di essere custodito.
In Terra Santa aiutare una
persona a riprendere un’attività significa anche restituirle autonomia, la
possibilità di contribuire alla vita della propria famiglia, la fiducia di
avere ancora qualcosa da offrire. Il lavoro ci lega agli altri e dà concretezza
alla nostra speranza nel mondo. Che cosa ci si aspetta allora da chi assume
un ruolo?
Molti di voi guideranno aziende,
progetti, istituzioni, vi sarà chiesto di prendere decisioni in condizione di
incertezza e sotto pressione. Da chi assume un ruolo ci si aspetta anzitutto
competenza, che conosca ciò che gli è affidato e che se ne occupi seriamente.
Poi capacità di giudizio, che sappia ascoltare, scegliere una direzione e
decidere anche quando le informazioni sono incomplete, e che risponda delle
proprie scelte spiegandone le ragioni, verificandone le conseguenze,
correggendole quando occorre. Le persone si attendono inoltre di poter contare
su chi esercita una responsabilità, che sia presente anche nelle difficoltà,
che la sua parola abbia un peso e che dia un contributo anche agli altri.
Questo riguarda anche me: guidare una comunità comporta tenere insieme la
direzione del cammino e la vita concreta delle persone, permettendo che
crescano nella libertà e nella responsabilità.
Un ruolo ci affida dunque
qualcosa che va oltre la nostra affermazione personale, anche per voi questo è
valido e varrà sempre di più. Il suo senso si misura anche da ciò che rende
possibile per gli altri e da ciò che sapremo lasciare a chi verrà dopo di noi.
Torno allora alla domanda
iniziale. Che cosa ci consente, dunque, di impegnarci quando il risultato
rimane incerto? In Terra Santa ne facciamo esperienza, non sappiamo
come andrà, cosa sarà. Posso rispondere soltanto a partire dalla mia
esperienza.
Non ho garanzie sul futuro della
Terra Santa. Ma ho legami che mi rendono corresponsabile del suo futuro. Quei
legami hanno dei volti. Danno forma alla storia di comunità alle quali
appartengo, di persone con cui condivido preoccupazioni e speranze. La loro
vita entra nelle mie decisioni. Quando penso a ciò che è possibile fare, penso
anche a loro. Da questa appartenenza nasce una ragione per continuare, anche
nei momenti in cui non riesco a intravedere una soluzione.
Mi sembra che qui tocchiamo
qualcosa di essenziale per ogni vita. A un certo punto, tra le molte cose che
potremmo fare, alcune diventano nostre perché accettiamo di risponderne. Una
relazione, un lavoro, un’opera chiedono tempo e fedeltà. La libertà prende una
direzione e, prendendola, assume dei legami.
Questo, soprattutto per voi
giovani, può fare paura perché legarsi significa diventare vulnerabili: quello
che accade a una persona, a una comunità, a qualcosa in cui crediamo, può farci
soffrire. Eppure, è proprio attraverso quei legami che molte cose acquistano
valore. Il desiderio di tenere sempre aperta ogni possibilità rischia di
lasciare la vita in sospeso, come se la scelta decisiva dovesse avvenire
soltanto quando saremo certi di non perdere nulla. Una certezza del genere,
nelle cose importanti, difficilmente ci viene concessa. Chi comincia
un’amicizia, chi educa, chi intraprende qualcosa insieme ad altri affida una
parte di sé a una storia che resta aperta. Anche la gioia nasce da questa
disponibilità: dall’esperienza di essere coinvolti in qualcosa che merita il
nostro tempo e che non si esaurisce in noi.
Riconoscere il valore di un
legame domanda anche intelligenza e libertà. Ci sono progetti da correggere,
strade da abbandonare, decisioni da ripensare. La fedeltà alle persone può
richiederci di cambiare profondamente il modo in cui abbiamo cercato di servirle.
Occorre poter distinguere ciò di cui siamo responsabili dall’attaccamento alla
soluzione che avevamo immaginato.
E qui collocherei la speranza.
Nella mia esperienza di credente, essa nasce dalla relazione con Dio e prende
forma nella vicinanza alle persone.
Mi sostiene la convinzione che la
vita di ciascuno abbia un valore che nessuna violenza può cancellare.
Questa convinzione ha conseguenze
molto concrete. Una persona che merita cura oggi, un bambino che ha bisogno di
imparare oggi, una relazione interrotta che deve poter attendere da noi un
primo gesto oggi. Sto parlando a persone che provengono da esperienze diverse,
a chi ha una fede religiosa e a chi non crede, ai laureati e alle famiglie che
li hanno accompagnati fin qui. La fede cristiana orienta il mio modo di
guardare la vita. Altri possono trovare in convinzioni diverse le ragioni del
proprio impegno. Possiamo riconoscerci perciò in alcune attese molto concrete
che, pur non escludendole, vanno oltre le nostre appartenenze e convinzioni.
Chi oggi si laurea desidera mettere a frutto ciò che ha imparato e trovare la
propria strada. Chi gli è stato vicino in questi anni spera di vederlo
costruire una vita buona, trovare un lavoro, essere amato, affrontare le
difficoltà senza restare solo. Da qui nasce una responsabilità che possiamo
condividere, il rispetto, la fiducia e le possibilità che desideriamo per noi e
per le persone che amiamo, sono importanti anche per gli altri. È su questo
desiderio, su questo terreno che voglio incontrarvi e condividere con voi ciò
che ho imparato a Gerusalemme.
Rimane un’ultima domanda, che
considero forse la più importante: mentre cerchiamo di costruire il nostro
futuro, chi stiamo diventando? Ogni decisione lascia qualcosa dentro di
noi. Il modo in cui usiamo una possibilità, trattiamo una persona, reagiamo a
una contraddizione, forma lentamente il nostro carattere. Ci abituiamo a un
certo linguaggio, a una certa misura delle cose, e quelle abitudini preparano
le decisioni successive. La persona che diventiamo si definisce anche
attraverso ciò che consideriamo normale.
In Terra Santa questa domanda
riguarda in modo doloroso il rapporto tra la sofferenza e l’odio. La violenza
può restringere tutto l’orizzonte, fino a farci leggere ogni incontro
attraverso ciò che abbiamo subito. Custodire la libertà significa anche raccontare
la verità di una storia dolorosa senza trasmettere odio.
Si può piangere i propri morti
senza desiderare la morte altrui. Quanto sia difficile, lo comprendiamo quando
quei morti hanno nomi e volti che conosciamo. Davanti a chi ha subito violenza,
questa possibilità va custodita con rispetto, accompagnando anche i silenzi e
la fatica. Nessuno può decidere dall’esterno il tempo di quel cammino. Ma
continuare a credere che esso sia possibile significa riconoscere alla persona
una libertà che il male subito tenta di sottrarle, significa volere che il suo
futuro rimanga aperto mentre la giustizia continua a chiedere verità e
responsabilità.
Per questo la vita ha bisogno di
luoghi nei quali possiamo esistere interamente anche con ciò che non riesce:
gli affetti, l’amicizia, il tempo del silenzio, la gratuità di un incontro
custodiscono questa ampiezza. Ci ricordano anche che il nostro valore precede
la prova delle nostre capacità e ci permettono di tornare alle responsabilità
con maggiore libertà perché sappiamo di poter essere amati anche quando non
abbiamo un risultato da presentare.
Oggi celebriamo una preparazione,
la vostra, e l’apertura di nuove possibilità, il desiderio di realizzare
qualcosa, di dare forma alle proprie idee, di contribuire alla vita comune.
Tutto questo merita fiducia. Ci sono opere che attendono intelligenza e iniziativa,
problemi che chiedono soluzioni, possibilità che diventano visibili solo quando
qualcuno comincerà a lavorarci.
Venendo da Gerusalemme portò con
me la consapevolezza della fragilità di ogni costruzione, ma porto anche la
convinzione che dentro quella fragilità la nostra azione abbia un valore reale.
Una relazione custodita, uno spazio nel quale persone diverse possono
incontrarsi, una possibilità restituita a chi l’aveva perduta, cambiano già la
vita di qualcuno e da quella vita possono nascere cose che oggi non possiamo né
sappiamo immaginare.
(…)
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fondazionesanbenedetto.it
domenica 20 settembre 2026
Il programma del viaggio apostolico del Papa in Francia
Viaggi apostolici
Papa in Francia: il programma dettagliato (SIR)
18 Settembre 2026 @ 14:58
Venerdì 25 settembre, l’aereo papale partirà alle 7.50 alla
volta di Parigi, dove atterrerà alle 10 all’aeroporto di Orly. Lo ha reso noto
il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, illlustrando nel
dettaglio – in sala stampa vaticana – il programma del viaggio del Papa in
Francia, dal 25 al 28 settembre. All’aeroporto Leone XIV sarà accolto dal
presidente francese, Emmanuel Macron; non sono previsti discorsi. Con il
presidente il Papa raggiungerà subito dopo il Salone d’Onore, per un breve
incontro privato, prima di dirigersi alle 10.30 verso l’Eliseo, dove alle 11 è
prevista la visita di cortesia al presidente Macron, cui seguirà, alle 11.45,
l’incontro con le autorità, la società civile e il Corpo diplomatico, con i due
discorsi del Pontefice e di Macron. Alle 12.15 il ritorno in nunziatura. Alle
15 il Papa arriva all’Unesco, dove visiterà la sede dell’Organizzazione delle
Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. Prima di tenere il suo
atteso discorso, il Papa firma il Libro d’Onore e un Accordo quadro. Alle 16.30
il Pontefice si dirige alla cattedrale di Notre Dame, dove arriverà alle 17 per
celebrare i Vespri alle 17.15, insieme a vescovi, sacerdoti, diaconi,
consacrati e seminaristi. Alle 18.15 il rientro in nunziatura. La prima
giornata papale in Francia si conclude alle 21 con la Veglia con i giovani, che
vedrà il Papa intervenire due volte: la prima in risposta alle domande dei
giovani e la seconda con un discorso. Sabato 26 settembre, alle 8.40, il Papa
partirà in auto per visitare il centro Maison Bakhita, dedicato
all’accompagnamento e all’integrazione sociale, mentre alle 10.15 incontrerà i
membri dell’assemblea sinodale provinciale, i catecumeni e i neofiti presso
l’Institut Catholique di Parigi, dove terrà un discorso. Alle 15 la messa in
Place de la Concorde e alle 17 il trasferimento a Orly, dove alle 17.45 è
prevista la partenza per Lourdes, con arrivo alle 19.05. Appena atterrato, alle
19.40, Leone pregherà alla grotta delle apparizioni di Massabielle. Domenica 27
settembre, alle 8.50, il trasferimento al Santuario Nostra signora di Lourdes,
dove alle 9 il Papa incontrerà i vescovi della Conferenza episcopale di
Francia. Alle 11 presiede la messa nella Prairie del santuario, seguita
dall’Angelus. Alle 13 si trasferisce nella Casa vescovile. Nel pomeriggio, alle
15.15, il Papa incontrerà gli operatori e gli assistiti dell’Accueil
Notre-Dame, mentre alle 16.30 è previsto un incontro privato con le religiose
di vita contemplativa del Carmelo di Lourdes. La sera, alle 21, la preghiera
del Rosario e la processione aux flambeaux. Alle 22 il rientro nella casa
vescovile. Lunedì 28 settembre, alle 7.40, il Pontefice si trasferirà in aereo
a Metz, dove alle 10 partecipa a un incontro interreligioso e all’appuntamento
“Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità”, in programma alle 11 presso il
Centro congressi Robert Schuman. Alle 16 la messa nella cattedrale di Santo
Stefano. Il viaggio si concluderà con la cerimonia di congedo in aeroporto e il
rientro all’aeroporto di Fiumicino, previsto alle 20.
domenica 13 settembre 2026
Domenico, suicidio assistito
Il mio amico Domenico, ucciso da una società indifferente
Di Deborah Giovanati
28 Agosto 2026
Il suo è il primo caso di
suicidio assistito interamente gestito dalla sanità regionale lombarda. La
consigliera milanese Giovanati accusa: è stato abbandonato, nessuno lo ha
aiutato a vivere meglio. «Serviva un caso per rompere ulteriori argini»
Domenico Zuccarella, 59enne
lombardo, malato di sclerosi multipla dal 2009, che attende da oltre sei mesi
una risposta per accedere al suicidio assistito, 24 maggio 2026
Il 25 agosto è morto suicida
Domenico Zuccarella, 59 anni, affetto da sclerosi multipla. Il suo è il primo
caso di suicidio assistito interamente gestito dalla Sanità regionale lombarda.
La consigliera comunale milanese Deborah Giovanati, che lo aveva conosciuto
dopo un articolo pubblicato su Tempi, ci racconta il loro rapporto d’amicizia.
Quando era con me, Paolo e
Nicola, Domenico mangiava, beveva vino e fumava un sacco di sigarette. Non era
l’uomo che stanno descrivendo in questi giorni sui giornali.
Mi diceva che ero «una bella
rompicoglioni». Ci ringraziava dopo essere stati da lui perché gli sembrava una
domenica di festa. Ci raccontavamo della vita. Ci prendeva in giro perché
avevamo tanti figli, e se lui pensava di essere pazzo, forse aveva incontrato
qualcuno più pazzo di lui. Ci disse che, solo dopo che aveva chiesto il
suicidio, era diventato importante. Però le interviste «che due coglioni,
sempre le solite domande».
Ci siamo incontrati ogni
settimana per due mesi e ci scrivevamo ogni giorno. Giorni migliori e giorni
peggiori. Mi aveva detto che alcuni amici lo avevano invitato ad allontanarsi
da noi, perché lo stavamo convincendo a non suicidarsi. Lui ci aveva riflettuto
se non vederci più, ma poi non se l’era sentita e aveva mandato a quel paese
gli amici. Aveva pensato che eravamo brave persone e che gli piaceva stare con
noi, e bere con noi del buon vino.
Gli avevamo detto che non ci
sembrava una persona che volesse morire, anzi, ma che volesse vivere meglio di
così. Lui ci aveva guardato sorridendo. Del resto, non era un tipo che si
tirava indietro se doveva mandarci affanculo.
Dobbiamo ringraziare che ci
abbiano messo più tempo del previsto a “fissargli la data”, così lo abbiamo
conosciuto. Se fosse stata più in là, a settembre, avevamo programmato di
andare a trovare un suo amico monaco a Chiaravalle. E finalmente sarebbe venuto
in vacanza con noi l’estate prossima, così ci saremmo organizzati bene. Ci
sarebbe venuto anche subito.
Una volta, forse, aveva bevuto
anche un po’ troppo e pensavamo di aver fatto un gran casino! E lui rideva! Ci
ha parlato di Gesù: i suoi amici non ci credevano molto, ma lui aveva letto il
Vangelo e aveva tante domande e, forse, solo a noi aveva il coraggio di
rivolgerle. Mi disse che se moriva, poi avrebbe pregato per me. Io l’ho mandato
a quel paese perché non funziona proprio così, e l’ho ringraziato perché ogni
volta che uscivo di lì io ero contenta, perché eravamo tutti dei poveretti, ma
ci stavamo facendo del bene.
(….)
Domenico non ce la faceva più a
vivere così. Non solo per la malattia; era tutto il contorno a essere
inadeguato. La prima cosa che mi disse, dopo che aveva deciso di incontrarmi,
era che si sentiva inutile. Aveva accettato di conoscermi perché voleva capire
chi mai si interessasse ancora di lui. Lo abbiamo visto il 31 luglio, abbiamo
festeggiato il compleanno di uno di noi, con torta e spumante.
La fine, la paura e la violenza
dello strappo
Poi abbiamo saputo che gli era
stata fissata la data del suicidio: era imminente, anche se non si sapeva bene
quando. Abbiamo saputo che aveva confidato a un’amica di avere paura, che si
era convinto ma era triste. Ha pianto, Domenico. E nel silenzio se n’è andato,
rassegnato a questo destino. Ormai tutti lo salutavano. Ormai aveva “tirato
troppo”. Tutti se lo aspettavano. Non poteva più tirarsi indietro.
Sento che mi è stato strappato un
amico. Un amico che è stato portato a morire. Una cosa di una violenza
inaudita. Una morte pulita. Gli hanno messo in bocca il veleno (o non so se gli
abbiano dato il puntatore oculare per iniettarselo, e sarebbe assurdo; non
glielo avevano dato neanche da vivo per chiamare con il telefono). Erano tutti
in attesa che la procedura andasse a buon fine. Capite che violenza?
L’Associazione Coscioni non si è
accorta di niente?
Domenico non era un malato
terminale, aveva la sclerosi multipla progressiva, la stessa malattia con cui
convivo io. Era una persona che voleva vivere meglio di così. E quando ha
deciso di uccidersi nessuno lo ha più fermato. Per il servizio sanitario, un
bel risparmio.
Qualcuno dice che lui era libero
di dire di no. Bugia enorme. Se non era nemmeno libero di dire ai suoi medici
di voler cambiare la sedia a rotelle, come poteva fermare una cosa simile?
Lui voleva morire e il servizio
sanitario regionale glielo ha concesso. Com’è possibile lasciare morire una
persona che mangiava, beveva, fumava, deglutiva normalmente e che aveva solo
bisogno di più supporto e aiuto? Perché i medici non si sono interrogati se era
stato fatto veramente tutto per lui? (…) Tutti ciechi per le loro battaglie
propagandistiche. Di Domenico non gliene fregava niente. Gli serviva un caso
per rompere ulteriori argini.
La morte di Domenico mi ha reso
ancora più evidente che il desiderio di morire si annida nella solitudine e
nell’abbandono. Quando ti consideri inutile, esplode la voglia di farla finita.
In questa cultura mortifera chi si può salvare?
Non si sarebbe ucciso
Incontrando Domenico ho capito
che il fine vita non è affatto una “questione etica” o una fissa da cattolici
bigotti, ma qualcosa che ci riguarda tutti, in ogni istante. E che
l’autodeterminazione è una grande bugia. La verità è che si dipende sempre da qualcosa
o da qualcuno. Non si è mai totalmente autonomi: si dipende dal giudizio
altrui, dal proprio pensiero, dalle persone che ci amano o che ci maltrattano.
Si dipende sempre.
Chiudo con le parole che avevo
scritto su Tempi, in quell’articolo che mi aveva portato a conoscere Domenico.
Se il 25 agosto anziché dargli il veleno gli avessero chiesto: “Domenico vuoi
diventare il nostro presidente? Vuoi aiutarci a costruire il nostro paese? Per
noi sei importante”. Sono certa che lui non si sarebbe ucciso.
L’articolo completo è su tempi.it
sabato 12 settembre 2026
Dalla cronaca al cuore
Oltre i
tempi bui della cronaca nera
L. Pezzi
11.09.2026
Il rientro dalle vacanze è stato
segnato da una catena di fatti di sangue. Si può andare oltre l’assuefazione
del dolore trasformato in notizia
C’è un video terribile,
sconvolgente, rimbalzato sui social network nei giorni scorsi. Un filmato che
lascia sgomenti e che induce a chiedersi quale sia la ragione della sua
diffusione, se non una morbosa attrazione per la cronaca più cupa.
Era il 3 settembre. Nel video si
vede un giovane aggrappato a un viadotto dell’Autostrada del Sole, nei pressi
di Barberino del Mugello. Grida contro poliziotti e vigili del fuoco, intimando
di non avvicinarsi. Aveva appena compiuto un gesto atroce scaraventando dallo
stesso ponte l’ex fidanzata e di lì a poco si sarebbe gettato anche lui.
Il rientro dalle vacanze è stato
accompagnato, in Italia, da una sequenza impressionante di fatti di sangue.
Notizie che scorrono ogni giorno davanti ai nostri occhi e alle quali rischiamo
ormai di essere assuefatti finché non accade qualcosa di ancora più drammatico,
capace di squarciare per un momento il velo dell’abitudine.
(….)
Viene allora spontaneo domandarsi
quale sia il senso di questo racconto incessante della tragedia altrui. Quale
contributo aggiunga alla comprensione della realtà. Quale miglioramento produca
nella società e nella nostra vita quotidiana il consumo continuo di un dolore
trasformato in notizia.
Molti anni fa, sulle pagine del
Corriere della Sera, Giovanni Testori rifletteva sull’omicidio di un’intera
famiglia compiuto in Brianza da un ventiquattrenne (Dietro l’orrore non
soffochiamo la pietà, 23 marzo 1981). Scriveva: «Forse, dinanzi a questi eventi,
di vero esiste solo il silenzio; quel silenzio che s’affaccia sugli abissi
della nostra povera nullità, del nostro povero disastro e, umile, china la
fronte».
Davanti al male estremo, la prima
risposta per Testori non è il commento immediato, ma una meditazione che porta
ad una conclusione scomoda: «tutti […] potremmo un giorno commettere qualcosa
di simile»; «non calcoliamo più che il male, giusto come il bene, ha un’enorme
capacità di diffusione e di contagio».
Il male, continua il drammaturgo,
non coincide soltanto con il delitto: «esiste una catena di cedimenti, di
trasgressioni, di colpe, di peccati; esiste, quanto meno, una catena di bene
non fatto, di amore non dato, di carità elusa, di avarizia sordida e quotidiana
che si dilata dal nostro comportamento e crea, appunto, nel vivere sociale una
somma di iniquità che esce da noi, diventa come un liquido, smisurato carcinoma
che investe poi chi, meno di noi, per non importa quale ragione, può reggere e
sopportare l’ombra e la terribile chiamata».
Di fronte a una lettura come
questa appare evidente la sproporzione di uno sguardo che va oltre la mera
cronaca. Uno sguardo che non giustifica il male e non attenua in alcun modo la
responsabilità di chi lo compie, ma che riconosce come la lotta contro la
violenza non possa esaurirsi nell’indignazione del momento o nella ricerca di
un colpevole da esibire, ma nella possibilità di condividere e di esprimere
quella ferita che la realtà provoca e che tutti con un nome o con un altro
portiamo dentro.
Una ferita che, come in Hamnet,
film della regista Premio Oscar Chloé Zhao, dedicato alla tragica morte del
figlio di Shakespeare durante un’epidemia di peste, potrebbe richiudersi nella
disperazione o trasformarsi in opera d’arte (da questa morte lo scrittore
inglese trae ispirazione per Amleto). Nel film affiora un toccante e delicato
invito a “lasciare aperto il cuore”. E se la lotta contro il male iniziasse
proprio da qui
Testo completo: paginasdigital
venerdì 11 settembre 2026
martedì 8 settembre 2026
M.Horsinga-Renno, Una ragionevole strage. Lo sterminio dei disabili in Austria in epoca nazista
Mireille Horsinga-Renno è nata a
Strasburgo nel 1947. Il padre fu uno dei 130.000 francesi originari
dell’Alsazia e della Mosella costretti ad arruolarsi nella Wehrmacht dopo
l’annessione delle loro regioni alla Germania nazista avvenuta nel 1940. Ha lavorato
come segretaria presso l’ambasciata di Francia in Germania, prima di ritornare
a vivere in Alsazia.
Il libro
Un giorno di luglio del 1981
Mireille Horsinga-Renno fa visita a un lontano parente tedesco di cui ha da
poco appreso l’esistenza, che trascorre una felice vecchiaia nella verdeggiante
Renania. La donna incontra un uomo ancora affascinante, un raffinato melomane
dai modi sicuri ed eleganti. È l’inizio di un rapporto affettuoso che dura fino
a quando, qualche anno più tardi, nel corso di una normale conversazione, lui
afferma che le camere a gas non sono mai esistite. La donna tenta di
contraddirlo, ma l’uomo ribadisce le proprie tesi negazioniste. I due diradano
bruscamente i rapporti. Un giorno, il caso porta Mireille a leggere un’opera
sul nazismo di due storici tedeschi in cui è citato fuggevolmente un certo «Dr.
Renno», medico responsabile, presso il castello austriaco di Hartheim, del
programma nazista di sterminio delle persone portatrici di handicap, a causa
del quale morirono 18.269 «malati incurabili», la cui vita era ritenuta
«inutile e improduttiva ». (Attrezzato con camera a gas e forno crematorio, il
castello della morte diventerà successivamente il distaccamento del campo di
Mauthausen.)
Per Mireille Horsinga-Renno
questo è il punto di partenza di un lungo viaggio nei sinistri meandri di un
passato sconosciuto, nel quale la memoria familiare si sovrappone alla grande
storia. Come credere che quell’uomo anziano così colto e premuroso – che morirà
impunito nel 1997 – è il medico nazista direttamente responsabile della
selezione e dello sterminio di migliaia di innocenti? Quali impulsi lo hanno
animato e ancora lo abitano? Come possono coesistere nella stessa persona
inclinazioni, sentimenti, pensieri tanto radicalmente contrastanti?
Una ragionevole strage è un libro
appassionante, coraggioso e sensibile (oltre che tragicamente inquietante), che
costituisce una straordinaria vittoria sul silenzio e l’oblio.
giovedì 3 settembre 2026
OMICIDIO-SUICIDIO A ROMA
OMICIDIO-SUICIDIO A ROMA |
C’è chi vuole liquidare i legami affettivi, ora un patto tra Stato e terzo
settore
Salvatore Abbruzzese Pubblicato 3
Settembre 2026, (sussidiario.net)
L’omicidio-suicidio di Roma e il
primo suicidio assistito in Lombardia ripropongono il tema della povertà
relazionale. Colpisce anziani, famiglie, giovani
C’è una nuova forma di povertà
che sta emergendo e che non coincide affatto con la scarsità di risorse
economiche, né con qualsiasi forma di degrado materiale. Il nuovo cono d’ombra
che si sta manifestando è del tutto indipendente dal mancato potere di acquisto
dei beni di consumo essenziali o dal risiedere in un eventuale ghetto
suburbano. La nuova povertà sembra piuttosto provenire da una rete sociale a
maglie lacerate, nella quale troppi drammi non vengono intercettati, troppe
solitudini si consumano nel silenzio, troppe miserie morali non vengono
percepite se non una volta esplose, spesso tragicamente. Oppure, all’opposto,
vengono lasciate consumarsi nell’indifferenza, alla quale questi nuovi poveri
reagiscono nel credere di potercela fare da soli: ed è ancora peggio.
La vicenda della giovane coppia
nel quartiere romano di Pietralata, dove due quarantenni, alle prese con la
malinconia di un lavoro svolto nella solitudine delle mura di casa da un lato e
con la presenza di una bambina disabile dall’altro, dopo avere tentato tutte le
strade possibili, hanno scelto la strada dell’omicidio-suicidio, così come
quella di Domenico Zuccarella, un 59enne affetto da sclerosi multipla
lasciatosi andare il 25 agosto, dopo avere visto accolta la sua richiesta di
suicidio assistito da parte della Regione Lombardia, non possono non
interrogarci. Anche Domenico, come Luca e Valentina, “non ce la faceva più”. E
il loro smarrimento ci appare assolutamente condivisibile. Per l’uno come per
gli altri, la vita si stava spalancando dinanzi a loro come uno scenario di
dolore senza speranza.
Per quanto i servizi sociali si
impegnino e gli assessorati facciano certamente il loro lavoro, le maglie
oramai troppo larghe delle reti di interconoscenza e di solidarietà, l’assenza
di dialogo dentro le famiglie, le troppe fratture affettive che sfociano nelle
solitudini inattese lasciano emergere questa nuova forma di povertà.
Si tratta della povertà
relazionale, segnata dall’inesistenza di relazioni significative quando il
cielo delle opportunità sembra chiudersi e ci si percepisce intrappolati in una
gabbia, fisica o morale che sia. Ed è una miseria molto più insidiosa di qualsiasi
povertà materiale. Infatti, se per quest’ultima le reti di assistenza, i banchi
di solidarietà, le mense e i ricoveri notturni sono reperibili ovunque, non
altrettanto avviene per i vuoti interiori, per la sensazione di percepirsi ai
margini di tutto e di essere stati abbandonati.
Le stesse richieste di suicidio
assistito si configurano come altrettante manifestazioni di un’Italia
sofferente, dove, più ancora del dolore della malattia, è insopportabile quello
causato dall’indifferenza.
Innanzitutto, quella
dell’istituzione che, al posto delle cure palliative introvabili e degli
assistenti che non arrivano, dinanzi al dramma dei malati terminali e dei loro
cari che ingrigiscono al capezzale di questi, anziché curare il dolore di chi
soffre e assistere concretamente ed efficacemente quanti vi sono accanto,
propone di affrettare il decesso di chi appare incurabile: un vero e proprio
capolavoro di efficienza organizzativa declinata sul pendio perverso del
cinismo morale.
Ma anche l’indifferenza
proveniente da famiglie oramai depotenziate, comunità inesistenti, reti di
solidarietà introvabili, parrocchie silenziose e inoperanti è altrettanto
responsabile. “Non esiste la società, ma solo gli individui”, soleva dire
l’aspra e implacabile Margaret Thatcher, ma è proprio con la fine di ogni rete
informale di aiuto che si sperimenta il dolore del sentirsi abbandonati e si
desidera liberarsi da una vita ridotta a essere un “cespuglio di spine”.
Vi sono povertà nascoste che non
mendicano per strada, ma che sono ben più insidiose e fatali di qualsiasi
povertà materiale. I “nuovi miserabili” sono gli anziani rimasti soli e alla
deriva, le famiglie con disabili rimaste senza l’assistenza di una presenza
significativa. I nuovi poveri sono i giovani adolescenti braccati dalla
solitudine, le donne abbandonate, le famiglie isolate nel loro dramma tra
l’indifferenza di tutti.
(….)
È evidente come, da un tale
contesto, sia necessario allontanarsi. Una simile società, indifferente e
cinica al tempo stesso, non può partorire che la propria fine come collettività
morale.
La solitudine e l’abbandono sono
le vere miserie postmoderne e non si risolvono se non sostenendo chi aiuta, ma
anche essendo presenti, in prima persona, restituendo a questi nuovi
dimenticati l’unica cosa che veramente conta per loro: il sentirsi importanti
per qualcuno.
(…)
Ma si tratta anche di assistere
il volontariato e le associazioni del Terzo settore, capaci di fornire quel
“supplemento d’anima” che non sempre è reperibile nelle reti dell’assistenza
salariata. Un volontariato che può essere a sua volta sostenuto anche dai
privati cittadini, magari anche solo contribuendo alle spese quando non si
hanno le possibilità di tempo né le competenze necessarie per operare in prima
persona.
Ma, infine, e anche prima di
tutto questo, si tratta di impegnarsi in una cultura della solidarietà che è
innanzitutto una cultura dell’attenzione, della presenza e della compagnia. A
questa sensibilità siamo tutti chiamati. Solo lo sviluppo di questa può
impedire che altri Domenico, altri Luca, Valentina e Bianca ci abbandonino,
andandosene via.









