Intervista a Sara Salvadori, studiosa delle miniature della monaca benedettina e dottore della Chiesa protagonista del Padiglione della Santa Sede a Venezia. Con il suo linguaggio «disegna suoni». Ecco perché le sue opere vanno lette come partiture
01.10.2026
Luca Fiore (tracce.org)
Un po’ san Francesco, un po’
Leonardo da Vinci, un po’ Teresa d’Avila. Ildegarda di Bingen (1098-1179) non
sta dentro una sola misura: badessa benedettina, medica, cosmologa,
compositrice, poetessa, proclamata santa e dottore della Chiesa nel 2012 da papa
Benedetto XVI. Cantava la natura come il Poverello; tre secoli prima dell’uomo
vitruviano disegnava l’uomo dentro la ruota del cosmo e, come la Santa di
Avila, conosceva le stanze del castello interiore. È a lei che è stato dedicato
il Padiglione della Santa Sede alla Biennale d’Arte di Venezia di quest’anno.
L’orecchio è l’occhio dell’anima, questo il titolo, è curato da Hans Ulrich
Obrist (il più influente curatore di arte contemporanea degli ultimi
trent’anni) e Ben Vickers con il Soundwalk Collective. Si entra con le cuffie
nel Giardino mistico dei Carmelitani Scalzi, accanto alla stazione di Santa
Lucia: 24 tra musicisti e poeti — da Brian Eno a Patti Smith — rispondono ai
canti e alle visioni della monaca renana. A guidarci dentro quel mondo è Sara
Salvadori, fiorentina, autrice per Skira di tre volumi che hanno reso
accessibili in grande formato le miniature ildegardiane.
Come è arrivata a Ildegarda?
Ho studiato viola al
conservatorio e ho suonato in orchestra. Poi mi sono dedicata alla didattica
della musica per bambini e al tema “musica e salute” in Pediatria e Geriatria.
Anni fa, in una scuola di cristianità vicino a Firenze, don Giorgio Mazzanti — prete,
poeta e teologo — aveva proposto di raccontare ai ragazzi alcune figure di
santi. Cercando un’ispirazione comprai un libro di biografie e una sera, tardi,
mi imbattei in lei. Pensai: non è per i ragazzi, ma qui c’è qualcosa di molto
particolare. Quando lo raccontai a don Giorgio, mi portò nella sua biblioteca e
mi mise in mano il codice delle miniature di Lucca: «Vai e studiala, perché lei
è importante per il mondo di oggi». Non aggiunse altro. Tornai a casa, mi
spaventai. Dopo tre settimane, glielo riportai senza averlo letto. Ma Ildegarda
si ripresentò più tardi. E non l’ho più abbandonata.
In che cosa consiste il suo
lavoro sulle miniature?
Ildegarda procede sempre in due
tempi. Prima descrive l’immagine così come la vede, poi la spiega. Dice:
«L’uomo che ho visto sopra il monte è Dio», «La figura piena di occhi è il
timore di Dio». Io ho preso ogni singolo elemento di ogni miniatura e gli ho
messo accanto la spiegazione che lei stessa ne dà, con le sue parole. Per
ciascuna tavola ho costruito una legenda: l’immagine grande, la stessa immagine
con i rimandi, e la chiave di lettura di ogni simbolo. Così chiunque, un
musicista, un erborista, un accademico, può avere in una pagina sola la visione
e il suo significato.
Le miniature erano sempre state
lette come semplici illustrazioni del testo. Invece c’è un secondo livello:
Ildegarda riprende gli stessi elementi, con gli stessi nomi, in visioni
lontanissime tra loro, e così traccia un cammino che le parole non raccontano
Lei però dice che dentro
quelle immagini c’è un “linguaggio”. Che cosa intende?
Le miniature erano sempre state
lette come semplici illustrazioni del testo. Invece c’è un secondo livello:
Ildegarda riprende gli stessi elementi — con gli stessi nomi — in visioni
lontanissime tra loro, e così traccia un cammino che le parole non raccontano.
All’inizio compare una nube verde: è Eva, l’umanità. Quella nube ritorna, si
moltiplica in dieci nubi, poi in dieci aurore, fino a diventare una sola
Aurora: Maria. Sono quattro miniature diverse, distantissime nel libro, che
nessuno aveva mai messo in fila. Eppure raccontano, senza una parola, il
passaggio da Eva a Maria. È quello che accade nella Bibbia, dove sotto il
racconto corrono altri livelli di senso. Lei lo fa con la parola, con il suono
e anche con le immagini.
Lei dice che queste miniature
vanno lette come partiture. C’è un punto in cui il suo orecchio di musicista ha
colto qualcosa che agli altri sfuggiva?
Ildegarda era una compositrice, e
per lei la musica era una scienza: rapporti, proporzioni, la tradizione
pitagorica di Boezio. Nel suo ultimo ciclo di miniature i cerchi sono
moltissimi, alcuni perfino esteticamente “non particolarmente belli”. Li ho raccolti
e ordinati per dimensione: formano una progressione esatta. Da lì l’intuizione
che quando Ildegarda disegna un cerchio, lei stia disegnando un suono. L’ultima
immagine, quella del paradiso, è quasi spoglia: nessuno direbbe «qui c’è la
gioia, la lode». Ma la misura di quei cerchi — Maria, l’Agnello, il Padre —
compone la consonanza perfetta. Lì la lode è una proporzione.
Perché una mistica del XII
secolo parla al nostro presente?
Un aspetto per il quale in questa
epoca la sentiamo vicina è quello che oggi viene definito “visione olistica
della realtà”, anzitutto. Lei dice: corpo, anima e razionalità devono andare
insieme. Lo stiamo riscoprendo dopo la grande parentesi illuminista. E poi c’è
la sua cosmologia: nel nostro gruppo di lavoro è entrato anche un astrofisico
con il quale abbiamo constatato che le parole con cui Ildegarda descrive i fili
dorati che escono dalla bocca di Caritas, Amore divino, filamenti che tengono
insieme e ordinano il cosmo, sono così simili all’immagine della “ragnatela”
con cui la fisica contemporanea descrive le forze dell’universo. Le due
definizioni messe a confronto sono sorprendenti.
Che cosa la colpisce di più
della sua biografia?
Quarant’anni di visioni in
silenzio, senza scrivere una parola. Poi, a 42 anni e sette mesi, comincia a
scrivere. E impiega dieci anni per comporre la prima opera. È un tempo di
gestazione che non appartiene al nostro oggi. Forse per questo è così interessante
la scelta di dedicare all’ascolto il Padiglione della Santa Sede in un tempo e
in uno spazio dilatato. Un altro aspetto è il luogo in cui Ildegarda nasce e
vive. Dio la mette al centro dell’Impero, accanto all’imperatore e al papa, nel
cuore della scena politica. Nasce con un compito, essere profetessa in un tempo
e in uno spazio storico decisivo per la storia della Chiesa. E ancora, un
luogo, immerso nel verde, nella terra fresca e umida dove sono presenti
importanti cave di pietre preziose e di ferro e vicino al grande fiume Reno, la
natura di cui Ildegarda racconta e scrive con tanta attenzione. Non la capisci,
se non sai da dove guarda.
Che effetto le ha fatto il
Padiglione della Santa Sede?
Mi ha colpita che la proposta di
dedicare il Padiglione a Ildegarda non sia partita dal Vaticano ma da un
curatore di arte contemporanea. Obrist ha ripescato un ricordo d’infanzia: il
padre che lo portava nella biblioteca di San Gallo e ha detto che da molto
aspettava un’occasione per parlare di lei. È un gesto coraggioso e giusto: il
giardino monastico, il silenzio, il tempo rallentato. Oggi Ildegarda non ci
parla, ci urla: vai più piano, fai le cose con le mani, contempla. Mi è
piaciuto il “largo” costruito sugli intervalli aurei ildegardiani, l’espandersi
sonoro che assomiglia alla sua Trinità fatta di cerchi, e il disegno del
labirinto. Il linguaggio musicale è contemporaneo, legato alla pratica del
paesaggio sonoro e della musica ambientale. E mi ha commossa, nella seconda
sede del Padiglione al complesso di Santa Maria Ausiliatrice, la registrazione
dal vivo del canto quotidiano delle monache che recitano le Ore.
(…)
Il Padiglione piace molto.
Ildegarda “arriva” in maniera
estremamente pop. Molti lo dicono, ed è vero: è straordinariamente attuale,
iper contemporanea. Le sue miniature non sono legate a un tempo – nessuno ne ha
fatte di simili, né prima né dopo – sono continua ispirazione, come abbiamo
visto anche nella parte alla chiesa di Santa Maria Ausiliatrice. Lei si
presenta come fanno i santi: è esplosiva. Mi viene in mente sant’Orsola con le
sue undicimila vergini, il riferimento di Ildegarda stessa, a cui ha dedicato
molti canti e io penso sempre che Ildegarda come lei stia allestendo un suo
piccolo esercito: ha preso Obrist, ha preso Vickers, per arruolarli in ciò che
vuole comunicarci. È come se Dio mandasse il santo di cui quell’epoca, quel
momento ha bisogno, adesso. Don Mazzanti, di lei, diceva: «È come una supernova
esplosa molto tempo fa, la cui luce ci raggiunge ancora oggi».
(…)
Ildegarda era molto amata
anche da don Giussani.
Sì, quando all’inizio ho cercato
nella discografia ho notato che aveva inserito un cd, Ave Generosa, nella
collana “Spirto Gentil”. Forse Ildegarda è arrivata a lui tramite Romano
Guardini, di fatto Giussani ha colto il valore di queste composizioni in tempi
in cui non era ancora così nota in Italia. È stato un pioniere. I visionari
sanno riconoscere i visionari.
Dopo vent’anni, che cosa le ha
lasciato questo lavoro?
Una cosa che ho messo a fuoco
solo da poco. Mi sono affannata a leggerla, a capirla, e a un certo punto mi
sono accorta che Scivias, “conosci le vie”, la sua prima opera illustrata dalle
miniature che amo così tanto, aveva lavorato dentro di me. Pensavo di studiare
immagini, e invece erano “le vie” a operare in me. È accaduto come con la
Divina Commedia: credi di attraversare un’opera letteraria, e ti accorgi che
lei plasma il tuo vivere senza che te ne sia accorto.







