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lunedì 2 febbraio 2026
Marco Gallo, causa di beatificazione al via/ Chiesa Milano pubblica editto per il 17enne di GS morto nel 2011
Marco Gallo, causa di beatificazione al via/ Chiesa
Milano pubblica editto per il 17enne di GS morto nel 2011
Niccolò Magnani Pubblicato 1 Febbraio 2026
L'arcivescovo Delpini aprirà il 7 marzo a Milano la causa di
beatificazione per il Servo di Dio Marco Gallo: ecco chi è e perché ha “fama di
santità”
L’ANNUNCIO DELLA CHIESA DI MILANO: IL 7 MARZO SI APRE IL
PROCESSO DI BEATIFICAZIONE PER MARCO GALLO
«Io sono amato e quindi faccio tutto»: il prossimo 7 marzo
2026 sarà l’arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini, ad aprire ufficialmente
il processo per la causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio
Marco Gallo. Il ragazzo classe 1994, morto a soli 17 anni per un incidente
stradale, che dalla sua Liguria alla nuova casa in Brianza incontra la fede
cristiana nei volti e negli insegnamenti di Gioventù Studentesca (il “ramo”
giovanile di Comunione e Liberazione) e riesce però ad andare ben oltre una
“semplice” adesione alla vita di un Movimento ecclesiale
Dalla miriade di scritti, appunti e frasi che Marco Gallo si
annotava è emersa una figura tra le più incredibili della storia recente
cristiana in Italia, tanto da portarlo a scrivere appena la sera prima della
sua morte – sui muri della cameretta, di fianco al Crocifisso – una frase che
lascia attoniti e sbalorditi: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?».
Ebbene, dopo un percorso quasi da record nell’iter canonico del Dicastero per
le Cause di Santi e Beati, il giovanissimo originario di Casarza Ligure potrà
in futuro entrare nel novero dei nuovi testimoni della Chiesa Cattolica.
La scritta di Marco Gallo sul muro della cameretta la sera
prima di morire (foto dal libro “Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi
a saltellare”)
Come spiega l’editto pubblicato dalla Diocesi di Milano,
l’arcivescovo Delpini ha accolto lo scorso giugno 2024 il documento prodotto
dal postulatore, padre Andrea Mandonico, per portare alla luce il possibile
carisma di fede verso la Beatificazione ed eventuale Canonizzazione di Marco
Gallo: «Marco amava la vita, si poneva molte domande e soprattutto aveva
trovato nell’amore per Gesù e per il prossimo la fonte della vera gioia. Per
questo lasciava in tutti coloro che lo conoscevano una viva convinzione di santità»,
scrive l’editto pubblicato in data 1 febbraio 2026 don Marco Gianola, preso il
Servizio delle Cause dei Santi dell’Arcidiocesi milanese.
Dopo l’infanzia vissuta in Liguria, il trasferimento con la
famiglia ad Arese, poi Lecco e infine Monza, lo vede protagonista al liceo Don
Gnocchi di Carate Brianza di un incontro che gli cambierà per sempre la vita:
gli insegnanti e gli altri ragazzi della Comunità di GS alimentano in Marco
Gallo la propria fede, in una maniera che a tratti ricorda la passione vitale
di San Carlo Acutis, anche lui giovanissimo al contempo “normale” (studioso,
appassionato di internet e giochi) e dedito a scoprire l’origine del destino e
della fede cristiana.
Il 5 novembre 2011 a Sovico Marco viene investito da un’auto
e due giorni dopo nel Duomo di Monza una fiumana di gente assiste ai funerali:
come raccontato da diverse testimonianze, in primis la mamma Paola, la sera
prima di morire quella scritta sul muro della camera dopo che il ragazzo era
rimasto colpito dalla morte di un amico universitario in un altro incidente.
La frase tratta dal Vangelo di Pasqua – detta da Gesù a chi
si imbatte dopo la Resurrezione – racchiude forse tutto di quella fede umile,
sempre in posa di domanda e mai come un’arrogante “sapienza”: «Io non valgo
nulla. Ma il motivo per cui la mia vita ha senso è perché ci sei te… tu mi
ridesti ogni attimo», si annota ancora Marco Gallo commentando una canzone di
Claudio Chieffo (“Io non sono degno”, ndr).
Nel libro “Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi a
saltellare” vengono raccolte numerose citazioni e pensieri annotati negli anni
della gioventù da quel ragazzo così fuori dagli schemi anche dello stesso
Movimento di GS che aveva incontrato: davanti ai responsabili della Scuola di
Comunità “lamenta” che le grandi catechesi siano spesso proposte su numeri di
partecipazione così ampli ed enormi, pretendo invece una trasmissione di fede
più diretta e in piccoli gruppi, «il movimento si trasmette tramite uno
sguardo, un’amicizia, una persona, che ti comunica, un rapporto personale».
Serve una presenza reale, vera, fisica e che trasmette
bellezza, spiega ancora il Servo di Dio Marco Gallo pochi anni prima di morire,
ammettendo di voler sacrificare tutta la sua vita per scoprire se è vero che la
felicità più piena si trova in Dio.
(….) continua su sussidiario.net
mercoledì 28 gennaio 2026
Leone XIV, Udienza generale
LEONE XIV
UDIENZA GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 28 gennaio 2026
Catechesi. I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Dei Verbum. 3. Un solo sacro deposito. Il rapporto tra Scrittura e Tradizione
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Proseguendo nella lettura della Costituzione conciliare Dei Verbum sulla divina Rivelazione, oggi riflettiamo sul rapporto tra la Sacra Scrittura e la Tradizione. Possiamo prendere come sfondo due scene evangeliche. Nella prima, che si svolge nel Cenacolo, Gesù, nel suo grande discorso-testamento rivolto ai discepoli, afferma: «Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. […] Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 14,25-26; 16,13).
La seconda scena ci conduce, invece, sulle colline della Galilea. Gesù risorto si mostra ai discepoli, che sono sorpresi e dubbiosi, e dà loro una consegna: «Andate e fate discepoli tutti i popoli, […] insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20). In entrambe queste scene è evidente il nesso intimo tra la parola pronunciata da Cristo e la sua diffusione lungo i secoli.
È ciò che il Concilio Vaticano II afferma ricorrendo a un’immagine suggestiva: «La sacra Scrittura e la sacra Tradizione sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine» (Dei Verbum, 9). La Tradizione ecclesiale si dirama lungo il percorso della storia attraverso la Chiesa che custodisce, interpreta, incarna la Parola di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (cfr n. 113) rimanda, a questo proposito, a un motto dei Padri della Chiesa: «La Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali», cioè nel testo sacro.
Sulla scia delle parole di Cristo che abbiamo sopra citato, il Concilio afferma che «la Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo» (DV, 8). Questo avviene con la comprensione piena mediante «la riflessione e lo studio dei credenti», attraverso l’esperienza che nasce da «una più profonda intelligenza delle cose spirituali» e, soprattutto, con la predicazione dei successori degli apostoli che hanno ricevuto «un carisma sicuro di verità». In sintesi, «la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa crede» (ibid.).
Famosa è, al riguardo, l’espressione di San Gregorio Magno: «La Sacra Scrittura cresce con coloro che la leggono». [1] E già Sant’Agostino aveva affermato che «uno solo è il discorso di Dio che si sviluppa in tutta la Scrittura e uno solo è il Verbo che risuona sulla bocca di tanti santi». [2] La Parola di Dio, dunque, non è fossilizzata ma è una realtà vivente e organica che si sviluppa e cresce nella Tradizione. Quest’ultima, grazie allo Spirito Santo, la comprende nella ricchezza della sua verità e la incarna nelle coordinate mutevoli della storia.
Suggestivo, in questa linea, è quanto proponeva il santo Dottore della Chiesa John Henry Newman, nella sua opera dal titolo Lo sviluppo della dottrina cristiana. Egli affermava che il cristianesimo, sia come esperienza comunitaria, sia come dottrina, è una realtà dinamica, nel modo indicato da Gesù stesso con le parabole del seme (cfr Mc 4,26-29): una realtà viva che si sviluppa grazie a una forza vitale interiore. [3]
L’apostolo Paolo, esorta più volte il suo discepolo e collaboratore Timoteo: «O Timoteo, custodisci il deposito che ti è stato affidato» (1Tm 6,20; cfr 2Tm 1,12.14). La Costituzione dogmatica Dei Verbum riecheggia questo testo paolino là dove dice: «La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa», interpretato dal «magistero vivo della Chiesa la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo» (n. 10). “Deposito” è un termine che, nella sua matrice originaria, è di natura giuridica e impone al depositario il dovere di conservare il contenuto, che in questo caso è la fede, e di trasmetterlo intatto.
Il “deposito” della Parola di Dio è anche oggi nelle mani della Chiesa e noi tutti, nei diversi ministeri ecclesiali, dobbiamo continuare a custodirlo nella sua integrità, come una stella polare per il nostro cammino nella complessità della storia e dell’esistenza.
In conclusione, carissimi, ascoltiamo ancora la Dei Verbum, che esalta l’intreccio tra la Sacra Scrittura e la Tradizione: esse – afferma – sono talmente connesse e congiunte tra loro da non poter sussistere indipendentemente, e insieme, secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime (cfr n. 10).
______________________________________________
[1] Homiliae in Ezechielem I, VII, 8: PL 76, 843D.
[2] Enarrationes in Psalmos 103, IV, 1
[3] Cfr. J.H. Newman, Lo sviluppo della dottrina cristiana, Milano 2003, p. 104.
martedì 27 gennaio 2026
Card.Fernandez:“Non domandare alla luce, ma al fuoco”
Card. Victor Manuel Fernández
Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede
“Non domandare alla luce, ma al fuoco”
Meditazione di apertura della Sessione Plenaria
del Dicastero per la Dottrina della Fede
27 gennaio 2026
Negli ultimi tempi, nella preghiera, ho sentito un forte invito all’umiltà intellettuale, ricordando quelle antiche parole: “Ubi umilitas ibi sapientia”. Vorrei incominciare il nostro incontro, in questo contesto di preghiera, con un invito proprio a quell’umiltà intellettuale.
Dio ha donato all’essere umano la capacità del pensiero, la quale ha una portata universale: si può pensare il mondo, la storia, le origini, si può persino pensare Dio. Tuttavia, questa capacità universale del pensiero non significa che le persone umane abbiano una capacità di esaustività, di percezione integrale della realtà. Anche con l’aiuto delle tecnologie più potenti immaginabili, è impossibile per una mente umana essere consapevole della realtà nella sua totalità e in ogni suo aspetto. Questo è possibile solo per Dio.
Il problema è che, per questo motivo, non possiamo avere una comprensione integrale nemmeno di una piccola parte di questo mondo, perché quella medesima parte può essere pienamente compresa solo alla luce della totalità in cui è integrata: tutto è connesso.
Di conseguenza, siamo incapaci di interpretare tutti i significati e le sfumature di una realtà, di una persona, di un momento storico, di una verità.
Tommaso d’Aquino spiegò che la ricchezza inesauribile di Dio si esprime meglio nella ricchezza dell’insieme, la cui varietà proviene “dall’intenzione del primo agente”, in modo tale che “ciò che manca a ciascuna cosa per rappresentare la bontà divina sia supplito dalle altre cose”. Se ci fosse invece una sola creatura, benché perfettissima, ciò sarebbe una perdita, perché la bontà di Dio “non può essere adeguatamente rappresentata da una sola creatura” (S. Th I, q. 47, art. 1; art. 2, ad. 1; art. 3). Per questa stessa ragione, spiegava Papa Francesco, “abbiamo bisogno di cogliere la varietà delle cose nelle loro molteplici relazioni. Dunque, si capisce meglio l’importanza e il significato di qualsiasi creatura, se la si contempla nell’insieme del piano di Dio” (LS 86).
Con altre parole, san Giovanni della Croce esclamava:
“Penetriamo nel folto delle tue opere meravigliose […] la cui moltitudine è tanta e così varia, che si può chiamare folto. In esse vi è infatti una sapienza così abbondante e così piena di misteri […] così profonda e immensa che, per quanto la conosca, l’anima può entrare sempre più dentro, poiché essa è immensa e contiene delle ricchezze incomprensibili” (Cantico 36, 10).
Più la scienza e la tecnologia avanzano, più dobbiamo mantenere viva quella consapevolezza del limite, del nostro bisogno di Dio per non cadere in un terribile inganno, lo stesso che ha portato agli eccessi dell’Inquisizione, alle guerre mondiali, alla Shoah, ai massacri a Gaza, tutte situazioni che si giustificano con argomentazioni fallaci.
Il problema è che lo stesso può accadere nella vita di tutti noi. Infatti, ripetiamo quell’inganno vivendo troppo sicuri di ciò che sappiamo.
Questo ci chiama a renderci consapevoli di due questioni:
1. Che per comprendere appieno qualsiasi cosa dobbiamo lasciarci illuminare da Dio, dobbiamo invocarlo, pregare, ascoltarlo, lasciarci guidare da Lui in mezzo alle ombre. La fede ci assicura che possiamo davvero farlo, ed è davvero possibile che Egli ci illumini per vedere meglio. Ci fidiamo di Lui (credere Deo).
2. Che dobbiamo riflettere, pensare, analizzare la realtà, ma ascoltando gli altri, accogliendo le loro prospettive che ci permettono di percepire altri aspetti della realtà stessa, aprirci ad altri punti di vista. Per questa ragione ci fa bene prestare attenzione alle “periferie” da dove si vedono le cose in modo diverso.
(continua su vatican.com)
LETTURE/ Il realismo della pace e il nostro compito, Leone XIV erede di Giovanni XXIII
LETTURE/ Il realismo della pace e il nostro compito,
Leone XIV erede di Giovanni XXIII
Giorgio Cavalli Pubblicato 27 Gennaio 2026
Il messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1°
gennaio 2026 di Leone XIV è stato a torto sottovalutato. È invece profondamente
innovatore.
I nuovi scenari di conflitto in questo inizio anno hanno
portato l’attenzione dei media sui nuovi tamburi di guerra, mettendo in ombra
gli appelli di Leone XIV alla pace. Nel messaggio per la Giornata mondiale
della pace del 1° gennaio 2026, dal titolo “Verso una pace disarmata e
disarmante”, il papa ci invita a farci artigiani di pace, unica azione
ragionevole nell’attuale corsa al disordine mondiale.
Il discorso del papa merita di essere letto per intero e
costituisce un vero e proprio manifesto per tutti coloro che non intendono
piegarsi allo scivolamento attuale della politica e perfino del linguaggio
verso il bellicismo più sfrenato: “Oggi alle nuove sfide – scrive il papa –
pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il
riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura
della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne
dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e
programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che
diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata
di difesa e di sicurezza”.
Il messaggio, oltre che toccare questioni concrete come la
crescita esponenziale degli investimenti nella produzione delle armi,
rappresenta una riflessione di altissimo livello e una tappa significativa
all’interno del percorso avviato dai pontifici nell’ultimo secolo sui temi
della pace, a partire dalla “Rerum Novarum” (1891) di Leone XIII fino alla “Fratelli
tutti”.
In tale percorso sta maturando sempre più, e soprattutto con
papa Francesco e con Leone XIV, una riflessione che, pur senza abolirla,
propone un forte ridimensionamento della dottrina tradizionale della “guerra
giusta” intesa come legittima difesa di un popolo aggredito. Tale
ridimensionamento non conduce tuttavia, nel pensiero dei papi, a una sorta di
resa fatalistica alla prepotenza che si va imponendo nel mondo, ma è piuttosto
l’indicazione sempre più lucida di modelli alternativi di resistenza spirituale
e di nonviolenza attiva nella difesa della libertà, della giustizia e della
pace, unica prospettiva veramente razionale a cui guardare oggi più che mai.
(…)
Dal canto suo, Leone XIV, ribadendo che è in Cristo la pace
a cui gli uomini aspirano, sottolinea che questa non può restare una semplice
utopia, tanto lontana da disperare che la pace possa essere non solo il fine
del nostro agire, ma anche il mezzo per conseguirla: “Accogliamola e
riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di
essere una meta, la pace è una presenza e un cammino”.
È la logica appunto della nonviolenza attiva, quella evocata
da Gandhi, secondo il quale il fine è nei mezzi come l’albero è nel seme. Il
papa, insomma, ci dice che la pace o avviene qui e ora, nel momento stesso del
conflitto, oppure resta una pura astrazione, un’utopia appunto. Cristo infatti
non invocava una pace astratta, lui era ed è la pace presente: “I Vangeli –
dice ancora il papa nel suo messaggio – non nascondono che a sconcertare i
discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo,
gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di
seguirlo”.
Il punto di svolta decisivo nel percorso del Magistero
pontificio verso la messa in crisi della praticabilità, nelle condizioni
presenti, della “guerra giusta” fu la Pacem in terris di Giovanni XXIII.
L’enciclica, scritta di suo pugno a Concilio Vaticano II in pieno corso,
rappresentò una scossa per gli stessi padri conciliari. Essa segnava una decisa
riconsiderazione alla luce della storia del principio della guerra giusta. La
giustificazione della guerra difensiva attraversa la storia della Chiesa a partire
da sant’Agostino, ma nell’era nucleare, secondo Giovanni XXIII, la questione
non poteva più essere posta negli stessi identici termini del passato.
Infatti, dopo l’esperienza di Hiroshima e Nagasaki e dei
bombardamenti a tappeto sulle città nella seconda guerra mondiale e nel momento
stesso della corsa alle armi nucleari nella guerra fredda, Giovanni XXIII, pur
senza negare la legittimità in linea di principio dell’autodifesa armata di un
popolo, poneva un interrogativo di grande peso sulla sua attuabilità pratica
nell’oggi. La “forza terribilmente distruttiva delle armi moderne”, come
scrisse nella “Pacem in terris”, e “l’orrore che suscita nell’animo anche solo
il pensiero delle distruzioni immani e dei dolori immensi che l’uso di quelle
armi apporterebbe alla famiglia umana” conducono a concludere che è “quasi
impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come
strumento di giustizia”.
Il corsivo è nostro: nel testo latino l’espressione è ben
più forte: “alienum a ratione”, cioè estraneo alla ragione, irrazionale, senza
quel “quasi” che apparirà solo nella versione in italiano.
Giovanni XXIII ribadiva così il grido di Pio XII nel
radiomessaggio del 24 agosto 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale:
“Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra!”. Ma la “Pacem
in terris” non invocava una pace qualsiasi, arrendevole dinanzi al più forte.
Essa doveva fondarsi su quattro pilastri senza i quali non si potrebbe parlare
di vera pace: la verità, la giustizia, l’amore, cioè una solidarietà
costruttiva, e la libertà.
Con quel capolavoro che è la “Pacem in terris”, Giovanni
XXIII raccoglieva anche la propria esperienza dell’“inutile strage”, come
Benedetto XV aveva definito la Prima guerra mondiale che vide Angelo Giuseppe
Roncalli condividere, da cappellano militare, la sofferenza dei soldati nei
presìdi ospedalieri di Bergamo.
Proprio quella sua dedizione alle carni e alle anime ferite
dei moribondi aveva costituito per lui una fonte esistenziale della sua
riflessione sulla guerra. Una riflessione che sarà rilanciata da papa Francesco
nella Fratelli tutti: “Non fermiamoci su discussioni teoriche, prendiamo
contatto con le ferite, tocchiamo la carne di chi subisce i danni […].
Domandiamo alle vittime […]. Consideriamo la verità di queste vittime della
violenza, guardiamo la realtà coi loro occhi e ascoltiamo i loro racconti col
cuore aperto. Così potremo riconoscere l’abisso del male nel cuore della guerra
e non ci turberà il fatto che ci trattino come ingenui perché abbiamo scelto la
pace”.
Con questo stesso sguardo all’umanità dolente, e alla luce
dell’insegnamento di Giovanni XXIII, papa Francesco ha potuto così ribadire che
“a partire dallo sviluppo delle armi nucleari, chimiche e biologiche e delle
enormi e crescenti possibilità offerte dalle nuove tecnologie si è dato alla
guerra un potere distruttivo incontrollabile, che colpisce molti civili
innocenti”, e che dunque “non possiamo più pensare alla guerra come soluzione,
dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità
che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere
i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile
“guerra giusta”. Mai più la guerra!” (n. 258).
Una nuova coscienza di pace può sorgere allora in questo
nostro tempo, in queste precise circostanze storiche, come ha scritto Leone XIV
nel suo messaggio del 1° gennaio: “La pace di Gesù risorto è disarmata, perché
disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche,
sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente
testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici”.
(1 – continua)
GIORNATA DELLA MEMORIA
GIORNATA DELLA MEMORIA/ L’eredità tedesca (tra Est e
Ovest) e i conti che non tornano
Giuseppe Reguzzoni Pubblicato 27 Gennaio 2026
(sussidiario.net)
La "Giornata della memoria" dedicata all’olocausto
è stata istituita in Germania nel 1996. Su di essa pesa il retaggio
dell'unificazione e non solo
Riprendendo una vecchia domanda, già posta, tra gli altri,
da Theodor Adorno, ma anche da Primo Levi nella sua corrispondenza con i suoi
editori francofortesi, che cosa significa essere tedeschi dopo Auschwitz? Si
può esecrare un giorno all’anno la Shoah, in qualche modo riprendendone, poi,
in maniera inconsapevole e implicita alcuni suoi presupposti ideologici? Che
cosa significa nell’Europa di oggi e nel tessuto delle relazioni
internazionali? Si può trovare un punto di equilibrio nel fragile concorso di
memoria, censura e rimozione?
In Germania, come in molti altri Paesi, il “Giorno della
memoria” ha trovato un preciso ancoraggio normativo a partire dal 1996, quando
fu promulgata la legge per commemorare l’olocausto il 27 gennaio di ogni anno,
come anniversario della liberazione dei campi di Auschwitz. All’epoca la
Germania era solo da pochi anni riunificata.
La DDR (Repubblica Democratica Tedesca) si definiva come
Stato antifascista per fondazione. Secondo la narrazione ufficiale il nazismo
era il prodotto del capitalismo occidentale e, di conseguenza, la DDR,
socialista, si considerava moralmente e politicamente estranea alla colpa
tedesca. La vera eredità positiva della Germania era quella della resistenza
comunista. Di conseguenza, nella DDR, non esisteva una vera commemorazione del
genocidio ebraico, dato che quello che noi chiamiamo “olocausto” era inserito
nell’ampia mappa dei crimini nazisti.
(….)
La BRD (Repubblica Federale Tedesca), a Ovest, invece,
considerandosi in qualche modo l’erede di tutta la storia tedesca nella sua
interezza, viveva se stessa come espressione senza risposta del medesimo
problema, permeata di profondi sensi di colpa, poi trasmessi alla Germania
unificata di oggi o, quanto meno, alla parte occidentale di essa.
A partire dall’istituzione ufficiale del Giorno della
memoria, la Germania tutta si è riempita di musei della Shoah, monumenti che
commemorano l’olocausto, conferenze e
progetti nelle scuole di ogni ordine e grado, Stolpersteine (pietre d’inciampo) che vorrebbero ricordare
ai passanti chi viveva in una casa o in quartiere e che da lì fu deportato e
ucciso dopo le leggi razziali. È giusto che sia così, perché, per quanto possa sembrare
retorica abusata, chi non ricorda è condannato a ripetere gli errori e gli
orrori del suo passato.
Ma c’è modo e modo di ricordare, e, come sempre, la forma
non è affatto un dettaglio marginale. Anche la sottolineatura della “unicità”
dell’olocausto ebraico rispetto ad altre tragedie e crimini della storia, per
quanto vera, resta paradossalmente esposta al rischio di confinare quell’evento
in una categoria di non ripetibilità e di distanza dal presente, che non aiuta
a rendere la “memoria” coscienza attiva e davvero vigile.
La commemorazione d’ufficio, in quanto insistente e
ripetuta, è esposta al rischio di mancare di sentimento autentico e di vita,
magari anche perché fa leva unicamente sui sensi di colpa di una nazione in
cui, prima o poi, chi vive oggi finisce per interrogarsi sul motivo per il
quale dovrebbe continuare a sentirsi responsabile degli errori dei propri
bisnonni.
(…)
Bassam Tibi è di origine siriana. Se fosse stato solo
tedesco, queste parole, in nome dell’imperante Political Correctness, sarebbero
state quasi impronunciabili da parte di un accademico. È sempre lui, nella
medesima intervista, a definire la Germania una “nazione nevrotica”, ribadendo
che negare l’identità germanica non è la soluzione e che una società aperta non
è quella che non stabilisce regole di tolleranza e di convivenza, e quindi
anche di immigrazione.
È sin troppo facile leggere nel sostegno sostanzialmente
incondizionato alla politica israeliana, anche nelle recenti forme di
repressione più sproporzionate, qualunque essa sia e qualunque sia la linea di
governo, un ulteriore aspetto di questi complessi di colpa.
Il giudizio del sociologo siro-tedesco è di taglio
psicologico, e infatti egli usa consapevolmente la parola “nevrosi”, che, per
quanto sia oggi poco considerata dalla psicoanalisi ufficiale, continua a
godere di un ampio retaggio nella storia della medicina e mantiene quindi un
suo valore metaforico. Confinare sul piano della retorica e dei sensi di colpa
una tragedia storica è un modo per rimuoverla dal proprio vissuto
contemporaneo. Invece proprio il tedesco ha comunque una magnifica parola che
esprime un percorso ben differente: Vergangenheitsbewältigung, dominare il
passato, cioè attraversarlo sino in fondo e restituirlo, in qualche modo
guarito o almeno accettato, al presente. Le rimozioni, di qualunque forma
siano, sono pericolose, perché non intaccano la causa profonda delle tragedie
vissute. Il germe resta vivo e pronto a produrre nuove devastazioni in nuove
forme.
Dieci anni fa un altro autore tedesco, Thorsten Hinz, non a
caso originario dei nuovi Länder federali, pubblicava un volume dal titolo
significativo: Die Psychologie der Niederlage: Über die deutsche Mentalität (La
psicologia della disfatta. Sulla mentalità tedesca). La tesi di fondo di questo
libro è che, dopo la debellatio subita con la totale sconfitta nella Seconda
guerra mondiale, in Germania la forza di un’idea nazionale è stata spezzata,
tanto in senso politico che spirituale, a opera della “rieducazione” voluta
dagli Alleati.
Nel Paese si è instaurato un sentimento collettivo di colpa
che è dominante e costitutivo per la realtà statuale che ne è nata. Una
nazione, però, che rigetta completamente la sua storia e vive del continuo
sospetto di se stessa, si priva di un futuro autentico e non è nemmeno più in
grado di leggere il presente. Sin qui Thorsten Hinz.
Ma se il problema fosse proprio il concetto di nazione, con
tutte le sue ambiguità e la sua pretesa identità con il termine “Stato”? È vero
che oggi come oggi, in Germania, questo modello si sta dimostrando del tutto
incapace di rispondere alle nuove domande che la contemporaneità pone. E la
cattiva retorica impedisce addirittura che si affronti il problema. Non per
nulla, a rilevarlo, oggi, ci voleva appunto un sociologo di origine siriana,
ma, poi – ed è il caso di dirlo, rimanendo nella metafora medico-psicoanalitica
– servirebbe anche una terapia, che non può certamente essere il nazionalismo
che ha generato il problema e che la storia si è lasciata dietro. E non può
nemmeno essere un equilibrio puramente economicistico, come vorrebbe
l’ideologia neoliberale. Messo seriamente alla prova, l’homo consumens non va
da nessuna parte e i supermercati o le agenzie di viaggio non sono spazi di
rinascita.
Servirebbero un’educazione e un senso della comunità, come
Heimat; cose che, la storia tedesca – o, meglio, le molte e diverse “storie”
tedesche –, ha già conosciuto e che oggi, nel recupero non impossibile di un
quadro sanamente europeo, avrebbero un loro senso e un loro spazio.
giovedì 22 gennaio 2026
lunedì 19 gennaio 2026
«Sono i poveri a evangelizzare noi»
Milano. «Sono i poveri a evangelizzare noi»
La vita delle suore di Carità dell’Assunzione in uno dei
quartieri più difficili del capoluogo lombardo. Tra la quotidiana risposta ai
bisogni più concreti e quelle parole che «risuonano» dell’Esortazione
apostolica Dilexi te
01.01.2026
Paola Bergamini
Nell’appartamento di Giuseppe (nome di fantasia), manca
tutto: acqua, elettricità, l’unica abbondanza è una povertà assoluta. Le suore
di Carità dell’Assunzione del Corvetto, quartiere alla periferia di Milano, lo
conoscono da tempo: un passato di droga, quando ha bisogno le chiama, questa
volta è per curare le ferite dopo un intervento chirurgico. Finita la
medicazione, suor Grazia gli dice: «Va molto meglio, mi sembri anche più
bello». L’uomo, trascuratissimo, abbozza un mezzo sorriso e con la mano liscia
una ciocca di capelli. È la frazione di un istante: «In quel gesto verso di sé,
ho percepito la tenerezza del Signore nei miei confronti. Come si era sentito
guardato quell’uomo? Ho pensato a tutte le volte che io sono guardata così». È
il cuore della Dilexi te quando Leone XIV scrive che accudire i poveri è
«nell’orizzonte della Rivelazione: il contatto con chi non ha potere e
grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia. Nei
poveri Egli ha ancora qualcosa da dirci».
Nel loro apostolato ogni giorno le suore di Carità
dell’Assunzione hanno a che fare con tutte le povertà di cui parla
l’Esortazione apostolica. «Nell’incontro con chi ha bisogno, nella misura in
cui siamo aperti al Mistero, Cristo si rivela. Perché la persona che chiede
aiuto risveglia il mio vero bisogno», dice la superiora generale, suor
Mariangela. «Per me questo è diventato più chiaro anni fa, in un dialogo con
don Giussani, cofondatore con padre Pernet della nostra congregazione.
Attraversavo un momento difficile e lui senza mezzi termini mi disse: “Vai a
servire, ad amare, perché questo è il modo per incontrare il Mistero: per
incontrare il senso della tua persona[H1] ”».
(….) Clonline.org
«Nell’incontro con chi ha bisogno, nella misura in cui siamo
aperti al Mistero, Cristo si rivela. Perché la persona che chiede aiuto
risveglia il mio vero bisogno»
“Esserci”, “stare”, toccando «la carne sofferente di Cristo»
dentro povertà che non sono solo materiali, ma frutto del nostro tempo. Tre
giorni con la mamma, quattro con il papà: questa la condizione di tre bambini
di una famiglia del quartiere. Pur avendo desiderato moltissimo i figli, a un
certo punto il rapporto tra i genitori si rompe e si separano in modo
durissimo. Rivendicazioni e ricatti sono all’ordine del giorno. Una situazione
difficile che i bambini vivono dolorosamente sulla loro pelle. Suor Cristina
inizia ad andare in ambedue le case aiutando i ragazzini a fare i compiti e
svolgendo le mansioni domestiche quotidiane. La donna la osserva fino a quando
accade qualcosa che le fa intravvedere una speranza sulla sua vita e quella dei
figli. «Si è come risvegliata, non più incistata sul male, ha iniziato a godere
dei suoi bambini, dei loro progetti, dei loro desideri, delle loro emozioni. Ha
intravisto una strada, si è riavvicinata alla Chiesa e ai sacramenti attraverso
la scuola dei ragazzi, che vedendo la mamma ricominciare a vivere, hanno rotto
il bozzolo dei loro problemi e sono rifioriti. Hanno iniziato un cammino. Ecco,
lì ho proprio visto la Grazia di Dio in azione».





