mercoledì 26 agosto 2026

INCONTRO DEL SANTO PADRE CON I PARTECIPANTI AL 47° “MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI”


 

INCONTRO DEL SANTO PADRE

CON I PARTECIPANTI AL

47° “MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI”

 

Fiera di Rimini

Sabato, 22 agosto 2026

 

Saluto spontaneo del Santo Padre all’Auditorium

 

Saluto del Santo Padre ai partecipanti al Meeting (Villaggio Ragazzi)

 

Discorso ai partecipanti al Meeting (Grande Auditorium)

 

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Saluto spontaneo del Santo Padre all’Auditorium

 

Buongiorno!

Ciao, ragazzi! Buongiorno!

 

Non sapete quanto è bello vedere tutti voi qui insieme. E siete solo una piccola parte, perché dall’altra parte ce ne sono di più. Bravissimi!

 

Grazie, grazie! Gli applausi più forti devono essere per Gesù Cristo: siamo tutti discepoli di Gesù!

 

Grazie! Ci sono tante opportunità qui per riflettere sulla nostra vita, sulla società, sulla fede. Ne ho appena visto una, che parla della vita di Sant’Agostino, che parla dell’amore.

 

L’amore è la forza che può veramente cambiare il mondo. «Se noi tutti vogliamo cambiare il mondo, cominciamo con noi stessi», dice Sant’Agostino. Il vostro cuore, il nostro cuore, che è così grande, così capace di amare, non deve essere mai chiuso. Cerchiamo tutti la strada per camminare insieme, per costruire un mondo di pace e di amore.

 

Grazie a voi! Continuate con questo bellissimo cammino. Vivete sempre con questo entusiasmo e vedrete che possiamo davvero costruire un mondo di pace e di amore.

 

Tanti auguri!

 

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Saluto spontaneo del Santo Padre al Villaggio ragazzi

 

Buongiorno a tutti!

 

Grazie! Grazie! Grazie per essere qui; grazie per questa accoglienza e per questo entusiasmo che è segno dello Spirito!

 

Ascoltate un momento ... Anni fa San Giovanni Paolo II disse: «Se il mondo di oggi ha bisogno di qualcosa, è la comunione».

 

Ancora oggi possiamo ripetere le stesse parole. E se ci sarà comunione nel mondo, comincia con voi giovani, perché voi sapete costruire la comunione con l’amicizia, sapete rispettarvi gli uni gli altri per costruire la pace e il mondo ha bisogno di voi, del vostro entusiasmo, della vostra carità, della vostra fedeltà.

 

Dio benedica tutti voi e che siate sempre fedeli a Gesù Cristo.

 

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Discorso del Santo Padre

 

Cari fratelli e sorelle!

 

Sono felice di incontrarvi a Rimini, negli ambienti che vi sono cari per l’impegno, la creatività e il dialogo che il vostro appuntamento di fine agosto da anni è in grado di mobilitare. Ringrazio il Presidente Scholz e il Dottor Prosperi per il loro saluto.

 

In questo momento storico comprendiamo più profondamente la profezia che quasi mezzo secolo fa venne inscritta nel nome dato a queste giornate: “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. Come vi disse San Giovanni Paolo II, «già solo il pronunciare queste parole rallegra il cuore: “Incontro”! “Incontro di amicizia”! “Amicizia tra i popoli”! Parole che acquistano un particolare significato in queste ore, spesso drammatiche, della storia del mondo» (Discorso al III Meeting per l’amicizia tra i popoli, Rimini, 29 agosto 1982).

 

Anche oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi. Papa Francesco con l’Enciclica Fratelli tutti ci ha insegnato a coltivare l’amicizia sociale, che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità. Riconoscendoci, infatti, nella dignità di figli di Dio, veniamo a contatto con ciò che accomuna originariamente gli esseri umani, al di là di ogni diversità, separazione o conflitto. Possiamo immedesimarci l’uno nell’altro, ascoltarci e diventare amici, tra persone e quindi anche tra popoli. Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo: voi lo sapete, perché siete stati educati a leggere il Vangelo come rivelazione di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza, risvegliando in ciascuno il desiderio di essere amato e di amare. In tal modo, non avete fatto del “Meeting” una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini.

 

Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia. Come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, infatti, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Cost. past. Gaudium et spes, 1). Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura. Le diverse edizioni del “Meeting”, in effetti, hanno saputo attingere al grande patrimonio del passato le ragioni che vi impegnano oggi nel confronto con l’arte, la musica, la letteratura, la scienza, l’economia  e con ogni espressione dell’animo umano. Anche il titolo scelto per questa edizione, tratto dall’ultimo verso della Divina Commedia, ci sospinge verso la storia di cui Dio è Signore. «L’amor che move il sole e l’altre stelle» non è scomparso, non ha perso vigore, né intensità, sebbene sia un amore che rimane volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra, il cielo e tutte le creature.

 

Sì, l’amore muove! «Fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Così Gesù descrive la perfezione di Dio, manifestando lo scarto tra la generosità del suo agire e la ristrettezza dei pensieri umani. La realtà soffoca nei nostri calcoli e respira nella gratuità di Dio. Non a caso i miei Predecessori – San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – hanno tutti indicato la misericordia divina come punto di impatto tra il Vangelo e le “cose nuove” di quest’epoca drammatica e meravigliosa. Seguire Gesù Cristo dopo le tragedie e le ripartenze del XX secolo implica, infatti,una lucida consapevolezza: il male non si combatte col male. Come in cielo, così in terra l’amore è la legge della vita, il metodo della redenzione, del Messia crocifisso. Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità. Il peccato esiste, certo, ma più forte è l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato.

 

Tra voi non mancano competenze, responsabilità e risorse da mettere a servizio di un’autentica conversione di popolo. «L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre» (Francesco, Discorso al V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, Firenze, 10 novembre 2015). Liberiamo, dunque, la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte. A partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo, smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo. Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti.

 

Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni! Le due strade sono incompatibili, perché una sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione, l’altra serve il Regno di Dio e la sua giustizia. «In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat, quando proclama che di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono. Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi, dalle reti globali, e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 230-231).

 

Cari amici, la bellezza disarmata di questo Mistero domanda di correre “il rischio educativo” di cui vi parlò don Giussani. Egli intuì che «il metodo educativamente più capace di bene non è quello che vive di fuga dalla realtà, per affermare separatamente il bene, ma quello che vive della promozione del bene nel mondo». [1] E insisteva: «Nel mondo significa nel confronto con la realtà intera, confronto rischioso, se così lo si vuol chiamare; ma meglio sarebbe dire impegnativo». [2] Fratelli e sorelle, assumiamoci adesso questa responsabilità, che è impegno con Cristo e impegno con il nostro mondo!

 

Cari giovani, siete tanti qui, parecchi come volontari. Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» sospinge ancora alla speranza. L’ho avvertito intensamente fra i vostri coetanei in Libano, in Africa e in Spagna. L’amore muove, urge, risveglia dal torpore, suscita nuove vocazioni e chiama a rischiare. Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!

 

Ad ogni latitudine, in particolare ai margini e fra coloro che soffrono, troverete chi è già pronto a costruire la civiltà dell’amore. Non permettete a nessuno di sminuire questa parola, che è il nome stesso di Dio: «Dio è amore» (1Gv 4,16). Nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé.

 

Cari giovani, oggi il mondo sembra stupirsi della vostra adesione a Cristo, dell’attrazione che sentite per Lui e per la sua Parola, della vostra appartenenza alla Chiesa. Che siate cristiani è oggi per molti una sorpresa! Eppure, senza clamore, «per mezzo vostro la parola del Signore risuona» (1Ts 1,8). Lo scriveva san Paolo alla giovanissima comunità di Tessalonica. E continuava: «La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne» (ibid.). Non è una questione di numeri, sebbene commuovano le migliaia di vostri coetanei che chiedono il Battesimo in società considerate tra le più secolarizzate del mondo. È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà.

 

Lo stiamo comprendendo sempre meglio, entro circostanze storiche che riattivano le domande più umane e un desiderio infinito di senso, di giustizia e di pace. Così, una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo, dei legami che genera, della logica che accende, della vita che fa sorgere. Come hanno ripetuto più volte i miei Predecessori, «la Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione». [3] È l’attrazione per un modo di abitare il mondo, a proposito del quale don Giussani provocatoriamente domandava: «Si può vivere così?». [4]

 

Già nel II secolo, d’altra parte, l’anonimo autore della Lettera a Diogneto riconosceva che i cristiani «si propongono una forma di vita meravigliosa e, indubbiamente, paradossale» (V, 4). Certo, dobbiamo ammettere che portiamo questo tesoro “in vasi di creta” (cfr 2Cor 4,7) e che spesso la credibilità della nostra testimonianza personale e comunitaria è segnata dal limite e dal peccato. Ma è il Signore che ci rialza sempre, come singoli e come comunità!

 

Cari amici, amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità. Merita di pronunciarlo di nuovo “Amate sempre la Chiesa!”. Cari amici, amate e preservate l’unità della “compagnia” attraverso la quale Cristo vi ha raggiunti e vi attrae a sé. Come ebbe a dirvi Papa Francesco in occasione del centenario della nascita del vostro fondatore, «anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia e possono essere momenti di rinascita. Comunione e Liberazione nacque proprio in un tempo di crisi, quale fu il ’68. In seguito, don Giussani non si è spaventato dei momenti di passaggio e di crescita della Fraternità, ma li ha affrontati con coraggio evangelico, affidamento a Cristo e in comunione con la madre Chiesa» (Francesco, Discorso ai membri di Comunione e Liberazione, 15 ottobre 2022).

 

Ebbene, carissimi, proprio nel travaglio del cambiamento d’epoca, in questo mondo lacerato da molteplici crisi, possiamo riscoprire «il “gusto spirituale” di essere Popolo di Dio, riunito da ogni tribù, lingua, popolo e nazione, che vive in contesti e culture diverse […] ancora pellegrinante nel tempo e già in comunione con la Chiesa del cielo» (XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, n. 17). In questi ultimi anni, abbiamo riscoperto la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa, che ci chiama anzitutto a imparare ad ascoltarci a vicenda. Il dono dell’ascolto è qualcosa che, penso, tutti riconosciamo, ma che spesso si è perso in alcuni settori della Chiesa. Dobbiamo continuare a scoprire quanto è prezioso, a cominciare dall’ascolto della Parola di Dio, dall’ascolto reciproco, dall’ascolto della saggezza che troviamo in uomini e donne, in membri della Chiesa e in quanti sono alla ricerca della verità, ma che ancora non sono, e forse non saranno mai membri della Chiesa» (Discorso ai partecipanti al Giubileo delle Equipe sinodali e degli Organismi di partecipazione, 24 ottobre 2025).

 

È un cammino che richiede anche il rinnovamento di ogni realtà associativa e movimento ecclesiale. Vi invito, sia all’interno del Movimento di Comunione e liberazione, sia nelle Chiese particolari a cui ognuno di voi appartiene, a fare questa esperienza del camminare insieme: ognuno ascolta, si lascia trasformare dalla fede altrui e insieme, sotto la guida dei pastori, si maturano nuove consapevolezze, passi ulteriori, obbedienze coraggiose allo Spirito Santo. Sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo. Allora l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia. Questo stile costituisce in quest’epoca travagliata un vero e proprio segno dei tempi. Testimoniamo che ogni carisma è per l’utilità comune, che ogni ricchezza si moltiplica se condivisa, che ogni paura può essere superata: dobbiamo renderlo tangibile, credibile, desiderabile. Saprete farlo, cari amici, sulla scia del vostro fondatore, coltivando l’unità tra voi, con coloro che sono chiamati a guidare il Movimento, con la Sede Apostolica che vi ha riconosciuto e con il Successore di Pietro. Lo Spirito Santo ci educhi alla pratica della comunione. Ce ne doni il gusto, la stima, la speranza. Continui a guidarci, cari fratelli e sorelle, quell’Amore “che move il sole e l’altre stelle”. Grazie!

 

Grazie! Grazie!

 

Elemento fondamentale in ogni comunità cristiana è la preghiera. Allora, adesso, invito tutti a pregare la Preghiera che Gesù ci ha insegnato:

 

Padre Nostro…

 

Benedizione

 

Grazie e buon cammino!

 

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[1] L. Giussani, Il rischio educativo, Milano 2014, 106.

 

[2]  Ibid.

 

[3] Benedetto XVI, Omelia nella Messa inaugurale della V Conf

lunedì 10 agosto 2026

sabato 8 agosto 2026

Il Meeting e i Papi. Da Giovanni Paolo II a Leone XIV


 

La prima volta di un Papa in Fiera, il rapporto speciale con il cardinale Ratzinger, poi Benedetto XVI, e gli amici di Francesco. L’attesa per la seconda visita di un Pontefice nelle parole di Emilia Guarnieri, storica presidente della kermesse riminese

 

07.08.2026

Emilia Guarnieri

Cofondatrice del Meeting per l’amicizia fra i popoli, di cui è stata presidente dal 1993 al 2020

Don Giussani si inginocchia all’arrivo di Giovanni Paolo II al Meeting nell’estate del 1982. Alla sinistra del Papa, Emilia Guarnieri (©Meeting Rimini)

Don Giussani si inginocchia all’arrivo di Giovanni Paolo II al Meeting nell’estate del 1982. Alla sinistra del Papa, Emilia Guarnieri (©Meeting Rimini)

Fin dall’inizio, la storia del Meeting si è incontrata con i Papi. La prima edizione del Meeting è del 1980, ma l’idea prende forma alla fine dell’estate del 1979, quando era papa Giovanni Paolo II, eletto il 16 ottobre 1978. Noi eravamo un gruppo di amici di Rimini, «appassionati alla vita», come disse don Giussani, con un impeto a rendere presente l’esperienza cristiana incontrata. Quegli anni furono un tempo anche per noi segnato dalla presenza di quel Papa “venuto da lontano”, ma così vicino. Seguivamo i rapporti che crescevano tra lui e don Giussani. E ne eravamo affascinati.

 Già con le prime due edizioni, il Meeting cominciava a essere conosciuto. E i rapporti crescevano. Ma mai avremmo pensato di invitare il Papa al Meeting. Ci pensò lui. Era l’estate del 1982. Giovanni Paolo II doveva recarsi in Polonia, ma le condizioni politiche glielo impedirono. Così decise di venire al Meeting. A metà giugno la notizia, con una telefonata del Vaticano al Vescovo di Rimini. E il 29 agosto, alle 14, il Papa arriva in Fiera. Visita le Mostre, gli stand, incontra i volontari. Giunge poi in salone. Qui l’intervento, i canti, la consegna: «Costruite, senza stancarvi mai, la civiltà della verità e dell’amore». E la risposta a una domanda che gli avevamo rivolto: «Voi, con questo Meeting, date espressione al vostro movimento, cercate di esprimere il carattere proprio, la missione propria della Chiesa, che è sempre una missione storica, benché trascendente, benché divina. È storica, storica del nostro tempo. […] Voi intendete incarnare quest’opera della salvezza, farla presente tra gli uomini».

 Il rapporto con Giovanni Paolo divenne stabile. Il suo messaggio arrivava ogni anno. Nell’estate del ’91 poi alcuni di noi furono invitati a Castelgandolfo per la Messa e la colazione. Fu in quell’occasione che, riconoscendo l’originalità del Meeting, il Papa coniò quella formula «voi fate una cultura di frontiera».

 Quando nell’aprile del 2005 divenne papa il cardinale Ratzinger, Papa Benedetto XVI, il rapporto con lui era già storia più che decennale. Era stato relatore al Meeting del ’90 con un intervento sulla natura della Chiesa dal titolo “Una compagnia sempre riformanda”. Era nato con lui un rapporto stabile. Ogni anno ci riceveva. A tema c’era sempre la successiva edizione del Meeting. E ogni volta il dialogo si concludeva con un invito a partecipare. Una volta cedette. Il titolo metteva a tema la bellezza. Gli piacque in maniera particolare. Ci inviò l’intervento scritto che leggemmo in Auditorium. Era il 2002. Da quando divenne Papa, i colloqui si interruppero, ma non la compagnia che continuò a farci con gli ampi messaggi annuali. Fino a quelle dimissioni del febbraio del 2013.

 Quando incontrammo il cardinale Bergoglio, appena diventato papa Francesco, ci trovammo di fronte a qualcuno che già ci conosceva, che ricordava gli inviti che gli avevamo rivolto quando era cardinale a Buenos Aires. Amici comuni ci legavano. Amici italiani che avevano conosciuto a Buenos Aires padre Pepe di Paola, il prete delle villas miserias, le favelas argentine. Lo invitammo al Meeting e lui ci raccontò della sua missione tra gli immigrati, i tossicodipendenti. Ci parlò di quanto l’arcivescovo Bergoglio condividesse il suo lavoro.

 Padre Pepe venne al Meeting varie volte. Diventammo amici. Dopo il Meeting passava sempre da Roma. Incontrava Papa Francesco. Gli raccontava dal vivo l’esperienza vissuta, l’amicizia con noi. Eravamo sinceramente grati per ogni occasione che ci era data di partecipare a papa Francesco la nostra esperienza. Mentre cercavamo di far nostre quelle preoccupazioni che anche attraverso i suoi ampi messaggi ci indirizzava. Le periferie, il cambiamento d’epoca, il dialogo. Nel 2019 una nostra visita in Egitto al Grande Imam di Al Azhar, Ahmad Al Tayyeb, si svolse alla luce e nel solco dell’incontro di pochi mesi prima tra papa Francesco e Al Thayyeb, con la firma dello storico “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”.

 

Quando l’8 maggio del 2025 è stato eletto papa Robert Francis Prevost, nessuno poteva immaginare che, un anno dopo, un Papa sarebbe tornato al Meeting.

(…)

continua su clonline

giovedì 6 agosto 2026

JULIÁN CARRÓN Non sono quando non ci sei 2014

 


CHE COSA RENDE UNITO L’IO?

«Non sono quando non ci sei», dice una canzone di

Francesco Guccini che dà il titolo a questo nostro incontro

(«Vorrei», parole e musica F. Guccini). Di chi possiamo

dire così? Di chi possiamo dire così ora? Questa

espressione mi ha colpito per due ragioni. La prima è che

io mi rendo conto di che cosa è essenziale per me perché

non sono quando manca, e si vede dal fatto che «resto solo

coi pensieri miei», come continua la canzone di Guccini.

E la seconda ragione è che quella cosa essenziale deve essere

presente ora. Se non è presente ora, io non sono. Mi

sembra che non ci sia un altro criterio per riconoscere l’essenziale

a cui il Papa ci ha richiamato di nuovo nel Messaggio

al Meeting di Rimini, se non questo: una presenza

che mi fa essere; lo riconosco perché quando

manca io non sono, non sono proprio. Si

vede subito che non è prima di tutto un problema

di coerenza, ma di appartenenza a

una presenza senza la quale io non sono.

Ma che cosa ci fa essere? Essere ora, in questa

situazione storica in cui ci troviamo a vivere?

Niente, niente può impedire di rifare

nella vita la stessa esperienza che racconta

Giorgio Gaber nella canzone che abbiamo

ascoltato all’inizio («L’illogica allegria», parole

A. Luporini, musica G. Gaber). Posso essere

«da solo», in qualsiasi posto, «lungo l’autostrada

», a qualsiasi ora, «alle prime luci del

mattino», addirittura sapendo che «tutto va

in rovina», ma «mi può bastare un niente /

forse un piccolo bagliore / un’aria già vissuta

/ un paesaggio [...]. // E sto bene». Basta che

la realtà, qualsiasi frammento di realtà, quasi

un niente, entri nell’orizzonte del nostro io attraverso una

circostanza qualsiasi, per risvegliarlo e rendere possibile

l’esperienza di questo bene. Un bene così sorprendente che

sembra quasi un sogno, che quasi ci viene «vergogna». Ma

una evidenza s’impone: non posso negare che «io sto bene

/ proprio ora, proprio qui / non è mica colpa mia / se mi

capita così». È come se la realtà, un istante prima che possiamo

difenderci da essa, prima di innalzare un muro

contro di essa, riuscisse a penetrare nell’io per renderlo se

stesso, «proprio ora, proprio qui». E mi trovo addosso

una «illogica allegria». Infatti, sembra totalmente sproporzionato

che «un niente / forse un piccolo bagliore /

un’aria già vissuta», possa portare alla vita questa allegria.

«Un’illogica allegria / di cui non so il motivo / non so che

cosa sia», tanto è reale e allo stesso tempo misteriosa. Perché

se non fosse reale, non potrebbe succedere quello che

Gaber dice dopo: «È come se improvvisamente / mi fossi

preso il diritto / di vivere il presente». Qualcosa entra nella

vita e mi rende presente al presente, «proprio ora, proprio

qui». Un niente che mi prende così tanto da rendermi

presente a me stesso. Io sono tutto unito, presente,

quando tu ci sei.

È difficile trovare una canzone che esprima meglio il

senso del capitolo decimo de Il senso religioso. L’io, accorgendosi

della presenza inesorabile della realtà, «risvegliato

nel suo essere», dice don Giussani, «dalla presenza,

dalla attrattiva e dallo stupore [per la realtà], [...]

è reso grato, lieto» (Il senso religioso, Rizzoli, Milano

2010, p. 146) e sta bene.

Chi non desidererebbe questo ogni mattina, ogni istante

del vivere? Un istante di pienezza di cui uno si sorprende,

come tante volte l’abbiamo vissuto anche noi. In quell’esperienza

semplicissima, elementare, a portata di mano

di chiunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi

luogo, in qualsiasi circostanza, lì è tutto

il metodo. Una presenza che mi fa essere.

Nessun mio tentativo è in grado di darmi ciò

che quell’istante mi dà. Non c’è un altro criterio

per riconoscere l’essenziale, se non questo.

Che sia l’essenziale lo si vede perché mi fa

talmente essere che, quando manca, io non

sono, non sono proprio! Appena compare,

sono, e sono contento, sperimento una «illogica

allegria», «proprio ora, proprio qui», che

mi rende capace di vivere il presente.

Quando, invece, questo metodo non prevale,

«che amarezza, amore mio, / veder le

cose come vedo io [non è che cambi il reale,

cambia il modo di vedere le cose] [...]. //

Che delusione [...] / vivere la vita con questo

cuore [tante volte rattrappito] / e non

volere perdere niente» («Amare ancora»,

parole e musica C. Chieffo), vedendo tuttavia che tutto

sfugge tra le mani.

Ma cambiare è facile: «Basterebbe soltanto ritornare

bambini e ricordare... / E ricordare che tutto è dato, che

tutto è nuovo / e liberato».

 

(…)

Assago 2014


Santa Scorese, uccisa per amore a Dio


 

La storia della giovane barese vittima nel 1991 di violenza di genere: non solo una pagina di cronaca nera, ma una possibile testimonianza di fede e martirio cristiano

 

05.08.2026

Roberto Beccaria

«Ho ventitré anni, non posso morire così». Sono le ultime parole di Santa Scorese, pronunciate nel cortile della sua casa di Palo del Colle, provincia di Bari, la sera del 15 marzo 1991. Pochi istanti prima Giuseppe Di Mauro, che da anni la perseguitava, l’aveva colpita con un coltello. Per ben 13 volte. Santa morirà poche ore dopo. Trentacinque anni più tardi quella vicenda non è soltanto una pagina di cronaca nera: la Chiesa la sta rileggendo come una possibile testimonianza di martirio cristiano. Se la causa dovesse concludersi positivamente, Santa Scorese potrebbe essere ricordata come la prima santa uccisa in un contesto riconducibile alla violenza di genere e allo stalking.

 

La storia della Chiesa conosce già figure come santa Maria Goretti, morta accoltellata nel 1902 a soli 11 anni per aver cercato di resistere a una violenza, per difendere la propria purezza. Ma il caso di Santa Scorese presenta caratteristiche nuove: anni di persecuzione, pedinamenti, minacce, lettere anonime, aggressioni ripetute. Oggi quella sequenza ha un nome preciso: stalking.

 

Eppure ridurre la sua vicenda a un simbolo della violenza sulle donne rischia di impoverirla. Perché la sua storia è una storia di fede.

 

Santa, nata a Bari il 6 febbraio 1968, è una ragazza immersa nella vita. Ama il mare, gioca a pallacanestro, ascolta Renato Zero con la sorella, studia prima Medicina e poi Pedagogia, partecipa alla vita ecclesiale con entusiasmo. Dalle pagine del suo diario emerge una giovane che desidera vivere intensamente la propria umanità alla luce del Vangelo. Lunghi tempi di adorazione, familiarità con la Scrittura, un forte legame con la Vergine Maria accompagnano un cammino spirituale che la porta a interrogarsi anche sulla consacrazione religiosa. Per un periodo frequenta le Missionarie dell’Immacolata Padre Kolbe, maturando il desiderio di «essere Maria nel mondo», pur scegliendo poi di non entrare definitivamente nella comunità.

 

È proprio mentre verifica qual è il suo posto nel mondo che irrompe la persecuzione. Giuseppe Di Mauro non accetta di essere rifiutato da lei. La segue ovunque, la controlla, le impone una presenza costante, alternando minacce e intimidazioni. La famiglia comprende il pericolo: il padre, agente di polizia, tenta persino di ottenere una protezione; amici e conoscenti cercano di non lasciarla sola. Ma la sera del 15 marzo 1991 il suo assassino riesce a sorprenderla.

 

Dalle pagine del suo diario emerge una giovane che desidera vivere intensamente la propria umanità alla luce del Vangelo

 

La causa di beatificazione, aperta nell’arcidiocesi di Bari-Bitonto nel 1998, non si limita a verificare le virtù cristiane della giovane, ma approfondisce una domanda decisiva: Santa è stata uccisa in odium fidei, cioè a causa della fede? L’inchiesta diocesana si è conclusa nel 1999; oggi il lavoro prosegue a Roma con la redazione della Positio super martyrio, il dossier destinato al Dicastero delle Cause dei Santi. La postulatrice della fase romana è l’avvocata canonista Franca Maria Lorusso, mentre il relatore è il carmelitano padre Szczepan T. Praskiewicz.

 

È proprio la Lorusso a suggerire la chiave interpretativa più interessante. La morte di Santa, osserva, «non si lascia leggere soltanto come l’esito tragico di una violenza di genere». Il nodo della causa è verificare se l’aggressore abbia colpito, non solo una donna che gli si sottraeva, ma quella libertà che nasceva dalla sua appartenenza a Cristo. La dignità femminile e l’odium fidei non coincidono: la prima descrive il volto umano della vicenda, il secondo, se riconosciuto, ne rappresenterebbe il fondamento teologico.

 

In questo senso Santa Scorese parla con sorprendente attualità. Oggi il dibattito pubblico insiste giustamente sugli strumenti giuridici e culturali per contrastare la violenza di genere. La sua vicenda aggiunge una domanda ulteriore: da dove nasce una libertà che nessuna minaccia riesce a piegare? Per lei la risposta non era un principio astratto, ma una relazione personale con Cristo.

 

Anche la memoria popolare sembra cogliere questa profondità. Nel 2024 è nata l’associazione di promozione sociale Amici di Santa, che promuove incontri, iniziative culturali e momenti di riflessione attorno alla sua figura.

(…)

clonline

mercoledì 5 agosto 2026

Trailer: Orwell 2+2=5


 


Regia di Raoul Peck. Un film Genere Documentario, - USA, 2025, durata 119 minuti. distribuito da I Wonder Pictures. Valutazione: 3 Stelle, sulla base di 3 recensioni.

 

 

A partire dal romanzo "1984" e dal diario del suo autore George Orwell, una riflessione sulla deriva autoritaria della società contemporanea. Il film è stato premiato a National Board, Al Box Office Usa Orwell: 2+2=5 ha incassato nelle prime 4 settimane di programmazione 351 mila dollari e 26,6 mila dollari nel primo weekend.

 

 La straordinaria lucidità del pensiero di Orwell si adatta in maniera incredibilmente consola a decine e decine di materiali video di oggi.

Recensione di Roberto Manassero

lunedì 19 maggio 2025


Nel 1947, gravemente malato di tubercolosi, George Orwell si trasferisce con il figlio nell'isola scozzese di Jura e qui scrive il suo ultimo romanzo: "1984". A partire dalle parole contenute nel diario dello scrittore e da passaggi dello stesso romanzo, il film collega la visione politica di Orwell, la sua naturale avversione per il dispotismo e la sua visione straordinariamente premonitrice sul rapporto fra potere e comunicazione, alla società contemporanea, tra gli scenari di guerra in Ucraina, Palestina e Myanmar, la disinformazione alla base del successo delle forze nazionaliste e la manipolazione della verità e della storia.

 

Diretto dal regista haitiano Raoul Peck (I Am Not Your Negro, Il giovane Karl Marx) e prodotto dal documentarista Premio Oscar Alex Gibney, un viaggio dentro l'opera di uno dei massimi scrittori inglesi del '900, la cui attualità diventa di giorno in giorno sempre più evidente.

 

Usando come guida i tre slogan del partito del Grande Fratello di "1984", «La guerra è pace», «La libertà è schiavitù», «L'ignoranza è forza», il film adatta in maniera incredibilmente consona le immagini del mondo di oggi alle parole di Orwell, e non viceversa, dando così vera sostanza al proprio discorso.

 

L'approccio militante di Peck (da sempre impegnato a far emergere con la sua opera la condizioni di subalternità delle popolazioni più povere e reiette) ricorda quello di Michael Moore (che si vede anche in un rapido passaggio) e illustra tutte le forme più inquietanti di autoritarismo contemporaneo: Putin, Trump, Israele, Orban, la giunta militare in Myanmar (senza dimenticare che proprio Orwell nel 1922 fu parte di un corpo militare britannico di stanza a Burma, all'epoca colonia inglese), la Corea del Nord, la Cina, anche Giorgia Meloni (sbertucciata quando parla inopinatamente della persecuzione dei cristiani come del «più grande genocidio in atto nel mondo»...).

 

A sorreggere il discorso, decine e decine di materiali video che portano da Gaza all'Ucraina, dall'assalto a Capitol Hill dei trumpisti alla lista dei libri banditi nel mondo, dal militarismo del lavoro industriale alla ricchezza senza limiti di quell'1% di multimilionari che affama la Terra... Se i riferimenti sono tanti, con il rischio di mettere troppa carne al fuoco - senza contare che parallela scorre la biografia dello stesso Orwell, di cui si mostrano fotografie di famiglia e si illustrano episodi di vita, dalla Guerra civile in Spagna al lavoro per la BBC durante la guerra, ai continui ricoveri in sanatorio... - è proprio la straordinaria lucidità del pensiero dello scrittore a tenere in piedi il film.

 

Il montaggio tematico delle varie versioni televisive e cinematografiche di "1984" (il primo adattamento della BBC nel 1954; Nel 2000 non sorge il sole di Michael Anderson; 1984 di Michael Redford; Brazil di Terry Gilliam), di "La fattoria degli animali" o di vari altri film (in particolare quelli di Loach: Riff Raff, Terra e libertà, Io, Daniel Blake), fa vivere sullo schermo parole scritte ottant'anni fa eppure così attuali da far temere di avere una valenza universale, quasi mitica.

 

Come dice del resto lo scrittore Milan Kundera in un intervento alla tv francese, il pensiero di Orwell, da visione antipolitica e in odore di qualunquismo, con il tempo si è fatto vero e proprio discorso pubblico sulla condizione della società contemporanea. Lo scrittore di "1984", ad esempio, capì il legame fra la piccola borghesia e il potere coloniale nel segno di una comoda vendetta sociale per i subalterni del capitalismo; intuì l'importanza della manipolazione del passato per influenzare il presente; l'uso delle parole, delle frasi fatte e delle locuzioni per far passare all'opinione pubblica concetti altrimenti inaccettabili; la facilità con cui la comunicazione politica, da strumento di controllo del potere, è diventata essa stessa strumento di potere... E tutto questo in una società in cui i media non avevano ancora preso il controllo del quotidiano.

 

Se un limite 2+2=5 (che prende il titolo da un episodio celebre di "1984", esempio perfetto di alterazione della realtà da parte del Grande Fratello) ce l'ha, è quello di parlare purtroppo a uno spettatore già consapevole di tutto quanto gli viene detto, con il risultato che alla fine del bombardamento di immagini e informazioni ci si ritrova al colmo dell'indignazione o della conferma della propria visione. Tutti gli altri, invece, continueranno a vivere nella beata ignoranza, decisi a pensarla sempre nello stesso modo, anche se - come si sente dire da un sostenitore di Trump - il presidente commettesse un omicidio sulla soglia della Casa bianca... Che fare dunque?