Mim. «E questi chi sono?»
Diecimila persone in tre giorni alle Colonne di San Lorenzo,
in centro a Milano, tra residenti, passanti e famiglie: il “Festival Milano
IncontraMi” parla di educazione e scopre che la città aveva desiderio di
fermarsi
(da clonline.org)
19.05.2026
Francesco Tanzilli
Al sabato, si sa, ci si può permettere il lusso di qualche
ora di sonno in più. Questo sabato non è stato un’eccezione per Carlo (nome di
fantasia, ndr), che abita di fronte alle Colonne di San Lorenzo a Milano, in
una delle zone più chic della città. Ma quando ha spalancato le persiane per
lasciar entrare il sole – già alto – in casa, è rimasto incredulo a fissare
davanti a sé un brulichio davvero insolito di persone di età diversa: vecchi,
adulti, giovani e bambini. C’è un’aria di festa, ma senza il solito baccano
scomposto che alimenta le notti della movida. Mosso dal desiderio di scoprire
di cosa si tratti, Carlo scende di casa e va dal primo dei tanti con la stessa
maglietta bianca che si trova davanti: «E questi qui chi sono?!».
È così che tanti abitanti del quartiere o semplici passanti
sono venuti a conoscenza della seconda edizione del Festival Mim (Milano
incontrami). Nato lo scorso anno dall’iniziativa di alcuni giovani (e meno
giovani) amici di diversi gruppi di Scuola di comunità a Milano, sostenuto dal
Coordinamento diocesano movimenti e gruppi, il Festival è un momento di
incontro con diverse esperienze sorte all’interno della Chiesa milanese, mosse
dal desiderio di contribuire alla costruzione della città nella quale si è
chiamati a vivere. Lo scorso anno era stato affrontato il tema della carità;
stavolta ci si è concentrati sull’educazione. Interrogati dall’insistenza con
cui nei media si parla di “emergenza educativa” come di una crisi in corso
della quale non si intravede soluzione, gli organizzatori hanno coinvolto oltre
venti realtà operanti nell’ambito educativo – non solo scuole, ma anche enti di
formazione professionale, associazioni di genitori, organizzazioni culturali e
sportive, enti dedicati all’integrazione – ai quali hanno chiesto di
individuare le questioni cruciali e di condividere i tentativi messi in atto
per affrontarle.
Intitolata “Fiorire a Milano”, l’edizione appena terminata
si è svolta dal 15 al 17 maggio e ha visto la partecipazione di oltre 10mila
persone, con un panel fitto di incontri – tra i relatori, il vicario episcopale
monsignor Luca Bressan, gli scrittori e insegnanti Alessandro D’Avenia e don
Paolo Alliata, l’ex calciatore Demetrio Albertini, la direttrice del Museo
diocesano Nadia Righi, l’educatore e musicista don Claudio Burgio e tanti altri
– e una mostra nella quale sono state raccolte le testimonianze delle diverse
opere, come la Fom (Federazione oratori milanesi), la Fondazione Enaip, le
scuole Faes.
Dai vari contributi, pur nella differenza degli ambiti
operativi specifici e delle sensibilità di ciascuno, è emersa una lettura
sostanzialmente condivisa, a partire dalla sottolineatura della necessità di un
contesto umano, di relazioni reali, entro cui poter affrontare insieme i passi
di un cammino educativo. Non solo per i ragazzi, ma anzitutto per gli adulti,
chiamati a indicare una ragione positiva per la quale studiare, lavorare,
vivere. Come affermato da suor Elisabetta, direttrice del centro Asteria, che
organizza iniziative culturali cui le scuole di Milano e dintorni possono
iscriversi e partecipare: «L’obiettivo è far incontrare i giovani con
testimoni, con contenuti forti e aprire delle domande, delle domande di senso:
“Io che sono, cosa desidero, qual è il mio compito in questo mondo, in questa
società?”». O come raccontato da Federico, iscrittosi ad Aslam dopo un percorso
scolastico travagliato: «Il punto di svolta è stato che i prof mi chiedevano
ragione delle mie scelte, dei miei comportamenti, mi parlavano, a differenza di
prima. È stato questo modo di rapportarsi con me che ha fatto la differenza».
(…..)
È l’esperienza vissuta da tanti volontari, che hanno avuto
modo di incontrare persone venute appositamente ma anche altri che – come Carlo
– sono capitati lì quasi per caso. Come racconta Alessandra: «Le prime due
persone alle quali ho spiegato la mostra, mentre stavo raccontando che viviamo
in un mondo pieno di solitudine anche se siamo iperconnessi e che la relazione
è fondamentale nel processo educativo, mi hanno rivelato che hanno un figlio
malato che non trova lavoro ma ormai non lo cerca neppure più, perché ha perso
la fiducia e la speranza. Mi hanno detto che non ne parlano mai con nessuno, ma
le mie parole li hanno spinti a condividere». Continua: «Li ho accompagnati
allora a incontrare i volontari di una delle opere presenti, che avrebbero
potuto aiutarli. Hanno voluto però anche il mio numero di telefono, molto grati
di questo incontro così apparentemente casuale. Io credevo di essere chiamata a
spiegare la mostra, invece sono stata chiamata a stare davanti al loro bisogno.
Nulla è scontato; quello che vale è stare alla realtà così come siamo,
incapaci, ma portatori di una speranza per tutti».








