sabato 26 settembre 2026

Papa Leone allo "Stade de France" di Saint-Denis con i giovani


 

“Stade de France” di Saint-Denis

Venerdì, 25 settembre 2026

 

Dialogo del Santo Padre

 

Domanda di Chloé

Santo Padre, La ringraziamo per la Sua presenza tra noi questa sera e per questo momento di dialogo che ci offre.

Mi chiamo Chloé, ho 25 anni e sto completando gli studi in farmacologia. Sono impegnata in un gruppo di giovani cattolici dei quartieri popolari dell’Île-de-France: La Cité Céleste. Organizziamo in particolare eventi occasionali come notti di adorazione e di lode, che riuniscono numerosi giovani del quartiere desiderosi di vivere e condividere ampiamente la loro fede. Sono impegnata anche nella mia parrocchia, in particolare con i giovani delle scuole superiori. Attraverso questi diversi impegni, mi sta a cuore mettere la mia energia e le mie competenze al servizio degli altri, creando un legame tra la fede, i giovani e le realtà vissute quotidianamente nei nostri quartieri.

Come dice san Paolo, «per noi, vivere è Cristo». Tuttavia, la società in cui viviamo si fonda su altri principi e a volte sembra addirittura estranea alla questione di Dio. Desideriamo annunciare Cristo a chi ci circonda con forza e perseveranza, ma anche, naturalmente, con rispetto e delicatezza nei confronti di coloro che incontriamo. Come possiamo coniugare la forza del nostro slancio missionario con l’autenticità di una vita fraterna con coloro che non condividono la nostra fede?

 

 Papa Leone

Cari amici, la prima cosa che vorrei dirvi è molto semplice: grazie! Grazie a Dio, grazie a voi! Grazie per il vostro coraggio, grazie per la vostra presenza, grazie per la vostra fede. Voi siete i santi di Francia!

E grazie Chloé per la tua domanda. La frase di San Paolo che hai citato, non è una semplice affermazione. È una vera e propria sintesi della sua vita. In poche ma decisive parole egli pronuncia una preghiera di lode, un atto di fede e indica un cammino di santità fino al martirio. «Per me, vivere è Cristo» (cfr Fil 1,21): mentre ripetiamo questa dichiarazione d’amore, cerchiamo di condividere l’esperienza dell’Apostolo. Egli, infatti, ci testimonia che Dio non è mai estraneo alla sua vita, ma anzi gli si fa incontro: lo chiama a sé, lo trasforma interiormente, lo invia nel mondo.

In questa dinamica spirituale siamo coinvolti tutti noi, anche oggi: è vero, come tu hai detto, che la società in cui viviamo sembra essere indifferente a Dio. Ma il Signore non è indifferente verso di noi! Ecco ciò che conta e ci dà sempre speranza. Che molti siano estranei alla questione di Dio è, in effetti, un problema; ma lo è altrettanto che molti siano estranei alla questione dell’uomo. Quante persone purtroppo si disinteressano del prossimo, vivendo in modo egoistico, oppure offendono i poveri, sprecando beni in cose vane. Quanti scartano l’innocente e il malato, pensando che ciascuno valga per ciò che produce. Penso in particolare al tuo impegno nei quartieri popolari dell’Île-de-France con “La Cité Céleste”: è lì, nella concretezza della vita quotidiana, e talvolta delle difficoltà, che la tua fede diventa una testimonianza vibrante di speranza.

È l’uomo che si perde, dicendo che Dio è morto: se Dio non è con lui, l’uomo non ha più salvezza e smarrisce il senso dell’esistenza, che si riduce a un vicolo cieco o al nulla. Sperimenta invece l’esatto contrario chi dice: “per me, vivere è Cristo”. In Cristo, infatti, noi sappiamo che Dio non è mai indifferente all’uomo! Mediante Gesù, crocifisso e risorto, Egli dà la sua stessa vita, affinché noi viviamo. Ecco allora il modo di annunciare Cristo che unisce coraggio e rispetto: annunciarlo come Vangelo di salvezza, come parola di verità e di vita. Questo Vangelo è buona notizia per tutti, annuncio liberante e regola di vita nuova.

Il Vangelo di Gesù, infatti, non porta al conflitto, ma invita sempre al perdono: mentre illumina il dramma della storia, ci educa alla cura fraterna. L’incontro con Cristo apre al dialogo e prepara alla pace, perché offre a ogni uomo e ogni donna la promessa più grande, che compie ogni desiderio: la promessa della vita eterna.

Cara Chloé, cari giovani, l’esperienza religiosa di ogni persona esprime questa ricerca di senso che ispira l’anima umana. In Gesù, il Redentore del mondo, Dio si fa trovare parlando «agli uomini come ad amici» (Cost. dogm. Dei Verbum, 2): Egli è la fonte d’acqua viva, la luce nelle tenebre. Nella gioia della fede, dunque, esclamiamo insieme questa sera: per noi, vivere è Cristo! Insieme: per noi vivere è Cristo!

Grazie a Lui possiamo unire lo slancio missionario con l’esperienza di fraternità verso coloro che non credono o che appartengono ad altre tradizioni religiose. Questa fraternità, fatta di ascolto e di stima reciproca, trova le sue radici nell’unità della famiglia umana, che lungo la storia ha espresso la dimensione religiosa come caratteristica vitale di ogni popolo.

Coltivare un legame fraterno con coloro che non condividono la nostra fede contribuisce dunque alla costruzione della società; inoltre può diventare un esercizio di fede e di carità, perché è impossibile testimoniare Cristo senza amare coloro ai quali vogliamo annunciarlo. Un segno incoraggiante di questa fraternità sono gli incontri tra giovani dell’area mediterranea che sono avvenuti in questi ultimi anni.

Il messaggio cristiano non è quindi un ostacolo alla convivenza fraterna, anzi, la promuove, perché invita liberamente ciascuno ad ascoltare una notizia di pace e di salvezza. Allo stesso modo, la nostra missione non è in contraddizione con il rispetto di altre religioni, perché la Chiesa non rifiuta nulla di quanto in esse si trova di vero e di santo (cfr Dich. Nostra aetate, 2). Grazie!

 

 Domanda di François

Santo Padre, grazie per essere venuto a rafforzarci nella fede e nel nostro desiderio di testimoniare il Vangelo!

Mi chiamo François Bigot, sono cresciuto nella campagna della Borgogna e attualmente sono studente di agronomia alla UniLaSalle. Mi piace dedicare il mio tempo alla bellezza della liturgia, sono impegnato al servizio della mia diocesi attraverso il pellegrinaggio in mountain bike di Nevers e per la preparazione di un nuovo pellegrinaggio borgognone. Sono anche capo scout e impegnato nella pastorale universitaria della mia scuola.

Al servizio dei più fragili, al servizio della pace nel nostro Paese e nel mondo, al servizio della Chiesa di Cristo, noi giovani vogliamo impegnarci! Tuttavia, spesso è difficile capire come orientare la propria vita per donarsi senza riserve, con fedeltà, senza per questo disperdersi o perdere coraggio, tanto il compito a volte sembra smisurato. L’ansia e l’incertezza spesso rendono fragile l’entusiasmo della nostra giovinezza. Santo Padre, come discernere dove il Signore ci aspetta per servire e offrire la nostra vita?

 

 Papa Leone

Ci sono molti scout qui? Ah, molto bene! Benvenuti!

Anzitutto vi ringrazio molto per il vostro impegno. Per me è una grande gioia vedervi così numerosi, animati dalla volontà di mettervi a servizio della pace, che ci fa crescere come uomini e donne, trasformando le paure in speranza e le lamentele in responsabilità. Oggi questa grande missione è più urgente che mai, perché ci invita a navigare con discernimento nel cuore delle attuali trasformazioni tecnologiche e digitali, senza sminuire la nostra umanità. In particolare, quando ci dedichiamo alla tutela dei più piccoli e dei più deboli, riconosciamo la nostra stessa debolezza, nella quale tutti ci ritroviamo. Questa fragilità propria della vita umana non ci spaventa, ma ci unisce in quanto creature che si scoprono fratelli e sorelle in Cristo. È Lui il primo a donarsi a noi, e il segno vivente di questa grazia è l’Eucaristia, «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium, 11). Da questo sacramento, che sostiene la nostra fede, noi traiamo la forza di donarci, a nostra volta, al prossimo, imitando la gratuità del Signore Gesù. La ricerca della giustizia e della pace ci obbliga a prendere atto dei conflitti che noi stessi viviamo e a purificare il nostro cuore. Impegnandoci al servizio di Dio e degli altri, le nostre ferite trovano allora consolazione e redenzione.

 

Non esiste fallimento dal quale Dio non possa sollevarci: la sua misericordia è la nostra gioia. Eppure, voi avete parlato dell’ansia e dell’incertezza come ostacoli al vostro entusiasmo. Sono stati d’animo molto diffusi, a causa della precarietà dei progetti sul futuro, della provvisorietà degli affetti e della fragilità delle relazioni. A questi sentimenti se ne aggiungono altri, che gravano sulla vostra generazione, come ad esempio l’affaticamento da schermo e l’ansia di fronte ai cambiamenti climatici o alla situazione economica e internazionale. Sì, bisogna prestare un orecchio attento a questi sentimenti. Invito tutti voi, cari giovani, a mantenere il cuore aperto di fronte alle sofferenze dei vostri compagni.  Allo stesso tempo, l’esperienza della fragilità, di ogni fragilità, diventa per un discepolo di Cristo un’occasione di testimonianza. Chi segue Gesù sulla via del servizio umile e gratuito viene liberato dall’angoscia e ritrova un nuovo entusiasmo, sperimentando la gioia e la pace interiori: sentimenti non passeggeri o soggettivi, ma radicati nella certezza della fede di cui rendiamo testimonianza insieme come Chiesa.

Sì, insieme noi formiamo la Chiesa: fragile e santa, come vasi di creta che custodiscono un tesoro (cfr 2Cor 4,7). È di nuovo san Paolo a ricordarci che proprio nella debolezza, noi siamo forti (cfr 2Cor 12,10). Soprattutto nei momenti di difficoltà Dio sostiene la nostra libertà e ci incoraggia con la sua grazia. Egli ha voluto vivere da uomo, affinché noi potessimo vivere con Lui, per sempre, come testimoni gioiosi della speranza.

Cari amici, è in questa amicizia con Gesù che si realizza il nostro discernimento, una riflessione che si fa invocando lo Spirito Santo. Si tratta di un esercizio costante per camminare in modo ordinato e sicuro.

Come discernere bene? In primo luogo, ricordate che la parola del Signore è sempre lampada ai nostri passi (cfr Sal 119,105). Alla luce del Vangelo, la formazione spirituale passa attraverso la preghiera e il servizio, l’adorazione e l’azione, il silenzio – quel silenzio così raro e così necessario, lontano dal frastuono mediatico – e l’annuncio.

Poi, guardate all’esempio dei santi: anche nella persecuzione, questi nostri fratelli e sorelle hanno aperto strade di pace. Guardate a sacerdoti appassionati di Cristo, come sant’Eugène de Mazenod e san Jean-Marie Vianney; guardate alla mistica bellezza di santa Thérese de Lisieux; alla beata Pauline Jaricot, fervente nella carità e nella missione; al coraggio dei cinquanta martiri dell’apostolato, al tempo della Seconda Guerra Mondiale, che hanno servito i loro fratelli fino al sacrificio della vita. Questi santi hanno cambiato la storia, facendo passare molti dalla sofferenza alla speranza, perché hanno cambiato anzitutto il proprio cuore, trasformandolo alla luce della fede.

Cari giovani, mentre ricercate la vostra vocazione, siate certi che il Signore non vi parla in modo confuso, ma si rivolge a ciascuno chiamandovi per nome, e vi invita seguirlo perché vi ama. Accogliendo il suo Vangelo con mente limpida e cuore puro, allora comprenderete come Gesù vi chiama a servire. Si tratta sempre di un dono di vita: pieno, fedele, colmo d’amore. Per vincere l’ansia e l’incertezza, abbiate il coraggio di dire una sola parola, semplice e bellissima: grazie. Grazie, Gesù, per il tuo amore.

Ecco perché adesso, senza timore ma con fiducia e pieni di gioia, possiamo già dire tutti, tutti insieme, sulle orme dei santi: Eccomi, Signore!

Tutti insieme: Eccomi, Signore!

E mi rivolgo a quelli tra voi – e sono numerosi qui stasera – che sentono la chiamata a seguire Gesù sulla via più stretta del sacerdozio o della vita consacrata. Cari amici, la Chiesa in Francia ha tanto bisogno di voi! Prega per voi, vi aspetta. Cari amici, non abbiate paura di questa chiamata! Abbiate coraggio, abbiate fiducia in Gesù che vuole fare di voi i suoi amici più vicini: Egli non vi deluderà e sarà sempre al vostro fianco; la vostra vita sarà meravigliosamente bella e feconda.

Per concludere, possiamo riprendere questa preghiera che ci ha consegnato san Giovanni Paolo II: «Maestro, tu che ami e rispetti la persona umana, tu che hai condiviso la sofferenza dell'uomo, tu che rischiari il mistero dell'umana esistenza, facci scoprire il senso vero della nostra vita e della nostra vocazione!» (Omelia alla XII Giornata Mondiale della Gioventù, Parigi, 24 agosto 1997). Merci!

 

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Meditazione del Santo Padre

 

Nella notte, la luce ci appare ancora più eclatante. È così, cari giovani, che abbiamo ascoltato insieme dalle parole di san Paolo. Vogliamo tenerle alte, come fiaccola che rischiara non solo la preghiera di ciascuno, ma tutta la storia della Chiesa. L’Apostolo osserva il suo tempo e accoglie l’ispirazione divina, cioè lo Spirito Santo, che apre sempre prospettive luminose di futuro. Sì, Dio è Signore della storia e, qualsiasi cosa avvenga, la conduce verso la salvezza: in Cristo ogni male ha una fine, proprio perché la fine diventa inizio di vita nuova ed eterna.

Carissimi, per illuminare la nostra epoca e trasformare il presente alla luce dello Spirito, ricordiamoci anzitutto che anche noi, come Timoteo, siamo uomini e donne di Dio. Questa espressione – di Dio – scelta da san Paolo, significa un legame, non un possesso. Chi vive con Dio è libero: libero da tutto ciò che oscura la vita, rendendola vuota e senza senso. Giovani di Francia, portate nel vostro cuore un immenso desiderio di libertà, parola che risuona con forza nella vostra cultura. Qual è dunque la fonte della vera libertà? Gesù ce lo indica chiaramente quando ci dice che è la verità che ci renderà liberi (cfr Gv 8,32); e che la Verità è Lui stesso (cfr Gv 14,6). Ecco, quindi, la fonte della vera libertà: il rapporto vivente con Gesù.

La compagnia del Signore, infatti, dà saggezza ai nostri progetti e bellezza ai desideri che portiamo nel cuore. Dio attraversa come luce la nostra anima, chiamandoci a un rinnovamento permanente, a una conversione che dona pieno senso all’esistenza, perché ci fa attori di una storia che passa dalla confusione alla ricerca della verità, dall’indifferenza all’impegno per la giustizia. San Paolo lo dice con tre verbi, che fanno appello alla nostra libertà: evita, tendi, combatti.

L’Apostolo scrive a Timoteo: anzitutto, «evita queste cose», cioè orgoglio, vanità, violenza, avidità (cfr 1Tm 6,4.10). Sono tutti sentimenti che ci afferrano e possiedono. L’egoismo che li caratterizza nasconde una spaventosa solitudine. Per gustare la vicinanza di Dio e la fraternità umana occorre dunque respingere quella bramosia che consuma le relazioni senza donare, che si riempie di cose senza nutrirci. Un tale stile di vita spinge ad avere tutto, ma a non essere nessuno; a ricevere una quantità di like, ma restando soli con sé stessi.

Quando decidiamo di non seguire questo stile, allora iniziamo a tendere «alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza» (v. 11). Sì, chi vive con Dio tende verso il meglio: è in allenamento costante. Il suo desiderio cerca la virtù, cioè la forza che lo rende buono e vero. Cari amici, la dinamica che caratterizza l’esistenza cristiana porta un nome preciso: si chiama cammino di santità. È il cammino che il Signore apre davanti a ciascuno di noi, accompagnandoci lungo la via. E quanti figli e figlie di questa amata terra di Francia si sono lasciati condurre su questa via! Pensiamo, ad esempio, al beato Marcel Callo, un giovane francese, scout e operaio che nell’oscurità del campo di concentramento non ha mai smesso di tendere al bene, rimanendo interiormente libero.

Man mano che avanziamo in questo cammino di santità, diventa chiaro che non basta evitare il male: bisogna scegliere il bene. Non si tratta di un principio astratto, né di un’affermazione ovvia: scegliere il bene è l’azione propria della libertà, compiendo la quale essa stessa si avvera, si corregge e matura. Per fare la scelta buona, ricordate questo criterio: il bene dà la vita, non la toglie mai; il bene si prende cura, non prende per sé. Il bene non è un bel concetto, ma il volto raggiante dell’amore: è Dio in persona! Le virtù che san Paolo ci indica come riflessi della sua bontà sono queste: la giustizia verso l’umanità; la pietà e la fede verso Dio; la carità con tutti; la pazienza verso chi ci fa soffrire; la mitezza che contraddistingue chi cerca la pace con animo puro. I principi di uguaglianza e fratellanza che ispirano la vostra società trovano qui il loro fondamento: più che semplici prescrizioni legali, sono le scelte radicali e coraggiose di un cuore libero. Fare nostre queste qualità non è solo un impegno etico: è la scelta di diventare uomini e donne autentici, liberi da compromessi.

A questo proposito, l’Apostolo ci consegna un terzo verbo: combattere. Infatti, evitare il male e tendere al bene implica combattere. Combattere, sì, come fece San Paolo, rappresentato spesso con una spada nelle mani, segno della Parola di Dio, «spada dello Spirito» (Ef 6,17). Questo verbo risuona con forza qui in Francia, terra di Santa Giovanna d’Arco, una giovane che ha saputo combattere con audacia. Ma attenzione, il verbo come anche l’immagine ci sono ormai chiari: la lotta alla quale siamo chiamati è quella della fede, cioè l’impegno a vivere secondo il Vangelo, come discepoli di Gesù, il Figlio di Dio che fa di noi tutti fratelli e sorelle. È nel suo nome che abbiamo la forza dei giusti, per resistere alla tentazione. È nel suo nome che abbiamo la perseveranza dei miti, per dedicarci al bene. Il nostro combattimento non è una lotta contro gli altri, non ricorre alle armi della violenza, del disprezzo o dell’oppressione. La nostra unica arma è quella dell’amore che si dona. Sappiamo, purtroppo, che ci sono forze contrarie al nostro legame con Dio, potenze che mirano a dividere persone e popoli, contrapponendoli tra loro. Questi mali hanno non solamente un volto violento, ma talvolta anche un’apparenza insidiosa, perché promettono proprio quello che ci tolgono, ossia la felicità. Quando ci sentiamo avvolti nella loro oscurità, però, la luce dello Spirito Santo ci illumina e ci conforta: stasera, dunque, scegliamo insieme le virtù che dobbiamo coltivare per seguire il Signore.

Non siamo soli in questo cammino di santità, perché lo percorriamo uniti a tutti i nostri fratelli e sorelle che ci circondano. Ne fate del resto esperienza questa sera e durante i grandi raduni come le Giornate Mondiali della Gioventù. Abbiamo inoltre come alleati i santi: sono amici che ci sostengono nella prova. Carissimi, quando le scelte della vita richiedono coraggio, sollecitate la loro intercessione e imitate il loro esempio: come abbiamo cantato nelle litanie, l’incoraggiamento dei santi ci assicura che non siamo mai soli nella preghiera, mai siamo soli nella Chiesa. Specialmente in questo tempo, chiediamo allora il loro aiuto per essere artigiani di pace: eterno desiderio di Dio e impegno costante dell’umanità! Stasera ho citato alcuni di loro. Chiediamo anche a Santa Teresa del Bambino Gesù di insegnarci la sua “piccola via” dell’amore quotidiano, solido fondamento di ogni pace duratura.

Questa pace, il Signore la realizza nell’Alleanza che stringe con noi tutti per la mediazione di Gesù, il Cristo. Perciò, indicando il fondamento della nostra esperienza di fede, san Paolo parla non solo di quello che noi possiamo fare rispondendo a Dio, ma anche di ciò che Dio fa per noi. L’Apostolo lo riassume in un episodio: Gesù davanti a Pilato, la verità dell’amore davanti all’ipocrisia del potere. La «buona battaglia» coincide allora con la «bella testimonianza» (cfr 1Tm 6,12-13). Lo dimostra l’uso di un identico aggettivo: kalos, che qui significa ben fatto. L’opera ben fatta, quella che è buona, è la redenzione che Gesù compie per noi. Nel suo combattimento contro il peccato e la morte, la vittoria di Cristo ci libera tutti: da ogni male ci salva, a ogni bene ci invita.

In questa luce, guardiamo le due reliquie portate davanti a noi: la tunica e la croce. L’una è quel che a Cristo è stato tolto; l’altra quel che a Cristo è stato donato. In tal senso, sono entrambi segni della sua passione: Gesù è spogliato della sua tunica per rivestire noi con la veste bianca, lavata «nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14). È così che la croce, da strumento di morte, diventa segno di speranza: insieme, perciò, la tunica e la croce rappresentano noi, noi Chiesa che nasce dalla vita di Dio donata al mondo. Cari giovani, per crescere in santità e cambiare in meglio la nostra società, siate luminosi testimoni di questo Vangelo, cioè della buona notizia che è Cristo stesso, il nostro Salvatore: «A Lui onore e potenza per sempre. Amen» (1Tm 6,16).

giovedì 24 settembre 2026

La nostra responsabilità di fronte alla tragedia di Pietralata


 

Una speranza oltre lo sgomento di fronte alla notizia dei due giovani sposi che, nel quartiere romano, si sono tolti la vita con la loro figlia disabile

 

21.09.2026

La notizia della tragedia di Pietralata, il quartiere di Roma dove due giovani sposi si sono uccisi con la figlia disabile e il loro cane, ha lasciato me e mia moglie a dir poco sgomenti. Il racconto dei media ci ha fatto sentire molto vicini alla storia di questi genitori. La seconda dei nostri tre figli è nata con una sindrome plurimalformativa genetica, che fin dalla nascita ha causato un ritardo psicomotorio, con annessi altri problemi organici (frequenti crisi di assenza, mancanza di linguaggio, eccetera). Anche noi sosteniamo un gravoso impegno economico per le continue visite mediche - sette interventi fuori regione per la sola ricostruzione dei denti -, e per sopperire alla carenza di servizi pubblici; avvertiamo spesso stanchezza fisica e mentale anche per la ritrosia di nostra figlia a volere fare semplicemente, ad esempio, una passeggiata alla sera o alla domenica.

 

Riflettendo su quella tragedia io e mia moglie ci siamo chiesti: cosa o Chi ha permesso che in questi anni la nostra stanchezza e la solitudine di certi momenti non siano sfociati in disperazione, al punto da farci dire, come scritto in uno dei messaggi lasciati dalla coppia: «Non ce la facciamo più soli»? Cosa o Chi consente che, quando accadono simili fatti di cronaca, la rabbia contro lo Stato o le istituzioni sanitarie non sia l’ultima parola? L’esperienza cristiana nel Movimento ci fa percepire e sperimentare la presenza reale di Cristo, che non ci risolve, non ne ha la pretesa, i problemi tecnici, burocratici ed economici che continuano ad esserci, ma rende più leggera ed “amica” la routine quotidiana, anche in quelle ore del giorno in cui siamo fisicamente più soli, come quando alla sera sono assenti gli amici o gli operatori sanitari, o come nei due momenti fissi di ogni notte nei quali solleviamo nostra figlia per accompagnarla in bagno.

 

Passato il clamore mediatico, avvertiamo ancora più di prima la responsabilità di testimoniare la certezza che esiste un luogo nel quale potere incontrare quella Presenza che tutto il mondo attende e che solleva nelle asperità della vita, rendendola, per pura sua Grazia, più lieve.

 

Franco, Foggia


L’Europa nuova periferia e Leone la mette al centro

 



Il viaggio del Papa in Francia. Da Madrid a Parigi (passando per Rimini) il Vecchio continente secolarizzato lo accoglie radunando folle che sorprendono. È qui la frontiera della fede

23.09.2026

Matteo Matzuzzi

 

«L’Europa del Terzo Millennio o sarà cristiana o non sarà», disse Giovanni Paolo II mentre s’avvicinava a grandi passi il Grande Giubileo del 2000. Il Muro era caduto, la Cortina di ferro era divenuta un pallido ricordo. Grandi esperti della politica internazionale e fini osservatori avevano già da tempo sentenziato che ormai la Storia era finita. Il Novecento, con le sue tragedie, ridotto a un capitolo lunghissimo da studiare a scuola. Lo sguardo del Papa polacco, che quel secolo l’aveva attraversato quasi nella sua interezza, però, andava più lontano. Vedeva ciò che gli analisti di geopolitica non riuscivano a scorgere dietro l’apparenza di un continente pacificato. Qualcosa, in Europa, si era rotto e non aveva direttamente a che fare con i gangli delle burocrazie di Bruxelles. Si era interrotta la trasmissione della fede: la secolarizzazione incalzava e minacciava anche quei grandi serbatoi dove la religiosità era stata per secoli considerata scontata.

 

Pian piano, invece, i dogmi della laicità s’innestavano nelle società sempre più distratte, dove il fatto religioso diveniva progressivamente un optional e s’iniziava a fare i conti su quanta gente veniva ancora battezzata. Crollavano le evidenze nell’Europa delle grandi cattedrali, si rispolveravano le lezioni radiofoniche vecchie di decenni d’un professore tedesco poi divenuto papa, Joseph Ratzinger. Lui che, alla fine degli anni Sessanta, intravedeva già nelle minoranze creative il destino della Chiesa europea: numeri contenuti ma costituiti da donne e uomini certi di una fede da vivere non più come routine ma credendoci davvero. Quel professore, che non per nulla scelse come nome Benedetto XVI, rievocando in ciò uno dei padri dell’Europa cristiana, tentò nei suoi anni di pontificato di rianimare un corpo fiacco: mirabili furono i suoi discorsi a Ratisbona e al Bundestag di Berlino, a Westminster e al Collège des Bernardins di Parigi, dove rifletté a lungo sul quaerere Deum, il cercare Dio che portò all’edificazione dell’anima europea, capace di vibrare anche dopo ecatombi e conflitti.

 

Dopo Benedetto XVI, la prospettiva cambiò. Francesco, il Papa preso alla fine del mondo, la crisi europea l’aveva bene in mente. «Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà?», disse nel 2016 ricevendo il premio Carlo Magno. Due anni prima, al Consiglio d’Europa, a Strasburgo, aveva posto le stesse domande al Vecchio continente: «Dov’è il tuo vigore? Dov’è quella tensione ideale che ha animato e reso grande la tua storia? Dov’è il tuo spirito di intraprendenza curiosa? Dov’è la tua sete di verità, che hai finora comunicato al mondo con passione?». Francesco denunciava un impoverimento ideale e di leadership.

 

Ma se il pontificato ratzingeriano ebbe una forte impronta eurocentrica, quello del successore guardò alle periferie più lontane. Periferie geografiche ma soprattutto sociali. Era la metafora di Magellano: l’Europa vista dal centro appare in un certo modo, ma se poi si sciolgono le vele e si circumnaviga il globo, ci si accorge che quel centro è solo uno dei tanti luoghi che compongono il mondo. Così, dopo il quaerere Deum ai Bernardins ci fu la Messa con più di un milione di persone riunite a Timor Est, l’apertura della Porta Santa a Bangui, nel cuore dell’Africa, la preghiera nel deserto della Mongolia, gli incontri ai confini estremi d’Europa: il Caucaso e la Svezia, Lampedusa e Lesbo, la Bosnia e l’Albania.

eone XIV, nel suo primo anno e mezzo di pontificato, ha riportato al centro il continente secolarizzato. Per la prima volta dopo quindici anni, un Papa è tornato in Spagna. Le premesse non erano rosee, la diffidenza imperava: nessuno va più né in chiesa né in oratorio, le vocazioni sono al lumicino, la pratica religiosa quasi azzerata, i monasteri abbandonati. La rivoluzione secolarizzante di José Luis Zapatero e gli anni del suo figlio politico Pedro Sánchez hanno trasformato il Paese iberico nella piattaforma degli esperimenti laicisti più estremi, al pari o forse più della vicina Francia. E invece, la sorpresa.

 

Nessuno aveva previsto la massa di persone radunate in Spagna in giugno. In Francia il Pontefice farà tappa a Metz, dove ricorderà Robert Schuman, primo presidente del Parlamento europeo, che parlò di Europa delle cattedrali

 

A Madrid, in una torrida domenica di giugno, un milione 200mila cattolici occupavano strade e piazze per seguire la processione del Corpus Domini con il Papa. Centinaia di migliaia di giovani partecipavano alla Veglia di preghiera. Folle come non si vedevano da anni erano assiepate dietro alle transenne mentre Leone XIV passava, accompagnato dalla melodia di tutte le campane cittadine che suonavano a festa.

 

Nessuno l’aveva previsto, neanche i vescovi rassegnati a essere minoranza sempre più inascoltata. Il copione si è rivisto pochi giorni dopo a Barcellona, con lo spettacolo della Sagrada Família addobbata per l’occasione, e alle Canarie. E così pure in Francia, altra terra consegnata alla secolarizzazione, nel viaggio dei prossimi giorni. La Messa nella grande Parigi, la veglia con i ragazzi a Saint-Denis, il pellegrinaggio a Lourdes e a Metz, dove il Papa ricorderà Robert Schuman, uno dei padri dell’Europa unita, il cattolico che da primo presidente del Parlamento europeo parlò di Europa delle cattedrali, sottolineando con forza che la comunità costruita sulle macerie della guerra aveva un’anima e non era solo un enorme edificio burocratico.

 

Quella di Leone XIV non è una sconfessione della vocazione di Francesco a battere in lungo e in largo le periferie del mondo. Papa Prevost, semplicemente, rimette al centro l’Europa perché in questa particolare fase della storia umana anch’essa è periferia. Una periferia che fatica a farsi notare nei grandi giochi politici tra superpotenze, ma anche una periferia della fede. L’ha detto lui stesso intervenendo al Meeting, lo scorso 22 agosto: questa «è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura».

 

Le leggi sul fine vita, sull’aborto, sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, l’imperante laicizzazione eretta a dogma incontestabile sono tentativi – in qualche caso riusciti – di eliminare il fatto religioso, di ricacciare la fede nella sfera intima dell’individuo. In pochi anni, siamo passati dai dibattiti sulla proibizione di un presepe nelle scuole al suicidio medicalmente assistito come fatto di umana libertà. È quella che papa Francesco, agli albori del pontificato, definì una «persecuzione fatta in modi eleganti, in guanti bianchi». Non con le armi, come avviene altrove sul pianeta, ma a forza di legislazioni che mirano a ridurre l’espressione religiosa a opinione personale, una delle tante.

Ricevendo una delegazione del Partito popolare europeo, lo scorso aprile, Leone XIV ricordò che «i padri fondatori erano animati dalla loro fede personale e consideravano i principi cristiani un fattore comune e unificante, che poteva contribuire ad archiviare lo spirito revanscista e conflittuale che aveva portato alla Seconda Guerra mondiale».

(...)

(continua su sussidiario.net)


lunedì 21 settembre 2026

Caravaggio, la chiamata di Matteo


 

Pizzaballa: «Il futuro del mondo assomiglia sempre più a Gerusalemme»


 


«Che cosa permette a una persona di continuare a prendersi cura del futuro quando non ne ha alcuna garanzia? Che cosa ci consente di impegnarci quando il risultato rimane incerto?». Domande cruciali che, se ci pensiamo bene, riguardano ciascuno di noi nelle diverse situazioni che si trova a vivere. Un genitore può porsi tali interrogativi davanti al futuro di un figlio, chi ha un compito o una responsabilità può porseli, anche in modo drammatico, di fronte all’incertezza del tempo presente e a quanto accade ogni giorno nel proprio microcosmo o nel macrocosmo. Queste domande le ha poste venerdì pomeriggio il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa nel discorso tenuto in piazza Maggiore a Bologna parlando a circa 800 giovani, provenienti da ogni parte del mondo, che hanno terminato i master alla Bologna Business School, in occasione del Graduation Day.

 

Si tratta di giovani che sono pronti a entrare come manager in aziende e istituzioni assumendo ruoli di responsabilità che richiedono la capacità di scegliere e di decidere. Ed è senz’altro inusuale che a parlare a loro sia stato invitato il cardinale Pizzaballa, testimone diretto della difficilissima situazione che sta vivendo la Terra Santa. Il pensiero corre inevitabilmente alle immagini di distruzione, di guerra e di odio che da là ci arrivano ogni giorno attraverso i media. Il suo è stato un intervento di grande spessore. Vi invitiamo a leggerlo con attenzione (sotto trovate il testo integrale del discorso). Non ha dato risposte accomodanti e non si è dilungato in analisi di tipo geopolitico o strategico che può fare chi guarda le cose dall’esterno. È una testimonianza che arriva dal cuore di Gerusalemme dove «persone, popoli, culture e religioni diverse convivono le une accanto alle altre». Ha aggiunto Pizzaballa: «Come custodire la propria identità e, nello stesso tempo, riconoscere pienamente quella degli altri? Il futuro del mondo assomiglia sempre più a Gerusalemme». I destini sono intrecciati molto più di quanto possa apparire. In questo mondo segnato dall’incertezza e da equilibri che sembrano impossibili Pizzaballa dice: «Non ho garanzie sul futuro della Terra Santa. Ma ho legami che mi rendono corresponsabile del suo futuro. Quei legami hanno dei volti. Danno forma alla storia di comunità alle quali appartengo, di persone con cui condivido preoccupazioni e speranze. La loro vita entra nelle mie decisioni. Da questa appartenenza nasce una ragione per continuare, anche nei momenti in cui non riesco a intravedere una soluzione. La libertà prende una direzione e, prendendola, assume dei legami.Questo può fare paura – ha sottolineato il patriarca di Gerusalemme -. Legarsi significa diventare vulnerabili: quello che accade a una persona, a una comunità, a qualcosa in cui crediamo, può farci soffrire. Eppure, è proprio attraverso quei legami che molte cose acquistano valore. Il desiderio di tenere sempre aperta ogni possibilità rischia di lasciare la vita in sospeso, come se la scelta decisiva dovesse avvenire soltanto quando saremo certi di non perdere nulla. Una certezza del genere, nelle cose importanti, difficilmente ci viene concessa».

Questa è la sfida a cui siamo chiamati anche noi, ogni giorno.

 

Il discorso del cardinale Pierbattista Pizzaballa

Bologna, 18 settembre 2026

Grazie per avermi invitato a condividere questo giorno. Una graduazione rende visibile una storia, la vostra, lo studio, la fatica, gli incontri, la fiducia di chi vi ha accompagnati. Oggi quella storia per voi si apre a possibilità nuove ed è bello che questo avvenga tra persone di nazionalità diverse che hanno imparato insieme e che porteranno quanto hanno ricevuto in luoghi e situazioni differenti. Oggi voi festeggiate un risultato importante che avete raggiunto con impegno e che merita di essere riconosciuto.

Proprio da questo risultato però nasce anche una domanda con la quale vorrei iniziare il mio breve discorso. Che cosa desideriamo costruire? Che cosa desiderate costruire con ciò che avete imparato?

Io vengo da Gerusalemme. E quando penso alla parola costruire che accompagna naturalmente un giorno come questo porto con me anche l’immagine di ciò che è stato distrutto.

Penso alle case e alle vite spezzate, alla sofferenza che attraversa tutta la Terra Santa. Penso soprattutto a quanto tempo occorrerà perché, insieme agli edifici, possa essere ricostruita la fiducia. Una casa si può ricostruire nello stesso luogo, perché torni ad essere una casa però chi la abita deve poter credere che vi sarà un domani, che i propri figli avranno una possibilità, che la vita non sarà nuovamente cancellata. La distruzione raggiunge anche questa capacità di immaginare.

Il peso continua a gravare sulle persone anche quando il rumore delle armi si allontana. È qui che nasce la domanda che vorrei condividere con voi:

che cosa permette a una persona di continuare a prendersi cura del futuro anche quando non ne ha alcuna garanzia? È una domanda che ci riguarda tutti.

Le nostre condizioni di vita sono molto diverse, veniamo da mondi diversi e abbiamo anche storie personali molto diverse, la mia, la vostra, quella di tutti. L’incertezza vostra, di chi ad esempio comincia un percorso professionale, e quella di chi cerca di sopravvivere a una guerra hanno un peso incomparabile. Eppure quella domanda tocca una condizione comune: dobbiamo avere il coraggio di scegliere pur senza conoscere fino in fondo l’esito delle nostre scelte. Possiamo preparaci con serietà, prevedere, ridurre alcuni rischi, rimane però uno spazio che nessuna competenza può colmare interamente. È dentro quello spazio che prendono forma le nostre responsabilità. Io non posso decidere il risultato delle mie scelte, però devo prendere la responsabilità di fare le scelte che riguardano anche la vita altrui.

Parlo di Gerusalemme perché nella sua vicenda si riflettono domande che riguardano ogni vita. In quella città, persone di popoli, culture e religioni diversi vivono le une accanto alle altre. Ciascuno porta una storia, desidera essere riconosciuto, teme di perdere ciò che gli è caro e tutti devono fare i conti con la presenza degli altri, con le loro attese e con le loro ragioni. In questo senso Gerusalemme è uno specchio di ciò che viviamo, una sorta di paradigma delle dinamiche che coinvolgono il mondo intero. Il futuro del mondo assomiglia sempre più a Gerusalemme.

Mostra con particolare intensità una sfida che riguarda sempre più le nostre società. Imparare a vivere insieme tra persone che hanno tradizioni, fedi e visioni di vita differenti.

Come custodire la propria identità e, nello stesso tempo, riconoscere pienamente quella degli altri? Come costruire fiducia quando le differenze ci fanno paura?

Sono domande che incontrerete anche voi nel lavoro, nelle relazioni e nelle comunità di cui farete parte. Per questo parlare di Gerusalemme significa anche interrogarci sul mondo che costruiremo insieme e sulla parte di responsabilità che ciascuno di noi può assumersi.

Che cosa vale la pena costruire dunque? Vorrei partire dal terreno sul quale ogni costruzione umana deve poggiare: la verità. In Terra Santa ho imparato quanto sia difficile riconoscere ciò che mette in discussione le nostre ragioni. La nostra storia, il dolore che abbiamo vissuto, possono rendere difficile riconoscere la sofferenza degli altri. Cercare la verità richiede la libertà di cambiare giudizio e di lasciarsi correggere anche da chi ha meno autorità di noi. La complessità della situazione in Terra Santa non permette giudizi sbrigativi. Occorre conoscere la storia, ascoltare le persone, verificare i fatti, ma questo non significa che tutte le versioni abbiano lo stesso valore.

Le responsabilità vanno riconosciute e le ingiustizie chiamate per nome. La verità riguarda anche le nostre parole. Nella nostra terra parole come pace, dialogo, dignità sono state ripetute tante volte, mentre invece la vita sembrava smentirle. La fiducia si consuma anche quando ciò che diciamo resta lontano da ciò che facciamo.

Ridare credibilità alle parole richiede impegni mantenuti e comportamenti coerenti, richiede anche di accettare che qualcuno ci chieda conto di ciò che abbiamo detto. E anche di ciò che non abbiamo detto quando doveva essere detto. Il rapporto con la verità ci porta inevitabilmente al rapporto con l’altro. A Gerusalemme questa relazione ha una concretezza quotidiana: le lingue, le preghiere, le memorie abitano uno spazio piccolo e densissimo. Ogni comunità custodisce qualcosa di prezioso. La difficoltà comincia quando l’amore per ciò che è proprio diventa incapace di riconoscere ciò che appartiene agli altri.

Ma i nostri destini sono intrecciati. In Terra Santa nessuno può costruire una prospettiva durevole prescindendo dalla presenza dell’altro. Israeliani e palestinesi continueranno ad avere bisogno di un futuro in quella terra. Il futuro di ciascun popolo dipende anche dalla sicurezza, dalla libertà e dalla dignità dell’altro.

Questo pone una domanda esigente a ogni progetto anche per voi: nel futuro che immaginiamo, chi trova posto? La domanda riguarda la qualità di ciò che realizziamo. Possiamo costruire qualcosa di efficiente, ottenere risultati, accrescere le nostre possibilità senza chiederci come vivranno le persone dentro ciò che abbiamo costruito. Un’opera umana diventa abitabile quando le persone possono riconoscervi un posto, una dignità, uno spazio nel quale contribuire con ciò che sono. Qui si misura anche il nostro rapporto con il potere.

Il potere non si misura da ciò che possiamo ottenere per noi stessi ma dalle possibilità che apriamo o chiudiamo per gli altri. La responsabilità cresce insieme a quella capacità, e incontra un limite preciso: una persona conserva il proprio valore anche quando non ci è utile, quando rallenta il nostro passo, quando le sue ragioni ci costringono a rivedere un progetto. Riconoscerlo può avere un costo, è proprio allora che comprendiamo quanto sia reale il rispetto che diciamo di avere per la dignità umana.

Anche il percorso che avete condiviso a Bologna vi ha messo in contatto con persone formate da storie e culture differenti. Un’esperienza del genere, la collaborazione, richiede più della conoscenza di una lingua comune. Occorre comprendere cosa una parola significhi per l’altro, quali attese porti con sé, dove cominci una sua difficoltà. È un lavoro paziente che appartiene alla costruzione di ogni realtà comune. Il lavoro occupa uno spazio importante della nostra vita e contribuisce a darle forma. Attraverso di esso provvediamo ai nostri bisogni, mettiamo alla prova le capacità, partecipiamo a un’opera comune. Anche la fatica acquista senso quando possiamo riconoscere a cosa serve e per chi. Un lavoro nel quale possiamo esprimerci e crescere è un bene umano che merita di essere custodito.

In Terra Santa aiutare una persona a riprendere un’attività significa anche restituirle autonomia, la possibilità di contribuire alla vita della propria famiglia, la fiducia di avere ancora qualcosa da offrire. Il lavoro ci lega agli altri e dà concretezza alla nostra speranza nel mondo. Che cosa ci si aspetta allora da chi assume un ruolo?

Molti di voi guideranno aziende, progetti, istituzioni, vi sarà chiesto di prendere decisioni in condizione di incertezza e sotto pressione. Da chi assume un ruolo ci si aspetta anzitutto competenza, che conosca ciò che gli è affidato e che se ne occupi seriamente. Poi capacità di giudizio, che sappia ascoltare, scegliere una direzione e decidere anche quando le informazioni sono incomplete, e che risponda delle proprie scelte spiegandone le ragioni, verificandone le conseguenze, correggendole quando occorre. Le persone si attendono inoltre di poter contare su chi esercita una responsabilità, che sia presente anche nelle difficoltà, che la sua parola abbia un peso e che dia un contributo anche agli altri. Questo riguarda anche me: guidare una comunità comporta tenere insieme la direzione del cammino e la vita concreta delle persone, permettendo che crescano nella libertà e nella responsabilità.

Un ruolo ci affida dunque qualcosa che va oltre la nostra affermazione personale, anche per voi questo è valido e varrà sempre di più. Il suo senso si misura anche da ciò che rende possibile per gli altri e da ciò che sapremo lasciare a chi verrà dopo di noi.

Torno allora alla domanda iniziale. Che cosa ci consente, dunque, di impegnarci quando il risultato rimane incerto? In Terra Santa ne facciamo esperienza, non sappiamo come andrà, cosa sarà. Posso rispondere soltanto a partire dalla mia esperienza.

Non ho garanzie sul futuro della Terra Santa. Ma ho legami che mi rendono corresponsabile del suo futuro. Quei legami hanno dei volti. Danno forma alla storia di comunità alle quali appartengo, di persone con cui condivido preoccupazioni e speranze. La loro vita entra nelle mie decisioni. Quando penso a ciò che è possibile fare, penso anche a loro. Da questa appartenenza nasce una ragione per continuare, anche nei momenti in cui non riesco a intravedere una soluzione.

Mi sembra che qui tocchiamo qualcosa di essenziale per ogni vita. A un certo punto, tra le molte cose che potremmo fare, alcune diventano nostre perché accettiamo di risponderne. Una relazione, un lavoro, un’opera chiedono tempo e fedeltà. La libertà prende una direzione e, prendendola, assume dei legami.

Questo, soprattutto per voi giovani, può fare paura perché legarsi significa diventare vulnerabili: quello che accade a una persona, a una comunità, a qualcosa in cui crediamo, può farci soffrire. Eppure, è proprio attraverso quei legami che molte cose acquistano valore. Il desiderio di tenere sempre aperta ogni possibilità rischia di lasciare la vita in sospeso, come se la scelta decisiva dovesse avvenire soltanto quando saremo certi di non perdere nulla. Una certezza del genere, nelle cose importanti, difficilmente ci viene concessa. Chi comincia un’amicizia, chi educa, chi intraprende qualcosa insieme ad altri affida una parte di sé a una storia che resta aperta. Anche la gioia nasce da questa disponibilità: dall’esperienza di essere coinvolti in qualcosa che merita il nostro tempo e che non si esaurisce in noi.

Riconoscere il valore di un legame domanda anche intelligenza e libertà. Ci sono progetti da correggere, strade da abbandonare, decisioni da ripensare. La fedeltà alle persone può richiederci di cambiare profondamente il modo in cui abbiamo cercato di servirle. Occorre poter distinguere ciò di cui siamo responsabili dall’attaccamento alla soluzione che avevamo immaginato.

E qui collocherei la speranza. Nella mia esperienza di credente, essa nasce dalla relazione con Dio e prende forma nella vicinanza alle persone.

Mi sostiene la convinzione che la vita di ciascuno abbia un valore che nessuna violenza può cancellare.

Questa convinzione ha conseguenze molto concrete. Una persona che merita cura oggi, un bambino che ha bisogno di imparare oggi, una relazione interrotta che deve poter attendere da noi un primo gesto oggi. Sto parlando a persone che provengono da esperienze diverse, a chi ha una fede religiosa e a chi non crede, ai laureati e alle famiglie che li hanno accompagnati fin qui. La fede cristiana orienta il mio modo di guardare la vita. Altri possono trovare in convinzioni diverse le ragioni del proprio impegno. Possiamo riconoscerci perciò in alcune attese molto concrete che, pur non escludendole, vanno oltre le nostre appartenenze e convinzioni. Chi oggi si laurea desidera mettere a frutto ciò che ha imparato e trovare la propria strada. Chi gli è stato vicino in questi anni spera di vederlo costruire una vita buona, trovare un lavoro, essere amato, affrontare le difficoltà senza restare solo. Da qui nasce una responsabilità che possiamo condividere, il rispetto, la fiducia e le possibilità che desideriamo per noi e per le persone che amiamo, sono importanti anche per gli altri. È su questo desiderio, su questo terreno che voglio incontrarvi e condividere con voi ciò che ho imparato a Gerusalemme.

Rimane un’ultima domanda, che considero forse la più importante: mentre cerchiamo di costruire il nostro futuro, chi stiamo diventando? Ogni decisione lascia qualcosa dentro di noi. Il modo in cui usiamo una possibilità, trattiamo una persona, reagiamo a una contraddizione, forma lentamente il nostro carattere. Ci abituiamo a un certo linguaggio, a una certa misura delle cose, e quelle abitudini preparano le decisioni successive. La persona che diventiamo si definisce anche attraverso ciò che consideriamo normale.

In Terra Santa questa domanda riguarda in modo doloroso il rapporto tra la sofferenza e l’odio. La violenza può restringere tutto l’orizzonte, fino a farci leggere ogni incontro attraverso ciò che abbiamo subito. Custodire la libertà significa anche raccontare la verità di una storia dolorosa senza trasmettere odio.

Si può piangere i propri morti senza desiderare la morte altrui. Quanto sia difficile, lo comprendiamo quando quei morti hanno nomi e volti che conosciamo. Davanti a chi ha subito violenza, questa possibilità va custodita con rispetto, accompagnando anche i silenzi e la fatica. Nessuno può decidere dall’esterno il tempo di quel cammino. Ma continuare a credere che esso sia possibile significa riconoscere alla persona una libertà che il male subito tenta di sottrarle, significa volere che il suo futuro rimanga aperto mentre la giustizia continua a chiedere verità e responsabilità.

Per questo la vita ha bisogno di luoghi nei quali possiamo esistere interamente anche con ciò che non riesce: gli affetti, l’amicizia, il tempo del silenzio, la gratuità di un incontro custodiscono questa ampiezza. Ci ricordano anche che il nostro valore precede la prova delle nostre capacità e ci permettono di tornare alle responsabilità con maggiore libertà perché sappiamo di poter essere amati anche quando non abbiamo un risultato da presentare.

Oggi celebriamo una preparazione, la vostra, e l’apertura di nuove possibilità, il desiderio di realizzare qualcosa, di dare forma alle proprie idee, di contribuire alla vita comune. Tutto questo merita fiducia. Ci sono opere che attendono intelligenza e iniziativa, problemi che chiedono soluzioni, possibilità che diventano visibili solo quando qualcuno comincerà a lavorarci.

Venendo da Gerusalemme portò con me la consapevolezza della fragilità di ogni costruzione, ma porto anche la convinzione che dentro quella fragilità la nostra azione abbia un valore reale. Una relazione custodita, uno spazio nel quale persone diverse possono incontrarsi, una possibilità restituita a chi l’aveva perduta, cambiano già la vita di qualcuno e da quella vita possono nascere cose che oggi non possiamo né sappiamo immaginare.

(…)

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domenica 20 settembre 2026

Il programma del viaggio apostolico del Papa in Francia

 



Viaggi apostolici

Papa in Francia: il programma dettagliato (SIR)

18 Settembre 2026 @ 14:58

Venerdì 25 settembre, l’aereo papale partirà alle 7.50 alla volta di Parigi, dove atterrerà alle 10 all’aeroporto di Orly. Lo ha reso noto il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, illlustrando nel dettaglio – in sala stampa vaticana – il programma del viaggio del Papa in Francia, dal 25 al 28 settembre. All’aeroporto Leone XIV sarà accolto dal presidente francese, Emmanuel Macron; non sono previsti discorsi. Con il presidente il Papa raggiungerà subito dopo il Salone d’Onore, per un breve incontro privato, prima di dirigersi alle 10.30 verso l’Eliseo, dove alle 11 è prevista la visita di cortesia al presidente Macron, cui seguirà, alle 11.45, l’incontro con le autorità, la società civile e il Corpo diplomatico, con i due discorsi del Pontefice e di Macron. Alle 12.15 il ritorno in nunziatura. Alle 15 il Papa arriva all’Unesco, dove visiterà la sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. Prima di tenere il suo atteso discorso, il Papa firma il Libro d’Onore e un Accordo quadro. Alle 16.30 il Pontefice si dirige alla cattedrale di Notre Dame, dove arriverà alle 17 per celebrare i Vespri alle 17.15, insieme a vescovi, sacerdoti, diaconi, consacrati e seminaristi. Alle 18.15 il rientro in nunziatura. La prima giornata papale in Francia si conclude alle 21 con la Veglia con i giovani, che vedrà il Papa intervenire due volte: la prima in risposta alle domande dei giovani e la seconda con un discorso. Sabato 26 settembre, alle 8.40, il Papa partirà in auto per visitare il centro Maison Bakhita, dedicato all’accompagnamento e all’integrazione sociale, mentre alle 10.15 incontrerà i membri dell’assemblea sinodale provinciale, i catecumeni e i neofiti presso l’Institut Catholique di Parigi, dove terrà un discorso. Alle 15 la messa in Place de la Concorde e alle 17 il trasferimento a Orly, dove alle 17.45 è prevista la partenza per Lourdes, con arrivo alle 19.05. Appena atterrato, alle 19.40, Leone pregherà alla grotta delle apparizioni di Massabielle. Domenica 27 settembre, alle 8.50, il trasferimento al Santuario Nostra signora di Lourdes, dove alle 9 il Papa incontrerà i vescovi della Conferenza episcopale di Francia. Alle 11 presiede la messa nella Prairie del santuario, seguita dall’Angelus. Alle 13 si trasferisce nella Casa vescovile. Nel pomeriggio, alle 15.15, il Papa incontrerà gli operatori e gli assistiti dell’Accueil Notre-Dame, mentre alle 16.30 è previsto un incontro privato con le religiose di vita contemplativa del Carmelo di Lourdes. La sera, alle 21, la preghiera del Rosario e la processione aux flambeaux. Alle 22 il rientro nella casa vescovile. Lunedì 28 settembre, alle 7.40, il Pontefice si trasferirà in aereo a Metz, dove alle 10 partecipa a un incontro interreligioso e all’appuntamento “Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità”, in programma alle 11 presso il Centro congressi Robert Schuman. Alle 16 la messa nella cattedrale di Santo Stefano. Il viaggio si concluderà con la cerimonia di congedo in aeroporto e il rientro all’aeroporto di Fiumicino, previsto alle 20.


domenica 13 settembre 2026

Domenico, suicidio assistito


 

Il mio amico Domenico, ucciso da una società indifferente

Di Deborah Giovanati

28 Agosto 2026

 

Il suo è il primo caso di suicidio assistito interamente gestito dalla sanità regionale lombarda. La consigliera milanese Giovanati accusa: è stato abbandonato, nessuno lo ha aiutato a vivere meglio. «Serviva un caso per rompere ulteriori argini»

Domenico Zuccarella, 59enne lombardo, malato di sclerosi multipla dal 2009, che attende da oltre sei mesi una risposta per accedere al suicidio assistito, 24 maggio 2026

Il 25 agosto è morto suicida Domenico Zuccarella, 59 anni, affetto da sclerosi multipla. Il suo è il primo caso di suicidio assistito interamente gestito dalla Sanità regionale lombarda. La consigliera comunale milanese Deborah Giovanati, che lo aveva conosciuto dopo un articolo pubblicato su Tempi, ci racconta il loro rapporto d’amicizia.

 

Quando era con me, Paolo e Nicola, Domenico mangiava, beveva vino e fumava un sacco di sigarette. Non era l’uomo che stanno descrivendo in questi giorni sui giornali.

Mi diceva che ero «una bella rompicoglioni». Ci ringraziava dopo essere stati da lui perché gli sembrava una domenica di festa. Ci raccontavamo della vita. Ci prendeva in giro perché avevamo tanti figli, e se lui pensava di essere pazzo, forse aveva incontrato qualcuno più pazzo di lui. Ci disse che, solo dopo che aveva chiesto il suicidio, era diventato importante. Però le interviste «che due coglioni, sempre le solite domande».

Ci siamo incontrati ogni settimana per due mesi e ci scrivevamo ogni giorno. Giorni migliori e giorni peggiori. Mi aveva detto che alcuni amici lo avevano invitato ad allontanarsi da noi, perché lo stavamo convincendo a non suicidarsi. Lui ci aveva riflettuto se non vederci più, ma poi non se l’era sentita e aveva mandato a quel paese gli amici. Aveva pensato che eravamo brave persone e che gli piaceva stare con noi, e bere con noi del buon vino.

Gli avevamo detto che non ci sembrava una persona che volesse morire, anzi, ma che volesse vivere meglio di così. Lui ci aveva guardato sorridendo. Del resto, non era un tipo che si tirava indietro se doveva mandarci affanculo.

Dobbiamo ringraziare che ci abbiano messo più tempo del previsto a “fissargli la data”, così lo abbiamo conosciuto. Se fosse stata più in là, a settembre, avevamo programmato di andare a trovare un suo amico monaco a Chiaravalle. E finalmente sarebbe venuto in vacanza con noi l’estate prossima, così ci saremmo organizzati bene. Ci sarebbe venuto anche subito.

Una volta, forse, aveva bevuto anche un po’ troppo e pensavamo di aver fatto un gran casino! E lui rideva! Ci ha parlato di Gesù: i suoi amici non ci credevano molto, ma lui aveva letto il Vangelo e aveva tante domande e, forse, solo a noi aveva il coraggio di rivolgerle. Mi disse che se moriva, poi avrebbe pregato per me. Io l’ho mandato a quel paese perché non funziona proprio così, e l’ho ringraziato perché ogni volta che uscivo di lì io ero contenta, perché eravamo tutti dei poveretti, ma ci stavamo facendo del bene.

(….)

Domenico non ce la faceva più a vivere così. Non solo per la malattia; era tutto il contorno a essere inadeguato. La prima cosa che mi disse, dopo che aveva deciso di incontrarmi, era che si sentiva inutile. Aveva accettato di conoscermi perché voleva capire chi mai si interessasse ancora di lui. Lo abbiamo visto il 31 luglio, abbiamo festeggiato il compleanno di uno di noi, con torta e spumante.

La fine, la paura e la violenza dello strappo

Poi abbiamo saputo che gli era stata fissata la data del suicidio: era imminente, anche se non si sapeva bene quando. Abbiamo saputo che aveva confidato a un’amica di avere paura, che si era convinto ma era triste. Ha pianto, Domenico. E nel silenzio se n’è andato, rassegnato a questo destino. Ormai tutti lo salutavano. Ormai aveva “tirato troppo”. Tutti se lo aspettavano. Non poteva più tirarsi indietro.

Sento che mi è stato strappato un amico. Un amico che è stato portato a morire. Una cosa di una violenza inaudita. Una morte pulita. Gli hanno messo in bocca il veleno (o non so se gli abbiano dato il puntatore oculare per iniettarselo, e sarebbe assurdo; non glielo avevano dato neanche da vivo per chiamare con il telefono). Erano tutti in attesa che la procedura andasse a buon fine. Capite che violenza?

L’Associazione Coscioni non si è accorta di niente?

Domenico non era un malato terminale, aveva la sclerosi multipla progressiva, la stessa malattia con cui convivo io. Era una persona che voleva vivere meglio di così. E quando ha deciso di uccidersi nessuno lo ha più fermato. Per il servizio sanitario, un bel risparmio.

Qualcuno dice che lui era libero di dire di no. Bugia enorme. Se non era nemmeno libero di dire ai suoi medici di voler cambiare la sedia a rotelle, come poteva fermare una cosa simile?

Lui voleva morire e il servizio sanitario regionale glielo ha concesso. Com’è possibile lasciare morire una persona che mangiava, beveva, fumava, deglutiva normalmente e che aveva solo bisogno di più supporto e aiuto? Perché i medici non si sono interrogati se era stato fatto veramente tutto per lui? (…) Tutti ciechi per le loro battaglie propagandistiche. Di Domenico non gliene fregava niente. Gli serviva un caso per rompere ulteriori argini.

La morte di Domenico mi ha reso ancora più evidente che il desiderio di morire si annida nella solitudine e nell’abbandono. Quando ti consideri inutile, esplode la voglia di farla finita. In questa cultura mortifera chi si può salvare?

Non si sarebbe ucciso

Incontrando Domenico ho capito che il fine vita non è affatto una “questione etica” o una fissa da cattolici bigotti, ma qualcosa che ci riguarda tutti, in ogni istante. E che l’autodeterminazione è una grande bugia. La verità è che si dipende sempre da qualcosa o da qualcuno. Non si è mai totalmente autonomi: si dipende dal giudizio altrui, dal proprio pensiero, dalle persone che ci amano o che ci maltrattano. Si dipende sempre.

 

Chiudo con le parole che avevo scritto su Tempi, in quell’articolo che mi aveva portato a conoscere Domenico. Se il 25 agosto anziché dargli il veleno gli avessero chiesto: “Domenico vuoi diventare il nostro presidente? Vuoi aiutarci a costruire il nostro paese? Per noi sei importante”. Sono certa che lui non si sarebbe ucciso.

 

L’articolo completo è su tempi.it


sabato 12 settembre 2026

Dalla cronaca al cuore

 



Oltre i tempi bui della cronaca nera

L. Pezzi

 

11.09.2026

Il rientro dalle vacanze è stato segnato da una catena di fatti di sangue. Si può andare oltre l’assuefazione del dolore trasformato in notizia

C’è un video terribile, sconvolgente, rimbalzato sui social network nei giorni scorsi. Un filmato che lascia sgomenti e che induce a chiedersi quale sia la ragione della sua diffusione, se non una morbosa attrazione per la cronaca più cupa.

 

Era il 3 settembre. Nel video si vede un giovane aggrappato a un viadotto dell’Autostrada del Sole, nei pressi di Barberino del Mugello. Grida contro poliziotti e vigili del fuoco, intimando di non avvicinarsi. Aveva appena compiuto un gesto atroce scaraventando dallo stesso ponte l’ex fidanzata e di lì a poco si sarebbe gettato anche lui.

Il rientro dalle vacanze è stato accompagnato, in Italia, da una sequenza impressionante di fatti di sangue. Notizie che scorrono ogni giorno davanti ai nostri occhi e alle quali rischiamo ormai di essere assuefatti finché non accade qualcosa di ancora più drammatico, capace di squarciare per un momento il velo dell’abitudine.

(….)

Viene allora spontaneo domandarsi quale sia il senso di questo racconto incessante della tragedia altrui. Quale contributo aggiunga alla comprensione della realtà. Quale miglioramento produca nella società e nella nostra vita quotidiana il consumo continuo di un dolore trasformato in notizia.

Molti anni fa, sulle pagine del Corriere della Sera, Giovanni Testori rifletteva sull’omicidio di un’intera famiglia compiuto in Brianza da un ventiquattrenne (Dietro l’orrore non soffochiamo la pietà, 23 marzo 1981). Scriveva: «Forse, dinanzi a questi eventi, di vero esiste solo il silenzio; quel silenzio che s’affaccia sugli abissi della nostra povera nullità, del nostro povero disastro e, umile, china la fronte».

Davanti al male estremo, la prima risposta per Testori non è il commento immediato, ma una meditazione che porta ad una conclusione scomoda: «tutti […] potremmo un giorno commettere qualcosa di simile»; «non calcoliamo più che il male, giusto come il bene, ha un’enorme capacità di diffusione e di contagio».

Il male, continua il drammaturgo, non coincide soltanto con il delitto: «esiste una catena di cedimenti, di trasgressioni, di colpe, di peccati; esiste, quanto meno, una catena di bene non fatto, di amore non dato, di carità elusa, di avarizia sordida e quotidiana che si dilata dal nostro comportamento e crea, appunto, nel vivere sociale una somma di iniquità che esce da noi, diventa come un liquido, smisurato carcinoma che investe poi chi, meno di noi, per non importa quale ragione, può reggere e sopportare l’ombra e la terribile chiamata».

Di fronte a una lettura come questa appare evidente la sproporzione di uno sguardo che va oltre la mera cronaca. Uno sguardo che non giustifica il male e non attenua in alcun modo la responsabilità di chi lo compie, ma che riconosce come la lotta contro la violenza non possa esaurirsi nell’indignazione del momento o nella ricerca di un colpevole da esibire, ma nella possibilità di condividere e di esprimere quella ferita che la realtà provoca e che tutti con un nome o con un altro portiamo dentro.

Una ferita che, come in Hamnet, film della regista Premio Oscar Chloé Zhao, dedicato alla tragica morte del figlio di Shakespeare durante un’epidemia di peste, potrebbe richiudersi nella disperazione o trasformarsi in opera d’arte (da questa morte lo scrittore inglese trae ispirazione per Amleto). Nel film affiora un toccante e delicato invito a “lasciare aperto il cuore”. E se la lotta contro il male iniziasse proprio da qui

 

Testo completo: paginasdigital