giovedì 6 agosto 2026

JULIÁN CARRÓN Non sono quando non ci sei 2014

 


CHE COSA RENDE UNITO L’IO?

«Non sono quando non ci sei», dice una canzone di

Francesco Guccini che dà il titolo a questo nostro incontro

(«Vorrei», parole e musica F. Guccini). Di chi possiamo

dire così? Di chi possiamo dire così ora? Questa

espressione mi ha colpito per due ragioni. La prima è che

io mi rendo conto di che cosa è essenziale per me perché

non sono quando manca, e si vede dal fatto che «resto solo

coi pensieri miei», come continua la canzone di Guccini.

E la seconda ragione è che quella cosa essenziale deve essere

presente ora. Se non è presente ora, io non sono. Mi

sembra che non ci sia un altro criterio per riconoscere l’essenziale

a cui il Papa ci ha richiamato di nuovo nel Messaggio

al Meeting di Rimini, se non questo: una presenza

che mi fa essere; lo riconosco perché quando

manca io non sono, non sono proprio. Si

vede subito che non è prima di tutto un problema

di coerenza, ma di appartenenza a

una presenza senza la quale io non sono.

Ma che cosa ci fa essere? Essere ora, in questa

situazione storica in cui ci troviamo a vivere?

Niente, niente può impedire di rifare

nella vita la stessa esperienza che racconta

Giorgio Gaber nella canzone che abbiamo

ascoltato all’inizio («L’illogica allegria», parole

A. Luporini, musica G. Gaber). Posso essere

«da solo», in qualsiasi posto, «lungo l’autostrada

», a qualsiasi ora, «alle prime luci del

mattino», addirittura sapendo che «tutto va

in rovina», ma «mi può bastare un niente /

forse un piccolo bagliore / un’aria già vissuta

/ un paesaggio [...]. // E sto bene». Basta che

la realtà, qualsiasi frammento di realtà, quasi

un niente, entri nell’orizzonte del nostro io attraverso una

circostanza qualsiasi, per risvegliarlo e rendere possibile

l’esperienza di questo bene. Un bene così sorprendente che

sembra quasi un sogno, che quasi ci viene «vergogna». Ma

una evidenza s’impone: non posso negare che «io sto bene

/ proprio ora, proprio qui / non è mica colpa mia / se mi

capita così». È come se la realtà, un istante prima che possiamo

difenderci da essa, prima di innalzare un muro

contro di essa, riuscisse a penetrare nell’io per renderlo se

stesso, «proprio ora, proprio qui». E mi trovo addosso

una «illogica allegria». Infatti, sembra totalmente sproporzionato

che «un niente / forse un piccolo bagliore /

un’aria già vissuta», possa portare alla vita questa allegria.

«Un’illogica allegria / di cui non so il motivo / non so che

cosa sia», tanto è reale e allo stesso tempo misteriosa. Perché

se non fosse reale, non potrebbe succedere quello che

Gaber dice dopo: «È come se improvvisamente / mi fossi

preso il diritto / di vivere il presente». Qualcosa entra nella

vita e mi rende presente al presente, «proprio ora, proprio

qui». Un niente che mi prende così tanto da rendermi

presente a me stesso. Io sono tutto unito, presente,

quando tu ci sei.

È difficile trovare una canzone che esprima meglio il

senso del capitolo decimo de Il senso religioso. L’io, accorgendosi

della presenza inesorabile della realtà, «risvegliato

nel suo essere», dice don Giussani, «dalla presenza,

dalla attrattiva e dallo stupore [per la realtà], [...]

è reso grato, lieto» (Il senso religioso, Rizzoli, Milano

2010, p. 146) e sta bene.

Chi non desidererebbe questo ogni mattina, ogni istante

del vivere? Un istante di pienezza di cui uno si sorprende,

come tante volte l’abbiamo vissuto anche noi. In quell’esperienza

semplicissima, elementare, a portata di mano

di chiunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi

luogo, in qualsiasi circostanza, lì è tutto

il metodo. Una presenza che mi fa essere.

Nessun mio tentativo è in grado di darmi ciò

che quell’istante mi dà. Non c’è un altro criterio

per riconoscere l’essenziale, se non questo.

Che sia l’essenziale lo si vede perché mi fa

talmente essere che, quando manca, io non

sono, non sono proprio! Appena compare,

sono, e sono contento, sperimento una «illogica

allegria», «proprio ora, proprio qui», che

mi rende capace di vivere il presente.

Quando, invece, questo metodo non prevale,

«che amarezza, amore mio, / veder le

cose come vedo io [non è che cambi il reale,

cambia il modo di vedere le cose] [...]. //

Che delusione [...] / vivere la vita con questo

cuore [tante volte rattrappito] / e non

volere perdere niente» («Amare ancora»,

parole e musica C. Chieffo), vedendo tuttavia che tutto

sfugge tra le mani.

Ma cambiare è facile: «Basterebbe soltanto ritornare

bambini e ricordare... / E ricordare che tutto è dato, che

tutto è nuovo / e liberato».

 

(…)

Assago 2014


Santa Scorese, uccisa per amore a Dio


 

La storia della giovane barese vittima nel 1991 di violenza di genere: non solo una pagina di cronaca nera, ma una possibile testimonianza di fede e martirio cristiano

 

05.08.2026

Roberto Beccaria

«Ho ventitré anni, non posso morire così». Sono le ultime parole di Santa Scorese, pronunciate nel cortile della sua casa di Palo del Colle, provincia di Bari, la sera del 15 marzo 1991. Pochi istanti prima Giuseppe Di Mauro, che da anni la perseguitava, l’aveva colpita con un coltello. Per ben 13 volte. Santa morirà poche ore dopo. Trentacinque anni più tardi quella vicenda non è soltanto una pagina di cronaca nera: la Chiesa la sta rileggendo come una possibile testimonianza di martirio cristiano. Se la causa dovesse concludersi positivamente, Santa Scorese potrebbe essere ricordata come la prima santa uccisa in un contesto riconducibile alla violenza di genere e allo stalking.

 

La storia della Chiesa conosce già figure come santa Maria Goretti, morta accoltellata nel 1902 a soli 11 anni per aver cercato di resistere a una violenza, per difendere la propria purezza. Ma il caso di Santa Scorese presenta caratteristiche nuove: anni di persecuzione, pedinamenti, minacce, lettere anonime, aggressioni ripetute. Oggi quella sequenza ha un nome preciso: stalking.

 

Eppure ridurre la sua vicenda a un simbolo della violenza sulle donne rischia di impoverirla. Perché la sua storia è una storia di fede.

 

Santa, nata a Bari il 6 febbraio 1968, è una ragazza immersa nella vita. Ama il mare, gioca a pallacanestro, ascolta Renato Zero con la sorella, studia prima Medicina e poi Pedagogia, partecipa alla vita ecclesiale con entusiasmo. Dalle pagine del suo diario emerge una giovane che desidera vivere intensamente la propria umanità alla luce del Vangelo. Lunghi tempi di adorazione, familiarità con la Scrittura, un forte legame con la Vergine Maria accompagnano un cammino spirituale che la porta a interrogarsi anche sulla consacrazione religiosa. Per un periodo frequenta le Missionarie dell’Immacolata Padre Kolbe, maturando il desiderio di «essere Maria nel mondo», pur scegliendo poi di non entrare definitivamente nella comunità.

 

È proprio mentre verifica qual è il suo posto nel mondo che irrompe la persecuzione. Giuseppe Di Mauro non accetta di essere rifiutato da lei. La segue ovunque, la controlla, le impone una presenza costante, alternando minacce e intimidazioni. La famiglia comprende il pericolo: il padre, agente di polizia, tenta persino di ottenere una protezione; amici e conoscenti cercano di non lasciarla sola. Ma la sera del 15 marzo 1991 il suo assassino riesce a sorprenderla.

 

Dalle pagine del suo diario emerge una giovane che desidera vivere intensamente la propria umanità alla luce del Vangelo

 

La causa di beatificazione, aperta nell’arcidiocesi di Bari-Bitonto nel 1998, non si limita a verificare le virtù cristiane della giovane, ma approfondisce una domanda decisiva: Santa è stata uccisa in odium fidei, cioè a causa della fede? L’inchiesta diocesana si è conclusa nel 1999; oggi il lavoro prosegue a Roma con la redazione della Positio super martyrio, il dossier destinato al Dicastero delle Cause dei Santi. La postulatrice della fase romana è l’avvocata canonista Franca Maria Lorusso, mentre il relatore è il carmelitano padre Szczepan T. Praskiewicz.

 

È proprio la Lorusso a suggerire la chiave interpretativa più interessante. La morte di Santa, osserva, «non si lascia leggere soltanto come l’esito tragico di una violenza di genere». Il nodo della causa è verificare se l’aggressore abbia colpito, non solo una donna che gli si sottraeva, ma quella libertà che nasceva dalla sua appartenenza a Cristo. La dignità femminile e l’odium fidei non coincidono: la prima descrive il volto umano della vicenda, il secondo, se riconosciuto, ne rappresenterebbe il fondamento teologico.

 

In questo senso Santa Scorese parla con sorprendente attualità. Oggi il dibattito pubblico insiste giustamente sugli strumenti giuridici e culturali per contrastare la violenza di genere. La sua vicenda aggiunge una domanda ulteriore: da dove nasce una libertà che nessuna minaccia riesce a piegare? Per lei la risposta non era un principio astratto, ma una relazione personale con Cristo.

 

Anche la memoria popolare sembra cogliere questa profondità. Nel 2024 è nata l’associazione di promozione sociale Amici di Santa, che promuove incontri, iniziative culturali e momenti di riflessione attorno alla sua figura.

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clonline

mercoledì 5 agosto 2026

Trailer: Orwell 2+2=5


 


Regia di Raoul Peck. Un film Genere Documentario, - USA, 2025, durata 119 minuti. distribuito da I Wonder Pictures. Valutazione: 3 Stelle, sulla base di 3 recensioni.

 

 

A partire dal romanzo "1984" e dal diario del suo autore George Orwell, una riflessione sulla deriva autoritaria della società contemporanea. Il film è stato premiato a National Board, Al Box Office Usa Orwell: 2+2=5 ha incassato nelle prime 4 settimane di programmazione 351 mila dollari e 26,6 mila dollari nel primo weekend.

 

 La straordinaria lucidità del pensiero di Orwell si adatta in maniera incredibilmente consola a decine e decine di materiali video di oggi.

Recensione di Roberto Manassero

lunedì 19 maggio 2025


Nel 1947, gravemente malato di tubercolosi, George Orwell si trasferisce con il figlio nell'isola scozzese di Jura e qui scrive il suo ultimo romanzo: "1984". A partire dalle parole contenute nel diario dello scrittore e da passaggi dello stesso romanzo, il film collega la visione politica di Orwell, la sua naturale avversione per il dispotismo e la sua visione straordinariamente premonitrice sul rapporto fra potere e comunicazione, alla società contemporanea, tra gli scenari di guerra in Ucraina, Palestina e Myanmar, la disinformazione alla base del successo delle forze nazionaliste e la manipolazione della verità e della storia.

 

Diretto dal regista haitiano Raoul Peck (I Am Not Your Negro, Il giovane Karl Marx) e prodotto dal documentarista Premio Oscar Alex Gibney, un viaggio dentro l'opera di uno dei massimi scrittori inglesi del '900, la cui attualità diventa di giorno in giorno sempre più evidente.

 

Usando come guida i tre slogan del partito del Grande Fratello di "1984", «La guerra è pace», «La libertà è schiavitù», «L'ignoranza è forza», il film adatta in maniera incredibilmente consona le immagini del mondo di oggi alle parole di Orwell, e non viceversa, dando così vera sostanza al proprio discorso.

 

L'approccio militante di Peck (da sempre impegnato a far emergere con la sua opera la condizioni di subalternità delle popolazioni più povere e reiette) ricorda quello di Michael Moore (che si vede anche in un rapido passaggio) e illustra tutte le forme più inquietanti di autoritarismo contemporaneo: Putin, Trump, Israele, Orban, la giunta militare in Myanmar (senza dimenticare che proprio Orwell nel 1922 fu parte di un corpo militare britannico di stanza a Burma, all'epoca colonia inglese), la Corea del Nord, la Cina, anche Giorgia Meloni (sbertucciata quando parla inopinatamente della persecuzione dei cristiani come del «più grande genocidio in atto nel mondo»...).

 

A sorreggere il discorso, decine e decine di materiali video che portano da Gaza all'Ucraina, dall'assalto a Capitol Hill dei trumpisti alla lista dei libri banditi nel mondo, dal militarismo del lavoro industriale alla ricchezza senza limiti di quell'1% di multimilionari che affama la Terra... Se i riferimenti sono tanti, con il rischio di mettere troppa carne al fuoco - senza contare che parallela scorre la biografia dello stesso Orwell, di cui si mostrano fotografie di famiglia e si illustrano episodi di vita, dalla Guerra civile in Spagna al lavoro per la BBC durante la guerra, ai continui ricoveri in sanatorio... - è proprio la straordinaria lucidità del pensiero dello scrittore a tenere in piedi il film.

 

Il montaggio tematico delle varie versioni televisive e cinematografiche di "1984" (il primo adattamento della BBC nel 1954; Nel 2000 non sorge il sole di Michael Anderson; 1984 di Michael Redford; Brazil di Terry Gilliam), di "La fattoria degli animali" o di vari altri film (in particolare quelli di Loach: Riff Raff, Terra e libertà, Io, Daniel Blake), fa vivere sullo schermo parole scritte ottant'anni fa eppure così attuali da far temere di avere una valenza universale, quasi mitica.

 

Come dice del resto lo scrittore Milan Kundera in un intervento alla tv francese, il pensiero di Orwell, da visione antipolitica e in odore di qualunquismo, con il tempo si è fatto vero e proprio discorso pubblico sulla condizione della società contemporanea. Lo scrittore di "1984", ad esempio, capì il legame fra la piccola borghesia e il potere coloniale nel segno di una comoda vendetta sociale per i subalterni del capitalismo; intuì l'importanza della manipolazione del passato per influenzare il presente; l'uso delle parole, delle frasi fatte e delle locuzioni per far passare all'opinione pubblica concetti altrimenti inaccettabili; la facilità con cui la comunicazione politica, da strumento di controllo del potere, è diventata essa stessa strumento di potere... E tutto questo in una società in cui i media non avevano ancora preso il controllo del quotidiano.

 

Se un limite 2+2=5 (che prende il titolo da un episodio celebre di "1984", esempio perfetto di alterazione della realtà da parte del Grande Fratello) ce l'ha, è quello di parlare purtroppo a uno spettatore già consapevole di tutto quanto gli viene detto, con il risultato che alla fine del bombardamento di immagini e informazioni ci si ritrova al colmo dell'indignazione o della conferma della propria visione. Tutti gli altri, invece, continueranno a vivere nella beata ignoranza, decisi a pensarla sempre nello stesso modo, anche se - come si sente dire da un sostenitore di Trump - il presidente commettesse un omicidio sulla soglia della Casa bianca... Che fare dunque?

 

martedì 4 agosto 2026

Karl Adam, Gesù il Cristo


 


M.Konrad. Sacerdote della Fraternità San Carlo e teologo

Karl Adam è un pensatore decisamente anti-riduzionista che detesta gli unilateralismi. Descrivendo la vita di Gesù, molti autori insistono sul fatto che Gesù era veramente uomo, mentre altri si danno da fare per esaltare la Sua divinità. Per Adam invece il vero problema consiste nel tener insieme i due aspetti: «Il mistero del Cristo non consiste solo nel fatto che Egli è Dio, ma specialmente in questo, che Egli è “Uomo-Dio”».

 

Quando Karl Adam pubblicò nel 1934 Gesù il Cristo, il libro diventò subito un best-seller e uscì in molte lingue. In Italia venne tradotto a Venegono Inferiore quando Luigi Giussani vi dimorò come seminarista. Giussani stesso conosce bene Adam e lo cita soprattutto per la sua intuizione che non si possa separare la Chiesa da Cristo, né Cristo dalla Sua Chiesa: la Chiesa è la continuazione della vita di Cristo tra noi. Mi sono chiesto quale effetto possa avere avuto la lettura di Gesù il Cristo sul giovane seminarista. Ho trovato, nella descrizione del carattere di Gesù, pagine che fanno subito pensare anche a Giussani; per esempio, quando Adam parla del «fuoco d’una santa passione» per la verità di Gesù. Tale passione virile si accompagna in Gesù allo stesso tempo a un amore «talmente incomparabile e singolare, talmente tenero, materno e pronto al sacrificio, che rimase scolpito per sempre nei ricordi dell’umanità». Per noi è spesso difficile conciliare lo zelo per la verità con l’amore al prossimo. Tanti intervengono in nome della difesa della verità in modo irruento senza guardare in faccia il prossimo con i suoi problemi concreti. Altri, invece, volendo essere misericordiosi, fanno degli sconti sulla verità perché la ritengono disumana e non desiderabile. In Gesù invece queste due passioni trovano il loro punto di unità nel suo rapporto con il Padre, nella sua preghiera che è “il principio vitale della sua esistenza”.

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domenica 2 agosto 2026

De Wohl: Davide di Gerusalemme


 

Il destino del re in mano a Dio

Il Davide di Gerusalemme di Louis De Wohl è un eroe nel quale identificarsi nel bene e nel male, qui e ora. Nell’eterno presente dell’avventura. La recensione da Tracce di luglio-agosto

 

Andrea Fazioli

Scrittore e giornalista

La Bibbia è anche un romanzo di avventura. Purtroppo di rado apprezziamo la suspense, forse perché siamo abituati a vedere le parole del libro sacro attraverso un velo di riverenza. Per questo è utile leggere Davide di Gerusalemme. È come se il romanzo biblico fosse una gamba ingessata e costretta all’immobilità: tolto il gesso, riscopriamo il movimento plastico e dinamico della pura narrazione.

 

Al di là degli episodi più noti, mi colpisce la prima parte del percorso di Davide: in esilio tra deserti, boschi e caverne, la sua figura è quella di un rivoluzionario. In effetti la Bibbia dice che Davide diventò il capo di «quanti erano nei guai, quelli che avevano debiti e tutti gli scontenti» (1Sam 22,2) e che poi «andò a dimorare nel deserto in luoghi impervi, in zona montuosa, nel deserto di Zif» (1Sam 23,14). De Wohl coglie lo spunto con la maestria di un vero affabulatore, precisando che Davide conosceva bene il deserto e che «sapeva dove trovare le sorgenti e il riparo di una grotta». È proprio da questo deserto, che si trova nell’estremità meridionale di Giuda, vicino al Mar Morto, che Davide comincerà la sua ascesa al regno, fatta di agguati, battaglie, scene madri, colpi di scena, duelli, momenti di tensione narrativa.

 

Il miracolo accade quando, leggendo, ci dimentichiamo di avere già sentito queste storie. Ecco Davide e Abisài che strisciano fra le sentinelle addormentate, penetrano nella tenda del re Saul, che ha giurato la morte di Davide. Il grande Saul dorme, è vulnerabile… è perduto. «Ora gli trapasso il cuore con la sua stessa lancia», esclama Abisài. Ma Davide gli trattiene il polso. «Mai», dice fra i denti. E Abisài non comprende: «Ma… allora perché siamo qui?». Davide non parla, agisce: sa che un nemico risparmiato vale più di un nemico ucciso e che la forza maggiore è quella che non esercita il suo potere. I due prendono la lancia e di soppiatto escono dall’accampamento. Sapevo già come finiva questo episodio eppure, nel momento in cui l’ho riletto, per un attimo anch’io come Abisài mi sono chiesto: ma che fa, ma che vuole questo Davide?

(...) clonline 


venerdì 31 luglio 2026

Quel sorriso che ha conquistato il mondo


 

La storia di suor Cecilia María, carmelitana argentina morta a 42 anni nel 2016 e di cui è in corso la causa di canonizzazione. E di un’immagine che, dieci anni dopo, continua a interrogare credenti e no, scattata pochi istanti prima dell’ultimo respiro

 

29.07.2026

Roberto Beccaria (clonline)

Ci sono fotografie che raccontano un avvenimento. E poi ce ne sono altre che continuano a generare domande. Quella che vedete qui sopra appartiene a entrambe le categorie e spiega perché, a distanza di dieci anni, continua a circolare, virale, sul web. L’immagine ritrae una giovane carmelitana argentina, suor Cecilia María, distesa in un letto d’ospedale. Ha il volto scavato dalla malattia, un tumore alla base della lingua che pochi istanti dopo lo scatto la porterà alla morte, a soli 43 anni. Eppure lei sorride. Non è un sorriso costruito, né un gesto di coraggio esibito. È il sorriso disarmante di chi sembra abitare già in un luogo diverso da quello che tutti vedono.

Quell’immagine risale al 23 giugno 2016 e ha già percorso il mondo in lungo e in largo più volte. Migliaia, poi milioni di persone l’hanno condivisa sui social, tanto che suor Cecilia María del Volto Santo è diventata, quasi suo malgrado, «la suora del sorriso». Oggi, mentre la Chiesa ha avviato la sua causa di beatificazione, quella fotografia continua a interrogare credenti e non credenti. Non perché racconti una morte edificante, ma perché sembra custodire un segreto. E la risposta non si trova nell’ultimo istante della sua vita, come se fosse un fatto eccezionale, ma nel cammino che l’ha preparato. Come accade per ogni santo.

Cecilia Sánchez Sorondo nasce nel 1973 a San Martín de los Andes, ai piedi della Cordigliera. È la seconda di dieci figli. La vocazione arriva tra i banchi del liceo, grazie a un insegnante che le fa scoprire santa Teresa d’Avila. Ma non è una chiamata lineare: negli anni successivi a quel primo pensiero, Cecilia cambia università, entra in un Carmelo, ne esce dopo pochi mesi, attraversa dubbi, incertezze e attese. Quando intuisce che il Signore la vuole nel monastero di Santa Fe, le viene chiesto di aspettare ancora: prima dovrà conseguire il diploma da infermiera. Obbedisce. Solo nel dicembre 1997 entra finalmente e definitivamente nel Carmelo, dove emetterà la professione solenne sei anni più tardi.

Chi l’ha conosciuta racconta che era una donna piena di vita, appassionata di musica, tenace e dal carattere non facile. Non la santità levigata che spesso immaginiamo, ma una persona continuamente alle prese con il proprio temperamento. Nei suoi scritti ritorna spesso la lotta contro l’orgoglio, l’impazienza, il desiderio di fare a modo proprio. La sua grande scoperta non è stata quella di diventare finalmente perfetta, ma di lasciarsi amare proprio dentro quella fragilità. Non è un caso che arriverà a scrivere che Gesù le ha insegnato ad accogliere con tenerezza i propri limiti: «Ho trovato Cristo nella mia debolezza».

Per questo, quando nel dicembre 2015 le viene diagnosticato il tumore, le sue prime parole sorprendono perfino le consorelle: «Il Signore ha scelto per me e io ho detto: Fiat». Non è rassegnazione. È il frutto di un esercizio quotidiano di fiducia, di fede. E pochi giorni dopo la terribile diagnosi aggiunge: «Chiedo a Gesù di trasformarmi in un vero piccolo agnellino, affinché io possa essere come Lui: obbediente fino alla morte». La malattia diventa così il luogo in cui tutto ciò che aveva imparato, vissuto e incontrato negli anni prende definitivamente corpo.

Seguono sei mesi durissimi. Radioterapia, chemioterapia, interventi chirurgici. Suor Cecilia María presto non può quasi più parlare, né mangiare. Ma non vuole rinunciare alla messa quotidiana e a ricevere l’Eucarestia. Per accontentarla, il cappellano gliela amministra sotto la specie del vino consacrato, con un contagocce. E le sue consorelle per prime rimangono colpite non tanto dalla sua capacità di sopportare il dolore, quanto dalla serenità con cui continua a guardare gli altri. Le sue sofferenze le offre «per l’unità dei cristiani, del Carmelo e perché tutta la Chiesa sia culla di verità, tenerezza e misericordia».

È qui che il suo sorriso smette di essere un fenomeno che semplicemente colpisce e incuriosisce e diventa una vera e propria provocazione. Perché noi siamo spesso abituati a pensare che la gioia sia la ricompensa di una vita riuscita, di un corpo sano, di un progetto realizzato. Mentre suor Cecilia María racconta l’esatto contrario. La sua gioia cresce mentre tutto, umanamente, si restringe. Non diminuisce il dolore, cambia il luogo da cui lei lo guarda.

 

«Bisogna essere umani fino in fondo per incontrare Cristo»

 

Un giorno, ormai del tutto incapace di parlare, scrive sul quaderno una frase destinata a diventare il suo testamento spirituale: «Bisogna essere umani fino in fondo per incontrare Cristo». La priora le chiede che cosa significhi. Lei risponde con semplicità: «Cadere e rialzarmi, accettando la mia povertà». È una definizione della santità lontanissima da ogni perfezionismo morale. Essere santi, sembra dire, non significa non cadere mai, ma smettere di difendersi dalla propria debolezza e lasciare che sia proprio lì a manifestarsi la presenza di Dio.

Forse è questo il motivo per cui quella fotografia di una suora pressoché sconosciuta, sorridente sebbene in fin di vita, continua a circolare anche tra non credenti. In un tempo, il nostro, che vorrebbe cancellare la malattia, nascondere la vecchiaia e che considera la dipendenza una sconfitta, il volto di questa giovane carmelitana racconta ancora una volta che la dignità dell’uomo non coincide con la sua efficienza. Perché il sorriso di suor Cecilia María non nasce dalla sua forza di volontà, ma dalla scoperta che nessuna fragilità è abbastanza profonda da impedire a Cristo di raggiungere una persona. Come ha lasciato scritto durante la sua breve vita e come si può leggere sul sito (hermanaceciliamaria.org) che racconta la sua storia, anche attraverso le foto, e raccoglie le testimonianze di chi ha già ricevuto grazie per sua intercessione.

(...)

È la domanda che continua a porre quella fotografia. Ed è probabilmente il motivo per cui, a quasi dieci anni dalla sua morte, milioni di persone continuano a fermarsi davanti a quel sorriso. Forse per cercare di capire che cosa - o meglio, Chi - possa rendere così lieta una persona mentre tutto, agli occhi di chi rimane, sembra esserle tolto.

 


venerdì 24 luglio 2026


video a cura dell'editore Laterza

https://youtu.be/xqk6mNKp4v4?si=05stVxWE3xhjzLQU

https://youtu.be/xqk6mNKp4v4

Houellebecq: «C’è in gioco il destino della nostra civiltà»


 

Lo scrittore francese, laico e spesso provocatorio, è intervenuto con un saggio contro la legalizzazione dell’eutanasia nel suo Paese: «È la modernità che distrugge sé stessa sotto i nostri occhi»

 

24.07.2026

Maria Acqua Simi

Anche Michel Houellebecq, poco prima del voto dell’Assemblea nazionale francese, era entrato nel dibattito sul fine vita. Lo scrittore francese, laico e spesso provocatorio, ha scelto di intervenire contro la legalizzazione dell’eutanasia in Francia con un saggio dal titolo eloquente: L’eutanasia dell’Occidente, pubblicato su UnHerd e Le Figaro. Non si tratta di un testo confessionale o di una riflessione bioetica in senso stretto, ma di un j’accuse contro quella che considera la deriva culturale di una civiltà che, nel momento in cui autorizza l’uomo a procurarsi la morte, finisce per desiderare inconsapevolmente anche la propria.

 

«Da diversi anni combatto contro l’eutanasia, mentre cresce in me la convinzione di combattere una battaglia già persa». Eppure non smette di farlo. Per Houellebecq il problema non riguarda soltanto il fine vita, ma il destino dell’intera civiltà occidentale. Richiamando la celebre battuta attribuita a Gandhi – «Che cosa pensa della civiltà occidentale? Credo che sarebbe un’ottima idea» – osserva che oggi parlare di “civiltà occidentale” significa «nascondersi dietro una parola altisonante». La sua diagnosi è drastica: «In fondo lo sappiamo tutti, anche se è difficile ammetterlo: la partita è finita».

 

La crisi, però, non coincide semplicemente con il tramonto del cristianesimo. Nemmeno le società asiatiche più avanzate sembrano sfuggire allo stesso destino: il crollo demografico di Giappone, Corea del Sud e Cina è il segno che «è la modernità stessa, nel suo complesso, a distruggere sé stessa sotto i nostri occhi». L’eutanasia diventa così il simbolo di una civiltà che non riesce più a desiderare la vita. Citando Yeats – «Le cose crollano; il centro non regge» – descrive un’Europa in cui gli argini cadono uno dopo l’altro e dove, una volta introdotta l’eutanasia, le condizioni per accedervi tendono progressivamente ad ampliarsi.

 

Per Houellebecq il problema non riguarda soltanto il fine vita. L’eutanasia è diventata il simbolo di una civiltà che non riesce più a desiderare la vita

 

Il cuore del saggio è però la critica all’argomento più utilizzato dai sostenitori dell’eutanasia e cioè quello di garantire una morta dignitosa. «Tutti gli argomenti – scrive – si riducono a uno solo: la dignità. Ma questa parola è stata usata così tante volte e in modo così perverso che è ormai difficile comprenderne il significato». Secondo Houellebecq, infatti, l’idea contemporanea di dignità coincide ormai con l’autosufficienza. La frase ricorrente – «Non avrebbe sopportato di ridursi a un vegetale» – rivela a suo dire una concezione utilitaristica dell’essere umano. Con una delle sue tipiche provocazioni osserva: «L’affermazione sarebbe più convincente se potesse essere completata così: “Avrebbe odiato ridursi a un vegetale, avrebbe preferito essere un cadavere”».

 

Dietro questa retorica si nasconde un’antropologia nella quale il valore della persona oggi dipende dalle sue prestazioni: bisogna essere produttivi, autonomi, capaci di comunicare. Chi non riesce più a farlo perde progressivamente la propria dignità sociale, in contrasto perfino con Kant, che aveva affermato che l’uomo deve essere sempre trattato «come un fine e mai semplicemente come un mezzo».

 

Per secoli la dignità derivava semplicemente dall’essere uomini; oggi, invece, «la dignità è diventata qualcosa che si consuma progressivamente dentro di noi; la nostra vita è vista come un processo di deterioramento e siamo costretti a giustificare la nostra esistenza in ogni momento».

 

Per secoli la dignità derivava semplicemente dall’essere uomini; oggi, invece, «la dignità è diventata qualcosa che si consuma progressivamente dentro di noi

 

Da qui una delle intuizioni più originali del saggio: il nichilismo non ha più il volto cupo immaginato da Nietzsche o Dostoevskij, ma uno rassicurante e seducente. Emblematica è, per Houellebecq, la campagna pubblicitaria All Is Beauty del marchio canadese Simons, che raccontava l’eutanasia come un’esperienza di armonia e bellezza. «Non è oscuro né tenebroso. È colorato, perfino allegro», scrive, denunciando una cultura che rende desiderabile la morte.

 

Richiamando poi il caso di Vincent Lambert (un infermiere francese il cui drammatico conflitto familiare sul diritto a vivere o morire divenne un caso nazionale nel 2019), racconta anche l’episodio di una donna rimasta in silenzio per decenni che durante una visita inattesa ricominciò improvvisamente a parlare. Il medico, stupito, le spiegò che per anni aveva cercato invano di stabilire un contatto con lei. La donna rispose: «Quello che avevate da dirmi non era poi così interessante». Da questo aneddoto il grande intellettuale trae una conclusione semplice: il silenzio non equivale necessariamente all’assenza di vita interiore e «ridurre lo spirito umano alla sola capacità di comunicare oralmente è, semplicemente, una sciocchezza».

 

La riflessione si allarga poi alla società tutta: il continuo richiamo alla dignità, chiosa l’intellettuale, finisce per trasformarsi nell’obbligo di non pesare sugli altri. Così «gli altri finiscono per convincersi che non provi quasi più nulla e possono tranquillamente tornare ai propri affari». Ancora: «Alla fine, la dignità ha una sola funzione. Legittima la pratica costante del più perfetto egoismo».

(…)

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