sabato 20 giugno 2026

In ricordo di Luisa Muraro

 



Luisa Muraro: “Nelle concomitanze di desideri c’è qualcosa che bisogna che diventi amore”

È morta la filosofa e femminista storica, fondatrice della Libreria delle Donne, una personalità capace di guardare con lucidità e compassione il mondo dentro al quale stiamo. Ha scritto libri originali, controvento, pensatrice nel senso pieno della parola. È partita a riflettere sulla differenza sessuale ed è arrivata a mettere a tema il compito della donna e il contributo che la donna può portare in un mondo che pensa prevalentemente al maschile. Allieva di Gustavo Bontadini in Cattolica, ha seguito con interesse i corsi di Luigi Giussani. Ha stimato l’avventura del Centro Culturale di Milano. Il ricordo di una sua cara amica.

 

19 giugno 2026

Pensiero non conforme

di Flora Crescini

«L’obiezione e l’inganno vengono con l’auto-moderazione: che ci accontentiamo di poco. L’inganno comincia quando cominciamo a sottovalutare l’enormità dei nostri bisogni e ci mettiamo a pensare che bisogna commisurarli alle nostre forze, che sono naturalmente limitate. O quando il criterio di realtà diventa la coincidenza con un già detto, un già stabilito, un già desiderato da altri, che sempre meno si sa chi sono. Allora, conformandoci a verità di cui non sappiamo niente, e a desideri finti come quelli della pubblicità, prendendo come traguardi dei risultati qualsiasi, non facciamo più i nostri veri interessi, non facciamo più quello che ci interessa veramente, non cerchiamo più la nostra convenienza. A dire il vero, siamo sempre dietro a cercarla, non possiamo farne a meno (per fortuna), ma, forse per paura dei colpi di gioia, forse per una – umana e scusabile – paura di soffrire, ci accontentiamo di poco. In pratica, finisce che fatichiamo di più per guadagnare meno».

 

Come si fa a vivere?

 

Così scrive Luisa Muraro, morta appena qualche giorno fa, il 13 giugno, in uno dei suoi testi più significativi Il Dio delle donne (Mondadori 2003, pp. 31-32). E questo passo mi pare dica già molto di chi è stata: una donna capace di guardare con lucidità e compassione il mondo dentro al quale stiamo, che, con i suoi continui assalti, con la sua miseria sempre più palpabile, ci obbliga a una domanda urgente: come si fa a vivere?

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti /

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. /

Codesto solo oggi possiamo dirti, /

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Così scrive Montale in Non chiederci la parola. Da una parte, anche Luisa Muraro, nei suoi scritti, dice ciò che non siamo, ciò che non vogliamo; dall’altra, però, suggerisce una strada possibile: l’attenzione all’enormità dei nostri bisogni, il non sistemarsi e conformarsi agli schemi del mondo.

Luisa Muraro è stata una pensatrice nel senso pieno della parola: è partita a riflettere sulla differenza sessuale ed è arrivata a mettere a tema il compito della donna e il contributo che la donna può portare in un mondo che pensa prevalentemente al maschile. Ma è arrivata a scrivere anche libri come Il Dio delle donne o Il posto vuoto di Dio: «Non mettere mai un uomo al posto di Dio», scrive lì. «Non credi in Dio? Non importa, neanch’io ci credo, però il posto vuoto glielo devi lasciare, deve restare vuoto. Che cosa significa il posto vuoto? Significa tutto quello che in me sporge su niente, tutto quello che in me non si basta, tutto quello che in me è bisognoso di…, tutto quello che in me piange e piangerà fino all’ultimo».

 

Ascoltare con pazienza

 

Ho incontrato Luisa molti anni fa e subito ci siamo riconosciute. Perché la sua posizione di fronte alla vita è simile alla mia, e a quella che anima il mio partecipare al centro culturale. Nacque così l’idea del primo incontro pubblico con lei, insieme al filosofo Costantino Esposito e a Vanda Tommasi della Comunità Filosofica Diotima, la comunità a cui Luisa aveva dato vita con alcune amiche nel 1983, perché per lei da sempre il pensiero aveva una sorgente comunionale.

Poi vennero altri incontri pubblici, e da lì è nato un dialogo che è continuato a casa sua e in alcune visite di Luisa nella sede del Centro in Largo dei Servi, allora appena inaugurata, che lei volle visitare da sola, molto contenta per questo approdo fisico.

Qui tra l’altro venne spesso ad ascoltare il lungo ciclo dedicato ad Alessandro Manzoni, autore e personalità che amava molto – anche perché amava molto Milano, che considerava la sua città di adozione.

Da questi dialoghi nacque anche un’importante – e coraggiosa, se pensiamo al mondo di sinistra a cui apparteneva – intervista al mensile Tracce di Comunione e Liberazione. Si dialogava tra noi sui temi di attualità, della fecondazione artificiale, dell’uso del corpo per i “desideri”. Di tanto in tanto ci avvertiva che non tutte le compagne di viaggio della Libreria delle donne – che lei aveva fondato nel 1974 insieme a Lia Cigarini (morta un mese fa), uno dei luoghi “storici” del femminismo italiano – vedevano di buon occhio la sua frequentazione con noi; ma aggiungeva sempre che “non bisogna avere fretta ma ascoltare con pazienza”.

 

L’urgenza di una coscienza di quel che siamo

(….)

 

Per concludere questo sommario ma commosso ricordo di Luisa, riporto qualche battuta di un incontro del 2009, in occasione della pubblicazione del suo libro Al mercato della felicità.

«In questo tempo ci sono cose elementari che bisogna pensare ex novo, perché è un tempo di grande trambusto, di grande incertezza. È un periodo di grande gestazione perché è finita la modernità. Quel triste nome “postmoderno” non mi piace e non lo uso, però certo la modernità è finita. È stato un crollo, lo dice bene una filosofa un po’ amica, R. Decovic: “Il muro di Berlino non è caduto solo dalla parte dell’Est, ma anche dalla parte dell’Occidente”.

 

Pensare la natura desiderante e infinita della nostra vita

 

Allora bisogna ripensare tutto radicalmente. La mia passione politica è stata giovanile, non proprio dell’ultima ora. Volevo scrivere questo libro per far sentire amore per la politica. [Flora] ha detto in sostanza che il desiderio illumina il nostro sguardo verso gli altri e verso il mondo. È il desiderio, è l’essere desideranti che fa luce sul mondo, per vederlo non come qualcosa che ci schiaccia, ma come un nido di possibilità. Questa è l’importanza del desiderio in questo momento: dobbiamo essere desideranti. Flora ha trovato anche un passo in cui si dice che il desiderio ce l’ho io e ce l’hanno anche gli altri, quindi il desiderio ci accomuna: la comunanza dei desideri. Quest’aspetto del desiderare insieme non l’avevo pensato, ma bisogna certamente pensarlo, perché in effetti esistono queste concomitanze di desideri. Lì c’è qualcosa che bisogna che diventi amore». Grazie Luisa, per la tua amicizia e per l’aiuto che ci hai dato a pensare la natura desiderante e infinita della nostra vita.

 

(pubblicato sul sito del Centro Culturale di Milano)

 

 

 

 

 

 


Don Julian Carron: Le sfide di Leone per la dignità umana


 


Don Julián Carrón rilegge sul Corriere della Sera il viaggio del Papa in Spagna. «La portata della sua testimonianza è tutta nella modalità disarmante della sua presenza. Una sfida alla Chiesa, al mondo intero»

 

19.06.2026

Julián Carrón

La commozione unica con cui Gesù si è piegato sulla dignità degli uomini e delle donne del suo tempo potrebbe essere oggi un devoto ricordo del passato. Anzi, ormai solo l’eco di un devoto ricordo. Sarebbe soltanto una favola, se non fosse per il fatto di veder riaccadere quello stesso sguardo. Se non fosse contemporaneo. E se nel cuore dell’uomo non persistesse il bisogno di cercarlo - quelle folle, così variegate, accorse, sorprese dall’«imprevisto» di una visita.

Lo abbiamo avuto davanti agli occhi per una settimana, nei giorni dell’intenso viaggio di Leone XIV in Spagna. Nel susseguirsi degli incontri, delle parole - e dei gesti, che hanno riempito quelle parole di significato. Le hanno fatte succedere.

 

La portata della testimonianza che il Papa ci dona è tutta nella modalità disarmante della sua presenza. Il modo in cui si è posto, in ogni frangente della visita, è una sfida alla Chiesa, al mondo intero. E Leone XIV ci sfida attraverso il suo sguardo sulla realtà: in quei giorni, anche con gesti semplicissimi, ha svelato - dietro alle analisi e ai temi più brucianti del dibattito pubblico - il volto dell’uomo.

 

Nella corsa impellente a stabilire cosa è «umano», nel moltiplicarsi delle definizioni antropologiche e degli allarmi di fronte allo sgretolarsi della storia che accelera, il Papa ci spiazza tutti, perché si ferma davanti all’uomo. Lo rivela, guardandolo...

 

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martedì 16 giugno 2026

Papa Leone, fede e metodo

 



Papa Leone, fede e metodo

Fernando De Haro (da sussidiario.net)

 

Nella sua visita in Spagna, Leone XIV non si è limitato ai discorsi di principio, ma ha proposto un metodo chiaro

“Non volevo diventare Papa, né da giovane né da anziano, ma quando il Signore chiama, bisogna dire sì”. Leone XIV ha parlato con sincerità a Barcellona, ​​rispondendo alle domande di Renzo, un bambino di sei anni. Esageriamo un po’, semplifichiamo molto: Papa Prevost, un anno dopo, ha iniziato il suo pontificato con una visita in Spagna. Non si “impara a essere Papa” dall’oggi al domani.

Leone XIV, a Madrid, Barcellona e nelle Isole Canarie, è stato acclamato dalla folla, è stato protagonista di ore di festa, ha pregato e ha ascoltato le storie di molte persone ferite. Ha benedetto decine di bambini, ha improvvisato, ha riso, ha pianto, ha dialogato con i non credenti e, da vescovo, ha presentato proposte al Parlamento. E, soprattutto, ha proposto un metodo per essere “uomini e donne in carne e ossa” in un mondo “di fronte a cui può prevalere la sensazione di non avere più mappe”.

Durante la settimana della visita di Leone XIV, la Spagna ha vissuto un barlume di gioia. I gesti e le parole di quest’uomo timido possedevano una bellezza disarmante; hanno fatto vedere che la pace disarmata e disarmante che predicava era una realtà, non un’utopia.

Molti di coloro che desideravano ascoltarlo e parlare con lui non erano cattolici, non erano credenti e non condividevano tutto o gran parte di ciò che proponeva. L’esempio più eclatante è stato quello dell’attore Antonio Banderas. Pochi hanno sentito il bisogno di specificare dove Leone XIV avesse ragione o torto, alla fine ciò che contava era come si potesse vivere ed era evidente che lui vivesse bene.

Questo conferma che la Spagna è una società post-secolare in cui la ricerca di significato è palpabile. Di questo ha parlato Leone XIV ai vescovi: “Molti uomini e donne del nostro tempo non rifiutano semplicemente Dio, spesso portano nel cuore una profonda sete di senso (…) anche quando non sanno darle un nome. La Chiesa è chiamata a riconoscere questi desideri, ad ascoltarli con rispetto e a offrire (…) il tesoro che le è stato affidato”.

Lungi da quella che alcuni hanno definito “l’illusione dell’unanimità”, è stato chiaro che la Chiesa non intende imporre la propria visione del mondo da una posizione egemonica. Leone XIV ha incarnato ciò che proponeva: è stato “al servizio di questa sete del cuore umano. Non in modo impositivo, ma con la testimonianza evangelica”.

Al Parlamento, sui moli delle Isole Canarie dove approdano i migranti, in molti dei suoi discorsi ha ripetuto la necessità di “rispettare la dignità umana”. Ma ciò non sarebbe bastato se non avesse indicato un metodo per riconoscere tale dignità laddove più spesso è oscurata: nel proprio io.

Ed è qui che Leone XIV ha ripreso – come ha fatto nell’ultimo anno – gli insegnamenti di Sant’Agostino: “Il nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio”, ha detto ai giovani di Barcellona. “E questa inquietudine è un dono che Dio stesso ci ha dato: siamo fatti su misura per l’infinito e per questo ogni orizzonte finito, ogni passo, ogni conquista, pur soddisfacendoci, allo stesso tempo ci spinge avanti e ci invita a continuare a cercare”.

(…)

Per trasformare questa inquietudine in cammino, Leone XIV non propone una morale o una dottrina, bensì l'”esperienza della fede”. “La Chiesa – ha sottolineato – condivide con umiltà ma anche con fermezza ciò che ha scoperto nell’esperienza di fede: che Gesù Cristo risponde alle grandi domande sulla vita umana e la sua pienezza, già in questo mondo e fino al suo culmine nell’eternità”. Ha detto che la Sagrada Familia “è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento. (…) La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa”.

Questa dinamica ci impedisce di “chiuderci ciascuno nel gruppo o nella realtà in cui già si sente sicuro, tra persone che cantano sempre la stessa melodia. Per arrivare al cuore della città occorre coltivare la consapevolezza che la verità è sinfonica e sempre ci supera, coltivare il desiderio di trovare il Risorto che è sempre più avanti di noi, ci precede e forse è già presente dove ancora non lo abbiamo cercato. Cercarlo e seguirlo è infatti condizione per indicarlo: non c’è altrimenti evangelizzazione”.


domenica 14 giugno 2026

Alfonso Carrasco Rouco: CARISMI NELLA CHIESA


 

CARISMI NELLA CHIESA | Non un potere alternativo, ma un dono per comunicare Cristo

Alfonso Carrasco Rouco Pubblicato 14 Giugno 2026

 

I carismi sono doni indispensabili per la missione della Chiesa: rendono credibile l’annuncio del Vangelo e favoriscono l’incontro con Cristo

Il documento Iuvenescit Ecclesia si propone di riflettere sulla fioritura dei “movimenti” e delle “aggregazioni carismatiche” nell’epoca postconciliare, che avrebbe reso evidente l’importanza di questi doni dello Spirito per l’adempimento della missione della Chiesa.

La sua affermazione iniziale è la necessità di riconoscere e apprezzare i numerosi doni presenti nel Popolo di Dio, per l’indispensabile compito della nuova evangelizzazione (IE 1).

Il documento colloca di fatto i doni carismatici in questo orizzonte: essi hanno sempre arricchito l’esercizio della missione del Popolo di Dio (IE 11) e servito affinché questa possa essere vissuta in pienezza (IE 15); rivestono un’importanza irrinunciabile per la vita e la missione della Chiesa (IE 1b, 10); sono destinati alla sua edificazione (IE 5, 18).

A proposito dell’insegnamento paolino, ricorda innanzitutto che i doni carismatici non sono dati al servizio di chi li riceve, ma degli altri: “in ciascuno si manifesta lo Spirito per il bene comune”. Naturalmente, il carisma ha un’utilità per la persona che lo riceve, ma solo nella misura in cui costituisce un’occasione affinché il fedele progredisca nella carità. Infatti, il suo esercizio potrebbe persino coesistere con l’assenza di una vera relazione con il Salvatore (IE 5). La Lettera comprende, quindi, fin dall’inizio, i doni carismatici come intrinsecamente destinati al servizio degli altri, finalizzati alla missione della Chiesa.

Questa affermazione viene sviluppata sistematicamente dalla Lumen Gentium a partire dall’insegnamento di LG 4: lo Spirito edifica e guida la Chiesa con “doni gerarchici e carismatic” diversi (LG 1, 8-15). Entrambi hanno la stessa origine e lo stesso scopo; sono doni di Dio, dello Spirito Santo, di Cristo, destinati in modi diversi all’edificazione, a “insegnare, dirigere e adornare con i loro frutti” la Chiesa (LG 4). Entrambi sono presentati nel contesto dell’opera dello Spirito, senza identificarli, per il loro senso più ministeriale, con “grazie fondamentali” come “la grazia santificante” o i doni della fede, della speranza e della carità, che sono indispensabili per ogni cristiano (LG 4).

Queste affermazioni conciliari costituiscono il quadro della riflessione teologica del documento. Escludono che i doni possano essere interpretati in contrapposizione ai doni gerarchici e presentano entrambi, ciascuno a modo suo, al servizio dell’opera della grazia.

I carismi presuppongono, quindi, i sacramenti dell’iniziazione cristiana, i quali “sono costitutivi della vita cristiana e su di essi si fondano i doni gerarchici e carismatici” (LG 13); e si collocano nell’orizzonte costituzionale proprio del fedele cristiano, comune a ogni ministero e stato di vita.

La riferibilità allo statuto del fedele cristiano è esplicitata dal documento richiamando in particolare LG 12, dove i carismi sono presentati come espressione della partecipazione del fedele cristiano al munus profetico di Cristo (LG 1a, 2, 9, 22), che è frutto del battesimo.

Infatti, IE afferma che «la dimensione carismatica non può mai mancare alla vita e alla missione della Chiesa» (IE 13b), che essa è “di importanza irrinunciabile” (IE 9b). Non è “opzionale”, anche se non sempre garantita nelle sue forme storiche, a differenza dei doni gerarchici, con il loro specifico fondamento sacramentale (IE 14). La Carta, in continuità con il magistero papale postconciliare, affermerà esplicitamente la “coessenzialità” di entrambi i doni, gerarchici e carismatici (IE 10, 11, 13).

 

Questi doni, insegna il Concilio (AA3) e ricorda Iuvenescit Ecclesia, implicano per il fedele il diritto e il dovere di esercitarli, con una finalità descritta come “il bene degli uomini e l’edificazione della Chiesa” (9b). Allo stesso tempo, si insiste sul fatto che i fedeli soggetti di questi doni devono riconoscere il discernimento che compete al ministero gerarchico, affinché possano viverli nella comunione ecclesiale (7, 9b, 17, 18, 19).

I doni carismatici generano, quindi, una responsabilità propria del fedele cristiano nei confronti della missione della Chiesa, non derivata da una trasmissione di compiti e servizi tramite il ministero gerarchico o la comunità ecclesiale, ma dal dono dello Spirito.

(…..)

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sabato 13 giugno 2026

Leone XIV incontra i giovani, ascolta le loro domande e risponde



 



Leone XIV: «Quella sana inquietudine che è dono di Dio»

 

Domanda. Santo Padre, cresciamo sentendoci dire che l’unico obiettivo nella vita è produrre, avere successo e curare la nostra immagine. Io stesso ci ho provato, ma ho trovato solo un vuoto immenso. Cercando risposte, la mia vita ha avuto una svolta, e in questa Pasqua ho ricevuto il Battesimo. Ora che mi trovo in questo nuovo cammino, Le chiedo: come possiamo tenere lo sguardo rivolto verso ciò che conta davvero, quando la società ci spinge a guardare costantemente verso il basso o solo a noi stessi? Come possiamo scoprire la nostra vera vocazione dentro questa corrente?

 

Grazie per questa testimonianza. Vorrei innanzitutto condividere la tua gioia e quella di tutti coloro che, durante la Pasqua di quest’anno, hanno ricevuto il sacramento del Battesimo. Numerosi giovani e adulti stanno riscoprendo la fede cristiana, magari dopo un periodo della vita in cui si erano un po’ allontanati da Dio. Si tratta di un passo davvero importante. Infatti, tutto ciò che scopriamo, accogliamo e viviamo gradualmente lungo il cammino contribuisce certamente alla nostra crescita, alla nostra maturità e ad ampliare gli spazi di vita dentro di noi; ma, allo stesso tempo, tra le gioie, i successi e le sconfitte, ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di un’altra acqua per dissetarci più profondamente. Il nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio. E questa inquietudine è un dono che Dio stesso ci ha dato: siamo fatti su misura per l’infinito e per questo ogni orizzonte finito, ogni passo, ogni conquista, pur soddisfacendoci, allo stesso tempo ci spinge avanti e ci invita a continuare a cercare, a cercare avanzando, ma, soprattutto, a cercare «scendendo interiormente», cioè andando in profondità...

 

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martedì 9 giugno 2026

Hannah Arendt, un pensiero vivo tra passato e futuro

 


Un pensiero vivo tra passato e futuro

Sante Maletta

 

Annah Arendt è una pensatrice assai presente nel panorama filosofico e culturale

contemporaneo ed è ormai considerata un classico. Le sue opere hanno spesso suscitato

dibattiti molto accesi in quanto la sua esigenza di comprensione della realtà era così

radicale da oltrepassare i limiti imposti dal pensiero mainstream.

Basti pensare alla sua opera Le origini del totalitarismo (1951), che costituisce la prima ricerca

rigorosa in cui si comparano nazismo e comunismo e che definisce una nozione di ideologia

ripresa poi dai dissidenti dei paesi comunisti (Solženicyn, Patočka, Havel).

Arendt è una pensatrice difficile da inserire in categorie politiche e ideologiche

(destra/sinistra, progressismo/conservatorismo).

Ciò è dovuto al fatto che si concepisce come collocata storicamente all’interno di una frattura tra

passato e futuro, a partire dal dato di fatto che la tradizione europea s’è interrotta. Tale avvenimento

sta all’origine di una condizione esistenziale di smarrimento intellettuale e morale che ha reso

l’uomo moderno incapace di riconoscere il male totalitario e di agire contro di esso.

Come lei stessa dice, nel deserto di tale condizione fioriscono tuttavia le oasi grazie al recupero dei

tesori del passato. L’interruzione della tradizione, infatti, se da un lato è un evento drammatico,

dall’altro ci permette di guardare al passato con occhi nuovi, riconoscendo ciò che di prezioso si

può riattualizzare nel presente.

La costruzione del futuro difatti non può basarsi sulla mera condivisione di una condizione

umana presente che unisce gli uomini o in modo solo negativo (i grandi problemi globali) o in

modo solo oggettivo (le varie forme di tecnologia, l’economia, la sub-cultura di massa).

Di fronte alla globalizzazione gli uomini sono impotenti e smarriti. Attraverso il recupero dei

tesori del passato possiamo tuttavia renderci conto dei fattori fondamentali che costituiscono la

condizione umana e che la modernità avanzata mette a rischio: natalità, mortalità, pluralità ecc.

Per esempio, l’ingegneria genetica mette in discussione la natalità, il fatto che l’uomo non è prodotto,

ma creato e che quindi ogni individuo, semplicemente nascendo, porta con sé un nuovo inizio.

Arendt cita spesso S. Agostino (al quale è dedicata la sua tesi dottorale): «Initium ut esset, homo

creatus est». Un inizio che riaccade ogni volta che l’uomo agisce (non limitandosi a reagire agli

stimoli sociali), come avviene nel perdono, un atto imprevedibile e gratuito.

Costruire significa quindi far rivivere idee ed esperienze del passato nella condizione umana

presente dove quelle riaccadono in modo nuovo attraverso le idee e le esperienze di uomini

contemporanei. Non si può costruire il futuro su un presente privo di passato.

Ci sono almeno tre snodi precipui del pensiero arendtiano che riteniamo significativi nel

presente contesto culturale.

 

(,,,,)

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 (Linea Tempo 42/2026)


lunedì 8 giugno 2026

Omelia di Papa Leone nella solennità del Corpus Domini a Madrid


 

Papa Leone XIV: «Egli disseti le aridità del nostro cuore»

L’omelia alla Messa e processione con benedizione eucaristica nella solennità del Corpus Domini a Madrid, domenica 7 giugno, in occasione del viaggio apostolico in Spagna

 

08.06.2026

Papa Leone XIV guida la processione del Corpus Domini, durante il viaggio apostolico in Spagna. Madrid, Plaza de Cibeles (© EPA/Javier Lizon)

Eminenze Reverendissime, Eccellenze,

carissimi presbiteri, religiosi e religiose, Maestà

fratelli e sorelle,

è con il cuore colmo di gioia che, all’inizio di questo Viaggio in Spagna, presiedo questa Celebrazione nel giorno della Solennità del Corpus Domini.

 

Siamo radunati attorno all’Eucaristia, il dono della presenza viva di Cristo in mezzo a noi. Egli, che ha voluto offrirci la sua vita per farci entrare nella comunione del Padre e renderci suoi figli è qui, come pane vivo disceso dal cielo, che ci sfama con la stessa vita di Dio, con un amore più forte della morte.

 

Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico è al cuore della vostra fede e della storia del vostro popolo. Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna, il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio. Le solenni processioni di questo giorno hanno plasmato per secoli la pietà, l’arte, la musica, l’architettura e la vita del popolo spagnolo e, ancora oggi, esprimono e manifestano il sentimento spirituale di questo Paese anche attraverso la bellezza e l’eleganza dei tappeti floreali, degli altari nelle strade, della cura degli ostensori e degli espositori, dei canti e dei paramenti. Non si tratta di una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza del Signore Risorto, che è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri...

 

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Omelia del Santo Padre, “Plaza de Cibeles” (Madrid), domenica 7 giugno 2026


sabato 6 giugno 2026

La carità costruisce per sempre

 


https://youtu.be/uXCgYSMfWeo?si=ynYD9_-h7nNC22Nu

https://youtu.be/uXCgYSMfWeo?si=ILrF_VXPtwKWisgO