Fontana vivace
Centro Culturale Sipontino - Info: fontanavivace@gmail.com
lunedì 20 aprile 2026
mercoledì 15 aprile 2026
Testimonianza di Miriam Hessina sulla visita di Papa Leone in Algeria
'Io algerina nata negli anni del terrore e le giornate
con papa Leone'
di Miriam Hassina
Il pontefice lascia oggi l'Algeria per raggiungere il
Camerun, seconda tappa del suo viaggio apostolico in Africa. La testimonianza
di una giovane cresciuta in Italia che ha voluto essere presente ad Algeri per
vivere insieme al suo popolo questo storico evento. "Tra la folla tutti
dicevano: è un segno di unità tra cristiani e musulmani. Abbiamo visto che i
cambiamenti nascono in un modo discreto, ma reale".
Algeri (AsiaNews) - Papa Leone XIV si congeda questa mattina
da Algeri per partire alla volta del Camerun, seconda tappa del suo viaggio
apostolico in Africa. Lo fa dopo due giornate intense che hanno lasciato un
segno profondo nel popolo algerino. Lo racconta questa testimonianza inviataci
da Miriam Hassina, una giovane di origini algerine cresciuta in Italia, che da
MIlano è voluta andare in questi giorni nel Paese delle sue radici per vivere
in prima persona tra la gente dell'Algeria l'incontro con il papa.
Due mesi fa, quando una cara amica mi ha detto che il papa
avrebbe inaugurato il suo viaggio apostolico in Africa partendo dall’Algeria,
ho faticato a crederci. Per chi come me è nato negli anni del cosiddetto
“decennio nero”, segnato dal terrorismo degli anni Novanta, l’idea che,
trent’anni dopo, un Pontefice sarebbe arrivato ad Algeri aveva qualcosa di
impensabile.
Sono nata in Algeria, ma cresciuta a Milano, dove i miei
genitori si sono conosciuti e hanno costruito la loro vita. Il Paese delle mie
origini è rimasto a lungo una distanza più che un luogo, anche per le
difficoltà legate ai visti difficili da ottenere. Questa volta, però, era
diverso: la portata dell’evento rendeva difficile restare altrove.
Così ho deciso di partire. Anche solo per tre giorni. Già
all’aeroporto ho percepito un’atmosfera insolita, fatta di preparativi e di
attesa, simile a quella che precede l’arrivo di un parente da lontano.
Arrivata in città, questa impressione ha trovato conferma.
Le strade ripulite, i quartieri sistemati, i racconti entusiasti di chi vive ad
Algeri restituivano l’immagine di una città pronta. Non si trattava solo di
accogliere una visita istituzionale, ma qualcuno atteso da tempo.
Lungo le principali vie sventolavano chilometri di bandiere
della Santa Sede accanto a quelle algerine, un messaggio di unità impossibile
da non notare. La sicurezza era capillare, con migliaia di poliziotti e
militari presenti: più che tensione, si percepiva il desiderio condiviso che
tutto si svolgesse nel migliore dei modi.
Fin dai primi gesti, papa Leone XIV ha segnato il tono della
visita. La scelta di recarsi al Maqam Echahid, il monumento ai martiri della
guerra d’indipendenza del 1962, è stata letta come un segno di profondo
rispetto per la storia del Paese. Ancora più significativo il suo saluto
iniziale, “As-salamu alaykum” - la pace sia con voi.
(…)
Salendo verso Notre-Dame d’Afrique, la basilica che domina
la città e che ha ospitato l’ultimo appuntamento della giornata, si
incontravano gruppi di giovani pellegrini, bagnati ma decisi a raggiungere la
meta. Ad attendere il Papa c’erano centinaia di persone: algerini, lavoratori
stranieri, studenti provenienti da diversi Paesi africani.
Alla domanda sul perché fossero lì, la risposta ricorreva
con sorprendente semplicità: “Questo viaggio è un segno di unità tra cristiani
e musulmani”. Parole che, nel contesto algerino, assumono un significato
particolare. Il decennio di violenze tra il 1992 e il 2002 ha segnato
profondamente il Paese, con migliaia di vittime, musulmane e cristiane, tra cui
anche i diciannove martiri beatificati a Orano nel 2018.
Nonostante la pioggia fitta mettesse alla prova chiunque,
nessuno sembrava voler andare via. Ognuno aveva una ragione per essere lì: chi
era arrivato da una regione lontana dell’Algeria, musulmani invitati da amici e
colleghi cristiani, chi semplicemente non voleva perdere un’occasione percepita
come storica.
(…)
Ciò che è emerso con più chiarezza è che, in un Paese
segnato da una storia complessa come l’Algeria, questa giornata ha lasciato
intravedere qualcosa di essenziale: i cambiamenti nascono nel tempo, spesso in
modo discreto, ma reale.
Quando sono nata, tutto questo era difficile anche solo da
immaginare. Oggi, invece, ne sono stata testimone
(Asianews)
martedì 14 aprile 2026
Il Cardinale Muller sostiene Leone XIV
Dichiarazione del Cardinale Muller
Nella notte tra domenica e lunedì, Donald Trump ha
pubblicato su Truth un lungo e violento attacco contro Papa Leone XIV,
definendolo «debole e pessimo nella politica estera» e dichiarando di preferire
«di gran lunga» il fratello del Pontefice, Louis, «perché è totalmente MAGA». A
quelle parole ha fatto seguito, nel giro di quaranta minuti, la pubblicazione
di un'immagine generata dall'intelligenza artificiale in cui Trump appariva con
una tunica bianca nell'atto di guarire un malato, circondato da aquile, bandiere
e aerei militari - un'immagine poi rimossa dopo la valanga di proteste, ma che
ha già lasciato il segno.
Uno scontro che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato
impensabile ha preso forma nelle parole durissime del presidente degli Stati
Uniti, aprendo una frattura senza precedenti nei rapporti tra Washington e la
Santa Sede. Leone XIV non si è lasciato intimidire: sbarcando ad Algeri per il
suo viaggio in Africa, ha risposto con fermezza: «Non mi fa paura» e «non
voglio aprire un dibattito». «Non sono un politico: smettiamola con le guerre!»
La risposta più articolata e teologicamente tagliente è
arrivata però dal cardinale Gerhard Ludwig Müller, già Prefetto della
Congregazione per la Dottrina della Fede, con una dichiarazione rilasciata a
kath.net.
«Nessun Avignone, nessun antipapa»
Il porporato tedesco ha esordito ribadendo con forza la
legittimità e la libertà dell'elezione pontificia: i cardinali, ha scritto,
hanno eletto il loro confratello «in piena libertà, e soltanto nella
consapevolezza della loro responsabilità davanti a Dio». Una scelta che,
secondo Müller, non appartiene agli uomini ma a Dio stesso. E a quella scelta i
cardinali hanno risposto con una promessa solenne di obbedienza, fino - ha
tenuto a precisare - «al sacrificio della nostra stessa vita».
La risposta alle voci, circolate nei giorni scorsi in
ambienti vicini alla Casa Bianca, di un possibile «nuovo Avignone» - ovvero di
un tentativo di isolare o delegittimare il papato romano sottoponendolo a
pressioni politiche - è stata molto netta: «Un nuovo Avignone, di cui si è
parlato in tono minaccioso, non ci sarà». E ancora più netta la condanna per
chiunque intendesse strumentalizzare la crisi in chiave scismatica: «Chiunque
venga innalzato da qualche potente come antipapa, o si lasci fare tale, è un
esecrando traditore dell'opera di Cristo». Parole che pesano come pietre.
La responsabilità storica degli Stati Uniti
Il cardinale tedesco non si è però limitato a difendere il
Papa. Ha svolto un ragionamento geopolitico di grande profondità, riconoscendo
senza ambiguità il ruolo che gli Stati Uniti hanno esercitato e devono
esercitare nel mondo: «una democrazia, fondata sui diritti umani fondamentali»,
dotata di «una particolare responsabilità storica per la pace, la libertà e il
benessere dell'umanità». Il ruolo americano nel «contenimento di regimi
pericolosi e di dittature mortali per il mondo intero», ha scritto, «non può
essere negato».
Ma questa grandezza storica, secondo Müller, comporta anche
un vincolo morale. Il diritto internazionale - ha ricordato, richiamando la
Scuola di Salamanca e la tradizione tomistica - «non serve a proteggere tiranni
e conquistatori, ma i popoli». E l'appeasement, come ha insegnato la storia del
Novecento, non paga: «La politica di appeasement verso Hitler si è rivelata una
catastrofe e ha presentato il suo conto amaro nella Seconda guerra mondiale».
Iran, nucleare e il dilemma morale della guerra
Su uno dei nodi più delicati dello scontro tra Trump e Leone
XIV - la guerra in Iran e la minaccia nucleare - Müller ha articolato una
posizione che non è né pacifismo assoluto né benedizione delle armi. Il regime
iraniano va «additato al mondo intero come un abuso della religione»; la
distruzione della capacità nucleare di Stati dittatoriali «non è moralmente
illegittima e può perfino essere storicamente necessaria». Eppure, ha aggiunto,
«non esistono guerre pulite»: chi agisce sul piano politico e militare «si
rende sempre colpevole», perché il fine non giustifica i mezzi. Una
sottigliezza morale di cui il dibattito politico americano - e il tono di Trump
su Truth - sembra del tutto privo.
«Nessuno ha il diritto di criticare il Papa»
Il punto di arrivo della dichiarazione di Müller è il più
diretto: «Va detto con chiarezza che nessuno ha il diritto di criticare il Papa
quando egli segue fedelmente il mandato ricevuto da Cristo: testimoniare il
Vangelo della pace». Il messaggio evangelico, ha concluso, «è al di sopra degli
interessi della politica, e Dio è il nostro giudice». E nessun potente -
neppure il più potente del mondo - può «strumentalizzare il nome di Dio per i
propri interessi». Leone XIV, ha ricordato Müller chiudendo con una nota di
speranza, ha aperto il suo pontificato con il saluto biblico che risuona da
duemila anni: «La pace sia con voi!». È da lì che bisogna ripartire. Non da
Truth Social.
vor 4 Stunden in Kommentar, 1 Lesermeinung
Druckansicht | Artikel versenden | Tippfehler melden
„Vom Heiligen Vater kann niemand etwas anderes erwarten als
den Einsatz für den irdischen Frieden unter den Völkern.“ Reaktion auf die
Polemik von US-Präsident Trump über Papst Leo XIV. Von Gerhard Ludwig Kardinal
Müller
Vatikan-Washington DC (kath.net) Die Kardinäle haben völlig
frei und nur im Bewusstsein ihrer Verantwortung vor Gott denjenigen unter ihren
Mitbrüdern zum Papst gewählt, den Gott selbst erwählt und gewollt hat als
Nachfolger des Hl. Petrus. Und wir Kardinäle haben Papst Leo XIV. den Gehorsam
versprochen und die Bereitschaft erklärt für ihn und die Kirche Christi
einzutreten bis zum Einsatz des eigenen Lebens. Ein neues Avignon, wovon
drohend die Rede war, wird es nicht geben und wer von irgendeinem Machthaber
als Gegenpapst aufgebaut wird oder sich dazu machen lässt, ist ein verdammter
Verräter am Werk Christi.
Vom Heiligen Vater kann niemand etwas anderes erwarten als
den Einsatz für den irdischen Frieden unter den Völkern, der ein Vorschein ist
des Friedens aller Menschen in Gott, der uns mit sich und die Völker
untereinander in Christus versöhnt hat. Die USA haben als eine politische,
wirtschaftliche, technologische und militärische Supermacht eine besondere
historische Verantwortung für den Frieden, die Freiheit und das Wohlergehen der
Menschheit in unserer globalen Welt. Sie sind eine Demokratie und aufgebaut auf
den fundamentalen Menschenrechten. Ihre besondere Rolle auch bei der Eindämmung
von gefährlichen Regimen und Diktaturen, die für die ganze Welt
lebensgefährlich waren und werden, ist nicht zu leugnen. Das Völkerrecht, das
von der Schule von Salamanca im Geiste des hl. Thomas von Aquin auf der Basis
des natürlichen Sittengesetzes entwickelt wurde, dient nicht dem Schutz der
Tyrannen und Eroberer, sondern den Völkern. Die brutalen Verbrechen gegen das
eigene Volk und die anderen Völker müssen unter den gegebenen Umständen auch
mit ökonomischen Sanktionen und militärischen Mitteln bekämpft werden. Die
Appeasementpolitik gegenüber Hitler hat sich als eine Katastrophe erwiesen und
im II. Weltkrieg bitter gerächt. Papst Franziskus hat vor einem III. Weltkrieg
gewarnt, der in Raten kommt und in einer Explosion der ganzen Welt enden würde.
Das Iranische Regime muss weltweit gebrandmarkt werden als
Missbrauch der Religion, die Gottesverehrung ist, und in welcher Form auch
immer niemals zur Rechtfertigung von Morden an Unschuldigen missbraucht werden
darf. Es lohnt sich die Regensburger Rede von Papst Benedikt XVI, (2006)
nachzulesen und auch Gaudium et spes77-90. Die Zerstörung des Kriegsmaterials
von diktatorischen Staaten und vor allem ihrer Fähigkeit Nuklearwaffen
einzusetzen, ist moralisch nicht illegitim und kann historisch geboten sein. Hier
ist immer das Dilemma, dass die politisch und militärisch Handelnden sich auch
schuldig machen, weil es von Natur aus keine sauberen Kriege gibt, besonders
dann wenn alle friedlichen Mittel von Verhandlungen ausgeschöpft sind. Wer
wollte den Ukrainern das Recht absprechen, sich zu verteidigen, auch wenn sie
zu denselben Mittel greifen müssen wie ihre Todfeinde? Ein kaum aufzulösendes
moralisches Dilemma!
Im konkreten Fall ist aber klar zu sagen, dass niemand das
Recht hat den Papst zu kritisieren, wenn er treu seinem Auftrag folgt, den er
von Christus erhalten hat, das Evangelium des Friedens zu bezeugen. Die
Botschaft Christi steht über den Interessen der Politik und Gott ist unser
Richter. Und kein Sterblicher darf sich anmaßen, den Namen Gottes für seine
Interessen zu instrumentalisieren. Auch ein guter Zweck heiligt nicht die
schlechten Mittel. Wir können nur arbeiten und beten für den Frieden, aber nicht
um jeden Preis, sondern für einen gerechten Frieden, auch für das iranische
Volk, dass es von einer Terrorherrschaft befreit wird. Und auch das
Existenzrecht Israels darf nie in Frage gestellt werden. Aber wir hoffen, dass
nicht mehr kriegerische Mittel notwendig sind, weil alle Nachbarn im Nahen
Osten friedlich miteinander auskommen wollen. Papst Leo XIV. begann seinen
apostolischem Dienst mit dem biblischen Gruß an alle Menschen guten Willens mit
den Worten: Der Friede sei mit euch!
sabato 11 aprile 2026
Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace
VEGLIA DI PREGHIERA
PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE LEONE XIV
Basilica di San Pietro
Sabato, 11 aprile 2026
Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di
preghiera per la pace
Cari fratelli e sorelle,
la vostra preghiera è espressione di quella fede che,
secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere
accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in
tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza
unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio
vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per
affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della
storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre
responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia
scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte:
siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il
Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira
l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci
può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano
non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la
vita, senza diritto e senza pietà.
San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con
commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a
quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è
sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di
me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse
Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il
possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo
tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio
mio questa sera il suo appello, tanto attuale.
La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità
umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio.
Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si
mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone,
né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità,
comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che
attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella
famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di
morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo
di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo
notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece
di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha
coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla
morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé
stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui
sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.
Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con
l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel
servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla
pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia
umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto
con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in
terris, 62).
Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni,
miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella
pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni
lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone
di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto
l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio.
Ascoltiamo la voce dei bambini!
Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili
responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il
tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai
tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però,
non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi
diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a
parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei
nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si
edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle
comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione
con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella
moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona,
ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico
della pace!
Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci
ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace
si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si
scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo
movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo
bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa
rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione,
e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di
artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato
incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti
«una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni
della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un
“artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231).
Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno
di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La
Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che
avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può
costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed
educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta
dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue
violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che
ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare
l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce
il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è
un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio
2026).
Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo
una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra,
avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S.
Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).
Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo
risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui
rivolgiamo la nostra supplica:
Signore Gesù,
tu hai vinto la morte senza armi né violenza:
hai dissolto il suo potere con la forza della pace.
Donaci la tua pace,
come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,
come ai discepoli nascosti e spaventati.
Manda il tuo Spirito,
respiro che dà vita, che riconcilia,
che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.
Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,
che col cuore straziato stava sotto la tua croce,
salda nella fede che saresti risorto.
La follia della guerra abbia termine
e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora
sa generare, sa custodire, sa amare la vita.
Ascoltaci, Signore della vita!
venerdì 10 aprile 2026
Epstein condannato dal dolore degli innocenti
LETTURE | Epstein condannato dal dolore degli innocenti,
la “sentenza” di Dostoevskij
Vincenzo Rizzo Pubblicato 10 Aprile 2026
Si parla meno dei files Epstein, ma nessuno è stato accusato
e manca un giudizio politico. Ma la verità non sfuggirà, grazie alle vittime
innocenti
Mentre il mondo brucia per l’insipienza e la volontà di
potenza dei leader mondiali, ci siamo dimenticati degli Epstein files.
Continua sottotono la circolazione delle notizie sul caso
Epstein, senza analisi e senza interrogazione dei fatti. Il flusso di
informazioni prima è stato ininterrotto, oggi è più saltuario. Il cuore nero
dei crimini resta, però, sullo sfondo, coperto da miriadi di informazioni
irrilevanti. Ci si sofferma sul principe Andrea in accappatoio con Epstein, ci
si chiede dove si possa rintracciare Sarah Ferguson e se scriverà un libro; si
sottolineano le possibili rivelazioni della guardia del corpo del principe,
appare una nuova testimonianza di una donna finita nella trappola dei pedofili
sadici. Ma manca del tutto l’interpretazione politica.
Pensiamo, ad esempio, alla storia di Mandelson che già anni
fa veniva definito “il principe delle tenebre”. Ebbene, proprio Mandelson è
stato l’autore della mutazione genetica del partito laburista, diventato
omologabile al sistema. La sua autorità, protetta e sostenuta da un sistema
torbido, ha prodotto effetti di manipolazione della democrazia britannica.
Alcuni potenti, insomma, non solo commettono reati
indescrivibili, ma dicono al popolo cosa pensare e come protestare.
Naturalmente, i partiti non si pongono la domanda su quali reti di protezione
creare per contrastare vecchi e nuovi inquinamenti. Eppure è il minimo che gli
elettori dovrebbero chiedere ai loro rappresentanti.
C’è poi un altro fatto significativo. Nonostante i gravi
crimini commessi dagli amici di Epstein, in America ancora non esistono
imputati. Traffico di esseri umani, orrori nei confronti di donne e bambini,
transazioni finanziarie da capogiro sembrano non avere autori. La nazione più
potente del mondo non riesce a mettere ordine a casa sua rispetto a situazioni
di gravità estrema. Gli abomini di cui ha parlato Todd Blanche a proposito dei
files non rilasciati, non hanno autori. Ci sono delitti raccapriccianti.
Esistono tracce dei fatti. Sono presenti testimoni, ma la macchina della
giustizia non gira.
Gli USA sembrano aver preferito una nuova guerra esterna
“preventiva” alla vera guerra da combattere: quella interiore. Il male,
insomma, è sempre fuori, mai dentro, soprattutto se raccapricciante.
Vi sono però degli io che hanno coraggio morale e civile. Si
espongono per chiedere la verità. Si pensi a Tom Massie e a Ro Khanna, a Nancy
Mace o a Becca Balint: partiti diversi, desiderio comune di giustizia. Un
tentativo autentico di fronte a potentati che hanno nascosto per anni crimini
efferati. Gli Epstein files, infatti, hanno svelato l’esistenza di menti
crudeli che pensano di porsi al di sopra del bene e del male. Tali élites
malate vogliono superare gli argini delle leggi esterne ed interne. Basti
pensare al giro degli scienziati atei frequentatori dell’isola prigione e
sostenitori di pratiche immorali: transumanesimo, utero in affitto, clonazione,
ecc.
I moderni Stavrogin, manipolatori e approfittatori, però,
dimenticano la lezione di Dostoevskij. Stavrogin, personaggio de I demòni,
pedofilo e servo dell’ideologia omicida, ultimamente non vince. È significativo
il suo incontro con Šatov, per il mondo un perdente. Stavrogin ha sempre
pensato di dominarlo: ha sedotto sua moglie e per gioco lo ha indotto a
credere. Ma in un dialogo drammatico, Šatov lo mette di fronte alla verità: “È
vero che avete appartenuto a Pietroburgo a una società segreta di persone che
si abbandonavano a una sensualità bestiale? È vero che il marchese de Sade
avrebbe potuto imparare da voi? È vero che voi adescavate e corrompevate dei
bambini?”.
Stavrogin, di fronte alle accuse mossegli, non arrossisce,
ma impallidisce ed arretra. Sperimenta non solo la vergogna d’esser scoperto,
ma il limite strutturale della sua costruzione cerebrale e disumana. La sua
architettura mentale si sgretola: è solo polvere e cenere incapace di reggere
all’urto della realtà.
Pensava di aver dimostrato con sicurezza la sua superiorità
mentale su tutti e invece si trova per la prima volta paralizzato da una
situazione imprevista, prodotta da una sua vittima. (…)
https://www.ilsussidiario.net/news/letture-epstein-condannato-dal-dolore-degli-innocenti-la-sentenza-di-dostoevskij/2951944/#:~:text=USA-,LETTURE%20%7C%20Epstein%20condannato%20dal%20dolore%20degli%20innocenti%2C%20la%20%E2%80%9Csentenza%E2%80%9D%20di%20Dostoevskij,SOSTIENICI.%20DONA%20ORA%20CLICCANDO%20QUI,-Urologo%3A%20Fatelo%20immediatamente
giovedì 9 aprile 2026
martedì 7 aprile 2026
Omelia Pasqua di Risurrezione Gerusalemme, Santo Sepolcro
Omelia Pasqua di Risurrezione
Gerusalemme, Santo Sepolcro, 5 aprile 2026
At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9
Fratelli e sorelle,
qui, dentro questo Sepolcro, non siamo davanti a un simbolo:
siamo davanti a un vuoto reale. Un vuoto che non è assenza, ma annuncio. Un
vuoto che non ci lascia tranquilli, perché ci toglie di mano ciò che vorremmo
trattenere. La Pasqua comincia così: non con una spiegazione, ma con uno
strappo. Non con un’emozione, ma con una domanda che disorienta.
Il Vangelo di oggi ci mette subito in movimento. Maria di
Magdala arriva “di buon mattino”, quando è ancora buio. Va nel luogo dove pensa
di trovare Gesù. È un gesto pieno di amore, ma anche pieno di abitudine: cerca
dove lo aveva lasciato, dove l’aveva posto la morte. E trova la pietra rotolata
via, il sepolcro aperto, e soprattutto non trova il corpo. E allora dice la
frase che è, in fondo, la prima parola di ogni fede vera: “Non sappiamo…” (Gv
20,2). Non sappiamo dove lo hanno posto. Non sappiamo.
Ecco la prima provocazione pasquale, qui, nel luogo più
santo e più fragile della nostra memoria: Dio non si lascia possedere. Il
Risorto non è dove noi lo avevamo messo. Non è dove le nostre sicurezze lo
avevano sistemato. Il Risorto ci precede. Questa è l’idea forte della Pasqua:
non siamo noi a custodire Dio; è Dio che libera noi.
Noi, invece, vorremmo una fede che non scombini. Vorremmo
trovare Gesù “al suo posto”: dentro le nostre immagini, le nostre formule, i
nostri schemi religiosi che a volte diventano gabbie, dentro le nostre
nostalgie. E invece, a Pasqua, Dio fa una cosa che non avevamo chiesto: si
sottrae. Non per fuggire, ma per salvarci da un equivoco: che la fede sia
qualcosa da possedere, un controllo, una prova in tasca.
Per questo Maria corre. Per questo Pietro e l’altro
discepolo corrono. La fede, quando è vera, non è mai immobile. È una corsa
dietro a un’assenza che diventa promessa. Entrano nel sepolcro e vedono dei
segni: i teli, il sudario, tutto deposto con cura. Non è un dettaglio
secondario. Non è scenografia. La morte non è più un vestito che copre, ma un
abito che è stato riposto con cura, senza più bisogno di essere indossato. È
come se il Vangelo ci dicesse: guardate bene, perché la Risurrezione non è
magia. È una libertà nuova. Gesù non è stato trascinato fuori: è uscito. La
morte, per Lui, non è più una prigione: è un vestito lasciato lì, piegato,
inutile.
E qui, nel Santo Sepolcro, questo parla anche a noi con
forza. Ci sono pietre che chiudono la vita. Ci sono “definitivi” che noi
pronunciamo troppo in fretta: definitivo è il fallimento, definitiva è la
ferita, definitiva è la colpa, la paura, l’odio, la solitudine. Eppure, nel
racconto pasquale, la pietra non è soltanto un oggetto: è il simbolo di tutto
ciò che noi consideriamo chiuso, senza uscita. E Pasqua dice: non lo è.
La Pasqua non ci promette una vita “facile”. Pasqua ci
promette una vita aperta. E per aprirla, spesso Dio deve prima portarci via
delle certezze. Ecco perché la Risurrezione, prima di consolare, inquieta.
Prima di riempire, svuota. Prima di dare, toglie. Toglie l’idea di un Dio
addomesticato. Toglie una religione che è solo abitudine. Toglie una speranza
che non rischia niente.
E allora si capisce la parola di Paolo ai Colossesi:
“Cercate le cose di lassù” (Col 3,1). Non significa fuggire dalla terra. Non
significa chiudere gli occhi sul dolore del mondo. Significa, piuttosto,
cambiare orientamento: smettere di vivere con lo sguardo inchiodato alle tombe
– anche alle tombe interiori – e imparare a vivere da risorti. “La vostra vita
è nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3): cioè la vostra vita non è definita dai
vostri peccati, né dalle vostre paure, né dalle vostre sconfitte. È custodita
altrove, con il risorto, in Dio. E proprio per questo può tornare ad aprirsi,
qui, ora.
E anche la prima lettura, dagli Atti degli Apostoli, ci dà
un’altra chiave decisiva: Pietro annuncia che Gesù è passato facendo del bene,
che è stato ucciso, e che Dio lo ha risuscitato; e aggiunge che questa notizia
è per tutti, senza preferenze: “Dio non fa preferenza di persone” (At 10,34).
Nessun popolo, nessuna lingua, nessuna storia è esclusa da questa speranza. Se
la morte è stata vinta, allora nessuna vita è “troppo perduta” per essere
cercata. Pasqua è universale perché nasce in un luogo preciso, concreto, reale
– qui – e proprio per questo può raggiungere concretamente e realmente il mondo
intero.
Non è un pensiero astratto. Noi siamo nel luogo dove la
pietra è stata rotolata via, ma sappiamo bene che intorno a noi troppe pietre
sono ancora chiuse. Troppe tombe sono state scavate di nuovo dall’odio, dalla
violenza, dalla ritorsione. In questa Terra Santa, che è madre di fede e che è
diventata anche terra di continui confronti, risuona con forza drammatica la
domanda: “Dove lo avete posto?” Perché sembra che abbiamo rimesso il Signore in
un sepolcro, ogni volta che crediamo che la morte abbia l’ultima parola sulla
storia, ogni volta che ci rassegniamo alla logica del nemico, ogni volta che
chiamiamo “pace” soltanto una tregua armata e “giustizia” soltanto il calcolo
del danno.
Ma la Pasqua ci dice: il Risorto non sta dentro le nostre
strategie di sopravvivenza. Non è prigioniero né delle nostre ragioni né delle
nostre paure. Egli è già uscito, e ci precede. Ci precede nel coraggio di
ricominciare, nel riconoscere il volto dell’altro, nel disarmare il cuore prima
ancora che le mani. E allora, mentre qui intorno a noi si levano ancora voci di
morte, noi non abbiamo altra arma che questo sepolcro vuoto: per annunciare che
nulla è definitivo, che l’ultima parola non appartiene a chi seppellisce, ma a
chi risorge. Il Signore è risorto: e questo non è un dogma lontano, ma una
disobbedienza alla rassegnazione. È l’unica speranza che può ancora aprire, qui
e ora, le porte della pace.
E qui viene la seconda provocazione pasquale: il Risorto non
è un oggetto di culto; è un soggetto che chiama. Non lo si contempla soltanto:
lo si segue. Non lo si trattiene: lo si lascia precedere. Anche Maria dovrà
impararlo. Anche i discepoli dovranno impararlo. E noi oggi, che siamo qui nel
luogo più carico di memoria cristiana, dobbiamo impararlo con particolare
umiltà: persino i luoghi santi possono diventare un museo se non diventano un
esodo; la liturgia può diventare ripetizione se non diventa conversione; e la
fede può diventare corretta ma sterile se non diventa coraggiosa.
Per questo, oggi, nel Sepolcro di Gerusalemme, io vorrei
ricordare a me stesso una sola frase: Il Risorto non è dove lo avevamo messo:
ci precede.
Ci precede quando ci chiama fuori dai nostri sepolcri: non
solo quelli della morte fisica, ma quelli della rassegnazione, del cinismo,
dell’indifferenza. Ci precede quando ci invita a smettere di definire le
persone dal loro errore, o la storia limitata al suo dolore, o noi stessi dai
nostri peccati. Ci precede quando, invece di darci una risposta pronta, ci
mette in cammino.
E allora capiamo anche il senso dei segni: la pietra
rotolata, i teli piegati, il sepolcro aperto. Sono come un messaggio lasciato
apposta per noi: la vita non può più essere rinchiusa. Non si tratta di
“guardare il cielo” per evadere dalla terra, ma di guardare la terra con occhi
nuovi, con lo sguardo di chi ha capito che l’ultima parola non è “fine”, ma
“inizio”.
Pasqua non è una frase da ripetere; è una porta da
attraversare. La pietra è stata tolta. Il varco è aperto. Ma noi dobbiamo
decidere se restare dentro o uscire.
Uscire significa, concretamente: scegliere il perdono quando
sarebbe più facile irrigidirsi; scegliere la verità quando sarebbe più comodo
adattarsi; scegliere la speranza quando tutto suggerisce il contrario;
scegliere di fare il bene, come Gesù “passò facendo del bene”, anche se non fa
rumore, anche se non dà prestigio.
Perché questo è il giudizio della Risurrezione su di noi:
non ci chiede se sappiamo parlare di Pasqua; ci chiede se viviamo da risorti.
Non ci chiede se abbiamo parole corrette, ma se abbiamo un cuore in movimento.
Non ci chiede se sappiamo trovare Dio solamente nei luoghi sacri, ma se
sappiamo riconoscerlo vivo nei segni concreti della vita, là dove la vita e la
morte si incrociano ogni giorno.
E allora, ancora una volta, qui, nel Santo Sepolcro, nel
punto in cui la storia ha cambiato direzione, noi non diciamo una frase di
circostanza. Diciamo una decisione. Diciamo un annuncio che ci supera e ci
precede: Il Signore è risorto!
E proprio perché è risorto, non lo troveremo mai dove lo
avevamo messo. Lo troveremo davanti a noi, a chiamarci fuori.
Buona Pasqua!
+Pierbattista Card.
Pizzaballa
Patriarca di Gerusalemme dei Latini
sabato 4 aprile 2026
Il silenzio che fa nuove tutte le cose
Il silenzio che fa nuove tutte le cose
Pigi Banna Pubblicato 4 Aprile 2026
Il Sabato Santo è il giorno del silenzio di Dio, ma Cristo
non smette di operare e scende agli inferi per riscattare il male di tutti i
tempi
Ma è proprio nel silenzio che viene fuori la stoffa del vero
maestro. Come dice sant’Agostino, il maestro sa quando tacere, perché il
silenzio è l’occasione in cui il discepolo considera nel proprio cuore le
parole che ha sentito e i gesti che ha visto. Dio, da vero maestro, ha sempre
lasciato un tempo di silenzio, proprio l’istante dopo che ha conquistato
all’improvviso il cuore di una persona. La riempie di silenzio e si ritrae,
perché – come ha recentemente affermato Julián Carrón – non vuole strappare con
la forza dello stupore immediato l’assenso della libertà.
Il silenzio di Dio è perciò quel tempo in cui l’uomo è quasi
costretto a rientrare dentro di sé, senza poter ricorrere al riparo di riti
frusti e di certezze smozzicate, per chiedersi da dove ripartire, che cosa
realmente manca e dove andarlo a cercare. Emergerà dalla memoria una parola,
tra le tante sentite, quella vera, perché è l’unica che fa ancora ardere il
cuore riempiendolo di nostalgia.
Scrive san Giovanni della Croce: “né luce o guida c’era,/
fuori di quella che nel cuor m’ardeva./ Questa mi conduceva/ più certa della
luce a mezzogiorno”. È dal fondo di questo silenzio che Maddalena decise, senza
dirlo a nessuno e sfidando tutto e tutti, che il giorno dopo sarebbe andata al
sepolcro, a ricercare l’Amore della sua vita.
Il vero maestro, quello che dà vita, parla nella nostalgia
emersa dal silenzio e la sua parola affonda le radici nel mistero di Dio. Nei
primi giorni di distacco da una persona amata, proprio in questi momenti di
silenzio, capita di rimanere fastidiosamente impressionati dal cinguettio degli
uccelli nella freschezza del primo mattino o dall’incantevole gioco dei colori
del cielo al tramonto. È difficile ammetterlo: per quanto si voglia rinchiudere
tutto nell’ottusità del proprio dolore, la realtà continua ad accadere davanti
ai nostri occhi e la sua bellezza è come una ferita che, ancora nel silenzio,
ci scuote dal nulla e ci parla di chi ci manca.
(...)
Continua su sussidiario.net







