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Lo scrittore francese, laico e spesso provocatorio, è intervenuto con un saggio contro la legalizzazione dell’eutanasia nel suo Paese: «È la modernità che distrugge sé stessa sotto i nostri occhi»
24.07.2026
Maria Acqua Simi
Anche Michel Houellebecq, poco prima del voto dell’Assemblea
nazionale francese, era entrato nel dibattito sul fine vita. Lo scrittore
francese, laico e spesso provocatorio, ha scelto di intervenire contro la
legalizzazione dell’eutanasia in Francia con un saggio dal titolo eloquente:
L’eutanasia dell’Occidente, pubblicato su UnHerd e Le Figaro. Non si tratta di
un testo confessionale o di una riflessione bioetica in senso stretto, ma di un
j’accuse contro quella che considera la deriva culturale di una civiltà che,
nel momento in cui autorizza l’uomo a procurarsi la morte, finisce per
desiderare inconsapevolmente anche la propria.
«Da diversi anni combatto contro l’eutanasia, mentre cresce
in me la convinzione di combattere una battaglia già persa». Eppure non smette
di farlo. Per Houellebecq il problema non riguarda soltanto il fine vita, ma il
destino dell’intera civiltà occidentale. Richiamando la celebre battuta
attribuita a Gandhi – «Che cosa pensa della civiltà occidentale? Credo che
sarebbe un’ottima idea» – osserva che oggi parlare di “civiltà occidentale”
significa «nascondersi dietro una parola altisonante». La sua diagnosi è
drastica: «In fondo lo sappiamo tutti, anche se è difficile ammetterlo: la
partita è finita».
La crisi, però, non coincide semplicemente con il tramonto
del cristianesimo. Nemmeno le società asiatiche più avanzate sembrano sfuggire
allo stesso destino: il crollo demografico di Giappone, Corea del Sud e Cina è
il segno che «è la modernità stessa, nel suo complesso, a distruggere sé stessa
sotto i nostri occhi». L’eutanasia diventa così il simbolo di una civiltà che
non riesce più a desiderare la vita. Citando Yeats – «Le cose crollano; il
centro non regge» – descrive un’Europa in cui gli argini cadono uno dopo
l’altro e dove, una volta introdotta l’eutanasia, le condizioni per accedervi
tendono progressivamente ad ampliarsi.
Per Houellebecq il problema non riguarda soltanto il fine
vita. L’eutanasia è diventata il simbolo di una civiltà che non riesce più a
desiderare la vita
Il cuore del saggio è però la critica all’argomento più
utilizzato dai sostenitori dell’eutanasia e cioè quello di garantire una morta
dignitosa. «Tutti gli argomenti – scrive – si riducono a uno solo: la dignità.
Ma questa parola è stata usata così tante volte e in modo così perverso che è
ormai difficile comprenderne il significato». Secondo Houellebecq, infatti,
l’idea contemporanea di dignità coincide ormai con l’autosufficienza. La frase
ricorrente – «Non avrebbe sopportato di ridursi a un vegetale» – rivela a suo
dire una concezione utilitaristica dell’essere umano. Con una delle sue tipiche
provocazioni osserva: «L’affermazione sarebbe più convincente se potesse essere
completata così: “Avrebbe odiato ridursi a un vegetale, avrebbe preferito essere
un cadavere”».
Dietro questa retorica si nasconde un’antropologia nella
quale il valore della persona oggi dipende dalle sue prestazioni: bisogna
essere produttivi, autonomi, capaci di comunicare. Chi non riesce più a farlo
perde progressivamente la propria dignità sociale, in contrasto perfino con
Kant, che aveva affermato che l’uomo deve essere sempre trattato «come un fine
e mai semplicemente come un mezzo».
Per secoli la dignità derivava semplicemente dall’essere
uomini; oggi, invece, «la dignità è diventata qualcosa che si consuma
progressivamente dentro di noi; la nostra vita è vista come un processo di
deterioramento e siamo costretti a giustificare la nostra esistenza in ogni
momento».
Per secoli la dignità derivava semplicemente dall’essere
uomini; oggi, invece, «la dignità è diventata qualcosa che si consuma
progressivamente dentro di noi
Da qui una delle intuizioni più originali del saggio: il
nichilismo non ha più il volto cupo immaginato da Nietzsche o Dostoevskij, ma
uno rassicurante e seducente. Emblematica è, per Houellebecq, la campagna
pubblicitaria All Is Beauty del marchio canadese Simons, che raccontava
l’eutanasia come un’esperienza di armonia e bellezza. «Non è oscuro né
tenebroso. È colorato, perfino allegro», scrive, denunciando una cultura che
rende desiderabile la morte.
Richiamando poi il caso di Vincent Lambert (un infermiere
francese il cui drammatico conflitto familiare sul diritto a vivere o morire
divenne un caso nazionale nel 2019), racconta anche l’episodio di una donna
rimasta in silenzio per decenni che durante una visita inattesa ricominciò
improvvisamente a parlare. Il medico, stupito, le spiegò che per anni aveva
cercato invano di stabilire un contatto con lei. La donna rispose: «Quello che
avevate da dirmi non era poi così interessante». Da questo aneddoto il grande
intellettuale trae una conclusione semplice: il silenzio non equivale
necessariamente all’assenza di vita interiore e «ridurre lo spirito umano alla
sola capacità di comunicare oralmente è, semplicemente, una sciocchezza».
La riflessione si allarga poi alla società tutta: il
continuo richiamo alla dignità, chiosa l’intellettuale, finisce per
trasformarsi nell’obbligo di non pesare sugli altri. Così «gli altri finiscono
per convincersi che non provi quasi più nulla e possono tranquillamente tornare
ai propri affari». Ancora: «Alla fine, la dignità ha una sola funzione.
Legittima la pratica costante del più perfetto egoismo».
(…)
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Parla il grande intellettuale cattolico dopo il voto francese sul suicidio assistito: «L’Europa ha fatto dell’autonomia un assoluto. Ma la vita non è un diritto da esercitare, piuttosto un dono da accogliere»
Maria Acqua Simi
Il 15 luglio scorso l’Assemblea
nazionale francese ha approvato una legge sul fine vita che apre per la prima
volta in Francia alla possibilità del suicidio assistito. Ne abbiamo parlato
con Rémi Brague. Nato a Parigi nel 1947, sposato, quattro figli, è storico del
pensiero, professore emerito di Filosofia medievale e araba alla Sorbona, già
titolare della cattedra Guardini di Scienza e Storia delle religioni
all’Università di Monaco e vincitore del premio Ratzinger per la Teologia nel
2012.
Lei ha scritto che le leggi
non sono mai moralmente neutrali, ma educano una società. Che cosa dice della
nostra civiltà una legge che riconosce l’aiuto a morire come risposta alla
sofferenza?
La legge è stata votata, ma deve
ancora passare davanti al Consiglio costituzionale, investito della questione –
fatto eccezionale – sia dal Primo ministro sia dal presidente del Senato. Non
mi faccio molte illusioni. Gli interessi economici in gioco sono giganteschi:
le cure palliative costano molto più di un’iniezione. Non c’è da stupirsi che
le mutue si siano pronunciate a favore dell’eutanasia. Ciò che mi disgusta è
che ci venga promesso che tutto sarà “regolamentato” dalla legge. Come se i
limiti che ci erano stati promessi per l’aborto (“ci sarà un necessario periodo
di riflessione”) e poi per il “matrimonio” omosessuale (niente adozioni, ecc.)
non fossero saltati nel giro di poco tempo. Del resto, alcuni sostenitori di
questi “progressi” hanno ammesso apertamente di aver semplicemente mentito su
questi punti. Ora dicono che sul tema del fine vita si lascerà agli operatori
sanitari la “clausola di coscienza”. Benissimo. Ma i media sapranno presto far
leva sulle emozioni e dipingere medici e infermieri che rifiutano di praticare
l’iniezione liberatrice come carnefici sadici. Promulgare una legge significa
molto più che tollerare una pratica in casi eccezionali, perché spesso la gente
confonde ciò che la legge permette con ciò che la morale approva. Alcuni oggi
arrivano addirittura a dire: «Il bene è ciò che dice la legge». Era l’argomento
degli imputati al processo di Norimberga. Una civiltà che riconosce l’aiuto a
morire lo fa perché rinuncia alla vita, rinuncia a curare, ad accompagnare il
malato fino alla fine. Merita ancora l’appellativo di «civiltà»?
A proposito di civiltà: lei ha
sostenuto che la civiltà europea nasce dall’idea che l’uomo riceve la propria
esistenza come un dono prima ancora che come una scelta. Se oggi, al contrario,
prevale l’idea secondo cui è l’uomo a decidere quando una vita meriti di essere
vissuta e quando possa essere interrotta, che cosa resta di questa eredità?
Che la vita sia ricevuta senza
che la si possa scegliere è un’evidenza antropologica, anzi biologica. Nessuno
ha mai scelto di nascere. Che essa ci sia donata da un principio benevolo, la
Natura o il Creatore, e non semplicemente imposta da “quel bruto o quel
mascalzone che ha fatto il mondo” come diceva il poeta Alfred Housman, è un
atto di fede. Senza di esso, come ha scritto Lévinas in Totalità e infinito,
«la nascita non scelta e impossibile da scegliere è il grande dramma del
pensiero contemporaneo».
(….) continua su clonline
Fine vita, la preoccupazione della Chiesa in Francia
Il duro comunicato della Conferenza episcopale francese,
firmato dal suo presidente cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di
Marsiglia, e dai suoi vice, dopo l’approvazione alla Camera della legge sul
diritto al suicidio assistito. E l’intervista di Vatican News al portavoce
della Cef, Mathieu Rougé, pastore di Nanterre
17.07.2026
Jean-Charles Putzolu
L’aula dell’Assemblea Nazionale, la camera bassa del
Parlamento francese (©Ansa/Telmo Pinto/SOPA Images via ZUMA Press Wire)
Ha espresso rammarico la Chiesa in Francia, ieri sera,
mercoledì 15 luglio, dopo l’approvazione definitiva da parte dell’Assemblea
Nazionale della legge sul diritto al suicidio assistito. Rammarico per una
scelta che rompe la lunga tradizione di cura e la vocazione ad alleviare la
sofferenza e accompagnare ogni persona fino alla fine naturale della sua
esistenza. I vescovi hanno ricordato la loro partecipazione al dialogo sul tema
nel dibattito degli ultimi quattro anni, sottolineando la secolare esperienza
della Chiesa nell’accompagnare i malati e le loro famiglie. Secondo i presuli,
gli effetti di tale legislazione modificheranno il rapporto con la
vulnerabilità, la vecchiaia, la disabilità e la malattia. Tuttavia l’episcopato
francese non si arrende: “La storia non è finita”, affermano. “Rimangono aperte
numerose vie legali”, spiega ai media vaticani il vescovo Mathieu Rougé,
pastore di Nanterre e portavoce della Conferenza Episcopale francese (CEF)
sulle questioni del fine vita.
Eccellenza, riguardo alla clausola di coscienza prevista
dalla nuova legge, come funziona per le istituzioni cattoliche?
La legge, così come approvata, include una clausola di
obiezione di coscienza per i medici. Tuttavia, è deplorevole che non includa
una clausola di obiezione di coscienza per i farmacisti che, nei casi di
suicidio assistito a domicilio, saranno costretti a fungere da depositari della
sostanza letale. D’altra parte l’aspetto più preoccupante, al di là del
semplice fatto di autorizzare il suicidio assistito, è che le istituzioni - il
cui statuto etico o la cui storia religiosa condannano la pratica dell’eutanasia
- saranno obbligate a fornirla. Questa non è una clausola di obiezione di
coscienza perché la coscienza è una questione personale. È un requisito
istituzionale...
Continua a leggere l’intervista su Vatican News
IL COMUNICATO DELLA CONFERENZA EPISCOPALE FRANCESE
Approvata la legge sul fine vita: di fronte a una scelta che
segna una rottura con il passato, rinnoviamo il nostro impegno al servizio
della vita
Il 15 luglio 2026 segna una svolta profonda nella storia del
nostro Paese. Scegliendo di legalizzare l'eutanasia e il suicidio assistito, il
legislatore ha sancito nell'ordinamento francese la possibilità di provocare la
morte. Tale scelta rompe con la tradizione di cura di lunga data, la cui
vocazione è alleviare la sofferenza e accompagnare ogni persona fino alla fine
naturale della propria vita.
Negli ultimi quattro anni, insieme ai vescovi di Francia,
abbiamo partecipato con serietà e responsabilità al dibattito sul fine vita,
esprimendo le nostre convinzioni e dialogando con tutte le parti in causa.
Forti dell'esperienza secolare della Chiesa nell'assistenza ai malati, ai
morenti e alle loro famiglie, abbiamo ritenuto fondamentale condividere le
nostre riflessioni sulla dignità di ogni vita umana. Il Presidente della
Repubblica aveva promesso un dibattito sereno, informato e rispettoso; tuttavia,
è evidente che interessi politici, ideologici e — senza dubbio — economici,
celati dietro un linguaggio ingannevole, hanno vanificato tale intento. Una
questione così vitale per il nostro patto sociale avrebbe meritato una piena
valutazione delle conseguenze umane, mediche, etiche e sociali dell'eutanasia e
del suicidio assistito.
Non è ancora possibile misurare l'impatto complessivo di
tale normativa, sebbene se ne delineino già i contorni. Il nostro rapporto con
la vulnerabilità, la vecchiaia, la disabilità e la malattia cambierà. I legami
di fiducia tra le generazioni — così come quelli tra operatori sanitari,
pazienti e famiglie — verranno erosi e la percezione sociale della fragilità ne
risulterà distorta. È probabile che a pagarne il prezzo più alto siano i più
poveri: gli anziani in condizioni di precarietà, non volendo essere un peso per
figli o nipoti, potrebbero sentirsi spinti a porre fine alla propria vita.
Inoltre, l'esperienza di altri Paesi dimostra che i criteri di accesso alla
morte assistita tendono inevitabilmente ad ampliarsi, a scapito delle cure
palliative.
Al di là della semplice disapprovazione, questo voto del 15
luglio ci chiama a un rinnovato impegno – accanto a famiglie, operatori
sanitari, volontari, caregiver informali, associazioni e cappellani – per
testimoniare che un’altra strada è possibile: una strada fatta di presenza
costante e cura premurosa che allevia la sofferenza fisica o psicologica, senza
mai abbandonare nessuno.
La Conferenza Episcopale di Francia esprime la propria
profonda gratitudine a tutti coloro che, giorno dopo giorno, si dedicano ai
malati, alle persone con disabilità, agli anziani e a chi si trova nella fase
finale della vita. Incoraggia inoltre le istituzioni sanitarie cattoliche a
rendere fedele testimonianza all'impegno etico fondamentale di rispettare i
valori umani essenziali, astenendosi da azioni chiaramente illecite sul piano
morale, in riconoscimento della dignità di ogni vita umana.
Infine, la Conferenza seguirà con attenzione i ricorsi
annunciati presso il Consiglio Costituzionale, così come i contributi delle
associazioni, per garantire il rispetto degli standard etici, in particolare
nelle strutture dedicate alle cure di fine vita che escludono il ricorso
all'eutanasia o al suicidio assistito.
I cattolici in Francia continueranno, insieme a tanti altri
uomini e donne di buona volontà – credenti e non – a servire la vita. Lo
faranno animati dalla ferma speranza offerta dal Vangelo, senza rassegnazione
né spirito di scontro, convinti che la grandezza di una società non risieda
nell'infliggere la morte ai più vulnerabili o nel permettere loro di togliersi
la vita, bensì nell'accompagnarli fino alla fine attraverso una fraternità
autentica. Poiché il Cristo in cui credono è venuto affinché il mondo abbia la
vita.
cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia,
presidente della Conferenza episcopale francese
arcivescovo Vincenzo Jordy di Tours, vicepresidente della
Conferenza episcopale francese
vescovo Benoît Bertrand di Pontoise, vicepresidente della
Conferenza episcopale francese
Leggi il comunicato della Cef in francese
Javier Prades ofrece en ‘El
Debate’ claves de lectura de Magnifica humanitas, la primera encíclica de León
XIV sobre inteligencia artificial y dignidad humana
El Papa León XIV ha publicado su
primera carta encíclica, Magnifica humanitas, dedicada a “la custodia de la
persona humana en el tiempo de la inteligencia artificial”. El documento,
firmado el 15 de mayo de 2026, coincide simbólicamente con el 135.º aniversario
de la promulgación de Rerum novarum, la gran encíclica social de León XIII,
publicada en 1891 ante los desafíos de la revolución industrial. Con este
gesto, León XIV sitúa su pontificado en continuidad con una de las grandes
intuiciones de la Doctrina social de la Iglesia: la necesidad de iluminar,
desde el Evangelio y la dignidad humana, las transformaciones históricas que
afectan profundamente a la vida de las personas y de los pueblos. Si León XIII
dirigió su mirada a las “cosas nuevas” de la cuestión obrera, León XIV
contempla ahora otra gran transformación: el desarrollo acelerado de la
inteligencia artificial, con sus posibilidades, riesgos y consecuencias
sociales, culturales, políticas y morales.
La encíclica fue presentada
públicamente el 25 de mayo en el Aula del Sínodo. Según la información
difundida por medios vaticanos, el propio Papa explicó entonces el sentido y el
origen del documento, subrayando que la inteligencia artificial “influye en la
vida, moldea las decisiones y cambia la forma de combatir la guerra”. Por ello,
el Pontífice lanzó un llamamiento universal a “desarmar la IA”, liberándola “de
lógicas que la transforman en instrumento de dominio, exclusión o muerte”.
Auqui l’articulo completo:
https://www.eldebate.com/religion/20260527/algunas-claves-lectura-nueva-enciclica_422104.html
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Jerte, 10 - 28005 Madrid
Il Papa, visitando la sede della Pam di Roma, ha chiesto un rilancio del multilateralismo per garantire cibo, dignità e sviluppo ai più vulnerabili
redazione
22 Giugno 2026
La lotta contro la fame non può
limitarsi alla gestione delle emergenze, ma deve affrontare le cause profonde
che alimentano disuguaglianze, conflitti e povertà. È il cuore del messaggio
che Papa Leone XIV ha rivolto al Programma alimentare mondiale (Pam), nella
sede romana dell’agenzia delle Nazioni Unite. Il Pontefice ha denunciato la
frammentazione dell’ordine internazionale, l’indebolimento del sistema
multilaterale e il rischio che la solidarietà venga soffocata dalla burocrazia
e da logiche economiche e strategiche. In un contesto segnato da guerre,
insicurezza alimentare e vulnerabilità climatica, il Papa ha ribadito che la
persona deve tornare al centro dell’azione politica internazionale. Da qui
l’appello ai governi, alle istituzioni e alla società civile a rafforzare la
cooperazione globale, aumentare le risorse destinate alla lotta contro la fame
e rimuovere ogni ostacolo che impedisca agli aiuti di raggiungere le
popolazioni più fragili.
Le parole del Santo Padre
“Affrontare la fame e la
malnutrizione, nonché contrastare le cause strutturali che le alimentano”. È il
primo appello del Papa al Pam (Programma alimentare mondiale), nel discorso
pronunciato, in inglese, nella sede romana dell’organismo delle Nazioni Unite.
“L’impegno della vostra istituzione risuona profondamente con la missione della
Chiesa cattolica di difendere la dignità umana e promuovere la fraternità,
radicata nell’invito evangelico ad amare il prossimo”, l’omaggio di Leone XIV,
secondo il quale “oggi, le crisi si sono evolute da eventi isolati in realtà
persistenti, caratterizzate da conflitti prolungati, insicurezza alimentare
cronica, volatilità economica e crescente vulnerabilità climatica”. “Quale
configurazione dell’ordine globale è in grado di produrre, riprodurre e, a
volte, normalizzare tali condizioni?”, la domanda da porsi: il problema, per il
Pontefice, “non si limita più a come intervenire; si estende piuttosto alla
comprensione del perché il sistema produca costantemente gli stessi problemi
che è poi costretto a correggere”.
La preoccupazione
“L’ordine internazionale si è
progressivamente frammentato, in parte a causa della crisi del sistema
multilaterale”. “Le istituzioni create per salvaguardare il concetto di un
futuro comune per tutti i popoli e di un bene comune globale sembrano essersi indebolite”,
ha ribadito Leone XIV sulla scorta della sua prima enciclica: “In assenza di un
orizzonte etico condiviso, capace di sostenere un’autentica cooperazione, il
sistema internazionale si è spostato dal multilateralismo verso un
multipolarismo disordinato e conflittuale, caratterizzato da un diffuso senso
di sfiducia”. Di conseguenza, “gli Stati hanno destinato sempre più risorse
alla sicurezza nazionale, alla crescita economica e alla stabilità interna,
trascurando lo stretto legame tra queste tematiche e la cooperazione
multilaterale”. Secondo Leone, “questa tendenza rivela un paradosso evidente:
una capacità produttiva globale senza precedenti coesiste con zone di estrema
vulnerabilità in espansione. Le stesse forze che guidano la crescita economica
spesso esacerbano l’esclusione e l’emarginazione”.
Alleviare la sofferenza
“Sebbene alleviare la sofferenza
umana sia ampiamente riconosciuto come essenziale in linea di principio, le
questioni umanitarie rischiano sempre più di essere relegate a un ruolo
secondario tra le priorità internazionali”. Il Santo Padre ha poi denunciato il
“divario tra il riconoscimento in linea di principio e la definizione delle
priorità nella pratica” che danno luogo “alla progressiva burocratizzazione
della solidarietà, parallelamente alla tacita mercificazione della vita umana”.
“Da un lato, l’azione umanitaria è sempre più appesantita da procedure
burocratiche che possono ritardare l’assistenza a chi ne ha bisogno”, l’analisi
di Leone XIV: “Dall’altro, l’accesso ai beni essenziali, compreso il cibo, è
troppo spesso influenzato da considerazioni economiche o strategiche. Di
conseguenza, coloro che non generano un valore quantificabile rischiano di
diventare invisibili”.
La complessità delle decisioni
politiche
“La persona umana non è più
costantemente posta al centro dell’azione internazionale”. È questa, per il
Papa, la “sfida etica da raccogliere”. “Mentre le forme di aiuto e i progetti
di sviluppo sono ostacolati da decisioni politiche complesse e incomprensibili,
visioni ideologiche distorte e barriere doganali invalicabili, gli armamenti
non lo sono”. Di fatto, ha osservato, “i conflitti vengono alimentati più
facilmente di quanto le persone vengano nutrite”. “Questa realtà riflette non
solo carenze operative, ma anche un fondamentale squilibrio nelle priorità
politiche e morali”, il monito del Pontefice, secondo il quale “le conseguenze
si estendono ben oltre coloro che ne sono direttamente colpiti”.
I rischi
“La fame, oltre ad essere una
semplice questione umanitaria, erode la coesione sociale, accresce il rischio
di conflitti e alimenta le migrazioni forzate”. La fame, inoltre, “mina la
capacità degli Stati e delle società di costruire istituzioni resilienti,
fornire un’istruzione efficace e promuovere uno sviluppo economico
sostenibile”, e in questo modo “perpetua cicli di fragilità che, in ultima
analisi, colpiscono l’intera comunità internazionale”. “L’azione umanitaria non
è estranea all’ordine internazionale”, ha affermato Leone XIV, ma “riflette la
responsabilità della comunità globale di rafforzare la solidarietà, resistere
all’esclusione e riconoscere l’intrinseca dignità di ogni persona, dono di
Dio”: “Al di là della gestione delle crisi, pertanto, le istituzioni
internazionali incarnano un principio di responsabilità condivisa e affermano
che la comunità internazionale è unita dalla preoccupazione per coloro che si
trovano nelle situazioni più vulnerabili”. In questo senso, il Programma
alimentare mondiale “è più di un attore politico, economico o tecnico; è
un’espressione concreta di solidarietà internazionale”: “laddove le istituzioni
nazionali si indeboliscono e le reti comunitarie si disgregano, la sua presenza
contribuisce a impedire che le crisi umanitarie degenerino in un collasso
irreversibile”. Per questo motivo, è essenziale un rinnovato impegno nella
cooperazione multilaterale.
L’appello
“In un mondo sempre più
frammentato e multipolare, nessuno Stato può affrontare da solo le sfide
globali”. Il Santo Padre ha auspicato “un rinnovato impegno nella cooperazione
multilaterale”. “Una pace duratura e uno sviluppo umano integrale e sostenibile
sono possibili solo attraverso la partecipazione di tutti, favorita da un
autentico dialogo internazionale e da una cooperazione orientata al bene
comune”, l’indicazione di rotta di Leone XIV, secondo il quale “un tale
approccio richiede una ferma volontà politica, capace di trascendere le
prospettive a breve termine e di investire nei beni pubblici globali”. Di qui
l’appello “ai governi e ai popoli del mondo affinché rinnovino e rafforzino il
loro impegno, aumentino le risorse dedicate alla lotta contro la fame e le sue
cause profonde e rimuovano gli ostacoli che impediscono agli aiuti di
raggiungere chi ne ha bisogno”. “Rafforzare il coinvolgimento della Chiesa e
della società civile”, l’altro suggerimento del Papa, insieme a quello a favore
della “riduzione della burocrazia superflua, in modo che la trasparenza e la
responsabilità siano al servizio delle persone anziché ostacolare gli aiuti”.
La conclusione
“Semplificare ciò che è diventato
eccessivamente complesso, dare priorità all’essenziale e garantire che nessuna
persona venga dimenticata”. Sono queste, per il Papa, le tre direttive
fondamentali lungo cui dovrebbe articolarsi la lotta alla fame, partendo dal
“riconoscimento che ogni persona umana possiede una dignità intrinseca e
inalienabile che rimane intatta a prescindere dalle circostanze, dalle
condizioni o dallo status sociale”. È sulla difesa della dignità infinita e
incondizionata della persona umana, ha ribadito Leone XIV, sulla scorta della
sua prima enciclica, che “si misura l’umanità della nostra politica e, con
essa, il futuro della comunità internazionale”. “È in gioco non solo
l’efficacia di un’agenzia, ma anche la credibilità della cooperazione
internazionale stessa”, ha concluso il Papa.
Fonte Agensir
Torun, 1° giugno 2026. Award Nicolo Copernico, Fides et Ratio
Replica di Marta Cartabia alla Laudatio del professor Weiler.
Ringrazio il professor Weiler per queste parole così generose. Le sue parole conclusive mi commuovono: “praticare la giustizia, amare la misericordia e camminare umilmente con il tuo Dio” Chi non desidererebbe rispecchiarsi pienamente in quella splendida immagine del profeta Michea con cui ha concluso la sua laudatio? Grazie di cuore, professore. Nel corso della mia carriera, soprattutto da quando ho rivestito un incarico pubblico, mi è capitato abbastanza frequentemente che mi rivolgessero la domanda: “ma che cosa significa per un cattolico vivere la fede nella vita pubblica?” “come vivi la tua fede nel tuo lavoro”? Posso capire l’origine di quella domanda. Ho iniziato il mio impegno pubblico all’inizio del nuovo secolo, proprio nel momento in cui la grande secolarizzazione del vecchio continente veniva a galla, anche in forme piuttosto aggressive. Basti ricordare i toni del dibattito sulle “radici cristiane dell’Europa” – tema carissimo soprattutto a San Giovanni Paolo II - nell’ambito della grande discussione sulla Costituzione europea. Il professor Weiler è un testimone oculare di quel dibattito e delle posizioni intransigenti di alcuni leaders. Il professor Weiler scriveva allora il suo libro, appena ripubblicato su l’Europa cristiana, in cui denunciava una diffusa “cristofobia” e una ostilità verso ogni fenomeno religioso, derivante da una male intesa laicité, di matrice francese, soprattutto. Essere cattolici e professare la propria fede in pubblico era motivo di imbarazzo, all’epoca. E Weiler ci spronava a non essere “marrani”, a non ritrarci in una dimensione privata, a non nasconderci. 2 Si capisce, dunque, che in un contesto così ci si possa chiedere: cosa vuol dire svolgere un ruolo pubblico da credente? Ma quella domanda nascondeva una ambiguità, a mio parere. Mi ha sempre colpito che a seconda di chi poneva la domanda, c’era sempre un implicito, una seconda domanda sottintesa: - Se a porre l’interrogativo era una persona di orientamento conservatore, sotto sotto intendeva chiedere: come fai a garantire i valori cristiani, soprattutto la tutela della vita e della famiglia? Poiché sono una giurista, la domanda mirava a chiedere: sei riuscita a difendere le nostre leggi su aborto, fine vita, famiglia etc.? - Se era una persona di orientamento progressista, il quesito implicito era: sei riuscita a fare qualcosa per i deboli, per le persone più povere e soprattutto gli immigrati, e sugli altri temi della giustizia sociale e della solidarietà? - Poi c’era il filone dei patiti della sussidiarietà e del terzo settore: cosa hai fatto per attuare il principio di sussidiarietà, difendere le autonomie locali, valorizzare la scuola privata? - Piu raramente, la domanda implicita era sulla libertà di religione: che invero a me pare un tema centrale ed è emerso soprattutto nelle controversie in tema di simboli religiosi – ma lì il professor Weiler si è preso sulle spalle il carico per tutti e ha sistemato tutta l’Europa con 20 minuti di arringa davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Vedere per credere. Intendiamoci: la domanda principale – cosa significa essere cristiani in pubblico, oggi - è più che interessante. Ma le domande di secondo livello, sottintese a quella principale, mi hanno sempre lasciata perplessa per due ragioni fondamentali. 3 La prima. È come se muovessero dal presupposto che il cattolico che si impegna in pubblico debba avere una agenda predeterminata da eseguire. Perdonate il paragone poco rispettoso, ma c’è qualcosa di simile quando mi chiedono: cosa vuol dire essere donna alla Corte costituzionale? Cosa vuol dire essere donna al Ministero della giustizia? L’implicito è: che cosa hai fatto per i diritti delle donne? Che cosa hai fatto per la famiglia e i minori? Che cosa hai fatto contro la violenza di genere? Il fatto è che quando assumi un impegno pubblico accetti di raccogliere le sfide della storia e la storia ti interroga su mille fronti: ti trovi ad occuparti – per fare qualche esempio dalla mia esperienza – di dover ridurre i tempi della giustizia, di assicurare la separazione tra politica e potere giudiziario, di giudicare una legge elettorale, di pronunciarti su obblighi di vaccinazione in piena pandemia, di far funzionare il sistema penitenziario, di rifare la legge sul traffico di stupefacenti, sull’uso dei beni sequestrati alla mafia, sull’uso della tecnologia e dell’intelligenza artificiale nella funzione giudiziaria, e così via… Raramente i temi che ti investono rientrano nell’agenda “cattolica” (o nell’”agenda donna”). E dunque? Cosa ha da dire un credente sui temi che non rientrano nell’agenda cattolica? La prima cosa che mi ha insegnato il mio impegno pubblico è stato quello di lasciarmi provocare dalle domande della storia – dentro e fuori il perimetro dell’agenda cattolica. Se è vero, come è vero, che il cuore della cristianità è l’incarnazione nella storia umana, tutto ciò che appartiene alla storia dell’umanità ci interroga e ci interessa. «Homo sum, humani nihil a me alienum puto»: «nulla che sia umano mi è estraneo», diceva Terenzio. Anzi, forse gli aspetti forse più interessanti sono quelli in cui non c’è già una risposta precostituita alla quale pensi di poter attingere. 4 L’avventura più bella e gustosa è quella che proviene dalle sfide nuove, che chiedono una risposta creativa. I terreni inesplorati: un po’ come la Enciclica di Papa Leone Magnifica Humanitas, che apre una riflessione sui problemi del nostro tempo, pace e guerra, e soprattutto intelligenza artificiale. La seconda ragione per cui quelle domande implicite sono fuorvianti è che esse sottintendono l’idea che la fede – e la dottrina sociale della Chiesa – siano un “prontuario di precetti”, pronti per essere applicati e che il compito di una donna di fede in politica sia di dare attuazione a quei precetti. Questa prospettiva è irrealistica e non desiderabile. Irrealistica, perché bisogna fare i conti con il fatto che nella società contemporanea siamo una minoranza. E quando hai una responsabilità pubblica devi fare i conti con il “limite del possibile”. Quando ero alla Corte costituzionale dovevo prendere le decisioni con altri 14 giudici costituzionali e portare argomenti convincenti e accettabili per tutti. Al Governo era ancora più complesso, perché era un governo di unità nazionale sostenuto dall’estrema destra e dall’estrema sinistra, e per far approvare le riforme occorre convincerli tutti, altrimenti non avrebbero votato in parlamento. Ma quella prospettiva di imporre le proprie soluzioni precostituite, quand’anche fosse possibile, non sarebbe nemmeno desiderabile perché non terrebbe conto della necessaria “distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica” e la necessaria “autonomia delle cose terrene”, chiarita sin dal Concilio Vaticano II e ribadita fermamente e ampiamente nell’ultima enciclica (parr. 21-24). La dottrina sociale non è “un repertorio di soluzioni tecniche”, e neppure “un modello economico o politico” che si sostituisce alla responsabilità politica dei singoli e delle istituzioni, dice Papa Leone. 5 Nel mio impegno pubblico ho imparato ad amare e ad apprezzare la distinzione tra la città di dio e la città dell’uomo, e l’inevitabile imperfezione delle leggi umane. I grandi politici cattolici che hanno fondato la repubblica italiana lo sapevano chiaramente: mi ha sempre colpito la scelta di Alcide De Gasperi di non assecondare la richiesta delle gerarchie ecclesiastiche dell’epoca, che insistevano per introdurre nella nuova Costituzione repubblicana il principio di indissolubilità del matrimonio. Se c’era un uomo di fede autentica e di leale fedeltà alla Chiesa questo era De Gasperi. Se c’era un uomo che credeva profondamente nel valore del matrimonio questo era De Gasperi. Ma De Gasperi aveva orrore – come scrive nelle le lettere a sua moglie dalla prigionia – all’idea di imporre con la forza della legge ciò che deve essere offerto alla libera adesione della persona. Anni fa fu per me liberante ascoltare le parole di Papa Benedetto XVI nei suoi discorsi politici, che sarebbero da riscoprire, sempre attento a distinguere l’opera dell’uomo e l’opera di Dio, esaltare il valore del compromesso nelle cose umane. Parlando della responsabilità dei credenti in politica dice: «Non è morale il moralismo che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica». A proposito del compromesso Amoz Oz dice nella sua Tubingen Lecture: “Nel mio mondo la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”. Il compromesso è una parola belle: è promettere insieme. Presuppone l’ascolto dell’altro, l’apertura della mente e del cuore. E spesso, credetemi, ho visto germogliare risposte innovative e creative proprio dalla necessità di procedere per compromessi. 6 L’indisponibilità al compromesso nega l’esistenza dell’altro, è violenza. Nel campo della giustizia, che è il mio campo di quotidiano impegno, l’intransigenza, il rigore, il massimalismo portano alla negazione di ciò che dovrebbero ottenere. Fiat iustitia et pereat mundus, dicevano i romani. Ma è la distruzione del mondo ciò che vogliamo conseguire con in nostro “fare giustizia”? “Senza la prospettiva di un oltre, la giustizia è impossibile” – dice don Luigi Giussani nel Senso religioso. Accettare che le cose umane siano sempre contrassegnate da un’imperfezione, da una crepa, da una ferita – umanità magnifica e ferita, dice Leone XIV - non equivale ad accontentarsi della mediocrità, ma operare con la consapevolezza del proprio limite, del limite delle circostanze e della ineliminabile necessità di un passo ulteriore. La consapevolezza dell’imperfezione della città dell’uomo chiama una continua ricostruzione, un continuo adeguamento alle circostanze che mutano, una continua rigenerazione dell’opera compiuta, proprio come Neemia descrive la ricostruzione delle mura di Gerusalemme, secondo l’immagine con cui Papa Leone descrive la presenza del cristiano nella storia: “Dopo l’esilio babilonese, una parte del popolo è tornata a Gerusalemme, ma la città è ancora in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate. Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro 7 e ricostruisce i legami prima ancora che le pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore” (par. 8 Magnifica Humanitas). Non serve commentare questa immagine della grande ricostruzione così evocativa, specie in un tempo come il nostro segnato dalla distruzione. Permettetemi di concludere con un ultimo passaggio: che cosa ci permette di accettare una soluzione imperfetta, di compromesso e che ben sappiamo non corrispondere ai nostri ideali? È la consapevolezza che il nostro compito non è dire una parola definitiva sulla storia umana, che nessuno di noi è padrone della storia. Lasciatemelo dire con le parole di Sant’Ambrogio, patrono della mia città, grande vescovo di Milano, importante funzionario e governatore dell’Impero romano, che bene conosceva le dinamiche del potere e i suoi effetti sul cuore umano. Quam multos dominos habet qui unum refugerit! Quanto padroni hanno coloro che rifiutano l’unico signore. Un grande inno alla libertà dai vincoli del potere, dai propri progetti, dai propri ideali, che si può sperimentare nel rapporto vissuto con il proprio destino presente nella storia. Il più bel complimento che mi hanno fatto alla fine di una estenuante mediazione per realizzare alcune indispensabili riforme della giustizia in Italia è venuto da alcuni attori politici che, di fronte all’ennesimo “compromesso” nel mezzo dell’aula parlamentare hanno esclamato: “ma davvero Ministra Cartabia lei non ha una agenda nascosta e vuole solo portare a termine ciò che è utile per il paese!”. Liberi dai nostri stessi progetti, per raccogliere i suggerimenti della storia. 8 “Le chrétien porte une vie par dedans sa vie, il se promène parmi les hommes avec un secret dans son coeur. Il le quitte, il le retrouve. Et rencontre bien des hommes qui appartiennent à cette vie, même si ils ne se reconnaissent pas le nom de chrétiens » (Emmanuel Mounier, 1933) “Il cristiano porta una vita dentro la propria vita, cammina tra gli uomini con un segreto nel cuore. Lo lascia, lo ritrova. E incontra molti uomini che appartengono a questa vita, anche se non si riconoscono nel nome cristiano» (Emmanuel Mounier, 1933).