sabato 11 aprile 2026

Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

 


VEGLIA DI PREGHIERA

PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE LEONE XIV

 

Basilica di San Pietro

Sabato, 11 aprile 2026

 

Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

 

Cari fratelli e sorelle,

 

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.

 

San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.

 

La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.

 

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).

 

Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!

 

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!

 

Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231).

 

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).

 

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).

 

Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:

 

Signore Gesù,

tu hai vinto la morte senza armi né violenza:

hai dissolto il suo potere con la forza della pace.

Donaci la tua pace,

come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,

come ai discepoli nascosti e spaventati.

Manda il tuo Spirito,

respiro che dà vita, che riconcilia,

che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.

Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,

che col cuore straziato stava sotto la tua croce,

salda nella fede che saresti risorto.

La follia della guerra abbia termine

e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora

sa generare, sa custodire, sa amare la vita.

Ascoltaci, Signore della vita!


venerdì 10 aprile 2026

Epstein condannato dal dolore degli innocenti

 



LETTURE | Epstein condannato dal dolore degli innocenti, la “sentenza” di Dostoevskij

 

Vincenzo Rizzo Pubblicato 10 Aprile 2026

Si parla meno dei files Epstein, ma nessuno è stato accusato e manca un giudizio politico. Ma la verità non sfuggirà, grazie alle vittime innocenti

Mentre il mondo brucia per l’insipienza e la volontà di potenza dei leader mondiali, ci siamo dimenticati degli Epstein files.

Continua sottotono la circolazione delle notizie sul caso Epstein, senza analisi e senza interrogazione dei fatti. Il flusso di informazioni prima è stato ininterrotto, oggi è più saltuario. Il cuore nero dei crimini resta, però, sullo sfondo, coperto da miriadi di informazioni irrilevanti. Ci si sofferma sul principe Andrea in accappatoio con Epstein, ci si chiede dove si possa rintracciare Sarah Ferguson e se scriverà un libro; si sottolineano le possibili rivelazioni della guardia del corpo del principe, appare una nuova testimonianza di una donna finita nella trappola dei pedofili sadici. Ma manca del tutto l’interpretazione politica.

Pensiamo, ad esempio, alla storia di Mandelson che già anni fa veniva definito “il principe delle tenebre”. Ebbene, proprio Mandelson è stato l’autore della mutazione genetica del partito laburista, diventato omologabile al sistema. La sua autorità, protetta e sostenuta da un sistema torbido, ha prodotto effetti di manipolazione della democrazia britannica.

Alcuni potenti, insomma, non solo commettono reati indescrivibili, ma dicono al popolo cosa pensare e come protestare. Naturalmente, i partiti non si pongono la domanda su quali reti di protezione creare per contrastare vecchi e nuovi inquinamenti. Eppure è il minimo che gli elettori dovrebbero chiedere ai loro rappresentanti.

C’è poi un altro fatto significativo. Nonostante i gravi crimini commessi dagli amici di Epstein, in America ancora non esistono imputati. Traffico di esseri umani, orrori nei confronti di donne e bambini, transazioni finanziarie da capogiro sembrano non avere autori. La nazione più potente del mondo non riesce a mettere ordine a casa sua rispetto a situazioni di gravità estrema. Gli abomini di cui ha parlato Todd Blanche a proposito dei files non rilasciati, non hanno autori. Ci sono delitti raccapriccianti. Esistono tracce dei fatti. Sono presenti testimoni, ma la macchina della giustizia non gira.

Gli USA sembrano aver preferito una nuova guerra esterna “preventiva” alla vera guerra da combattere: quella interiore. Il male, insomma, è sempre fuori, mai dentro, soprattutto se raccapricciante.

Vi sono però degli io che hanno coraggio morale e civile. Si espongono per chiedere la verità. Si pensi a Tom Massie e a Ro Khanna, a Nancy Mace o a Becca Balint: partiti diversi, desiderio comune di giustizia. Un tentativo autentico di fronte a potentati che hanno nascosto per anni crimini efferati. Gli Epstein files, infatti, hanno svelato l’esistenza di menti crudeli che pensano di porsi al di sopra del bene e del male. Tali élites malate vogliono superare gli argini delle leggi esterne ed interne. Basti pensare al giro degli scienziati atei frequentatori dell’isola prigione e sostenitori di pratiche immorali: transumanesimo, utero in affitto, clonazione, ecc.

I moderni Stavrogin, manipolatori e approfittatori, però, dimenticano la lezione di Dostoevskij. Stavrogin, personaggio de I demòni, pedofilo e servo dell’ideologia omicida, ultimamente non vince. È significativo il suo incontro con Šatov, per il mondo un perdente. Stavrogin ha sempre pensato di dominarlo: ha sedotto sua moglie e per gioco lo ha indotto a credere. Ma in un dialogo drammatico, Šatov lo mette di fronte alla verità: “È vero che avete appartenuto a Pietroburgo a una società segreta di persone che si abbandonavano a una sensualità bestiale? È vero che il marchese de Sade avrebbe potuto imparare da voi? È vero che voi adescavate e corrompevate dei bambini?”.

Stavrogin, di fronte alle accuse mossegli, non arrossisce, ma impallidisce ed arretra. Sperimenta non solo la vergogna d’esser scoperto, ma il limite strutturale della sua costruzione cerebrale e disumana. La sua architettura mentale si sgretola: è solo polvere e cenere incapace di reggere all’urto della realtà.

Pensava di aver dimostrato con sicurezza la sua superiorità mentale su tutti e invece si trova per la prima volta paralizzato da una situazione imprevista, prodotta da una sua vittima. (…)

https://www.ilsussidiario.net/news/letture-epstein-condannato-dal-dolore-degli-innocenti-la-sentenza-di-dostoevskij/2951944/#:~:text=USA-,LETTURE%20%7C%20Epstein%20condannato%20dal%20dolore%20degli%20innocenti%2C%20la%20%E2%80%9Csentenza%E2%80%9D%20di%20Dostoevskij,SOSTIENICI.%20DONA%20ORA%20CLICCANDO%20QUI,-Urologo%3A%20Fatelo%20immediatamente

 

 


martedì 7 aprile 2026

Omelia Pasqua di Risurrezione Gerusalemme, Santo Sepolcro


 

Omelia Pasqua di Risurrezione

Gerusalemme, Santo Sepolcro, 5 aprile 2026

At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

 

Fratelli e sorelle,

qui, dentro questo Sepolcro, non siamo davanti a un simbolo: siamo davanti a un vuoto reale. Un vuoto che non è assenza, ma annuncio. Un vuoto che non ci lascia tranquilli, perché ci toglie di mano ciò che vorremmo trattenere. La Pasqua comincia così: non con una spiegazione, ma con uno strappo. Non con un’emozione, ma con una domanda che disorienta. 

Il Vangelo di oggi ci mette subito in movimento. Maria di Magdala arriva “di buon mattino”, quando è ancora buio. Va nel luogo dove pensa di trovare Gesù. È un gesto pieno di amore, ma anche pieno di abitudine: cerca dove lo aveva lasciato, dove l’aveva posto la morte. E trova la pietra rotolata via, il sepolcro aperto, e soprattutto non trova il corpo. E allora dice la frase che è, in fondo, la prima parola di ogni fede vera: “Non sappiamo…” (Gv 20,2). Non sappiamo dove lo hanno posto. Non sappiamo. 

Ecco la prima provocazione pasquale, qui, nel luogo più santo e più fragile della nostra memoria: Dio non si lascia possedere. Il Risorto non è dove noi lo avevamo messo. Non è dove le nostre sicurezze lo avevano sistemato. Il Risorto ci precede. Questa è l’idea forte della Pasqua: non siamo noi a custodire Dio; è Dio che libera noi. 

Noi, invece, vorremmo una fede che non scombini. Vorremmo trovare Gesù “al suo posto”: dentro le nostre immagini, le nostre formule, i nostri schemi religiosi che a volte diventano gabbie, dentro le nostre nostalgie. E invece, a Pasqua, Dio fa una cosa che non avevamo chiesto: si sottrae. Non per fuggire, ma per salvarci da un equivoco: che la fede sia qualcosa da possedere, un controllo, una prova in tasca. 

Per questo Maria corre. Per questo Pietro e l’altro discepolo corrono. La fede, quando è vera, non è mai immobile. È una corsa dietro a un’assenza che diventa promessa. Entrano nel sepolcro e vedono dei segni: i teli, il sudario, tutto deposto con cura. Non è un dettaglio secondario. Non è scenografia. La morte non è più un vestito che copre, ma un abito che è stato riposto con cura, senza più bisogno di essere indossato. È come se il Vangelo ci dicesse: guardate bene, perché la Risurrezione non è magia. È una libertà nuova. Gesù non è stato trascinato fuori: è uscito. La morte, per Lui, non è più una prigione: è un vestito lasciato lì, piegato, inutile. 

E qui, nel Santo Sepolcro, questo parla anche a noi con forza. Ci sono pietre che chiudono la vita. Ci sono “definitivi” che noi pronunciamo troppo in fretta: definitivo è il fallimento, definitiva è la ferita, definitiva è la colpa, la paura, l’odio, la solitudine. Eppure, nel racconto pasquale, la pietra non è soltanto un oggetto: è il simbolo di tutto ciò che noi consideriamo chiuso, senza uscita. E Pasqua dice: non lo è. 

La Pasqua non ci promette una vita “facile”. Pasqua ci promette una vita aperta. E per aprirla, spesso Dio deve prima portarci via delle certezze. Ecco perché la Risurrezione, prima di consolare, inquieta. Prima di riempire, svuota. Prima di dare, toglie. Toglie l’idea di un Dio addomesticato. Toglie una religione che è solo abitudine. Toglie una speranza che non rischia niente. 

E allora si capisce la parola di Paolo ai Colossesi: “Cercate le cose di lassù” (Col 3,1). Non significa fuggire dalla terra. Non significa chiudere gli occhi sul dolore del mondo. Significa, piuttosto, cambiare orientamento: smettere di vivere con lo sguardo inchiodato alle tombe – anche alle tombe interiori – e imparare a vivere da risorti. “La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3): cioè la vostra vita non è definita dai vostri peccati, né dalle vostre paure, né dalle vostre sconfitte. È custodita altrove, con il risorto, in Dio. E proprio per questo può tornare ad aprirsi, qui, ora. 

E anche la prima lettura, dagli Atti degli Apostoli, ci dà un’altra chiave decisiva: Pietro annuncia che Gesù è passato facendo del bene, che è stato ucciso, e che Dio lo ha risuscitato; e aggiunge che questa notizia è per tutti, senza preferenze: “Dio non fa preferenza di persone” (At 10,34). Nessun popolo, nessuna lingua, nessuna storia è esclusa da questa speranza. Se la morte è stata vinta, allora nessuna vita è “troppo perduta” per essere cercata. Pasqua è universale perché nasce in un luogo preciso, concreto, reale – qui – e proprio per questo può raggiungere concretamente e realmente il mondo intero. 

Non è un pensiero astratto. Noi siamo nel luogo dove la pietra è stata rotolata via, ma sappiamo bene che intorno a noi troppe pietre sono ancora chiuse. Troppe tombe sono state scavate di nuovo dall’odio, dalla violenza, dalla ritorsione. In questa Terra Santa, che è madre di fede e che è diventata anche terra di continui confronti, risuona con forza drammatica la domanda: “Dove lo avete posto?” Perché sembra che abbiamo rimesso il Signore in un sepolcro, ogni volta che crediamo che la morte abbia l’ultima parola sulla storia, ogni volta che ci rassegniamo alla logica del nemico, ogni volta che chiamiamo “pace” soltanto una tregua armata e “giustizia” soltanto il calcolo del danno.

Ma la Pasqua ci dice: il Risorto non sta dentro le nostre strategie di sopravvivenza. Non è prigioniero né delle nostre ragioni né delle nostre paure. Egli è già uscito, e ci precede. Ci precede nel coraggio di ricominciare, nel riconoscere il volto dell’altro, nel disarmare il cuore prima ancora che le mani. E allora, mentre qui intorno a noi si levano ancora voci di morte, noi non abbiamo altra arma che questo sepolcro vuoto: per annunciare che nulla è definitivo, che l’ultima parola non appartiene a chi seppellisce, ma a chi risorge. Il Signore è risorto: e questo non è un dogma lontano, ma una disobbedienza alla rassegnazione. È l’unica speranza che può ancora aprire, qui e ora, le porte della pace.

E qui viene la seconda provocazione pasquale: il Risorto non è un oggetto di culto; è un soggetto che chiama. Non lo si contempla soltanto: lo si segue. Non lo si trattiene: lo si lascia precedere. Anche Maria dovrà impararlo. Anche i discepoli dovranno impararlo. E noi oggi, che siamo qui nel luogo più carico di memoria cristiana, dobbiamo impararlo con particolare umiltà: persino i luoghi santi possono diventare un museo se non diventano un esodo; la liturgia può diventare ripetizione se non diventa conversione; e la fede può diventare corretta ma sterile se non diventa coraggiosa. 

Per questo, oggi, nel Sepolcro di Gerusalemme, io vorrei ricordare a me stesso una sola frase: Il Risorto non è dove lo avevamo messo: ci precede. 

Ci precede quando ci chiama fuori dai nostri sepolcri: non solo quelli della morte fisica, ma quelli della rassegnazione, del cinismo, dell’indifferenza. Ci precede quando ci invita a smettere di definire le persone dal loro errore, o la storia limitata al suo dolore, o noi stessi dai nostri peccati. Ci precede quando, invece di darci una risposta pronta, ci mette in cammino. 

E allora capiamo anche il senso dei segni: la pietra rotolata, i teli piegati, il sepolcro aperto. Sono come un messaggio lasciato apposta per noi: la vita non può più essere rinchiusa. Non si tratta di “guardare il cielo” per evadere dalla terra, ma di guardare la terra con occhi nuovi, con lo sguardo di chi ha capito che l’ultima parola non è “fine”, ma “inizio”. 

Pasqua non è una frase da ripetere; è una porta da attraversare. La pietra è stata tolta. Il varco è aperto. Ma noi dobbiamo decidere se restare dentro o uscire. 

Uscire significa, concretamente: scegliere il perdono quando sarebbe più facile irrigidirsi; scegliere la verità quando sarebbe più comodo adattarsi; scegliere la speranza quando tutto suggerisce il contrario; scegliere di fare il bene, come Gesù “passò facendo del bene”, anche se non fa rumore, anche se non dà prestigio. 

Perché questo è il giudizio della Risurrezione su di noi: non ci chiede se sappiamo parlare di Pasqua; ci chiede se viviamo da risorti. Non ci chiede se abbiamo parole corrette, ma se abbiamo un cuore in movimento. Non ci chiede se sappiamo trovare Dio solamente nei luoghi sacri, ma se sappiamo riconoscerlo vivo nei segni concreti della vita, là dove la vita e la morte si incrociano ogni giorno. 

E allora, ancora una volta, qui, nel Santo Sepolcro, nel punto in cui la storia ha cambiato direzione, noi non diciamo una frase di circostanza. Diciamo una decisione. Diciamo un annuncio che ci supera e ci precede: Il Signore è risorto!

E proprio perché è risorto, non lo troveremo mai dove lo avevamo messo. Lo troveremo davanti a noi, a chiamarci fuori. 

 

Buona Pasqua!

 

 +Pierbattista Card. Pizzaballa

Patriarca di Gerusalemme dei Latini


sabato 4 aprile 2026

Il silenzio che fa nuove tutte le cose

 



Il silenzio che fa nuove tutte le cose

 

Pigi Banna Pubblicato 4 Aprile 2026

 

Il Sabato Santo è il giorno del silenzio di Dio, ma Cristo non smette di operare e scende agli inferi per riscattare il male di tutti i tempi

 Il Sabato Santo è il giorno dell’anno in cui chi crede condivide le domande di chi non crede: “Se Dio c’è, perché non fa sentire la sua potenza? Perché Dio tace proprio quando la vita ci mette alla prova?”.

 In effetti, in questo giorno, il Verbo di Dio sembra ormai messo a tacere: è finito il tempo del grido straziato dalla croce, del terremoto e del velo squarciato del tempio. Certo, dopo è stata data “voce” all’amore attraverso i gesti di carità dei discepoli: comporre il corpo, avvolgerlo con cura nel lenzuolo e rotolare la pietra. Ma anche questo è finito: non c’è altro da fare. Il sabato dopo la morte di Gesù tutto tace. È il tempo del silenzio di Dio, del silenzio dei fedeli e della voce di chi non crede.

Ma è proprio nel silenzio che viene fuori la stoffa del vero maestro. Come dice sant’Agostino, il maestro sa quando tacere, perché il silenzio è l’occasione in cui il discepolo considera nel proprio cuore le parole che ha sentito e i gesti che ha visto. Dio, da vero maestro, ha sempre lasciato un tempo di silenzio, proprio l’istante dopo che ha conquistato all’improvviso il cuore di una persona. La riempie di silenzio e si ritrae, perché – come ha recentemente affermato Julián Carrón – non vuole strappare con la forza dello stupore immediato l’assenso della libertà.

Il silenzio di Dio è perciò quel tempo in cui l’uomo è quasi costretto a rientrare dentro di sé, senza poter ricorrere al riparo di riti frusti e di certezze smozzicate, per chiedersi da dove ripartire, che cosa realmente manca e dove andarlo a cercare. Emergerà dalla memoria una parola, tra le tante sentite, quella vera, perché è l’unica che fa ancora ardere il cuore riempiendolo di nostalgia.

Scrive san Giovanni della Croce: “né luce o guida c’era,/ fuori di quella che nel cuor m’ardeva./ Questa mi conduceva/ più certa della luce a mezzogiorno”. È dal fondo di questo silenzio che Maddalena decise, senza dirlo a nessuno e sfidando tutto e tutti, che il giorno dopo sarebbe andata al sepolcro, a ricercare l’Amore della sua vita.

Il vero maestro, quello che dà vita, parla nella nostalgia emersa dal silenzio e la sua parola affonda le radici nel mistero di Dio. Nei primi giorni di distacco da una persona amata, proprio in questi momenti di silenzio, capita di rimanere fastidiosamente impressionati dal cinguettio degli uccelli nella freschezza del primo mattino o dall’incantevole gioco dei colori del cielo al tramonto. È difficile ammetterlo: per quanto si voglia rinchiudere tutto nell’ottusità del proprio dolore, la realtà continua ad accadere davanti ai nostri occhi e la sua bellezza è come una ferita che, ancora nel silenzio, ci scuote dal nulla e ci parla di chi ci manca.

(...)

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venerdì 3 aprile 2026

Meditazioni Via Crucis 2026


 

VENERDÌ SANTO  «PASSIONE DEL SIGNORE»

MEDITAZIONI

con i testi di san Francesco d'Assisi

di P. Francesco Patton, O.F.M.

già Custode di Terra Santa

 

Introduzione

 

La Via Dolorosa si snoda per le stradine della Città Vecchia di Gerusalemme e ci fa ripercorrere il cammino di Gesù dal luogo della sua condanna fino a quello della sua crocifissione e della sua sepoltura, che è anche il luogo della sua risurrezione.

 

Non è un percorso in mezzo a gente devota e silenziosa. Come al tempo di Gesù, ci troviamo a camminare in un ambiente caotico, disturbato e rumoroso, in mezzo a persone che condividono la fede in Lui, ma anche ad altri che deridono e insultano. Così è la vita di tutti i giorni.

La Via Crucis non è il cammino di chi vive in un mondo asetticamente devoto e di astratto raccoglimento, ma è l’esercizio di chi sa che la fede, la speranza e la carità sono da incarnare nel mondo reale, dove il credente è continuamente sfidato e continuamente deve fare proprio il modo di procedere di Gesù.

 

San Francesco d’Assisi, del quale ricorre quest’anno l’ottavo centenario della morte, descrive la nostra vita cristiana prendendo in prestito le parole dall’apostolo Pietro: ci ricorda che siamo chiamati a «seguire le orme di Cristo, il quale chiamò amico il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori» (Rnb XXII, 2: FF 56; cfr 1Pt 2,21). Il Poverello ci esorta a fissare lo sguardo su Gesù: «Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce» (Amm VI: FF 155).

 

Nel percorrere questa Via Crucis, accogliamo perciò l’invito di san Francesco a fare un cammino sulle orme di Gesù che non sia meramente rituale o intellettuale, ma coinvolga tutta la nostra persona e tutta la nostra vita: «Portate in offerta i vostri corpi e prendete sulle spalle la sua santa croce, e seguite sino alla fine i suoi santissimi comandamenti» (UffPass XV,13: FF 303).

 

 I stazione

Gesù è condannato a morte

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,9-11)

[Pilato] entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».

 

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (2 Lfed 28-29: FF 191)

Coloro poi che hanno ricevuto la potestà di giudicare gli altri, esercitino il giudizio con misericordia, così come essi stessi vogliono ottenere misericordia dal Signore; infatti, il giudizio sarà senza misericordia per coloro che non hanno usato misericordia.

 

Nel tuo colloquio con Pilato, Signore Gesù, tu smascheri ogni umana presunzione di potere. Anche oggi c’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare a proprio piacimento. Le tue parole al Prefetto romano non lasciano spazio all’ambiguità: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto» (Gv 19,11).

 

Francesco d’Assisi, che ha semplicemente cercato di seguire le tue orme, ci ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla.

 

Anche ognuno di noi è chiamato a rispondere del potere che esercita nella vita di tutti i giorni. Tu, Gesù, gli dici: Fa’ buon uso del potere che ti è dato e ricordati che qualsiasi cosa tu faccia a un essere umano, specie se piccolo e fragile, lo fai a me. Ed è a me che dovrai risponderne un giorno.

 

Preghiamo dicendo: Ricordami, Gesù.

Che tu ti identifichi in ogni persona giudicata:

Ricordami, Gesù.

Che non devo lasciarmi guidare dai pregiudizi:

Ricordami, Gesù.

Che il vero potere è quello dell’amore:

Ricordami, Gesù.

Che la misericordia ha la meglio nel giudizio:

Ricordami, Gesù.

Che il bene va scelto anche quando costa:

Ricordami, Gesù.

 

II stazione

Gesù è caricato della croce

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,14-17)

Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Golgota.

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (Amm V, 7-8: FF 154)

Anche se tu fossi più bello e più ricco di tutti, e se tu operassi cose mirabili, come scacciare i demoni, tutte queste cose ti sono di ostacolo e nulla ti appartiene, e in esse non ti puoi gloriare per niente; ma in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo.

La parola “croce” produce in noi una reazione di rifiuto, piuttosto che di desiderio. È più facile che nasca in noi la tentazione di fuggirla, piuttosto che l’anelito di abbracciarla.

Gesù, sono certo che era così anche quando la croce te l’hanno caricata sulle spalle. Nel Getsemani, infatti, avevi chiesto al Padre di allontanare da te questo calice, pur volendo con tutto te stesso compiere la sua volontà. La croce era il supplizio più orrendo e doloroso, riservato agli schiavi, ai criminali irrecuperabili e ai maledetti da Dio.

Eppure, l’hai abbracciata e portata sulle tue spalle, e poi ti sei lasciato portare da lei. Non perché fosse bella o attraente, ma per amore nostro. Sollevando il suo carico pesante, sapevi che risollevavi noi dal peso del male che ci schiaccia e ti caricavi del peccato che rovina la nostra esistenza. Abbracciando la croce e caricandola sulle tue spalle, abbracciavi la nostra fragilità e ti facevi carico della nostra umanità. Prendevi su di te le nostre schiavitù, i nostri crimini e anche la nostra maledizione.

Liberaci, Gesù, dalla paura della croce. Dacci la grazia di seguirti per la tua stessa via e di non avere altra gloria se non nella tua croce.

 

Preghiamo dicendo: Liberaci, Signore.

Dal desiderio di gloria umana:

Liberaci, Signore.

Dalla tentazione di ignorare chi soffre:

Liberaci, Signore.

Dal preoccuparci solo di noi stessi:

Liberaci, Signore.

Dal timore di impegnarci nella fedeltà:

Liberaci, Signore.

Dalla paura e dal rifiuto della croce:

Liberaci, Signore.

(,,,) continua su www.vatican.va

 


giovedì 2 aprile 2026

TRIDUO PASQUALE


 

Madrid. «Lì dove tutti vedono solo fatiche io vedo opportunità»

 



Madrid. «Lì dove tutti vedono solo fatiche io vedo opportunità»

Mentre la morte per eutanasia della giovane Noelia Castillo scuote la Spagna, l’Happening degli universitari porta in scena la storia di María del Mar García Garrido, giornalista paralizzata: «La mia vita è apparentemente limitata, ma io mi vedo senza limiti»

 

30.03.2026

Venerdì 27 marzo 2026. Un dolore sordo e difficile da nominare attraversa la Spagna. Il Paese si è risvegliato con un senso di sconfitta per la morte di Noelia Castillo, una giovane donna al centro di un caso che ha scosso l’opinione pubblica: paraplegica, segnata da anni di sofferenza e fragilità psichica, ha ottenuto l’eutanasia legale nonostante l’opposizione del padre che ha tentato disperatamente di fermarla. La storia dei suoi 25 anni è profondamente dolorosa. Affiorano allora domande inquiete: aveva altra scelta? Esiste un modo per stare accanto a chi vive una situazione come quella di Noelia, trovando il coraggio di promettere più vita che morte?

Poi qualcuno ci invia un video dell’Happening che gli studenti dell’Università Atlántida hanno organizzato a Madrid, una convivenza di quattro giorni dal 17 al 20 marzo, dove l’incontro più seguito era intitolato “La vita che nasce dai limiti”. Al tavolo, accanto agli altri relatori Jone Echarri, Javier Llabrés e Pablo Ramírez, c’era l’imponente presenza di María del Mar García Garrido, immobile sulla sedia, bisognosa dell'aiuto di un “traduttore”, ma che non esita a chiedere di parlare ogni volta che vuole aggiungere qualcosa e condividere la sua esperienza perché, sebbene sembri intrappolata in una gabbia, trabocca di vita e di entusiasmo per vivere.

María è una giornalista affetta da una malattia degenerativa, una forma di leucodistrofia, diagnosticatale all’età di sei anni. Le sue giornate sono scandite da ore di fisioterapia, sia neurologica che respiratoria, ma nel frattempo non trascura mai la sua vocazione professionale di comunicatrice, sia sui social media che alla radio. Conduce un programma su Radio María dedicato alle tematiche della disabilità, intitolato “Turn It Around” (“Ribaltiamo la situazione”). Ha anche un blog e ha pubblicato un libro intitolato “Out to Sea” (“In mare aperto”).

 

Nell’Happening ti sei definita una bon vivant, ma dall’esterno la tua vita potrebbe sembrare piena di sacrifici. Cosa ti permette di goderti appieno la vita e di non doverti accontentare di una “vita inferiore”?

L'idea di “vivere meno” è relativa. A prima vista, potrebbe sembrare che io non faccia molto, ma la verità è che faccio più della media. Fin da piccola ho imparato a sfruttare al massimo ogni secondo e, dove tutti gli altri vedono difficoltà, io vedo opportunità. C'è una frase che mi è stata insegnata da bambina e che tutti dovrebbero tenere a mente: “Non soffermarti su ciò che hai perso, ma concentrati su ciò che devi ancora fare”. Ed è esattamente quello che faccio. La mia vita sembra limitata, ma io mi vedo illimitata, ed è così che dovremmo vederci, perché non sappiamo fin dove possiamo arrivare.

(…)

Pensi che attualmente vengano offerti strumenti alle persone che si trovano in situazioni come la tua per aiutarle a vivere, prima di prendere in considerazione l'opzione della morte?

C’è una terribile mancanza di sostegno. Il governo ti fornisce aiuto per morire, ma non ti sostiene per vivere. Viviamo in una società che dà più valore alla morte che alla vita: è deplorevole! Quando così tante persone lottano contro ogni probabilità, contro una malattia degenerativa o improvvisa... Io sono il volto pubblico,