Molti giovani in diversi Paesi
europei stanno protestando in piazza, a volte con una violenza non
giustificabile
Ragazzi giovanissimi, con il
volto coperto, si sono trasformati in saccheggiatori nel centro di Milano. Lo
stesso è successo a Torino, Bologna e Bergamo. Il fantasma delle proteste si è
diffuso in molte città europee, arrivando fino in Belgio, in Portogallo e in
Albania. In Francia, nel fine settimana, ci sono stati più di 2.000 arresti e
oltre 600 poliziotti, gendarmi e vigili del fuoco feriti.
(…)
Giorni di furia nel Vecchio
continente proprio mentre si appresta ad affrontare un importante ciclo
elettorale. Ci saranno elezioni in Spagna, Italia, Francia e Polonia. Perché
l’Europa è in fiamme proprio adesso? Le proteste riuniscono gruppi sociali molto
diversi tra loro, come i gilet gialli, gli autotrasportatori, i sindacati, i
dipendenti pubblici, ma soprattutto gli studenti delle scuole superiori.
(…)
La situazione di molti giovani
europei è molto complicata, soprattutto per problemi come l’alloggio. Il
futuro, per molti, è incompatibile con la speranza. Ma l’Europa resta l’Europa.
Perché succede tutto questo nel posto del mondo in cui si vive meglio?
C’è senza dubbio un malessere di
fondo, un malcontento che molti non sanno come definire. L’energia che un tempo
era diretta alla costruzione ora si esprime solo come lamento e protesta. Anche
gli adulti che vedono i giovani incendiare le strade si sentono disorientati e
molti chiedono soltanto l’ordine.
C’è una frattura generazionale
che impedisce agli adulti di capire i giovani perché non capiscono se stessi.
L’esperienza di inquietudine, disagio e disgusto è intensa ma imprecisa, non ha
forma e non viene giudicata. Semmai viene incanalata attraverso populismi
ideologici o cerca capri espiatori tra migranti, politici e istituzioni. I
vecchi valori dell’Illuminismo sono definitivamente morti.
Uno dei fattori decisivi che
spiegano ciò che sta succedendo è che viviamo un’esistenza ridotta
all’applicazione di regole, norme e protocolli decisi da altri, in un luogo ben
lontano dalla vita reale. I giovani sono quelli che ne soffrono di più. È un fenomeno
che il filosofo e sociologo Hartmut Rosa denuncia con precisione nel suo
libro “Situation und Konstellation”, nel quale ha scritto che un numero
crescente di ambiti della vita nella società tardo-moderna trasforma individui
capaci di interpretare situazioni complesse a partire dalla propria esperienza
e di giudicarle secondo criteri morali ed estetici in semplici esecutori di
protocolli, guidati da regole, distaccati dall’interpretazione e dal giudizio
morale.
Quando la nostra capacità di
giudizio viene sostituita dalle regole, il nostro modo di stare al mondo
cambia. La realtà non ci tocca più; la nostra capacità di valutare
autonomamente ciò che accade si atrofizza e sottovalutiamo la nostra
esperienza.
Rosa segnala che la capacità
umana di giudizio si sviluppa attraverso l’esperienza pratica e il ripetuto
esercizio di un’azione responsabile, ed è il risultato di un processo
biografico di apprendimento. Affinché questo apprendimento avvenga, aggiunge Rosa,
è necessario che ci siano individui che esigano reciprocamente capacità di
giudizio, che vogliono che gli altri esercitino il loro giudizio, confidando
che lo faranno in modo appropriato e giusto. Quando il rapporto tra due persone
non si basa su questa libertà e fiducia, quando è una mera associazione
finalizzata all’esecuzione di regole, sorgono l’impotenza e il fastidio. I
giovani sono particolarmente sensibili a questa situazione.
Leggere Rosa ci fa accorgere di
quante relazioni intratteniamo e a quante organizzazioni apparteniamo che si
aspettano da noi solo fedeltà al rispetto delle regole. A noi giovani e adulti
era stata promessa una nuova libertà, una riappropriazione del potere, ma la
vita è rimasta soggetta alla prevedibilità, al necessario, all’esecuzione di
ciò che ci viene imposto dall’alto. Abbiamo perso la freschezza del gioco e la
paura dell’errore ci paralizza perché ci siamo dimenticati di quanto possiamo
imparare.
Non è una buona notizia che il
malcontento si sia trasformato in violenza. Ma quel malcontento ci dice che i
giovani non vogliono ignorare il mondo, reprimere il desiderio di sperimentare,
frenare l’impulso di formarsi da soli un’idea di ciò che sta accadendo, non
vogliono mettere a tacere il grido di dolore o di piacere che esce dalla loro
bocca prima ancora di sapere se è permesso, né tacere l’agitazione indignata
che li colpisce per un’ingiustizia prima di aver consultato i codici di legge.
Non vogliono vivere come semplici
esecutori. Nemmeno noi adulti. Non c’è protocollo, statuto, codice, algoritmo o
controllo burocratico in grado di generare e sottomettere ciò che la vita ci
offre e ciò che ci aspettiamo da essa. Esserne consapevoli è ciò che ci
permette di capire, non di giustificare, le proteste violente; è ciò che ci
permette di proporre un percorso che trasformi l’energia del risentimento in
energia costruttiva.
Fernando De Haro
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