Leone XIV in preghiera
Papa Leone e gli incontri
Centro Culturale Sipontino - Info: fontanavivace@gmail.com
“Stade de France” di Saint-Denis
Venerdì, 25 settembre 2026
Dialogo del Santo Padre
Domanda di Chloé
Santo Padre, La ringraziamo per
la Sua presenza tra noi questa sera e per questo momento di dialogo che ci
offre.
Mi chiamo Chloé, ho 25 anni e sto
completando gli studi in farmacologia. Sono impegnata in un gruppo di giovani
cattolici dei quartieri popolari dell’Île-de-France: La Cité Céleste.
Organizziamo in particolare eventi occasionali come notti di adorazione e di
lode, che riuniscono numerosi giovani del quartiere desiderosi di vivere e
condividere ampiamente la loro fede. Sono impegnata anche nella mia parrocchia,
in particolare con i giovani delle scuole superiori. Attraverso questi diversi
impegni, mi sta a cuore mettere la mia energia e le mie competenze al servizio
degli altri, creando un legame tra la fede, i giovani e le realtà vissute
quotidianamente nei nostri quartieri.
Come dice san Paolo, «per noi,
vivere è Cristo». Tuttavia, la società in cui viviamo si fonda su altri
principi e a volte sembra addirittura estranea alla questione di Dio.
Desideriamo annunciare Cristo a chi ci circonda con forza e perseveranza, ma
anche, naturalmente, con rispetto e delicatezza nei confronti di coloro che
incontriamo. Come possiamo coniugare la forza del nostro slancio missionario
con l’autenticità di una vita fraterna con coloro che non condividono la nostra
fede?
Papa Leone
Cari amici, la prima cosa che
vorrei dirvi è molto semplice: grazie! Grazie a Dio, grazie a voi! Grazie per
il vostro coraggio, grazie per la vostra presenza, grazie per la vostra fede.
Voi siete i santi di Francia!
E grazie Chloé per la tua
domanda. La frase di San Paolo che hai citato, non è una semplice affermazione.
È una vera e propria sintesi della sua vita. In poche ma decisive parole egli
pronuncia una preghiera di lode, un atto di fede e indica un cammino di santità
fino al martirio. «Per me, vivere è Cristo» (cfr Fil 1,21): mentre ripetiamo
questa dichiarazione d’amore, cerchiamo di condividere l’esperienza
dell’Apostolo. Egli, infatti, ci testimonia che Dio non è mai estraneo alla sua
vita, ma anzi gli si fa incontro: lo chiama a sé, lo trasforma interiormente,
lo invia nel mondo.
In questa dinamica spirituale
siamo coinvolti tutti noi, anche oggi: è vero, come tu hai detto, che la
società in cui viviamo sembra essere indifferente a Dio. Ma il Signore non è
indifferente verso di noi! Ecco ciò che conta e ci dà sempre speranza. Che molti
siano estranei alla questione di Dio è, in effetti, un problema; ma lo è
altrettanto che molti siano estranei alla questione dell’uomo. Quante persone
purtroppo si disinteressano del prossimo, vivendo in modo egoistico, oppure
offendono i poveri, sprecando beni in cose vane. Quanti scartano l’innocente e
il malato, pensando che ciascuno valga per ciò che produce. Penso in
particolare al tuo impegno nei quartieri popolari dell’Île-de-France con “La
Cité Céleste”: è lì, nella concretezza della vita quotidiana, e talvolta delle
difficoltà, che la tua fede diventa una testimonianza vibrante di speranza.
È l’uomo che si perde, dicendo
che Dio è morto: se Dio non è con lui, l’uomo non ha più salvezza e smarrisce
il senso dell’esistenza, che si riduce a un vicolo cieco o al nulla. Sperimenta
invece l’esatto contrario chi dice: “per me, vivere è Cristo”. In Cristo,
infatti, noi sappiamo che Dio non è mai indifferente all’uomo! Mediante Gesù,
crocifisso e risorto, Egli dà la sua stessa vita, affinché noi viviamo. Ecco
allora il modo di annunciare Cristo che unisce coraggio e rispetto: annunciarlo
come Vangelo di salvezza, come parola di verità e di vita. Questo Vangelo è
buona notizia per tutti, annuncio liberante e regola di vita nuova.
Il Vangelo di Gesù, infatti, non
porta al conflitto, ma invita sempre al perdono: mentre illumina il dramma
della storia, ci educa alla cura fraterna. L’incontro con Cristo apre al
dialogo e prepara alla pace, perché offre a ogni uomo e ogni donna la promessa
più grande, che compie ogni desiderio: la promessa della vita eterna.
Cara Chloé, cari giovani,
l’esperienza religiosa di ogni persona esprime questa ricerca di senso che
ispira l’anima umana. In Gesù, il Redentore del mondo, Dio si fa trovare
parlando «agli uomini come ad amici» (Cost. dogm. Dei Verbum, 2): Egli è la
fonte d’acqua viva, la luce nelle tenebre. Nella gioia della fede, dunque,
esclamiamo insieme questa sera: per noi, vivere è Cristo! Insieme: per noi
vivere è Cristo!
Grazie a Lui possiamo unire lo
slancio missionario con l’esperienza di fraternità verso coloro che non credono
o che appartengono ad altre tradizioni religiose. Questa fraternità, fatta di
ascolto e di stima reciproca, trova le sue radici nell’unità della famiglia
umana, che lungo la storia ha espresso la dimensione religiosa come
caratteristica vitale di ogni popolo.
Coltivare un legame fraterno con
coloro che non condividono la nostra fede contribuisce dunque alla costruzione
della società; inoltre può diventare un esercizio di fede e di carità, perché è
impossibile testimoniare Cristo senza amare coloro ai quali vogliamo
annunciarlo. Un segno incoraggiante di questa fraternità sono gli incontri tra
giovani dell’area mediterranea che sono avvenuti in questi ultimi anni.
Il messaggio cristiano non è
quindi un ostacolo alla convivenza fraterna, anzi, la promuove, perché invita
liberamente ciascuno ad ascoltare una notizia di pace e di salvezza. Allo
stesso modo, la nostra missione non è in contraddizione con il rispetto di
altre religioni, perché la Chiesa non rifiuta nulla di quanto in esse si trova
di vero e di santo (cfr Dich. Nostra aetate, 2). Grazie!
Domanda di François
Santo Padre, grazie per essere
venuto a rafforzarci nella fede e nel nostro desiderio di testimoniare il
Vangelo!
Mi chiamo François Bigot, sono
cresciuto nella campagna della Borgogna e attualmente sono studente di
agronomia alla UniLaSalle. Mi piace dedicare il mio tempo alla bellezza della
liturgia, sono impegnato al servizio della mia diocesi attraverso il pellegrinaggio
in mountain bike di Nevers e per la preparazione di un nuovo pellegrinaggio
borgognone. Sono anche capo scout e impegnato nella pastorale universitaria
della mia scuola.
Al servizio dei più fragili, al
servizio della pace nel nostro Paese e nel mondo, al servizio della Chiesa di
Cristo, noi giovani vogliamo impegnarci! Tuttavia, spesso è difficile capire
come orientare la propria vita per donarsi senza riserve, con fedeltà, senza
per questo disperdersi o perdere coraggio, tanto il compito a volte sembra
smisurato. L’ansia e l’incertezza spesso rendono fragile l’entusiasmo della
nostra giovinezza. Santo Padre, come discernere dove il Signore ci aspetta per
servire e offrire la nostra vita?
Ci sono molti scout qui? Ah,
molto bene! Benvenuti!
Anzitutto vi ringrazio molto per
il vostro impegno. Per me è una grande gioia vedervi così numerosi, animati
dalla volontà di mettervi a servizio della pace, che ci fa crescere come uomini
e donne, trasformando le paure in speranza e le lamentele in responsabilità.
Oggi questa grande missione è più urgente che mai, perché ci invita a navigare
con discernimento nel cuore delle attuali trasformazioni tecnologiche e
digitali, senza sminuire la nostra umanità. In particolare, quando ci
dedichiamo alla tutela dei più piccoli e dei più deboli, riconosciamo la nostra
stessa debolezza, nella quale tutti ci ritroviamo. Questa fragilità propria
della vita umana non ci spaventa, ma ci unisce in quanto creature che si
scoprono fratelli e sorelle in Cristo. È Lui il primo a donarsi a noi, e il
segno vivente di questa grazia è l’Eucaristia, «fonte e culmine di tutta la
vita cristiana» (Lumen gentium, 11). Da questo sacramento, che sostiene la
nostra fede, noi traiamo la forza di donarci, a nostra volta, al prossimo, imitando
la gratuità del Signore Gesù. La ricerca della giustizia e della pace ci
obbliga a prendere atto dei conflitti che noi stessi viviamo e a purificare il
nostro cuore. Impegnandoci al servizio di Dio e degli altri, le nostre ferite
trovano allora consolazione e redenzione.
Non esiste fallimento dal quale
Dio non possa sollevarci: la sua misericordia è la nostra gioia. Eppure, voi
avete parlato dell’ansia e dell’incertezza come ostacoli al vostro entusiasmo.
Sono stati d’animo molto diffusi, a causa della precarietà dei progetti sul
futuro, della provvisorietà degli affetti e della fragilità delle relazioni. A
questi sentimenti se ne aggiungono altri, che gravano sulla vostra generazione,
come ad esempio l’affaticamento da schermo e l’ansia di fronte ai cambiamenti
climatici o alla situazione economica e internazionale. Sì, bisogna prestare un
orecchio attento a questi sentimenti. Invito tutti voi, cari giovani, a
mantenere il cuore aperto di fronte alle sofferenze dei vostri compagni. Allo stesso tempo, l’esperienza della
fragilità, di ogni fragilità, diventa per un discepolo di Cristo un’occasione
di testimonianza. Chi segue Gesù sulla via del servizio umile e gratuito viene
liberato dall’angoscia e ritrova un nuovo entusiasmo, sperimentando la gioia e
la pace interiori: sentimenti non passeggeri o soggettivi, ma radicati nella
certezza della fede di cui rendiamo testimonianza insieme come Chiesa.
Sì, insieme noi formiamo la
Chiesa: fragile e santa, come vasi di creta che custodiscono un tesoro (cfr
2Cor 4,7). È di nuovo san Paolo a ricordarci che proprio nella debolezza, noi
siamo forti (cfr 2Cor 12,10). Soprattutto nei momenti di difficoltà Dio sostiene
la nostra libertà e ci incoraggia con la sua grazia. Egli ha voluto vivere da
uomo, affinché noi potessimo vivere con Lui, per sempre, come testimoni gioiosi
della speranza.
Cari amici, è in questa amicizia
con Gesù che si realizza il nostro discernimento, una riflessione che si fa
invocando lo Spirito Santo. Si tratta di un esercizio costante per camminare in
modo ordinato e sicuro.
Come discernere bene? In primo
luogo, ricordate che la parola del Signore è sempre lampada ai nostri passi
(cfr Sal 119,105). Alla luce del Vangelo, la formazione spirituale passa
attraverso la preghiera e il servizio, l’adorazione e l’azione, il silenzio –
quel silenzio così raro e così necessario, lontano dal frastuono mediatico – e
l’annuncio.
Poi, guardate all’esempio dei
santi: anche nella persecuzione, questi nostri fratelli e sorelle hanno aperto
strade di pace. Guardate a sacerdoti appassionati di Cristo, come sant’Eugène
de Mazenod e san Jean-Marie Vianney; guardate alla mistica bellezza di santa
Thérese de Lisieux; alla beata Pauline Jaricot, fervente nella carità e nella
missione; al coraggio dei cinquanta martiri dell’apostolato, al tempo della
Seconda Guerra Mondiale, che hanno servito i loro fratelli fino al sacrificio
della vita. Questi santi hanno cambiato la storia, facendo passare molti dalla
sofferenza alla speranza, perché hanno cambiato anzitutto il proprio cuore,
trasformandolo alla luce della fede.
Cari giovani, mentre ricercate la
vostra vocazione, siate certi che il Signore non vi parla in modo confuso, ma
si rivolge a ciascuno chiamandovi per nome, e vi invita seguirlo perché vi ama.
Accogliendo il suo Vangelo con mente limpida e cuore puro, allora comprenderete
come Gesù vi chiama a servire. Si tratta sempre di un dono di vita: pieno,
fedele, colmo d’amore. Per vincere l’ansia e l’incertezza, abbiate il coraggio
di dire una sola parola, semplice e bellissima: grazie. Grazie, Gesù, per il
tuo amore.
Ecco perché adesso, senza timore
ma con fiducia e pieni di gioia, possiamo già dire tutti, tutti insieme, sulle
orme dei santi: Eccomi, Signore!
Tutti insieme: Eccomi, Signore!
E mi rivolgo a quelli tra voi – e
sono numerosi qui stasera – che sentono la chiamata a seguire Gesù sulla via
più stretta del sacerdozio o della vita consacrata. Cari amici, la Chiesa in
Francia ha tanto bisogno di voi! Prega per voi, vi aspetta. Cari amici, non
abbiate paura di questa chiamata! Abbiate coraggio, abbiate fiducia in Gesù che
vuole fare di voi i suoi amici più vicini: Egli non vi deluderà e sarà sempre
al vostro fianco; la vostra vita sarà meravigliosamente bella e feconda.
Per concludere, possiamo
riprendere questa preghiera che ci ha consegnato san Giovanni Paolo II:
«Maestro, tu che ami e rispetti la persona umana, tu che hai condiviso la
sofferenza dell'uomo, tu che rischiari il mistero dell'umana esistenza, facci
scoprire il senso vero della nostra vita e della nostra vocazione!» (Omelia
alla XII Giornata Mondiale della Gioventù, Parigi, 24 agosto 1997). Merci!
__________________________
Meditazione del Santo Padre
Nella notte, la luce ci appare
ancora più eclatante. È così, cari giovani, che abbiamo ascoltato insieme dalle
parole di san Paolo. Vogliamo tenerle alte, come fiaccola che rischiara non
solo la preghiera di ciascuno, ma tutta la storia della Chiesa. L’Apostolo
osserva il suo tempo e accoglie l’ispirazione divina, cioè lo Spirito Santo,
che apre sempre prospettive luminose di futuro. Sì, Dio è Signore della storia
e, qualsiasi cosa avvenga, la conduce verso la salvezza: in Cristo ogni male ha
una fine, proprio perché la fine diventa inizio di vita nuova ed eterna.
Carissimi, per illuminare la
nostra epoca e trasformare il presente alla luce dello Spirito, ricordiamoci
anzitutto che anche noi, come Timoteo, siamo uomini e donne di Dio. Questa
espressione – di Dio – scelta da san Paolo, significa un legame, non un possesso.
Chi vive con Dio è libero: libero da tutto ciò che oscura la vita, rendendola
vuota e senza senso. Giovani di Francia, portate nel vostro cuore un immenso
desiderio di libertà, parola che risuona con forza nella vostra cultura. Qual è
dunque la fonte della vera libertà? Gesù ce lo indica chiaramente quando ci
dice che è la verità che ci renderà liberi (cfr Gv 8,32); e che la Verità è Lui
stesso (cfr Gv 14,6). Ecco, quindi, la fonte della vera libertà: il rapporto
vivente con Gesù.
La compagnia del Signore,
infatti, dà saggezza ai nostri progetti e bellezza ai desideri che portiamo nel
cuore. Dio attraversa come luce la nostra anima, chiamandoci a un rinnovamento
permanente, a una conversione che dona pieno senso all’esistenza, perché ci fa
attori di una storia che passa dalla confusione alla ricerca della verità,
dall’indifferenza all’impegno per la giustizia. San Paolo lo dice con tre
verbi, che fanno appello alla nostra libertà: evita, tendi, combatti.
L’Apostolo scrive a Timoteo:
anzitutto, «evita queste cose», cioè orgoglio, vanità, violenza, avidità (cfr
1Tm 6,4.10). Sono tutti sentimenti che ci afferrano e possiedono. L’egoismo che
li caratterizza nasconde una spaventosa solitudine. Per gustare la vicinanza di
Dio e la fraternità umana occorre dunque respingere quella bramosia che consuma
le relazioni senza donare, che si riempie di cose senza nutrirci. Un tale stile
di vita spinge ad avere tutto, ma a non essere nessuno; a ricevere una quantità
di like, ma restando soli con sé stessi.
Quando decidiamo di non seguire
questo stile, allora iniziamo a tendere «alla giustizia, alla pietà, alla fede,
alla carità, alla pazienza, alla mitezza» (v. 11). Sì, chi vive con Dio tende
verso il meglio: è in allenamento costante. Il suo desiderio cerca la virtù,
cioè la forza che lo rende buono e vero. Cari amici, la dinamica che
caratterizza l’esistenza cristiana porta un nome preciso: si chiama cammino di
santità. È il cammino che il Signore apre davanti a ciascuno di noi,
accompagnandoci lungo la via. E quanti figli e figlie di questa amata terra di
Francia si sono lasciati condurre su questa via! Pensiamo, ad esempio, al beato
Marcel Callo, un giovane francese, scout e operaio che nell’oscurità del campo
di concentramento non ha mai smesso di tendere al bene, rimanendo interiormente
libero.
Man mano che avanziamo in questo
cammino di santità, diventa chiaro che non basta evitare il male: bisogna
scegliere il bene. Non si tratta di un principio astratto, né di
un’affermazione ovvia: scegliere il bene è l’azione propria della libertà,
compiendo la quale essa stessa si avvera, si corregge e matura. Per fare la
scelta buona, ricordate questo criterio: il bene dà la vita, non la toglie mai;
il bene si prende cura, non prende per sé. Il bene non è un bel concetto, ma il
volto raggiante dell’amore: è Dio in persona! Le virtù che san Paolo ci indica
come riflessi della sua bontà sono queste: la giustizia verso l’umanità; la
pietà e la fede verso Dio; la carità con tutti; la pazienza verso chi ci fa
soffrire; la mitezza che contraddistingue chi cerca la pace con animo puro. I
principi di uguaglianza e fratellanza che ispirano la vostra società trovano
qui il loro fondamento: più che semplici prescrizioni legali, sono le scelte
radicali e coraggiose di un cuore libero. Fare nostre queste qualità non è solo
un impegno etico: è la scelta di diventare uomini e donne autentici, liberi da
compromessi.
A questo proposito, l’Apostolo ci
consegna un terzo verbo: combattere. Infatti, evitare il male e tendere al bene
implica combattere. Combattere, sì, come fece San Paolo, rappresentato spesso
con una spada nelle mani, segno della Parola di Dio, «spada dello Spirito» (Ef
6,17). Questo verbo risuona con forza qui in Francia, terra di Santa Giovanna
d’Arco, una giovane che ha saputo combattere con audacia. Ma attenzione, il
verbo come anche l’immagine ci sono ormai chiari: la lotta alla quale siamo
chiamati è quella della fede, cioè l’impegno a vivere secondo il Vangelo, come
discepoli di Gesù, il Figlio di Dio che fa di noi tutti fratelli e sorelle. È
nel suo nome che abbiamo la forza dei giusti, per resistere alla tentazione. È
nel suo nome che abbiamo la perseveranza dei miti, per dedicarci al bene. Il
nostro combattimento non è una lotta contro gli altri, non ricorre alle armi
della violenza, del disprezzo o dell’oppressione. La nostra unica arma è quella
dell’amore che si dona. Sappiamo, purtroppo, che ci sono forze contrarie al
nostro legame con Dio, potenze che mirano a dividere persone e popoli,
contrapponendoli tra loro. Questi mali hanno non solamente un volto violento,
ma talvolta anche un’apparenza insidiosa, perché promettono proprio quello che
ci tolgono, ossia la felicità. Quando ci sentiamo avvolti nella loro oscurità,
però, la luce dello Spirito Santo ci illumina e ci conforta: stasera, dunque,
scegliamo insieme le virtù che dobbiamo coltivare per seguire il Signore.
Non siamo soli in questo cammino
di santità, perché lo percorriamo uniti a tutti i nostri fratelli e sorelle che
ci circondano. Ne fate del resto esperienza questa sera e durante i grandi
raduni come le Giornate Mondiali della Gioventù. Abbiamo inoltre come alleati i
santi: sono amici che ci sostengono nella prova. Carissimi, quando le scelte
della vita richiedono coraggio, sollecitate la loro intercessione e imitate il
loro esempio: come abbiamo cantato nelle litanie, l’incoraggiamento dei santi
ci assicura che non siamo mai soli nella preghiera, mai siamo soli nella
Chiesa. Specialmente in questo tempo, chiediamo allora il loro aiuto per essere
artigiani di pace: eterno desiderio di Dio e impegno costante dell’umanità!
Stasera ho citato alcuni di loro. Chiediamo anche a Santa Teresa del Bambino
Gesù di insegnarci la sua “piccola via” dell’amore quotidiano, solido
fondamento di ogni pace duratura.
Questa pace, il Signore la
realizza nell’Alleanza che stringe con noi tutti per la mediazione di Gesù, il
Cristo. Perciò, indicando il fondamento della nostra esperienza di fede, san
Paolo parla non solo di quello che noi possiamo fare rispondendo a Dio, ma
anche di ciò che Dio fa per noi. L’Apostolo lo riassume in un episodio: Gesù
davanti a Pilato, la verità dell’amore davanti all’ipocrisia del potere. La
«buona battaglia» coincide allora con la «bella testimonianza» (cfr 1Tm
6,12-13). Lo dimostra l’uso di un identico aggettivo: kalos, che qui significa
ben fatto. L’opera ben fatta, quella che è buona, è la redenzione che Gesù
compie per noi. Nel suo combattimento contro il peccato e la morte, la vittoria
di Cristo ci libera tutti: da ogni male ci salva, a ogni bene ci invita.
In questa luce, guardiamo le due
reliquie portate davanti a noi: la tunica e la croce. L’una è quel che a Cristo
è stato tolto; l’altra quel che a Cristo è stato donato. In tal senso, sono
entrambi segni della sua passione: Gesù è spogliato della sua tunica per
rivestire noi con la veste bianca, lavata «nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14).
È così che la croce, da strumento di morte, diventa segno di speranza: insieme,
perciò, la tunica e la croce rappresentano noi, noi Chiesa che nasce dalla vita
di Dio donata al mondo. Cari giovani, per crescere in santità e cambiare in
meglio la nostra società, siate luminosi testimoni di questo Vangelo, cioè
della buona notizia che è Cristo stesso, il nostro Salvatore: «A Lui onore e
potenza per sempre. Amen» (1Tm 6,16).
Una speranza oltre lo sgomento di fronte alla notizia dei due giovani sposi che, nel quartiere romano, si sono tolti la vita con la loro figlia disabile
21.09.2026
La notizia della tragedia di
Pietralata, il quartiere di Roma dove due giovani sposi si sono uccisi con la
figlia disabile e il loro cane, ha lasciato me e mia moglie a dir poco
sgomenti. Il racconto dei media ci ha fatto sentire molto vicini alla storia di
questi genitori. La seconda dei nostri tre figli è nata con una sindrome
plurimalformativa genetica, che fin dalla nascita ha causato un ritardo
psicomotorio, con annessi altri problemi organici (frequenti crisi di assenza,
mancanza di linguaggio, eccetera). Anche noi sosteniamo un gravoso impegno
economico per le continue visite mediche - sette interventi fuori regione per
la sola ricostruzione dei denti -, e per sopperire alla carenza di servizi
pubblici; avvertiamo spesso stanchezza fisica e mentale anche per la ritrosia
di nostra figlia a volere fare semplicemente, ad esempio, una passeggiata alla
sera o alla domenica.
Riflettendo su quella tragedia io
e mia moglie ci siamo chiesti: cosa o Chi ha permesso che in questi anni la
nostra stanchezza e la solitudine di certi momenti non siano sfociati in
disperazione, al punto da farci dire, come scritto in uno dei messaggi lasciati
dalla coppia: «Non ce la facciamo più soli»? Cosa o Chi consente che, quando
accadono simili fatti di cronaca, la rabbia contro lo Stato o le istituzioni
sanitarie non sia l’ultima parola? L’esperienza cristiana nel Movimento ci fa
percepire e sperimentare la presenza reale di Cristo, che non ci risolve, non
ne ha la pretesa, i problemi tecnici, burocratici ed economici che continuano
ad esserci, ma rende più leggera ed “amica” la routine quotidiana, anche in
quelle ore del giorno in cui siamo fisicamente più soli, come quando alla sera
sono assenti gli amici o gli operatori sanitari, o come nei due momenti fissi
di ogni notte nei quali solleviamo nostra figlia per accompagnarla in bagno.
Passato il clamore mediatico,
avvertiamo ancora più di prima la responsabilità di testimoniare la certezza
che esiste un luogo nel quale potere incontrare quella Presenza che tutto il
mondo attende e che solleva nelle asperità della vita, rendendola, per pura sua
Grazia, più lieve.
Franco, Foggia
Il viaggio del Papa in Francia.
Da Madrid a Parigi (passando per Rimini) il Vecchio continente secolarizzato lo
accoglie radunando folle che sorprendono. È qui la frontiera della fede
23.09.2026
Matteo Matzuzzi
«L’Europa del Terzo Millennio o
sarà cristiana o non sarà», disse Giovanni Paolo II mentre s’avvicinava a
grandi passi il Grande Giubileo del 2000. Il Muro era caduto, la Cortina di
ferro era divenuta un pallido ricordo. Grandi esperti della politica internazionale
e fini osservatori avevano già da tempo sentenziato che ormai la Storia era
finita. Il Novecento, con le sue tragedie, ridotto a un capitolo lunghissimo da
studiare a scuola. Lo sguardo del Papa polacco, che quel secolo l’aveva
attraversato quasi nella sua interezza, però, andava più lontano. Vedeva ciò
che gli analisti di geopolitica non riuscivano a scorgere dietro l’apparenza di
un continente pacificato. Qualcosa, in Europa, si era rotto e non aveva
direttamente a che fare con i gangli delle burocrazie di Bruxelles. Si era
interrotta la trasmissione della fede: la secolarizzazione incalzava e
minacciava anche quei grandi serbatoi dove la religiosità era stata per secoli
considerata scontata.
Pian piano, invece, i dogmi della
laicità s’innestavano nelle società sempre più distratte, dove il fatto
religioso diveniva progressivamente un optional e s’iniziava a fare i conti su
quanta gente veniva ancora battezzata. Crollavano le evidenze nell’Europa delle
grandi cattedrali, si rispolveravano le lezioni radiofoniche vecchie di decenni
d’un professore tedesco poi divenuto papa, Joseph Ratzinger. Lui che, alla fine
degli anni Sessanta, intravedeva già nelle minoranze creative il destino della
Chiesa europea: numeri contenuti ma costituiti da donne e uomini certi di una
fede da vivere non più come routine ma credendoci davvero. Quel professore, che
non per nulla scelse come nome Benedetto XVI, rievocando in ciò uno dei padri
dell’Europa cristiana, tentò nei suoi anni di pontificato di rianimare un corpo
fiacco: mirabili furono i suoi discorsi a Ratisbona e al Bundestag di Berlino,
a Westminster e al Collège des Bernardins di Parigi, dove rifletté a lungo sul
quaerere Deum, il cercare Dio che portò all’edificazione dell’anima europea,
capace di vibrare anche dopo ecatombi e conflitti.
Dopo Benedetto XVI, la
prospettiva cambiò. Francesco, il Papa preso alla fine del mondo, la crisi
europea l’aveva bene in mente. «Che cosa ti è successo, Europa umanistica,
paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà?», disse nel
2016 ricevendo il premio Carlo Magno. Due anni prima, al Consiglio d’Europa, a
Strasburgo, aveva posto le stesse domande al Vecchio continente: «Dov’è il tuo
vigore? Dov’è quella tensione ideale che ha animato e reso grande la tua
storia? Dov’è il tuo spirito di intraprendenza curiosa? Dov’è la tua sete di
verità, che hai finora comunicato al mondo con passione?». Francesco denunciava
un impoverimento ideale e di leadership.
Ma se il pontificato
ratzingeriano ebbe una forte impronta eurocentrica, quello del successore
guardò alle periferie più lontane. Periferie geografiche ma soprattutto
sociali. Era la metafora di Magellano: l’Europa vista dal centro appare in un
certo modo, ma se poi si sciolgono le vele e si circumnaviga il globo, ci si
accorge che quel centro è solo uno dei tanti luoghi che compongono il mondo.
Così, dopo il quaerere Deum ai Bernardins ci fu la Messa con più di un milione
di persone riunite a Timor Est, l’apertura della Porta Santa a Bangui, nel
cuore dell’Africa, la preghiera nel deserto della Mongolia, gli incontri ai
confini estremi d’Europa: il Caucaso e la Svezia, Lampedusa e Lesbo, la Bosnia
e l’Albania.
eone XIV, nel suo primo anno e
mezzo di pontificato, ha riportato al centro il continente secolarizzato. Per
la prima volta dopo quindici anni, un Papa è tornato in Spagna. Le premesse non
erano rosee, la diffidenza imperava: nessuno va più né in chiesa né in
oratorio, le vocazioni sono al lumicino, la pratica religiosa quasi azzerata, i
monasteri abbandonati. La rivoluzione secolarizzante di José Luis Zapatero e
gli anni del suo figlio politico Pedro Sánchez hanno trasformato il Paese
iberico nella piattaforma degli esperimenti laicisti più estremi, al pari o
forse più della vicina Francia. E invece, la sorpresa.
Nessuno aveva previsto la massa
di persone radunate in Spagna in giugno. In Francia il Pontefice farà tappa a
Metz, dove ricorderà Robert Schuman, primo presidente del Parlamento europeo,
che parlò di Europa delle cattedrali
A Madrid, in una torrida domenica
di giugno, un milione 200mila cattolici occupavano strade e piazze per seguire
la processione del Corpus Domini con il Papa. Centinaia di migliaia di giovani
partecipavano alla Veglia di preghiera. Folle come non si vedevano da anni
erano assiepate dietro alle transenne mentre Leone XIV passava, accompagnato
dalla melodia di tutte le campane cittadine che suonavano a festa.
Nessuno l’aveva previsto, neanche
i vescovi rassegnati a essere minoranza sempre più inascoltata. Il copione si è
rivisto pochi giorni dopo a Barcellona, con lo spettacolo della Sagrada Família
addobbata per l’occasione, e alle Canarie. E così pure in Francia, altra terra
consegnata alla secolarizzazione, nel viaggio dei prossimi giorni. La Messa
nella grande Parigi, la veglia con i ragazzi a Saint-Denis, il pellegrinaggio a
Lourdes e a Metz, dove il Papa ricorderà Robert Schuman, uno dei padri
dell’Europa unita, il cattolico che da primo presidente del Parlamento europeo
parlò di Europa delle cattedrali, sottolineando con forza che la comunità
costruita sulle macerie della guerra aveva un’anima e non era solo un enorme
edificio burocratico.
Quella di Leone XIV non è una
sconfessione della vocazione di Francesco a battere in lungo e in largo le
periferie del mondo. Papa Prevost, semplicemente, rimette al centro l’Europa
perché in questa particolare fase della storia umana anch’essa è periferia. Una
periferia che fatica a farsi notare nei grandi giochi politici tra
superpotenze, ma anche una periferia della fede. L’ha detto lui stesso
intervenendo al Meeting, lo scorso 22 agosto: questa «è l’ora della
responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria
tradizione di fede che si fa cultura».
Le leggi sul fine vita,
sull’aborto, sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, l’imperante
laicizzazione eretta a dogma incontestabile sono tentativi – in qualche caso
riusciti – di eliminare il fatto religioso, di ricacciare la fede nella sfera
intima dell’individuo. In pochi anni, siamo passati dai dibattiti sulla
proibizione di un presepe nelle scuole al suicidio medicalmente assistito come
fatto di umana libertà. È quella che papa Francesco, agli albori del
pontificato, definì una «persecuzione fatta in modi eleganti, in guanti
bianchi». Non con le armi, come avviene altrove sul pianeta, ma a forza di
legislazioni che mirano a ridurre l’espressione religiosa a opinione personale,
una delle tante.
Ricevendo una delegazione del
Partito popolare europeo, lo scorso aprile, Leone XIV ricordò che «i padri
fondatori erano animati dalla loro fede personale e consideravano i principi
cristiani un fattore comune e unificante, che poteva contribuire ad archiviare
lo spirito revanscista e conflittuale che aveva portato alla Seconda Guerra
mondiale».
(...)
(continua su sussidiario.net)
«Che cosa permette a una persona
di continuare a prendersi cura del futuro quando non ne ha alcuna garanzia? Che
cosa ci consente di impegnarci quando il risultato rimane incerto?». Domande
cruciali che, se ci pensiamo bene, riguardano ciascuno di noi nelle diverse
situazioni che si trova a vivere. Un genitore può porsi tali interrogativi
davanti al futuro di un figlio, chi ha un compito o una responsabilità può
porseli, anche in modo drammatico, di fronte all’incertezza del tempo presente
e a quanto accade ogni giorno nel proprio microcosmo o nel macrocosmo. Queste
domande le ha poste venerdì pomeriggio il patriarca di Gerusalemme Pierbattista
Pizzaballa nel discorso tenuto in piazza Maggiore a Bologna parlando a circa
800 giovani, provenienti da ogni parte del mondo, che hanno terminato i master
alla Bologna Business School, in occasione del Graduation Day.
Si tratta di giovani che sono
pronti a entrare come manager in aziende e istituzioni assumendo ruoli di
responsabilità che richiedono la capacità di scegliere e di decidere. Ed è
senz’altro inusuale che a parlare a loro sia stato invitato il cardinale Pizzaballa,
testimone diretto della difficilissima situazione che sta vivendo la Terra
Santa. Il pensiero corre inevitabilmente alle immagini di distruzione, di
guerra e di odio che da là ci arrivano ogni giorno attraverso i media. Il suo è
stato un intervento di grande spessore. Vi invitiamo a leggerlo con attenzione
(sotto trovate il testo integrale del discorso). Non ha dato risposte
accomodanti e non si è dilungato in analisi di tipo geopolitico o strategico
che può fare chi guarda le cose dall’esterno. È una testimonianza che arriva
dal cuore di Gerusalemme dove «persone, popoli, culture e religioni diverse
convivono le une accanto alle altre». Ha aggiunto Pizzaballa: «Come custodire
la propria identità e, nello stesso tempo, riconoscere pienamente quella degli
altri? Il futuro del mondo assomiglia sempre più a Gerusalemme». I destini sono
intrecciati molto più di quanto possa apparire. In questo mondo segnato
dall’incertezza e da equilibri che sembrano impossibili Pizzaballa dice: «Non
ho garanzie sul futuro della Terra Santa. Ma ho legami che mi rendono
corresponsabile del suo futuro. Quei legami hanno dei volti. Danno forma alla
storia di comunità alle quali appartengo, di persone con cui condivido
preoccupazioni e speranze. La loro vita entra nelle mie decisioni. Da questa
appartenenza nasce una ragione per continuare, anche nei momenti in cui non
riesco a intravedere una soluzione. La libertà prende una direzione e,
prendendola, assume dei legami.Questo può fare paura – ha sottolineato il
patriarca di Gerusalemme -. Legarsi significa diventare vulnerabili: quello che
accade a una persona, a una comunità, a qualcosa in cui crediamo, può farci
soffrire. Eppure, è proprio attraverso quei legami che molte cose acquistano
valore. Il desiderio di tenere sempre aperta ogni possibilità rischia di
lasciare la vita in sospeso, come se la scelta decisiva dovesse avvenire
soltanto quando saremo certi di non perdere nulla. Una certezza del genere,
nelle cose importanti, difficilmente ci viene concessa».
Questa è la sfida a cui siamo
chiamati anche noi, ogni giorno.
Il discorso del cardinale
Pierbattista Pizzaballa
Bologna, 18 settembre 2026
Grazie per avermi invitato a
condividere questo giorno. Una graduazione rende visibile una storia, la
vostra, lo studio, la fatica, gli incontri, la fiducia di chi vi ha
accompagnati. Oggi quella storia per voi si apre a possibilità nuove ed è bello
che questo avvenga tra persone di nazionalità diverse che hanno imparato
insieme e che porteranno quanto hanno ricevuto in luoghi e situazioni
differenti. Oggi voi festeggiate un risultato importante che avete raggiunto
con impegno e che merita di essere riconosciuto.
Proprio da questo risultato però
nasce anche una domanda con la quale vorrei iniziare il mio breve discorso. Che
cosa desideriamo costruire? Che cosa desiderate costruire con ciò che avete
imparato?
Io vengo da Gerusalemme. E quando
penso alla parola costruire che accompagna naturalmente un giorno come questo
porto con me anche l’immagine di ciò che è stato distrutto.
Penso alle case e alle vite
spezzate, alla sofferenza che attraversa tutta la Terra Santa. Penso
soprattutto a quanto tempo occorrerà perché, insieme agli edifici, possa essere
ricostruita la fiducia. Una casa si può ricostruire nello stesso luogo, perché torni
ad essere una casa però chi la abita deve poter credere che vi sarà un domani,
che i propri figli avranno una possibilità, che la vita non sarà nuovamente
cancellata. La distruzione raggiunge anche questa capacità di immaginare.
Il peso continua a gravare sulle
persone anche quando il rumore delle armi si allontana. È qui che nasce la
domanda che vorrei condividere con voi:
che cosa permette a una
persona di continuare a prendersi cura del futuro anche quando non ne ha alcuna
garanzia? È una domanda che ci riguarda tutti.
Le nostre condizioni di vita sono
molto diverse, veniamo da mondi diversi e abbiamo anche storie personali molto
diverse, la mia, la vostra, quella di tutti. L’incertezza vostra, di chi ad
esempio comincia un percorso professionale, e quella di chi cerca di
sopravvivere a una guerra hanno un peso incomparabile. Eppure quella domanda
tocca una condizione comune: dobbiamo avere il coraggio di scegliere pur senza
conoscere fino in fondo l’esito delle nostre scelte. Possiamo preparaci con
serietà, prevedere, ridurre alcuni rischi, rimane però uno spazio che nessuna
competenza può colmare interamente. È dentro quello spazio che prendono forma
le nostre responsabilità. Io non posso decidere il risultato delle mie scelte,
però devo prendere la responsabilità di fare le scelte che riguardano anche la
vita altrui.
Parlo di Gerusalemme perché nella
sua vicenda si riflettono domande che riguardano ogni vita. In quella città,
persone di popoli, culture e religioni diversi vivono le une accanto alle
altre. Ciascuno porta una storia, desidera essere riconosciuto, teme di perdere
ciò che gli è caro e tutti devono fare i conti con la presenza degli altri, con
le loro attese e con le loro ragioni. In questo senso Gerusalemme è uno
specchio di ciò che viviamo, una sorta di paradigma delle dinamiche che
coinvolgono il mondo intero. Il futuro del mondo assomiglia sempre più a
Gerusalemme.
Mostra con particolare intensità
una sfida che riguarda sempre più le nostre società. Imparare a vivere insieme
tra persone che hanno tradizioni, fedi e visioni di vita differenti.
Come custodire la propria
identità e, nello stesso tempo, riconoscere pienamente quella degli altri? Come
costruire fiducia quando le differenze ci fanno paura?
Sono domande che incontrerete
anche voi nel lavoro, nelle relazioni e nelle comunità di cui farete parte. Per
questo parlare di Gerusalemme significa anche interrogarci sul mondo che
costruiremo insieme e sulla parte di responsabilità che ciascuno di noi può
assumersi.
Che cosa vale la pena
costruire dunque? Vorrei partire dal terreno sul quale ogni costruzione
umana deve poggiare: la verità. In Terra Santa ho imparato quanto sia difficile
riconoscere ciò che mette in discussione le nostre ragioni. La nostra storia,
il dolore che abbiamo vissuto, possono rendere difficile riconoscere la
sofferenza degli altri. Cercare la verità richiede la libertà di cambiare
giudizio e di lasciarsi correggere anche da chi ha meno autorità di noi. La
complessità della situazione in Terra Santa non permette giudizi sbrigativi.
Occorre conoscere la storia, ascoltare le persone, verificare i fatti, ma
questo non significa che tutte le versioni abbiano lo stesso valore.
Le responsabilità vanno
riconosciute e le ingiustizie chiamate per nome. La verità riguarda anche le
nostre parole. Nella nostra terra parole come pace, dialogo, dignità sono state
ripetute tante volte, mentre invece la vita sembrava smentirle. La fiducia si
consuma anche quando ciò che diciamo resta lontano da ciò che facciamo.
Ridare credibilità alle parole
richiede impegni mantenuti e comportamenti coerenti, richiede anche di
accettare che qualcuno ci chieda conto di ciò che abbiamo detto. E anche di ciò
che non abbiamo detto quando doveva essere detto. Il rapporto con la verità ci
porta inevitabilmente al rapporto con l’altro. A Gerusalemme questa relazione
ha una concretezza quotidiana: le lingue, le preghiere, le memorie abitano uno
spazio piccolo e densissimo. Ogni comunità custodisce qualcosa di prezioso. La
difficoltà comincia quando l’amore per ciò che è proprio diventa incapace di
riconoscere ciò che appartiene agli altri.
Ma i nostri destini sono
intrecciati. In Terra Santa nessuno può costruire una prospettiva durevole
prescindendo dalla presenza dell’altro. Israeliani e palestinesi continueranno
ad avere bisogno di un futuro in quella terra. Il futuro di ciascun popolo dipende
anche dalla sicurezza, dalla libertà e dalla dignità dell’altro.
Questo pone una domanda esigente
a ogni progetto anche per voi: nel futuro che immaginiamo, chi trova posto? La
domanda riguarda la qualità di ciò che realizziamo. Possiamo costruire qualcosa
di efficiente, ottenere risultati, accrescere le nostre possibilità senza
chiederci come vivranno le persone dentro ciò che abbiamo costruito. Un’opera
umana diventa abitabile quando le persone possono riconoscervi un posto, una
dignità, uno spazio nel quale contribuire con ciò che sono. Qui si misura anche
il nostro rapporto con il potere.
Il potere non si misura da ciò
che possiamo ottenere per noi stessi ma dalle possibilità che apriamo o
chiudiamo per gli altri. La responsabilità cresce insieme a quella capacità, e
incontra un limite preciso: una persona conserva il proprio valore anche quando
non ci è utile, quando rallenta il nostro passo, quando le sue ragioni ci
costringono a rivedere un progetto. Riconoscerlo può avere un costo, è proprio
allora che comprendiamo quanto sia reale il rispetto che diciamo di avere per
la dignità umana.
Anche il percorso che avete
condiviso a Bologna vi ha messo in contatto con persone formate da storie e
culture differenti. Un’esperienza del genere, la collaborazione, richiede più
della conoscenza di una lingua comune. Occorre comprendere cosa una parola
significhi per l’altro, quali attese porti con sé, dove cominci una sua
difficoltà. È un lavoro paziente che appartiene alla costruzione di ogni realtà
comune. Il lavoro occupa uno spazio importante della nostra vita e contribuisce
a darle forma. Attraverso di esso provvediamo ai nostri bisogni, mettiamo alla
prova le capacità, partecipiamo a un’opera comune. Anche la fatica acquista
senso quando possiamo riconoscere a cosa serve e per chi. Un lavoro nel quale
possiamo esprimerci e crescere è un bene umano che merita di essere custodito.
In Terra Santa aiutare una
persona a riprendere un’attività significa anche restituirle autonomia, la
possibilità di contribuire alla vita della propria famiglia, la fiducia di
avere ancora qualcosa da offrire. Il lavoro ci lega agli altri e dà concretezza
alla nostra speranza nel mondo. Che cosa ci si aspetta allora da chi assume
un ruolo?
Molti di voi guideranno aziende,
progetti, istituzioni, vi sarà chiesto di prendere decisioni in condizione di
incertezza e sotto pressione. Da chi assume un ruolo ci si aspetta anzitutto
competenza, che conosca ciò che gli è affidato e che se ne occupi seriamente.
Poi capacità di giudizio, che sappia ascoltare, scegliere una direzione e
decidere anche quando le informazioni sono incomplete, e che risponda delle
proprie scelte spiegandone le ragioni, verificandone le conseguenze,
correggendole quando occorre. Le persone si attendono inoltre di poter contare
su chi esercita una responsabilità, che sia presente anche nelle difficoltà,
che la sua parola abbia un peso e che dia un contributo anche agli altri.
Questo riguarda anche me: guidare una comunità comporta tenere insieme la
direzione del cammino e la vita concreta delle persone, permettendo che
crescano nella libertà e nella responsabilità.
Un ruolo ci affida dunque
qualcosa che va oltre la nostra affermazione personale, anche per voi questo è
valido e varrà sempre di più. Il suo senso si misura anche da ciò che rende
possibile per gli altri e da ciò che sapremo lasciare a chi verrà dopo di noi.
Torno allora alla domanda
iniziale. Che cosa ci consente, dunque, di impegnarci quando il risultato
rimane incerto? In Terra Santa ne facciamo esperienza, non sappiamo
come andrà, cosa sarà. Posso rispondere soltanto a partire dalla mia
esperienza.
Non ho garanzie sul futuro della
Terra Santa. Ma ho legami che mi rendono corresponsabile del suo futuro. Quei
legami hanno dei volti. Danno forma alla storia di comunità alle quali
appartengo, di persone con cui condivido preoccupazioni e speranze. La loro
vita entra nelle mie decisioni. Quando penso a ciò che è possibile fare, penso
anche a loro. Da questa appartenenza nasce una ragione per continuare, anche
nei momenti in cui non riesco a intravedere una soluzione.
Mi sembra che qui tocchiamo
qualcosa di essenziale per ogni vita. A un certo punto, tra le molte cose che
potremmo fare, alcune diventano nostre perché accettiamo di risponderne. Una
relazione, un lavoro, un’opera chiedono tempo e fedeltà. La libertà prende una
direzione e, prendendola, assume dei legami.
Questo, soprattutto per voi
giovani, può fare paura perché legarsi significa diventare vulnerabili: quello
che accade a una persona, a una comunità, a qualcosa in cui crediamo, può farci
soffrire. Eppure, è proprio attraverso quei legami che molte cose acquistano
valore. Il desiderio di tenere sempre aperta ogni possibilità rischia di
lasciare la vita in sospeso, come se la scelta decisiva dovesse avvenire
soltanto quando saremo certi di non perdere nulla. Una certezza del genere,
nelle cose importanti, difficilmente ci viene concessa. Chi comincia
un’amicizia, chi educa, chi intraprende qualcosa insieme ad altri affida una
parte di sé a una storia che resta aperta. Anche la gioia nasce da questa
disponibilità: dall’esperienza di essere coinvolti in qualcosa che merita il
nostro tempo e che non si esaurisce in noi.
Riconoscere il valore di un
legame domanda anche intelligenza e libertà. Ci sono progetti da correggere,
strade da abbandonare, decisioni da ripensare. La fedeltà alle persone può
richiederci di cambiare profondamente il modo in cui abbiamo cercato di servirle.
Occorre poter distinguere ciò di cui siamo responsabili dall’attaccamento alla
soluzione che avevamo immaginato.
E qui collocherei la speranza.
Nella mia esperienza di credente, essa nasce dalla relazione con Dio e prende
forma nella vicinanza alle persone.
Mi sostiene la convinzione che la
vita di ciascuno abbia un valore che nessuna violenza può cancellare.
Questa convinzione ha conseguenze
molto concrete. Una persona che merita cura oggi, un bambino che ha bisogno di
imparare oggi, una relazione interrotta che deve poter attendere da noi un
primo gesto oggi. Sto parlando a persone che provengono da esperienze diverse,
a chi ha una fede religiosa e a chi non crede, ai laureati e alle famiglie che
li hanno accompagnati fin qui. La fede cristiana orienta il mio modo di
guardare la vita. Altri possono trovare in convinzioni diverse le ragioni del
proprio impegno. Possiamo riconoscerci perciò in alcune attese molto concrete
che, pur non escludendole, vanno oltre le nostre appartenenze e convinzioni.
Chi oggi si laurea desidera mettere a frutto ciò che ha imparato e trovare la
propria strada. Chi gli è stato vicino in questi anni spera di vederlo
costruire una vita buona, trovare un lavoro, essere amato, affrontare le
difficoltà senza restare solo. Da qui nasce una responsabilità che possiamo
condividere, il rispetto, la fiducia e le possibilità che desideriamo per noi e
per le persone che amiamo, sono importanti anche per gli altri. È su questo
desiderio, su questo terreno che voglio incontrarvi e condividere con voi ciò
che ho imparato a Gerusalemme.
Rimane un’ultima domanda, che
considero forse la più importante: mentre cerchiamo di costruire il nostro
futuro, chi stiamo diventando? Ogni decisione lascia qualcosa dentro di
noi. Il modo in cui usiamo una possibilità, trattiamo una persona, reagiamo a
una contraddizione, forma lentamente il nostro carattere. Ci abituiamo a un
certo linguaggio, a una certa misura delle cose, e quelle abitudini preparano
le decisioni successive. La persona che diventiamo si definisce anche
attraverso ciò che consideriamo normale.
In Terra Santa questa domanda
riguarda in modo doloroso il rapporto tra la sofferenza e l’odio. La violenza
può restringere tutto l’orizzonte, fino a farci leggere ogni incontro
attraverso ciò che abbiamo subito. Custodire la libertà significa anche raccontare
la verità di una storia dolorosa senza trasmettere odio.
Si può piangere i propri morti
senza desiderare la morte altrui. Quanto sia difficile, lo comprendiamo quando
quei morti hanno nomi e volti che conosciamo. Davanti a chi ha subito violenza,
questa possibilità va custodita con rispetto, accompagnando anche i silenzi e
la fatica. Nessuno può decidere dall’esterno il tempo di quel cammino. Ma
continuare a credere che esso sia possibile significa riconoscere alla persona
una libertà che il male subito tenta di sottrarle, significa volere che il suo
futuro rimanga aperto mentre la giustizia continua a chiedere verità e
responsabilità.
Per questo la vita ha bisogno di
luoghi nei quali possiamo esistere interamente anche con ciò che non riesce:
gli affetti, l’amicizia, il tempo del silenzio, la gratuità di un incontro
custodiscono questa ampiezza. Ci ricordano anche che il nostro valore precede
la prova delle nostre capacità e ci permettono di tornare alle responsabilità
con maggiore libertà perché sappiamo di poter essere amati anche quando non
abbiamo un risultato da presentare.
Oggi celebriamo una preparazione,
la vostra, e l’apertura di nuove possibilità, il desiderio di realizzare
qualcosa, di dare forma alle proprie idee, di contribuire alla vita comune.
Tutto questo merita fiducia. Ci sono opere che attendono intelligenza e iniziativa,
problemi che chiedono soluzioni, possibilità che diventano visibili solo quando
qualcuno comincerà a lavorarci.
Venendo da Gerusalemme portò con
me la consapevolezza della fragilità di ogni costruzione, ma porto anche la
convinzione che dentro quella fragilità la nostra azione abbia un valore reale.
Una relazione custodita, uno spazio nel quale persone diverse possono
incontrarsi, una possibilità restituita a chi l’aveva perduta, cambiano già la
vita di qualcuno e da quella vita possono nascere cose che oggi non possiamo né
sappiamo immaginare.
(…)
Continua su
fondazionesanbenedetto.it
Viaggi apostolici
Papa in Francia: il programma dettagliato (SIR)
18 Settembre 2026 @ 14:58
Venerdì 25 settembre, l’aereo papale partirà alle 7.50 alla
volta di Parigi, dove atterrerà alle 10 all’aeroporto di Orly. Lo ha reso noto
il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, illlustrando nel
dettaglio – in sala stampa vaticana – il programma del viaggio del Papa in
Francia, dal 25 al 28 settembre. All’aeroporto Leone XIV sarà accolto dal
presidente francese, Emmanuel Macron; non sono previsti discorsi. Con il
presidente il Papa raggiungerà subito dopo il Salone d’Onore, per un breve
incontro privato, prima di dirigersi alle 10.30 verso l’Eliseo, dove alle 11 è
prevista la visita di cortesia al presidente Macron, cui seguirà, alle 11.45,
l’incontro con le autorità, la società civile e il Corpo diplomatico, con i due
discorsi del Pontefice e di Macron. Alle 12.15 il ritorno in nunziatura. Alle
15 il Papa arriva all’Unesco, dove visiterà la sede dell’Organizzazione delle
Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. Prima di tenere il suo
atteso discorso, il Papa firma il Libro d’Onore e un Accordo quadro. Alle 16.30
il Pontefice si dirige alla cattedrale di Notre Dame, dove arriverà alle 17 per
celebrare i Vespri alle 17.15, insieme a vescovi, sacerdoti, diaconi,
consacrati e seminaristi. Alle 18.15 il rientro in nunziatura. La prima
giornata papale in Francia si conclude alle 21 con la Veglia con i giovani, che
vedrà il Papa intervenire due volte: la prima in risposta alle domande dei
giovani e la seconda con un discorso. Sabato 26 settembre, alle 8.40, il Papa
partirà in auto per visitare il centro Maison Bakhita, dedicato
all’accompagnamento e all’integrazione sociale, mentre alle 10.15 incontrerà i
membri dell’assemblea sinodale provinciale, i catecumeni e i neofiti presso
l’Institut Catholique di Parigi, dove terrà un discorso. Alle 15 la messa in
Place de la Concorde e alle 17 il trasferimento a Orly, dove alle 17.45 è
prevista la partenza per Lourdes, con arrivo alle 19.05. Appena atterrato, alle
19.40, Leone pregherà alla grotta delle apparizioni di Massabielle. Domenica 27
settembre, alle 8.50, il trasferimento al Santuario Nostra signora di Lourdes,
dove alle 9 il Papa incontrerà i vescovi della Conferenza episcopale di
Francia. Alle 11 presiede la messa nella Prairie del santuario, seguita
dall’Angelus. Alle 13 si trasferisce nella Casa vescovile. Nel pomeriggio, alle
15.15, il Papa incontrerà gli operatori e gli assistiti dell’Accueil
Notre-Dame, mentre alle 16.30 è previsto un incontro privato con le religiose
di vita contemplativa del Carmelo di Lourdes. La sera, alle 21, la preghiera
del Rosario e la processione aux flambeaux. Alle 22 il rientro nella casa
vescovile. Lunedì 28 settembre, alle 7.40, il Pontefice si trasferirà in aereo
a Metz, dove alle 10 partecipa a un incontro interreligioso e all’appuntamento
“Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità”, in programma alle 11 presso il
Centro congressi Robert Schuman. Alle 16 la messa nella cattedrale di Santo
Stefano. Il viaggio si concluderà con la cerimonia di congedo in aeroporto e il
rientro all’aeroporto di Fiumicino, previsto alle 20.