“Stade de France” di Saint-Denis
Venerdì, 25 settembre 2026
Dialogo del Santo Padre
Domanda di Chloé
Santo Padre, La ringraziamo per
la Sua presenza tra noi questa sera e per questo momento di dialogo che ci
offre.
Mi chiamo Chloé, ho 25 anni e sto
completando gli studi in farmacologia. Sono impegnata in un gruppo di giovani
cattolici dei quartieri popolari dell’Île-de-France: La Cité Céleste.
Organizziamo in particolare eventi occasionali come notti di adorazione e di
lode, che riuniscono numerosi giovani del quartiere desiderosi di vivere e
condividere ampiamente la loro fede. Sono impegnata anche nella mia parrocchia,
in particolare con i giovani delle scuole superiori. Attraverso questi diversi
impegni, mi sta a cuore mettere la mia energia e le mie competenze al servizio
degli altri, creando un legame tra la fede, i giovani e le realtà vissute
quotidianamente nei nostri quartieri.
Come dice san Paolo, «per noi,
vivere è Cristo». Tuttavia, la società in cui viviamo si fonda su altri
principi e a volte sembra addirittura estranea alla questione di Dio.
Desideriamo annunciare Cristo a chi ci circonda con forza e perseveranza, ma
anche, naturalmente, con rispetto e delicatezza nei confronti di coloro che
incontriamo. Come possiamo coniugare la forza del nostro slancio missionario
con l’autenticità di una vita fraterna con coloro che non condividono la nostra
fede?
Papa Leone
Cari amici, la prima cosa che
vorrei dirvi è molto semplice: grazie! Grazie a Dio, grazie a voi! Grazie per
il vostro coraggio, grazie per la vostra presenza, grazie per la vostra fede.
Voi siete i santi di Francia!
E grazie Chloé per la tua
domanda. La frase di San Paolo che hai citato, non è una semplice affermazione.
È una vera e propria sintesi della sua vita. In poche ma decisive parole egli
pronuncia una preghiera di lode, un atto di fede e indica un cammino di santità
fino al martirio. «Per me, vivere è Cristo» (cfr Fil 1,21): mentre ripetiamo
questa dichiarazione d’amore, cerchiamo di condividere l’esperienza
dell’Apostolo. Egli, infatti, ci testimonia che Dio non è mai estraneo alla sua
vita, ma anzi gli si fa incontro: lo chiama a sé, lo trasforma interiormente,
lo invia nel mondo.
In questa dinamica spirituale
siamo coinvolti tutti noi, anche oggi: è vero, come tu hai detto, che la
società in cui viviamo sembra essere indifferente a Dio. Ma il Signore non è
indifferente verso di noi! Ecco ciò che conta e ci dà sempre speranza. Che molti
siano estranei alla questione di Dio è, in effetti, un problema; ma lo è
altrettanto che molti siano estranei alla questione dell’uomo. Quante persone
purtroppo si disinteressano del prossimo, vivendo in modo egoistico, oppure
offendono i poveri, sprecando beni in cose vane. Quanti scartano l’innocente e
il malato, pensando che ciascuno valga per ciò che produce. Penso in
particolare al tuo impegno nei quartieri popolari dell’Île-de-France con “La
Cité Céleste”: è lì, nella concretezza della vita quotidiana, e talvolta delle
difficoltà, che la tua fede diventa una testimonianza vibrante di speranza.
È l’uomo che si perde, dicendo
che Dio è morto: se Dio non è con lui, l’uomo non ha più salvezza e smarrisce
il senso dell’esistenza, che si riduce a un vicolo cieco o al nulla. Sperimenta
invece l’esatto contrario chi dice: “per me, vivere è Cristo”. In Cristo,
infatti, noi sappiamo che Dio non è mai indifferente all’uomo! Mediante Gesù,
crocifisso e risorto, Egli dà la sua stessa vita, affinché noi viviamo. Ecco
allora il modo di annunciare Cristo che unisce coraggio e rispetto: annunciarlo
come Vangelo di salvezza, come parola di verità e di vita. Questo Vangelo è
buona notizia per tutti, annuncio liberante e regola di vita nuova.
Il Vangelo di Gesù, infatti, non
porta al conflitto, ma invita sempre al perdono: mentre illumina il dramma
della storia, ci educa alla cura fraterna. L’incontro con Cristo apre al
dialogo e prepara alla pace, perché offre a ogni uomo e ogni donna la promessa
più grande, che compie ogni desiderio: la promessa della vita eterna.
Cara Chloé, cari giovani,
l’esperienza religiosa di ogni persona esprime questa ricerca di senso che
ispira l’anima umana. In Gesù, il Redentore del mondo, Dio si fa trovare
parlando «agli uomini come ad amici» (Cost. dogm. Dei Verbum, 2): Egli è la
fonte d’acqua viva, la luce nelle tenebre. Nella gioia della fede, dunque,
esclamiamo insieme questa sera: per noi, vivere è Cristo! Insieme: per noi
vivere è Cristo!
Grazie a Lui possiamo unire lo
slancio missionario con l’esperienza di fraternità verso coloro che non credono
o che appartengono ad altre tradizioni religiose. Questa fraternità, fatta di
ascolto e di stima reciproca, trova le sue radici nell’unità della famiglia
umana, che lungo la storia ha espresso la dimensione religiosa come
caratteristica vitale di ogni popolo.
Coltivare un legame fraterno con
coloro che non condividono la nostra fede contribuisce dunque alla costruzione
della società; inoltre può diventare un esercizio di fede e di carità, perché è
impossibile testimoniare Cristo senza amare coloro ai quali vogliamo
annunciarlo. Un segno incoraggiante di questa fraternità sono gli incontri tra
giovani dell’area mediterranea che sono avvenuti in questi ultimi anni.
Il messaggio cristiano non è
quindi un ostacolo alla convivenza fraterna, anzi, la promuove, perché invita
liberamente ciascuno ad ascoltare una notizia di pace e di salvezza. Allo
stesso modo, la nostra missione non è in contraddizione con il rispetto di
altre religioni, perché la Chiesa non rifiuta nulla di quanto in esse si trova
di vero e di santo (cfr Dich. Nostra aetate, 2). Grazie!
Domanda di François
Santo Padre, grazie per essere
venuto a rafforzarci nella fede e nel nostro desiderio di testimoniare il
Vangelo!
Mi chiamo François Bigot, sono
cresciuto nella campagna della Borgogna e attualmente sono studente di
agronomia alla UniLaSalle. Mi piace dedicare il mio tempo alla bellezza della
liturgia, sono impegnato al servizio della mia diocesi attraverso il pellegrinaggio
in mountain bike di Nevers e per la preparazione di un nuovo pellegrinaggio
borgognone. Sono anche capo scout e impegnato nella pastorale universitaria
della mia scuola.
Al servizio dei più fragili, al
servizio della pace nel nostro Paese e nel mondo, al servizio della Chiesa di
Cristo, noi giovani vogliamo impegnarci! Tuttavia, spesso è difficile capire
come orientare la propria vita per donarsi senza riserve, con fedeltà, senza
per questo disperdersi o perdere coraggio, tanto il compito a volte sembra
smisurato. L’ansia e l’incertezza spesso rendono fragile l’entusiasmo della
nostra giovinezza. Santo Padre, come discernere dove il Signore ci aspetta per
servire e offrire la nostra vita?
Ci sono molti scout qui? Ah,
molto bene! Benvenuti!
Anzitutto vi ringrazio molto per
il vostro impegno. Per me è una grande gioia vedervi così numerosi, animati
dalla volontà di mettervi a servizio della pace, che ci fa crescere come uomini
e donne, trasformando le paure in speranza e le lamentele in responsabilità.
Oggi questa grande missione è più urgente che mai, perché ci invita a navigare
con discernimento nel cuore delle attuali trasformazioni tecnologiche e
digitali, senza sminuire la nostra umanità. In particolare, quando ci
dedichiamo alla tutela dei più piccoli e dei più deboli, riconosciamo la nostra
stessa debolezza, nella quale tutti ci ritroviamo. Questa fragilità propria
della vita umana non ci spaventa, ma ci unisce in quanto creature che si
scoprono fratelli e sorelle in Cristo. È Lui il primo a donarsi a noi, e il
segno vivente di questa grazia è l’Eucaristia, «fonte e culmine di tutta la
vita cristiana» (Lumen gentium, 11). Da questo sacramento, che sostiene la
nostra fede, noi traiamo la forza di donarci, a nostra volta, al prossimo, imitando
la gratuità del Signore Gesù. La ricerca della giustizia e della pace ci
obbliga a prendere atto dei conflitti che noi stessi viviamo e a purificare il
nostro cuore. Impegnandoci al servizio di Dio e degli altri, le nostre ferite
trovano allora consolazione e redenzione.
Non esiste fallimento dal quale
Dio non possa sollevarci: la sua misericordia è la nostra gioia. Eppure, voi
avete parlato dell’ansia e dell’incertezza come ostacoli al vostro entusiasmo.
Sono stati d’animo molto diffusi, a causa della precarietà dei progetti sul
futuro, della provvisorietà degli affetti e della fragilità delle relazioni. A
questi sentimenti se ne aggiungono altri, che gravano sulla vostra generazione,
come ad esempio l’affaticamento da schermo e l’ansia di fronte ai cambiamenti
climatici o alla situazione economica e internazionale. Sì, bisogna prestare un
orecchio attento a questi sentimenti. Invito tutti voi, cari giovani, a
mantenere il cuore aperto di fronte alle sofferenze dei vostri compagni. Allo stesso tempo, l’esperienza della
fragilità, di ogni fragilità, diventa per un discepolo di Cristo un’occasione
di testimonianza. Chi segue Gesù sulla via del servizio umile e gratuito viene
liberato dall’angoscia e ritrova un nuovo entusiasmo, sperimentando la gioia e
la pace interiori: sentimenti non passeggeri o soggettivi, ma radicati nella
certezza della fede di cui rendiamo testimonianza insieme come Chiesa.
Sì, insieme noi formiamo la
Chiesa: fragile e santa, come vasi di creta che custodiscono un tesoro (cfr
2Cor 4,7). È di nuovo san Paolo a ricordarci che proprio nella debolezza, noi
siamo forti (cfr 2Cor 12,10). Soprattutto nei momenti di difficoltà Dio sostiene
la nostra libertà e ci incoraggia con la sua grazia. Egli ha voluto vivere da
uomo, affinché noi potessimo vivere con Lui, per sempre, come testimoni gioiosi
della speranza.
Cari amici, è in questa amicizia
con Gesù che si realizza il nostro discernimento, una riflessione che si fa
invocando lo Spirito Santo. Si tratta di un esercizio costante per camminare in
modo ordinato e sicuro.
Come discernere bene? In primo
luogo, ricordate che la parola del Signore è sempre lampada ai nostri passi
(cfr Sal 119,105). Alla luce del Vangelo, la formazione spirituale passa
attraverso la preghiera e il servizio, l’adorazione e l’azione, il silenzio –
quel silenzio così raro e così necessario, lontano dal frastuono mediatico – e
l’annuncio.
Poi, guardate all’esempio dei
santi: anche nella persecuzione, questi nostri fratelli e sorelle hanno aperto
strade di pace. Guardate a sacerdoti appassionati di Cristo, come sant’Eugène
de Mazenod e san Jean-Marie Vianney; guardate alla mistica bellezza di santa
Thérese de Lisieux; alla beata Pauline Jaricot, fervente nella carità e nella
missione; al coraggio dei cinquanta martiri dell’apostolato, al tempo della
Seconda Guerra Mondiale, che hanno servito i loro fratelli fino al sacrificio
della vita. Questi santi hanno cambiato la storia, facendo passare molti dalla
sofferenza alla speranza, perché hanno cambiato anzitutto il proprio cuore,
trasformandolo alla luce della fede.
Cari giovani, mentre ricercate la
vostra vocazione, siate certi che il Signore non vi parla in modo confuso, ma
si rivolge a ciascuno chiamandovi per nome, e vi invita seguirlo perché vi ama.
Accogliendo il suo Vangelo con mente limpida e cuore puro, allora comprenderete
come Gesù vi chiama a servire. Si tratta sempre di un dono di vita: pieno,
fedele, colmo d’amore. Per vincere l’ansia e l’incertezza, abbiate il coraggio
di dire una sola parola, semplice e bellissima: grazie. Grazie, Gesù, per il
tuo amore.
Ecco perché adesso, senza timore
ma con fiducia e pieni di gioia, possiamo già dire tutti, tutti insieme, sulle
orme dei santi: Eccomi, Signore!
Tutti insieme: Eccomi, Signore!
E mi rivolgo a quelli tra voi – e
sono numerosi qui stasera – che sentono la chiamata a seguire Gesù sulla via
più stretta del sacerdozio o della vita consacrata. Cari amici, la Chiesa in
Francia ha tanto bisogno di voi! Prega per voi, vi aspetta. Cari amici, non
abbiate paura di questa chiamata! Abbiate coraggio, abbiate fiducia in Gesù che
vuole fare di voi i suoi amici più vicini: Egli non vi deluderà e sarà sempre
al vostro fianco; la vostra vita sarà meravigliosamente bella e feconda.
Per concludere, possiamo
riprendere questa preghiera che ci ha consegnato san Giovanni Paolo II:
«Maestro, tu che ami e rispetti la persona umana, tu che hai condiviso la
sofferenza dell'uomo, tu che rischiari il mistero dell'umana esistenza, facci
scoprire il senso vero della nostra vita e della nostra vocazione!» (Omelia
alla XII Giornata Mondiale della Gioventù, Parigi, 24 agosto 1997). Merci!
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Meditazione del Santo Padre
Nella notte, la luce ci appare
ancora più eclatante. È così, cari giovani, che abbiamo ascoltato insieme dalle
parole di san Paolo. Vogliamo tenerle alte, come fiaccola che rischiara non
solo la preghiera di ciascuno, ma tutta la storia della Chiesa. L’Apostolo
osserva il suo tempo e accoglie l’ispirazione divina, cioè lo Spirito Santo,
che apre sempre prospettive luminose di futuro. Sì, Dio è Signore della storia
e, qualsiasi cosa avvenga, la conduce verso la salvezza: in Cristo ogni male ha
una fine, proprio perché la fine diventa inizio di vita nuova ed eterna.
Carissimi, per illuminare la
nostra epoca e trasformare il presente alla luce dello Spirito, ricordiamoci
anzitutto che anche noi, come Timoteo, siamo uomini e donne di Dio. Questa
espressione – di Dio – scelta da san Paolo, significa un legame, non un possesso.
Chi vive con Dio è libero: libero da tutto ciò che oscura la vita, rendendola
vuota e senza senso. Giovani di Francia, portate nel vostro cuore un immenso
desiderio di libertà, parola che risuona con forza nella vostra cultura. Qual è
dunque la fonte della vera libertà? Gesù ce lo indica chiaramente quando ci
dice che è la verità che ci renderà liberi (cfr Gv 8,32); e che la Verità è Lui
stesso (cfr Gv 14,6). Ecco, quindi, la fonte della vera libertà: il rapporto
vivente con Gesù.
La compagnia del Signore,
infatti, dà saggezza ai nostri progetti e bellezza ai desideri che portiamo nel
cuore. Dio attraversa come luce la nostra anima, chiamandoci a un rinnovamento
permanente, a una conversione che dona pieno senso all’esistenza, perché ci fa
attori di una storia che passa dalla confusione alla ricerca della verità,
dall’indifferenza all’impegno per la giustizia. San Paolo lo dice con tre
verbi, che fanno appello alla nostra libertà: evita, tendi, combatti.
L’Apostolo scrive a Timoteo:
anzitutto, «evita queste cose», cioè orgoglio, vanità, violenza, avidità (cfr
1Tm 6,4.10). Sono tutti sentimenti che ci afferrano e possiedono. L’egoismo che
li caratterizza nasconde una spaventosa solitudine. Per gustare la vicinanza di
Dio e la fraternità umana occorre dunque respingere quella bramosia che consuma
le relazioni senza donare, che si riempie di cose senza nutrirci. Un tale stile
di vita spinge ad avere tutto, ma a non essere nessuno; a ricevere una quantità
di like, ma restando soli con sé stessi.
Quando decidiamo di non seguire
questo stile, allora iniziamo a tendere «alla giustizia, alla pietà, alla fede,
alla carità, alla pazienza, alla mitezza» (v. 11). Sì, chi vive con Dio tende
verso il meglio: è in allenamento costante. Il suo desiderio cerca la virtù,
cioè la forza che lo rende buono e vero. Cari amici, la dinamica che
caratterizza l’esistenza cristiana porta un nome preciso: si chiama cammino di
santità. È il cammino che il Signore apre davanti a ciascuno di noi,
accompagnandoci lungo la via. E quanti figli e figlie di questa amata terra di
Francia si sono lasciati condurre su questa via! Pensiamo, ad esempio, al beato
Marcel Callo, un giovane francese, scout e operaio che nell’oscurità del campo
di concentramento non ha mai smesso di tendere al bene, rimanendo interiormente
libero.
Man mano che avanziamo in questo
cammino di santità, diventa chiaro che non basta evitare il male: bisogna
scegliere il bene. Non si tratta di un principio astratto, né di
un’affermazione ovvia: scegliere il bene è l’azione propria della libertà,
compiendo la quale essa stessa si avvera, si corregge e matura. Per fare la
scelta buona, ricordate questo criterio: il bene dà la vita, non la toglie mai;
il bene si prende cura, non prende per sé. Il bene non è un bel concetto, ma il
volto raggiante dell’amore: è Dio in persona! Le virtù che san Paolo ci indica
come riflessi della sua bontà sono queste: la giustizia verso l’umanità; la
pietà e la fede verso Dio; la carità con tutti; la pazienza verso chi ci fa
soffrire; la mitezza che contraddistingue chi cerca la pace con animo puro. I
principi di uguaglianza e fratellanza che ispirano la vostra società trovano
qui il loro fondamento: più che semplici prescrizioni legali, sono le scelte
radicali e coraggiose di un cuore libero. Fare nostre queste qualità non è solo
un impegno etico: è la scelta di diventare uomini e donne autentici, liberi da
compromessi.
A questo proposito, l’Apostolo ci
consegna un terzo verbo: combattere. Infatti, evitare il male e tendere al bene
implica combattere. Combattere, sì, come fece San Paolo, rappresentato spesso
con una spada nelle mani, segno della Parola di Dio, «spada dello Spirito» (Ef
6,17). Questo verbo risuona con forza qui in Francia, terra di Santa Giovanna
d’Arco, una giovane che ha saputo combattere con audacia. Ma attenzione, il
verbo come anche l’immagine ci sono ormai chiari: la lotta alla quale siamo
chiamati è quella della fede, cioè l’impegno a vivere secondo il Vangelo, come
discepoli di Gesù, il Figlio di Dio che fa di noi tutti fratelli e sorelle. È
nel suo nome che abbiamo la forza dei giusti, per resistere alla tentazione. È
nel suo nome che abbiamo la perseveranza dei miti, per dedicarci al bene. Il
nostro combattimento non è una lotta contro gli altri, non ricorre alle armi
della violenza, del disprezzo o dell’oppressione. La nostra unica arma è quella
dell’amore che si dona. Sappiamo, purtroppo, che ci sono forze contrarie al
nostro legame con Dio, potenze che mirano a dividere persone e popoli,
contrapponendoli tra loro. Questi mali hanno non solamente un volto violento,
ma talvolta anche un’apparenza insidiosa, perché promettono proprio quello che
ci tolgono, ossia la felicità. Quando ci sentiamo avvolti nella loro oscurità,
però, la luce dello Spirito Santo ci illumina e ci conforta: stasera, dunque,
scegliamo insieme le virtù che dobbiamo coltivare per seguire il Signore.
Non siamo soli in questo cammino
di santità, perché lo percorriamo uniti a tutti i nostri fratelli e sorelle che
ci circondano. Ne fate del resto esperienza questa sera e durante i grandi
raduni come le Giornate Mondiali della Gioventù. Abbiamo inoltre come alleati i
santi: sono amici che ci sostengono nella prova. Carissimi, quando le scelte
della vita richiedono coraggio, sollecitate la loro intercessione e imitate il
loro esempio: come abbiamo cantato nelle litanie, l’incoraggiamento dei santi
ci assicura che non siamo mai soli nella preghiera, mai siamo soli nella
Chiesa. Specialmente in questo tempo, chiediamo allora il loro aiuto per essere
artigiani di pace: eterno desiderio di Dio e impegno costante dell’umanità!
Stasera ho citato alcuni di loro. Chiediamo anche a Santa Teresa del Bambino
Gesù di insegnarci la sua “piccola via” dell’amore quotidiano, solido
fondamento di ogni pace duratura.
Questa pace, il Signore la
realizza nell’Alleanza che stringe con noi tutti per la mediazione di Gesù, il
Cristo. Perciò, indicando il fondamento della nostra esperienza di fede, san
Paolo parla non solo di quello che noi possiamo fare rispondendo a Dio, ma
anche di ciò che Dio fa per noi. L’Apostolo lo riassume in un episodio: Gesù
davanti a Pilato, la verità dell’amore davanti all’ipocrisia del potere. La
«buona battaglia» coincide allora con la «bella testimonianza» (cfr 1Tm
6,12-13). Lo dimostra l’uso di un identico aggettivo: kalos, che qui significa
ben fatto. L’opera ben fatta, quella che è buona, è la redenzione che Gesù
compie per noi. Nel suo combattimento contro il peccato e la morte, la vittoria
di Cristo ci libera tutti: da ogni male ci salva, a ogni bene ci invita.
In questa luce, guardiamo le due
reliquie portate davanti a noi: la tunica e la croce. L’una è quel che a Cristo
è stato tolto; l’altra quel che a Cristo è stato donato. In tal senso, sono
entrambi segni della sua passione: Gesù è spogliato della sua tunica per
rivestire noi con la veste bianca, lavata «nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14).
È così che la croce, da strumento di morte, diventa segno di speranza: insieme,
perciò, la tunica e la croce rappresentano noi, noi Chiesa che nasce dalla vita
di Dio donata al mondo. Cari giovani, per crescere in santità e cambiare in
meglio la nostra società, siate luminosi testimoni di questo Vangelo, cioè
della buona notizia che è Cristo stesso, il nostro Salvatore: «A Lui onore e
potenza per sempre. Amen» (1Tm 6,16).







