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Fine vita, la preoccupazione della Chiesa in Francia
Il duro comunicato della Conferenza episcopale francese,
firmato dal suo presidente cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di
Marsiglia, e dai suoi vice, dopo l’approvazione alla Camera della legge sul
diritto al suicidio assistito. E l’intervista di Vatican News al portavoce
della Cef, Mathieu Rougé, pastore di Nanterre
17.07.2026
Jean-Charles Putzolu
L’aula dell’Assemblea Nazionale, la camera bassa del
Parlamento francese (©Ansa/Telmo Pinto/SOPA Images via ZUMA Press Wire)
Ha espresso rammarico la Chiesa in Francia, ieri sera,
mercoledì 15 luglio, dopo l’approvazione definitiva da parte dell’Assemblea
Nazionale della legge sul diritto al suicidio assistito. Rammarico per una
scelta che rompe la lunga tradizione di cura e la vocazione ad alleviare la
sofferenza e accompagnare ogni persona fino alla fine naturale della sua
esistenza. I vescovi hanno ricordato la loro partecipazione al dialogo sul tema
nel dibattito degli ultimi quattro anni, sottolineando la secolare esperienza
della Chiesa nell’accompagnare i malati e le loro famiglie. Secondo i presuli,
gli effetti di tale legislazione modificheranno il rapporto con la
vulnerabilità, la vecchiaia, la disabilità e la malattia. Tuttavia l’episcopato
francese non si arrende: “La storia non è finita”, affermano. “Rimangono aperte
numerose vie legali”, spiega ai media vaticani il vescovo Mathieu Rougé,
pastore di Nanterre e portavoce della Conferenza Episcopale francese (CEF)
sulle questioni del fine vita.
Eccellenza, riguardo alla clausola di coscienza prevista
dalla nuova legge, come funziona per le istituzioni cattoliche?
La legge, così come approvata, include una clausola di
obiezione di coscienza per i medici. Tuttavia, è deplorevole che non includa
una clausola di obiezione di coscienza per i farmacisti che, nei casi di
suicidio assistito a domicilio, saranno costretti a fungere da depositari della
sostanza letale. D’altra parte l’aspetto più preoccupante, al di là del
semplice fatto di autorizzare il suicidio assistito, è che le istituzioni - il
cui statuto etico o la cui storia religiosa condannano la pratica dell’eutanasia
- saranno obbligate a fornirla. Questa non è una clausola di obiezione di
coscienza perché la coscienza è una questione personale. È un requisito
istituzionale...
Continua a leggere l’intervista su Vatican News
IL COMUNICATO DELLA CONFERENZA EPISCOPALE FRANCESE
Approvata la legge sul fine vita: di fronte a una scelta che
segna una rottura con il passato, rinnoviamo il nostro impegno al servizio
della vita
Il 15 luglio 2026 segna una svolta profonda nella storia del
nostro Paese. Scegliendo di legalizzare l'eutanasia e il suicidio assistito, il
legislatore ha sancito nell'ordinamento francese la possibilità di provocare la
morte. Tale scelta rompe con la tradizione di cura di lunga data, la cui
vocazione è alleviare la sofferenza e accompagnare ogni persona fino alla fine
naturale della propria vita.
Negli ultimi quattro anni, insieme ai vescovi di Francia,
abbiamo partecipato con serietà e responsabilità al dibattito sul fine vita,
esprimendo le nostre convinzioni e dialogando con tutte le parti in causa.
Forti dell'esperienza secolare della Chiesa nell'assistenza ai malati, ai
morenti e alle loro famiglie, abbiamo ritenuto fondamentale condividere le
nostre riflessioni sulla dignità di ogni vita umana. Il Presidente della
Repubblica aveva promesso un dibattito sereno, informato e rispettoso; tuttavia,
è evidente che interessi politici, ideologici e — senza dubbio — economici,
celati dietro un linguaggio ingannevole, hanno vanificato tale intento. Una
questione così vitale per il nostro patto sociale avrebbe meritato una piena
valutazione delle conseguenze umane, mediche, etiche e sociali dell'eutanasia e
del suicidio assistito.
Non è ancora possibile misurare l'impatto complessivo di
tale normativa, sebbene se ne delineino già i contorni. Il nostro rapporto con
la vulnerabilità, la vecchiaia, la disabilità e la malattia cambierà. I legami
di fiducia tra le generazioni — così come quelli tra operatori sanitari,
pazienti e famiglie — verranno erosi e la percezione sociale della fragilità ne
risulterà distorta. È probabile che a pagarne il prezzo più alto siano i più
poveri: gli anziani in condizioni di precarietà, non volendo essere un peso per
figli o nipoti, potrebbero sentirsi spinti a porre fine alla propria vita.
Inoltre, l'esperienza di altri Paesi dimostra che i criteri di accesso alla
morte assistita tendono inevitabilmente ad ampliarsi, a scapito delle cure
palliative.
Al di là della semplice disapprovazione, questo voto del 15
luglio ci chiama a un rinnovato impegno – accanto a famiglie, operatori
sanitari, volontari, caregiver informali, associazioni e cappellani – per
testimoniare che un’altra strada è possibile: una strada fatta di presenza
costante e cura premurosa che allevia la sofferenza fisica o psicologica, senza
mai abbandonare nessuno.
La Conferenza Episcopale di Francia esprime la propria
profonda gratitudine a tutti coloro che, giorno dopo giorno, si dedicano ai
malati, alle persone con disabilità, agli anziani e a chi si trova nella fase
finale della vita. Incoraggia inoltre le istituzioni sanitarie cattoliche a
rendere fedele testimonianza all'impegno etico fondamentale di rispettare i
valori umani essenziali, astenendosi da azioni chiaramente illecite sul piano
morale, in riconoscimento della dignità di ogni vita umana.
Infine, la Conferenza seguirà con attenzione i ricorsi
annunciati presso il Consiglio Costituzionale, così come i contributi delle
associazioni, per garantire il rispetto degli standard etici, in particolare
nelle strutture dedicate alle cure di fine vita che escludono il ricorso
all'eutanasia o al suicidio assistito.
I cattolici in Francia continueranno, insieme a tanti altri
uomini e donne di buona volontà – credenti e non – a servire la vita. Lo
faranno animati dalla ferma speranza offerta dal Vangelo, senza rassegnazione
né spirito di scontro, convinti che la grandezza di una società non risieda
nell'infliggere la morte ai più vulnerabili o nel permettere loro di togliersi
la vita, bensì nell'accompagnarli fino alla fine attraverso una fraternità
autentica. Poiché il Cristo in cui credono è venuto affinché il mondo abbia la
vita.
cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia,
presidente della Conferenza episcopale francese
arcivescovo Vincenzo Jordy di Tours, vicepresidente della
Conferenza episcopale francese
vescovo Benoît Bertrand di Pontoise, vicepresidente della
Conferenza episcopale francese
Leggi il comunicato della Cef in francese
Javier Prades ofrece en ‘El
Debate’ claves de lectura de Magnifica humanitas, la primera encíclica de León
XIV sobre inteligencia artificial y dignidad humana
El Papa León XIV ha publicado su
primera carta encíclica, Magnifica humanitas, dedicada a “la custodia de la
persona humana en el tiempo de la inteligencia artificial”. El documento,
firmado el 15 de mayo de 2026, coincide simbólicamente con el 135.º aniversario
de la promulgación de Rerum novarum, la gran encíclica social de León XIII,
publicada en 1891 ante los desafíos de la revolución industrial. Con este
gesto, León XIV sitúa su pontificado en continuidad con una de las grandes
intuiciones de la Doctrina social de la Iglesia: la necesidad de iluminar,
desde el Evangelio y la dignidad humana, las transformaciones históricas que
afectan profundamente a la vida de las personas y de los pueblos. Si León XIII
dirigió su mirada a las “cosas nuevas” de la cuestión obrera, León XIV
contempla ahora otra gran transformación: el desarrollo acelerado de la
inteligencia artificial, con sus posibilidades, riesgos y consecuencias
sociales, culturales, políticas y morales.
La encíclica fue presentada
públicamente el 25 de mayo en el Aula del Sínodo. Según la información
difundida por medios vaticanos, el propio Papa explicó entonces el sentido y el
origen del documento, subrayando que la inteligencia artificial “influye en la
vida, moldea las decisiones y cambia la forma de combatir la guerra”. Por ello,
el Pontífice lanzó un llamamiento universal a “desarmar la IA”, liberándola “de
lógicas que la transforman en instrumento de dominio, exclusión o muerte”.
Auqui l’articulo completo:
https://www.eldebate.com/religion/20260527/algunas-claves-lectura-nueva-enciclica_422104.html
.
Jerte, 10 - 28005 Madrid
Il Papa, visitando la sede della Pam di Roma, ha chiesto un rilancio del multilateralismo per garantire cibo, dignità e sviluppo ai più vulnerabili
redazione
22 Giugno 2026
La lotta contro la fame non può
limitarsi alla gestione delle emergenze, ma deve affrontare le cause profonde
che alimentano disuguaglianze, conflitti e povertà. È il cuore del messaggio
che Papa Leone XIV ha rivolto al Programma alimentare mondiale (Pam), nella
sede romana dell’agenzia delle Nazioni Unite. Il Pontefice ha denunciato la
frammentazione dell’ordine internazionale, l’indebolimento del sistema
multilaterale e il rischio che la solidarietà venga soffocata dalla burocrazia
e da logiche economiche e strategiche. In un contesto segnato da guerre,
insicurezza alimentare e vulnerabilità climatica, il Papa ha ribadito che la
persona deve tornare al centro dell’azione politica internazionale. Da qui
l’appello ai governi, alle istituzioni e alla società civile a rafforzare la
cooperazione globale, aumentare le risorse destinate alla lotta contro la fame
e rimuovere ogni ostacolo che impedisca agli aiuti di raggiungere le
popolazioni più fragili.
Le parole del Santo Padre
“Affrontare la fame e la
malnutrizione, nonché contrastare le cause strutturali che le alimentano”. È il
primo appello del Papa al Pam (Programma alimentare mondiale), nel discorso
pronunciato, in inglese, nella sede romana dell’organismo delle Nazioni Unite.
“L’impegno della vostra istituzione risuona profondamente con la missione della
Chiesa cattolica di difendere la dignità umana e promuovere la fraternità,
radicata nell’invito evangelico ad amare il prossimo”, l’omaggio di Leone XIV,
secondo il quale “oggi, le crisi si sono evolute da eventi isolati in realtà
persistenti, caratterizzate da conflitti prolungati, insicurezza alimentare
cronica, volatilità economica e crescente vulnerabilità climatica”. “Quale
configurazione dell’ordine globale è in grado di produrre, riprodurre e, a
volte, normalizzare tali condizioni?”, la domanda da porsi: il problema, per il
Pontefice, “non si limita più a come intervenire; si estende piuttosto alla
comprensione del perché il sistema produca costantemente gli stessi problemi
che è poi costretto a correggere”.
La preoccupazione
“L’ordine internazionale si è
progressivamente frammentato, in parte a causa della crisi del sistema
multilaterale”. “Le istituzioni create per salvaguardare il concetto di un
futuro comune per tutti i popoli e di un bene comune globale sembrano essersi indebolite”,
ha ribadito Leone XIV sulla scorta della sua prima enciclica: “In assenza di un
orizzonte etico condiviso, capace di sostenere un’autentica cooperazione, il
sistema internazionale si è spostato dal multilateralismo verso un
multipolarismo disordinato e conflittuale, caratterizzato da un diffuso senso
di sfiducia”. Di conseguenza, “gli Stati hanno destinato sempre più risorse
alla sicurezza nazionale, alla crescita economica e alla stabilità interna,
trascurando lo stretto legame tra queste tematiche e la cooperazione
multilaterale”. Secondo Leone, “questa tendenza rivela un paradosso evidente:
una capacità produttiva globale senza precedenti coesiste con zone di estrema
vulnerabilità in espansione. Le stesse forze che guidano la crescita economica
spesso esacerbano l’esclusione e l’emarginazione”.
Alleviare la sofferenza
“Sebbene alleviare la sofferenza
umana sia ampiamente riconosciuto come essenziale in linea di principio, le
questioni umanitarie rischiano sempre più di essere relegate a un ruolo
secondario tra le priorità internazionali”. Il Santo Padre ha poi denunciato il
“divario tra il riconoscimento in linea di principio e la definizione delle
priorità nella pratica” che danno luogo “alla progressiva burocratizzazione
della solidarietà, parallelamente alla tacita mercificazione della vita umana”.
“Da un lato, l’azione umanitaria è sempre più appesantita da procedure
burocratiche che possono ritardare l’assistenza a chi ne ha bisogno”, l’analisi
di Leone XIV: “Dall’altro, l’accesso ai beni essenziali, compreso il cibo, è
troppo spesso influenzato da considerazioni economiche o strategiche. Di
conseguenza, coloro che non generano un valore quantificabile rischiano di
diventare invisibili”.
La complessità delle decisioni
politiche
“La persona umana non è più
costantemente posta al centro dell’azione internazionale”. È questa, per il
Papa, la “sfida etica da raccogliere”. “Mentre le forme di aiuto e i progetti
di sviluppo sono ostacolati da decisioni politiche complesse e incomprensibili,
visioni ideologiche distorte e barriere doganali invalicabili, gli armamenti
non lo sono”. Di fatto, ha osservato, “i conflitti vengono alimentati più
facilmente di quanto le persone vengano nutrite”. “Questa realtà riflette non
solo carenze operative, ma anche un fondamentale squilibrio nelle priorità
politiche e morali”, il monito del Pontefice, secondo il quale “le conseguenze
si estendono ben oltre coloro che ne sono direttamente colpiti”.
I rischi
“La fame, oltre ad essere una
semplice questione umanitaria, erode la coesione sociale, accresce il rischio
di conflitti e alimenta le migrazioni forzate”. La fame, inoltre, “mina la
capacità degli Stati e delle società di costruire istituzioni resilienti,
fornire un’istruzione efficace e promuovere uno sviluppo economico
sostenibile”, e in questo modo “perpetua cicli di fragilità che, in ultima
analisi, colpiscono l’intera comunità internazionale”. “L’azione umanitaria non
è estranea all’ordine internazionale”, ha affermato Leone XIV, ma “riflette la
responsabilità della comunità globale di rafforzare la solidarietà, resistere
all’esclusione e riconoscere l’intrinseca dignità di ogni persona, dono di
Dio”: “Al di là della gestione delle crisi, pertanto, le istituzioni
internazionali incarnano un principio di responsabilità condivisa e affermano
che la comunità internazionale è unita dalla preoccupazione per coloro che si
trovano nelle situazioni più vulnerabili”. In questo senso, il Programma
alimentare mondiale “è più di un attore politico, economico o tecnico; è
un’espressione concreta di solidarietà internazionale”: “laddove le istituzioni
nazionali si indeboliscono e le reti comunitarie si disgregano, la sua presenza
contribuisce a impedire che le crisi umanitarie degenerino in un collasso
irreversibile”. Per questo motivo, è essenziale un rinnovato impegno nella
cooperazione multilaterale.
L’appello
“In un mondo sempre più
frammentato e multipolare, nessuno Stato può affrontare da solo le sfide
globali”. Il Santo Padre ha auspicato “un rinnovato impegno nella cooperazione
multilaterale”. “Una pace duratura e uno sviluppo umano integrale e sostenibile
sono possibili solo attraverso la partecipazione di tutti, favorita da un
autentico dialogo internazionale e da una cooperazione orientata al bene
comune”, l’indicazione di rotta di Leone XIV, secondo il quale “un tale
approccio richiede una ferma volontà politica, capace di trascendere le
prospettive a breve termine e di investire nei beni pubblici globali”. Di qui
l’appello “ai governi e ai popoli del mondo affinché rinnovino e rafforzino il
loro impegno, aumentino le risorse dedicate alla lotta contro la fame e le sue
cause profonde e rimuovano gli ostacoli che impediscono agli aiuti di
raggiungere chi ne ha bisogno”. “Rafforzare il coinvolgimento della Chiesa e
della società civile”, l’altro suggerimento del Papa, insieme a quello a favore
della “riduzione della burocrazia superflua, in modo che la trasparenza e la
responsabilità siano al servizio delle persone anziché ostacolare gli aiuti”.
La conclusione
“Semplificare ciò che è diventato
eccessivamente complesso, dare priorità all’essenziale e garantire che nessuna
persona venga dimenticata”. Sono queste, per il Papa, le tre direttive
fondamentali lungo cui dovrebbe articolarsi la lotta alla fame, partendo dal
“riconoscimento che ogni persona umana possiede una dignità intrinseca e
inalienabile che rimane intatta a prescindere dalle circostanze, dalle
condizioni o dallo status sociale”. È sulla difesa della dignità infinita e
incondizionata della persona umana, ha ribadito Leone XIV, sulla scorta della
sua prima enciclica, che “si misura l’umanità della nostra politica e, con
essa, il futuro della comunità internazionale”. “È in gioco non solo
l’efficacia di un’agenzia, ma anche la credibilità della cooperazione
internazionale stessa”, ha concluso il Papa.
Fonte Agensir
Torun, 1° giugno 2026. Award Nicolo Copernico, Fides et Ratio
Replica di Marta Cartabia alla Laudatio del professor Weiler.
Ringrazio il professor Weiler per queste parole così generose. Le sue parole conclusive mi commuovono: “praticare la giustizia, amare la misericordia e camminare umilmente con il tuo Dio” Chi non desidererebbe rispecchiarsi pienamente in quella splendida immagine del profeta Michea con cui ha concluso la sua laudatio? Grazie di cuore, professore. Nel corso della mia carriera, soprattutto da quando ho rivestito un incarico pubblico, mi è capitato abbastanza frequentemente che mi rivolgessero la domanda: “ma che cosa significa per un cattolico vivere la fede nella vita pubblica?” “come vivi la tua fede nel tuo lavoro”? Posso capire l’origine di quella domanda. Ho iniziato il mio impegno pubblico all’inizio del nuovo secolo, proprio nel momento in cui la grande secolarizzazione del vecchio continente veniva a galla, anche in forme piuttosto aggressive. Basti ricordare i toni del dibattito sulle “radici cristiane dell’Europa” – tema carissimo soprattutto a San Giovanni Paolo II - nell’ambito della grande discussione sulla Costituzione europea. Il professor Weiler è un testimone oculare di quel dibattito e delle posizioni intransigenti di alcuni leaders. Il professor Weiler scriveva allora il suo libro, appena ripubblicato su l’Europa cristiana, in cui denunciava una diffusa “cristofobia” e una ostilità verso ogni fenomeno religioso, derivante da una male intesa laicité, di matrice francese, soprattutto. Essere cattolici e professare la propria fede in pubblico era motivo di imbarazzo, all’epoca. E Weiler ci spronava a non essere “marrani”, a non ritrarci in una dimensione privata, a non nasconderci. 2 Si capisce, dunque, che in un contesto così ci si possa chiedere: cosa vuol dire svolgere un ruolo pubblico da credente? Ma quella domanda nascondeva una ambiguità, a mio parere. Mi ha sempre colpito che a seconda di chi poneva la domanda, c’era sempre un implicito, una seconda domanda sottintesa: - Se a porre l’interrogativo era una persona di orientamento conservatore, sotto sotto intendeva chiedere: come fai a garantire i valori cristiani, soprattutto la tutela della vita e della famiglia? Poiché sono una giurista, la domanda mirava a chiedere: sei riuscita a difendere le nostre leggi su aborto, fine vita, famiglia etc.? - Se era una persona di orientamento progressista, il quesito implicito era: sei riuscita a fare qualcosa per i deboli, per le persone più povere e soprattutto gli immigrati, e sugli altri temi della giustizia sociale e della solidarietà? - Poi c’era il filone dei patiti della sussidiarietà e del terzo settore: cosa hai fatto per attuare il principio di sussidiarietà, difendere le autonomie locali, valorizzare la scuola privata? - Piu raramente, la domanda implicita era sulla libertà di religione: che invero a me pare un tema centrale ed è emerso soprattutto nelle controversie in tema di simboli religiosi – ma lì il professor Weiler si è preso sulle spalle il carico per tutti e ha sistemato tutta l’Europa con 20 minuti di arringa davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Vedere per credere. Intendiamoci: la domanda principale – cosa significa essere cristiani in pubblico, oggi - è più che interessante. Ma le domande di secondo livello, sottintese a quella principale, mi hanno sempre lasciata perplessa per due ragioni fondamentali. 3 La prima. È come se muovessero dal presupposto che il cattolico che si impegna in pubblico debba avere una agenda predeterminata da eseguire. Perdonate il paragone poco rispettoso, ma c’è qualcosa di simile quando mi chiedono: cosa vuol dire essere donna alla Corte costituzionale? Cosa vuol dire essere donna al Ministero della giustizia? L’implicito è: che cosa hai fatto per i diritti delle donne? Che cosa hai fatto per la famiglia e i minori? Che cosa hai fatto contro la violenza di genere? Il fatto è che quando assumi un impegno pubblico accetti di raccogliere le sfide della storia e la storia ti interroga su mille fronti: ti trovi ad occuparti – per fare qualche esempio dalla mia esperienza – di dover ridurre i tempi della giustizia, di assicurare la separazione tra politica e potere giudiziario, di giudicare una legge elettorale, di pronunciarti su obblighi di vaccinazione in piena pandemia, di far funzionare il sistema penitenziario, di rifare la legge sul traffico di stupefacenti, sull’uso dei beni sequestrati alla mafia, sull’uso della tecnologia e dell’intelligenza artificiale nella funzione giudiziaria, e così via… Raramente i temi che ti investono rientrano nell’agenda “cattolica” (o nell’”agenda donna”). E dunque? Cosa ha da dire un credente sui temi che non rientrano nell’agenda cattolica? La prima cosa che mi ha insegnato il mio impegno pubblico è stato quello di lasciarmi provocare dalle domande della storia – dentro e fuori il perimetro dell’agenda cattolica. Se è vero, come è vero, che il cuore della cristianità è l’incarnazione nella storia umana, tutto ciò che appartiene alla storia dell’umanità ci interroga e ci interessa. «Homo sum, humani nihil a me alienum puto»: «nulla che sia umano mi è estraneo», diceva Terenzio. Anzi, forse gli aspetti forse più interessanti sono quelli in cui non c’è già una risposta precostituita alla quale pensi di poter attingere. 4 L’avventura più bella e gustosa è quella che proviene dalle sfide nuove, che chiedono una risposta creativa. I terreni inesplorati: un po’ come la Enciclica di Papa Leone Magnifica Humanitas, che apre una riflessione sui problemi del nostro tempo, pace e guerra, e soprattutto intelligenza artificiale. La seconda ragione per cui quelle domande implicite sono fuorvianti è che esse sottintendono l’idea che la fede – e la dottrina sociale della Chiesa – siano un “prontuario di precetti”, pronti per essere applicati e che il compito di una donna di fede in politica sia di dare attuazione a quei precetti. Questa prospettiva è irrealistica e non desiderabile. Irrealistica, perché bisogna fare i conti con il fatto che nella società contemporanea siamo una minoranza. E quando hai una responsabilità pubblica devi fare i conti con il “limite del possibile”. Quando ero alla Corte costituzionale dovevo prendere le decisioni con altri 14 giudici costituzionali e portare argomenti convincenti e accettabili per tutti. Al Governo era ancora più complesso, perché era un governo di unità nazionale sostenuto dall’estrema destra e dall’estrema sinistra, e per far approvare le riforme occorre convincerli tutti, altrimenti non avrebbero votato in parlamento. Ma quella prospettiva di imporre le proprie soluzioni precostituite, quand’anche fosse possibile, non sarebbe nemmeno desiderabile perché non terrebbe conto della necessaria “distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica” e la necessaria “autonomia delle cose terrene”, chiarita sin dal Concilio Vaticano II e ribadita fermamente e ampiamente nell’ultima enciclica (parr. 21-24). La dottrina sociale non è “un repertorio di soluzioni tecniche”, e neppure “un modello economico o politico” che si sostituisce alla responsabilità politica dei singoli e delle istituzioni, dice Papa Leone. 5 Nel mio impegno pubblico ho imparato ad amare e ad apprezzare la distinzione tra la città di dio e la città dell’uomo, e l’inevitabile imperfezione delle leggi umane. I grandi politici cattolici che hanno fondato la repubblica italiana lo sapevano chiaramente: mi ha sempre colpito la scelta di Alcide De Gasperi di non assecondare la richiesta delle gerarchie ecclesiastiche dell’epoca, che insistevano per introdurre nella nuova Costituzione repubblicana il principio di indissolubilità del matrimonio. Se c’era un uomo di fede autentica e di leale fedeltà alla Chiesa questo era De Gasperi. Se c’era un uomo che credeva profondamente nel valore del matrimonio questo era De Gasperi. Ma De Gasperi aveva orrore – come scrive nelle le lettere a sua moglie dalla prigionia – all’idea di imporre con la forza della legge ciò che deve essere offerto alla libera adesione della persona. Anni fa fu per me liberante ascoltare le parole di Papa Benedetto XVI nei suoi discorsi politici, che sarebbero da riscoprire, sempre attento a distinguere l’opera dell’uomo e l’opera di Dio, esaltare il valore del compromesso nelle cose umane. Parlando della responsabilità dei credenti in politica dice: «Non è morale il moralismo che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica». A proposito del compromesso Amoz Oz dice nella sua Tubingen Lecture: “Nel mio mondo la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”. Il compromesso è una parola belle: è promettere insieme. Presuppone l’ascolto dell’altro, l’apertura della mente e del cuore. E spesso, credetemi, ho visto germogliare risposte innovative e creative proprio dalla necessità di procedere per compromessi. 6 L’indisponibilità al compromesso nega l’esistenza dell’altro, è violenza. Nel campo della giustizia, che è il mio campo di quotidiano impegno, l’intransigenza, il rigore, il massimalismo portano alla negazione di ciò che dovrebbero ottenere. Fiat iustitia et pereat mundus, dicevano i romani. Ma è la distruzione del mondo ciò che vogliamo conseguire con in nostro “fare giustizia”? “Senza la prospettiva di un oltre, la giustizia è impossibile” – dice don Luigi Giussani nel Senso religioso. Accettare che le cose umane siano sempre contrassegnate da un’imperfezione, da una crepa, da una ferita – umanità magnifica e ferita, dice Leone XIV - non equivale ad accontentarsi della mediocrità, ma operare con la consapevolezza del proprio limite, del limite delle circostanze e della ineliminabile necessità di un passo ulteriore. La consapevolezza dell’imperfezione della città dell’uomo chiama una continua ricostruzione, un continuo adeguamento alle circostanze che mutano, una continua rigenerazione dell’opera compiuta, proprio come Neemia descrive la ricostruzione delle mura di Gerusalemme, secondo l’immagine con cui Papa Leone descrive la presenza del cristiano nella storia: “Dopo l’esilio babilonese, una parte del popolo è tornata a Gerusalemme, ma la città è ancora in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate. Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro 7 e ricostruisce i legami prima ancora che le pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore” (par. 8 Magnifica Humanitas). Non serve commentare questa immagine della grande ricostruzione così evocativa, specie in un tempo come il nostro segnato dalla distruzione. Permettetemi di concludere con un ultimo passaggio: che cosa ci permette di accettare una soluzione imperfetta, di compromesso e che ben sappiamo non corrispondere ai nostri ideali? È la consapevolezza che il nostro compito non è dire una parola definitiva sulla storia umana, che nessuno di noi è padrone della storia. Lasciatemelo dire con le parole di Sant’Ambrogio, patrono della mia città, grande vescovo di Milano, importante funzionario e governatore dell’Impero romano, che bene conosceva le dinamiche del potere e i suoi effetti sul cuore umano. Quam multos dominos habet qui unum refugerit! Quanto padroni hanno coloro che rifiutano l’unico signore. Un grande inno alla libertà dai vincoli del potere, dai propri progetti, dai propri ideali, che si può sperimentare nel rapporto vissuto con il proprio destino presente nella storia. Il più bel complimento che mi hanno fatto alla fine di una estenuante mediazione per realizzare alcune indispensabili riforme della giustizia in Italia è venuto da alcuni attori politici che, di fronte all’ennesimo “compromesso” nel mezzo dell’aula parlamentare hanno esclamato: “ma davvero Ministra Cartabia lei non ha una agenda nascosta e vuole solo portare a termine ciò che è utile per il paese!”. Liberi dai nostri stessi progetti, per raccogliere i suggerimenti della storia. 8 “Le chrétien porte une vie par dedans sa vie, il se promène parmi les hommes avec un secret dans son coeur. Il le quitte, il le retrouve. Et rencontre bien des hommes qui appartiennent à cette vie, même si ils ne se reconnaissent pas le nom de chrétiens » (Emmanuel Mounier, 1933) “Il cristiano porta una vita dentro la propria vita, cammina tra gli uomini con un segreto nel cuore. Lo lascia, lo ritrova. E incontra molti uomini che appartengono a questa vita, anche se non si riconoscono nel nome cristiano» (Emmanuel Mounier, 1933).
Luisa Muraro: “Nelle
concomitanze di desideri c’è qualcosa che bisogna che diventi amore”
È morta la filosofa e femminista
storica, fondatrice della Libreria delle Donne, una personalità capace di
guardare con lucidità e compassione il mondo dentro al quale stiamo. Ha scritto
libri originali, controvento, pensatrice nel senso pieno della parola. È
partita a riflettere sulla differenza sessuale ed è arrivata a mettere a tema
il compito della donna e il contributo che la donna può portare in un mondo che
pensa prevalentemente al maschile. Allieva di Gustavo Bontadini in Cattolica,
ha seguito con interesse i corsi di Luigi Giussani. Ha stimato l’avventura del
Centro Culturale di Milano. Il ricordo di una sua cara amica.
19 giugno 2026
Pensiero non conforme
di Flora Crescini
«L’obiezione e l’inganno vengono
con l’auto-moderazione: che ci accontentiamo di poco. L’inganno comincia quando
cominciamo a sottovalutare l’enormità dei nostri bisogni e ci mettiamo a
pensare che bisogna commisurarli alle nostre forze, che sono naturalmente
limitate. O quando il criterio di realtà diventa la coincidenza con un già
detto, un già stabilito, un già desiderato da altri, che sempre meno si sa chi
sono. Allora, conformandoci a verità di cui non sappiamo niente, e a desideri
finti come quelli della pubblicità, prendendo come traguardi dei risultati
qualsiasi, non facciamo più i nostri veri interessi, non facciamo più quello
che ci interessa veramente, non cerchiamo più la nostra convenienza. A dire il
vero, siamo sempre dietro a cercarla, non possiamo farne a meno (per fortuna),
ma, forse per paura dei colpi di gioia, forse per una – umana e scusabile –
paura di soffrire, ci accontentiamo di poco. In pratica, finisce che fatichiamo
di più per guadagnare meno».
Come si fa a vivere?
Così scrive Luisa Muraro, morta
appena qualche giorno fa, il 13 giugno, in uno dei suoi testi più significativi
Il Dio delle donne (Mondadori 2003, pp. 31-32). E questo passo mi pare dica già
molto di chi è stata: una donna capace di guardare con lucidità e compassione
il mondo dentro al quale stiamo, che, con i suoi continui assalti, con la sua
miseria sempre più palpabile, ci obbliga a una domanda urgente: come si fa a
vivere?
Non domandarci la formula che
mondi possa aprirti /
sì qualche storta sillaba e secca
come un ramo. /
Codesto solo oggi possiamo dirti,
/
ciò che non siamo, ciò che non
vogliamo.
Così scrive Montale in Non
chiederci la parola. Da una parte, anche Luisa Muraro, nei suoi scritti, dice
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo; dall’altra, però, suggerisce una
strada possibile: l’attenzione all’enormità dei nostri bisogni, il non sistemarsi
e conformarsi agli schemi del mondo.
Luisa Muraro è stata una
pensatrice nel senso pieno della parola: è partita a riflettere sulla
differenza sessuale ed è arrivata a mettere a tema il compito della donna e il
contributo che la donna può portare in un mondo che pensa prevalentemente al
maschile. Ma è arrivata a scrivere anche libri come Il Dio delle donne o Il
posto vuoto di Dio: «Non mettere mai un uomo al posto di Dio», scrive lì. «Non
credi in Dio? Non importa, neanch’io ci credo, però il posto vuoto glielo devi
lasciare, deve restare vuoto. Che cosa significa il posto vuoto? Significa
tutto quello che in me sporge su niente, tutto quello che in me non si basta,
tutto quello che in me è bisognoso di…, tutto quello che in me piange e
piangerà fino all’ultimo».
Ascoltare con pazienza
Ho incontrato Luisa molti anni fa
e subito ci siamo riconosciute. Perché la sua posizione di fronte alla vita è
simile alla mia, e a quella che anima il mio partecipare al centro culturale.
Nacque così l’idea del primo incontro pubblico con lei, insieme al filosofo
Costantino Esposito e a Vanda Tommasi della Comunità Filosofica Diotima, la
comunità a cui Luisa aveva dato vita con alcune amiche nel 1983, perché per lei
da sempre il pensiero aveva una sorgente comunionale.
Poi vennero altri incontri
pubblici, e da lì è nato un dialogo che è continuato a casa sua e in alcune
visite di Luisa nella sede del Centro in Largo dei Servi, allora appena
inaugurata, che lei volle visitare da sola, molto contenta per questo approdo fisico.
Qui tra l’altro venne spesso ad
ascoltare il lungo ciclo dedicato ad Alessandro Manzoni, autore e personalità
che amava molto – anche perché amava molto Milano, che considerava la sua città
di adozione.
Da questi dialoghi nacque anche
un’importante – e coraggiosa, se pensiamo al mondo di sinistra a cui
apparteneva – intervista al mensile Tracce di Comunione e Liberazione. Si
dialogava tra noi sui temi di attualità, della fecondazione artificiale, dell’uso
del corpo per i “desideri”. Di tanto in tanto ci avvertiva che non tutte le
compagne di viaggio della Libreria delle donne – che lei aveva fondato nel 1974
insieme a Lia Cigarini (morta un mese fa), uno dei luoghi “storici” del
femminismo italiano – vedevano di buon occhio la sua frequentazione con noi; ma
aggiungeva sempre che “non bisogna avere fretta ma ascoltare con pazienza”.
L’urgenza di una coscienza di
quel che siamo
(….)
Per concludere questo sommario ma
commosso ricordo di Luisa, riporto qualche battuta di un incontro del 2009, in
occasione della pubblicazione del suo libro Al mercato della felicità.
«In questo tempo ci sono cose
elementari che bisogna pensare ex novo, perché è un tempo di grande trambusto,
di grande incertezza. È un periodo di grande gestazione perché è finita la
modernità. Quel triste nome “postmoderno” non mi piace e non lo uso, però certo
la modernità è finita. È stato un crollo, lo dice bene una filosofa un po’
amica, R. Decovic: “Il muro di Berlino non è caduto solo dalla parte dell’Est,
ma anche dalla parte dell’Occidente”.
Pensare la natura desiderante e
infinita della nostra vita
Allora bisogna ripensare tutto
radicalmente. La mia passione politica è stata giovanile, non proprio
dell’ultima ora. Volevo scrivere questo libro per far sentire amore per la
politica. [Flora] ha detto in sostanza che il desiderio illumina il nostro sguardo
verso gli altri e verso il mondo. È il desiderio, è l’essere desideranti che fa
luce sul mondo, per vederlo non come qualcosa che ci schiaccia, ma come un nido
di possibilità. Questa è l’importanza del desiderio in questo momento: dobbiamo
essere desideranti. Flora ha trovato anche un passo in cui si dice che il
desiderio ce l’ho io e ce l’hanno anche gli altri, quindi il desiderio ci
accomuna: la comunanza dei desideri. Quest’aspetto del desiderare insieme non
l’avevo pensato, ma bisogna certamente pensarlo, perché in effetti esistono
queste concomitanze di desideri. Lì c’è qualcosa che bisogna che diventi
amore». Grazie Luisa, per la tua amicizia e per l’aiuto che ci hai dato a
pensare la natura desiderante e infinita della nostra vita.
(pubblicato sul sito del Centro
Culturale di Milano)
Don Julián Carrón rilegge sul Corriere della Sera il viaggio
del Papa in Spagna. «La portata della sua testimonianza è tutta nella modalità
disarmante della sua presenza. Una sfida alla Chiesa, al mondo intero»
19.06.2026
Julián Carrón
La commozione unica con cui Gesù si è piegato sulla dignità
degli uomini e delle donne del suo tempo potrebbe essere oggi un devoto ricordo
del passato. Anzi, ormai solo l’eco di un devoto ricordo. Sarebbe soltanto una
favola, se non fosse per il fatto di veder riaccadere quello stesso sguardo. Se
non fosse contemporaneo. E se nel cuore dell’uomo non persistesse il bisogno di
cercarlo - quelle folle, così variegate, accorse, sorprese dall’«imprevisto» di
una visita.
Lo abbiamo avuto davanti agli occhi per una settimana, nei
giorni dell’intenso viaggio di Leone XIV in Spagna. Nel susseguirsi degli
incontri, delle parole - e dei gesti, che hanno riempito quelle parole di
significato. Le hanno fatte succedere.
La portata della testimonianza che il Papa ci dona è tutta
nella modalità disarmante della sua presenza. Il modo in cui si è posto, in
ogni frangente della visita, è una sfida alla Chiesa, al mondo intero. E Leone
XIV ci sfida attraverso il suo sguardo sulla realtà: in quei giorni, anche con
gesti semplicissimi, ha svelato - dietro alle analisi e ai temi più brucianti
del dibattito pubblico - il volto dell’uomo.
Nella corsa impellente a stabilire cosa è «umano», nel
moltiplicarsi delle definizioni antropologiche e degli allarmi di fronte allo
sgretolarsi della storia che accelera, il Papa ci spiazza tutti, perché si
ferma davanti all’uomo. Lo rivela, guardandolo...
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Papa
Leone, fede e metodo
Fernando De Haro (da sussidiario.net)
Nella sua visita in Spagna, Leone
XIV non si è limitato ai discorsi di principio, ma ha proposto un metodo chiaro
“Non volevo diventare Papa, né da
giovane né da anziano, ma quando il Signore chiama, bisogna dire sì”. Leone XIV
ha parlato con sincerità a Barcellona, rispondendo alle domande di Renzo, un
bambino di sei anni. Esageriamo un po’, semplifichiamo molto: Papa Prevost, un
anno dopo, ha iniziato il suo pontificato con una visita in Spagna. Non si
“impara a essere Papa” dall’oggi al domani.
Leone XIV, a Madrid, Barcellona e
nelle Isole Canarie, è stato acclamato dalla folla, è stato protagonista di ore
di festa, ha pregato e ha ascoltato le storie di molte persone ferite. Ha
benedetto decine di bambini, ha improvvisato, ha riso, ha pianto, ha dialogato
con i non credenti e, da vescovo, ha presentato proposte al Parlamento. E,
soprattutto, ha proposto un metodo per essere “uomini e donne in carne e ossa”
in un mondo “di fronte a cui può prevalere la sensazione di non avere più
mappe”.
Durante la settimana della visita
di Leone XIV, la Spagna ha vissuto un barlume di gioia. I gesti e le parole di
quest’uomo timido possedevano una bellezza disarmante; hanno fatto vedere che
la pace disarmata e disarmante che predicava era una realtà, non un’utopia.
Molti di coloro che desideravano
ascoltarlo e parlare con lui non erano cattolici, non erano credenti e non
condividevano tutto o gran parte di ciò che proponeva. L’esempio più eclatante
è stato quello dell’attore Antonio Banderas. Pochi hanno sentito il bisogno di
specificare dove Leone XIV avesse ragione o torto, alla fine ciò che contava
era come si potesse vivere ed era evidente che lui vivesse bene.
Questo conferma che la Spagna è
una società post-secolare in cui la ricerca di significato è palpabile. Di
questo ha parlato Leone XIV ai vescovi: “Molti uomini e donne del nostro tempo
non rifiutano semplicemente Dio, spesso portano nel cuore una profonda sete di
senso (…) anche quando non sanno darle un nome. La Chiesa è chiamata a
riconoscere questi desideri, ad ascoltarli con rispetto e a offrire (…) il
tesoro che le è stato affidato”.
Lungi da quella che alcuni hanno
definito “l’illusione dell’unanimità”, è stato chiaro che la Chiesa non intende
imporre la propria visione del mondo da una posizione egemonica. Leone XIV ha
incarnato ciò che proponeva: è stato “al servizio di questa sete del cuore
umano. Non in modo impositivo, ma con la testimonianza evangelica”.
Al Parlamento, sui moli delle
Isole Canarie dove approdano i migranti, in molti dei suoi discorsi ha ripetuto
la necessità di “rispettare la dignità umana”. Ma ciò non sarebbe bastato se
non avesse indicato un metodo per riconoscere tale dignità laddove più spesso è
oscurata: nel proprio io.
Ed è qui che Leone XIV ha ripreso
– come ha fatto nell’ultimo anno – gli insegnamenti di Sant’Agostino: “Il
nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio”,
ha detto ai giovani di Barcellona. “E questa inquietudine è un dono che Dio
stesso ci ha dato: siamo fatti su misura per l’infinito e per questo ogni
orizzonte finito, ogni passo, ogni conquista, pur soddisfacendoci, allo stesso
tempo ci spinge avanti e ci invita a continuare a cercare”.
(…)
Per trasformare questa
inquietudine in cammino, Leone XIV non propone una morale o una dottrina, bensì
l'”esperienza della fede”. “La Chiesa – ha sottolineato – condivide con umiltà
ma anche con fermezza ciò che ha scoperto nell’esperienza di fede: che Gesù
Cristo risponde alle grandi domande sulla vita umana e la sua pienezza, già in
questo mondo e fino al suo culmine nell’eternità”. Ha detto che la Sagrada
Familia “è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia
sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento.
(…) La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non
significa una mancanza, ma esprime una promessa”.
Questa dinamica ci impedisce di
“chiuderci ciascuno nel gruppo o nella realtà in cui già si sente sicuro, tra
persone che cantano sempre la stessa melodia. Per arrivare al cuore della città
occorre coltivare la consapevolezza che la verità è sinfonica e sempre ci
supera, coltivare il desiderio di trovare il Risorto che è sempre più avanti di
noi, ci precede e forse è già presente dove ancora non lo abbiamo cercato.
Cercarlo e seguirlo è infatti condizione per indicarlo: non c’è altrimenti
evangelizzazione”.