martedì 9 giugno 2026

Hannah Arendt, un pensiero vivo tra passato e futuro

 


Un pensiero vivo tra passato e futuro

Sante Maletta

 

Annah Arendt è una pensatrice assai presente nel panorama filosofico e culturale

contemporaneo ed è ormai considerata un classico. Le sue opere hanno spesso suscitato

dibattiti molto accesi in quanto la sua esigenza di comprensione della realtà era così

radicale da oltrepassare i limiti imposti dal pensiero mainstream.

Basti pensare alla sua opera Le origini del totalitarismo (1951), che costituisce la prima ricerca

rigorosa in cui si comparano nazismo e comunismo e che definisce una nozione di ideologia

ripresa poi dai dissidenti dei paesi comunisti (Solženicyn, Patočka, Havel).

Arendt è una pensatrice difficile da inserire in categorie politiche e ideologiche

(destra/sinistra, progressismo/conservatorismo).

Ciò è dovuto al fatto che si concepisce come collocata storicamente all’interno di una frattura tra

passato e futuro, a partire dal dato di fatto che la tradizione europea s’è interrotta. Tale avvenimento

sta all’origine di una condizione esistenziale di smarrimento intellettuale e morale che ha reso

l’uomo moderno incapace di riconoscere il male totalitario e di agire contro di esso.

Come lei stessa dice, nel deserto di tale condizione fioriscono tuttavia le oasi grazie al recupero dei

tesori del passato. L’interruzione della tradizione, infatti, se da un lato è un evento drammatico,

dall’altro ci permette di guardare al passato con occhi nuovi, riconoscendo ciò che di prezioso si

può riattualizzare nel presente.

La costruzione del futuro difatti non può basarsi sulla mera condivisione di una condizione

umana presente che unisce gli uomini o in modo solo negativo (i grandi problemi globali) o in

modo solo oggettivo (le varie forme di tecnologia, l’economia, la sub-cultura di massa).

Di fronte alla globalizzazione gli uomini sono impotenti e smarriti. Attraverso il recupero dei

tesori del passato possiamo tuttavia renderci conto dei fattori fondamentali che costituiscono la

condizione umana e che la modernità avanzata mette a rischio: natalità, mortalità, pluralità ecc.

Per esempio, l’ingegneria genetica mette in discussione la natalità, il fatto che l’uomo non è prodotto,

ma creato e che quindi ogni individuo, semplicemente nascendo, porta con sé un nuovo inizio.

Arendt cita spesso S. Agostino (al quale è dedicata la sua tesi dottorale): «Initium ut esset, homo

creatus est». Un inizio che riaccade ogni volta che l’uomo agisce (non limitandosi a reagire agli

stimoli sociali), come avviene nel perdono, un atto imprevedibile e gratuito.

Costruire significa quindi far rivivere idee ed esperienze del passato nella condizione umana

presente dove quelle riaccadono in modo nuovo attraverso le idee e le esperienze di uomini

contemporanei. Non si può costruire il futuro su un presente privo di passato.

Ci sono almeno tre snodi precipui del pensiero arendtiano che riteniamo significativi nel

presente contesto culturale.

 

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 (Linea Tempo 42/2026)


lunedì 8 giugno 2026

Omelia di Papa Leone nella solennità del Corpus Domini a Madrid


 

Papa Leone XIV: «Egli disseti le aridità del nostro cuore»

L’omelia alla Messa e processione con benedizione eucaristica nella solennità del Corpus Domini a Madrid, domenica 7 giugno, in occasione del viaggio apostolico in Spagna

 

08.06.2026

Papa Leone XIV guida la processione del Corpus Domini, durante il viaggio apostolico in Spagna. Madrid, Plaza de Cibeles (© EPA/Javier Lizon)

Eminenze Reverendissime, Eccellenze,

carissimi presbiteri, religiosi e religiose, Maestà

fratelli e sorelle,

è con il cuore colmo di gioia che, all’inizio di questo Viaggio in Spagna, presiedo questa Celebrazione nel giorno della Solennità del Corpus Domini.

 

Siamo radunati attorno all’Eucaristia, il dono della presenza viva di Cristo in mezzo a noi. Egli, che ha voluto offrirci la sua vita per farci entrare nella comunione del Padre e renderci suoi figli è qui, come pane vivo disceso dal cielo, che ci sfama con la stessa vita di Dio, con un amore più forte della morte.

 

Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico è al cuore della vostra fede e della storia del vostro popolo. Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna, il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio. Le solenni processioni di questo giorno hanno plasmato per secoli la pietà, l’arte, la musica, l’architettura e la vita del popolo spagnolo e, ancora oggi, esprimono e manifestano il sentimento spirituale di questo Paese anche attraverso la bellezza e l’eleganza dei tappeti floreali, degli altari nelle strade, della cura degli ostensori e degli espositori, dei canti e dei paramenti. Non si tratta di una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza del Signore Risorto, che è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri...

 

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Omelia del Santo Padre, “Plaza de Cibeles” (Madrid), domenica 7 giugno 2026


sabato 6 giugno 2026

La carità costruisce per sempre

 


https://youtu.be/uXCgYSMfWeo?si=ynYD9_-h7nNC22Nu

https://youtu.be/uXCgYSMfWeo?si=ILrF_VXPtwKWisgO

martedì 2 giugno 2026

S.Cuore di Gesù



 


S.CUORE DI GESU’

 

Tornare alla sorgente dell’amore Cristiano

 

Con l’inizio di giugno, tradizionalmente dedicato al Sacro Cuore di Gesù, la Chiesa rinnova un invito che attraversa i secoli: tornare al centro della Fede, all’amore di Cristo. In un tempo segnato dalla velocità, dall’individualismo e dall’incertezza, la devozione al Sacro Cuore conserva una sorprendente attualità. Non si tratta di una pratica devozionale relegata al passato, ma di una scuola spirituale capace di parlare ancora oggi al cuore dell’uomo. Papa Pio XII la definì «la scuola più efficace dell’amore di Dio», perché conduce a contemplare un Dio che non rimane distante, ma si fa vicino, partecipe delle sofferenze e delle speranze dell’umanità.

 

Una devozione che attraversa la storia

 

Le radici del culto del Sacro Cuore di Gesù affondano nell’antichità Cristiana e nel Medioevo, ma la sua diffusione universale avvenne nel XVII secolo grazie a San Giovanni Eudes e soprattutto alle rivelazioni di Santa Margherita Maria Alacoque. Attraverso la religiosa francese, la Chiesa riscoprì il Cuore di Cristo come simbolo vivo dell’amore misericordioso di Dio, capace di trasformare le persone, le famiglie e persino le società.


domenica 31 maggio 2026

Luce, splendore e grazia della Trinità

 


Dalle «Lettere» di sant'Atanasio, vescovo

(Lett. 1 a Serap. 28-30; PG 26, 594-595. 599)

 

Luce, splendore e grazia della Trinità

Non sarebbe cosa inutile ricercare l'antica tradizione, la dottrina e la fede della Chiesa cattolica, quella s'intende che il Signore ci ha insegnato, che gli apostoli hanno predicato, che i padri hanno conservato. Su di essa infatti si fonda la Chiesa, dalla quale, se qualcuno si sarà allontanato, per nessuna ragione potrà essere cristiano, né venir chiamato tale.

La nostra fede è questa: la Trinità santa e perfetta è quella che è distinta nel Padre e nel Figlio e nello Spirito Santo, e non ha nulla di estraneo o di aggiunto dal di fuori, né risulta costituita del Creatore e di realtà create, ma è tutta potenza creatrice e forza operativa. Una è la sua natura, identica a se stessa. Uno è il principio attivo e una l'operazione. Infatti il Padre compie ogni cosa per mezzo del Verbo nello Spirito Santo e, in questo modo, è mantenuta intatta l'unità della santa Trinità. Perciò nella Chiesa viene annunziato un solo Dio che è al di sopra di ogni cosa, agisce per tutto ed è in tutte le cose (cfr. Ef 4, 6). E' al di sopra di ogni cosa ovviamente come Padre, come principio e origine. Agisce per tutto, certo per mezzo del Verbo. Infine opera in tutte le cose nello Spirito Santo.

L'apostolo Paolo, allorché scrive ai Corinzi sulle realtà spirituali, riconduce tutte le cose ad un solo Dio Padre come al principio, in questo modo: «Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; e vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti» (1 Cor 12, 4-6).

Quelle cose infatti che lo Spirito distribuisce ai singoli, sono date dal Padre per mezzo del Verbo. In verità tutte le cose che sono del Padre sono pure del Figlio. Onde quelle cose che sono concesse dal Figlio nello Spirito sono veri doni del Padre. Parimenti quando lo Spirito è in noi, è anche in noi il Verbo dal quale lo riceviamo, e nel Verbo vi è anche il Padre, e così si realizza quanto è detto: «Verremo io e il Padre e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23). Dove infatti vi è la luce, là vi è anche lo splendore; e dove vi è lo splendore, ivi c'è parimenti la sua efficacia e la sua splendida grazia.

Questa stessa cosa insegna Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, con queste parole: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2 Cor 13, 13). Infatti la grazia è il dono che viene dato nella Trinità, è concesso dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo. Come dal Padre per mezzo del Figlio viene data la grazia, così in noi non può avvenire la partecipazione del dono se non nello Spirito Santo. E allora, resi partecipi di esso, noi abbiamo l'amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunione dello stesso Spirito.


venerdì 29 maggio 2026

Video incontro con la Dr.ssa Migliarese e la Prof.ssa Scabini



 

Video incontro con la Dr.ssa Migliarese e la Prof.ssa Scabini


Sul canale YouTube di CL è stato pubblicato il video dell’incontro

La pienezza dell’amore. Dalla maturità affettiva alla generatività tenutosi lo scorso 6 maggio, a cui hanno partecipato la dr.ssa Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, e la dott.ssa Eugenia Scabini, professore emerito di Psicologia Sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

https://youtu.be/OcARRyYAJl0

giovedì 28 maggio 2026

CHIESA & CARISMI | Leone XIV chiede comunione vera: nessun movimento basta da solo

 



CHIESA & CARISMI | Leone XIV chiede comunione vera: nessun movimento basta da solo

Franco Giulio Brambilla Pubblicato 28 Maggio 2026

 

Il richiamo del Papa ai movimenti e alle associazioni ecclesiali: occorre un governo dei carismi fondato su comunione, libertà, e servizio alla Chiesa

Rivolto ai moderatori delle associazioni e dei movimenti ecclesiali, Papa Leone XIV, in un lucido intervento (Leone XIV, Udienza ai partecipanti all’Incontro dei moderatori delle associazioni internazionali di fedeli, dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, 21.05.2026), ha parlato “ai responsabili, a livello internazionale, di tante diverse realtà laicali”, riflettendo “sul tema del governo di una comunità ecclesiale”. L’intervento è stato incoraggiante e propositivo perché animato da due preoccupazioni di fondo: custodire la “traditio viva” del carisma o della vocazione di un’associazione e di un movimento; sostenere lo slancio “profetico” più genuino dei carismi “per comprendere in che papado rispondere alle nuove sfide e alle sensibilità culturali, sociali e spirituali del nostro tempo”.

La tensione pastorale dell’intervento del Papa è evidente. Parlando ai capi, voleva che volgessero lo sguardo ai due tesori presenti nei carismi personali e associati: la passione delle persone, risvegliata dal ritorno alla sorgente dei fondatori (“c’è una grande ricchezza fra voi, tante persone ben formate e tanti bravi evangelizzatori; tanti giovani e diverse vocazioni alla vita sacerdotale e matrimoniale”); la peculiarità del metodo di evangelizzazione, che risponde all’urgenza del tempo presente (“la varietà dei carismi, dei doni e dei metodi di apostolato sviluppati negli anni vi consente di essere presenti nei campi della cultura, dell’arte, del sociale, del lavoro, portando ovunque la luce del Vangelo”).

Il focus dell’intervento papale si è concentrato su “governare il carisma”, sulle sue caratteristiche e sulle condizioni necessarie per esercitarlo bene a favore delle realtà ecclesiali di cui si è responsabili, per vigilare su ogni forma di ripiegamento e di narcisismo e per correggere ogni tentazione di unilateralità e di esclusivismo. L’abbrivio della breve riflessione parte, dunque, dalla necessità, per ogni carisma, di pensarsi nella sinfonia dei carismi, dei ministeri e delle operazioni, in ordine alla teologia della Chiesa come “corpo di Cristo”, non solo perché i membri dell’unico corpo siano complementari e ben compaginati tra loro, ma anche perché soltanto insieme con gli altri carismi, ministeri e operazioni possano dire e donare al mondo la ricchezza inesauribile del mistero di Cristo (1Cor 12).

La Chiesa come corpo di Cristo non parla solo della complementarità e della sussidiarietà dei doni dello Spirito (immagine ellenistica del corpo), ma anche della simbolicità e della sinfonia dei doni dello Spirito per dire e portare Cristo agli uomini (immagine biblica del corpo). Il corpo non è solo composto di membra coordinate da far funzionare in modo armonico, ma è anche il “simbolo reale” della persona, con cui essa si pone nel mondo e il mondo entra in contatto con essa (qui si tratta nientemeno che di donare Cristo). Solo in questa ottica “governare il carisma” è collocato nel suo contesto reale, che è quello più ampio e comprensivo della missione della Chiesa e della coscienza battesimale di tutto il popolo di Dio, compresi i pastori.

Tuttavia, l’intervento di Papa Leone aveva una mira precisa e va collocato in tale contesto, perché le condizioni e le caratteristiche evocate siano ben comprese e, soprattutto, animino un percorso spirituale, l’unico che può suscitare passioni e sostenere l’impegno. L’arte del “buon governo” non è mai isolata, ma corale. E la Chiesa è sinfonica. Gregorio Magno la definisce così: “La guida delle anime è la suprema tra le arti (Ars est artium regimen animarum)” (Gregorio Magno, Regola Pastorale I, 1, (Opere di Gregorio Magno VII), a cura di G. Cremascoli, Città Nuova, Roma 2008, pp. 10-11). Resta un fatto prodigioso nella storia della Chiesa che all’esperienza spirituale dei carismi e alla missione pastorale della Chiesa siano riconosciute, e ancor più promosse, zone di autonomia e di libertà che arricchiscono il dirsi e il darsi della presenza del Signore nel mondo. Si pensi soltanto alla riconosciuta autonomia delle comunità monastiche, delle congregazioni religiose, degli istituti di vita consacrata e missionaria, delle confraternite di volontariato, oggi appunto allargata anche alle associazioni, aggregazioni e movimenti ecclesiali.

Il Papa definisce il governo come “l’azione di ‘reggere il timone’, di ‘pilotare una nave’”. Si tratta di dare “una direzione sicura, in modo che la comunità sia luogo di crescita per le persone che ne fanno parte”, per sopperire alla “necessità di avere persone e strutture adeguate che si occupino di guidare e coordinare la vita comune”. La descrizione funzionale dell’arte di governo, tipica della guida di ogni gruppo sociale, ha però, una volta assunta nella Chiesa, un carattere sacramentale. Essa “non nasce dalla semplice esigenza di coordinare i bisogni religiosi dei suoi membri”, ma è “il luogo, voluto da Dio, dove tutti gli uomini, in ogni epoca, possono ricevere i frutti della Redenzione e sperimentare la vita nuova che Cristo ci ha donato”.

La radice sacramentale del “governare il carisma” di un’associazione, di un’aggregazione o di un movimento “esprime la partecipazione al munus regale di Cristo ricevuto nel Battesimo”. Esso non è un potere delegato dall’ordine sacro, ma si radica nella comune dimensione battesimale del popolo di Dio, anche se il suo esercizio pratico necessita del riconoscimento del munus regendi dei pastori. Coraggiosa la conclusione che ne trae il Pontefice. Raggiungiamo qui l’asse portante del discorso. Governare il carisma “si pone a servizio di altri fedeli e della vita associativa ed è frutto di libere elezioni, che devono essere intese come espressione di un discernimento comune: permettere che la voce di tutti si esprima in modo libero”. La teologia del popolo di Dio qui assume un’illustrazione alta e limpida, che riconosce il diritto di associazione dei christifideles sia nella sua sorgente sia nel suo esercizio pratico.

Proprio perché è formulato come un diritto, esso va accolto insieme come dono e compito, da cui rifluiscono ben cinque tratti qualificanti. Tre sono descritti dal Papa come conseguenze, due come caratteristiche. Mi piace assumerli come un sistema di vasi comunicanti, così che, se l’uno manca o viene diminuito, anche gli altri si impoveriscono e si deprimono. Non possiamo nasconderci che questi ultimi trent’anni, in cui la fioritura dei movimenti ha disegnato una parabola che sembrava travolgente, hanno presentato anch’essi un conto pesante di abusi, sopraffazioni e persino deviazioni, tanto che in alcuni casi si è paventato il timore di una deriva settaria (F.G. Brambilla, Nuovi movimenti religiosi. I rischi di una deriva settaria, “Il Regno Attualità” 69 (2023), 531-541). Solo una libera e sciolta pratica del “carisma di governo”, che sia semplicemente spirituale, tutta tesa fra custodia viva del carisma e slancio profetico della missione, può garantire il passaggio alla seconda generazione. Soprattutto nei movimenti recenti, quando, dopo la scomparsa dei fondatori, bisogna riattivare, sotto la cenere delle cose trasmesse, il fuoco vivo del carisma originario da trasmettere.

La prima condizione sembra la più ovvia, ma è anche la più insidiosa. Il carisma di guida “dev’essere per l’utilità di tutti (cfr 1Cor 12,7), cioè per promuovere il bene della comunità, dell’associazione, della Chiesa intera. Il governo, dunque, non può mai essere sfruttato per interessi personali o forme mondane di prestigio e di potere”. Mai un linguaggio, nella sua semplicità, è stato più limpido: interesse e potere si insinuano in tutte le forme di cooptazione amicale, nella rete relazionale che include ed esclude, nella censura dei comportamenti e delle persone che non abbia un respiro fraterno. E il fratello non è il componente di una compagnia di interessi e di convenienze, anche se fossero legittimi, ma è colui che cammina con te e ti aiuta ad ascoltare in stereo la realtà della missione.

La seconda è che il “carisma del governo” dei movimenti nasce e si svolge nella libertà di scelta e di esercizio. La formulazione del Papa fa sobbalzare sulla sedia: esso “non può mai essere imposto dall’alto, ma dev’essere un dono riconoscibile nella comunità e liberamente accolto; da qui l’importanza di libere elezioni per renderlo effettivo”. Raggiungiamo qui un profilo alto del magistero pastorale che appella alla coscienza dei membri di associazioni, aggregazioni e movimenti, perché solo la coscienza è il luogo in cui accade la verità: quella del carisma e di chi lo regola. Il “dall’alto” riguarda sia l’autorità dei pastori sia il verticalismo degli organi di decisione. Sono note a tutti le possibilità di manipolazione nel momento della scelta dei responsabili, soprattutto oggi, in presenza dei social e degli strumenti occulti e pervasivi della comunicazione.

La terza condizione è espressa dal Pontefice in modo laconico: “Ogni carisma, anche il governo di un’associazione, è soggetto al discernimento dei Pastori, che vigilano sulla genuinità e sull’uso ordinato dei carismi (cfr Lumen gentium, 12; Iuvenescit Ecclesia, 9 e 17)”. La formulazione sembra non porre problemi, ma sappiamo che, in ogni processo di consultazione per una decisione responsabile, bisogna attivare una comunicazione autentica e veritiera sia dalla periferia verso il centro sia viceversa. Basterebbe far notare che ogni forzatura nella scelta dei moderatori, dei referenti, dei membri dei consigli pastorali ed economici deprime la qualità del cammino dei movimenti, mentre ogni saggia decisione favorisce la ricchezza del loro percorso. Soprattutto nel passaggio alla seconda generazione, questo diventa decisivo. È noto che anche nella Chiesa le procedure per la selezione del personale laico e religioso sono molto incerte e talvolta arbitrarie.

La quarta condizione esprime una saggia considerazione: “Alcune caratteristiche devono essere sempre presenti nel governo [del carisma]: l’ascolto reciproco, la corresponsabilità, la trasparenza, la vicinanza fraterna, il discernimento comunitario”. Quando si dice che l’autorità è servizio, forse la formula può apparire a molti consolatoria e persino ipocrita: si ha paura di chiamarla semplicemente “potere”. Ma la parola auctoritas significa, secondo una possibile etimologia, “colui che fa crescere”: allora le “caratteristiche” (così le chiama il Papa), cioè quelle doti che scolpiscono il carattere di un’autorità, sono la garanzia perché l’esercizio del potere sia cristiano.

La quinta condizione, infine, suggerisce due connotati essenziali dell’esercizio del governare il carisma: “Un buon governo, invece di concentrare tutto su sé stesso, promuove la sussidiarietà e la partecipazione responsabile di tutti i membri della comunità”. Sussidiarietà e partecipazione sono richiamate dal Papa perché la guida del carisma sia tonica. Forse potremmo dirlo con una specie di slogan: nei movimenti, come nelle parrocchie, è meglio arrivare un giorno dopo con una persona in più, perché il nostro orizzonte non è l’efficacia, ma la fecondità, e si è fecondi se si fanno sedere alla tavola della comunione molti figli e tanti fratelli.

 

L’intervento di Leone è rimbalzato sui media per un’ultima considerazione. L’atto di governare il carisma, nella sua radice sacramentale e battesimale, deve inserirsi nella sinfonia più ampia della Catholica. Sentiamolo: “Chi esercita una missione di governo nella Chiesa deve imparare ad ascoltare e accogliere pareri diversi, orientamenti culturali e spirituali diversi, temperamenti personali diversi, cercando sempre di conservare, soprattutto nelle decisioni doverose e spesso difficili da prendere, il bene superiore della comunione”. E poi, andando dritto al punto, stacca gli occhi dai fogli e aggiunge a braccio: “E quindi i nostri movimenti devono veramente cercare come vivere in comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano. E quindi il Vescovo è una figura di riferimento molto importante e, se un gruppo dice: ‘No, con quel Vescovo non siamo in comunione, ne vogliamo un altro’, non va bene. Dobbiamo cercare di vivere in comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano come anche a livello universale”. Più chiaro di così… Anche se non è del tutto articolato il rapporto tra Chiesa locale e Chiesa universale, per il quale il riferimento alla seconda talvolta diventa alibi per affrancarsi dalla prima. Molte narrazioni lo ricordano impietosamente.

(…….)

Come dice, con espressione fulminante, il grande teologo dell’unità della Chiesa, Johann Adam Möhler (1796-1838):

“Non vorremmo morire né asfissiati per estremo centralismo, né assiderati per estremo individualismo. Né uno può pensare di essere tutti, né ciascuno può pensare di essere il tutto, ma solo l’unità di tutti è una totalità. Questo è l’eídos (εἶδος), questa è la forza motrice della Chiesa cattolica!”.

 

 


mercoledì 27 maggio 2026

Intervista al Cardinale Muller sulle decisioni della FSSPX


 

Die Situation zwischen dem Heiligen Stuhl und der traditionalistischen Priesterbruderschaft St. Pius X. (FSSPX) steuert auf eine historische Eskalation zu

 

Bischofsweihen - Piusbruderschaft kündigt die Namen der vier neuen Bischöfe an

vor 4 Stunden in Aktuelles, 53 Lesermeinungen

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Die Situation zwischen dem Heiligen Stuhl und der traditionalistischen Priesterbruderschaft St. Pius X. (FSSPX) steuert auf eine historische Eskalation zu

 

 

Menzingen (kath.net/rn) Die Fronten verhärten sich: Die Situation zwischen dem Heiligen Stuhl und der traditionalistischen Priesterbruderschaft St. Pius X. (FSSPX) steuert auf eine historische Eskalation zu. Am Montag hat die Piusbruderschaft die Namen der vier neuen Bischöfe, die gegen den Willen von Rom geweiht werden sollen, bekanntgegeben. Neben dem Schweizer Pascal Schreiber und Michael Goldade aus den USA sollen mit Michel Poinsinet de Sivry und Marc Hanappier auch zwei Franzosen geweiht werden. Die Weihen sollen am kommenden 1. Juli stattfinden. Da dieser Schritt ohne das erforderliche päpstliche Mandat geplant ist, droht der Weltkirche ein erneuter tiefer kirchenrechtlicher Bruch. Der Generalobere der FSSPX, Pater Davide Pagliarani, rechtfertigte den Schritt mit einer vermeintlichen „schwerwiegenden Notlage“ innerhalb der Kirche. Von den ursprünglich im Jahr 1988 durch Erzbischof Marcel Lefebvre geweihten vier Bischöfen sind heute nur noch zwei im Amt, weshalb die Bruderschaft die Kontinuität ihrer Sakramentenspende für die weltweit rund 600.000 Gläubigen gefährdet sieht.

 

 

 

Die Ankündigung stellt eine fundamentale Herausforderung für das Pontifikat von Papst Leo XIV. dar, der erst im vergangenen Jahr sein Amt angetreten hat. Der Vatikan reagierte umgehend und warnte inzwischen mehrfach die Führung der Bruderschaft in Menzingen eindringlich davor, die Weihen zu vollziehen. Sollten die Konsekrationen wie geplant ohne Erlaubnis Roms stattfinden, zieht dies laut dem geltenden Kirchenrecht (Codex Iuris Canonici) die automatische Exkommunikation (Latae Sententiae) aller beteiligten Bischöfe nach sich – sowohl der Spender als auch der Empfänger der Weihe.

 

(…..)

Kat.net online