CHE COSA RENDE UNITO L’IO?
«Non sono quando non ci sei», dice una canzone di
Francesco Guccini che dà il titolo a questo nostro incontro
(«Vorrei», parole e musica F. Guccini). Di chi possiamo
dire così? Di chi possiamo dire così ora? Questa
espressione mi ha colpito per due ragioni. La prima è che
io mi rendo conto di che cosa è essenziale per me perché
non sono quando manca, e si vede dal fatto che «resto solo
coi pensieri miei», come continua la canzone di Guccini.
E la seconda ragione è che quella cosa essenziale deve
essere
presente ora. Se non è presente ora, io non sono. Mi
sembra che non ci sia un altro criterio per riconoscere
l’essenziale
a cui il Papa ci ha richiamato di nuovo nel Messaggio
al Meeting di Rimini, se non questo: una presenza
che mi fa essere; lo riconosco perché quando
manca io non sono, non sono proprio. Si
vede subito che non è prima di tutto un problema
di coerenza, ma di appartenenza a
una presenza senza la quale io non sono.
Ma che cosa ci fa essere? Essere ora, in questa
situazione storica in cui ci troviamo a vivere?
Niente, niente può impedire di rifare
nella vita la stessa esperienza che racconta
Giorgio Gaber nella canzone che abbiamo
ascoltato all’inizio («L’illogica allegria», parole
A. Luporini, musica G. Gaber). Posso essere
«da solo», in qualsiasi posto, «lungo l’autostrada
», a qualsiasi ora, «alle prime luci del
mattino», addirittura sapendo che «tutto va
in rovina», ma «mi può bastare un niente /
forse un piccolo bagliore / un’aria già vissuta
/ un paesaggio [...]. // E sto bene». Basta che
la realtà, qualsiasi frammento di realtà, quasi
un niente, entri nell’orizzonte del nostro io attraverso una
circostanza qualsiasi, per risvegliarlo e rendere possibile
l’esperienza di questo bene. Un bene così sorprendente che
sembra quasi un sogno, che quasi ci viene «vergogna». Ma
una evidenza s’impone: non posso negare che «io sto bene
/ proprio ora, proprio qui / non è mica colpa mia / se mi
capita così». È come se la realtà, un istante prima che
possiamo
difenderci da essa, prima di innalzare un muro
contro di essa, riuscisse a penetrare nell’io per renderlo
se
stesso, «proprio ora, proprio qui». E mi trovo addosso
una «illogica allegria». Infatti, sembra totalmente
sproporzionato
che «un niente / forse un piccolo bagliore /
un’aria già vissuta», possa portare alla vita questa
allegria.
«Un’illogica allegria / di cui non so il motivo / non so che
cosa sia», tanto è reale e allo stesso tempo misteriosa.
Perché
se non fosse reale, non potrebbe succedere quello che
Gaber dice dopo: «È come se improvvisamente / mi fossi
preso il diritto / di vivere il presente». Qualcosa entra
nella
vita e mi rende presente al presente, «proprio ora, proprio
qui». Un niente che mi prende così tanto da rendermi
presente a me stesso. Io sono tutto unito, presente,
quando tu ci sei.
È difficile trovare una canzone che esprima meglio il
senso del capitolo decimo de Il senso religioso. L’io,
accorgendosi
della presenza inesorabile della realtà, «risvegliato
nel suo essere», dice don Giussani, «dalla presenza,
dalla attrattiva e dallo stupore [per la realtà], [...]
è reso grato, lieto» (Il senso religioso, Rizzoli, Milano
2010, p. 146) e sta bene.
Chi non desidererebbe questo ogni mattina, ogni istante
del vivere? Un istante di pienezza di cui uno si sorprende,
come tante volte l’abbiamo vissuto anche noi. In
quell’esperienza
semplicissima, elementare, a portata di mano
di chiunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi
luogo, in qualsiasi circostanza, lì è tutto
il metodo. Una presenza che mi fa essere.
Nessun mio tentativo è in grado di darmi ciò
che quell’istante mi dà. Non c’è un altro criterio
per riconoscere l’essenziale, se non questo.
Che sia l’essenziale lo si vede perché mi fa
talmente essere che, quando manca, io non
sono, non sono proprio! Appena compare,
sono, e sono contento, sperimento una «illogica
allegria», «proprio ora, proprio qui», che
mi rende capace di vivere il presente.
Quando, invece, questo metodo non prevale,
«che amarezza, amore mio, / veder le
cose come vedo io [non è che cambi il reale,
cambia il modo di vedere le cose] [...]. //
Che delusione [...] / vivere la vita con questo
cuore [tante volte rattrappito] / e non
volere perdere niente» («Amare ancora»,
parole e musica C. Chieffo), vedendo tuttavia che tutto
sfugge tra le mani.
Ma cambiare è facile: «Basterebbe soltanto ritornare
bambini e ricordare... / E ricordare che tutto è dato, che
tutto è nuovo / e liberato».
(…)
Assago 2014








