martedì 20 ottobre 2026

La protesta da capire, non da giustificare


 


Molti giovani in diversi Paesi europei stanno protestando in piazza, a volte con una violenza non giustificabile

Ragazzi giovanissimi, con il volto coperto, si sono trasformati in saccheggiatori nel centro di Milano. Lo stesso è successo a Torino, Bologna e Bergamo. Il fantasma delle proteste si è diffuso in molte città europee, arrivando fino in Belgio, in Portogallo e in Albania. In Francia, nel fine settimana, ci sono stati più di 2.000 arresti e oltre 600 poliziotti, gendarmi e vigili del fuoco feriti.

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Giorni di furia nel Vecchio continente proprio mentre si appresta ad affrontare un importante ciclo elettorale. Ci saranno elezioni in Spagna, Italia, Francia e Polonia. Perché l’Europa è in fiamme proprio adesso? Le proteste riuniscono gruppi sociali molto diversi tra loro, come i gilet gialli, gli autotrasportatori, i sindacati, i dipendenti pubblici, ma soprattutto gli studenti delle scuole superiori.

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La situazione di molti giovani europei è molto complicata, soprattutto per problemi come l’alloggio. Il futuro, per molti, è incompatibile con la speranza. Ma l’Europa resta l’Europa. Perché succede tutto questo nel posto del mondo in cui si vive meglio?

C’è senza dubbio un malessere di fondo, un malcontento che molti non sanno come definire. L’energia che un tempo era diretta alla costruzione ora si esprime solo come lamento e protesta. Anche gli adulti che vedono i giovani incendiare le strade si sentono disorientati e molti chiedono soltanto l’ordine.

C’è una frattura generazionale che impedisce agli adulti di capire i giovani perché non capiscono se stessi. L’esperienza di inquietudine, disagio e disgusto è intensa ma imprecisa, non ha forma e non viene giudicata. Semmai viene incanalata attraverso populismi ideologici o cerca capri espiatori tra migranti, politici e istituzioni. I vecchi valori dell’Illuminismo sono definitivamente morti.

Uno dei fattori decisivi che spiegano ciò che sta succedendo è che viviamo un’esistenza ridotta all’applicazione di regole, norme e protocolli decisi da altri, in un luogo ben lontano dalla vita reale. I giovani sono quelli che ne soffrono di più. È un fenomeno che il filosofo e sociologo Hartmut Rosa denuncia con precisione nel suo libro “Situation und Konstellation”, nel quale ha scritto che un numero crescente di ambiti della vita nella società tardo-moderna trasforma individui capaci di interpretare situazioni complesse a partire dalla propria esperienza e di giudicarle secondo criteri morali ed estetici in semplici esecutori di protocolli, guidati da regole, distaccati dall’interpretazione e dal giudizio morale.

Quando la nostra capacità di giudizio viene sostituita dalle regole, il nostro modo di stare al mondo cambia. La realtà non ci tocca più; la nostra capacità di valutare autonomamente ciò che accade si atrofizza e sottovalutiamo la nostra esperienza.

Rosa segnala che la capacità umana di giudizio si sviluppa attraverso l’esperienza pratica e il ripetuto esercizio di un’azione responsabile, ed è il risultato di un processo biografico di apprendimento. Affinché questo apprendimento avvenga, aggiunge Rosa, è necessario che ci siano individui che esigano reciprocamente capacità di giudizio, che vogliono che gli altri esercitino il loro giudizio, confidando che lo faranno in modo appropriato e giusto. Quando il rapporto tra due persone non si basa su questa libertà e fiducia, quando è una mera associazione finalizzata all’esecuzione di regole, sorgono l’impotenza e il fastidio. I giovani sono particolarmente sensibili a questa situazione.

Leggere Rosa ci fa accorgere di quante relazioni intratteniamo e a quante organizzazioni apparteniamo che si aspettano da noi solo fedeltà al rispetto delle regole. A noi giovani e adulti era stata promessa una nuova libertà, una riappropriazione del potere, ma la vita è rimasta soggetta alla prevedibilità, al necessario, all’esecuzione di ciò che ci viene imposto dall’alto. Abbiamo perso la freschezza del gioco e la paura dell’errore ci paralizza perché ci siamo dimenticati di quanto possiamo imparare.

Non è una buona notizia che il malcontento si sia trasformato in violenza. Ma quel malcontento ci dice che i giovani non vogliono ignorare il mondo, reprimere il desiderio di sperimentare, frenare l’impulso di formarsi da soli un’idea di ciò che sta accadendo, non vogliono mettere a tacere il grido di dolore o di piacere che esce dalla loro bocca prima ancora di sapere se è permesso, né tacere l’agitazione indignata che li colpisce per un’ingiustizia prima di aver consultato i codici di legge.

Non vogliono vivere come semplici esecutori. Nemmeno noi adulti. Non c’è protocollo, statuto, codice, algoritmo o controllo burocratico in grado di generare e sottomettere ciò che la vita ci offre e ciò che ci aspettiamo da essa. Esserne consapevoli è ciò che ci permette di capire, non di giustificare, le proteste violente; è ciò che ci permette di proporre un percorso che trasformi l’energia del risentimento in energia costruttiva.

Fernando De Haro

 

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lunedì 19 ottobre 2026

Cosa brucia nei giovani di Francia


 

Gli studenti protestano in tutto il Paese chiedendo più spazio e voce nella società. Leone XIV li aveva incontrati facendo loro una proposta: una libertà vissuta nella responsabilità e nel bene. La testimonianza di quattro docenti “di frontiera”

 

Évreux, 6 ottobre 2026. Guillaume Boulet, docente di storia e geografia al liceo statale “Aristide Briand”, è in mezzo alla fiumana di studenti che attraversa le strade della città. Intorno a lui ci sono ragazzi che da giorni protestano in tutta la Francia contro una scuola che offre sempre meno possibilità. Il suo liceo, uno tra i più grandi della Normandia, è tra i capo-fila della contestazione nazionale. «È successo piuttosto all’improvviso», racconta a Tracce mentre il corteo gli scorre intorno. «Il nostro istituto è stato chiuso prima ancora che ci potesse essere un dialogo con i ragazzi. Ma la verità è che a scuola non c’è mai tempo per parlare di questi temi. Noi docenti siamo pressati perché dobbiamo terminare i programmi. E così non c’è modo per i ragazzi di confrontarsi, esprimere cosa vivono, che istanze hanno».

 

La protesta è cresciuta rapidamente, ma insieme alle rivendicazioni sono arrivati anche gli episodi violenti. A Parigi e in altre città, quando i cortei si sono sciolti, sono entrati in azione casseurs e black bloc: vetrine spaccate, cassonetti incendiati, presidi malmenati, insegnanti e poliziotti aggrediti; dall’altra parte, lacrimogeni e proiettili di gomma, con una risposta delle forze dell’ordine che ha alimentato nuove polemiche sull’uso della forza. «Ci sono stati giovani gravemente feriti, uno ha perso un occhio, un altro una mano, un altro ancora ha riportato lesioni alla mascella. La violenza rischia così di sovrapporsi alle ragioni di chi manifesta pacificamente».

 

Al Briand, racconta ancora Boulet, «la norma è avere ormai 35 studenti per insegnamento. Stiamo parlando di una scuola che conta quasi 2mila studenti, raggruppati in classi molto strette, ammassati gli uni agli altri. A volte, addirittura, si mettono insieme alunni di età diverse: come si può fare lezione così? La pausa pranzo spesso dura solo 20 minuti e le lezioni iniziano alle 8 del mattino e possono finire alle 18, quando non ci sono più mezzi pubblici per tornare a casa».

 

A scuola non c’è modo per i ragazzi di confrontarsi, esprimere cosa vivono, che istanze hanno

 

Benjamin Gaudré, collega di Boulet, conosce bene quella quotidianità. «Non è la prima volta che i nostri studenti manifestano. Nel 2023 l’uccisione di Nahel Merzouk, 17 anni, durante un controllo stradale a Nanterre aveva già fatto esplodere una rivolta nazionale. Questa volta però non protestano solo “contro” qualcosa. Io ero presente quando alcuni dei nostri liceali, nei giorni scorsi, sono andati dal prefetto con richieste precise: rinnovo delle attrezzature, migliorie agli edifici, ripensamento degli orari di lezione. Hanno contestato Parcoursup, il sistema di orientamento e ammissione all’università, definendolo “totalmente illeggibile”. Soprattutto hanno detto chiaro e tondo alle autorità: “Noi non vogliamo essere semplicemente sentiti, vogliamo essere ascoltati”».

 

Gli studenti hanno da tempo strumenti formali per esprimersi, ma spesso la sensazione è che ciò che dicono non possa cambiare niente. Ancora Gaudré: «Noi ripetiamo loro che hanno un consiglio della vita liceale, che devono imparare ad usarlo. Ma tutti sanno che è uno spazio inutile, dove ti puoi forse sfogare ma dove le cose che dici non saranno prese sul serio».

 

Boulet conferma. «La vita in classe resta un cerimoniale ben oliato. Ognuno recita un ruolo. Noi dobbiamo adempiere al programma, sequestriamo gli smartphone come la legge ha stabilito e loro devono studiare per performare, e infatti vivono un’ansia totale da prestazione. Siamo tutti stritolati dentro un gioco di ruoli, estremamente codificato e difficile da scardinare». La scuola, dice, dovrebbe trasmettere conoscenze ma anche educare, preparare alla cittadinanza, accompagnare i ragazzi nella crescita. «Raramente è così. E le risorse statali per la scuola vengono erose anno dopo anno».

 

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Maria Acqua Simi


NUOVE DEVASTAZIONI A MILANO | Il Duomo chiuso, la città umiliata e quella domanda che nessuno vuole farsi


 

Ieri maranza e teppisti minorenni hanno nuovamente devastato numerosi negozi a Milano. La prevenzione si è dimostrata inadeguata

Memo Remigi e Charles Aznavour mi perdoneranno se storpio le loro canzoni. Sapessi com’è strano sentirsi impotenti a Milano. E com’è triste Milano, dopo questi due giorni. Triste, incattivita, umiliata. Una città che ha sempre cercato di risolvere i problemi, e spesso ci è riuscita, si è scoperta incapace di difendere persino il suo cuore.

Non una periferia abbandonata: piazza Duomo, via Torino, Cordusio. Il centro del centro. Sabato la manifestazione contro il carovita, degenerata in guerriglia; domenica il bis, senza neppure quel pretesto. Vetrine sfondate, negozi saccheggiati, il Duomo chiuso, agenti feriti. E poi Milano che riprende a correre, riapre i negozi, rimette in ordine i tavolini. Come se nulla fosse. Ma nell’aria resta un odore di bruciato, e qualcosa di peggio: l’odore di una città che sta diventando cattiva.

 

La violenza e i suoi alibi

La prima reazione, guardando le immagini e parlando con gli amici, è stata una rabbia furibonda. La voglia di usare il pugno duro, di spazzare via quella teppaglia. Non me ne vergogno. La libertà di camminare per Milano senza essere aggrediti è un diritto, non un privilegio borghese. E ammiro gli uomini delle forze dell’ordine, che hanno affrontato una violenza organizzata e mobile, pagando anche di persona.

Ma mi domando: come è stato possibile che domenica migliaia di ragazzi tornassero contemporaneamente in centro? Chi doveva cogliere i segnali? Che cosa ha funzionato e che cosa no nella prevenzione? Non bastano le camionette quando la guerriglia è già cominciato

C’è poi una coincidenza politica che colpisce: mentre le piazze bruciano, Elly Schlein rivendica la possibilità di candidarsi alla guida del governo senza passare dalle primarie. Candidature a orologeria o violenze a orologeria? Non sto suggerendo una regia comune: non ne ho alcuna prova. Mi interessa il clima.

Una parte della cultura alta continua a esitare davanti alla condanna della violenza quando proviene da ambienti che considera, in qualche modo, “dei nostri”. Prima bisogna comprenderne le ragioni, si dice. Giustissimo. Ma intanto si finisce per rispolverare, fuori tempo massimo, la vecchia idea della violenza levatrice della storia. Come se una vetrina sfondata potesse partorire giustizia.

Non voglio confondere chi manifesta pacificamente con chi devasta. Proprio per questo la distinzione deve essere netta, senza il minimo compiacimento verso i violenti. E senza scaricare tutte le responsabilità sugli agenti, che sono gli ultimi a poter rimediare a ciò che una società ha lasciato marcire.

 

Che generazioni lasceremo al mondo?

La sera, tornando a Milano, la rabbia mi è passata. È arrivata una tristezza più grande. Ho pensato a quei ragazzi di quindici, sedici, diciotto anni. Non stanno soltanto rovinando la città: stanno rovinando se stessi. Molti vengono da periferie difficili, da famiglie che lavorano onestamente, anche da storie di immigrazione. Non sono tutti uguali, naturalmente. Ma per quanti di loro questa violenza sarà l’inizio di una vita fallita?

Non siamo al Sessantotto, quando tanti ribelli di buona famiglia potevano contare, finita la stagione delle barricate, su un futuro già garantito. Questi ragazzi rischiano di non avere una seconda occasione.

Da anni ci chiediamo quale mondo lasceremo alle nuove generazioni. Dovremmo chiederci, con maggiore urgenza, quali generazioni lasceremo a questo mondo. Perché un mondo difficile può essere cambiato da uomini che abbiano un cuore vivo. Ma che cosa comunica loro la Milano dei consumi, delle giacche firmate, della movida costosissima, delle vetrine scintillanti? I ragazzi che le sfondano desiderano spesso gli stessi oggetti di chi può comprarli. E chi può comprarli, che cosa ha da offrire oltre quegli oggetti?

Non basta invocare la repressione, pur necessaria. Non bastano neppure i progetti sociali, se sono soltanto parcheggi per giovani. Occorrono adulti capaci di educare, presenze che sappiano comunicare una ragione per vivere. Milano ne è piena: famiglie, scuole, oratori, opere, imprese, esperienze di solidarietà concreta. Il Sussidiario ne racconta da anni la ricchezza. Ma evidentemente non basta ancora. C’è un’umanità che non riusciamo a raggiungere, un desiderio che lasciamo in balìa della rabbia e del mercato.

 

Conversione

Mi viene in mente una parola impegnativa: conversione. Milano deve convertirsi. Non diventare improvvisamente devota, ma ritrovare l’umano. Ritrovare la capacità di guardare quei ragazzi non soltanto come delinquenti da fermare – e vanno fermati – ma come persone da non perdere. Sicurezza ed educazione non sono alternative: senza la prima domina la paura, senza la seconda la violenza ritorna.

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Renato Farina

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Papa Leone, Babele e Gerusalemme: due amori fecero due città


 

La "Magnifica humanitas" di Leone XIV ha alla sua base la teologia agostiniana. Non si comprende l'IA senza distinguere Gerusalemme e Babele

“La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme” (Magnifica humanitas, 1).

Questo è l’avvio della prima Lettera enciclica di Papa Leone XIV. E già l’incipit pone la questione di fondo, che ritorna anche nella conclusione (§§ 241-242), delle “due città”, di Babele e di Gerusalemme che si svela poi come la “Gerusalemme celeste”. È di grande rilievo il fatto che in un figlio di Sant’Agostino, Robert Francis Prevost, che ora siede nella Cattedra di Pietro, si ponga, come già il Padre della Chiesa nel suo lavoro grandioso La città di Dio, la domanda sulle “due città” e quindi sui “due amori” che le fondano.

La domanda sulle “due città”, nella mente di Papa Leone, va dall’inizio insieme a quella indisgiungibile dalla prima, sulla “custodia della persona umana” (sottotitolo della Lettera). In realtà, le “due città” si differenziano anche e soprattutto per il modo in cui intendono il nesso tra l’uomo come persona e la politica (da polis, città).

Nella Genesi il racconto che riguarda la prima città, Babele, menziona il fine per cui quegli uomini si accinsero alla sua costruzione: “per non disperderci” (11, 4). Infatti, perché ci possa essere una costruzione comune (città) ci deve essere un fine comune (qualità dell’unità e della relazione) e quel che è in questione nel progetto della costruzione di Babele è proprio la qualità dell’unità.

Essi intendevano la città come una edificazione propria, per un fine posto da loro stessi e che si elevasse da se stessa in modo da “toccare il cielo” (Gn 11, 4). Il libro della Sapienza interpreta così questo tentativo: “quando le genti furono confuse [‘babele’ significa anche ‘confusione’], concordi soltanto nella malvagità” (Sap 10, 5).

Questo tentativo di edificare una città, una unione degli uomini, senza Dio, viene impedita da Dio stesso. Il colmo della sua riuscita sarebbe stato il colmo del suo fallimento e il Signore Dio, impedendo la sua riuscita (considerata come verosimile), ferma in anticipo il suo fallimento ultimo.

La città è una dimensione connaturale all’essere umano, come già i pagani avevano inteso, senonché la dimensione comunitaria si fonda sulla comunione, cioè sulla qualità della relazione che la sostiene. Nei Cori da La Roccia il poeta da un lato rimarca: “Che vita è la vostra se non avete vita in comune?” (Coro secondo) e, dall’altro, mette in bocca allo Straniero (Pietro, la Roccia) la domanda: “Perché vi siete messi insieme?”, “Qual è il significato di questa città? Vi accalcate vicini tutti insieme perché vi amate l’un l’altro?” (Coro terzo).

In un altro frangente storico il Signore della storia ferma un tentativo di riunificazione di tutti i popoli sulla base di un potere solo terreno e senza alcun fondamento in Cielo. Si trattò del tentativo di Antioco “che tutti formassero un sol popolo” sotto il suo regno (1 Mac 1, 41).

Venendo ai nostri giorni in cui si rafforza sempre più l’unità della famiglia umana sulla base di parametri economici, massmediatici e di globalizzazione su vari piani, appare come una domanda quella che “la Roccia”, che nei Cori di Eliot, è Pietro, pone in quest’ora della storia, che si centri sul discrimine delle “due città”.

L’alternativa che “la Roccia” pone oggi nella persona di Papa Leone, non è tra la città e un’altra possibile entità, ma tra una città e un’altra. Infatti, un altro poeta, Charles Péguy, in un’opera magistrale, pubblicata postuma, chiama i cristiani “i più civici tra gli uomini” (Veronica, 41). Il principio comunionale di cui i cristiani sono forieri è il più potente in assoluto e non è impersonale (una idea o un sistema di idee: ideologia): “Voi tutti siete uno in Cristo Gesù nostro Signore” (Gal 3, 28) ed è centrato in Dio.

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La città alternativa a Babele è Gerusalemme che significa, secondo una lezione, “fondata sulla pace”, laddove la pace è un attributo divino. La costituzione di una pace senza Dio e di un regno terreno mondiale sono contrari alla volontà divina manifestata nella storia dell’umanità.

Da ciò non si deve dedurre che l’aspetto di “costruzione” sia assente dalla città che ha le sue radici in Cielo. “Noi costruiamo il senso/ Una Chiesa per tutti/ E una mansione per ognuno/ Ogni uomo al proprio lavoro” (Coro 1).

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Una delle caratteristiche salienti della “Gerusalemme” alternativa alla “Babele” è che essendo le Persone e la Comunione delle Persone il suo principio di unità tra gli uomini, in essa la costruzione della città e la “custodia della persona” vanno sempre inestricabilmente insieme.

 

Massimo Serretti Pubblicato 16 Ottobre 2026

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lunedì 12 ottobre 2026

PREMIO NOBEL LETTERATURA 2026 | Anne Carson, vivere nella “luce” delle nostre ferite


 

Il Premio Nobel per la letteratura 2026 va alla scrittrice canadese Anne Carson (1950). Secondo i critici il suo capolavoro è "Autobiografia del Rosso"

Con rigorosa puntualità e rispetto di una norma implicita, il Premio Nobel per la letteratura 2026 è andato a una scrittrice, in ossequio all’alternanza politicamente corretta uomo/donna da un po’ di tempo scolpita nelle cadenze dell’Accademia di Svezia. Quest’anno si tratta di Anne Carson, autrice canadese settantaseienne, nata a Toronto, poetessa, narratrice, traduttrice, saggista, autrice insomma a tutto tondo.

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Ma gli schemi finiscono qui, perché la scelta di premiare Carson è decisamente azzeccata e fuori schema. Cominciamo dalla sua formazione classica, che è robusta e ampia: docente di filologia greca e traduttrice assai competente di autori come Euripide, Eschilo, Sofocle e Saffo, ha però saputo rimanere libera dai cascami accademici: la letteratura antica è per lei autentica linfa sotterranea, che dà sostanza alla sua scrittura contemporanea.

Un’altra recente Nobel della letteratura, la coreana Han Kang, aveva attraversato i territori della classicità, soprattutto nel romanzo L’ora di greco: ma in lei si intravede in controluce l’affettazione, l’esibizione di una cultura che ritroviamo talvolta nella spocchia accademica. Nulla di tutto questo in Anne Carson.

Spesso i personaggi delle sue opere emergono proprio dal mondo del mito, della Grecia classica. In quello che i critici considerano il suo capolavoro, il romanzo in versi Autobiografia del Rosso, il mostro alato Gerione, quello che Ercole uccide per rubargli i buoi, torna nelle vesti di un insoddisfatto e sensibile adolescente di oggi, un omosessuale provvisto di grandi ali rosse, amante della fotografia, che compie il suo percorso di formazione innamorandosi di un giovane che, naturalmente, si chiama Eracle.

Una storia di struggimento e folgorazione, che indica come il mito possa essere per Carson vita concreta, che si riattualizza continuamente, contenendo in effetti archetipi della nostra anima tuttora correnti. “Vivere oltre la fine del proprio mito è una cosa pericolosa” ha affermato d’altronde l’autrice canadese. Insomma, le questioni fondamentali, le domande, le ferite che urgevano a Edipo o Saffo sono identiche a quelle che assillano noi moderni.

Il tema della sofferenza e del dolore sono frequentemente oggetto della riflessione poetica di Anne Carson: il loro mistero, l’apertura vertiginosa e l’abisso di senso a cui queste esperienze ci portano. “Una ferita rilascia una sua propria luce, dicono i chirurghi” afferma l’autrice, sempre ben fornita di ironia autenticamente British. E altrove, con grande lucidità e identica ironia: “Una delle qualità principali del dolore è che esige una spiegazione”.

È come se prediligesse una situazione sospesa, quella della speranza ancora viva, quando la domanda di senso ha già sprigionato tutta la sua drammaticità di fronte alle esperienze della vita, ma ancora la risposta tarda a venire: “Correre a perdifiato, ma non essere ancora arrivati, è di per sé delizioso, un momento sospeso di speranza viva”.

D’altronde, dirà altrove, “Eros sta nel mezzo”. Per “correre a perdifiato” non risparmia nessuna forma, nessuna disciplina: le sue opere rompono ogni schema di genere letterario, nello stesso libro la poesia sta di fianco al saggio accademico, a una canzone, un copione teatrale, una traduzione, un collage addirittura.

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Si può aprire il suo Era una nuvola, recentemente presentato da Crocetti come libro di poesia, e trovarvi anche testi brevi, aforismi, riflessioni e appunti che variano naturalmente dalla quotidianità al mito, tra l’ordinarietà odierna e la monumentalità del classico. I suoi libri rifiutano ogni sviluppo rettilineo e ordinato, sono piuttosto una commistione di immagini, pensieri, concetti attorno a temi che toccano la natura dell’essere umano, della storia e della morte, del linguaggio, del quale tra l’altro Carson afferma: “Il linguaggio è ciò che allevia il dolore di vivere con gli altri, il linguaggio è ciò che riapre le ferite”. Insomma una scrittrice non facile da leggere, per noi che amiamo i romanzi brevi, con trama lineare, contenuto chiaro e possibilmente non troppo profondo, lieto fine.

Occorre aggiungere che l’Italia non si è fatta trovare impreparata alla proclamazione del Premio Nobel della letteratura di quest’anno: oltre ai già citati Autobiografia del Rosso, edito dalla Nave di Teseo, e Era una nuvola, seguito per Crocetti (che ha in catalogo anche un altro strano libro di Carson, Il genere del suono, sul rapporto tra maschile e femminile nei suoni del mondo passando dai miti a Margaret Thatcher, da Gertrude Stein a Freud) da uno scrittore con le antenne come Davide Brullo, diverse altre opere sono disponibili in traduzione per il lettore italiano.

L’editore Donzelli ha appena annunciato la ristampa di Antropologia dell’acqua, una riflessione sulla natura liquida del linguaggio, sul suo arrestarsi e partire, restare e dissolversi, mentre le edizioni Utopia hanno in catalogo, nella collana curata da Antonella Anedda, Economia dell’imperduto e La norma sbagliata. Molto spesso le ardue traduzioni italiane di Anne Carson sono dell’ottimo Patrizio Ceccagnoli.

 

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Gianfranco Lauretano Pubblicato 9 Ottobre 2026,


domenica 11 ottobre 2026

DOSSIER MAFIA APPALTI | L’ordinanza che riscrive la storia dell’antimafia palermitana

 



 Sono tempi bui per la giustizia italiana. Ma forse più bui di quanto pensassimo. Il cittadino comune, poco avvezzo alle aule giudiziarie, non può che essere disorientato dalla cronaca giudiziaria di questo periodo. La giustizia, oltre che risultare estremamente lenta, si sta palesando quanto mai fallace: il vaso di Pandora che il caso Garlasco sta scoperchiando sta oramai superando la fantasia del più ardito sceneggiatore di serie americane.

In tutta sincerità, sta diventando sempre più difficile per un professore universitario di procedura penale trasferire ai propri studenti la fiducia verso il sistema giudiziario, nonostante già da tempo si sia, almeno personalmente, abiurato ai princìpi della certezza del diritto e della funzione di nomofilattica della giurisprudenza di legittimità.

Se pertanto una coltre di nebbia e sfiducia incombe sulla dea bendata, la lettura dell’ordinanza di archiviazione pronunciata dal gip di Caltanissetta sulla pista mafia-appalti come movente della strage di via D’Amelio produce un effetto di sgomento difficilmente esternabile.

Il giudice Santi Bologna ritrae un quadro della magistratura palermitana francamente da brividi. In primo luogo, ha affermato a chiare lettere che chi sostiene che la gestione del dossier mafia-appalti sia stata “ineccepibile fin dalle sue origini” propone una tesi “totalmente priva di fondamento”.

Secondo il Gip, infatti, quando Falcone e Borsellino potevano ancora usare quel materiale, tutto il contesto che li circondava si è adoperato per remare loro contro, avvolgendoli in una palude capace di risucchiarli senza scampo. Solo dopo la loro morte, e grazie allo scoppio di Mani pulite, al crollo degli equilibri politici, al suicidio di Raul Gardini, si smossero le acque.

Occorre quindi capire, scrive sempre il Gip, in che contesto Falcone e Borsellino hanno provato, invano, a fare da apripista. Ebbene, le parole vergate dal giudice sono come pietra; egli scrive infatti di un “clima ostile ed emarginante, (…) contraddistinto dalla distanza siderale esistente tra la loro capacità professionale e quella di tanti altri magistrati a loro coevi”.

Per carità, questa distanza era stata già espressa con forza dallo stesso Borsellino a poche settimane dalla strage di Capaci nel famoso intervento alla biblioteca comunale di Palermo; ma leggere in termini così espliciti del divario tra il modo con cui Cosa nostra percepiva l’operato degli altri magistrati, fra cui l’ex procuratore Giammanco ma anche il magistrato a lui più vicino e cioè Giuseppe Pignatone, rispetto all’atteggiamento rigoroso avuto nei confronti di detto ambiente prima da parte di Falcone e successivamente di Borsellino, fa francamente rabbrividire.

Ancor di più se ciò viene condito dalla sottolineatura delle gravi bugie di numerosi ex colleghi che hanno negli anni raccontato diverse false circostanze, tanto da spingere il Gip a scrivere di “contributi dichiarativi del tutto mendaci”.

L’ordinanza cita poi ad esempio la vicenda Gladio, ricordando come Falcone ritenesse utile, per non dire importantissimo, aprire un’approfondita indagine per le possibili interessenze su alcune delicatissime indagini in corso, mentre il procuratore capo Giammanco cercò in tutti i modi di mettergli i bastoni fra le ruote, e quando non riuscì a evitare che si procedesse all’acquisizione di atti, gli affiancò Pignatone, circostanza che spinse Falcone a confidare al cognato come fosse convinto che il giovane collega avesse il compito di marcarlo e controllarlo. L’ordinanza arriva così a bollare come infondate le affermazioni di Pignatone sentito a verbale nell’ambito di questa inchiesta.

Del procuratore Giammanco era ben nota una certa ambiguità, ma Pignatone ha rappresentato a lungo un simbolo dell’antimafia, diventando il procuratore capo di Roma e assumendo ruoli di prestigio anche dopo il suo pensionamento.

Anche la stagione di Caselli subisce una dolorosa ridefinizione se il suo principale collaboratore, ovvero il dott. Lo Forte, a sua volta viene appellato come un testimone che ha mentito.

(…)

Insomma, nelle 644 pagine con le quali il giudice di Caltanissetta Santi Bologna cristallizza la storia del dossier mafia-appalti, parlando di gestione scellerata da parte di tutti i pubblici ministeri coinvolti e con Borsellino “volutamente” tenuto all’oscuro dell’archiviazione, si riscrive una parte importante della storia italiana della lotta alla mafia, da cui escono a pezzi tutti i protagonisti che ruotavano intorno ai due magistrati uccisi e che a vario titolo hanno cercato di raccoglierne l’eredità.

Da questo procedimento, giova chiarirlo, non nasce alcuna accusa penale. Il Gip lo scrive con chiarezza, specificando tuttavia che le anomalie riferibili a Lo Forte, Pignatone, Natoli e Scarpinato “non sempre riescono a collocarsi ‘solamente’ nell’alveo di comportamenti negligenti o imperiti”, aggiungendo una chiosa assai illuminante: “le uniche audizioni davvero attendibili” sono quelle del luglio 1992 perché le uniche a non risultare ancora contaminate “dal tossico diffondersi, negli anni successivi, anche tra magistrati, di tesi precostituite”.

Il punto critico, anzi, il punto doloroso è come tali magistrati vengano, seppure con sfumature diverse, adontati come qualcosa di simile ai responsabili morali delle stragi, aprendo pertanto a una sorta di revisionismo della storia dell’antimafia palermitana che certo spetterà all’analisi storica verificare, ma che nell’immediato fa calare una tetra nebbia sui protagonisti di quegli anni.

(…)

È allora quanto mai triste che, oltre a dover prendere atto di come il nostro sistema giudiziario possa avvitarsi su se stesso nella ricerca della verità a distanza di vent’anni fra testi omessi e false prove, si debba prendere anche coscienza che nessuno dei più o meno giovani magistrati che all’epoca raccolsero l’eredità dei due eroi caduti nel nefasto 1992, non si siano poi dimostrati alla loro altezza.

Eppure, su quelle morti la magistratura ha costruito la propria supremazia morale. Che essa oggi scricchioli sempre di più, non è una buona notizia per la nostra democrazia.

 Antonio Pagliano Pubblicato 11 Ottobre 2026,

Articolo intero:  sussidiario.net


giovedì 8 ottobre 2026

Ildegarda di Bingen. Una mistica alla Biennale


 

Intervista a Sara Salvadori, studiosa delle miniature della monaca benedettina e dottore della Chiesa protagonista del Padiglione della Santa Sede a Venezia. Con il suo linguaggio «disegna suoni». Ecco perché le sue opere vanno lette come partiture

 

01.10.2026

Luca Fiore (tracce.org)

Un po’ san Francesco, un po’ Leonardo da Vinci, un po’ Teresa d’Avila. Ildegarda di Bingen (1098-1179) non sta dentro una sola misura: badessa benedettina, medica, cosmologa, compositrice, poetessa, proclamata santa e dottore della Chiesa nel 2012 da papa Benedetto XVI. Cantava la natura come il Poverello; tre secoli prima dell’uomo vitruviano disegnava l’uomo dentro la ruota del cosmo e, come la Santa di Avila, conosceva le stanze del castello interiore. È a lei che è stato dedicato il Padiglione della Santa Sede alla Biennale d’Arte di Venezia di quest’anno. L’orecchio è l’occhio dell’anima, questo il titolo, è curato da Hans Ulrich Obrist (il più influente curatore di arte contemporanea degli ultimi trent’anni) e Ben Vickers con il Soundwalk Collective. Si entra con le cuffie nel Giardino mistico dei Carmelitani Scalzi, accanto alla stazione di Santa Lucia: 24 tra musicisti e poeti — da Brian Eno a Patti Smith — rispondono ai canti e alle visioni della monaca renana. A guidarci dentro quel mondo è Sara Salvadori, fiorentina, autrice per Skira di tre volumi che hanno reso accessibili in grande formato le miniature ildegardiane.

Come è arrivata a Ildegarda?

Ho studiato viola al conservatorio e ho suonato in orchestra. Poi mi sono dedicata alla didattica della musica per bambini e al tema “musica e salute” in Pediatria e Geriatria. Anni fa, in una scuola di cristianità vicino a Firenze, don Giorgio Mazzanti — prete, poeta e teologo — aveva proposto di raccontare ai ragazzi alcune figure di santi. Cercando un’ispirazione comprai un libro di biografie e una sera, tardi, mi imbattei in lei. Pensai: non è per i ragazzi, ma qui c’è qualcosa di molto particolare. Quando lo raccontai a don Giorgio, mi portò nella sua biblioteca e mi mise in mano il codice delle miniature di Lucca: «Vai e studiala, perché lei è importante per il mondo di oggi». Non aggiunse altro. Tornai a casa, mi spaventai. Dopo tre settimane, glielo riportai senza averlo letto. Ma Ildegarda si ripresentò più tardi. E non l’ho più abbandonata.

In che cosa consiste il suo lavoro sulle miniature?

Ildegarda procede sempre in due tempi. Prima descrive l’immagine così come la vede, poi la spiega. Dice: «L’uomo che ho visto sopra il monte è Dio», «La figura piena di occhi è il timore di Dio». Io ho preso ogni singolo elemento di ogni miniatura e gli ho messo accanto la spiegazione che lei stessa ne dà, con le sue parole. Per ciascuna tavola ho costruito una legenda: l’immagine grande, la stessa immagine con i rimandi, e la chiave di lettura di ogni simbolo. Così chiunque, un musicista, un erborista, un accademico, può avere in una pagina sola la visione e il suo significato.

Le miniature erano sempre state lette come semplici illustrazioni del testo. Invece c’è un secondo livello: Ildegarda riprende gli stessi elementi, con gli stessi nomi, in visioni lontanissime tra loro, e così traccia un cammino che le parole non raccontano

Lei però dice che dentro quelle immagini c’è un “linguaggio”. Che cosa intende?

Le miniature erano sempre state lette come semplici illustrazioni del testo. Invece c’è un secondo livello: Ildegarda riprende gli stessi elementi — con gli stessi nomi — in visioni lontanissime tra loro, e così traccia un cammino che le parole non raccontano. All’inizio compare una nube verde: è Eva, l’umanità. Quella nube ritorna, si moltiplica in dieci nubi, poi in dieci aurore, fino a diventare una sola Aurora: Maria. Sono quattro miniature diverse, distantissime nel libro, che nessuno aveva mai messo in fila. Eppure raccontano, senza una parola, il passaggio da Eva a Maria. È quello che accade nella Bibbia, dove sotto il racconto corrono altri livelli di senso. Lei lo fa con la parola, con il suono e anche con le immagini.

Lei dice che queste miniature vanno lette come partiture. C’è un punto in cui il suo orecchio di musicista ha colto qualcosa che agli altri sfuggiva?

Ildegarda era una compositrice, e per lei la musica era una scienza: rapporti, proporzioni, la tradizione pitagorica di Boezio. Nel suo ultimo ciclo di miniature i cerchi sono moltissimi, alcuni perfino esteticamente “non particolarmente belli”. Li ho raccolti e ordinati per dimensione: formano una progressione esatta. Da lì l’intuizione che quando Ildegarda disegna un cerchio, lei stia disegnando un suono. L’ultima immagine, quella del paradiso, è quasi spoglia: nessuno direbbe «qui c’è la gioia, la lode». Ma la misura di quei cerchi — Maria, l’Agnello, il Padre — compone la consonanza perfetta. Lì la lode è una proporzione.

Perché una mistica del XII secolo parla al nostro presente?

Un aspetto per il quale in questa epoca la sentiamo vicina è quello che oggi viene definito “visione olistica della realtà”, anzitutto. Lei dice: corpo, anima e razionalità devono andare insieme. Lo stiamo riscoprendo dopo la grande parentesi illuminista. E poi c’è la sua cosmologia: nel nostro gruppo di lavoro è entrato anche un astrofisico con il quale abbiamo constatato che le parole con cui Ildegarda descrive i fili dorati che escono dalla bocca di Caritas, Amore divino, filamenti che tengono insieme e ordinano il cosmo, sono così simili all’immagine della “ragnatela” con cui la fisica contemporanea descrive le forze dell’universo. Le due definizioni messe a confronto sono sorprendenti.

Che cosa la colpisce di più della sua biografia?

Quarant’anni di visioni in silenzio, senza scrivere una parola. Poi, a 42 anni e sette mesi, comincia a scrivere. E impiega dieci anni per comporre la prima opera. È un tempo di gestazione che non appartiene al nostro oggi. Forse per questo è così interessante la scelta di dedicare all’ascolto il Padiglione della Santa Sede in un tempo e in uno spazio dilatato. Un altro aspetto è il luogo in cui Ildegarda nasce e vive. Dio la mette al centro dell’Impero, accanto all’imperatore e al papa, nel cuore della scena politica. Nasce con un compito, essere profetessa in un tempo e in uno spazio storico decisivo per la storia della Chiesa. E ancora, un luogo, immerso nel verde, nella terra fresca e umida dove sono presenti importanti cave di pietre preziose e di ferro e vicino al grande fiume Reno, la natura di cui Ildegarda racconta e scrive con tanta attenzione. Non la capisci, se non sai da dove guarda.

Che effetto le ha fatto il Padiglione della Santa Sede?

Mi ha colpita che la proposta di dedicare il Padiglione a Ildegarda non sia partita dal Vaticano ma da un curatore di arte contemporanea. Obrist ha ripescato un ricordo d’infanzia: il padre che lo portava nella biblioteca di San Gallo e ha detto che da molto aspettava un’occasione per parlare di lei. È un gesto coraggioso e giusto: il giardino monastico, il silenzio, il tempo rallentato. Oggi Ildegarda non ci parla, ci urla: vai più piano, fai le cose con le mani, contempla. Mi è piaciuto il “largo” costruito sugli intervalli aurei ildegardiani, l’espandersi sonoro che assomiglia alla sua Trinità fatta di cerchi, e il disegno del labirinto. Il linguaggio musicale è contemporaneo, legato alla pratica del paesaggio sonoro e della musica ambientale. E mi ha commossa, nella seconda sede del Padiglione al complesso di Santa Maria Ausiliatrice, la registrazione dal vivo del canto quotidiano delle monache che recitano le Ore.

 

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Il Padiglione piace molto.

Ildegarda “arriva” in maniera estremamente pop. Molti lo dicono, ed è vero: è straordinariamente attuale, iper contemporanea. Le sue miniature non sono legate a un tempo – nessuno ne ha fatte di simili, né prima né dopo – sono continua ispirazione, come abbiamo visto anche nella parte alla chiesa di Santa Maria Ausiliatrice. Lei si presenta come fanno i santi: è esplosiva. Mi viene in mente sant’Orsola con le sue undicimila vergini, il riferimento di Ildegarda stessa, a cui ha dedicato molti canti e io penso sempre che Ildegarda come lei stia allestendo un suo piccolo esercito: ha preso Obrist, ha preso Vickers, per arruolarli in ciò che vuole comunicarci. È come se Dio mandasse il santo di cui quell’epoca, quel momento ha bisogno, adesso. Don Mazzanti, di lei, diceva: «È come una supernova esplosa molto tempo fa, la cui luce ci raggiunge ancora oggi».

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Ildegarda era molto amata anche da don Giussani.

Sì, quando all’inizio ho cercato nella discografia ho notato che aveva inserito un cd, Ave Generosa, nella collana “Spirto Gentil”. Forse Ildegarda è arrivata a lui tramite Romano Guardini, di fatto Giussani ha colto il valore di queste composizioni in tempi in cui non era ancora così nota in Italia. È stato un pioniere. I visionari sanno riconoscere i visionari.

Dopo vent’anni, che cosa le ha lasciato questo lavoro?

Una cosa che ho messo a fuoco solo da poco. Mi sono affannata a leggerla, a capirla, e a un certo punto mi sono accorta che Scivias, “conosci le vie”, la sua prima opera illustrata dalle miniature che amo così tanto, aveva lavorato dentro di me. Pensavo di studiare immagini, e invece erano “le vie” a operare in me. È accaduto come con la Divina Commedia: credi di attraversare un’opera letteraria, e ti accorgi che lei plasma il tuo vivere senza che te ne sia accorto.