Vincenzo Rizzo Pubblicato 30 Agosto 2026, ore 06:16 7 min
Rapimento Aldo Moro
Le nuove indagini sulle stragi di
via d’Amelio e via Fani riaprono interrogativi su mandanti esterni e
depistaggi: alla verità non si deve rinunciare
Due fatti importanti di cronaca
giudiziaria hanno avuto, recentemente, rilievo su alcuni quotidiani nazionali.
La Gip di Caltanissetta, Graziella Luparello, ha negato nuovamente
l’archiviazione delle indagini sulla cosiddetta “pista nera”, chiedendo ai giudici
incaricati ulteriori approfondimenti sui mandanti esterni della strage di via
d’Amelio. La Corte di Cassazione ha poi rigettato il ricorso contro la
decisione della Gip, riconoscendo come valide e legittime le richieste di
Luparello. Esse sono fondate su argomentazioni logiche e sulla verifica di
punti specifici. Si tratta, tra l’altro, di considerare un audio in cui Alberto
Lo Cicero, collaboratore di giustizia, in un interrogatorio afferma di avere
visto nel 1992 Stefano Delle Chiaie a Palermo.
Lo Cicero racconta, inoltre, al
Pm Gianfranco Donadio di un incontro tra Delle Chiaie e il boss detto “U
Mussolini”, cioè Mariano Tullio Troia, avvenuto sempre nel 1992. Delle Chiaie,
estremista di destra, è stato il fondatore di Avanguardia Nazionale, organizzazione
tristemente famosa per le sue attività eversive negli anni di piombo. Il suo
nome è stato associato numerose volte alla “strategia della tensione”.
Uno dei momenti importanti del
progetto volto a mettere in riga l’Italia, ad esempio, il cosiddetto golpe
Borghese (1970), vide il coinvolgimento dei neofascisti, della ’ndrangheta dei
De Stefano e dei Piromalli, della mafia siciliana, oltre alla longa manus della
P2 di Licio Gelli, mente ispiratrice di una prolungata e protetta attività di
trame eversive.
In ordine all’audio inedito del
2007, trasmesso recentemente da Report, bisogna precisare che esso riguarda
persone decedute (Delle Chiaie, Lo Cicero, Troia). Tra queste figure, bisogna
ricordare anche Nino Gioè, boss di Altofonte, imputato per la strage di Capaci,
“suicida” in carcere (1993), che aveva simpatie acclarate per la destra
estrema.
Il Gip di Roma Francesco Petrone,
a sua volta, ha accolto la richiesta di Nicola Brigida e Guido Salvini, che
difendono il diritto alla verità dei figli di Domenico Ricci, appuntato dei
carabinieri ucciso in via Fani il 16 marzo 1978. I due avvocati, rappresentanti
della parte offesa, avevano chiesto di fare luce sulle “evenienze di terze
persone sia sul luogo dell’agguato che nelle successive fasi di gestione e
conclusione del sequestro”. Guido Salvini, coautore della richiesta approvata,
è noto per le sue indagini giudiziarie sulla strage di piazza Fontana alla
Banca Nazionale dell’Agricoltura del 12 dicembre 1969. La sua ricerca nei
processi celebrati ha prodotto risultati sui rapporti tra l’eversione nera, i
servizi deviati e l’Aginter Press di Yves Guérin-Sérac.
L’istanza avanzata dai legali
della famiglia Ricci, e approvata dal Gip, si basa sui buchi neri nelle
dichiarazioni dei brigatisti, celati da verità parziali. In particolare, sulle
dinamiche poste in atto nell’operazione e sulla qualità dell’attacco agli
uomini dello Stato. Innanzitutto, il numero dei terroristi, sottodimensionato
nelle narrazioni dei brigatisti rispetto alla complessità di un’azione in cui
Moro doveva essere rapito e non ferito o ucciso. Nei nuovi accertamenti si
parla infatti della presenza, non inquadrata finora, di un uomo “alto,
atletico, armato di mitra e con un passamontagna nero attraversato da una
striscia rossa”.
I brigatisti, a tal proposito,
nei processi e nelle interviste hanno parlato di nove terroristi, mentre il
numero necessario per un’azione del genere, ad alto rischio, non poteva essere
che maggiore. Ebbene, furono impiegati pochissimi minuti per compiere l’imboscata
fulminea: una preparazione di alto livello militare, tale da far dire a Franco
Piperno, capo di Autonomia Operaia, che si era trattato di “un’espressione di
geometrica potenza”.
Tuttavia, Alberto Franceschini, a
capo delle BR prima di Mario Moretti, ha sempre fatto notare che le capacità
militari dei brigatisti non erano elevate, anzi. Il giudice Pietro Calogero,
nello specifico, era convinto dell’esistenza di legami tra Autonomia, BR e
centri esterni di potere. Molti personaggi dell’Autonomia avevano a che fare,
peraltro, con Hyperion, ambiguo e oscuro centro francese, in cui convergevano
elementi di diversi servizi segreti internazionali, intellettuali della gauche
e faccendieri. L’intelligente azione investigativa di Calogero, però, venne
squalificata dal conformismo giornalistico con una campagna stampa e “bruciata”
scientemente nei rapporti con le autorità francesi.
I quattro contributi di Calogero
(strage di piazza Fontana, golpe Borghese, Peteano, attentato del 1973 alla
Questura di Milano), apparsi nel volume di Autori Vari, L’Italia delle stragi
(Donzelli, 2019), sono un aiuto a inquadrare e conoscere il fenomeno terroristico
nella striscia del tempo mentre l’introduzione dello storico Angelo Ventrone,
curatore dell’opera, mette in luce il valore etico della ricerca storica contro
la tentazione dell’oblio.
Ma ricordiamo, ora, il luogo
dell’agguato e la collocazione degli attentatori: i brigatisti hanno sempre
dichiarato di essersi nascosti dietro le siepi vicino al Bar Olivetti. Non
sembra logico pensare, però, che ogni giorno i brigatisti potessero nascondersi
dietro i cespugli a lato della strada, in attesa del passaggio di Moro e della
sua scorta, senza destare sospetto. I tempi dovevano essere precisi, serrati e
repentini, per evitare la reazione della scorta, costituita da agenti
preparati.
Gli uomini della sicurezza,
tuttavia, non erano dotati di giubbotti antiproiettile e di auto blindate,
certamente necessarie per chi proteggeva una personalità di altissimo profilo
politico: una negligenza inescusabile. Moro e i suoi custodi, comunque, erano
consapevoli del malsano clima politico del tempo e dei rischi reali. L’agguato,
peraltro, avvenne in un giorno preciso, proprio il 16 marzo, giorno in cui il
nuovo governo doveva presentarsi alle Camere per il voto di fiducia. Una data
certamente invisa allo spirito di Yalta.
Gero Grassi, che ha fatto parte
della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento Moro, nelle sue
conferenze pubbliche ha evidenziato diverse volte, con grande forza logica e
con passione per la giustizia, le mancate verità dei brigatisti, in primis in
ordine agli spari e alla loro precisione. In particolare, Oreste Leonardi e
l’agente Giulio Rivera furono colpiti da destra e non da sinistra, come i
brigatisti hanno sempre affermato. Oreste Leonardi, persona capace e d’azione,
che aveva una preparazione da sabotatore, fu colpito da distanza molto
ravvicinata, cosa nel complesso inquietante. L’assassino di Leonardi sparò
leggermente dietro-avanti, destra-sinistra, alto-basso, per non colpire il
compagno che si trovava a sinistra dell’auto: un abile tiratore, dunque, e non
uno dei “quattro operaiacci” (definizione di Mario Moretti a Giorgio Bocca),
autori dell’agguato.
Sulla scena della strage, in una
foto acquisita, risultano presenti, “con caratteristiche non dissimili”, il
boss calabrese Antonio Nirta (San Luca d’Aspromonte), specialista in sequestri
di persona, e Giustino De Vuono, legionario e killer. Il pentito Saverio
Morabito della cosca di Platì rivelò che Nirta era stato effettivamente
presente in via Fani.
Giovanni Fasanella, studioso dei
buchi della nostra storia, a sua volta, ne Il puzzle Moro. Da testimonianze e
documenti inglesi e americani desecretati, la verità sull’assassinio del leader
DC, contenuto nella raccolta di saggi Il libro nero della Repubblica italiana,
scritto con Mario J. Cereghino e con l’intervento del giudice Priore
(Chiarelettere, 2021), si sofferma attentamente sul Bar Olivetti in via Fani.
Il Bar Olivetti non era chiuso il 16 marzo, come si è spesso detto,
allontanando la verità. L’acquisizione di un’immagine video da parte della
Commissione d’inchiesta lo testimonia con evidenza lampante.
Il bar era peraltro un luogo
molto particolare per il calibro criminale dei clienti: frequentato da
trafficanti d’armi, brigatisti rossi, terroristi dei NAR, criminali della banda
della Magliana, Frank Coppola, Tano Badalamenti, elementi delle ’ndrine calabresi.
Una sorta di internazionale del crimine a contatto diretto e non casuale,
insomma. Un sistema articolato di condivisione di reciproci vantaggi, di affari
lucrosi e di compensazione tra le parti, forse. Il proprietario del bar,
peraltro, fu avvistato, curiosamente, a Bologna proprio prima della strage del
2 agosto 1980. Il soggetto in questione è stato definito “una specie di
fantasma”, irreperibile dal giudice Giancarlo Armati: una primula nera.
La storia del Bar Olivetti è,
insomma, emblematica di un modus essendi: chiuso alle indagini, ma in realtà
aperto alle deviazioni. Centro occultato, ma attivo. Punto di raccordo di trame
protette e incoraggiate. Una storia dimenticata, insomma, che riaffiora dalle
penne di chi ricerca, da giudici che trovano le tracce coperte e da persone che
hanno sete di giustizia.
(…)
https://www.ilsussidiario.net/news/borsellino-e-moro-dalla-pista-nera-ai-complici-delle-br-le-zone-dombra-da-chiarire-sui-mandanti-esterni/2993872/#:~:text=POLITICA-,BORSELLINO%20E%20MORO%20%7C%20Dalla%20pista%20nera%20ai%20complici%20delle%20BR%3A%20le,vittime%20del%20dovere%20e%20a%20coloro%20che%20credono%20nella%20democrazia%20autentica.,-%E2%80%94%20%E2%80%94%20%E2%80%94%20%E2%80%94







