martedì 12 maggio 2026

Forum Paris, crocevia di uomini vivi


 Forum Paris, crocevia di uomini vivi

Dall'8 al 10 maggio, la kermesse nel cuore della capitale francese. I protagonisti? Dai martiri d'Algeria alla cattedrale di Notre Dame, fino all'incontro tra due donne, la sorella di una vittima del terrorismo e la madre dell'attentatore. E molto altro. Il comunicato finale e il racconto

 

11.05.2026

Alessandro Banfi

La seconda edizione del Forum Paris volge al termine. Circa centodieci volontari, più di mille presenze, otto incontri, una serata artistica, tre mostre, numerose attività per bambini e adolescenti, centinaia di pasti preparati. Questi numeri, ma soprattutto la qualità e la profondità dei contenuti affrontati, ci riempiono di stupore e gratitudine. Nel lavoro volontario, negli incontri, nelle relazioni che sono cresciute, abbiamo percepito, ancora una volta, che la nostra vita ha un grande destino! Che siamo tutti chiamati, con la piccola pietra che abbiamo tra le mani, a costruire una grande cattedrale. Abbiamo iniziato il nostro forum guardando all’esperienza dei martiri d’Algeria, proprio nel giorno della celebrazione liturgica della loro memoria, lasciandoci sorprendere dal modo in cui ci hanno testimoniato la loro vicinanza al popolo algerino, fino al martirio. Una vicinanza che, come ci ricordava il cardinale Aveline, è la firma di Dio nella sua rivelazione. Molte altre testimonianze e tematiche sono state affrontate nel corso di questi tre giorni, ma la testimonianza di Roseline Hamel, sorella del sacerdote assassinato a Rouen nel 2016, insieme a quella di Nassera Kermiche, madre di uno dei suoi giovani assassini, è stata certamente particolarmente luminosa: la loro storia di amicizia e di perdono ha risuonato profondamente nel cuore dei partecipanti. Così come il grido di Nassera: «Facciamo rumore per la pace», che richiama la frase citata dal grande Éric-Emmanuel Schmitt: gli alberi che cadono, tutti li sentono; la foresta che cresce, nessuno la ascolta. Vogliamo guardare crescere questi germogli di luce e di pace, con pazienza, ma anche con la certezza di essere figli amati, prediletti, di far parte di una grande storia di bene, che ci ha afferrati e che è per tutti, per il mondo intero (Comunicato finale Forum Paris)

In quel «popoloso deserto che appellano Parigi» (copyright Giuseppe Verdi - La Traviata) l’ultimo fine settimana dell’8, 9 e 10 maggio è stata un’occasione unica di incontro e di dialogo. Al Forum Paris, organizzato al Buon Consiglio, un grande oratorio nel cuore della città, ad un passo dagli Invalides, i fili di una tre giorni molto intensa si sono intrecciati attorno ad un tema drammaticamente immerso nell’attualità: “Pouvons-nous attendre une lumière même dans les temps les plus sombres?”, possiamo ancora sperare in una luce nei tempi più bui? La frase è tratta da una riflessione di Hannah Arendt, la cui forza profetica sempre stupisce. Personalmente mi hanno portato al Forum i 19 beati martiri d’Algeria e la versione francese della mostra organizzata dal Meeting di Rimini l’agosto scorso, e di cui sono stato curatore, insieme agli amici di Fondazione Oasis e della Lev. La mostra “Appelés deux fois” è stata infatti una delle tre mostre del Forum. Le altre due sono state quella su Franz e Franziska (la vicenda di Jagerstaetter che si ribellò ad Adolf Hitler), Meeting 2024, ed una mostra inedita, concepita in Francia, sulla cattedrale di Notre Dame.

Per quanto riguarda la mostra sui martiri d’Algeria, gli organizzatori hanno fissato l’inizio del Forum proprio l’8 maggio, nel giorno della memoria liturgica dei 19 beati (e dall’anno scorso anche data dell’elezione del papa Leone XIV). Questa coincidenza ha permesso una combinazione eccezionale. Al primo incontro di venerdì 8 erano presenti il cardinale e arcivescovo di Algeri Jean-Paul Vesco, il postulatore della causa di beatificazione dei 19, padre Thomas Georgeon, trappista e priore del monastero di Soligny-La Trappe, e la docente all’Università di Friburgo Marie-Dominique Minassian, che ha dedicato la vita a raccogliere e catalogare gli scritti dei monaci di Tibhirine. Quasi come appendice naturale al Forum, la sera alle 18 c’è stata la messa in Notre Dame, alla presenza di tanti familiari e amici dei martiri, che ha avuto momenti di grande commozione. Che cosa ci insegnano quei martiri? Nei vari interventi al Forum è emersa la testimonianza di una Chiesa che decide di restare. E di restare con. Restare cioè al servizio della popolazione locale, condividendo tutti gli aspetti della vita. Martiri del dialogo, ma di un dialogo che è la vita stessa, non la discussione teorica su principi o valori.

La decisione di restare per tutti i 19 d’Algeria è stata sì dentro un’esperienza di comunità ma anche frutto di un discernimento personale, irripetibile. Ognuno di noi non ha solo il DNA molecolare che lo rende unico nel mondo e nella storia fra miliardi di essere simili, ma ha qualcosa dentro di sé diverso da tutti gli altri. Quelli algerini non sono martiri perché sono cristiani morti,ma perché hanno scelto liberamente di restare. Uno per uno. «Come Massimiliano Kolbe», ha detto il teologo domenicano Jan-Jacques Pérennès, biografo di Pierre Claverie.

Dunque se c’è stato un filo rosso che ha attraversato i vari momenti del Forum è che questa luce nelle tenebre ha sì a che fare con la Grazia, ma anche con la libertà. Ecco dunque la semplice e luminosa testimonianza di Franz Jägerstätter, il contadino austriaco che ha pagato con la propria vita per non volersi piegare al giuramento per Adolf Hitler. Ecco il bellissimo dialogo fra il grande scrittore Eric-Emmanuel Schmitt e il cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia e guida dei Vescovi francesi, che sono stati introdotti da un bel video dell’arcivescovo cattolico della Madre di Dio a Mosca, monsignor Paolo Pezzi, a pochi giorni dal termine del suo mandato.

(….)

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lunedì 11 maggio 2026

Il cuore indistruttibile. Cercando i fratelli Osip Mandel’štam e la fede ( Centro Culturale di Milano, Invito)

 

Ciclo di incontri
La poesia e il senso religioso
Tra Occidenti ed est Europa 
a cura di e con
Gianfranco Lauretano, poeta e scrittore

Auditorium del CMC
Largo Corsia dei Servi 4 – Milano
Ingresso libero

Il cuore indistruttibile. Cercando i fratelli
Osip Mandel’štam e la fede
Venerdì 15 maggio 2026, ore 18.15
Intervengono
Massimo Morasso, Poeta, saggista (Genova)
Maurizia Caluso, Docente di Letteratura russa, Università Cattolica di Milano

Coordina
Gianfranco Lauretano, poeta e scrittore

La grande questione della misteriosa mancanza del cuore posta da Mario Luzi nel nostro Occidente. Il bisogno di essere, addirittura di esserci, accomuna i poeti del secolo greve: “Amare l’essere della cosa più della cosa stessa” afferma Osip Mandel’štam, connotando il rinascimento della letteratura russa di inizio Novecento.
C’è qualcosa che è accaduto sia in Occidente e in Est Europa e che indica una strada. Mandel’štam di famiglia ebrea, convertitosi alla fede cristiana, grande poeta perseguitato dal regimePellegrino tra Europa e Ucraina, spirito libero venne ripetutamente condannato a lavori forzati nella Siberia.
Anna Achmatova e Osip Mandel’štam, figure titaniche della poesia russa del ‘900, furono amici intimi, poeti acmeisti e testimoni tragici della repressione stalinista. Condivisero la passione per Dante e la resistenza culturale contro il regime. Entrambi subirono la censura, e mentre Achmatova mantenne un profilo più “nascosto” per sopravvivere, Mandel’štam morì in un gulag, rimanendo un punto di riferimento morale assoluto per lei.

a cura del Centro Culturale di Milano

giovedì 7 maggio 2026

LETTURE | Il desiderio e le sue virtù politiche: l’enciclica (sociale) di Papa Leone nella terra di Agostino


 

LETTURE | Il desiderio e le sue virtù politiche: l’enciclica (sociale) di Papa Leone nella terra di Agostino

Aniello Landi Pubblicato 7 Maggio 2026 (sussidiario.net)

Papa Leone in Camerun

 

Nel suo ultimo viaggio apostolico in Africa, gli interventi di papa Leone XIV compongono, al modo di un mosaico, una vera e propria enciclica sociale

Nel corso del su recente viaggio in Africa, di fronte alla “logica estrattiva” imperante, Papa Leone ha riproposto la dottrina sociale “come aiuto per chiunque voglia affrontare le ‘cose nuove’ che destabilizzano il pianeta e la convivenza umana, cercando prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia. Questo è parte fondamentale della missione della Chiesa”. (Guinea Equatoriale, Malabo, Incontro con le autorità, con la società civile e con il corpo diplomatico, 21 aprile).

Alla luce dell’insegnamento di Agostino, i cristiani abitano la città dell’uomo e contribuiscono a renderla più umana, in cammino verso la Città di Dio, prefigurandola, in un certo qual modo, nella città terrena. Cammino sospinto dalla verità che abita nell’uomo interiore, nell’intimità più intima dell’uomo stesso, “come voce che già risuona” in noi, che diventa esperienza del soggetto nel fenomeno umano dell’incontro, come fu per Agostino incontrando Ambrogio, con conseguente slancio della ragione verso una nuova conoscenza di sé e della realtà intera.

Al Campus Universitario “Leon XIV” dell’Università Nazionale, il Papa ha detto: “Cristo non appare come una via d’uscita fideistica di fronte alla fatica intellettuale, come se la fede iniziasse dove si ferma la ragione. Al contrario: in Lui si manifesta la profonda armonia tra verità, ragione e libertà”. (Guinea Equatoriale, Malabo, Incontro con il mondo della cultura, 21 aprile).

Nell’armonia tra fede e ragione sta l’ampiezza della razionalità, conformemente alla natura stessa della ragione, e ciò rende la vita pienamente degna, ossia all’altezza di uomini liberi. “Non ho paura”! Da qui il tema della pace legato al diritto internazionale, a sua volta, ancorato al diritto naturale; e il tema della democrazia, “non solo come procedura”, dove senza adeguato fondamento prevale la “tirannia maggioritaria” o “il dominio delle élites economiche e tecnologiche” (Messaggio ai partecipanti alla sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Casina di Pio IV 4-16 aprile)

(….)

Da dove nasce questo movimento, sommovimento partecipativo? “L’Africa è per il mondo una riserva di gioia e di speranza, che non esiterei a definire virtù ‘politiche’, perché i suoi giovani e i suoi poveri sognano ancora, sperano ancora, non si accontentano di ciò che già c’è … La saggezza di un popolo, infatti, non si lascia spegnere da nessuna ideologia e davvero il desiderio di infinito che abita il cuore umano è un principio di trasformazione sociale più profondo di qualsiasi programma politico o culturale”. (Angola, Luanda, Incontro con le autorità, con la società civile e con il corpo diplomatico, Padiglione Protocollare Palazzo Presidenziale, 18 aprile).

Richiamo a noi particolarmente caro per vivente insegnamento ricevuto. Il cuore dell’uomo è il principio motore di trasformazione della realtà, il potente antidoto al potere prepotente e quindi la vera risorsa del soggetto nella tessitura di legami e relazioni anche sul piano socio-economico, dando forma ad esperienze di lavoro comune secondo la logica della cooperazione e dell’imprenditorialità sociale.

Questo “strano desiderio”, destandosi per l’attrattiva che proviene da incontri decisivi, pur tra le nubi di tutte le contraddizioni, mette in azione la persona, rendendola più se stessa nella società, “per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere la pace, per rinnovare la società e per colmare le contraddizioni” (Papa Leone, Aula Paolo VI, Udienza partecipanti 3° Meeting nazionale degli insegnanti di religione cattolica, 25 aprile).

A partire dalla profondità del cuore, la Chiesa svolge la sua missione nella storia, risvegliando, sostenendo, accompagnando il desiderio di infinito che fa fiorire e rifiorire l’umano nell’uomo, secondo l’impeto totale delle sue energie. Fioritura per inimmaginabile corrispondenza, che permette di incontrare, lungo la strada della vita, “Qualcuno”, il Viandante che “spiega”, agli uomini, passo dopo passo, la “scrittura” misteriosa e meravigliosa di cui il cuore è intessuto, facendolo vibrare di istante in istanti che si rinnovano, rendendone sempre nuova e sorprendente l’intensità. “Non ci ardeva forse il cuore…”.

Questo movimento della persona, ragione ed affezione insieme, genera poesia (poiesis), creazione, come testimoniato dal Papa durante la visita all’ospedale psichiatrico “Jean Pierre Olie” a Malabo (21 aprile): “Ringrazio il Signor Tarcisio per la sua poesia. Vorrei dire che in un ambiente come questo si compongono ogni giorno tante ‘poesie’ nascoste, forse non con le parole, ma con piccoli gesti, con sentimenti, con attenzioni nei rapporti tra voi. È un poema che solo Dio sa leggere pienamente e che consola il Cuore misericordioso di Cristo”.

 


venerdì 1 maggio 2026

Dal buio del non senso all'incontro con Cristo

 


Il mio incontro con Cristo dopo una vita senza di Lui

Alla soglia dei trent’anni Lorenzo si imbatte quasi per caso in una ragazza di CL che lo invita a Scuola di comunità. Un momento da cui resta colpito e grazie al quale rinasce. Tanto da chiedere i Sacramenti e volerlo annunciare a tutti

 

Fin da bambino mi facevo molte domande sulla vita e sul suo senso, ma senza trovare alcuna risposta. Infatti non ho mai ricevuto una reale proposta educativa. Sono cresciuto prima con la posizione che don Giussani nel Senso religioso chiama «sostituzione del desiderio», passando poi alla più drammatica, ma anche più seria, che è la «negazione disperata». Quando ho letto le pagine che ne parlavano mi ci sono rivisto tantissimo. Dai 13 ai 28 anni, quando ho incontrato il movimento, ho vissuto una solitudine terribile e insieme un’esigenza grandissima. Sentivo di volermi donare all’infinito, allo stesso tempo provavo una profonda disperazione per la mia miseria e per i miei limiti.

Ho sempre cercato di negare questo desiderio, percependo la mia stessa vita come un’imposizione. Non comprendevo il mio posto nel mondo, in qualche modo volevo essere il dio della mia esistenza. Eppure, pur mettendo al primo posto il lavoro, il successo, la bellezza, questa enorme esigenza di senso che provavo non mi lasciava. Mi trascinavo dietro un cuore sanguinante che pensavo fosse una maledizione, ma che invece è stata la mia salvezza. Questa ferita bruciante mi ha permesso di non abbassare l’asticella del desiderio.

Ripensando al passato, ci sono stati tanti momenti in cui Dio ha cercato di parlarmi e io mi sono voltato dall’altra parte. Poi mi ha preso per i capelli: in palestra ho conosciuto, quasi per caso, una ragazza di Comunione e Liberazione, che parlava con “parole di vita”. Quasi subito mi ha detto: «Sappi che sono di CL». E io: «Non so che cosa sia CL però, qualsiasi cosa sia, mi piacerebbe saperlo». Mi ha portato a Scuola di comunità.

Ricordo che la prima volta che sono andato alla Scuola di comunità mi sono detto: «Ma cosa è questa meraviglia?». Mi sembrava un universo parallelo, vedevo persone sconosciute che si mettevano a nudo. A me non capitava nemmeno con i miei genitori, con i miei migliori amici e nemmeno con la mia ragazza. Normalmente questo non accade, le persone si tengono dentro l’inquietudine e, in un mondo in cui tutto è vetrina, finiscono per sentirsi sbagliate.

A cambiarmi è stato quindi un incontro. Questo è un passaggio fondamentale, perché il desiderio dell’uomo è infinito, ma ha bisogno di una concretizzazione. Certo, serve una disponibilità, e io in fondo l’ho sempre avuta, ma è emersa del tutto solo quando sono rimasto colpito in maniera così forte.

«Quando non ero cristiano non mi interessava nulla della vita. Ora, invece, la bellezza è poter vivere per un Altro, strumento del Signore nel servizio alla Chiesa e al movimento»

Lo scorso novembre, a 32 anni, dopo due di catecumenato, io che ero a digiuno di tanti concetti della Chiesa, ho ricevuto Battesimo, Cresima e Comunione. Non è stato un passaggio di particolare fatica perché ho trovato una corrispondenza immediata. Anzi posso dire che se è faticoso vivere con Cristo, è molto più faticoso vivere senza di Lui. Prima ero un vagabondo della vita, ora sono in cammino. Non con meno fatiche, ma comunque indirizzato a una meta.

Il fatto che Gesù sia mio amico nella quotidianità ha significato la possibilità di vivere con letizia e di vivere un’umanità diversa. Come diceva Giussani: «La letizia è la condizione per la generazione, la gioia è la condizione per la fecondità. Essere lieti è la condizione indispensabile per generare un mondo diverso, una umanità diversa» (Luigi Giussani, Un evento reale nella vita dell’uomo, BUR 2013, p. 240, ndr).

In questo senso, penso che il nostro compito, oltre alla preghiera, sia la testimonianza nella vita quotidiana. Quando non ero cristiano non mi interessava nulla della mia vita, non potendo raggiungerne la pienezza. Ora che sono cristiano, invece, la bellezza è poter vivere per un Altro. Posso portare me stesso come testimonianza, posso essere strumento del Signore. Non c’è modo migliore di questo per servire la Chiesa e il movimento.

(...)

clonline

 

Lorenzo, Seregno (Monza e Brianza)


lunedì 27 aprile 2026

Tornarono a Gerusalemme con grande gioia» Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa


 


Tornarono a Gerusalemme con grande gioia»

Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa

S.E. Pierbattista Pizzaballa

 

Carissimi,

il Signore vi dia pace!

 In questi anni di ministero pastorale ho parlato a voi, alla nostra amata Chiesa di Gerusalemme, in diversi modi: attraverso le omelie, qualche breve lettera e, soprattutto, durante le visite pastorali. Sono state queste ultime, in particolare, i momenti di incontro e di condivisione con le comunità che hanno segnato la vita della Chiesa locale, e anche la mia. Mi hanno permesso di conoscere più da vicino la nostra Diocesi, e di dare espressione concreta a quell’unità tra pastore e comunità che è alla base della vita ecclesiale.

 In questi ultimi anni, tuttavia, l’ennesima e tragica guerra nella quale siamo precipitati – con le sue conseguenze sulla vita di tutti noi – ci ha costretti a ripensare modi e tempi del nostro ministero, che ho cercato di proseguire per quanto possibile. Il tempo drammatico che stiamo vivendo ci ha visti tutti coinvolti nel servizio ai poveri, nella denuncia delle ingiustizie, nella presenza sul territorio, e soprattutto nella preghiera, nell’ascolto della Parola di Dio, cercando unità e verità nel nostro stare dinanzi a Lui e dinanzi a ogni fratello e sorella.

 Alla luce di quanto sta accadendo – e per il peso che questi eventi hanno avuto e avranno sulla vita della nostra Chiesa – sento ora il bisogno di offrire una parola più articolata e una riflessione più compiuta, e perciò, eccezionalmente, anche più lunga. Questa Lettera, quindi, non nasce per una lettura rapida o parziale, né per essere utilizzata come un testo di analisi politica. È da leggere poco alla volta, come strumento di discernimento ed è pensata anche per promuovere dialogo e riflessioni all’interno dei nostri contesti ecclesiali, delle nostre comunità, nei monasteri e nelle famiglie. Il suo scopo non è offrire risposte immediate o soluzioni tecniche, ma aiutare ciascuno a interrogarsi su come vivere oggi la fede cristiana in questa Terra alla luce del Vangelo.

 Trovo difficile limitarmi alle consuete dichiarazioni di circostanza, che spesso si susseguono quasi identiche l’una all’altra. Avverto con ancora maggiore urgenza il bisogno di parole vere e significative per noi. La sofferenza di questo tempo, infatti, non permette di limitarsi a discorsi edulcorati e astratti – e perciò non credibili – né ci consente di fermarci alle ennesime analisi o denunce.

 Ne sono già state fatte in più occasioni, e su questo abbiamo già detto abbastanza, a parole e con i gesti. Analisi e denunce rimangono necessarie – non possiamo esimerci dall’esprimerle – ma non saranno esse ad aprirci orizzonti di fiducia. Troveranno forse condivisione anche al di fuori della nostra comunità in chiunque si ritrovi nelle nostre valutazioni. Esse devono tuttavia essere accompagnate dalla domanda su cosa il Signore ci chieda in questo momento, e interrogarci su come dare espressione vissuta alla nostra fede in questo contesto difficile. È la domanda che da diverso tempo accompagna il mio ministero di pastore: come stare da cristiani, in quanto assemblea ecclesiale, dentro questa situazione di conflitto – politico, militare, spirituale – che sappiamo durerà ancora molti anni? Esso è ormai parte integrante della vita ecclesiale, dell’esistenza ordinaria di ciascuno di noi. Purtroppo è ormai parte della cultura di questa Terra. Non è quindi un momento da superare, ma il luogo nel quale la nostra Chiesa è chiamata a mettere in atto la sua specifica missione di comunità di credenti in Cristo. In questa Terra dove i confini identitari sono così fortemente marcati, il nostro essere cristiani deve diventare testimonianza di un modo particolare di vivere anche dentro la contesa e deve trovare espressione visibile e riconoscibile in ciò che diciamo e facciamo. Siamo chiamati a offrire un’interpretazione del tempo attuale secondo una prospettiva cristiana che ci contraddistingua in modo chiaro e riconoscibile.

 Con la presente Lettera desidero tentare di rispondere a questa domanda. È il frutto faticoso e sofferto – come lo è ogni tentativo di sintesi spirituale – della mia riflessione e preghiera, e di quanto ho maturato in questo tempo. Non è ovviamente una sintesi perfetta. Bisogna intenderla piuttosto come un’iniziale proposta di riflessione che dovrà certamente maturare, perfezionarsi e completarsi nel tempo, soprattutto attraverso il confronto, anche dialettico se necessario, con chiunque voglia avventurarsi in questo tentativo di sintesi e in questa lettura. Purché si sia comunque mossi dal sincero desiderio di cercare di comprendere la volontà di Dio su ciascuno di noi. Raccolgo qui in maniera più sistematica e ordinata quanto in parte ho già presentato in questi ultimi anni in varie occasioni.

 L’icona biblica intorno alla quale ruoterà la mia riflessione è la città, e in particolare la città di Gerusalemme. L’immagine della città è diffusa e ci è familiare. Sta ad indicare la convivenza, la relazione, civile e religiosa. Ma non ci soffermeremo sull’idea generica di città, bensì su Gerusalemme come modello di riferimento ideale, richiamando alcuni brani delle Scritture. Noi siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità ecclesiale. È il Luogo che custodisce il cuore della nostra fede – la Redenzione – ed è perciò anche il luogo geografico e spirituale che custodisce l’identità della nostra Chiesa, il centro al quale tornare per trovare l’ispirazione necessaria in questo tempo. La nostra Chiesa ha un volto multiforme, espressione della ricchezza dei suoi riti e delle sue tradizioni. Dalle sue origini fino ad oggi è, per sua essenza, plurale, dato che Gerusalemme è madre di tutti i popoli. D’altra parte, da molti secoli ha una configurazione molto chiara: è una Chiesa immersa prevalentemente in un contesto arabo. Il nostro sguardo sugli avvenimenti che stiamo vivendo, quindi, parte da questa Chiesa, sparsa sul suo vasto territorio. È uno sguardo che, proprio perché radicato in questa terra, aspira tuttavia ad abbracciare e includere tutti i suoi abitanti.

 Infatti, nella Città Santa ogni comunità particolare può riconoscersi: dalla parrocchia più piccola di Giordania alla più popolosa, dalle vivaci realtà di Cipro ai fedeli di espressione ebraica in Israele, dalle parrocchie segnate dalla prova in Palestina a quelle presenti e radicate in Israele, fino ai migranti, i richiedenti asilo e tutte le altre diverse realtà della nostra Diocesi. Gerusalemme è il modello spirituale che unifica la nostra Chiesa distribuita su territori e situazioni politiche tanto diverse.

 La Lettera è strutturata in tre parti: la prima inizia con la mia valutazione dell’attuale stato di disordine. Prima di parlare di ideali, è necessario ancorarsi saldamente alla realtà così com’è, riconoscendo però in essa la presenza operante di Dio. 

 Nella seconda parte, vorrei condividere una visione per la nostra comunità, ispirata e ancorata alla Scrittura, con una precisa connessione a Gerusalemme. 

La terza cercherà di tradurre quella stessa visione in implicazioni pastorali per la nostra comunità ecclesiale, affrontando le attività delle nostre parrocchie, le famiglie, le scuole e le istituzioni. 

 Come ho già detto, si tratta di una Lettera anzitutto di natura pastorale: non conterrà considerazioni e analisi di carattere prettamente politico. È “politica” solo in senso più ampio, in quanto concerne il nostro rimanere, come cristiani, nella polis, ovvero nel nostro mondo reale e nella nostra città di Gerusalemme, benché sempre orientati alla vera e definitiva Polis, la Gerusalemme celeste.

 

(continua su patriarcato di Gerusalemme)


sabato 25 aprile 2026

Il 25 aprile, la nostra Carta e una libertà che non è di parte


 

Il 25 aprile, la nostra Carta e una libertà che non è di parte

di Mariapia Garavaglia (Presidente Associazione Nazionale Partigiani Cristiani)

Istituita nel 1946 e resa stabile nel 1949, la ricorrenza civile richiama unità nazionale, democrazia repubblicana e rispetto esclusivo dei principi costituzionali. Un processo in cui i cattolici furono protagonisti

 

25 aprile 2026

Il 22 aprile 1946 con un decreto legislativo, su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, fu istituita provvisoriamente la festività nazionale, «a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano». Nel 1949, con la legge n. 260 del 27 maggio, divenne definitiva, simboleggiando la Resistenza e la nascita della democrazia italiana. Non si tratta quindi di una festa “di parte”, ma riguarda tutti gli italiani. Ed è ora che non venga strumentalizzata e trascinata verso significati diversi da quelli che effettivamente ha: Italia unita, italiani liberi e sottoposti a nessun altro potere o vincolo che non siano quelli sanciti della Costituzione repubblicana. Quest’anno ricorre l’80esimo anniversario dell’Assemblea Costituente, frutto del voto a suffragio universale del 2 giugno 1946. La storia, che non consente negazionismi, documenta come e da chi fu preparata, costruita e infine approvata la nostra meravigliosa Carta, che il Presidente Ciampi definì «Bibbia laica». Parteciparono all’Assemblea 556 rappresentanti del libero popolo italiano, tra cui 21 Madri costituenti. Le forze politiche presenti è noto che fossero non solo plurali e diverse ma anche radicalmente conflittuali: si pensi ai democratici cristiani e ai comunisti. I loro contrasti ideologici non impedirono tuttavia di affidarci una Costituzione condivisa e fortemente difesa. Fondamentalmente fu merito dell’apporto dei cattolici, come era stata di grande valore la resistenza cattolica. È ora anche di valorizzare gli studi, oramai storicamente molto ricchi e confermati, sull’apporto di molte centinaia di sacerdoti, religiosi e suore oltre alle migliaia di laici nelle diverse formazioni, senza distinzioni ideologiche.

I cattolici furono protagonisti della rete informativa della Resistenza, indispensabili mediatori per lo scambio di prigionieri. Il debito di sangue pagato da sacerdoti diocesani e religiosi fu alto: tra settembre 1943 e aprile 1945 si ebbero in Italia 425 sacerdoti uccisi (di cui 57 morti in combattimento e 49 nei lager tedeschi), dei quali 191 per mano fascista, 125 per opera dei tedeschi e 109 per mano partigiana. Alcuni sono già stati proclamati beati. Resistettero non per odio ma per amore della libertà e della dignità della persona. I cappellani delle brigate partigiane sono stati insigniti di 17 medaglie d’oro al valor militare, 31 d’argento, 46 di bronzo e 56 croci di guerra. I costituenti, consapevoli che i lavori assembleari risentivano del clima del periodo precedente, forzarono certamente alcune parti della Carta relativi alla distinzione dei poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario – per non dare peso superiore a nessuno dei tre. Ma i tempi cambiano, e furono previdenti nell’introdurre con l’articolo 138 la possibilità – e la metodologia conseguente – per modificarla quando fosse stato necessario intervenire. Si deve così ricorrere al referendum ogni volta che il voto del Parlamento non è stato ampio come richiesto dall’articolo 138. È un messaggio che i costituenti ci hanno lasciato, perché qualora si decidesse di modificare la Costituzione si usi quello stesso metodo costruttivo e inclusivo in grado di rappresentare la maggioranza assoluta degli italiani.

 

Il tempo che stiamo attraversando e la temperie bellica che ci circonda ci richiamano anche un altro articolo fondamentale della Costituzione, impegnativo e significativo, che appartiene alla prima parte, i “Princìpi fondamentali”, a tutela della pace: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo» (articolo 11). Anche rispetto a questa chiara e non manipolabile norma da oltre 75 anni siamo stati inadempienti, paghi della pace che in Europa nonostante tutto è stata garantita. Nonostante tutto, sì: avremmo avuto il tempo per costruire gli Stati Uniti d’Europa. La somma degli eserciti di ciascuno degli Stati europei costa di più e non è efficiente come fossero un unico esercito, la Comunità Europea di Difesa (Ced), sognata da De Gasperi e causa del suo dolore, fu bocciata dalla Francia. Nazionalismo e sovranismo possono appagare ansie di politica interna ma non costruiscono il futuro per le generazioni che seguiranno. Sono forme deleterie di egoismi istituzionali. (…).

I sondaggi segnalano la paura degli italiani per una guerra troppo vicina mentre i carrelli della spesa dimostrano che c’è un risvolto della guerra che, anche senza missili e droni, “bombarda” l’economia di tutte le potenze, piccole e grandi. I poveri e i più vulnerabili diventano sempre più fragili e le istituzioni inadeguate a far fronte ai loro bisogni. Un algoritmo non sarà capace di dimostrare che si può essere floridi, aumentare la ricchezza (e quindi il potere) con commerci di pace e scambi senza armi? Il miglior algoritmo, però, siamo noi che scegliamo con il voto e la partecipazione – doni della democrazia – le classi politiche che ci devono tutelare. La Festa nazionale del 25 Aprile, allora, ci ricorda oggi che è possibile sconfiggere i dispotismi, che negano libertà e uguaglianza dei cittadini. Perché non consegnino loro il proprio destino.

 

(da Avvenire)


giovedì 23 aprile 2026

CATTOLICI IN CINA: L’ALLARME DI HRW


 

Accordo Cina Vaticano ha facilitato repressione cattolici” | Report HRW: “Fedeli e religiosi perseguitati”

Silvana Palazzo Pubblicato 22 Aprile 2026 (sussidiario.net)

Report Human Rights Watch: perché l'accordo Cina Vaticano avrebbe rafforzato la repressione dei cattolici, tra controlli, divieti e persecuzioni

 

CATTOLICI IN CINA: L’ALLARME DI HRW

L’accordo tra Cina e Vaticano sulla nomina dei vescovi, firmato otto anni fa con l’obiettivo di superare una frattura storica, avrebbe prodotto effetti opposti a quelli dichiarati: invece di favorire l’unità, avrebbe avuto un ruolo nell’aumento della repressione dei cattolici nel Paese. È quanto sostiene un recente rapporto di Human Rights Watch, che ha esaminato l’impatto dell’intesa sulla libertà religiosa in Cina. Secondo l’organizzazione, negli ultimi anni Pechino ha intensificato il controllo ideologico e le limitazioni sui circa 12 milioni di cattolici cinesi.

Il rapporto, che si basa su interviste a nove persone con conoscenza della vita religiosa nel Paese, oltre che su documenti ufficiali e articoli della stampa statale, rivela che l’accordo avrebbe creato un sistema che di fatto non lascia alternative ai cattolici “clandestini” se non quella di aderire alla Chiesa ufficiale controllata dallo Stato.

Alcuni intervistati descrivono l’intesa come legittima dal punto di vista formale, d’altra parte starebbe erodendo e svuotando le comunità non riconosciute. Una situazione paradossale, perché quell’accordo era nato per favorire il dialogo e l’unità, invece secondo l’Ong avrebbe reso più difficile la vita dei cattolici cinesi.

 

CHIESE “CLANDESTINE” SOTTO PRESSIONE E IL NODO VESCOVI

Le cosiddette chiese “clandestine” sono quelle rimaste fedeli al Papa e non all’Associazione patriottica, organismo legato al Partito comunista. Proprio queste comunità, secondo Human Rights Watch, sarebbero le più colpite. Il ricercatore Yalkun Uluyol al Foglio spiega che, dopo l’accordo, le autorità cinesi avrebbero aumentato la spinta per costringerle a entrare nella Chiesa ufficiale. Sono denunciate demolizioni di luoghi di culto, detenzioni di sacerdoti e intimidazioni verso i fedeli più anziani, perché l’obiettivo sarebbe quello di concentrare tutte le attività religiose sotto organismi controllati, per monitorare celebrazioni, insegnamenti e partecipazione dei fedeli.

Uno degli effetti dell’accordo riguarda la nomina dei vescovi: le comunità clandestine non possono ricevere nuove guide spirituali indipendenti, per cui con il passare del tempo, e l’invecchiamento dei vescovi già in carica, queste comunità rischiano di restare senza guida. Per Uluyol la Santa Sede non avrebbe esercitato il suo potere di opposizione neanche quando Pechino ha nominato i vescovi, poi approvati dal Papa. La posizione vaticana, espressa negli anni dal cardinale Pietro Parolin, è differente: l’obiettivo dell’accordo è superare la separazione tra comunità e favorire una Chiesa unita, in comunione con il Pontefice.

 

CELEBRAZIONI CONTROLLATE E VESCOVI DETENUTI

Il rapporto descrive anche un progressivo irrigidimento delle condizioni di vita religiosa, non solo per i gruppi clandestini ma anche per la Chiesa ufficiale: c’è l’obbligo di registrazione per partecipare alle funzioni e il divieto di accesso ai minori nelle chiese, i contenuti religiosi sono controllati e sono previsti insegnamenti dei sacerdoti, ma anche sessioni obbligatorie di formazione politica per il clero. Inoltre, nuove norme introdotte nel dicembre scorso obbligherebbero i religiosi a consegnare i documenti di viaggio alle autorità, limitando anche gli spostamenti personali.

Le testimonianze raccolte raccontano di celebrazioni organizzate in orari scomodi per ridurre la partecipazione, canti vietati, finestre oscurate per evitare controlli esterni; in alcuni casi, i fedeli avrebbero simulato eventi privati, come matrimoni, per potersi riunire e pregare. Ci sono poi vescovi detenuti, altri  scomparsi, e fedeli sorvegliati. Anche i sacerdoti rilasciati dopo la detenzione continuerebbero a subire limitazioni, fino a perdere accesso a conti in banca o documenti.

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UN PROBLEMA PIÙ AMPIO: LA FEDE NEL MIRINO

Secondo Human Rights Watch, la repressione in Cina non riguarda solo i cattolici ma tutte le religioni non pienamente allineate allo Stato, inclusi musulmani, buddisti tibetani e protestanti. Alla base di questa “politica” ci sarebbe anche la diffidenza verso i legami con l’estero: la Chiesa cattolica, in quanto collegata al Vaticano, viene avvertita come un soggetto straniero e quindi sensibile dal punto di vista della sicurezza nazionale. Human Rights Watch sollecita, dunque, il Vaticano a riesaminare l’accordo con la Cina, a chiedere la liberazione dei religiosi detenuti e a fermare le persecuzioni, ma soprattutto, e più in generale, un intervento per garantire la possibilità di professare la propria fede.