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martedì 8 settembre 2026

M.Horsinga-Renno, Una ragionevole strage. Lo sterminio dei disabili in Austria in epoca nazista


 

Mireille Horsinga-Renno è nata a Strasburgo nel 1947. Il padre fu uno dei 130.000 francesi originari dell’Alsazia e della Mosella costretti ad arruolarsi nella Wehrmacht dopo l’annessione delle loro regioni alla Germania nazista avvenuta nel 1940. Ha lavorato come segretaria presso l’ambasciata di Francia in Germania, prima di ritornare a vivere in Alsazia.

 

Il libro

Un giorno di luglio del 1981 Mireille Horsinga-Renno fa visita a un lontano parente tedesco di cui ha da poco appreso l’esistenza, che trascorre una felice vecchiaia nella verdeggiante Renania. La donna incontra un uomo ancora affascinante, un raffinato melomane dai modi sicuri ed eleganti. È l’inizio di un rapporto affettuoso che dura fino a quando, qualche anno più tardi, nel corso di una normale conversazione, lui afferma che le camere a gas non sono mai esistite. La donna tenta di contraddirlo, ma l’uomo ribadisce le proprie tesi negazioniste. I due diradano bruscamente i rapporti. Un giorno, il caso porta Mireille a leggere un’opera sul nazismo di due storici tedeschi in cui è citato fuggevolmente un certo «Dr. Renno», medico responsabile, presso il castello austriaco di Hartheim, del programma nazista di sterminio delle persone portatrici di handicap, a causa del quale morirono 18.269 «malati incurabili», la cui vita era ritenuta «inutile e improduttiva ». (Attrezzato con camera a gas e forno crematorio, il castello della morte diventerà successivamente il distaccamento del campo di Mauthausen.)

 

Per Mireille Horsinga-Renno questo è il punto di partenza di un lungo viaggio nei sinistri meandri di un passato sconosciuto, nel quale la memoria familiare si sovrappone alla grande storia. Come credere che quell’uomo anziano così colto e premuroso – che morirà impunito nel 1997 – è il medico nazista direttamente responsabile della selezione e dello sterminio di migliaia di innocenti? Quali impulsi lo hanno animato e ancora lo abitano? Come possono coesistere nella stessa persona inclinazioni, sentimenti, pensieri tanto radicalmente contrastanti?

 

Una ragionevole strage è un libro appassionante, coraggioso e sensibile (oltre che tragicamente inquietante), che costituisce una straordinaria vittoria sul silenzio e l’oblio.

martedì 4 agosto 2026

Karl Adam, Gesù il Cristo


 


M.Konrad. Sacerdote della Fraternità San Carlo e teologo

Karl Adam è un pensatore decisamente anti-riduzionista che detesta gli unilateralismi. Descrivendo la vita di Gesù, molti autori insistono sul fatto che Gesù era veramente uomo, mentre altri si danno da fare per esaltare la Sua divinità. Per Adam invece il vero problema consiste nel tener insieme i due aspetti: «Il mistero del Cristo non consiste solo nel fatto che Egli è Dio, ma specialmente in questo, che Egli è “Uomo-Dio”».

 

Quando Karl Adam pubblicò nel 1934 Gesù il Cristo, il libro diventò subito un best-seller e uscì in molte lingue. In Italia venne tradotto a Venegono Inferiore quando Luigi Giussani vi dimorò come seminarista. Giussani stesso conosce bene Adam e lo cita soprattutto per la sua intuizione che non si possa separare la Chiesa da Cristo, né Cristo dalla Sua Chiesa: la Chiesa è la continuazione della vita di Cristo tra noi. Mi sono chiesto quale effetto possa avere avuto la lettura di Gesù il Cristo sul giovane seminarista. Ho trovato, nella descrizione del carattere di Gesù, pagine che fanno subito pensare anche a Giussani; per esempio, quando Adam parla del «fuoco d’una santa passione» per la verità di Gesù. Tale passione virile si accompagna in Gesù allo stesso tempo a un amore «talmente incomparabile e singolare, talmente tenero, materno e pronto al sacrificio, che rimase scolpito per sempre nei ricordi dell’umanità». Per noi è spesso difficile conciliare lo zelo per la verità con l’amore al prossimo. Tanti intervengono in nome della difesa della verità in modo irruento senza guardare in faccia il prossimo con i suoi problemi concreti. Altri, invece, volendo essere misericordiosi, fanno degli sconti sulla verità perché la ritengono disumana e non desiderabile. In Gesù invece queste due passioni trovano il loro punto di unità nel suo rapporto con il Padre, nella sua preghiera che è “il principio vitale della sua esistenza”.

(…)

clonline


domenica 2 agosto 2026

De Wohl: Davide di Gerusalemme


 

Il destino del re in mano a Dio

Il Davide di Gerusalemme di Louis De Wohl è un eroe nel quale identificarsi nel bene e nel male, qui e ora. Nell’eterno presente dell’avventura. La recensione da Tracce di luglio-agosto

 

Andrea Fazioli

Scrittore e giornalista

La Bibbia è anche un romanzo di avventura. Purtroppo di rado apprezziamo la suspense, forse perché siamo abituati a vedere le parole del libro sacro attraverso un velo di riverenza. Per questo è utile leggere Davide di Gerusalemme. È come se il romanzo biblico fosse una gamba ingessata e costretta all’immobilità: tolto il gesso, riscopriamo il movimento plastico e dinamico della pura narrazione.

 

Al di là degli episodi più noti, mi colpisce la prima parte del percorso di Davide: in esilio tra deserti, boschi e caverne, la sua figura è quella di un rivoluzionario. In effetti la Bibbia dice che Davide diventò il capo di «quanti erano nei guai, quelli che avevano debiti e tutti gli scontenti» (1Sam 22,2) e che poi «andò a dimorare nel deserto in luoghi impervi, in zona montuosa, nel deserto di Zif» (1Sam 23,14). De Wohl coglie lo spunto con la maestria di un vero affabulatore, precisando che Davide conosceva bene il deserto e che «sapeva dove trovare le sorgenti e il riparo di una grotta». È proprio da questo deserto, che si trova nell’estremità meridionale di Giuda, vicino al Mar Morto, che Davide comincerà la sua ascesa al regno, fatta di agguati, battaglie, scene madri, colpi di scena, duelli, momenti di tensione narrativa.

 

Il miracolo accade quando, leggendo, ci dimentichiamo di avere già sentito queste storie. Ecco Davide e Abisài che strisciano fra le sentinelle addormentate, penetrano nella tenda del re Saul, che ha giurato la morte di Davide. Il grande Saul dorme, è vulnerabile… è perduto. «Ora gli trapasso il cuore con la sua stessa lancia», esclama Abisài. Ma Davide gli trattiene il polso. «Mai», dice fra i denti. E Abisài non comprende: «Ma… allora perché siamo qui?». Davide non parla, agisce: sa che un nemico risparmiato vale più di un nemico ucciso e che la forza maggiore è quella che non esercita il suo potere. I due prendono la lancia e di soppiatto escono dall’accampamento. Sapevo già come finiva questo episodio eppure, nel momento in cui l’ho riletto, per un attimo anch’io come Abisài mi sono chiesto: ma che fa, ma che vuole questo Davide?

(...) clonline 


domenica 14 dicembre 2025

IGNACIO CARBAJOSA: "Conta le stelle"

 

“Conta le stelle”

Le lettere di Ignacio Carbajosa a uno studente universitario: nella Bibbia le risposte alle domande che abitano il cuore dei giovani.

Ignacio Carbajosa, professore ordinario di Antico Testamento all’Università ecclesiastica San Damaso di Madrid, ha avuto il privilegio di condividere la vita con tanti giovani, vivendo una profonda familiarità con le loro domande e inquietudini. In questo libro l’autore raccoglie le lettere che scriveva una volta a settimana a un giovane studente universitario, in cui commentava alcuni passi molto significativi dell’Antico Testamento intrecciandoli con le attese e i turbamenti del suo giovane amico.

L’epistolario raccoglie quarantun lettere, brevi e dirette, scritte per introdurre il ragazzo alla conoscenza delle Scritture, il racconto di come Dio è entrato nella storia, e radicare il suo presente nella storia della salvezza, iniziata con la vocazione di Abramo. Lettere scritte anche per noi che forse abbiamo già scartato la Bibbia come “luogo” in cui poter trovare delle risorse in assonanza con le domande che ci abitano e che svelano come è fatto il cuore dell’uomo in ogni tempo. E accendono il desiderio di incontrare oggi, nelle vicende delle nostre vite, lo sguardo di un Uomo, la cui attesa attraversa tutte le pagine della Bibbia.

venerdì 29 agosto 2025

LETTURE/ Guzmán Carriquiry, 50 anni nelle stanze vaticane: un laico per 5 papi


 

LETTURE/ Guzmán Carriquiry, 50 anni nelle stanze vaticane: un laico per 5 papi

Massimo Borghesi Pubblicato 29 Agosto 2025

 

Le memorie vaticane di Guzmán Carriquiry appena pubblicate sono un indispensabile documento storico per vedere da vicino 4 pontificati

“Mezzo secolo al servizio dei papi. Nessun laico nella Curia romana ha avuto come lui accesso agli ultimi pontefici: è stato loro commensale, loro consigliere, in alcuni casi amico. Fino al 2018 il laico con i ’gradi’ più alti in Vaticano. Per questo le memorie dell’ormai ultraottantenne Guzmán Carriquiry sono una testimonianza preziosa, e non solo per gli storici della Chiesa o per i vaticanisti”.

Così scrive Lucio Brunelli nella sua bella recensione al volume di Guzmán Carriquiry, Il Testimone. Mezzo secolo nelle stanze vaticane (Cantagalli 2025), uscita su L’Osservatore Romano. Attivo nella realtà cattolica giovanile dell’Uruguay, collaboratore della rivista Vispera di Alberto Methol Ferré, il suo maestro di pensiero, Carriquiry è invitato a lavorare in Vaticano nel 1971.

Nel 1977 Paolo VI lo chiama a far parte del Pontificio Consiglio per i laici divenendo, per volere di Giovanni Paolo II nel 1991, sottosegretario. Il 14 maggio 2011 Benedetto XVI lo nomina segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina (CAL). È il primo laico ad occupare una posizione di questa importanza nella Curia romana. Dal 2021 al 2025 è stato ambasciatore dell’Uruguay presso la Santa Sede.

Grazie ai posti occupati e alla grande esperienza accumulata nel tempo il punto di vista dell’autore si dimostra oltremodo prezioso per uno sguardo complessivo sulla vita della Chiesa, dagli anni 70 in avanti.

Una buona parte di questa prospettiva è ora consegnata al suo volume di memorie appena arrivato in libreria. Ricco di aneddoti e di ricordi, il libro costituisce una miniera che, pur nella prudenza richiesta dai ruoli rivestiti, permette di aprire spiragli sui papi, il Vaticano, la curia, il mondo cattolico. Il tutto dentro una passione, mai venuta meno, per l’America Latina.

“Nei miei lunghi anni romani e vaticani, ho sempre custodito nel cuore una passione per la vita e il destino dei popoli dell’America Latina, così come ho coltivato contatti e letture latinoamericane. Nella mia identificazione come latinoamericano non c’è un mero sentimento, ma l’intelligenza percettiva di un vincolo di appartenenza, di un cerchio singolare di fraternità, di una prossimità di carità e solidarietà, più forte di tutto ciò che ci distingue e ci separa nella regione: più forte delle distanze geografiche, delle frontiere statali, delle barriere etniche, della diversità di sub-culture.

L’Uruguay è la mia patria nativa; l’America Latina è la mia ‘Patria Grande’. Ci riconosciamo come latinoamericani perché, come scrivevano i nostri vescovi a Puebla, ‘il Vangelo incarnato nei nostri popoli costituisce un’originalità storico-culturale che chiamiamo America Latina’, e che ha come simbolo luminoso il volto meticcio di Nostra Signora di Guadalupe. Il barocco è l’espressione culturale che ricapitola in forme complesse e opposte tutta la diversità dei nostri componenti” (p. 261).

Fedele a queste radici, Carriquiry si sofferma a lungo sull’America Latina e sull’evoluzione della sua Chiesa dal Convegno di Puebla a quello di Aparecida guidato, quest’ultimo, dal cardinale Jorge Mario Bergoglio. Con Bergoglio il rapporto è amicale. Lo è anche, in forma differente ma non meno partecipe, con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI. Lo dimostra la “correzione” del discorso programmato di papa Benedetto per Aparecida. Così la ricorda Carriquiry:

“Avevo ricevuto sotto embargo il testo del discorso inaugurale che Benedetto XVI avrebbe pronunciato alla Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida. Lo lessi e rilessi e non mi piaceva per niente: era insipido, incolore, burocratico. Non era affatto di Ratzinger! Così iniziai a chiedere con insistenza un breve incontro con il Papa. Era prevedibile che avrei ricevuto ripetuti rifiuti, ma alla fine lo fermai in un’udienza collettiva, confidando nella nostra conoscenza, e gli chiesi: ‘Sa quanto è importante la Conferenza di Aparecida? Sa quanto è importante il suo discorso inaugurale?’. Erano domande ridondanti e pleonastiche, piuttosto impertinenti. E quando ovviamente mi rispose con stupore ‘Sì’, mi permisi di dirgli, con una certa vivacità: ‘Allora, per favore, la prego di lasciare da parte il testo che le hanno preparato, di chiudersi nei prossimi tre giorni e di preparare personalmente il suo discorso’. E così fu, anche se mancavano pochissimi giorni all’inizio della Conferenza” (p. 126).

(…)

È la stessa nota che riscontriamo nelle sue note su papa Francesco. Al papa argentino, ben conosciuto prima della sua elezione, Carriquiry è legato, lui e la sua consorte Lídice, da grande affetto, stima, gratitudine. Il ché non gli impedisce di sollevare anche dei rilievi. Ne ricordiamo alcuni che richiedono, in qualche modo, soluzioni da parte di Leone XIV.

Il primo è il rapporto tra il papato e il vecchio continente. Francesco, lo sappiamo, ha dato priorità alle “frontiere”, ai Paesi fuori dall’Occidente, alle “periferie” del mondo. Con ciò, però, si è evitata ma non risolta la sfida tra la fede e il mondo secolarizzato, quello che vede la desertificazione delle chiese.

“Papa Francesco non ha visitato né la Francia né la Germania – Francia e Germania che costituivano l’asse aggregante dell’Unione Europea – e ciò nonostante avesse avuto ottime relazioni personali con Macron e la Merkel (…); non ha nemmeno visitato la Spagna, l’Inghilterra, l’Austria, l’Olanda… Ha pronunciato qualche discorso rilevante sull’Europa, specialmente quando ha ricevuto il premio Carlo Magno, e ha lanciato messaggi importanti in alcuni viaggi brevi in Svezia, Benelux, Ungheria e altri. […] Durante l’incendio della cattedrale di Notre Dame, lo chiamai al telefono – l’unica volta per mia iniziativa – per raccomandargli vivamente di prendere un aereo, andare a recitare un Rosario in piazza della cattedrale e tornare indietro… Mi chiese se sapevo che lo stesso presidente Macron lo aveva chiamato al telefono per suggerirgli la stessa cosa, ma mi ha risposto che era impossibile. Peccato! Certamente avrà avuto buoni motivi per non poterlo fare. Rispose con un deciso ‘no’ alla domanda se sarebbe andato all’inaugurazione della cattedrale restaurata (per non sopportare il protagonismo del signor presidente e la ‘passerella’ dei potenti del mondo)” (pp. 230-231).

Si potrebbe osservare che la preoccupazione di papa Francesco di non essere strumentalizzato era legittima. Il ché non impediva di pensare ad altre opportunità. Comunque sia, il quadro non è migliore nemmeno in America Latina la cui Chiesa, secondo Carriquiry, avrebbe perso una grande occasione non valorizzando adeguatamente il programma del Papa affidato a Evangelii gaudium.

Per l’autore “Nemmeno la Chiesa in America Latina si è dimostrata in grado di colmare quel vuoto nella centralità romana provocato dal declino europeo. Il pontificato del primo latinoamericano non l’ha vista compiere quel salto cattolico di qualità, troppo impegnativo e difficile, nonostante abbia apportato contributi arricchenti per la vita di tutta la Chiesa. Il continente americano conta il 50% dei battezzati di tutta la Chiesa cattolica, ma diminuisce a causa dell’espansione degli ‘evangelici’ e degli influssi capillari di una cultura dominante sempre più lontana e ostile alla tradizione cristiana” (p. 231).

Questa debolezza della Chiesa latinoamericana nell’intendere la portata storica dell’elezione di un Papa argentino – una debolezza che investe anche il CELAM, la Conferenza episcopale latinoamericana – porta Carriquiry ad una sorta di grido di dolore:

“Credevamo che toccasse all’America Latina, la più grande area cristiana del Sud del mondo, la più cattolica e la più capace di dialogo con la modernità, assumersi una enorme responsabilità, non solo nei confronti del proprio popolo ma di tutto il mondo. Avere consapevolezza di ciò non si è tradotto nell’essere all’altezza di tale responsabilità. Forse siamo stati capaci di trarre tutte le implicazioni e le conseguenze dal fatto inedito, di grande portata, del primo pontificato di un latinoamericano?

Siamo stati capaci di comprendere le enormi esigenze e responsabilità che dovevamo assumere le nostre Chiese, i nostri popoli e nazioni? Siamo forse stati capaci di dare un salto qualitativo nella coscienza e nel cammino della cattolicità? Ha seminato molto il pontificato di Papa Francesco nella buona terra dei popoli latinoamericani. Era ben voluto dalla nostra gente, in modo speciale dai poveri e dagli umili di cuore. Non ci mancano arricchenti esperienze di carità, di rinnovamento pastorale, di iniziative sinodali disperse in tutta la regione. Ma aspettavamo un di più!” (p. 273).

Quello che è mancato, tra le altre cose, è “un pensiero teologico, culturale e politico all’altezza del nostro tempo” (p. 232). È questo un punto su cui Carriquiry, discepolo ideale del grande Alberto Methol Ferré, maestro anche di Bergoglio, sente particolarmente: la mancanza di un pensiero “cattolico”, fecondo, capace di conferire universalità alla Chiesa di oggi fortemente condizionata dalle polarizzazioni della storia.

“Posso affermare – scrive in un passo del volume dove con somma cortesia cita anche il mio nome –, senza essere particolarmente competente, che siamo in un periodo di pensiero un po’ ‘liquido’ nella Chiesa, che l’ultima grande generazione di teologi che è stata fondamentale per gli insegnamenti del Concilio Vaticano II è terminata con la morte di Joseph Ratzinger, che mancano grandi scuole di teologia e filosofia, che bisognerebbe ripensare a fondo la formazione di seminaristi e novizi innamorati, sì, di Cristo e del suo compito pastorale ma cresciuti e guidati da un’intelligenza cristiana capace di dialogare a 360 gradi con le grandi questioni poste dalla cultura attuale e di accompagnare i cristiani nella loro educazione della fede?

Ci sono importanti pensatori cattolici che segnalano questa carenza, come Pierangelo Sequeri e Massimo Borghesi. ‘Ciò che manca’, scrive l’amico Borghesi, ‘è un pensiero cattolico all’altezza del nostro tempo storico, capace di coniugare la ricchezza della tradizione con le sfide del presente’ (p. 255).

Francesco, al contrario di quanto hanno spesso ritenuto i suoi critici, aveva questo pensiero “cattolico” nutrito degli apporti di Fessard, Guardini, de Lubac, von Balthasar. Esso filtra attraverso tutti i suoi documenti importanti. Carriquiry cita in proposito, oltre ai suoi studi in materia, la mia biografia intellettuale di Bergoglio, i lavori di Austen Ivereigh, Andrea Monda, Gianni Valente, Lucio Brunelli, Carlos Galli, Rocco Buttiglione… Questo lo porta a chiedersi “perché il Santo Padre non abbia sentito la necessità, o almeno l’opportunità, di chiedere maggiore aiuto ad alcuni di questi amici e si sia circondato di alcune persone che, a volte, non hanno meritato la sua fiducia e hanno lasciato molto a desiderare” (p. 165).

Questa ritrosia da parte del Papa ha a che fare anche con la sua “solitudine”, che Carriquiry documenta per averla sperimentata da vicino.

“La storia di Bergoglio lo ha portato a governare la Chiesa – diciamo a servire come un pastore il popolo di Dio – con la forza, ma anche con il limite, della sua solitudine. Non è fuori luogo notare che la sinodalità non è stata molto evidente nel suo governo della Curia romana. Ha governato con l’impronta di un tradizionale superiore gesuita, un governo molto personale e carismatico di ‘intenzione determinata’ più che affidato alle mediazioni istituzionali, forse anche sotto l’influenza della storia politica che caratterizza l’Argentina (il caudillo e il suo popolo!).

Ha persino curato quella solitudine. Nulla di peggio che essere con lui indiscreti o invadenti. Molte volte mi ha ringraziato per la mia discrezione. Raramente mi sono permesso di chiamarlo per telefono negli anni del suo pontificato, ma ho atteso, a volte ansiosamente, che mi telefonasse. Non mi sono mai autoinvitato a pranzo con lui. Sapevo che c’era una ‘distanza’ che non potevo superare.

Niente di simile a un Giovanni Paolo II che dopo cena si riuniva spesso con alcuni dei suoi collaboratori più amici per bere un bicchiere e parlare di ciò che veniva. E questa solitudine non significa che non abbia incontrato quotidianamente e ascoltato molte più persone rispetto ai pontefici precedenti” (p. 236).

Gli ultimi due rilievi che riguardano aspetti del papato francescano riguardano la conduzione dei processi sinodali, spesso avviati senza una cornice adeguata (p. 217), e il rapporto di Francesco con i movimenti. Sotto Giovanni Paolo II, Carriquiry è stato un protagonista, nella Curia, nei processi di riconoscimento canonico dei movimenti ecclesiali. Ha avuto rapporti personali profondi con i fondatori di Cl, Sant’Egidio, Focolarini, Neocatecumenali, ecc.

Un rapporto speciale lo ha legato al fondatore di Cl, don Luigi Giussani, senza che questo implicasse una sua adesione formale al movimento. “È stato molto importante nella mia vita cristiana e nel mio servizio al Papa. Mi sono sempre chiesto perché Papa Wojtyła non lo abbia creato cardinale… Ma essere santo è certamente più importante che essere cardinale”.

La sua stima per l’esperienza dei movimenti lo porta a criticare la loro assenza nella seconda assemblea sinodale. “Mi è mancata la presenza di Andrea Riccardi e Marco Impagliazzo (Sant’Egidio), di Davide Prosperi, mons. Massimo Camisasca e don Julián Carrón (CL), di Chiara Almirante (Nuovi Orizzonti), di Kiko Argüello e padre Mario Pezzi (Cammino Neocatecumenale), di Moyses Azevedo e Maria Emmir Oquendo (Salom), di Giovanni Paolo Ramonda e Matteo Fadda (Giovanni XXIII), di padre Cesar di FASTA, di padre Alexander Awi di Schoenstatt, dei direttivi della comunità Emmanuel, delle Équipes de Notre Dame, dei Cursillos de Cristiandad, di CHARIS (rinnovamento carismatico), di Vivere In, della Società San Vincenzo de’ Paoli, di ADSIS e altri” (p. 250).

La sua conoscenza diretta di questi protagonisti della Chiesa lo porta a delle osservazioni relative alle difficoltà che hanno caratterizzato la relazione del Papa con i movimenti.

“È sembrato che Papa Francesco non volesse continuare a dar loro il sostegno che avevano avuto dai precedenti pontificati, preferendo condividere osservazioni più o meno critiche da una certa distanza “esterna” ad essi, senza una speciale empatia con la loro realtà.

Forse ha voluto evitare un’eccessiva auto-esaltazione dei movimenti, forse ha voluto essere più sobrio nei giudizi su di essi, forse ha voluto essere più esigente desiderando una rinascita della ricchezza e della bellezza che i carismi portavano con sé, andando oltre le ripetizioni, gli schemi e persino il rischio di fossilizzazioni.

Forse si aspettava che si rinnovasse la sorprendente fase di effervescenza carismatica, di profondo senso di appartenenza, di energia perseverante ed educativa, di aperta missione ad gentes verso ogni realtà, di fantasia della carità, che ha caratterizzato il loro impulso originario, al di là di certe sedimentazioni e stabilizzazioni.

Forse chiedeva loro una maggiore inculturazione nella vita dei popoli e nel servizio al popolo di Dio. Forse hanno pesato gli abusi provocati da alcuni fondatori e dirigenti suscitando una generalizzazione indebita di timori e pregiudizi. Forse ha pensato ai movimenti traslando l’esperienza delle comunità religiose, soprattutto quella gesuita. Forse il dicastero competente avrebbe potuto riconoscere di più ed incoraggiare tutto il bene dei movimenti” (p. 247).

 

“Forse il dicastero competente…”. Con la parresia che non gli manca, Carriquiry scrive che:

“Mi è rimasta l’impressione che la ‘coessenzialità dei doni sacramentali e carismatici’ nella costituzione e rinnovamento della Chiesa, così come fu chiaramente posta da San Giovanni Paolo II, sulla scia della Lumen gentium, non si percepisce in modo sufficiente nella Curia romana nei nostri giorni. Si apprezzano i carismi degli istituti di vita consacrata, ma molto meno quelli che sono alla base della vita dei movimenti e delle nuove comunità.

Papa Francesco ha criticato spesso e con ragione il clericalismo, ma non è andato fino in fondo. Il clericalismo si manifesta nel governo della Curia romana quando la necessaria e fondamentale dimensione gerarchica tende a oscurare la dimensione carismatica. Molte volte, i carismi fondativi e animatori dei movimenti e delle nuove comunità, malgrado siano già avvenuti il discernimento e il riconoscimento canonico, partecipi di quella “coessenzialità”, sembrano essere appena tollerati, generalmente sottoposti a una vigilanza e a un controllo eccessivi e, a volte, persino – lo scrisse un cardinale come Marc Ouellet – ad abusi di potere clericale.

Potrei elencare alcuni di questi abusi. Non è buono né per niente sano – salvo in situazioni di gravità molto speciale – che gli istituti e i movimenti riconosciuti dalla Santa Sede rimangano per lungo tempo sotto la tutela diretta di organismi della Santa Sede o dei loro ‘visitatori’ o ‘delegati’.

C’è un piglio autoritario che dovrebbe essere almeno moderato da più ascolto e dialogo, da fattivo riconoscimento di tutto il bene che lo Spirito Santo opera nella vita dei movimenti più che concentrarsi sui rischi e i problemi posti, da uno punto di vista meramente spirituale e pastorale più che da un approccio puramente canonistico. E nei pochissimi casi di estrema gravità, che si operi radicalmente per purificare tutto ciò che sia necessario, ma sempre cercando di salvare il salvabile” (pp. 247-248).

Scendendo nel dettaglio, Carriquiry afferma:

“E, a proposito, mi sembra smisurata l’accusa pubblica sugli ‘errori dottrinali’ di Comunione e Liberazione, accusa che, tra l’altro, non proveniva dal Dicastero competente sulla dottrina. Nel suo discorso del 15 ottobre 2022 al movimento, Papa Francesco ignorò tale accusa e, poco dopo, in una lettera al nuovo prefetto del Dicastero vaticano per la Dottrina della Fede, raccomandava di non cadere in questo tipo di accuse e di essere sempre disposto all’ascolto, al dialogo e alla correzione fraterna, se necessaria.

Si correggano tutti gli errori nella gestione del movimento, per eccesso di concentrazione nella persona del presidente, per un venir meno di una maggiore corresponsabilità, per trascuratezza delle sue mediazioni istituzionali, per un venir meno di non poche comunità universitarie. In questo senso, ben vengano le osservazioni critiche dell’autorità ecclesiastica accolte con la maggiore serietà e responsabilità.

Un’altra cosa è la lunga tutela imposta a Comunione e Liberazione, esorbitante perché totalmente sproporzionata di fronte alla ricchezza di fede, cultura e carità che fioriscono ovunque nelle sue esperienze di vita personale e comunitaria” (p. 249).

Si tratta di osservazioni, riguardanti tanto il pontificato quanto la curia, che nascono da un uomo che ha fatto della sua vita un esempio di obbedienza ai papi, con un amore sconfinato alla Chiesa. Con Francesco il legame era anche affettivo, figli di una stessa terra, di una stessa cultura e sentimento della vita. Nel libro più di un episodio traccia questo legame. Ne ricordiamo uno.

“Questa relazione molto personale si è espressa anche nella visita a sorpresa del Papa nel mio ufficio presso la Pontificia Commissione per l’America Latina, che ha sede all’inizio di via della Conciliazione. Ho potuto ricostruire quanto accaduto. Papa Francesco era andato alla clinica medica vaticana per farsi curare dal dentista e, all’uscita, ha detto al suo assistente: ‘Andiamo a salutare il dott. Carriquiry’.

(…)

Essere chiamati per nome dal Papa è sentire sulla propria pelle la carezza della Chiesa, la carezza di Gesù. Il Testimone. Mezzo secolo nelle stanze vaticane, il volume di Guzmán Carriquiry da poco in libreria, è una miniera d’informazione e, insieme, il documento di affetto ai papi che l’autore ha servito con profonda fedeltà.

 

https://www.ilsussidiario.net/news/letture-guzman-carriquiry-50-anni-nelle-stanze-vaticane-un-laico-per-5-papi/2875277/#:~:text=Un%20rapporto%20cos%C3%AC,%E2%80%94%20%E2%80%94%20%E2%80%94%20%E2%80%94

mercoledì 4 giugno 2025

EDUCAZIONE/ “Quando 10 giovani su 25 vanno dallo psicologo, c’è un miracolo della vita da riscoprire”


 


EDUCAZIONE/ “Quando 10 giovani su 25 vanno dallo psicologo, c’è un miracolo della vita da riscoprire”

"Silenzio ragazzi, passa il treno" è il nuovo libro di Silvio Cattarina. Conversazioni con i giovani de L'Imprevisto. Un estratto

Silvio Cattarina Pubblicato 4 Giugno 2025

 

Peri tipi di Itaca è stato pubblicato il nuovo libro di Silvio Cattarina, “Silenzio, ragazzi, passa il treno. Gioia compagna di vita”. Ne riportiamo un estratto dove l’autore spiega lo spirito con cui va affrontato il rapporto coni più giovani.

Quanto è importante progressivamente abbreviare il tempo che scorre tra il dolore e la gioia. Ovvero, abbiamo e portiamo il dolore, ma comunque possiamo essere gioiosi, e molto. Ai miei ragazzi, fermamente, seccamente, dico: “Dovete essere gioiosi”. Bisogna essere gioiosi, occorre essere gioiosi. Quando lo racconto, tanti mi obbiettano: “Non devi dire così, non va bene, non si capisce… prima ci vuole altro, dell’altro…”. Ma basta, facciamolo e basta, dico io.

Essere felici è un obbligo, un dovere, un lavoro. Sì, un obbligo per te e un diritto per me, che tu ti approcci a me comunque con felicità. Si può e si deve essere felici anche se pieni di problemi e di difficoltà, di ferite, di “casini”. Sono buoni tutti a essere felici quando le cose vanno bene. Quante volte mi sono scoperto a dire al ragazzo: “Tu sei unico, irripetibile, voluto da sempre, amato. Se sei almeno un poco convinto di questo, vedrai come sarai libero, sereno, nelle circostanze, in tutte le situazioni, belle o difficili. Ti accorgerai che il problema del papà, della mamma, della malattia, della miseria, del lavoro, del quartiere popolare da cui provieni assumerà un’importanza più piccola e relativa. Il tuo è un valore originale, dato, donato a te, proprio a te. Non devi essere formato, attrezzato, abilitato a vivere, non devi continuare, come hai fatto finora, a chiedere il permesso per vivere. Sei stato voluto, chiamato, sei mandato. Vai allora! Questa è la tua forza. Tu che sei qui in Comunità, che ti ritieni fra i peggiori, tu puoi essere molto, puoi fare molto, tanto, perché capisci di avere una forza che non viene da te.

Che novità, che miracolo è mai questo? Considerarsi fatti da questa originaria volontà di bene, di stima, di provvidenzialità è la novità più bella che c’è nel mondo, che tu puoi portare nel mondo. Altro che “tutti i ragazzi dallo psicologo”! È mai possibile che oggi, solo per un mal d’unghia, li si mandi dallo psicologo o dallo psichiatra? Nelle regioni del Nord Italia pare che ormai, in una classe delle scuole medie o delle superiori, su venticinque alunni una decina stabilmente frequentino i professionisti delle suddette categorie. Verso quale mondo stiamo andando?

Tu, ragazzo, vai bene, sei a posto così: vanno bene il muso che tieni, i capelli, le gambe, la pancia, il carattere, la timidezza che non ti fa uscire le parole, vai bene perché sei stato chiamato, sei voluto, amato. Tu sei importante: quello che puoi fare e dare tu non lo può fare nessun altro. La stessa esistenza della tua persona è la cosa più grande e meravigliosa del mondo.

La vita è un abbraccio. L’abbraccio con l’eternità. L’eternità che ti prende in braccio. Ragazzi, fate bene ad essere inquieti, irrequieti, insoddisfatti, inappagati, ma per desiderare questo abbraccio, per chiedere questa eternità. La vostra inquietudine e irrequietezza sono divine. Se non capite questo, continuerete a prendervela con voi stessi, a tormentarvi inutilmente, a colpevolizzare le persone a voi più care e vicine. La vostra ferita deve essere continuamente tenuta ben aperta, ma per venire irrorata dalla vita, dall’amore, da un balsamo che arriva da lontano. Questo balsamo fa grandi le cose piccole, guarisce il male.

Ragazzi, c’è bisogno che nella vostra vita accada un’esplosione, un sommovimento, un terremoto tale che il tran-tran solito dei giorni sempre uguali sia ribaltato, infuocato, che la vostra vita non sia mai a posto, sistemata. Però non come facevate un tempo, con avventure assurde, sostanze, trasgressioni, rapine, ma con “grandi cose”, lottando con una grande novità. Non immeschinite la vostra vita, non immiseritela con cose piccole, con sentimenti stucchevoli, ripicche infantili. Bisogna che tanto dentro voi si rompa, si spezzi. Non guardate sempre e solo voi stessi, piuttosto guardate la realtà, quanto è bella e grande perché non è vostra. È così imponente e possente la realtà che scoprirete che veramente tutto è ammirabile, perfino il limite. Tutto è degno di venerazione. Tutto è degno di essere servito. Invece voi avete sempre voluto essere serviti in tutto e per tutto. Narciso imperat! La grandezza dell’uomo – ancor più di un giovane – è quella di conoscere e comprendere che l’amore più grande non è quello ricevuto, ma quello offerto. L’amore è servire sempre.

Lo vedo ogni volta che un ragazzo entra in comunità, nei primi giorni della sua esperienza. Noi educatori invitiamo sempre i ragazzi, oltre che a rispettare le regole, a volersi bene, a stimarsi, ad aiutarsi, a rivolgersi tra loro con parole buone e adeguate, a sorreggersi gli uni gli altri. Loro si ribellano, si arrabbiano. “Non puoi chiedermi questo, io sono solo, contro tutti e tutto, me la devo cavare da solo. Non esiste che io aiuti un altro”. Addirittura un giorno un ragazzo aggiunse: “Non solo non vorrò bene a nessuno, ma qui non accada che qualcuno voglia bene a me”.

Cosicché si deduce che, al contrario di quello che ho pensato per tanto tempo, le situazioni che più pesano ai ragazzi non sono il cellulare che non c’è, le uscite che non ci sono, la musica che non c’è, le sigarette razionate, i rapporti temporaneamente sospesi con i genitori e con la fidanzata… Ciò che maggiormente è insopportabile e rigettato è voler bene ed essere voluto bene. Davvero quello che l’uomo meno accetta è l’amore, non il dolore.

 

(…) https://www.ilsussidiario.net/news/educazione-quando-10-giovani-su-25-vanno-dallo-psicologo-ce-un-miracolo-della-vita-da-riscoprire/2840849/#:~:text=EDUCAZIONE-,EDUCAZIONE/%20%E2%80%9CQuando%2010%20giovani%20su%2025%20vanno%20dallo%20psicologo%2C%20c%E2%80%99%C3%A8%20un,certezza%20tutto%20si%20sfarina%2C%20si%20rovina%20e%20ha%20una%20durata%20brevissima.,-%E2%80%94%20%E2%80%94%20%E2%80%94%20%E2%80%94

Silvio Cattarina Pubblicato 4 Giugno 2025

 

Peri tipi di Itaca è stato pubblicato il nuovo libro di Silvio Cattarina, “Silenzio, ragazzi, passa il treno. Gioia compagna di vita”. Ne riportiamo un estratto dove l’autore spiega lo spirito con cui va affrontato il rapporto coni più giovani.

Quanto è importante progressivamente abbreviare il tempo che scorre tra il dolore e la gioia. Ovvero, abbiamo e portiamo il dolore, ma comunque possiamo essere gioiosi, e molto. Ai miei ragazzi, fermamente, seccamente, dico: “Dovete essere gioiosi”. Bisogna essere gioiosi, occorre essere gioiosi. Quando lo racconto, tanti mi obbiettano: “Non devi dire così, non va bene, non si capisce… prima ci vuole altro, dell’altro…”. Ma basta, facciamolo e basta, dico io.

Essere felici è un obbligo, un dovere, un lavoro. Sì, un obbligo per te e un diritto per me, che tu ti approcci a me comunque con felicità. Si può e si deve essere felici anche se pieni di problemi e di difficoltà, di ferite, di “casini”. Sono buoni tutti a essere felici quando le cose vanno bene. Quante volte mi sono scoperto a dire al ragazzo: “Tu sei unico, irripetibile, voluto da sempre, amato. Se sei almeno un poco convinto di questo, vedrai come sarai libero, sereno, nelle circostanze, in tutte le situazioni, belle o difficili. Ti accorgerai che il problema del papà, della mamma, della malattia, della miseria, del lavoro, del quartiere popolare da cui provieni assumerà un’importanza più piccola e relativa. Il tuo è un valore originale, dato, donato a te, proprio a te. Non devi essere formato, attrezzato, abilitato a vivere, non devi continuare, come hai fatto finora, a chiedere il permesso per vivere. Sei stato voluto, chiamato, sei mandato. Vai allora! Questa è la tua forza. Tu che sei qui in Comunità, che ti ritieni fra i peggiori, tu puoi essere molto, puoi fare molto, tanto, perché capisci di avere una forza che non viene da te.

Che novità, che miracolo è mai questo? Considerarsi fatti da questa originaria volontà di bene, di stima, di provvidenzialità è la novità più bella che c’è nel mondo, che tu puoi portare nel mondo. Altro che “tutti i ragazzi dallo psicologo”! È mai possibile che oggi, solo per un mal d’unghia, li si mandi dallo psicologo o dallo psichiatra? Nelle regioni del Nord Italia pare che ormai, in una classe delle scuole medie o delle superiori, su venticinque alunni una decina stabilmente frequentino i professionisti delle suddette categorie. Verso quale mondo stiamo andando?

Tu, ragazzo, vai bene, sei a posto così: vanno bene il muso che tieni, i capelli, le gambe, la pancia, il carattere, la timidezza che non ti fa uscire le parole, vai bene perché sei stato chiamato, sei voluto, amato. Tu sei importante: quello che puoi fare e dare tu non lo può fare nessun altro. La stessa esistenza della tua persona è la cosa più grande e meravigliosa del mondo.

La vita è un abbraccio. L’abbraccio con l’eternità. L’eternità che ti prende in braccio. Ragazzi, fate bene ad essere inquieti, irrequieti, insoddisfatti, inappagati, ma per desiderare questo abbraccio, per chiedere questa eternità. La vostra inquietudine e irrequietezza sono divine. Se non capite questo, continuerete a prendervela con voi stessi, a tormentarvi inutilmente, a colpevolizzare le persone a voi più care e vicine. La vostra ferita deve essere continuamente tenuta ben aperta, ma per venire irrorata dalla vita, dall’amore, da un balsamo che arriva da lontano. Questo balsamo fa grandi le cose piccole, guarisce il male.

Ragazzi, c’è bisogno che nella vostra vita accada un’esplosione, un sommovimento, un terremoto tale che il tran-tran solito dei giorni sempre uguali sia ribaltato, infuocato, che la vostra vita non sia mai a posto, sistemata. Però non come facevate un tempo, con avventure assurde, sostanze, trasgressioni, rapine, ma con “grandi cose”, lottando con una grande novità. Non immeschinite la vostra vita, non immiseritela con cose piccole, con sentimenti stucchevoli, ripicche infantili. Bisogna che tanto dentro voi si rompa, si spezzi. Non guardate sempre e solo voi stessi, piuttosto guardate la realtà, quanto è bella e grande perché non è vostra. È così imponente e possente la realtà che scoprirete che veramente tutto è ammirabile, perfino il limite. Tutto è degno di venerazione. Tutto è degno di essere servito. Invece voi avete sempre voluto essere serviti in tutto e per tutto. Narciso imperat! La grandezza dell’uomo – ancor più di un giovane – è quella di conoscere e comprendere che l’amore più grande non è quello ricevuto, ma quello offerto. L’amore è servire sempre.

Lo vedo ogni volta che un ragazzo entra in comunità, nei primi giorni della sua esperienza. Noi educatori invitiamo sempre i ragazzi, oltre che a rispettare le regole, a volersi bene, a stimarsi, ad aiutarsi, a rivolgersi tra loro con parole buone e adeguate, a sorreggersi gli uni gli altri. Loro si ribellano, si arrabbiano. “Non puoi chiedermi questo, io sono solo, contro tutti e tutto, me la devo cavare da solo. Non esiste che io aiuti un altro”. Addirittura un giorno un ragazzo aggiunse: “Non solo non vorrò bene a nessuno, ma qui non accada che qualcuno voglia bene a me”.

Cosicché si deduce che, al contrario di quello che ho pensato per tanto tempo, le situazioni che più pesano ai ragazzi non sono il cellulare che non c’è, le uscite che non ci sono, la musica che non c’è, le sigarette razionate, i rapporti temporaneamente sospesi con i genitori e con la fidanzata… Ciò che maggiormente è insopportabile e rigettato è voler bene ed essere voluto bene. Davvero quello che l’uomo meno accetta è l’amore, non il dolore.

 

(…) https://www.ilsussidiario.net/news/educazione-quando-10-giovani-su-25-vanno-dallo-psicologo-ce-un-miracolo-della-vita-da-riscoprire/2840849/#:~:text=EDUCAZIONE-,EDUCAZIONE/%20%E2%80%9CQuando%2010%20giovani%20su%2025%20vanno%20dallo%20psicologo%2C%20c%E2%80%99%C3%A8%20un,certezza%20tutto%20si%20sfarina%2C%20si%20rovina%20e%20ha%20una%20durata%20brevissima.,-%E2%80%94%20%E2%80%94%20%E2%80%94%20%E2%80%94


mercoledì 21 maggio 2025

Scuola e comunità di pensiero. Il suggerimento di Arendt


 

SCUOLA. Il suggerimento di Arendt (1906-1975)

In un mondo narcisista e algoritmico, in cui il sapere è l’insieme delle nozioni, la conoscenza nasce dalle ferite. Il compito della scuola

Nora Terzoli Pubblicato 21 Maggio 2025

 

La crisi della complessità, di cui si parla da tempo, interessa tutte le istituzioni, scuola compresa. Numerose sono le sfide che porta con sé: cambiamenti sempre più rapidi, fragilità delle nuove generazioni, ma anche del mondo adulto, difficoltà a costruire un rapporto significativo tra le generazioni, affermazione e ruolo dell’intelligenza artificiale (AI).

La scuola, pur all’interno dell’attuale complessità e con le sue criticità, resta comunque nella società, fosse solo per la sua finalità istituzionale, un luogo di presidio dell’umanità. Quali azioni e quali attenzioni possono fare da bussola, per assolvere questo compito?

Direi innanzitutto la cura per la crescita della persona e quindi per l’avventura della conoscenza, espressione del dinamismo di un io che, interpellato dalla presenza della realtà, esce da sé, dai confini del suo solitario narcisismo, per andare incontro al dato della realtà che sospinge sempre oltre, in quella passione inquieta espressione propria della natura umana.

Quali le condizioni, le caratteristiche di questo dinamismo?

Lo ricorda Hannah Arendt in risposta a una delle lettere a Martin Heidegger (H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925-1975, Edizioni di Comunità, 1998), in cui il filosofo le chiedeva a che cosa stesse lavorando: “Ora sto lavorando al testo sulle origini del totalitarismo ma, per parlarne, voglio partire dal personale, dal mio vissuto, poiché prima si viene feriti, poi si inizia a pensare”. Si tratta di un’affermazione molto originale e certamente singolare, non facilmente rintracciabile nel sentire comune del nostro tempo.

La ferita che apre al pensiero, a cui fa riferimento la Arendt, si esplicita nella domanda incessante, nel contraccolpo che la vita, la realtà pone alla persona che ne accetta la sfida. Nell’avventura della conoscenza, di cui la scuola è chiamata a farsi tramite, solo l’apertura al reale garantisce la genesi del pensiero.

Le discipline sono il tramite di questo incontro e il docente è l’adulto testimone di questa possibilità.

Lo ricorda ancora la Arendt nella prosecuzione della stessa lettera: “Decisiva è la differenza tra sapere e sapere con tutta l’anima, cioè tra sapere come accumulo di conoscenze e di nozioni e quella forma di comprensione o di conoscenza che va alla ricerca del senso”.

Nell’attuale contesto culturale l’espressione “sapere con tutta l’anima” suona inusuale e potrebbe essere interpretata come una concessione al sentimentalismo. In realtà si tratta di non ridurre la conoscenza all’astratto dell’accumulo di informazioni, di non perdere mai di vista la dimensione del senso.

Molta della noia degli studenti, la disaffezione allo studio, la demotivazione sono causate dalla difficoltà della scuola a salvaguardare questa dimensione essenziale della conoscenza, senza la quale restano solo un sapere astratto e un accumulo di informazioni destinati a svanire in breve tempo e a non lasciare alcun segno nella maturazione della persona.

 

Nell’era del digitale e dell’AI diventa irrinunciabile comprendere che la conoscenza è un processo non identificabile con l’accumulo di informazioni. L’algoritmo è per sua natura un fenomeno quantitativo, mentre la conoscenza, se così si potesse dire, è un fenomeno qualitativo e singolare.

“Bisogna rendersi conto che le macchine, il funzionamento algoritmico, non danno conto della complessità del mondo, poiché mancano dell’attrito che sta alla base della relazione del vivente con ciò che resiste del mondo” (M. Benasayag, ChatGPT non pensa (e il cervello neppure), Jaca Book, 2024, p. 43). Il narcisismo, che segna profondamente la concezione dell’io nella nostra società, non solo nega che sia possibile interrogarsi sulla verità, ma cerca di evitare anche l’impatto con la realtà.

Resta dunque essenziale il compito della scuola nella genesi di una conoscenza che restituisca la complessità del reale attraverso l’attrito con il mondo.

(….)

La Arendt, diversi anni fa, ricordava atteggiamento e attenzioni da avere verso la tecnologia e le sue parole non hanno certo perso di attualità. Rispondendo all’amica Mary in una lettera scriveva: “Ma, mi chiedo, accanto alla tecnologia, cresce anche il pensiero? Gli uomini e le donne sanno, come al tempo dei greci, pensare insieme? Vi è un luogo, un’Agorà, per questo? O si tende a delegare agli specialisti della politica la linea da scegliere?” (H. Arendt, M. McCarthy, Tra amiche. La corrispondenza tra Hannah Arendt e Mary McCarthy. 1949-1975, Sellerio, 1999).

Nelle nostre scuole si pensa-insieme? Sono un’agorà in cui si ha cura per la generazione del pensiero e di un pensiero comune che cresca attraverso il dialogo? Si ha stima per un pensiero capace di uscire dal narcisismo individualista, prendendo in considerazione il contributo dell’altro?

Il dialogo è per sua natura un luogo d’incontro, dove è possibile conoscere l’altro, incontrare un differente punto di vista. È un dinamismo che offre possibilità di crescita, di arricchimento, un’opportunità per uscire dalla bolla di un io solitario che, come Narciso, guarda solo a sé. È un esercizio di democrazia, in assenza del quale si rischia di affidare ad altri la linea da scegliere, come ricorda la Arendt, o in alternativa di restare caparbiamente ancorati al proprio modo di vedere le cose in una posizione sterile e irrazionale.

L’educazione al dialogo è l’antidoto alla dialettica esasperata dei talk show, dove la finalità non sta nella condivisione di diverse prospettive, ma nell’affermazione di sé, nel sovrastare l’altro.

“…il narcisismo cognitivo, che spinge l’individuo a preferire la sua verità piuttosto che a cercarne una in maniera collaborativa. L’individuo ha ormai trovato altre comunità di fiducia, strutturate per esempio intorno agli influencer: comunità affettive formate da coloro che la pensano come lui e provano le sue stesse cose” (M. Hunyadi, Credere nella fiducia, Vita e Pensiero, 2025, p. 115).

(…..)

 

“L’odierna crisi dell’agire comunicativo può essere ricondotta al metalivello per cui l’altro è in sparizione. La scomparsa dell’altro implica la fine del discorso perché sottrae all’opinione la razionalità comunicativa. L’espulsione dell’altro rafforza la costrizione auto-propagandistica a indottrinare sé stessi con le proprie idee. Questo auto-indottrinamento produce bolle informatiche autistiche, che rendono più complesso l’agire comunicativo. Se la costrizione all’auto-propaganda si accresce, gli spazi discorsivi vengono progressivamente sostituiti da echo-chambers, nelle quali sento parlare soprattutto me stesso” (Byung-Chul Han, Infocrazia, Einaudi, 2023, pp. 38-39)

(…)

 

La cura del pensiero non è un lusso intellettuale, qualcosa che riguardi gli specialisti o che si riferisca ad aspetti marginali della vita, quelli ascrivibili a persone che hanno interessi particolari per la cultura. È un’attenzione di tutti ed è un compito fondamentale della scuola.

Saper pensare è la condizione per un agire morale, umano, è esercizio di democrazia, lo ricorda ancora la Arendt in riferimento a Eichmann, uno dei maggiori responsabili dello sterminio degli ebrei durante il nazismo: “Quanto più lo si ascoltava, tanto più era evidente che la sua incapacità di esprimersi era strettamente collegata a un’incapacità di pensare, cioè di pensare dal punto di vista di qualcun altro. Comunicare con lui era impossibile, non perché mentiva (ipotesi che fino alla fine tenne in dubbio i giudici), ma perché le parole e la presenza degli altri, quindi la realtà in quanto tale, non lo toccavano” (H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, 1993, p. 57).

https://www.ilsussidiario.net/news/scuola-realta-vs-narcisismo-algoritmi-come-seguire-la-arendt-e-liberarsi-di-eichmann/2836277/#:~:text=Direi%20innanzitutto%20la,della%20natura%20umana.


sabato 5 aprile 2025

LETTURE/ Adrien Candiard, il bello di accettare la grazia e tornare alla semplicità della Salvezza

 


LETTURE/ Adrien Candiard, il bello di accettare la grazia e tornare alla semplicità della Salvezza

L'ultimo, agile ma denso lavoro del domenicano Adrien Candiard, "La grazia è un incontro", è un ritorno all'essenzialità della fede. E una proposta

Gianni Varani Pubblicato 5 Aprile 2025

 

Padre Adrien Candiard, domenicano francese di 43 anni, è già da qualche anno un’autorevole figura di riferimento in molti ambiti del mondo cattolico e anche fuori da esso. Lo è sia per i contenuti che per la testimonianza che offre. E che viva da una dozzina di anni al Cairo, nel cuore di una capitale dell’islam, accresce l’interesse per le riflessioni che condivide in molti campi, non solo teologici. C’è tuttavia un aspetto non secondario ed evidentemente voluto, delle sue intense e diffuse attività editoriali, che val la pena portare ad esempio.  Ed è l’efficace “sinteticità” di molti suoi libri.

La maggior parte delle sue non poche pubblicazioni oscillano tra le 70 e le 140 pagine. E lo stile che lo caratterizza è brillante, stimolante e non disdegna l’intelligente ironia. Il francese, sua lingua madre, riesce altrettanto bene nella traduzione italiana, lingua che Candiard maneggia con notevole padronanza, avendola studiata fin dalle medie. Una delle sue ultime fatiche, La grazia è un incontro (LEV, 2024; in francese il titolo è Sur la Montagne. L’aspérité et la grâce), arriva a ”sole” 109 pagine. Si leggono con assoluta scioltezza e accessibilità. Ciò non significa affatto che i contenuti siano “leggeri”.

È stato chiesto a Candiard – che ogni tanto partecipa a incontri molto affollati in Italia, Francia e in altri Paesi – perché di questa sua “cifra” comunicativa. Scherzando ha sostenuto che l’editore non ne sarebbe in realtà felicissimo, perché con così poche pagine non farebbe abbastanza profitto. Ma la risposta di merito è un’altra: i lettori e gli ascoltatori in genere faticano a trattenere e rammentare più di un argomento fondamentale. Occorre proporre un solo tema centrale, articolarlo e renderlo comprensibile e tale da poter essere meditato e ricordato. Candiard non lo dice, ma verrebbe da imporre questa filosofia comunicativa sintetica come standard per le omelie e i saggi di tanti pulpiti cattolici.

Il citato La grazia è un incontro è, da questo punto di vista, un esempio perfetto. Il filo conduttore del testo è già ben sintetizzato nel sottotitolo: Se Dio ci ama gratis, perché i comandamenti?. La domanda ha ulteriori sviluppi, in varie parabole ed episodi, così sintetizzabili: Cristo sembra di manica molta larga col perdono, basti pensare all’adultera, al pubblicano o al figliol prodigo, ma nel contempo sembra alzare enormemente l’asticella della “pretesa morale”, vedi la richiesta al giovane ricco di lasciare tutti i beni. Oppure l’invito a porgere l’altra guancia (tema che stimola diverse simpatiche riflessioni dell’autore), la richiesta di essere perfetti “come il Padre”, il rischio adulterio anche solo col pensiero.

A prima vista, è un’asticella morale fuori portata per noi umani. Come conciliare questi diversi messaggi, apparentemente antitetici, del Cristo? Ovvero una salvezza offerta gratis ma poi con un prezzo apparentemente smisurato da pagare?

La lettura di Candiard, ricca di aneddoti e spiegazioni insolite, è antimoralista, ma nel contempo non avvalla un’indolenza fatalista. La proposta cristiana non è una condizione morale apriori, “sine qua non”, ma una direzione ed una tensione alla quale tendere, grazie a un nuovo e straordinario compagno di viaggio. Si diventa figli, con Lui, grazie a Lui. Del resto lo stesso Candiard confessa, in un passaggio del libretto, che anziché padre, preferirebbe essere chiamato fratello o figlio. Tuttavia, essendo anche priore di una comunità monastica, alla fin fine ha dovuto ben accettare l’appellativo di padre che gli compete.

La “porta stretta” dell’esempio evangelico, attraverso la quale siamo invitati a passare, non è il segno di una particolare “rigorosa selettività del portinaio”, ma è una porta su misura per ciascuno. Ad ognuno la sua porta stretta, sembra dirci l’autore. Il suo significato è portarci a liberarci di ciò che è superfluo, inutile, dannoso o ingombrante verso la nostra realizzazione. Ovvero la salvezza, per usare il linguaggio evangelico.

Tra i molti esempi usati da Candiard, uno probabilmente ha colpito molti ascoltatori e lettori, perché verosimilmente ignorato dai più. Ed è quello del pranzo di nozze, dove il padrone – deluso dal rifiuto degli invitati prescelti – va a raccattare per strada pezzenti, barboni, passanti casuali. Perché dunque ne caccia via con assoluta severità uno che non risulta adeguatamente vestito per le nozze? Non era un poveraccio come tutti gli invitati dell’ultima ora?

La tradizione del tempo, ha spiegato, è che l’abito festivo per le nozze era offerto da chi invitava. Non c’era bisogno di presentarsi con alcun particolare “smoking” per l’occasione. Quindi l’ospite intruso poi cacciato – questo il senso della vicenda così rispiegata – non aveva accolto e accettato il dono, cioè la veste, la grazia della quale sono oggetto i credenti, gli invitati a una festa esistenziale straordinaria. La salvezza è accogliere, accettare la grazia, un tema teologico – spiega Candiard – oggi un po’ dimenticato, pur avendo goduto nei secoli una vasta fortuna. La santità, come via per la felicità, inizia dunque con una sorta di passività.

 

Questa narrazione essenziale sembra derivare anche da altre considerazioni di vasta portata su un cristianesimo vissuto in un contesto del tutto post-cristiano. Tema oggetto non di questo ma di altri testi di Candiard, che deve quindi essersi da tempo convinto della profonda necessità di tornare ad una narrazione basilare, essenziale, sui fondamenti della fede cristiana e sulla sua dinamica di incontro con un annuncio umanamente straordinario. Del resto, la sua stessa personale vocazione da adulto è maturata in un contesto post-cattolico, in una società altamente secolarizzata, oramai diffusamente ignara anche dei contenuti cristiani più elementari.

(…) https://www.ilsussidiario.net/news/letture-adrien-candiard-il-bello-di-accettare-la-grazia-e-tornare-alla-semplicita-della-salvezza/2819671/#:~:text=CHIESA-,LETTURE/%20Adrien%20Candiard%2C%20il%20bello%20di%20accettare%20la%20grazia%20e%20tornare,altamente%20secolarizzata%2C%20oramai%20diffusamente%20ignara%20anche%20dei%20contenuti%20cristiani%20pi%C3%B9%20elementari.,-Ci%C3%B2%20non%20porta


giovedì 3 aprile 2025

“600 giorni nel campo KZ Mittelbau-Dora” di Lucia Araldi racconta la storia degli internati militari italiani (Imi) nei campi nazisti


 

STORIA/ Gli Internati militari italiani in Germania 1943-45, i patrioti della sofferenza e del perdono

“600 giorni nel campo KZ Mittelbau-Dora” di Lucia Araldi racconta la storia degli internati militari italiani (Imi) nei campi nazisti

Antonio Besana Pubblicato 3 Aprile 2025

Civili tedeschi di Nordhausen seppelliscono in una fossa comune i prigionieri trovati morti nel campo. Aprile 1945 (foto da Wikipedia, credit USHMM)

 

L’8 settembre 1943 l’Italia firma l’armistizio con gli Alleati. I militari appartenenti al Regio Esercito, alla Regia Marina e alla Regia Aeronautica sono lasciati senza precise direttive. Lo stesso giorno inizia la Resistenza: il primo caduto italiano è il generale Ferrante Gonzaga del Vodice (medaglia d’oro al valor militare), ucciso dai tedeschi nei pressi di Salerno.

Il giorno successivo, il 9 settembre 1943, i tedeschi disarmano e catturano circa un milione di militari italiani. Di questi, quasi 200mila riescono a fuggire e ad evitare la cattura. Molti di loro andranno ad unirsi alle forze dei partigiani. Gli altri, prigionieri dei tedeschi, sono trasferiti con viaggi interminabili in vagoni bestiame piombati nei campi per prigionieri di guerra della Wehrmacht.

I soldati vengono separati dagli ufficiali, e divisi nei lager sparsi in 21 distretti militari in Germania e nei territori ancora occupati. Dopo poco più di un mese, i nazisti offrono agli internati la libertà in cambio dell’arruolamento nelle SS o nelle forze di Salò. L’offerta, ripetuta più volte nei mesi successivi, è allettante, soprattutto tra i più giovani.

Sono circa 100mila quelli che accettano di continuare a combattere al fianco dei tedeschi, arruolandosi nelle fila della Repubblica Sociale Italiana o nei reparti SS. I restanti 700mila finiscono nei lager tedeschi in Germania e Polonia, dove per ordine di Hitler perdono il loro status di prigionieri di guerra e diventano IMI, “Internati militari italiani”, privi di ogni diritto e tutela, in balia dei tedeschi che li considerano soltanto traditori.

 

Lucia Araldi, insegnante e dirigente scolastica, nel suo libro 600 giorni nel campo KZ Mittelbau-Dora. L’esperienza vissuta da Gianni Araldi internato militare e uomo di pace (Edizioni Archivio Storia, Mattioli 1885, 2024) narra la storia del padre Gianni, internato militare italiano in Germania. Contrariamente a tanti altri IMI, che al ritorno a casa dopo la prigionia hanno spesso evitato di raccontare la loro storia, Gianni ha sempre accettato gli inviti della figlia per raccontare ai ragazzi delle scuole la sua terribile esperienza.

 

L’8 settembre 1943 Gianni è rientrato dalla Jugoslavia e si trova alla Compagnia deposito dell’11esimo Reggimento Genio, caserma Spaccamela, a Udine. Il 9 settembre i tedeschi entrano nella caserma e disarmano gli italiani. Il 14 settembre l’intero reparto è caricato su carri bestiame e trasferito in Germania.

Con l’avanzata degli Alleati la Germania è costretta a intensificare lo sforzo bellico e a decentrare gli impianti di produzione in località isolate. I militari di truppa italiani prigionieri vengono quindi inseriti nell’apparato produttivo del Reich, sfruttati nelle fattorie, nelle fabbriche, in miniera e in altri tipi di attività produttive come operai, braccianti, manovali. Sono impiegati nello scavo delle trincee, nella rimozione delle macerie, nella ricostruzione dei nodi ferroviari bombardati. Trattati come schiavi, sono sottoposti turni di lavoro massacranti, malnutriti, falcidiati dalle malattie, violenza, minaccia delle armi e al lavoro forzato. Oltre 40mila IMI internati nei diversi campi di lavoro perdono la vita a causa delle dure condizioni di prigionia a cui sono sottoposti.

Anche Gianni, avendo rifiutato di combattere con la Repubblica Sociale, viene inviato al campo di prigionia KZ Mittlebau-Dora in Turingia, a circa cinque chilometri da Nordhausen. Si tratta di un sottocampo di Buchenwald, aperto il 28 agosto 1943 alle pendici del monte Kohnstain. Questo campo ha una caratteristica peculiare: nei tunnel sotterranei, i prigionieri sono impiegati nella costruzione delle nuove armi segrete tedesche, i missili V1 e V2.

Sono gli stessi prigionieri a dover effettuare i lavori di ampliamento dei tunnel sotterranei. Per parecchi mesi gli internati prigionieri restano segregati nelle gallerie sotterranee, dormendo in letti a castello a cinque piani, in condizioni ambientali terribili. Solo nella primavera del 1944 viene costruito un campo di baracche all’esterno. Oltre 5mila moriranno di fame a causa di condizioni di lavoro micidiali, per i maltrattamenti, il freddo, la fame, la sete.

Nel campo non ci sono solo gli italiani: il 90 per cento degli internati è costituito da prigionieri provenienti dai Paesi occupati dai nazisti, principalmente russi, polacchi e francesi. Quando i prigionieri a causa degli stenti non sono più in grado di lavorare vengono semplicemente eliminati. Chi si rifiuta di lavorare, o si lamenta del trattamento inumano, viene accusato di sabotaggio o resistenza e fucilato. Le sue tracce cancellate per sempre nel forno crematorio del campo. Tra l’agosto 1943 e l’aprile 1945 le SS deportano a Mittelbau-Dora oltre 60mila prigionieri, di cui oltre un terzo non è sopravvissuto.

L’odissea di Gianni e dei suoi compagni si protrae per due anni, fino al termine della Seconda guerra mondiale. Dalla quarta di copertina del volume: “Gianni visse il lavoro forzato, la fame, la tortura, vide la morte di tanti compagni, ma sperimentò anche la solidarietà fra commilitoni, l’amicizia fino al sacrificio personale per il bene dell’altro, la speranza comune di uscirne vivi”.

Per molto tempo questi uomini non sono neanche stati considerati dalla storiografia, attribuendo ai soli partigiani la “patente” di partecipazione alla Resistenza. Il loro ruolo, insieme a quello dei militari italiani che hanno combattuto nel Corpo Italiano di Liberazione nel 1944-45, verrà rivalutato soltanto negli anni 80 del XX secolo, quando la storiografia riconoscerà che anche loro, gli internati militari, rifiutando qualsiasi forma di collaborazione con la Repubblica Sociale Italiana e con il Terzo Reich, pur senza l’uso delle armi, avevano scelto per una forma di resistenza.

…..https://www.ilsussidiario.net/news/storia-gli-internati-militari-italiani-in-germania-1943-45-i-patrioti-della-sofferenza-e-del-perdono/2819164/#:~:text=e%20del%20perdono-,STORIA,importante%20della%20nostra%20storia%2C%20troppo%20spesso%20volutamente%20dimenticato%20per%20motivi%20ideologici.,-%E2%80%94%20%E2%80%94%20%E2%80%94%20%E2%80%94

 


domenica 23 febbraio 2025

ERIK VARDEN, Castità, ed. S.Paolo

 

Un monaco e un vescovo nella terra più a nord del nord, a Trondheim, in Norvegia. Erik Varden ha voluto essere cattolico, cresciuto in una famiglia di tradizione luterana, e introdotto al Mistero di Gesù grazie all’ascolto della sinfonia numero 2 di Mahler. Prima studioso in un monastero, poi chiamato ad essere pastore di genti diverse, in un tempo di rinascita della fede in quella che si crede la parte più scristianizzata d’Europa. L’ultimo libro si intitola ‘Castità’: un titolo impegnativo e quasi provocatorio, quando la religione è stata ridotta ad etica.


https://www.tv2000.it/soul/2025/02/17/erik-varden/#:~:text=Erik%20Varden,ridotta%20ad%20etica.

martedì 14 gennaio 2025

Letture: Parvus, l'uomo dietro la rivoluzione di Lenin

 


LETTURE/ Enigma Alexander “Parvus”, chi era l’uomo dietro la rivoluzione di Lenin. Lorenzo Somigli, “L’essenza dell’oggi nei fatti di ieri. 1924-2024: Parvus un secolo dopo”, ed. Artverkaro

Si sono appena conclusi i 100 anni dalla morte di Parvus, ovvero Izrail’ Lazarevič Gel’fand. Gli ha dedicato un saggio Lorenzo Somigli

Max Ferrario Pubblicato 12 Gennaio 2025

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Trockij, Lenin e Kamenev nel 1919 (Foto dal web)

 

Di date, ricorrenze, anniversari è scandito il nostro tempo. Alcuni anniversari sono più sentiti, altri meno. Alcune ricorrenze entrano nella carne viva, altre appartengono a un passato sentito più remoto e distante. Per esempio, a gennaio 2024 un nutrito gruppo di aficionados si sono ritrovati, per citare una dolce perifrasi degli Offlaga Disco Pax, “nel paese dove è nata Orietta Berti” per commemorare il “compagno Lenin”, nel primo centenario dalla scomparsa. Ebbene, nell’anno appena trascorso, tra un tentativo di golpe e la guerra lampo dei ribelli siriani, c’è stato anche l’anniversario – cento anni anche in questo caso – dalla morte di un uomo “piccolo” e grande. Alexander Helphand si firmava “Parvus”: grande nel fisico, grande mente, grandissima impronta nella storia ma quasi sconosciuto. Soprattutto a sinistra. Ma a sinistra talvolta dicono e non dicono e allora Parvus, ovvero Izrail’ Lazarevič Gel’fand o Helphand (1867-1924) è stato vittima di quella che alcuni hanno definito “la congiura del silenzio”. Perché Parvus ha reso possibile la Rivoluzione d’ottobre, prima di tutto con le idee – lo sciopero generale politico –, ma anche con i finanziamenti.

 

Ma Parvus non è stato solo questo. Ha anticipato la necessità del mercato comune europeo, per superare la “frammentazione in staterelli”: dal suo punto di vista l’unica soluzione per un’Europa devastata dalla guerra. C’è una grande profondità in questo enorme enigma storico-politico e, anche per questo, una giovane realtà editoriale come Artverkaro Edizioni ha deciso di dedicare a Parvus, nel centenario dalla sua scomparsa, una delle sue pubblicazioni. Se ne è occupato Lorenzo Somigli, giornalista, corrispondente con esperienze in Libano e Turchia che ha unito il respiro geopolitico al rigore della ricostruzione storica. Proprio nel groviglio di Istanbul, a Galata, Parvus ha intessuto quelle relazioni che si riveleranno decisive per imprimere alla storia il corso che i rivoluzionari di professione volevano, ma non erano in grado di imprimere. Senza Parvus, naturalmente. Sì, perché è Parvus a costruire un rapporto tra i rivoluzionari e le alte sfere della Germania guglielmina, così da far passare il “treno piombato” di Lenin, che appare in Russia al momento giusto.

 

(…)

https://www.ilsussidiario.net/news/letture-enigma-alexander-parvus-chi-era-luomo-dietro-la-rivoluzione-di-lenin/2789624/#:~:text=Di%20date%2C%20ricorrenze,per%20citare%20una


venerdì 10 gennaio 2025

Da Klingenbeck a Maria Terwiel, martiri cristiani nei tempi bui del nazismo

 


Da Klingenbeck a Maria Terwiel, martiri cristiani nei tempi bui del nazismo

 

La linea della memoria che stiamo percorrendo sulla scorta del libro di Francesco Comina La lama e la croce lascia ora Sankt Radegund, il paese sul confine austriaco di Franz e Franziska Jägerstätter, per varcare la Salzach ed entrare in Germania, poi piega a ovest, verso Monaco di Baviera, dove nel 1942 i fratelli Hans e Sophie Scholl e gli altri giovani della Rosa Bianca lanciarono la loro sfida al regime distribuendo volantini contro la guerra e dove anche altri ragazzi, perfino più giovani, avevano avviato già un anno prima la loro campagna di controinformazione con le notizie intercettate da Radio Vaticana e dalla BBC: questi giovanissimi facevano capo a Walter Klingenbeck, un apprendista meccanico diciottenne che, con Daniel von Recklinghausen, l’artigiano Hans Haberl e il meccanico aeronautico Erwin Eidel, progettò di lanciare dei volantini da un piccolo aereo telecomandato e perfino di realizzare una radio clandestina. Walter fu ghigliottinato a Stadelheim il 5 agosto 1943, nello stesso carcere nel quale in febbraio furono condotti a morire i ragazzi della Rosa Bianca. Gli amici di Walter furono risparmiati, ma condannati a otto anni di carcere.

 

Il nostro pellegrinaggio sulle vie del martirio sale ora più a nord, a Meitingen, dove è sepolto Max Josef Metzger, alias fratel Paulus, già cappellano militare volontario nella Grande Guerra: divenuto pacifista convinto, fondò nel 1938 la Fraternità interconfessionale per la pace “Una Sancta”. Incarcerato, lasciò scritto: “Chi è consapevole che la morte non è soltanto ‘fine’, ma anche – e molto di più – ‘inizio’, una porta della vera vita ‘eterna’, uno così, senza essere ‘stanco della vita’, può amare e salutare la morte con le parole: ‘Salve, sorella morte’”. Fu ghigliottinato nell’aprile del ’44, all’età di 57 anni, dopo un processo farsa. Nel ’34 Metzger aveva scritto una poesia:

 

“Sono e rimango un uomo libero / mi si possa anche incatenare / la verità continua a sventolare / ed io continuerò ad annunciarla con coraggio / e se mi verrà tagliata la lingua / allora io parlerò col mio silenzio”.

 

Lo scorso 17 novembre “fratel Paulus” è stato proclamato beato da papa Francesco.

 

Berlino è l’ultima meta del viaggio per molti dei testimoni della coscienza cristiana ricordati nel libro di Comina, che nella capitale del Reich trovarono la morte. Qui agirono anche due coraggiose donne cattoliche, la ventiduenne Eva-Maria Bruch e la trentatreenne Maria Terwiel, che diffuse clandestinamente le omelie del vescovo di Münster Clemens August von Galen, di denuncia delle reiterate violazioni dei diritti umani. Queste due donne scelsero un impegno militante contro il nazismo che le portò a coinvolgersi con la Rote Kapelle (“Orchestra Rossa”), una rete di resistenza clandestina che univa socialisti, comunisti, cattolici e protestanti. Come già molti altri militanti dell’organizzazione, entrambe morirono a testa alta nel carcere di Berlino-Plötzensee, il 5 agosto 1943, pochi giorni prima dell’esecuzione di Jägerstätter. L’avvocato difensore di Marie aveva provveduto a fornire egli stesso all’accusa le prove che mancavano per la sua condanna a morte. Tra i militanti di Orchestra Rossa vi era anche un cugino del teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, Arvid Harnack, giustiziato nel dicembre del ’42 e seguito due mesi dopo nella stessa sorte dalla moglie Mildred Elizabeth.

 

La breve carrellata, che sulla scorta del libro di Francesco Comina abbiamo qui compiuto attraverso l’inferno dell’apparato repressivo nazista, mette in luce come anche nell’inferno, per parafrasare un’espressione di Italo Calvino, abbiano potuto brillare fatti e persone che inferno non erano. Tra queste persone, molte delle quali non potevano neppure conoscersi tra loro, troviamo spesso parole e comportamenti simmetrici, provenienti da cuori nutriti da una profonda fede cristiana, non delegata ad altri. Queste persone vissero misteriosamente in una profonda comunione di intenti un vero e proprio ecumenismo del martirio.

 

È questa dunque una prima risposta alla domanda che ha guidato dall’inizio queste nostre riflessioni: se Franz Jägerstätter fosse davvero solo nel far fronte al conformismo totalitario dilagante. Colpisce ad esempio, la profonda sintonia che si può riscontrare tra alcune espressioni del teologo Metzger e un’analoga riflessione di questo semplice contadino, tanto da far pensare che Franz, grazie anche ai suoi viaggi in moto al di là del vecchio confine austro-tedesco, avesse molte più fonti a disposizione di quanto possa sembrare a prima vista. Scriveva Metzger, già nel 1924: “Io cerco cristiani che sappiano perché sono cristiani e che perciò antepongano le realtà eterne a quelle temporali: Dio allo stato, la verità alla patria, la giustizia ai propri interessi. Io cerco credenti che credano nell’amore, nella pace, nel Cristo, nel suo Regno”. E Franz, negli anni 40, gli faceva eco: “Vorrei trovare dei cristiani che sanno resistere nei tempi bui […], che stanno in perfetta pace, letizia e spirito di servizio là dove non ci sono né pace, né gioia […]. Che non sono come una canna sbattuta dal vento, che non stanno a guardare cosa fanno i camerati e gli amici, ma che si chiedono che cosa insegnano Cristo e la Chiesa e che cosa dice la loro coscienza”.

 

Questa prima risposta, che ridimensiona l’apparente solitudine di molti testimoni, apre tuttavia a sua volta nuove domande, sulla scorta della densa riflessione di Dietrich Bonhoeffer, che il 5 aprile 1943 fu internato a Tegel, nel medesimo carcere berlinese di Reinisch e di Jägerstätter, e che dopo diversi trasferimenti finì impiccato nel lager di Flossenburg il 9 aprile 1945. Di Bonhoeffer, il libro di Francesco Comina riporta una frase degna di essere meditata: “Chi cerca di sfuggire alla terra non trova Dio, trova solo una altro mondo, il suo mondo, più bello, più tranquillo, un mondo ai margini, ma non il Regno di Dio, che comincia in questo mondo” (p. 117). Altrove Bonhoeffer precisa questa sua posizione, che lo portò a non accontentarsi di una resistenza passiva e soltanto soggettiva – peraltro la sola forma che alcuni martiri, nelle loro diverse situazioni, potessero realizzare –, per partecipare in prima persona alla congiura contro Hitler dell’ammiraglio Wilhelm Canaris. Scrive infatti Bonhoeffer, in un piccolo saggio lasciato agli amici nel Natale del 1942:

 

“Chi, sapendo che la corresponsabilità per il corso della storia gli viene imposta da Dio, non permette che nulla di quanto accade lo privi di essa, costui saprà individuare un rapporto fruttuoso con gli eventi storici, al di là della sterile critica e del non meno sterile opportunismo. Chi parla di soccombere eroicamente davanti a un’inevitabile sconfitta fa un discorso in realtà molto poco eroico, perché non osa levare lo sguardo al futuro. Per chi è responsabile la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest’affare, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene. Solo da questa domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni feconde, anche se provvisoriamente molto mortificanti”. Si tratta cioè, per la generazione che verrà, di saper riconoscere “se si agisce solo in base a un principio o in base ad una responsabilità vitale; perché in questo si gioca il suo stesso futuro” (Dieci anni dopo, Pazzini, 2024, pp. 25-26).

(…)

https://www.ilsussidiario.net/news/storia-da-klingenbeck-a-maria-terwiel-martiri-cristiani-nei-tempi-bui-del-nazismo/2788897/#:~:text=La%20linea%20della,%E2%80%94%20%E2%80%94%20%E2%80%94%20%E2%80%94

 

 

 

venerdì 20 dicembre 2024

Le memorie di Anna Szyszko-Grzywacz, “La mia vita nel Gulag. Memorie da Vorkuta 1945-1956”


 

LETTURE/ “Una donna nel Gulag”: Anna Szyszko-Grzywacz, la vittoria dei vinti

Le memorie di Anna Szyszko-Grzywacz, “La mia vita nel Gulag. Memorie da Vorkuta 1945-1956” sono un unicum nella letteratura del Gulag giunta fino a noi

Elena Freda Piredda Pubblicato 20 Dicembre 2024

 

Le memorie dei lager sovietici disponibili per il lettore italiano vedono perlopiù narratori e protagonisti maschili; sono poche, sebbene rappresentative, le eccezioni (basti ricordare Viaggio nella vertigine di Evgenija Ginzburg) e ancora più rare sono le opere scritte da donne di nazionalità non russa. È questo un primo motivo che rende le memorie di Anna Szyszko-Grzywacz, pubblicate da Guerini e Associati (La mia vita nel Gulag. Memorie da Vorkuta 1945-1956 per la collana “Narrare la memoria” curata da Memorial Italia, traduzione e postfazione di Luca Bernardini, 2024) un unicum nel panorama della letteratura del Gulag giunta fino a noi.

L’eccezionalità di queste memorie, però, non si limita a questo: La mia vita nel Gulag non nasce infatti subito come una testimonianza scritta, ma è il frutto di una serie di conversazioni fra Anna e la figlia Barbara, registrate nel 1994, a quasi quarant’anni dal ritorno di Anna in patria dopo gli undici anni di lager trascorsi a Vorkuta, nel profondo della Russia artica, nella Repubblica dei Komi. E proprio della conversazione queste memorie, pubblicate per la prima volta in Polonia nel 2022, mantengono il carattere discorsivo: la narrazione fluisce libera e rende il lettore parte di un mondo ormai scomparso, ma ancora vivissimo nei ricordi della protagonista.

Nata nel 1923 nella parte orientale della Polonia (nella regione di Vilna, l’odierna Vilnius), Anna Szyszko-Grzywacz entrò come staffetta di collegamento nella Armia Krajowa, la resistenza polacca antinazista, nel settembre del 1939. Quando i sovietici conquistarono Vilna, i membri dell’Armia Krajowa che rifiutarono di arruolarsi nell’Armata Rossa vennero arrestati. Fu questo anche il destino di Anna Szyszko-Grzywacz, che venne però rilasciata e si unì a quel punto a una unità partigiana assumendo un nuovo nome, Anna Norska. Sarà con questo nome che, arrestata dall’NKVD nel 1945, verrà condotta prima nel carcere di Vilna e poi nelle carceri di Mosca, per essere infine condannata a vent’anni di lavori forzati nel lager di Vorkuta, uno dei più duri di tutto il sistema dei Gulag. Verrà rilasciata poi nel 1956, quando la stretta del potere si allenterà temporaneamente grazie alle rivelazioni di Chruščev al XX Congresso del PCUS.

Anna tornerà nella Polonia ormai comunista, insieme al futuro marito, Bernard Grzywacz, conosciuto proprio nel lager. Come ricorda la figlia Barbara nell’epilogo delle memorie, dopo il ritorno in Polonia Anna e Bernard “ebbero difficoltà ad affrontare la nuova realtà. Erano trascorsi dodici anni dalla fine della guerra, anni che avevano cambiato tanto le persone quanto il Paese. […] In quel nuovo Stato ‘socialista’ erano persone prive di un passato di cui si potesse parlare in pubblico. Per loro, la vera famiglia erano gli amici del periodo del Gulag. Uniti per sempre dalle esperienze comuni”

(….)

https://www.ilsussidiario.net/news/letture-una-donna-nel-gulag-anna-szyszko-grzywacz-la-vittoria-dei-vinti/2782578/#:~:text=RUSSIA-,LETTURE/%20%E2%80%9CUna%20donna%20nel%20Gulag%E2%80%9D%3A%20Anna%20Szyszko%2DGrzywacz%2C%20la%20vittoria%20dei,contributo%20per%20continuare%20a%20fornirti%20una%20informazione%20di%20qualit%C3%A0%20e%20indipendente.,-SOSTIENICI.%20DONA%20ORA

 

lunedì 9 dicembre 2024

Ratzinger, il nichilismo banale e i testimoni


 

LETTURE/ Ratzinger, il nichilismo “banale” può essere vinto solo da testimoni

L'autore, traduttore e curatore del volume 13 della "Opera omnia" di Joseph Ratzinger, "In dialogo con il proprio tempo", ne presenta il contenuto

Pietro Luca Azzaro Pubblicato 9 Dicembre 2024

Papa Benedetto XVI

Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI (ANSA-EPA)

 

“Della fede è più facile parlare che scrivere: perché essa non è un sistema escogitato nell’interiorità, ma viene dal fatto che altri me la comunicano ed esige di essere comunicata”. Nella risposta che Joseph Ratzinger diede una volta a chi gli chiedeva se un uomo di cultura superiore come lui, e per di più Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, non si sentisse a disagio nel doversi esprimere nella forma “povera” dell’intervista, emerge la ragione profonda del rapporto privilegiato che egli ha consapevolmente cercato con la stampa; e, più in particolare, con chi – tra i giornalisti – lo ha meglio conosciuto e più intervistato: Peter Seewald.

 

Tutto era iniziato in un freddo mattino d’inverno del 1996, quando i due si erano dati appuntamento di fronte al Palazzo del Sant’Uffizio, accanto a San Pietro, per raggiungere insieme in macchina Villa Cavalletti – l’allora casa degli esercizi spirituali dei Gesuiti alle porte di Roma – dove avrebbero trascorso qualche giorno insieme per realizzare il loro primo libro-intervista. In sé, i co-autori non avrebbero potuto essere più diversi: qui un impetuoso notista politico, già militante comunista nella cattolica Baviera, che da tempo aveva abbandonato la Chiesa e che in ogni caso era privo di una qualsiasi formazione teologica; lì un anziano e mite cardinale, teologo fine e autorevole che però nell’immaginario collettivo era soprattutto il “Rottweiler di Dio”, lo spietato censore di chiunque avesse osato contestare la “linea ufficiale” o mettere in discussione posizioni di potere acquisite.

 

E tuttavia, in quei giorni, più la conversazione si infittiva, più maturava qualcosa che, per le premesse date, difficilmente si sarebbe immaginato potesse accadere. Seewald faceva effettivamente domande “scomode”, “radicali” nel senso letterale del termine, di quelle che una certa routine della fede o un certo timore reverenziale avrebbero portato a non fare, e tanto più a un “principe della Chiesa”. E tuttavia, ricorderà più tardi lo stesso Ratzinger, proprio quelle erano anche le domande più “autentiche”; perché “si vedeva che lo riguardavano personalmente”, anzi: “che ci riguardavano sin dentro agli aspetti più profondi e personali del nostro essere e della nostra vita”. Nasceva così Sale della terra, il primo dei tre libri intervista realizzati con il giornalista tedesco (e a dieci anni di distanza da Rapporto sulla fede, la famosa conversazione con Vittorio Messori del 1985 raccolta anch’essa nel volume 13 dell’Opera omnia, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2024). Nel 2000 seguirà Dio e il mondo, concepito nell’Abbazia di Montecassino; quindi, nel 2010 Luce del Mondo, frutto di una lunga conversazione con Papa Benedetto XVI durante un soggiorno a Castel Gandolfo.

 

Pur nella diversità di contenuti – che rispecchiano il mutare dei tempi e insieme le diverse tappe del cammino di conversione dello stesso Seewald – le tre lunghe conversazioni sono accomunate dal medesimo intreccio di dimensione personale, attualità e attinenza alla vita. E al contempo riflettono tutte una profonda attitudine di Joseph Ratzinger che egli, una volta, riferì al suo amato maestro Agostino; ma che, proprio leggendo le interviste, il lettore non faticherà a intravedere in lui stesso: “Nietzsche una volta ha detto di non poter soffrire sant’Agostino, tanto gli pareva plebeo e comune. In quest’osservazione c’è indubbiamente qualcosa di giusto, ma sta proprio qui la vera grandezza cristiana di sant’Agostino. Egli avrebbe potuto essere un aristocratico dello spirito, ma, per amore di Cristo e degli uomini, nei quali vedeva venirgli incontro Cristo, ha abbandonato la torre d’avorio dell’alta spiritualità per essere totalmente uomo tra gli uomini, servo dei servi di Dio. Per amore di Cristo, che non ha disdegnato di abbandonare la gloria divina e di essere uomo come noi, egli ha sacrificato tutta la sua cultura superiore ed è riuscito a portare ai suoi la Parola di Dio con semplicità e schiettezza sempre maggiori”.

 

Il significato e l’importanza che a questo scopo Ratzinger attribuisce alla forma del dialogo è resa bene da un episodio raccontato da lui stesso in un’intervista concessa all’inizio degli anni Duemila (e contenuta nel terzo tomo del volume che raccoglie una selezione di conversazioni realizzate dal 1969 al 2004 e sino ad oggi in gran parte inedite). Una volta Christoph Schönborn – suo ex allievo del tempo in cui il prof. Ratzinger insegnava a Ratisbona e nel frattempo divenuto anch’egli cardinale e arcivescovo di Vienna – in un aeroporto si era imbattuto in un libro in cui, in forma di dialogo, un padre insegnava al figlio che cos’era l’induismo: “Era scritto in modo così coinvolgente – nota Ratzinger – che le persone in quell’aeroporto effettivamente compravano una cosa del genere e la leggevano”.

 

Beninteso: non che una volta divenuto “Custode della fede”, Ratzinger rifiutasse a priori qualsiasi riflessione metodica su Dio improntata alla ragione: la teologia era e rimaneva il suo mondo. Essa però non doveva deragliare dalla semplicità della tradizione, pena lo smarrire prima di tutto se stessa e tradire il suo vero compito: aiutare a dischiudere le grandi potenzialità della condizione umana, orientare l’uomo alla pienezza della vita. Così, quando all’inizio del suo mandato di capo dell’ex Sant’Uffizio, al Cardinale fu chiesto di delineare il compito di una Congregazione sulla quale pesava ancora un alone di sospetto e di mistero, rispose: “È la cura della fede dei ‘piccoli’ di cui parla il Vangelo, che deve sempre essere anteposta al timore di qualche conflitto con chi appare potente”. Questa lotta contro il potere per la difesa della fede dei semplici è la grande nota di sottofondo di tutte le sue interviste; e, insieme, di tutta la sua vita di sacerdote, di teologo, di vescovo, di cardinale e infine di papa.

 

(…..)

https://www.ilsussidiario.net/news/letture-ratzinger-il-nichilismo-banale-puo-essere-vinto-solo-da-testimoni/2778914/#:~:text=CHIESA-,LETTURE/%20Ratzinger%2C%20il%20nichilismo%20%E2%80%9Cbanale%E2%80%9D%20pu%C3%B2%20essere%20vinto%20solo%20da%20testimoni,Papa%20Ratzinger,-Sponsored%20stories