sabato 23 maggio 2026

CRISTIANI PERSEGUITATI | Cristeros, l’odio che continua e il Papa “silenziato” dai cattolici


 

CRISTIANI PERSEGUITATI | Cristeros, l’odio che continua e il Papa “silenziato” dai cattolici

Vincenzo Sansonetti Pubblicato 22 Maggio 2026

 

L’insurrezione dei Cristeros in Messico si concluse con una trattativa tradita dallo Stato. Oggi le persecuzioni nel mondo non sono meno che in passato (2)

 

L’efferata esecuzione del coraggioso adolescente José del Río, che avrebbe dovuto dare il colpo di grazia alla resistenza degli insorti contro il regime massonico, ottiene l’effetto contrario. Sconvolti dalla sua morte, migliaia di messicani scendono in piazza, bloccano le strade e molti di loro vanno a ingrossare le fila dei rivoltosi di Gorostieta, un’armata ormai così numerosa e ben addestrata da riuscire a infliggere diverse sconfitte alle truppe regolari

Ma l’avanzata del movimento di resistenza viene inspiegabilmente fermata a un passo dalla vittoria, quando Calles non è più presidente. Dopo l’uccisione, in un attentato, del suo successore designato, Álvaro Obregón, il capo di Stato ad interim Emilio Portes avvia una trattativa con i Cristeros, fortemente caldeggiata da padre John Burke, emissario del Vaticano, e da Dwight Whitney Morrow, ambasciatore degli Stati Uniti in Messico.

La superpotenza regionale a stelle e strisce non mostra nella vicenda un comportamento trasparente: dai tempi di Massimiliano d’Asburgo, imperatore del Messico fucilato dai repubblicani, non gradisce la presenza ai suoi confini di un Paese a guida cattolica.

Sollecitati dalla Santa Sede, i vescovi messicani chiedono ai rivoltosi di deporre le armi in cambio di una maggiore tolleranza verso la Chiesa. Ma la resa dei Cristeros ha purtroppo come esito l’implacabile rappresaglia del potere costituito nei loro confronti. Gli arreglos (accordi) del 21 giugno 1929 prevedono sì il disarmo degli insorti in cambio dell’immunità, ma tali accordi sono più volte e impunemente violati dal governo, che passa per le armi centinaia di capi della rivolta. E tutte le efferate leggi anticattoliche rimangono in vigore.

Ancora il 29 settembre 1932 Pio XI, con l’enciclica Acerba animi (La dolorosa ansietà), denuncerà il persistere della persecuzione. Sono così ben tre le encicliche dedicate da papa Ratti alla tragica situazione della Chiesa in Messico. Le altre due sono la Iniquis afflictisque (Alla tristezza delle ingiuste [condizioni]) del 18 novembre 1926, veemente denuncia dei provvedimenti governativi contro la Chiesa cattolica (“frutto di superbia e di demenza”), e la Firmissimam constantiam (La [vostra] ferma costanza) del 28 marzo 1937, che riconosce la fedeltà di laici e sacerdoti in quella drammatica situazione.

Fa riflettere un passaggio significativo della Iniquis afflictisque, in cui Pio XI afferma: “Se tutti coloro che nella Repubblica messicana infieriscono contro i loro stessi fratelli e concittadini, rei soltanto d’osservare la legge di Dio, richiamassero alla memoria e ben considerassero spassionatamente le vicende storiche della loro patria, non potrebbero non riconoscere e confessare che tutto quanto esiste tra loro di progresso e civiltà, di buono e di bello, ha origine indubitamente dalla Chiesa”.

E non si contano gli episodi di solidarietà e di vicinanza ai martiri, persino da parte degli stessi aguzzini, a conferma di quanto fosse radicata la fede cattolica nel popolo messicano. Il beato padre Elia Nieves, agostiniano, il 10 marzo 1928, giorno della sua morte, si inginocchia e invita anche i soldati del plotone d’esecuzione a fare lo stesso gesto.

“In ginocchio, figli miei. Prima di morire voglio impartirvi la benedizione”. Quei rudi militari obbediscono e s’inchinano riverenti. Ma nel momento in cui padre Nieves comincia a tracciare il segno della croce e a recitare il Credo, l’ufficiale che comanda il picchetto, infuriato, gli spara al petto.

Come sottolinea lo storico Marco Invernizzi, non dobbiamo dimenticare, anche sulla scia del magnifico discorso rivolto da Leone XIV al Corpo diplomatico lo scorso 9 gennaio, che oggi, un secolo dopo la violenta campagna in Messico contro i cattolici — che costrinse alla reazione armata —, a livello planetario “la persecuzione dei cristiani continua, anzi è aumentata e si è estesa”.

E non siamo più di fronte solamente alla “persecuzione ideologica nata nel XX secolo (comunismo, nazionalsocialismo, laicismo), ma a queste ideologie s’è aggiunta la persecuzione da parte dell’islamismo radicale, dopo la rivoluzione sciita in Iran del 1979, successivamente estesasi anche nel mondo sunnita e, in generale, da forme di nazionalismo autoritario e fondamentalista, che perseguitano o comunque discriminano le religioni diverse dalla propria”.

Perciò bene ha fatto papa Prevost a ricordare come la Chiesa difenda la libertà religiosa di tutti come un diritto umano, proprio di ogni credo religioso, che lo Stato deve semplicemente riconoscere, perché “iscritto nella legge naturale”. E tuttavia “i cristiani rimangono i più colpiti”

(…)

Ma “ciò che preoccupa di più è il nostro silenzio”, afferma Invernizzi. “Il Papa parla, le comunità cristiane non rispondono. Le sue parole non vengono riprese e rilanciate dalle Chiese locali, nei documenti pastorali, in generale nelle omelie”, come se non ci riguardassero. Ma sarebbe un errore incolpare solo i vertici delle comunità. “Ciascuno di noi, se facesse un esame di coscienza, si accorgerebbe che alla persecuzione religiosa e, in particolare, a quella dei propri fratelli nella fede dedica pochissimo spazio e tempo nella sua giornata ordinaria”.

(2 – fine)


giovedì 21 maggio 2026

Leone XIV ai moderatori dei movimenti


 

Leone XIV. «Il buon governo, compito delicato e profetico»

Il discorso del Papa ai moderatori delle associazioni di fedeli, dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità sulla guida e il coordinamento della vita comune

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno a tutti!

È un piacere incontrarvi questa mattina, offrire qualche parola, qualche riflessione, ma soprattutto pensare all’importanza dei carismi dello Spirito Santo, specialmente in questi giorni prima di Pentecoste.

Sono lieto di accogliervi anche quest’anno, all’inizio del vostro incontro. Voi siete responsabili, a livello internazionale, di tante diverse realtà laicali, e siete stati convocati dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita per rinsaldare la comunione fra voi e riflettere insieme sul tema del governo di una comunità ecclesiale.

In ogni entità sociale si avverte la necessità di avere persone e strutture adeguate che si occupino di guidare e coordinare la vita comune. Nella sua radice, il termine “governare” rimanda all’azione di “reggere il timone”, di “pilotare una nave”. Si tratta, dunque, di dare una direzione sicura, in modo che la comunità sia luogo di crescita per le persone che ne fanno parte. Così, anche nella Chiesa alcuni sono preposti al governo...

 

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Il discorso di papa Leone XIV ai moderatori delle associazioni di fedeli, dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità


mercoledì 20 maggio 2026

Mim. «E questi chi sono?»


 

Mim. «E questi chi sono?»

Diecimila persone in tre giorni alle Colonne di San Lorenzo, in centro a Milano, tra residenti, passanti e famiglie: il “Festival Milano IncontraMi” parla di educazione e scopre che la città aveva desiderio di fermarsi

(da clonline.org)

19.05.2026

Francesco Tanzilli

Al sabato, si sa, ci si può permettere il lusso di qualche ora di sonno in più. Questo sabato non è stato un’eccezione per Carlo (nome di fantasia, ndr), che abita di fronte alle Colonne di San Lorenzo a Milano, in una delle zone più chic della città. Ma quando ha spalancato le persiane per lasciar entrare il sole – già alto – in casa, è rimasto incredulo a fissare davanti a sé un brulichio davvero insolito di persone di età diversa: vecchi, adulti, giovani e bambini. C’è un’aria di festa, ma senza il solito baccano scomposto che alimenta le notti della movida. Mosso dal desiderio di scoprire di cosa si tratti, Carlo scende di casa e va dal primo dei tanti con la stessa maglietta bianca che si trova davanti: «E questi qui chi sono?!».

È così che tanti abitanti del quartiere o semplici passanti sono venuti a conoscenza della seconda edizione del Festival Mim (Milano incontrami). Nato lo scorso anno dall’iniziativa di alcuni giovani (e meno giovani) amici di diversi gruppi di Scuola di comunità a Milano, sostenuto dal Coordinamento diocesano movimenti e gruppi, il Festival è un momento di incontro con diverse esperienze sorte all’interno della Chiesa milanese, mosse dal desiderio di contribuire alla costruzione della città nella quale si è chiamati a vivere. Lo scorso anno era stato affrontato il tema della carità; stavolta ci si è concentrati sull’educazione. Interrogati dall’insistenza con cui nei media si parla di “emergenza educativa” come di una crisi in corso della quale non si intravede soluzione, gli organizzatori hanno coinvolto oltre venti realtà operanti nell’ambito educativo – non solo scuole, ma anche enti di formazione professionale, associazioni di genitori, organizzazioni culturali e sportive, enti dedicati all’integrazione – ai quali hanno chiesto di individuare le questioni cruciali e di condividere i tentativi messi in atto per affrontarle.

Intitolata “Fiorire a Milano”, l’edizione appena terminata si è svolta dal 15 al 17 maggio e ha visto la partecipazione di oltre 10mila persone, con un panel fitto di incontri – tra i relatori, il vicario episcopale monsignor Luca Bressan, gli scrittori e insegnanti Alessandro D’Avenia e don Paolo Alliata, l’ex calciatore Demetrio Albertini, la direttrice del Museo diocesano Nadia Righi, l’educatore e musicista don Claudio Burgio e tanti altri – e una mostra nella quale sono state raccolte le testimonianze delle diverse opere, come la Fom (Federazione oratori milanesi), la Fondazione Enaip, le scuole Faes.

Dai vari contributi, pur nella differenza degli ambiti operativi specifici e delle sensibilità di ciascuno, è emersa una lettura sostanzialmente condivisa, a partire dalla sottolineatura della necessità di un contesto umano, di relazioni reali, entro cui poter affrontare insieme i passi di un cammino educativo. Non solo per i ragazzi, ma anzitutto per gli adulti, chiamati a indicare una ragione positiva per la quale studiare, lavorare, vivere. Come affermato da suor Elisabetta, direttrice del centro Asteria, che organizza iniziative culturali cui le scuole di Milano e dintorni possono iscriversi e partecipare: «L’obiettivo è far incontrare i giovani con testimoni, con contenuti forti e aprire delle domande, delle domande di senso: “Io che sono, cosa desidero, qual è il mio compito in questo mondo, in questa società?”». O come raccontato da Federico, iscrittosi ad Aslam dopo un percorso scolastico travagliato: «Il punto di svolta è stato che i prof mi chiedevano ragione delle mie scelte, dei miei comportamenti, mi parlavano, a differenza di prima. È stato questo modo di rapportarsi con me che ha fatto la differenza».

(…..)

È l’esperienza vissuta da tanti volontari, che hanno avuto modo di incontrare persone venute appositamente ma anche altri che – come Carlo – sono capitati lì quasi per caso. Come racconta Alessandra: «Le prime due persone alle quali ho spiegato la mostra, mentre stavo raccontando che viviamo in un mondo pieno di solitudine anche se siamo iperconnessi e che la relazione è fondamentale nel processo educativo, mi hanno rivelato che hanno un figlio malato che non trova lavoro ma ormai non lo cerca neppure più, perché ha perso la fiducia e la speranza. Mi hanno detto che non ne parlano mai con nessuno, ma le mie parole li hanno spinti a condividere». Continua: «Li ho accompagnati allora a incontrare i volontari di una delle opere presenti, che avrebbero potuto aiutarli. Hanno voluto però anche il mio numero di telefono, molto grati di questo incontro così apparentemente casuale. Io credevo di essere chiamata a spiegare la mostra, invece sono stata chiamata a stare davanti al loro bisogno. Nulla è scontato; quello che vale è stare alla realtà così come siamo, incapaci, ma portatori di una speranza per tutti».

 


sabato 16 maggio 2026

Omelia dell'Arcivescovo Mario Delpini a conclusione della fase diocesana del processo di beatificazione del Servo di Dio don Luigi Giussani

 https://youtu.be/pMsvyWWhuz4?si=ikdCul6lbLzGtpgR


La Postulatrice della Causa, Prof.ssa Chiara Minelli, mostra i plichi delle carte da inviare a Roma alla S.Sede


La documentazione raccolta in diocesi da inviare a Roma alla S.Sede



martedì 12 maggio 2026

Forum Paris, crocevia di uomini vivi


 Forum Paris, crocevia di uomini vivi

Dall'8 al 10 maggio, la kermesse nel cuore della capitale francese. I protagonisti? Dai martiri d'Algeria alla cattedrale di Notre Dame, fino all'incontro tra due donne, la sorella di una vittima del terrorismo e la madre dell'attentatore. E molto altro. Il comunicato finale e il racconto

 

11.05.2026

Alessandro Banfi

La seconda edizione del Forum Paris volge al termine. Circa centodieci volontari, più di mille presenze, otto incontri, una serata artistica, tre mostre, numerose attività per bambini e adolescenti, centinaia di pasti preparati. Questi numeri, ma soprattutto la qualità e la profondità dei contenuti affrontati, ci riempiono di stupore e gratitudine. Nel lavoro volontario, negli incontri, nelle relazioni che sono cresciute, abbiamo percepito, ancora una volta, che la nostra vita ha un grande destino! Che siamo tutti chiamati, con la piccola pietra che abbiamo tra le mani, a costruire una grande cattedrale. Abbiamo iniziato il nostro forum guardando all’esperienza dei martiri d’Algeria, proprio nel giorno della celebrazione liturgica della loro memoria, lasciandoci sorprendere dal modo in cui ci hanno testimoniato la loro vicinanza al popolo algerino, fino al martirio. Una vicinanza che, come ci ricordava il cardinale Aveline, è la firma di Dio nella sua rivelazione. Molte altre testimonianze e tematiche sono state affrontate nel corso di questi tre giorni, ma la testimonianza di Roseline Hamel, sorella del sacerdote assassinato a Rouen nel 2016, insieme a quella di Nassera Kermiche, madre di uno dei suoi giovani assassini, è stata certamente particolarmente luminosa: la loro storia di amicizia e di perdono ha risuonato profondamente nel cuore dei partecipanti. Così come il grido di Nassera: «Facciamo rumore per la pace», che richiama la frase citata dal grande Éric-Emmanuel Schmitt: gli alberi che cadono, tutti li sentono; la foresta che cresce, nessuno la ascolta. Vogliamo guardare crescere questi germogli di luce e di pace, con pazienza, ma anche con la certezza di essere figli amati, prediletti, di far parte di una grande storia di bene, che ci ha afferrati e che è per tutti, per il mondo intero (Comunicato finale Forum Paris)

In quel «popoloso deserto che appellano Parigi» (copyright Giuseppe Verdi - La Traviata) l’ultimo fine settimana dell’8, 9 e 10 maggio è stata un’occasione unica di incontro e di dialogo. Al Forum Paris, organizzato al Buon Consiglio, un grande oratorio nel cuore della città, ad un passo dagli Invalides, i fili di una tre giorni molto intensa si sono intrecciati attorno ad un tema drammaticamente immerso nell’attualità: “Pouvons-nous attendre une lumière même dans les temps les plus sombres?”, possiamo ancora sperare in una luce nei tempi più bui? La frase è tratta da una riflessione di Hannah Arendt, la cui forza profetica sempre stupisce. Personalmente mi hanno portato al Forum i 19 beati martiri d’Algeria e la versione francese della mostra organizzata dal Meeting di Rimini l’agosto scorso, e di cui sono stato curatore, insieme agli amici di Fondazione Oasis e della Lev. La mostra “Appelés deux fois” è stata infatti una delle tre mostre del Forum. Le altre due sono state quella su Franz e Franziska (la vicenda di Jagerstaetter che si ribellò ad Adolf Hitler), Meeting 2024, ed una mostra inedita, concepita in Francia, sulla cattedrale di Notre Dame.

Per quanto riguarda la mostra sui martiri d’Algeria, gli organizzatori hanno fissato l’inizio del Forum proprio l’8 maggio, nel giorno della memoria liturgica dei 19 beati (e dall’anno scorso anche data dell’elezione del papa Leone XIV). Questa coincidenza ha permesso una combinazione eccezionale. Al primo incontro di venerdì 8 erano presenti il cardinale e arcivescovo di Algeri Jean-Paul Vesco, il postulatore della causa di beatificazione dei 19, padre Thomas Georgeon, trappista e priore del monastero di Soligny-La Trappe, e la docente all’Università di Friburgo Marie-Dominique Minassian, che ha dedicato la vita a raccogliere e catalogare gli scritti dei monaci di Tibhirine. Quasi come appendice naturale al Forum, la sera alle 18 c’è stata la messa in Notre Dame, alla presenza di tanti familiari e amici dei martiri, che ha avuto momenti di grande commozione. Che cosa ci insegnano quei martiri? Nei vari interventi al Forum è emersa la testimonianza di una Chiesa che decide di restare. E di restare con. Restare cioè al servizio della popolazione locale, condividendo tutti gli aspetti della vita. Martiri del dialogo, ma di un dialogo che è la vita stessa, non la discussione teorica su principi o valori.

La decisione di restare per tutti i 19 d’Algeria è stata sì dentro un’esperienza di comunità ma anche frutto di un discernimento personale, irripetibile. Ognuno di noi non ha solo il DNA molecolare che lo rende unico nel mondo e nella storia fra miliardi di essere simili, ma ha qualcosa dentro di sé diverso da tutti gli altri. Quelli algerini non sono martiri perché sono cristiani morti,ma perché hanno scelto liberamente di restare. Uno per uno. «Come Massimiliano Kolbe», ha detto il teologo domenicano Jan-Jacques Pérennès, biografo di Pierre Claverie.

Dunque se c’è stato un filo rosso che ha attraversato i vari momenti del Forum è che questa luce nelle tenebre ha sì a che fare con la Grazia, ma anche con la libertà. Ecco dunque la semplice e luminosa testimonianza di Franz Jägerstätter, il contadino austriaco che ha pagato con la propria vita per non volersi piegare al giuramento per Adolf Hitler. Ecco il bellissimo dialogo fra il grande scrittore Eric-Emmanuel Schmitt e il cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia e guida dei Vescovi francesi, che sono stati introdotti da un bel video dell’arcivescovo cattolico della Madre di Dio a Mosca, monsignor Paolo Pezzi, a pochi giorni dal termine del suo mandato.

(….)

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lunedì 11 maggio 2026

Il cuore indistruttibile. Cercando i fratelli Osip Mandel’štam e la fede ( Centro Culturale di Milano, Invito)

 

Ciclo di incontri
La poesia e il senso religioso
Tra Occidenti ed est Europa 
a cura di e con
Gianfranco Lauretano, poeta e scrittore

Auditorium del CMC
Largo Corsia dei Servi 4 – Milano
Ingresso libero

Il cuore indistruttibile. Cercando i fratelli
Osip Mandel’štam e la fede
Venerdì 15 maggio 2026, ore 18.15
Intervengono
Massimo Morasso, Poeta, saggista (Genova)
Maurizia Caluso, Docente di Letteratura russa, Università Cattolica di Milano

Coordina
Gianfranco Lauretano, poeta e scrittore

La grande questione della misteriosa mancanza del cuore posta da Mario Luzi nel nostro Occidente. Il bisogno di essere, addirittura di esserci, accomuna i poeti del secolo greve: “Amare l’essere della cosa più della cosa stessa” afferma Osip Mandel’štam, connotando il rinascimento della letteratura russa di inizio Novecento.
C’è qualcosa che è accaduto sia in Occidente e in Est Europa e che indica una strada. Mandel’štam di famiglia ebrea, convertitosi alla fede cristiana, grande poeta perseguitato dal regimePellegrino tra Europa e Ucraina, spirito libero venne ripetutamente condannato a lavori forzati nella Siberia.
Anna Achmatova e Osip Mandel’štam, figure titaniche della poesia russa del ‘900, furono amici intimi, poeti acmeisti e testimoni tragici della repressione stalinista. Condivisero la passione per Dante e la resistenza culturale contro il regime. Entrambi subirono la censura, e mentre Achmatova mantenne un profilo più “nascosto” per sopravvivere, Mandel’štam morì in un gulag, rimanendo un punto di riferimento morale assoluto per lei.

a cura del Centro Culturale di Milano

giovedì 7 maggio 2026

LETTURE | Il desiderio e le sue virtù politiche: l’enciclica (sociale) di Papa Leone nella terra di Agostino


 

LETTURE | Il desiderio e le sue virtù politiche: l’enciclica (sociale) di Papa Leone nella terra di Agostino

Aniello Landi Pubblicato 7 Maggio 2026 (sussidiario.net)

Papa Leone in Camerun

 

Nel suo ultimo viaggio apostolico in Africa, gli interventi di papa Leone XIV compongono, al modo di un mosaico, una vera e propria enciclica sociale

Nel corso del su recente viaggio in Africa, di fronte alla “logica estrattiva” imperante, Papa Leone ha riproposto la dottrina sociale “come aiuto per chiunque voglia affrontare le ‘cose nuove’ che destabilizzano il pianeta e la convivenza umana, cercando prima di tutto il Regno di Dio e la sua giustizia. Questo è parte fondamentale della missione della Chiesa”. (Guinea Equatoriale, Malabo, Incontro con le autorità, con la società civile e con il corpo diplomatico, 21 aprile).

Alla luce dell’insegnamento di Agostino, i cristiani abitano la città dell’uomo e contribuiscono a renderla più umana, in cammino verso la Città di Dio, prefigurandola, in un certo qual modo, nella città terrena. Cammino sospinto dalla verità che abita nell’uomo interiore, nell’intimità più intima dell’uomo stesso, “come voce che già risuona” in noi, che diventa esperienza del soggetto nel fenomeno umano dell’incontro, come fu per Agostino incontrando Ambrogio, con conseguente slancio della ragione verso una nuova conoscenza di sé e della realtà intera.

Al Campus Universitario “Leon XIV” dell’Università Nazionale, il Papa ha detto: “Cristo non appare come una via d’uscita fideistica di fronte alla fatica intellettuale, come se la fede iniziasse dove si ferma la ragione. Al contrario: in Lui si manifesta la profonda armonia tra verità, ragione e libertà”. (Guinea Equatoriale, Malabo, Incontro con il mondo della cultura, 21 aprile).

Nell’armonia tra fede e ragione sta l’ampiezza della razionalità, conformemente alla natura stessa della ragione, e ciò rende la vita pienamente degna, ossia all’altezza di uomini liberi. “Non ho paura”! Da qui il tema della pace legato al diritto internazionale, a sua volta, ancorato al diritto naturale; e il tema della democrazia, “non solo come procedura”, dove senza adeguato fondamento prevale la “tirannia maggioritaria” o “il dominio delle élites economiche e tecnologiche” (Messaggio ai partecipanti alla sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Casina di Pio IV 4-16 aprile)

(….)

Da dove nasce questo movimento, sommovimento partecipativo? “L’Africa è per il mondo una riserva di gioia e di speranza, che non esiterei a definire virtù ‘politiche’, perché i suoi giovani e i suoi poveri sognano ancora, sperano ancora, non si accontentano di ciò che già c’è … La saggezza di un popolo, infatti, non si lascia spegnere da nessuna ideologia e davvero il desiderio di infinito che abita il cuore umano è un principio di trasformazione sociale più profondo di qualsiasi programma politico o culturale”. (Angola, Luanda, Incontro con le autorità, con la società civile e con il corpo diplomatico, Padiglione Protocollare Palazzo Presidenziale, 18 aprile).

Richiamo a noi particolarmente caro per vivente insegnamento ricevuto. Il cuore dell’uomo è il principio motore di trasformazione della realtà, il potente antidoto al potere prepotente e quindi la vera risorsa del soggetto nella tessitura di legami e relazioni anche sul piano socio-economico, dando forma ad esperienze di lavoro comune secondo la logica della cooperazione e dell’imprenditorialità sociale.

Questo “strano desiderio”, destandosi per l’attrattiva che proviene da incontri decisivi, pur tra le nubi di tutte le contraddizioni, mette in azione la persona, rendendola più se stessa nella società, “per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere la pace, per rinnovare la società e per colmare le contraddizioni” (Papa Leone, Aula Paolo VI, Udienza partecipanti 3° Meeting nazionale degli insegnanti di religione cattolica, 25 aprile).

A partire dalla profondità del cuore, la Chiesa svolge la sua missione nella storia, risvegliando, sostenendo, accompagnando il desiderio di infinito che fa fiorire e rifiorire l’umano nell’uomo, secondo l’impeto totale delle sue energie. Fioritura per inimmaginabile corrispondenza, che permette di incontrare, lungo la strada della vita, “Qualcuno”, il Viandante che “spiega”, agli uomini, passo dopo passo, la “scrittura” misteriosa e meravigliosa di cui il cuore è intessuto, facendolo vibrare di istante in istanti che si rinnovano, rendendone sempre nuova e sorprendente l’intensità. “Non ci ardeva forse il cuore…”.

Questo movimento della persona, ragione ed affezione insieme, genera poesia (poiesis), creazione, come testimoniato dal Papa durante la visita all’ospedale psichiatrico “Jean Pierre Olie” a Malabo (21 aprile): “Ringrazio il Signor Tarcisio per la sua poesia. Vorrei dire che in un ambiente come questo si compongono ogni giorno tante ‘poesie’ nascoste, forse non con le parole, ma con piccoli gesti, con sentimenti, con attenzioni nei rapporti tra voi. È un poema che solo Dio sa leggere pienamente e che consola il Cuore misericordioso di Cristo”.

 


venerdì 1 maggio 2026

Dal buio del non senso all'incontro con Cristo

 


Il mio incontro con Cristo dopo una vita senza di Lui

Alla soglia dei trent’anni Lorenzo si imbatte quasi per caso in una ragazza di CL che lo invita a Scuola di comunità. Un momento da cui resta colpito e grazie al quale rinasce. Tanto da chiedere i Sacramenti e volerlo annunciare a tutti

 

Fin da bambino mi facevo molte domande sulla vita e sul suo senso, ma senza trovare alcuna risposta. Infatti non ho mai ricevuto una reale proposta educativa. Sono cresciuto prima con la posizione che don Giussani nel Senso religioso chiama «sostituzione del desiderio», passando poi alla più drammatica, ma anche più seria, che è la «negazione disperata». Quando ho letto le pagine che ne parlavano mi ci sono rivisto tantissimo. Dai 13 ai 28 anni, quando ho incontrato il movimento, ho vissuto una solitudine terribile e insieme un’esigenza grandissima. Sentivo di volermi donare all’infinito, allo stesso tempo provavo una profonda disperazione per la mia miseria e per i miei limiti.

Ho sempre cercato di negare questo desiderio, percependo la mia stessa vita come un’imposizione. Non comprendevo il mio posto nel mondo, in qualche modo volevo essere il dio della mia esistenza. Eppure, pur mettendo al primo posto il lavoro, il successo, la bellezza, questa enorme esigenza di senso che provavo non mi lasciava. Mi trascinavo dietro un cuore sanguinante che pensavo fosse una maledizione, ma che invece è stata la mia salvezza. Questa ferita bruciante mi ha permesso di non abbassare l’asticella del desiderio.

Ripensando al passato, ci sono stati tanti momenti in cui Dio ha cercato di parlarmi e io mi sono voltato dall’altra parte. Poi mi ha preso per i capelli: in palestra ho conosciuto, quasi per caso, una ragazza di Comunione e Liberazione, che parlava con “parole di vita”. Quasi subito mi ha detto: «Sappi che sono di CL». E io: «Non so che cosa sia CL però, qualsiasi cosa sia, mi piacerebbe saperlo». Mi ha portato a Scuola di comunità.

Ricordo che la prima volta che sono andato alla Scuola di comunità mi sono detto: «Ma cosa è questa meraviglia?». Mi sembrava un universo parallelo, vedevo persone sconosciute che si mettevano a nudo. A me non capitava nemmeno con i miei genitori, con i miei migliori amici e nemmeno con la mia ragazza. Normalmente questo non accade, le persone si tengono dentro l’inquietudine e, in un mondo in cui tutto è vetrina, finiscono per sentirsi sbagliate.

A cambiarmi è stato quindi un incontro. Questo è un passaggio fondamentale, perché il desiderio dell’uomo è infinito, ma ha bisogno di una concretizzazione. Certo, serve una disponibilità, e io in fondo l’ho sempre avuta, ma è emersa del tutto solo quando sono rimasto colpito in maniera così forte.

«Quando non ero cristiano non mi interessava nulla della vita. Ora, invece, la bellezza è poter vivere per un Altro, strumento del Signore nel servizio alla Chiesa e al movimento»

Lo scorso novembre, a 32 anni, dopo due di catecumenato, io che ero a digiuno di tanti concetti della Chiesa, ho ricevuto Battesimo, Cresima e Comunione. Non è stato un passaggio di particolare fatica perché ho trovato una corrispondenza immediata. Anzi posso dire che se è faticoso vivere con Cristo, è molto più faticoso vivere senza di Lui. Prima ero un vagabondo della vita, ora sono in cammino. Non con meno fatiche, ma comunque indirizzato a una meta.

Il fatto che Gesù sia mio amico nella quotidianità ha significato la possibilità di vivere con letizia e di vivere un’umanità diversa. Come diceva Giussani: «La letizia è la condizione per la generazione, la gioia è la condizione per la fecondità. Essere lieti è la condizione indispensabile per generare un mondo diverso, una umanità diversa» (Luigi Giussani, Un evento reale nella vita dell’uomo, BUR 2013, p. 240, ndr).

In questo senso, penso che il nostro compito, oltre alla preghiera, sia la testimonianza nella vita quotidiana. Quando non ero cristiano non mi interessava nulla della mia vita, non potendo raggiungerne la pienezza. Ora che sono cristiano, invece, la bellezza è poter vivere per un Altro. Posso portare me stesso come testimonianza, posso essere strumento del Signore. Non c’è modo migliore di questo per servire la Chiesa e il movimento.

(...)

clonline

 

Lorenzo, Seregno (Monza e Brianza)


lunedì 27 aprile 2026

Tornarono a Gerusalemme con grande gioia» Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa


 


Tornarono a Gerusalemme con grande gioia»

Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa

S.E. Pierbattista Pizzaballa

 

Carissimi,

il Signore vi dia pace!

 In questi anni di ministero pastorale ho parlato a voi, alla nostra amata Chiesa di Gerusalemme, in diversi modi: attraverso le omelie, qualche breve lettera e, soprattutto, durante le visite pastorali. Sono state queste ultime, in particolare, i momenti di incontro e di condivisione con le comunità che hanno segnato la vita della Chiesa locale, e anche la mia. Mi hanno permesso di conoscere più da vicino la nostra Diocesi, e di dare espressione concreta a quell’unità tra pastore e comunità che è alla base della vita ecclesiale.

 In questi ultimi anni, tuttavia, l’ennesima e tragica guerra nella quale siamo precipitati – con le sue conseguenze sulla vita di tutti noi – ci ha costretti a ripensare modi e tempi del nostro ministero, che ho cercato di proseguire per quanto possibile. Il tempo drammatico che stiamo vivendo ci ha visti tutti coinvolti nel servizio ai poveri, nella denuncia delle ingiustizie, nella presenza sul territorio, e soprattutto nella preghiera, nell’ascolto della Parola di Dio, cercando unità e verità nel nostro stare dinanzi a Lui e dinanzi a ogni fratello e sorella.

 Alla luce di quanto sta accadendo – e per il peso che questi eventi hanno avuto e avranno sulla vita della nostra Chiesa – sento ora il bisogno di offrire una parola più articolata e una riflessione più compiuta, e perciò, eccezionalmente, anche più lunga. Questa Lettera, quindi, non nasce per una lettura rapida o parziale, né per essere utilizzata come un testo di analisi politica. È da leggere poco alla volta, come strumento di discernimento ed è pensata anche per promuovere dialogo e riflessioni all’interno dei nostri contesti ecclesiali, delle nostre comunità, nei monasteri e nelle famiglie. Il suo scopo non è offrire risposte immediate o soluzioni tecniche, ma aiutare ciascuno a interrogarsi su come vivere oggi la fede cristiana in questa Terra alla luce del Vangelo.

 Trovo difficile limitarmi alle consuete dichiarazioni di circostanza, che spesso si susseguono quasi identiche l’una all’altra. Avverto con ancora maggiore urgenza il bisogno di parole vere e significative per noi. La sofferenza di questo tempo, infatti, non permette di limitarsi a discorsi edulcorati e astratti – e perciò non credibili – né ci consente di fermarci alle ennesime analisi o denunce.

 Ne sono già state fatte in più occasioni, e su questo abbiamo già detto abbastanza, a parole e con i gesti. Analisi e denunce rimangono necessarie – non possiamo esimerci dall’esprimerle – ma non saranno esse ad aprirci orizzonti di fiducia. Troveranno forse condivisione anche al di fuori della nostra comunità in chiunque si ritrovi nelle nostre valutazioni. Esse devono tuttavia essere accompagnate dalla domanda su cosa il Signore ci chieda in questo momento, e interrogarci su come dare espressione vissuta alla nostra fede in questo contesto difficile. È la domanda che da diverso tempo accompagna il mio ministero di pastore: come stare da cristiani, in quanto assemblea ecclesiale, dentro questa situazione di conflitto – politico, militare, spirituale – che sappiamo durerà ancora molti anni? Esso è ormai parte integrante della vita ecclesiale, dell’esistenza ordinaria di ciascuno di noi. Purtroppo è ormai parte della cultura di questa Terra. Non è quindi un momento da superare, ma il luogo nel quale la nostra Chiesa è chiamata a mettere in atto la sua specifica missione di comunità di credenti in Cristo. In questa Terra dove i confini identitari sono così fortemente marcati, il nostro essere cristiani deve diventare testimonianza di un modo particolare di vivere anche dentro la contesa e deve trovare espressione visibile e riconoscibile in ciò che diciamo e facciamo. Siamo chiamati a offrire un’interpretazione del tempo attuale secondo una prospettiva cristiana che ci contraddistingua in modo chiaro e riconoscibile.

 Con la presente Lettera desidero tentare di rispondere a questa domanda. È il frutto faticoso e sofferto – come lo è ogni tentativo di sintesi spirituale – della mia riflessione e preghiera, e di quanto ho maturato in questo tempo. Non è ovviamente una sintesi perfetta. Bisogna intenderla piuttosto come un’iniziale proposta di riflessione che dovrà certamente maturare, perfezionarsi e completarsi nel tempo, soprattutto attraverso il confronto, anche dialettico se necessario, con chiunque voglia avventurarsi in questo tentativo di sintesi e in questa lettura. Purché si sia comunque mossi dal sincero desiderio di cercare di comprendere la volontà di Dio su ciascuno di noi. Raccolgo qui in maniera più sistematica e ordinata quanto in parte ho già presentato in questi ultimi anni in varie occasioni.

 L’icona biblica intorno alla quale ruoterà la mia riflessione è la città, e in particolare la città di Gerusalemme. L’immagine della città è diffusa e ci è familiare. Sta ad indicare la convivenza, la relazione, civile e religiosa. Ma non ci soffermeremo sull’idea generica di città, bensì su Gerusalemme come modello di riferimento ideale, richiamando alcuni brani delle Scritture. Noi siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità ecclesiale. È il Luogo che custodisce il cuore della nostra fede – la Redenzione – ed è perciò anche il luogo geografico e spirituale che custodisce l’identità della nostra Chiesa, il centro al quale tornare per trovare l’ispirazione necessaria in questo tempo. La nostra Chiesa ha un volto multiforme, espressione della ricchezza dei suoi riti e delle sue tradizioni. Dalle sue origini fino ad oggi è, per sua essenza, plurale, dato che Gerusalemme è madre di tutti i popoli. D’altra parte, da molti secoli ha una configurazione molto chiara: è una Chiesa immersa prevalentemente in un contesto arabo. Il nostro sguardo sugli avvenimenti che stiamo vivendo, quindi, parte da questa Chiesa, sparsa sul suo vasto territorio. È uno sguardo che, proprio perché radicato in questa terra, aspira tuttavia ad abbracciare e includere tutti i suoi abitanti.

 Infatti, nella Città Santa ogni comunità particolare può riconoscersi: dalla parrocchia più piccola di Giordania alla più popolosa, dalle vivaci realtà di Cipro ai fedeli di espressione ebraica in Israele, dalle parrocchie segnate dalla prova in Palestina a quelle presenti e radicate in Israele, fino ai migranti, i richiedenti asilo e tutte le altre diverse realtà della nostra Diocesi. Gerusalemme è il modello spirituale che unifica la nostra Chiesa distribuita su territori e situazioni politiche tanto diverse.

 La Lettera è strutturata in tre parti: la prima inizia con la mia valutazione dell’attuale stato di disordine. Prima di parlare di ideali, è necessario ancorarsi saldamente alla realtà così com’è, riconoscendo però in essa la presenza operante di Dio. 

 Nella seconda parte, vorrei condividere una visione per la nostra comunità, ispirata e ancorata alla Scrittura, con una precisa connessione a Gerusalemme. 

La terza cercherà di tradurre quella stessa visione in implicazioni pastorali per la nostra comunità ecclesiale, affrontando le attività delle nostre parrocchie, le famiglie, le scuole e le istituzioni. 

 Come ho già detto, si tratta di una Lettera anzitutto di natura pastorale: non conterrà considerazioni e analisi di carattere prettamente politico. È “politica” solo in senso più ampio, in quanto concerne il nostro rimanere, come cristiani, nella polis, ovvero nel nostro mondo reale e nella nostra città di Gerusalemme, benché sempre orientati alla vera e definitiva Polis, la Gerusalemme celeste.

 

(continua su patriarcato di Gerusalemme)


sabato 25 aprile 2026

Il 25 aprile, la nostra Carta e una libertà che non è di parte


 

Il 25 aprile, la nostra Carta e una libertà che non è di parte

di Mariapia Garavaglia (Presidente Associazione Nazionale Partigiani Cristiani)

Istituita nel 1946 e resa stabile nel 1949, la ricorrenza civile richiama unità nazionale, democrazia repubblicana e rispetto esclusivo dei principi costituzionali. Un processo in cui i cattolici furono protagonisti

 

25 aprile 2026

Il 22 aprile 1946 con un decreto legislativo, su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, fu istituita provvisoriamente la festività nazionale, «a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano». Nel 1949, con la legge n. 260 del 27 maggio, divenne definitiva, simboleggiando la Resistenza e la nascita della democrazia italiana. Non si tratta quindi di una festa “di parte”, ma riguarda tutti gli italiani. Ed è ora che non venga strumentalizzata e trascinata verso significati diversi da quelli che effettivamente ha: Italia unita, italiani liberi e sottoposti a nessun altro potere o vincolo che non siano quelli sanciti della Costituzione repubblicana. Quest’anno ricorre l’80esimo anniversario dell’Assemblea Costituente, frutto del voto a suffragio universale del 2 giugno 1946. La storia, che non consente negazionismi, documenta come e da chi fu preparata, costruita e infine approvata la nostra meravigliosa Carta, che il Presidente Ciampi definì «Bibbia laica». Parteciparono all’Assemblea 556 rappresentanti del libero popolo italiano, tra cui 21 Madri costituenti. Le forze politiche presenti è noto che fossero non solo plurali e diverse ma anche radicalmente conflittuali: si pensi ai democratici cristiani e ai comunisti. I loro contrasti ideologici non impedirono tuttavia di affidarci una Costituzione condivisa e fortemente difesa. Fondamentalmente fu merito dell’apporto dei cattolici, come era stata di grande valore la resistenza cattolica. È ora anche di valorizzare gli studi, oramai storicamente molto ricchi e confermati, sull’apporto di molte centinaia di sacerdoti, religiosi e suore oltre alle migliaia di laici nelle diverse formazioni, senza distinzioni ideologiche.

I cattolici furono protagonisti della rete informativa della Resistenza, indispensabili mediatori per lo scambio di prigionieri. Il debito di sangue pagato da sacerdoti diocesani e religiosi fu alto: tra settembre 1943 e aprile 1945 si ebbero in Italia 425 sacerdoti uccisi (di cui 57 morti in combattimento e 49 nei lager tedeschi), dei quali 191 per mano fascista, 125 per opera dei tedeschi e 109 per mano partigiana. Alcuni sono già stati proclamati beati. Resistettero non per odio ma per amore della libertà e della dignità della persona. I cappellani delle brigate partigiane sono stati insigniti di 17 medaglie d’oro al valor militare, 31 d’argento, 46 di bronzo e 56 croci di guerra. I costituenti, consapevoli che i lavori assembleari risentivano del clima del periodo precedente, forzarono certamente alcune parti della Carta relativi alla distinzione dei poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario – per non dare peso superiore a nessuno dei tre. Ma i tempi cambiano, e furono previdenti nell’introdurre con l’articolo 138 la possibilità – e la metodologia conseguente – per modificarla quando fosse stato necessario intervenire. Si deve così ricorrere al referendum ogni volta che il voto del Parlamento non è stato ampio come richiesto dall’articolo 138. È un messaggio che i costituenti ci hanno lasciato, perché qualora si decidesse di modificare la Costituzione si usi quello stesso metodo costruttivo e inclusivo in grado di rappresentare la maggioranza assoluta degli italiani.

 

Il tempo che stiamo attraversando e la temperie bellica che ci circonda ci richiamano anche un altro articolo fondamentale della Costituzione, impegnativo e significativo, che appartiene alla prima parte, i “Princìpi fondamentali”, a tutela della pace: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo» (articolo 11). Anche rispetto a questa chiara e non manipolabile norma da oltre 75 anni siamo stati inadempienti, paghi della pace che in Europa nonostante tutto è stata garantita. Nonostante tutto, sì: avremmo avuto il tempo per costruire gli Stati Uniti d’Europa. La somma degli eserciti di ciascuno degli Stati europei costa di più e non è efficiente come fossero un unico esercito, la Comunità Europea di Difesa (Ced), sognata da De Gasperi e causa del suo dolore, fu bocciata dalla Francia. Nazionalismo e sovranismo possono appagare ansie di politica interna ma non costruiscono il futuro per le generazioni che seguiranno. Sono forme deleterie di egoismi istituzionali. (…).

I sondaggi segnalano la paura degli italiani per una guerra troppo vicina mentre i carrelli della spesa dimostrano che c’è un risvolto della guerra che, anche senza missili e droni, “bombarda” l’economia di tutte le potenze, piccole e grandi. I poveri e i più vulnerabili diventano sempre più fragili e le istituzioni inadeguate a far fronte ai loro bisogni. Un algoritmo non sarà capace di dimostrare che si può essere floridi, aumentare la ricchezza (e quindi il potere) con commerci di pace e scambi senza armi? Il miglior algoritmo, però, siamo noi che scegliamo con il voto e la partecipazione – doni della democrazia – le classi politiche che ci devono tutelare. La Festa nazionale del 25 Aprile, allora, ci ricorda oggi che è possibile sconfiggere i dispotismi, che negano libertà e uguaglianza dei cittadini. Perché non consegnino loro il proprio destino.

 

(da Avvenire)


giovedì 23 aprile 2026

CATTOLICI IN CINA: L’ALLARME DI HRW


 

Accordo Cina Vaticano ha facilitato repressione cattolici” | Report HRW: “Fedeli e religiosi perseguitati”

Silvana Palazzo Pubblicato 22 Aprile 2026 (sussidiario.net)

Report Human Rights Watch: perché l'accordo Cina Vaticano avrebbe rafforzato la repressione dei cattolici, tra controlli, divieti e persecuzioni

 

CATTOLICI IN CINA: L’ALLARME DI HRW

L’accordo tra Cina e Vaticano sulla nomina dei vescovi, firmato otto anni fa con l’obiettivo di superare una frattura storica, avrebbe prodotto effetti opposti a quelli dichiarati: invece di favorire l’unità, avrebbe avuto un ruolo nell’aumento della repressione dei cattolici nel Paese. È quanto sostiene un recente rapporto di Human Rights Watch, che ha esaminato l’impatto dell’intesa sulla libertà religiosa in Cina. Secondo l’organizzazione, negli ultimi anni Pechino ha intensificato il controllo ideologico e le limitazioni sui circa 12 milioni di cattolici cinesi.

Il rapporto, che si basa su interviste a nove persone con conoscenza della vita religiosa nel Paese, oltre che su documenti ufficiali e articoli della stampa statale, rivela che l’accordo avrebbe creato un sistema che di fatto non lascia alternative ai cattolici “clandestini” se non quella di aderire alla Chiesa ufficiale controllata dallo Stato.

Alcuni intervistati descrivono l’intesa come legittima dal punto di vista formale, d’altra parte starebbe erodendo e svuotando le comunità non riconosciute. Una situazione paradossale, perché quell’accordo era nato per favorire il dialogo e l’unità, invece secondo l’Ong avrebbe reso più difficile la vita dei cattolici cinesi.

 

CHIESE “CLANDESTINE” SOTTO PRESSIONE E IL NODO VESCOVI

Le cosiddette chiese “clandestine” sono quelle rimaste fedeli al Papa e non all’Associazione patriottica, organismo legato al Partito comunista. Proprio queste comunità, secondo Human Rights Watch, sarebbero le più colpite. Il ricercatore Yalkun Uluyol al Foglio spiega che, dopo l’accordo, le autorità cinesi avrebbero aumentato la spinta per costringerle a entrare nella Chiesa ufficiale. Sono denunciate demolizioni di luoghi di culto, detenzioni di sacerdoti e intimidazioni verso i fedeli più anziani, perché l’obiettivo sarebbe quello di concentrare tutte le attività religiose sotto organismi controllati, per monitorare celebrazioni, insegnamenti e partecipazione dei fedeli.

Uno degli effetti dell’accordo riguarda la nomina dei vescovi: le comunità clandestine non possono ricevere nuove guide spirituali indipendenti, per cui con il passare del tempo, e l’invecchiamento dei vescovi già in carica, queste comunità rischiano di restare senza guida. Per Uluyol la Santa Sede non avrebbe esercitato il suo potere di opposizione neanche quando Pechino ha nominato i vescovi, poi approvati dal Papa. La posizione vaticana, espressa negli anni dal cardinale Pietro Parolin, è differente: l’obiettivo dell’accordo è superare la separazione tra comunità e favorire una Chiesa unita, in comunione con il Pontefice.

 

CELEBRAZIONI CONTROLLATE E VESCOVI DETENUTI

Il rapporto descrive anche un progressivo irrigidimento delle condizioni di vita religiosa, non solo per i gruppi clandestini ma anche per la Chiesa ufficiale: c’è l’obbligo di registrazione per partecipare alle funzioni e il divieto di accesso ai minori nelle chiese, i contenuti religiosi sono controllati e sono previsti insegnamenti dei sacerdoti, ma anche sessioni obbligatorie di formazione politica per il clero. Inoltre, nuove norme introdotte nel dicembre scorso obbligherebbero i religiosi a consegnare i documenti di viaggio alle autorità, limitando anche gli spostamenti personali.

Le testimonianze raccolte raccontano di celebrazioni organizzate in orari scomodi per ridurre la partecipazione, canti vietati, finestre oscurate per evitare controlli esterni; in alcuni casi, i fedeli avrebbero simulato eventi privati, come matrimoni, per potersi riunire e pregare. Ci sono poi vescovi detenuti, altri  scomparsi, e fedeli sorvegliati. Anche i sacerdoti rilasciati dopo la detenzione continuerebbero a subire limitazioni, fino a perdere accesso a conti in banca o documenti.

(…..)

UN PROBLEMA PIÙ AMPIO: LA FEDE NEL MIRINO

Secondo Human Rights Watch, la repressione in Cina non riguarda solo i cattolici ma tutte le religioni non pienamente allineate allo Stato, inclusi musulmani, buddisti tibetani e protestanti. Alla base di questa “politica” ci sarebbe anche la diffidenza verso i legami con l’estero: la Chiesa cattolica, in quanto collegata al Vaticano, viene avvertita come un soggetto straniero e quindi sensibile dal punto di vista della sicurezza nazionale. Human Rights Watch sollecita, dunque, il Vaticano a riesaminare l’accordo con la Cina, a chiedere la liberazione dei religiosi detenuti e a fermare le persecuzioni, ma soprattutto, e più in generale, un intervento per garantire la possibilità di professare la propria fede.


mercoledì 15 aprile 2026

Testimonianza di Miriam Hessina sulla visita di Papa Leone in Algeria

 


'Io algerina nata negli anni del terrore e le giornate con papa Leone'

di Miriam Hassina

Il pontefice lascia oggi l'Algeria per raggiungere il Camerun, seconda tappa del suo viaggio apostolico in Africa. La testimonianza di una giovane cresciuta in Italia che ha voluto essere presente ad Algeri per vivere insieme al suo popolo questo storico evento. "Tra la folla tutti dicevano: è un segno di unità tra cristiani e musulmani. Abbiamo visto che i cambiamenti nascono in un modo discreto, ma reale".

 

Algeri (AsiaNews) - Papa Leone XIV si congeda questa mattina da Algeri per partire alla volta del Camerun, seconda tappa del suo viaggio apostolico in Africa. Lo fa dopo due giornate intense che hanno lasciato un segno profondo nel popolo algerino. Lo racconta questa testimonianza inviataci da Miriam Hassina, una giovane di origini algerine cresciuta in Italia, che da MIlano è voluta andare in questi giorni nel Paese delle sue radici per vivere in prima persona tra la gente dell'Algeria l'incontro con il papa.  

 

Due mesi fa, quando una cara amica mi ha detto che il papa avrebbe inaugurato il suo viaggio apostolico in Africa partendo dall’Algeria, ho faticato a crederci. Per chi come me è nato negli anni del cosiddetto “decennio nero”, segnato dal terrorismo degli anni Novanta, l’idea che, trent’anni dopo, un Pontefice sarebbe arrivato ad Algeri aveva qualcosa di impensabile.

Sono nata in Algeria, ma cresciuta a Milano, dove i miei genitori si sono conosciuti e hanno costruito la loro vita. Il Paese delle mie origini è rimasto a lungo una distanza più che un luogo, anche per le difficoltà legate ai visti difficili da ottenere. Questa volta, però, era diverso: la portata dell’evento rendeva difficile restare altrove.

Così ho deciso di partire. Anche solo per tre giorni. Già all’aeroporto ho percepito un’atmosfera insolita, fatta di preparativi e di attesa, simile a quella che precede l’arrivo di un parente da lontano.

Arrivata in città, questa impressione ha trovato conferma. Le strade ripulite, i quartieri sistemati, i racconti entusiasti di chi vive ad Algeri restituivano l’immagine di una città pronta. Non si trattava solo di accogliere una visita istituzionale, ma qualcuno atteso da tempo.

Lungo le principali vie sventolavano chilometri di bandiere della Santa Sede accanto a quelle algerine, un messaggio di unità impossibile da non notare. La sicurezza era capillare, con migliaia di poliziotti e militari presenti: più che tensione, si percepiva il desiderio condiviso che tutto si svolgesse nel migliore dei modi.

Fin dai primi gesti, papa Leone XIV ha segnato il tono della visita. La scelta di recarsi al Maqam Echahid, il monumento ai martiri della guerra d’indipendenza del 1962, è stata letta come un segno di profondo rispetto per la storia del Paese. Ancora più significativo il suo saluto iniziale, “As-salamu alaykum” - la pace sia con voi.

(…)

Salendo verso Notre-Dame d’Afrique, la basilica che domina la città e che ha ospitato l’ultimo appuntamento della giornata, si incontravano gruppi di giovani pellegrini, bagnati ma decisi a raggiungere la meta. Ad attendere il Papa c’erano centinaia di persone: algerini, lavoratori stranieri, studenti provenienti da diversi Paesi africani.

Alla domanda sul perché fossero lì, la risposta ricorreva con sorprendente semplicità: “Questo viaggio è un segno di unità tra cristiani e musulmani”. Parole che, nel contesto algerino, assumono un significato particolare. Il decennio di violenze tra il 1992 e il 2002 ha segnato profondamente il Paese, con migliaia di vittime, musulmane e cristiane, tra cui anche i diciannove martiri beatificati a Orano nel 2018.

Nonostante la pioggia fitta mettesse alla prova chiunque, nessuno sembrava voler andare via. Ognuno aveva una ragione per essere lì: chi era arrivato da una regione lontana dell’Algeria, musulmani invitati da amici e colleghi cristiani, chi semplicemente non voleva perdere un’occasione percepita come storica.

(…)

Ciò che è emerso con più chiarezza è che, in un Paese segnato da una storia complessa come l’Algeria, questa giornata ha lasciato intravedere qualcosa di essenziale: i cambiamenti nascono nel tempo, spesso in modo discreto, ma reale.

Quando sono nata, tutto questo era difficile anche solo da immaginare. Oggi, invece, ne sono stata testimone

(Asianews)


martedì 14 aprile 2026

Il Cardinale Muller sostiene Leone XIV

 


Dichiarazione del Cardinale Muller

 

Nella notte tra domenica e lunedì, Donald Trump ha pubblicato su Truth un lungo e violento attacco contro Papa Leone XIV, definendolo «debole e pessimo nella politica estera» e dichiarando di preferire «di gran lunga» il fratello del Pontefice, Louis, «perché è totalmente MAGA». A quelle parole ha fatto seguito, nel giro di quaranta minuti, la pubblicazione di un'immagine generata dall'intelligenza artificiale in cui Trump appariva con una tunica bianca nell'atto di guarire un malato, circondato da aquile, bandiere e aerei militari - un'immagine poi rimossa dopo la valanga di proteste, ma che ha già lasciato il segno.



Uno scontro che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato impensabile ha preso forma nelle parole durissime del presidente degli Stati Uniti, aprendo una frattura senza precedenti nei rapporti tra Washington e la Santa Sede. Leone XIV non si è lasciato intimidire: sbarcando ad Algeri per il suo viaggio in Africa, ha risposto con fermezza: «Non mi fa paura» e «non voglio aprire un dibattito». «Non sono un politico: smettiamola con le guerre!»



La risposta più articolata e teologicamente tagliente è arrivata però dal cardinale Gerhard Ludwig Müller, già Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, con una dichiarazione rilasciata a kath.net.

 

«Nessun Avignone, nessun antipapa»

Il porporato tedesco ha esordito ribadendo con forza la legittimità e la libertà dell'elezione pontificia: i cardinali, ha scritto, hanno eletto il loro confratello «in piena libertà, e soltanto nella consapevolezza della loro responsabilità davanti a Dio». Una scelta che, secondo Müller, non appartiene agli uomini ma a Dio stesso. E a quella scelta i cardinali hanno risposto con una promessa solenne di obbedienza, fino - ha tenuto a precisare - «al sacrificio della nostra stessa vita».



La risposta alle voci, circolate nei giorni scorsi in ambienti vicini alla Casa Bianca, di un possibile «nuovo Avignone» - ovvero di un tentativo di isolare o delegittimare il papato romano sottoponendolo a pressioni politiche - è stata molto netta: «Un nuovo Avignone, di cui si è parlato in tono minaccioso, non ci sarà». E ancora più netta la condanna per chiunque intendesse strumentalizzare la crisi in chiave scismatica: «Chiunque venga innalzato da qualche potente come antipapa, o si lasci fare tale, è un esecrando traditore dell'opera di Cristo». Parole che pesano come pietre.

 

La responsabilità storica degli Stati Uniti

Il cardinale tedesco non si è però limitato a difendere il Papa. Ha svolto un ragionamento geopolitico di grande profondità, riconoscendo senza ambiguità il ruolo che gli Stati Uniti hanno esercitato e devono esercitare nel mondo: «una democrazia, fondata sui diritti umani fondamentali», dotata di «una particolare responsabilità storica per la pace, la libertà e il benessere dell'umanità». Il ruolo americano nel «contenimento di regimi pericolosi e di dittature mortali per il mondo intero», ha scritto, «non può essere negato».



Ma questa grandezza storica, secondo Müller, comporta anche un vincolo morale. Il diritto internazionale - ha ricordato, richiamando la Scuola di Salamanca e la tradizione tomistica - «non serve a proteggere tiranni e conquistatori, ma i popoli». E l'appeasement, come ha insegnato la storia del Novecento, non paga: «La politica di appeasement verso Hitler si è rivelata una catastrofe e ha presentato il suo conto amaro nella Seconda guerra mondiale».

 

Iran, nucleare e il dilemma morale della guerra

Su uno dei nodi più delicati dello scontro tra Trump e Leone XIV - la guerra in Iran e la minaccia nucleare - Müller ha articolato una posizione che non è né pacifismo assoluto né benedizione delle armi. Il regime iraniano va «additato al mondo intero come un abuso della religione»; la distruzione della capacità nucleare di Stati dittatoriali «non è moralmente illegittima e può perfino essere storicamente necessaria». Eppure, ha aggiunto, «non esistono guerre pulite»: chi agisce sul piano politico e militare «si rende sempre colpevole», perché il fine non giustifica i mezzi. Una sottigliezza morale di cui il dibattito politico americano - e il tono di Trump su Truth - sembra del tutto privo.

 

«Nessuno ha il diritto di criticare il Papa»

Il punto di arrivo della dichiarazione di Müller è il più diretto: «Va detto con chiarezza che nessuno ha il diritto di criticare il Papa quando egli segue fedelmente il mandato ricevuto da Cristo: testimoniare il Vangelo della pace». Il messaggio evangelico, ha concluso, «è al di sopra degli interessi della politica, e Dio è il nostro giudice». E nessun potente - neppure il più potente del mondo - può «strumentalizzare il nome di Dio per i propri interessi». Leone XIV, ha ricordato Müller chiudendo con una nota di speranza, ha aperto il suo pontificato con il saluto biblico che risuona da duemila anni: «La pace sia con voi!». È da lì che bisogna ripartire. Non da Truth Social.

 (da Kat.net, traduzione)

 


 Kard. Müller: „Niemand hat das Recht den Papst zu kritisieren, wenn er treu seinem Auftrag folgt“

vor 4 Stunden in Kommentar, 1 Lesermeinung

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„Vom Heiligen Vater kann niemand etwas anderes erwarten als den Einsatz für den irdischen Frieden unter den Völkern.“ Reaktion auf die Polemik von US-Präsident Trump über Papst Leo XIV. Von Gerhard Ludwig Kardinal Müller

 

 

Vatikan-Washington DC (kath.net) Die Kardinäle haben völlig frei und nur im Bewusstsein ihrer Verantwortung vor Gott denjenigen unter ihren Mitbrüdern zum Papst gewählt, den Gott selbst erwählt und gewollt hat als Nachfolger des Hl. Petrus. Und wir Kardinäle haben Papst Leo XIV. den Gehorsam versprochen und die Bereitschaft erklärt für ihn und die Kirche Christi einzutreten bis zum Einsatz des eigenen Lebens. Ein neues Avignon, wovon drohend die Rede war, wird es nicht geben und wer von irgendeinem Machthaber als Gegenpapst aufgebaut wird oder sich dazu machen lässt, ist ein verdammter Verräter am Werk Christi.

 

Vom Heiligen Vater kann niemand etwas anderes erwarten als den Einsatz für den irdischen Frieden unter den Völkern, der ein Vorschein ist des Friedens aller Menschen in Gott, der uns mit sich und die Völker untereinander in Christus versöhnt hat. Die USA haben als eine politische, wirtschaftliche, technologische und militärische Supermacht eine besondere historische Verantwortung für den Frieden, die Freiheit und das Wohlergehen der Menschheit in unserer globalen Welt. Sie sind eine Demokratie und aufgebaut auf den fundamentalen Menschenrechten. Ihre besondere Rolle auch bei der Eindämmung von gefährlichen Regimen und Diktaturen, die für die ganze Welt lebensgefährlich waren und werden, ist nicht zu leugnen. Das Völkerrecht, das von der Schule von Salamanca im Geiste des hl. Thomas von Aquin auf der Basis des natürlichen Sittengesetzes entwickelt wurde, dient nicht dem Schutz der Tyrannen und Eroberer, sondern den Völkern. Die brutalen Verbrechen gegen das eigene Volk und die anderen Völker müssen unter den gegebenen Umständen auch mit ökonomischen Sanktionen und militärischen Mitteln bekämpft werden. Die Appeasementpolitik gegenüber Hitler hat sich als eine Katastrophe erwiesen und im II. Weltkrieg bitter gerächt. Papst Franziskus hat vor einem III. Weltkrieg gewarnt, der in Raten kommt und in einer Explosion der ganzen Welt enden würde.

 

 

 

Das Iranische Regime muss weltweit gebrandmarkt werden als Missbrauch der Religion, die Gottesverehrung ist, und in welcher Form auch immer niemals zur Rechtfertigung von Morden an Unschuldigen missbraucht werden darf. Es lohnt sich die Regensburger Rede von Papst Benedikt XVI, (2006) nachzulesen und auch Gaudium et spes77-90. Die Zerstörung des Kriegsmaterials von diktatorischen Staaten und vor allem ihrer Fähigkeit Nuklearwaffen einzusetzen, ist moralisch nicht illegitim und kann historisch geboten sein. Hier ist immer das Dilemma, dass die politisch und militärisch Handelnden sich auch schuldig machen, weil es von Natur aus keine sauberen Kriege gibt, besonders dann wenn alle friedlichen Mittel von Verhandlungen ausgeschöpft sind. Wer wollte den Ukrainern das Recht absprechen, sich zu verteidigen, auch wenn sie zu denselben Mittel greifen müssen wie ihre Todfeinde? Ein kaum aufzulösendes moralisches Dilemma!

 

Im konkreten Fall ist aber klar zu sagen, dass niemand das Recht hat den Papst zu kritisieren, wenn er treu seinem Auftrag folgt, den er von Christus erhalten hat, das Evangelium des Friedens zu bezeugen. Die Botschaft Christi steht über den Interessen der Politik und Gott ist unser Richter. Und kein Sterblicher darf sich anmaßen, den Namen Gottes für seine Interessen zu instrumentalisieren. Auch ein guter Zweck heiligt nicht die schlechten Mittel. Wir können nur arbeiten und beten für den Frieden, aber nicht um jeden Preis, sondern für einen gerechten Frieden, auch für das iranische Volk, dass es von einer Terrorherrschaft befreit wird. Und auch das Existenzrecht Israels darf nie in Frage gestellt werden. Aber wir hoffen, dass nicht mehr kriegerische Mittel notwendig sind, weil alle Nachbarn im Nahen Osten friedlich miteinander auskommen wollen. Papst Leo XIV. begann seinen apostolischem Dienst mit dem biblischen Gruß an alle Menschen guten Willens mit den Worten: Der Friede sei mit euch!

 

 



 

 

 

 


sabato 11 aprile 2026

Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

 


VEGLIA DI PREGHIERA

PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE LEONE XIV

 

Basilica di San Pietro

Sabato, 11 aprile 2026

 

Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

 

Cari fratelli e sorelle,

 

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.

 

San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.

 

La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.

 

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).

 

Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!

 

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!

 

Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231).

 

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).

 

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).

 

Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:

 

Signore Gesù,

tu hai vinto la morte senza armi né violenza:

hai dissolto il suo potere con la forza della pace.

Donaci la tua pace,

come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,

come ai discepoli nascosti e spaventati.

Manda il tuo Spirito,

respiro che dà vita, che riconcilia,

che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.

Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,

che col cuore straziato stava sotto la tua croce,

salda nella fede che saresti risorto.

La follia della guerra abbia termine

e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora

sa generare, sa custodire, sa amare la vita.

Ascoltaci, Signore della vita!