lunedì 10 agosto 2026

sabato 8 agosto 2026

Il Meeting e i Papi. Da Giovanni Paolo II a Leone XIV


 

La prima volta di un Papa in Fiera, il rapporto speciale con il cardinale Ratzinger, poi Benedetto XVI, e gli amici di Francesco. L’attesa per la seconda visita di un Pontefice nelle parole di Emilia Guarnieri, storica presidente della kermesse riminese

 

07.08.2026

Emilia Guarnieri

Cofondatrice del Meeting per l’amicizia fra i popoli, di cui è stata presidente dal 1993 al 2020

Don Giussani si inginocchia all’arrivo di Giovanni Paolo II al Meeting nell’estate del 1982. Alla sinistra del Papa, Emilia Guarnieri (©Meeting Rimini)

Don Giussani si inginocchia all’arrivo di Giovanni Paolo II al Meeting nell’estate del 1982. Alla sinistra del Papa, Emilia Guarnieri (©Meeting Rimini)

Fin dall’inizio, la storia del Meeting si è incontrata con i Papi. La prima edizione del Meeting è del 1980, ma l’idea prende forma alla fine dell’estate del 1979, quando era papa Giovanni Paolo II, eletto il 16 ottobre 1978. Noi eravamo un gruppo di amici di Rimini, «appassionati alla vita», come disse don Giussani, con un impeto a rendere presente l’esperienza cristiana incontrata. Quegli anni furono un tempo anche per noi segnato dalla presenza di quel Papa “venuto da lontano”, ma così vicino. Seguivamo i rapporti che crescevano tra lui e don Giussani. E ne eravamo affascinati.

 Già con le prime due edizioni, il Meeting cominciava a essere conosciuto. E i rapporti crescevano. Ma mai avremmo pensato di invitare il Papa al Meeting. Ci pensò lui. Era l’estate del 1982. Giovanni Paolo II doveva recarsi in Polonia, ma le condizioni politiche glielo impedirono. Così decise di venire al Meeting. A metà giugno la notizia, con una telefonata del Vaticano al Vescovo di Rimini. E il 29 agosto, alle 14, il Papa arriva in Fiera. Visita le Mostre, gli stand, incontra i volontari. Giunge poi in salone. Qui l’intervento, i canti, la consegna: «Costruite, senza stancarvi mai, la civiltà della verità e dell’amore». E la risposta a una domanda che gli avevamo rivolto: «Voi, con questo Meeting, date espressione al vostro movimento, cercate di esprimere il carattere proprio, la missione propria della Chiesa, che è sempre una missione storica, benché trascendente, benché divina. È storica, storica del nostro tempo. […] Voi intendete incarnare quest’opera della salvezza, farla presente tra gli uomini».

 Il rapporto con Giovanni Paolo divenne stabile. Il suo messaggio arrivava ogni anno. Nell’estate del ’91 poi alcuni di noi furono invitati a Castelgandolfo per la Messa e la colazione. Fu in quell’occasione che, riconoscendo l’originalità del Meeting, il Papa coniò quella formula «voi fate una cultura di frontiera».

 Quando nell’aprile del 2005 divenne papa il cardinale Ratzinger, Papa Benedetto XVI, il rapporto con lui era già storia più che decennale. Era stato relatore al Meeting del ’90 con un intervento sulla natura della Chiesa dal titolo “Una compagnia sempre riformanda”. Era nato con lui un rapporto stabile. Ogni anno ci riceveva. A tema c’era sempre la successiva edizione del Meeting. E ogni volta il dialogo si concludeva con un invito a partecipare. Una volta cedette. Il titolo metteva a tema la bellezza. Gli piacque in maniera particolare. Ci inviò l’intervento scritto che leggemmo in Auditorium. Era il 2002. Da quando divenne Papa, i colloqui si interruppero, ma non la compagnia che continuò a farci con gli ampi messaggi annuali. Fino a quelle dimissioni del febbraio del 2013.

 Quando incontrammo il cardinale Bergoglio, appena diventato papa Francesco, ci trovammo di fronte a qualcuno che già ci conosceva, che ricordava gli inviti che gli avevamo rivolto quando era cardinale a Buenos Aires. Amici comuni ci legavano. Amici italiani che avevano conosciuto a Buenos Aires padre Pepe di Paola, il prete delle villas miserias, le favelas argentine. Lo invitammo al Meeting e lui ci raccontò della sua missione tra gli immigrati, i tossicodipendenti. Ci parlò di quanto l’arcivescovo Bergoglio condividesse il suo lavoro.

 Padre Pepe venne al Meeting varie volte. Diventammo amici. Dopo il Meeting passava sempre da Roma. Incontrava Papa Francesco. Gli raccontava dal vivo l’esperienza vissuta, l’amicizia con noi. Eravamo sinceramente grati per ogni occasione che ci era data di partecipare a papa Francesco la nostra esperienza. Mentre cercavamo di far nostre quelle preoccupazioni che anche attraverso i suoi ampi messaggi ci indirizzava. Le periferie, il cambiamento d’epoca, il dialogo. Nel 2019 una nostra visita in Egitto al Grande Imam di Al Azhar, Ahmad Al Tayyeb, si svolse alla luce e nel solco dell’incontro di pochi mesi prima tra papa Francesco e Al Thayyeb, con la firma dello storico “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”.

 

Quando l’8 maggio del 2025 è stato eletto papa Robert Francis Prevost, nessuno poteva immaginare che, un anno dopo, un Papa sarebbe tornato al Meeting.

(…)

continua su clonline

giovedì 6 agosto 2026

JULIÁN CARRÓN Non sono quando non ci sei 2014

 


CHE COSA RENDE UNITO L’IO?

«Non sono quando non ci sei», dice una canzone di

Francesco Guccini che dà il titolo a questo nostro incontro

(«Vorrei», parole e musica F. Guccini). Di chi possiamo

dire così? Di chi possiamo dire così ora? Questa

espressione mi ha colpito per due ragioni. La prima è che

io mi rendo conto di che cosa è essenziale per me perché

non sono quando manca, e si vede dal fatto che «resto solo

coi pensieri miei», come continua la canzone di Guccini.

E la seconda ragione è che quella cosa essenziale deve essere

presente ora. Se non è presente ora, io non sono. Mi

sembra che non ci sia un altro criterio per riconoscere l’essenziale

a cui il Papa ci ha richiamato di nuovo nel Messaggio

al Meeting di Rimini, se non questo: una presenza

che mi fa essere; lo riconosco perché quando

manca io non sono, non sono proprio. Si

vede subito che non è prima di tutto un problema

di coerenza, ma di appartenenza a

una presenza senza la quale io non sono.

Ma che cosa ci fa essere? Essere ora, in questa

situazione storica in cui ci troviamo a vivere?

Niente, niente può impedire di rifare

nella vita la stessa esperienza che racconta

Giorgio Gaber nella canzone che abbiamo

ascoltato all’inizio («L’illogica allegria», parole

A. Luporini, musica G. Gaber). Posso essere

«da solo», in qualsiasi posto, «lungo l’autostrada

», a qualsiasi ora, «alle prime luci del

mattino», addirittura sapendo che «tutto va

in rovina», ma «mi può bastare un niente /

forse un piccolo bagliore / un’aria già vissuta

/ un paesaggio [...]. // E sto bene». Basta che

la realtà, qualsiasi frammento di realtà, quasi

un niente, entri nell’orizzonte del nostro io attraverso una

circostanza qualsiasi, per risvegliarlo e rendere possibile

l’esperienza di questo bene. Un bene così sorprendente che

sembra quasi un sogno, che quasi ci viene «vergogna». Ma

una evidenza s’impone: non posso negare che «io sto bene

/ proprio ora, proprio qui / non è mica colpa mia / se mi

capita così». È come se la realtà, un istante prima che possiamo

difenderci da essa, prima di innalzare un muro

contro di essa, riuscisse a penetrare nell’io per renderlo se

stesso, «proprio ora, proprio qui». E mi trovo addosso

una «illogica allegria». Infatti, sembra totalmente sproporzionato

che «un niente / forse un piccolo bagliore /

un’aria già vissuta», possa portare alla vita questa allegria.

«Un’illogica allegria / di cui non so il motivo / non so che

cosa sia», tanto è reale e allo stesso tempo misteriosa. Perché

se non fosse reale, non potrebbe succedere quello che

Gaber dice dopo: «È come se improvvisamente / mi fossi

preso il diritto / di vivere il presente». Qualcosa entra nella

vita e mi rende presente al presente, «proprio ora, proprio

qui». Un niente che mi prende così tanto da rendermi

presente a me stesso. Io sono tutto unito, presente,

quando tu ci sei.

È difficile trovare una canzone che esprima meglio il

senso del capitolo decimo de Il senso religioso. L’io, accorgendosi

della presenza inesorabile della realtà, «risvegliato

nel suo essere», dice don Giussani, «dalla presenza,

dalla attrattiva e dallo stupore [per la realtà], [...]

è reso grato, lieto» (Il senso religioso, Rizzoli, Milano

2010, p. 146) e sta bene.

Chi non desidererebbe questo ogni mattina, ogni istante

del vivere? Un istante di pienezza di cui uno si sorprende,

come tante volte l’abbiamo vissuto anche noi. In quell’esperienza

semplicissima, elementare, a portata di mano

di chiunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi

luogo, in qualsiasi circostanza, lì è tutto

il metodo. Una presenza che mi fa essere.

Nessun mio tentativo è in grado di darmi ciò

che quell’istante mi dà. Non c’è un altro criterio

per riconoscere l’essenziale, se non questo.

Che sia l’essenziale lo si vede perché mi fa

talmente essere che, quando manca, io non

sono, non sono proprio! Appena compare,

sono, e sono contento, sperimento una «illogica

allegria», «proprio ora, proprio qui», che

mi rende capace di vivere il presente.

Quando, invece, questo metodo non prevale,

«che amarezza, amore mio, / veder le

cose come vedo io [non è che cambi il reale,

cambia il modo di vedere le cose] [...]. //

Che delusione [...] / vivere la vita con questo

cuore [tante volte rattrappito] / e non

volere perdere niente» («Amare ancora»,

parole e musica C. Chieffo), vedendo tuttavia che tutto

sfugge tra le mani.

Ma cambiare è facile: «Basterebbe soltanto ritornare

bambini e ricordare... / E ricordare che tutto è dato, che

tutto è nuovo / e liberato».

 

(…)

Assago 2014


Santa Scorese, uccisa per amore a Dio


 

La storia della giovane barese vittima nel 1991 di violenza di genere: non solo una pagina di cronaca nera, ma una possibile testimonianza di fede e martirio cristiano

 

05.08.2026

Roberto Beccaria

«Ho ventitré anni, non posso morire così». Sono le ultime parole di Santa Scorese, pronunciate nel cortile della sua casa di Palo del Colle, provincia di Bari, la sera del 15 marzo 1991. Pochi istanti prima Giuseppe Di Mauro, che da anni la perseguitava, l’aveva colpita con un coltello. Per ben 13 volte. Santa morirà poche ore dopo. Trentacinque anni più tardi quella vicenda non è soltanto una pagina di cronaca nera: la Chiesa la sta rileggendo come una possibile testimonianza di martirio cristiano. Se la causa dovesse concludersi positivamente, Santa Scorese potrebbe essere ricordata come la prima santa uccisa in un contesto riconducibile alla violenza di genere e allo stalking.

 

La storia della Chiesa conosce già figure come santa Maria Goretti, morta accoltellata nel 1902 a soli 11 anni per aver cercato di resistere a una violenza, per difendere la propria purezza. Ma il caso di Santa Scorese presenta caratteristiche nuove: anni di persecuzione, pedinamenti, minacce, lettere anonime, aggressioni ripetute. Oggi quella sequenza ha un nome preciso: stalking.

 

Eppure ridurre la sua vicenda a un simbolo della violenza sulle donne rischia di impoverirla. Perché la sua storia è una storia di fede.

 

Santa, nata a Bari il 6 febbraio 1968, è una ragazza immersa nella vita. Ama il mare, gioca a pallacanestro, ascolta Renato Zero con la sorella, studia prima Medicina e poi Pedagogia, partecipa alla vita ecclesiale con entusiasmo. Dalle pagine del suo diario emerge una giovane che desidera vivere intensamente la propria umanità alla luce del Vangelo. Lunghi tempi di adorazione, familiarità con la Scrittura, un forte legame con la Vergine Maria accompagnano un cammino spirituale che la porta a interrogarsi anche sulla consacrazione religiosa. Per un periodo frequenta le Missionarie dell’Immacolata Padre Kolbe, maturando il desiderio di «essere Maria nel mondo», pur scegliendo poi di non entrare definitivamente nella comunità.

 

È proprio mentre verifica qual è il suo posto nel mondo che irrompe la persecuzione. Giuseppe Di Mauro non accetta di essere rifiutato da lei. La segue ovunque, la controlla, le impone una presenza costante, alternando minacce e intimidazioni. La famiglia comprende il pericolo: il padre, agente di polizia, tenta persino di ottenere una protezione; amici e conoscenti cercano di non lasciarla sola. Ma la sera del 15 marzo 1991 il suo assassino riesce a sorprenderla.

 

Dalle pagine del suo diario emerge una giovane che desidera vivere intensamente la propria umanità alla luce del Vangelo

 

La causa di beatificazione, aperta nell’arcidiocesi di Bari-Bitonto nel 1998, non si limita a verificare le virtù cristiane della giovane, ma approfondisce una domanda decisiva: Santa è stata uccisa in odium fidei, cioè a causa della fede? L’inchiesta diocesana si è conclusa nel 1999; oggi il lavoro prosegue a Roma con la redazione della Positio super martyrio, il dossier destinato al Dicastero delle Cause dei Santi. La postulatrice della fase romana è l’avvocata canonista Franca Maria Lorusso, mentre il relatore è il carmelitano padre Szczepan T. Praskiewicz.

 

È proprio la Lorusso a suggerire la chiave interpretativa più interessante. La morte di Santa, osserva, «non si lascia leggere soltanto come l’esito tragico di una violenza di genere». Il nodo della causa è verificare se l’aggressore abbia colpito, non solo una donna che gli si sottraeva, ma quella libertà che nasceva dalla sua appartenenza a Cristo. La dignità femminile e l’odium fidei non coincidono: la prima descrive il volto umano della vicenda, il secondo, se riconosciuto, ne rappresenterebbe il fondamento teologico.

 

In questo senso Santa Scorese parla con sorprendente attualità. Oggi il dibattito pubblico insiste giustamente sugli strumenti giuridici e culturali per contrastare la violenza di genere. La sua vicenda aggiunge una domanda ulteriore: da dove nasce una libertà che nessuna minaccia riesce a piegare? Per lei la risposta non era un principio astratto, ma una relazione personale con Cristo.

 

Anche la memoria popolare sembra cogliere questa profondità. Nel 2024 è nata l’associazione di promozione sociale Amici di Santa, che promuove incontri, iniziative culturali e momenti di riflessione attorno alla sua figura.

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clonline

mercoledì 5 agosto 2026

Trailer: Orwell 2+2=5


 


Regia di Raoul Peck. Un film Genere Documentario, - USA, 2025, durata 119 minuti. distribuito da I Wonder Pictures. Valutazione: 3 Stelle, sulla base di 3 recensioni.

 

 

A partire dal romanzo "1984" e dal diario del suo autore George Orwell, una riflessione sulla deriva autoritaria della società contemporanea. Il film è stato premiato a National Board, Al Box Office Usa Orwell: 2+2=5 ha incassato nelle prime 4 settimane di programmazione 351 mila dollari e 26,6 mila dollari nel primo weekend.

 

 La straordinaria lucidità del pensiero di Orwell si adatta in maniera incredibilmente consola a decine e decine di materiali video di oggi.

Recensione di Roberto Manassero

lunedì 19 maggio 2025


Nel 1947, gravemente malato di tubercolosi, George Orwell si trasferisce con il figlio nell'isola scozzese di Jura e qui scrive il suo ultimo romanzo: "1984". A partire dalle parole contenute nel diario dello scrittore e da passaggi dello stesso romanzo, il film collega la visione politica di Orwell, la sua naturale avversione per il dispotismo e la sua visione straordinariamente premonitrice sul rapporto fra potere e comunicazione, alla società contemporanea, tra gli scenari di guerra in Ucraina, Palestina e Myanmar, la disinformazione alla base del successo delle forze nazionaliste e la manipolazione della verità e della storia.

 

Diretto dal regista haitiano Raoul Peck (I Am Not Your Negro, Il giovane Karl Marx) e prodotto dal documentarista Premio Oscar Alex Gibney, un viaggio dentro l'opera di uno dei massimi scrittori inglesi del '900, la cui attualità diventa di giorno in giorno sempre più evidente.

 

Usando come guida i tre slogan del partito del Grande Fratello di "1984", «La guerra è pace», «La libertà è schiavitù», «L'ignoranza è forza», il film adatta in maniera incredibilmente consona le immagini del mondo di oggi alle parole di Orwell, e non viceversa, dando così vera sostanza al proprio discorso.

 

L'approccio militante di Peck (da sempre impegnato a far emergere con la sua opera la condizioni di subalternità delle popolazioni più povere e reiette) ricorda quello di Michael Moore (che si vede anche in un rapido passaggio) e illustra tutte le forme più inquietanti di autoritarismo contemporaneo: Putin, Trump, Israele, Orban, la giunta militare in Myanmar (senza dimenticare che proprio Orwell nel 1922 fu parte di un corpo militare britannico di stanza a Burma, all'epoca colonia inglese), la Corea del Nord, la Cina, anche Giorgia Meloni (sbertucciata quando parla inopinatamente della persecuzione dei cristiani come del «più grande genocidio in atto nel mondo»...).

 

A sorreggere il discorso, decine e decine di materiali video che portano da Gaza all'Ucraina, dall'assalto a Capitol Hill dei trumpisti alla lista dei libri banditi nel mondo, dal militarismo del lavoro industriale alla ricchezza senza limiti di quell'1% di multimilionari che affama la Terra... Se i riferimenti sono tanti, con il rischio di mettere troppa carne al fuoco - senza contare che parallela scorre la biografia dello stesso Orwell, di cui si mostrano fotografie di famiglia e si illustrano episodi di vita, dalla Guerra civile in Spagna al lavoro per la BBC durante la guerra, ai continui ricoveri in sanatorio... - è proprio la straordinaria lucidità del pensiero dello scrittore a tenere in piedi il film.

 

Il montaggio tematico delle varie versioni televisive e cinematografiche di "1984" (il primo adattamento della BBC nel 1954; Nel 2000 non sorge il sole di Michael Anderson; 1984 di Michael Redford; Brazil di Terry Gilliam), di "La fattoria degli animali" o di vari altri film (in particolare quelli di Loach: Riff Raff, Terra e libertà, Io, Daniel Blake), fa vivere sullo schermo parole scritte ottant'anni fa eppure così attuali da far temere di avere una valenza universale, quasi mitica.

 

Come dice del resto lo scrittore Milan Kundera in un intervento alla tv francese, il pensiero di Orwell, da visione antipolitica e in odore di qualunquismo, con il tempo si è fatto vero e proprio discorso pubblico sulla condizione della società contemporanea. Lo scrittore di "1984", ad esempio, capì il legame fra la piccola borghesia e il potere coloniale nel segno di una comoda vendetta sociale per i subalterni del capitalismo; intuì l'importanza della manipolazione del passato per influenzare il presente; l'uso delle parole, delle frasi fatte e delle locuzioni per far passare all'opinione pubblica concetti altrimenti inaccettabili; la facilità con cui la comunicazione politica, da strumento di controllo del potere, è diventata essa stessa strumento di potere... E tutto questo in una società in cui i media non avevano ancora preso il controllo del quotidiano.

 

Se un limite 2+2=5 (che prende il titolo da un episodio celebre di "1984", esempio perfetto di alterazione della realtà da parte del Grande Fratello) ce l'ha, è quello di parlare purtroppo a uno spettatore già consapevole di tutto quanto gli viene detto, con il risultato che alla fine del bombardamento di immagini e informazioni ci si ritrova al colmo dell'indignazione o della conferma della propria visione. Tutti gli altri, invece, continueranno a vivere nella beata ignoranza, decisi a pensarla sempre nello stesso modo, anche se - come si sente dire da un sostenitore di Trump - il presidente commettesse un omicidio sulla soglia della Casa bianca... Che fare dunque?

 

martedì 4 agosto 2026

Karl Adam, Gesù il Cristo


 


M.Konrad. Sacerdote della Fraternità San Carlo e teologo

Karl Adam è un pensatore decisamente anti-riduzionista che detesta gli unilateralismi. Descrivendo la vita di Gesù, molti autori insistono sul fatto che Gesù era veramente uomo, mentre altri si danno da fare per esaltare la Sua divinità. Per Adam invece il vero problema consiste nel tener insieme i due aspetti: «Il mistero del Cristo non consiste solo nel fatto che Egli è Dio, ma specialmente in questo, che Egli è “Uomo-Dio”».

 

Quando Karl Adam pubblicò nel 1934 Gesù il Cristo, il libro diventò subito un best-seller e uscì in molte lingue. In Italia venne tradotto a Venegono Inferiore quando Luigi Giussani vi dimorò come seminarista. Giussani stesso conosce bene Adam e lo cita soprattutto per la sua intuizione che non si possa separare la Chiesa da Cristo, né Cristo dalla Sua Chiesa: la Chiesa è la continuazione della vita di Cristo tra noi. Mi sono chiesto quale effetto possa avere avuto la lettura di Gesù il Cristo sul giovane seminarista. Ho trovato, nella descrizione del carattere di Gesù, pagine che fanno subito pensare anche a Giussani; per esempio, quando Adam parla del «fuoco d’una santa passione» per la verità di Gesù. Tale passione virile si accompagna in Gesù allo stesso tempo a un amore «talmente incomparabile e singolare, talmente tenero, materno e pronto al sacrificio, che rimase scolpito per sempre nei ricordi dell’umanità». Per noi è spesso difficile conciliare lo zelo per la verità con l’amore al prossimo. Tanti intervengono in nome della difesa della verità in modo irruento senza guardare in faccia il prossimo con i suoi problemi concreti. Altri, invece, volendo essere misericordiosi, fanno degli sconti sulla verità perché la ritengono disumana e non desiderabile. In Gesù invece queste due passioni trovano il loro punto di unità nel suo rapporto con il Padre, nella sua preghiera che è “il principio vitale della sua esistenza”.

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clonline


domenica 2 agosto 2026

De Wohl: Davide di Gerusalemme


 

Il destino del re in mano a Dio

Il Davide di Gerusalemme di Louis De Wohl è un eroe nel quale identificarsi nel bene e nel male, qui e ora. Nell’eterno presente dell’avventura. La recensione da Tracce di luglio-agosto

 

Andrea Fazioli

Scrittore e giornalista

La Bibbia è anche un romanzo di avventura. Purtroppo di rado apprezziamo la suspense, forse perché siamo abituati a vedere le parole del libro sacro attraverso un velo di riverenza. Per questo è utile leggere Davide di Gerusalemme. È come se il romanzo biblico fosse una gamba ingessata e costretta all’immobilità: tolto il gesso, riscopriamo il movimento plastico e dinamico della pura narrazione.

 

Al di là degli episodi più noti, mi colpisce la prima parte del percorso di Davide: in esilio tra deserti, boschi e caverne, la sua figura è quella di un rivoluzionario. In effetti la Bibbia dice che Davide diventò il capo di «quanti erano nei guai, quelli che avevano debiti e tutti gli scontenti» (1Sam 22,2) e che poi «andò a dimorare nel deserto in luoghi impervi, in zona montuosa, nel deserto di Zif» (1Sam 23,14). De Wohl coglie lo spunto con la maestria di un vero affabulatore, precisando che Davide conosceva bene il deserto e che «sapeva dove trovare le sorgenti e il riparo di una grotta». È proprio da questo deserto, che si trova nell’estremità meridionale di Giuda, vicino al Mar Morto, che Davide comincerà la sua ascesa al regno, fatta di agguati, battaglie, scene madri, colpi di scena, duelli, momenti di tensione narrativa.

 

Il miracolo accade quando, leggendo, ci dimentichiamo di avere già sentito queste storie. Ecco Davide e Abisài che strisciano fra le sentinelle addormentate, penetrano nella tenda del re Saul, che ha giurato la morte di Davide. Il grande Saul dorme, è vulnerabile… è perduto. «Ora gli trapasso il cuore con la sua stessa lancia», esclama Abisài. Ma Davide gli trattiene il polso. «Mai», dice fra i denti. E Abisài non comprende: «Ma… allora perché siamo qui?». Davide non parla, agisce: sa che un nemico risparmiato vale più di un nemico ucciso e che la forza maggiore è quella che non esercita il suo potere. I due prendono la lancia e di soppiatto escono dall’accampamento. Sapevo già come finiva questo episodio eppure, nel momento in cui l’ho riletto, per un attimo anch’io come Abisài mi sono chiesto: ma che fa, ma che vuole questo Davide?

(...) clonline 


venerdì 31 luglio 2026

Quel sorriso che ha conquistato il mondo


 

La storia di suor Cecilia María, carmelitana argentina morta a 42 anni nel 2016 e di cui è in corso la causa di canonizzazione. E di un’immagine che, dieci anni dopo, continua a interrogare credenti e no, scattata pochi istanti prima dell’ultimo respiro

 

29.07.2026

Roberto Beccaria (clonline)

Ci sono fotografie che raccontano un avvenimento. E poi ce ne sono altre che continuano a generare domande. Quella che vedete qui sopra appartiene a entrambe le categorie e spiega perché, a distanza di dieci anni, continua a circolare, virale, sul web. L’immagine ritrae una giovane carmelitana argentina, suor Cecilia María, distesa in un letto d’ospedale. Ha il volto scavato dalla malattia, un tumore alla base della lingua che pochi istanti dopo lo scatto la porterà alla morte, a soli 43 anni. Eppure lei sorride. Non è un sorriso costruito, né un gesto di coraggio esibito. È il sorriso disarmante di chi sembra abitare già in un luogo diverso da quello che tutti vedono.

Quell’immagine risale al 23 giugno 2016 e ha già percorso il mondo in lungo e in largo più volte. Migliaia, poi milioni di persone l’hanno condivisa sui social, tanto che suor Cecilia María del Volto Santo è diventata, quasi suo malgrado, «la suora del sorriso». Oggi, mentre la Chiesa ha avviato la sua causa di beatificazione, quella fotografia continua a interrogare credenti e non credenti. Non perché racconti una morte edificante, ma perché sembra custodire un segreto. E la risposta non si trova nell’ultimo istante della sua vita, come se fosse un fatto eccezionale, ma nel cammino che l’ha preparato. Come accade per ogni santo.

Cecilia Sánchez Sorondo nasce nel 1973 a San Martín de los Andes, ai piedi della Cordigliera. È la seconda di dieci figli. La vocazione arriva tra i banchi del liceo, grazie a un insegnante che le fa scoprire santa Teresa d’Avila. Ma non è una chiamata lineare: negli anni successivi a quel primo pensiero, Cecilia cambia università, entra in un Carmelo, ne esce dopo pochi mesi, attraversa dubbi, incertezze e attese. Quando intuisce che il Signore la vuole nel monastero di Santa Fe, le viene chiesto di aspettare ancora: prima dovrà conseguire il diploma da infermiera. Obbedisce. Solo nel dicembre 1997 entra finalmente e definitivamente nel Carmelo, dove emetterà la professione solenne sei anni più tardi.

Chi l’ha conosciuta racconta che era una donna piena di vita, appassionata di musica, tenace e dal carattere non facile. Non la santità levigata che spesso immaginiamo, ma una persona continuamente alle prese con il proprio temperamento. Nei suoi scritti ritorna spesso la lotta contro l’orgoglio, l’impazienza, il desiderio di fare a modo proprio. La sua grande scoperta non è stata quella di diventare finalmente perfetta, ma di lasciarsi amare proprio dentro quella fragilità. Non è un caso che arriverà a scrivere che Gesù le ha insegnato ad accogliere con tenerezza i propri limiti: «Ho trovato Cristo nella mia debolezza».

Per questo, quando nel dicembre 2015 le viene diagnosticato il tumore, le sue prime parole sorprendono perfino le consorelle: «Il Signore ha scelto per me e io ho detto: Fiat». Non è rassegnazione. È il frutto di un esercizio quotidiano di fiducia, di fede. E pochi giorni dopo la terribile diagnosi aggiunge: «Chiedo a Gesù di trasformarmi in un vero piccolo agnellino, affinché io possa essere come Lui: obbediente fino alla morte». La malattia diventa così il luogo in cui tutto ciò che aveva imparato, vissuto e incontrato negli anni prende definitivamente corpo.

Seguono sei mesi durissimi. Radioterapia, chemioterapia, interventi chirurgici. Suor Cecilia María presto non può quasi più parlare, né mangiare. Ma non vuole rinunciare alla messa quotidiana e a ricevere l’Eucarestia. Per accontentarla, il cappellano gliela amministra sotto la specie del vino consacrato, con un contagocce. E le sue consorelle per prime rimangono colpite non tanto dalla sua capacità di sopportare il dolore, quanto dalla serenità con cui continua a guardare gli altri. Le sue sofferenze le offre «per l’unità dei cristiani, del Carmelo e perché tutta la Chiesa sia culla di verità, tenerezza e misericordia».

È qui che il suo sorriso smette di essere un fenomeno che semplicemente colpisce e incuriosisce e diventa una vera e propria provocazione. Perché noi siamo spesso abituati a pensare che la gioia sia la ricompensa di una vita riuscita, di un corpo sano, di un progetto realizzato. Mentre suor Cecilia María racconta l’esatto contrario. La sua gioia cresce mentre tutto, umanamente, si restringe. Non diminuisce il dolore, cambia il luogo da cui lei lo guarda.

 

«Bisogna essere umani fino in fondo per incontrare Cristo»

 

Un giorno, ormai del tutto incapace di parlare, scrive sul quaderno una frase destinata a diventare il suo testamento spirituale: «Bisogna essere umani fino in fondo per incontrare Cristo». La priora le chiede che cosa significhi. Lei risponde con semplicità: «Cadere e rialzarmi, accettando la mia povertà». È una definizione della santità lontanissima da ogni perfezionismo morale. Essere santi, sembra dire, non significa non cadere mai, ma smettere di difendersi dalla propria debolezza e lasciare che sia proprio lì a manifestarsi la presenza di Dio.

Forse è questo il motivo per cui quella fotografia di una suora pressoché sconosciuta, sorridente sebbene in fin di vita, continua a circolare anche tra non credenti. In un tempo, il nostro, che vorrebbe cancellare la malattia, nascondere la vecchiaia e che considera la dipendenza una sconfitta, il volto di questa giovane carmelitana racconta ancora una volta che la dignità dell’uomo non coincide con la sua efficienza. Perché il sorriso di suor Cecilia María non nasce dalla sua forza di volontà, ma dalla scoperta che nessuna fragilità è abbastanza profonda da impedire a Cristo di raggiungere una persona. Come ha lasciato scritto durante la sua breve vita e come si può leggere sul sito (hermanaceciliamaria.org) che racconta la sua storia, anche attraverso le foto, e raccoglie le testimonianze di chi ha già ricevuto grazie per sua intercessione.

(...)

È la domanda che continua a porre quella fotografia. Ed è probabilmente il motivo per cui, a quasi dieci anni dalla sua morte, milioni di persone continuano a fermarsi davanti a quel sorriso. Forse per cercare di capire che cosa - o meglio, Chi - possa rendere così lieta una persona mentre tutto, agli occhi di chi rimane, sembra esserle tolto.

 


venerdì 24 luglio 2026


video a cura dell'editore Laterza

https://youtu.be/xqk6mNKp4v4?si=05stVxWE3xhjzLQU

https://youtu.be/xqk6mNKp4v4

Houellebecq: «C’è in gioco il destino della nostra civiltà»


 

Lo scrittore francese, laico e spesso provocatorio, è intervenuto con un saggio contro la legalizzazione dell’eutanasia nel suo Paese: «È la modernità che distrugge sé stessa sotto i nostri occhi»

 

24.07.2026

Maria Acqua Simi

Anche Michel Houellebecq, poco prima del voto dell’Assemblea nazionale francese, era entrato nel dibattito sul fine vita. Lo scrittore francese, laico e spesso provocatorio, ha scelto di intervenire contro la legalizzazione dell’eutanasia in Francia con un saggio dal titolo eloquente: L’eutanasia dell’Occidente, pubblicato su UnHerd e Le Figaro. Non si tratta di un testo confessionale o di una riflessione bioetica in senso stretto, ma di un j’accuse contro quella che considera la deriva culturale di una civiltà che, nel momento in cui autorizza l’uomo a procurarsi la morte, finisce per desiderare inconsapevolmente anche la propria.

 

«Da diversi anni combatto contro l’eutanasia, mentre cresce in me la convinzione di combattere una battaglia già persa». Eppure non smette di farlo. Per Houellebecq il problema non riguarda soltanto il fine vita, ma il destino dell’intera civiltà occidentale. Richiamando la celebre battuta attribuita a Gandhi – «Che cosa pensa della civiltà occidentale? Credo che sarebbe un’ottima idea» – osserva che oggi parlare di “civiltà occidentale” significa «nascondersi dietro una parola altisonante». La sua diagnosi è drastica: «In fondo lo sappiamo tutti, anche se è difficile ammetterlo: la partita è finita».

 

La crisi, però, non coincide semplicemente con il tramonto del cristianesimo. Nemmeno le società asiatiche più avanzate sembrano sfuggire allo stesso destino: il crollo demografico di Giappone, Corea del Sud e Cina è il segno che «è la modernità stessa, nel suo complesso, a distruggere sé stessa sotto i nostri occhi». L’eutanasia diventa così il simbolo di una civiltà che non riesce più a desiderare la vita. Citando Yeats – «Le cose crollano; il centro non regge» – descrive un’Europa in cui gli argini cadono uno dopo l’altro e dove, una volta introdotta l’eutanasia, le condizioni per accedervi tendono progressivamente ad ampliarsi.

 

Per Houellebecq il problema non riguarda soltanto il fine vita. L’eutanasia è diventata il simbolo di una civiltà che non riesce più a desiderare la vita

 

Il cuore del saggio è però la critica all’argomento più utilizzato dai sostenitori dell’eutanasia e cioè quello di garantire una morta dignitosa. «Tutti gli argomenti – scrive – si riducono a uno solo: la dignità. Ma questa parola è stata usata così tante volte e in modo così perverso che è ormai difficile comprenderne il significato». Secondo Houellebecq, infatti, l’idea contemporanea di dignità coincide ormai con l’autosufficienza. La frase ricorrente – «Non avrebbe sopportato di ridursi a un vegetale» – rivela a suo dire una concezione utilitaristica dell’essere umano. Con una delle sue tipiche provocazioni osserva: «L’affermazione sarebbe più convincente se potesse essere completata così: “Avrebbe odiato ridursi a un vegetale, avrebbe preferito essere un cadavere”».

 

Dietro questa retorica si nasconde un’antropologia nella quale il valore della persona oggi dipende dalle sue prestazioni: bisogna essere produttivi, autonomi, capaci di comunicare. Chi non riesce più a farlo perde progressivamente la propria dignità sociale, in contrasto perfino con Kant, che aveva affermato che l’uomo deve essere sempre trattato «come un fine e mai semplicemente come un mezzo».

 

Per secoli la dignità derivava semplicemente dall’essere uomini; oggi, invece, «la dignità è diventata qualcosa che si consuma progressivamente dentro di noi; la nostra vita è vista come un processo di deterioramento e siamo costretti a giustificare la nostra esistenza in ogni momento».

 

Per secoli la dignità derivava semplicemente dall’essere uomini; oggi, invece, «la dignità è diventata qualcosa che si consuma progressivamente dentro di noi

 

Da qui una delle intuizioni più originali del saggio: il nichilismo non ha più il volto cupo immaginato da Nietzsche o Dostoevskij, ma uno rassicurante e seducente. Emblematica è, per Houellebecq, la campagna pubblicitaria All Is Beauty del marchio canadese Simons, che raccontava l’eutanasia come un’esperienza di armonia e bellezza. «Non è oscuro né tenebroso. È colorato, perfino allegro», scrive, denunciando una cultura che rende desiderabile la morte.

 

Richiamando poi il caso di Vincent Lambert (un infermiere francese il cui drammatico conflitto familiare sul diritto a vivere o morire divenne un caso nazionale nel 2019), racconta anche l’episodio di una donna rimasta in silenzio per decenni che durante una visita inattesa ricominciò improvvisamente a parlare. Il medico, stupito, le spiegò che per anni aveva cercato invano di stabilire un contatto con lei. La donna rispose: «Quello che avevate da dirmi non era poi così interessante». Da questo aneddoto il grande intellettuale trae una conclusione semplice: il silenzio non equivale necessariamente all’assenza di vita interiore e «ridurre lo spirito umano alla sola capacità di comunicare oralmente è, semplicemente, una sciocchezza».

 

La riflessione si allarga poi alla società tutta: il continuo richiamo alla dignità, chiosa l’intellettuale, finisce per trasformarsi nell’obbligo di non pesare sugli altri. Così «gli altri finiscono per convincersi che non provi quasi più nulla e possono tranquillamente tornare ai propri affari». Ancora: «Alla fine, la dignità ha una sola funzione. Legittima la pratica costante del più perfetto egoismo».

(…)

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martedì 21 luglio 2026

Rémi Brague. «La grande menzogna sul fine vita»


 

Parla il grande intellettuale cattolico dopo il voto francese sul suicidio assistito: «L’Europa ha fatto dell’autonomia un assoluto. Ma la vita non è un diritto da esercitare, piuttosto un dono da accogliere»

 

Maria Acqua Simi

Il 15 luglio scorso l’Assemblea nazionale francese ha approvato una legge sul fine vita che apre per la prima volta in Francia alla possibilità del suicidio assistito. Ne abbiamo parlato con Rémi Brague. Nato a Parigi nel 1947, sposato, quattro figli, è storico del pensiero, professore emerito di Filosofia medievale e araba alla Sorbona, già titolare della cattedra Guardini di Scienza e Storia delle religioni all’Università di Monaco e vincitore del premio Ratzinger per la Teologia nel 2012.

 

Lei ha scritto che le leggi non sono mai moralmente neutrali, ma educano una società. Che cosa dice della nostra civiltà una legge che riconosce l’aiuto a morire come risposta alla sofferenza?

 

La legge è stata votata, ma deve ancora passare davanti al Consiglio costituzionale, investito della questione – fatto eccezionale – sia dal Primo ministro sia dal presidente del Senato. Non mi faccio molte illusioni. Gli interessi economici in gioco sono giganteschi: le cure palliative costano molto più di un’iniezione. Non c’è da stupirsi che le mutue si siano pronunciate a favore dell’eutanasia. Ciò che mi disgusta è che ci venga promesso che tutto sarà “regolamentato” dalla legge. Come se i limiti che ci erano stati promessi per l’aborto (“ci sarà un necessario periodo di riflessione”) e poi per il “matrimonio” omosessuale (niente adozioni, ecc.) non fossero saltati nel giro di poco tempo. Del resto, alcuni sostenitori di questi “progressi” hanno ammesso apertamente di aver semplicemente mentito su questi punti. Ora dicono che sul tema del fine vita si lascerà agli operatori sanitari la “clausola di coscienza”. Benissimo. Ma i media sapranno presto far leva sulle emozioni e dipingere medici e infermieri che rifiutano di praticare l’iniezione liberatrice come carnefici sadici. Promulgare una legge significa molto più che tollerare una pratica in casi eccezionali, perché spesso la gente confonde ciò che la legge permette con ciò che la morale approva. Alcuni oggi arrivano addirittura a dire: «Il bene è ciò che dice la legge». Era l’argomento degli imputati al processo di Norimberga. Una civiltà che riconosce l’aiuto a morire lo fa perché rinuncia alla vita, rinuncia a curare, ad accompagnare il malato fino alla fine. Merita ancora l’appellativo di «civiltà»?

 

A proposito di civiltà: lei ha sostenuto che la civiltà europea nasce dall’idea che l’uomo riceve la propria esistenza come un dono prima ancora che come una scelta. Se oggi, al contrario, prevale l’idea secondo cui è l’uomo a decidere quando una vita meriti di essere vissuta e quando possa essere interrotta, che cosa resta di questa eredità?

 

Che la vita sia ricevuta senza che la si possa scegliere è un’evidenza antropologica, anzi biologica. Nessuno ha mai scelto di nascere. Che essa ci sia donata da un principio benevolo, la Natura o il Creatore, e non semplicemente imposta da “quel bruto o quel mascalzone che ha fatto il mondo” come diceva il poeta Alfred Housman, è un atto di fede. Senza di esso, come ha scritto Lévinas in Totalità e infinito, «la nascita non scelta e impossibile da scegliere è il grande dramma del pensiero contemporaneo».

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lunedì 20 luglio 2026

venerdì 17 luglio 2026

Fine vita, la preoccupazione della Chiesa in Francia

 


Fine vita, la preoccupazione della Chiesa in Francia


Il duro comunicato della Conferenza episcopale francese, firmato dal suo presidente cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia, e dai suoi vice, dopo l’approvazione alla Camera della legge sul diritto al suicidio assistito. E l’intervista di Vatican News al portavoce della Cef, Mathieu Rougé, pastore di Nanterre

 

17.07.2026

Jean-Charles Putzolu

L’aula dell’Assemblea Nazionale, la camera bassa del Parlamento francese (©Ansa/Telmo Pinto/SOPA Images via ZUMA Press Wire)

Ha espresso rammarico la Chiesa in Francia, ieri sera, mercoledì 15 luglio, dopo l’approvazione definitiva da parte dell’Assemblea Nazionale della legge sul diritto al suicidio assistito. Rammarico per una scelta che rompe la lunga tradizione di cura e la vocazione ad alleviare la sofferenza e accompagnare ogni persona fino alla fine naturale della sua esistenza. I vescovi hanno ricordato la loro partecipazione al dialogo sul tema nel dibattito degli ultimi quattro anni, sottolineando la secolare esperienza della Chiesa nell’accompagnare i malati e le loro famiglie. Secondo i presuli, gli effetti di tale legislazione modificheranno il rapporto con la vulnerabilità, la vecchiaia, la disabilità e la malattia. Tuttavia l’episcopato francese non si arrende: “La storia non è finita”, affermano. “Rimangono aperte numerose vie legali”, spiega ai media vaticani il vescovo Mathieu Rougé, pastore di Nanterre e portavoce della Conferenza Episcopale francese (CEF) sulle questioni del fine vita.

 

Eccellenza, riguardo alla clausola di coscienza prevista dalla nuova legge, come funziona per le istituzioni cattoliche?

 

La legge, così come approvata, include una clausola di obiezione di coscienza per i medici. Tuttavia, è deplorevole che non includa una clausola di obiezione di coscienza per i farmacisti che, nei casi di suicidio assistito a domicilio, saranno costretti a fungere da depositari della sostanza letale. D’altra parte l’aspetto più preoccupante, al di là del semplice fatto di autorizzare il suicidio assistito, è che le istituzioni - il cui statuto etico o la cui storia religiosa condannano la pratica dell’eutanasia - saranno obbligate a fornirla. Questa non è una clausola di obiezione di coscienza perché la coscienza è una questione personale. È un requisito istituzionale...

 

Continua a leggere l’intervista su Vatican News

 

 

IL COMUNICATO DELLA CONFERENZA EPISCOPALE FRANCESE

 

Approvata la legge sul fine vita: di fronte a una scelta che segna una rottura con il passato, rinnoviamo il nostro impegno al servizio della vita

 

Il 15 luglio 2026 segna una svolta profonda nella storia del nostro Paese. Scegliendo di legalizzare l'eutanasia e il suicidio assistito, il legislatore ha sancito nell'ordinamento francese la possibilità di provocare la morte. Tale scelta rompe con la tradizione di cura di lunga data, la cui vocazione è alleviare la sofferenza e accompagnare ogni persona fino alla fine naturale della propria vita.

 

Negli ultimi quattro anni, insieme ai vescovi di Francia, abbiamo partecipato con serietà e responsabilità al dibattito sul fine vita, esprimendo le nostre convinzioni e dialogando con tutte le parti in causa. Forti dell'esperienza secolare della Chiesa nell'assistenza ai malati, ai morenti e alle loro famiglie, abbiamo ritenuto fondamentale condividere le nostre riflessioni sulla dignità di ogni vita umana. Il Presidente della Repubblica aveva promesso un dibattito sereno, informato e rispettoso; tuttavia, è evidente che interessi politici, ideologici e — senza dubbio — economici, celati dietro un linguaggio ingannevole, hanno vanificato tale intento. Una questione così vitale per il nostro patto sociale avrebbe meritato una piena valutazione delle conseguenze umane, mediche, etiche e sociali dell'eutanasia e del suicidio assistito.

 

Non è ancora possibile misurare l'impatto complessivo di tale normativa, sebbene se ne delineino già i contorni. Il nostro rapporto con la vulnerabilità, la vecchiaia, la disabilità e la malattia cambierà. I legami di fiducia tra le generazioni — così come quelli tra operatori sanitari, pazienti e famiglie — verranno erosi e la percezione sociale della fragilità ne risulterà distorta. È probabile che a pagarne il prezzo più alto siano i più poveri: gli anziani in condizioni di precarietà, non volendo essere un peso per figli o nipoti, potrebbero sentirsi spinti a porre fine alla propria vita. Inoltre, l'esperienza di altri Paesi dimostra che i criteri di accesso alla morte assistita tendono inevitabilmente ad ampliarsi, a scapito delle cure palliative.

 

Al di là della semplice disapprovazione, questo voto del 15 luglio ci chiama a un rinnovato impegno – accanto a famiglie, operatori sanitari, volontari, caregiver informali, associazioni e cappellani – per testimoniare che un’altra strada è possibile: una strada fatta di presenza costante e cura premurosa che allevia la sofferenza fisica o psicologica, senza mai abbandonare nessuno.

 

La Conferenza Episcopale di Francia esprime la propria profonda gratitudine a tutti coloro che, giorno dopo giorno, si dedicano ai malati, alle persone con disabilità, agli anziani e a chi si trova nella fase finale della vita. Incoraggia inoltre le istituzioni sanitarie cattoliche a rendere fedele testimonianza all'impegno etico fondamentale di rispettare i valori umani essenziali, astenendosi da azioni chiaramente illecite sul piano morale, in riconoscimento della dignità di ogni vita umana.

 

Infine, la Conferenza seguirà con attenzione i ricorsi annunciati presso il Consiglio Costituzionale, così come i contributi delle associazioni, per garantire il rispetto degli standard etici, in particolare nelle strutture dedicate alle cure di fine vita che escludono il ricorso all'eutanasia o al suicidio assistito.

 

I cattolici in Francia continueranno, insieme a tanti altri uomini e donne di buona volontà – credenti e non – a servire la vita. Lo faranno animati dalla ferma speranza offerta dal Vangelo, senza rassegnazione né spirito di scontro, convinti che la grandezza di una società non risieda nell'infliggere la morte ai più vulnerabili o nel permettere loro di togliersi la vita, bensì nell'accompagnarli fino alla fine attraverso una fraternità autentica. Poiché il Cristo in cui credono è venuto affinché il mondo abbia la vita.

 

cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia, presidente della Conferenza episcopale francese

arcivescovo Vincenzo Jordy di Tours, vicepresidente della Conferenza episcopale francese

vescovo Benoît Bertrand di Pontoise, vicepresidente della Conferenza episcopale francese

 

Leggi il comunicato della Cef in francese


lunedì 13 luglio 2026

Javier Prades ofrece en ‘El Debate’ claves de lectura de Magnifica humanitas


 

Javier Prades ofrece en ‘El Debate’ claves de lectura de Magnifica humanitas, la primera encíclica de León XIV sobre inteligencia artificial y dignidad humana

 

El Papa León XIV ha publicado su primera carta encíclica, Magnifica humanitas, dedicada a “la custodia de la persona humana en el tiempo de la inteligencia artificial”. El documento, firmado el 15 de mayo de 2026, coincide simbólicamente con el 135.º aniversario de la promulgación de Rerum novarum, la gran encíclica social de León XIII, publicada en 1891 ante los desafíos de la revolución industrial. Con este gesto, León XIV sitúa su pontificado en continuidad con una de las grandes intuiciones de la Doctrina social de la Iglesia: la necesidad de iluminar, desde el Evangelio y la dignidad humana, las transformaciones históricas que afectan profundamente a la vida de las personas y de los pueblos. Si León XIII dirigió su mirada a las “cosas nuevas” de la cuestión obrera, León XIV contempla ahora otra gran transformación: el desarrollo acelerado de la inteligencia artificial, con sus posibilidades, riesgos y consecuencias sociales, culturales, políticas y morales.

 

La encíclica fue presentada públicamente el 25 de mayo en el Aula del Sínodo. Según la información difundida por medios vaticanos, el propio Papa explicó entonces el sentido y el origen del documento, subrayando que la inteligencia artificial “influye en la vida, moldea las decisiones y cambia la forma de combatir la guerra”. Por ello, el Pontífice lanzó un llamamiento universal a “desarmar la IA”, liberándola “de lógicas que la transforman en instrumento de dominio, exclusión o muerte”.

Auqui l’articulo completo:

 

https://www.eldebate.com/religion/20260527/algunas-claves-lectura-nueva-enciclica_422104.html

 

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Jerte, 10 - 28005 Madrid

 

 


lunedì 22 giugno 2026

Leone XIV: “I conflitti vengono alimentati più facilmente di quanto le persone vengano nutrite”

 



Il Papa, visitando la sede della Pam di Roma, ha chiesto un rilancio del multilateralismo per garantire cibo, dignità e sviluppo ai più vulnerabili

redazione

22 Giugno 2026

La lotta contro la fame non può limitarsi alla gestione delle emergenze, ma deve affrontare le cause profonde che alimentano disuguaglianze, conflitti e povertà. È il cuore del messaggio che Papa Leone XIV ha rivolto al Programma alimentare mondiale (Pam), nella sede romana dell’agenzia delle Nazioni Unite. Il Pontefice ha denunciato la frammentazione dell’ordine internazionale, l’indebolimento del sistema multilaterale e il rischio che la solidarietà venga soffocata dalla burocrazia e da logiche economiche e strategiche. In un contesto segnato da guerre, insicurezza alimentare e vulnerabilità climatica, il Papa ha ribadito che la persona deve tornare al centro dell’azione politica internazionale. Da qui l’appello ai governi, alle istituzioni e alla società civile a rafforzare la cooperazione globale, aumentare le risorse destinate alla lotta contro la fame e rimuovere ogni ostacolo che impedisca agli aiuti di raggiungere le popolazioni più fragili.

 

Le parole del Santo Padre

“Affrontare la fame e la malnutrizione, nonché contrastare le cause strutturali che le alimentano”. È il primo appello del Papa al Pam (Programma alimentare mondiale), nel discorso pronunciato, in inglese, nella sede romana dell’organismo delle Nazioni Unite. “L’impegno della vostra istituzione risuona profondamente con la missione della Chiesa cattolica di difendere la dignità umana e promuovere la fraternità, radicata nell’invito evangelico ad amare il prossimo”, l’omaggio di Leone XIV, secondo il quale “oggi, le crisi si sono evolute da eventi isolati in realtà persistenti, caratterizzate da conflitti prolungati, insicurezza alimentare cronica, volatilità economica e crescente vulnerabilità climatica”. “Quale configurazione dell’ordine globale è in grado di produrre, riprodurre e, a volte, normalizzare tali condizioni?”, la domanda da porsi: il problema, per il Pontefice, “non si limita più a come intervenire; si estende piuttosto alla comprensione del perché il sistema produca costantemente gli stessi problemi che è poi costretto a correggere”.

 

La preoccupazione

“L’ordine internazionale si è progressivamente frammentato, in parte a causa della crisi del sistema multilaterale”. “Le istituzioni create per salvaguardare il concetto di un futuro comune per tutti i popoli e di un bene comune globale sembrano essersi indebolite”, ha ribadito Leone XIV sulla scorta della sua prima enciclica: “In assenza di un orizzonte etico condiviso, capace di sostenere un’autentica cooperazione, il sistema internazionale si è spostato dal multilateralismo verso un multipolarismo disordinato e conflittuale, caratterizzato da un diffuso senso di sfiducia”. Di conseguenza, “gli Stati hanno destinato sempre più risorse alla sicurezza nazionale, alla crescita economica e alla stabilità interna, trascurando lo stretto legame tra queste tematiche e la cooperazione multilaterale”. Secondo Leone, “questa tendenza rivela un paradosso evidente: una capacità produttiva globale senza precedenti coesiste con zone di estrema vulnerabilità in espansione. Le stesse forze che guidano la crescita economica spesso esacerbano l’esclusione e l’emarginazione”.

 

Alleviare la sofferenza

“Sebbene alleviare la sofferenza umana sia ampiamente riconosciuto come essenziale in linea di principio, le questioni umanitarie rischiano sempre più di essere relegate a un ruolo secondario tra le priorità internazionali”. Il Santo Padre ha poi denunciato il “divario tra il riconoscimento in linea di principio e la definizione delle priorità nella pratica” che danno luogo “alla progressiva burocratizzazione della solidarietà, parallelamente alla tacita mercificazione della vita umana”. “Da un lato, l’azione umanitaria è sempre più appesantita da procedure burocratiche che possono ritardare l’assistenza a chi ne ha bisogno”, l’analisi di Leone XIV: “Dall’altro, l’accesso ai beni essenziali, compreso il cibo, è troppo spesso influenzato da considerazioni economiche o strategiche. Di conseguenza, coloro che non generano un valore quantificabile rischiano di diventare invisibili”.

 

La complessità delle decisioni politiche

“La persona umana non è più costantemente posta al centro dell’azione internazionale”. È questa, per il Papa, la “sfida etica da raccogliere”. “Mentre le forme di aiuto e i progetti di sviluppo sono ostacolati da decisioni politiche complesse e incomprensibili, visioni ideologiche distorte e barriere doganali invalicabili, gli armamenti non lo sono”. Di fatto, ha osservato, “i conflitti vengono alimentati più facilmente di quanto le persone vengano nutrite”. “Questa realtà riflette non solo carenze operative, ma anche un fondamentale squilibrio nelle priorità politiche e morali”, il monito del Pontefice, secondo il quale “le conseguenze si estendono ben oltre coloro che ne sono direttamente colpiti”.

 

I rischi

“La fame, oltre ad essere una semplice questione umanitaria, erode la coesione sociale, accresce il rischio di conflitti e alimenta le migrazioni forzate”. La fame, inoltre, “mina la capacità degli Stati e delle società di costruire istituzioni resilienti, fornire un’istruzione efficace e promuovere uno sviluppo economico sostenibile”, e in questo modo “perpetua cicli di fragilità che, in ultima analisi, colpiscono l’intera comunità internazionale”. “L’azione umanitaria non è estranea all’ordine internazionale”, ha affermato Leone XIV, ma “riflette la responsabilità della comunità globale di rafforzare la solidarietà, resistere all’esclusione e riconoscere l’intrinseca dignità di ogni persona, dono di Dio”: “Al di là della gestione delle crisi, pertanto, le istituzioni internazionali incarnano un principio di responsabilità condivisa e affermano che la comunità internazionale è unita dalla preoccupazione per coloro che si trovano nelle situazioni più vulnerabili”. In questo senso, il Programma alimentare mondiale “è più di un attore politico, economico o tecnico; è un’espressione concreta di solidarietà internazionale”: “laddove le istituzioni nazionali si indeboliscono e le reti comunitarie si disgregano, la sua presenza contribuisce a impedire che le crisi umanitarie degenerino in un collasso irreversibile”. Per questo motivo, è essenziale un rinnovato impegno nella cooperazione multilaterale.

 

L’appello

“In un mondo sempre più frammentato e multipolare, nessuno Stato può affrontare da solo le sfide globali”. Il Santo Padre ha auspicato “un rinnovato impegno nella cooperazione multilaterale”. “Una pace duratura e uno sviluppo umano integrale e sostenibile sono possibili solo attraverso la partecipazione di tutti, favorita da un autentico dialogo internazionale e da una cooperazione orientata al bene comune”, l’indicazione di rotta di Leone XIV, secondo il quale “un tale approccio richiede una ferma volontà politica, capace di trascendere le prospettive a breve termine e di investire nei beni pubblici globali”. Di qui l’appello “ai governi e ai popoli del mondo affinché rinnovino e rafforzino il loro impegno, aumentino le risorse dedicate alla lotta contro la fame e le sue cause profonde e rimuovano gli ostacoli che impediscono agli aiuti di raggiungere chi ne ha bisogno”. “Rafforzare il coinvolgimento della Chiesa e della società civile”, l’altro suggerimento del Papa, insieme a quello a favore della “riduzione della burocrazia superflua, in modo che la trasparenza e la responsabilità siano al servizio delle persone anziché ostacolare gli aiuti”.

 

La conclusione

“Semplificare ciò che è diventato eccessivamente complesso, dare priorità all’essenziale e garantire che nessuna persona venga dimenticata”. Sono queste, per il Papa, le tre direttive fondamentali lungo cui dovrebbe articolarsi la lotta alla fame, partendo dal “riconoscimento che ogni persona umana possiede una dignità intrinseca e inalienabile che rimane intatta a prescindere dalle circostanze, dalle condizioni o dallo status sociale”. È sulla difesa della dignità infinita e incondizionata della persona umana, ha ribadito Leone XIV, sulla scorta della sua prima enciclica, che “si misura l’umanità della nostra politica e, con essa, il futuro della comunità internazionale”. “È in gioco non solo l’efficacia di un’agenzia, ma anche la credibilità della cooperazione internazionale stessa”, ha concluso il Papa.

 

Fonte Agensir

 


domenica 21 giugno 2026

Premio N.Copernico alla Pro.ssa Marta Cartabia

 


Torun, 1° giugno 2026. Award Nicolo Copernico, Fides et Ratio

Replica di Marta Cartabia alla Laudatio del professor Weiler.

Ringrazio il professor Weiler per queste parole così generose. Le sue parole conclusive mi commuovono: “praticare la giustizia, amare la misericordia e camminare umilmente con il tuo Dio” Chi non desidererebbe rispecchiarsi pienamente in quella splendida immagine del profeta Michea con cui ha concluso la sua laudatio? Grazie di cuore, professore. Nel corso della mia carriera, soprattutto da quando ho rivestito un incarico pubblico, mi è capitato abbastanza frequentemente che mi rivolgessero la domanda: “ma che cosa significa per un cattolico vivere la fede nella vita pubblica?” “come vivi la tua fede nel tuo lavoro”? Posso capire l’origine di quella domanda. Ho iniziato il mio impegno pubblico all’inizio del nuovo secolo, proprio nel momento in cui la grande secolarizzazione del vecchio continente veniva a galla, anche in forme piuttosto aggressive. Basti ricordare i toni del dibattito sulle “radici cristiane dell’Europa” – tema carissimo soprattutto a San Giovanni Paolo II - nell’ambito della grande discussione sulla Costituzione europea. Il professor Weiler è un testimone oculare di quel dibattito e delle posizioni intransigenti di alcuni leaders. Il professor Weiler scriveva allora il suo libro, appena ripubblicato su l’Europa cristiana, in cui denunciava una diffusa “cristofobia” e una ostilità verso ogni fenomeno religioso, derivante da una male intesa laicité, di matrice francese, soprattutto. Essere cattolici e professare la propria fede in pubblico era motivo di imbarazzo, all’epoca. E Weiler ci spronava a non essere “marrani”, a non ritrarci in una dimensione privata, a non nasconderci. 2 Si capisce, dunque, che in un contesto così ci si possa chiedere: cosa vuol dire svolgere un ruolo pubblico da credente? Ma quella domanda nascondeva una ambiguità, a mio parere. Mi ha sempre colpito che a seconda di chi poneva la domanda, c’era sempre un implicito, una seconda domanda sottintesa: - Se a porre l’interrogativo era una persona di orientamento conservatore, sotto sotto intendeva chiedere: come fai a garantire i valori cristiani, soprattutto la tutela della vita e della famiglia? Poiché sono una giurista, la domanda mirava a chiedere: sei riuscita a difendere le nostre leggi su aborto, fine vita, famiglia etc.? - Se era una persona di orientamento progressista, il quesito implicito era: sei riuscita a fare qualcosa per i deboli, per le persone più povere e soprattutto gli immigrati, e sugli altri temi della giustizia sociale e della solidarietà? - Poi c’era il filone dei patiti della sussidiarietà e del terzo settore: cosa hai fatto per attuare il principio di sussidiarietà, difendere le autonomie locali, valorizzare la scuola privata? - Piu raramente, la domanda implicita era sulla libertà di religione: che invero a me pare un tema centrale ed è emerso soprattutto nelle controversie in tema di simboli religiosi – ma lì il professor Weiler si è preso sulle spalle il carico per tutti e ha sistemato tutta l’Europa con 20 minuti di arringa davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Vedere per credere. Intendiamoci: la domanda principale – cosa significa essere cristiani in pubblico, oggi - è più che interessante. Ma le domande di secondo livello, sottintese a quella principale, mi hanno sempre lasciata perplessa per due ragioni fondamentali. 3 La prima. È come se muovessero dal presupposto che il cattolico che si impegna in pubblico debba avere una agenda predeterminata da eseguire. Perdonate il paragone poco rispettoso, ma c’è qualcosa di simile quando mi chiedono: cosa vuol dire essere donna alla Corte costituzionale? Cosa vuol dire essere donna al Ministero della giustizia? L’implicito è: che cosa hai fatto per i diritti delle donne? Che cosa hai fatto per la famiglia e i minori? Che cosa hai fatto contro la violenza di genere? Il fatto è che quando assumi un impegno pubblico accetti di raccogliere le sfide della storia e la storia ti interroga su mille fronti: ti trovi ad occuparti – per fare qualche esempio dalla mia esperienza – di dover ridurre i tempi della giustizia, di assicurare la separazione tra politica e potere giudiziario, di giudicare una legge elettorale, di pronunciarti su obblighi di vaccinazione in piena pandemia, di far funzionare il sistema penitenziario, di rifare la legge sul traffico di stupefacenti, sull’uso dei beni sequestrati alla mafia, sull’uso della tecnologia e dell’intelligenza artificiale nella funzione giudiziaria, e così via… Raramente i temi che ti investono rientrano nell’agenda “cattolica” (o nell’”agenda donna”). E dunque? Cosa ha da dire un credente sui temi che non rientrano nell’agenda cattolica? La prima cosa che mi ha insegnato il mio impegno pubblico è stato quello di lasciarmi provocare dalle domande della storia – dentro e fuori il perimetro dell’agenda cattolica. Se è vero, come è vero, che il cuore della cristianità è l’incarnazione nella storia umana, tutto ciò che appartiene alla storia dell’umanità ci interroga e ci interessa. «Homo sum, humani nihil a me alienum puto»: «nulla che sia umano mi è estraneo», diceva Terenzio. Anzi, forse gli aspetti forse più interessanti sono quelli in cui non c’è già una risposta precostituita alla quale pensi di poter attingere. 4 L’avventura più bella e gustosa è quella che proviene dalle sfide nuove, che chiedono una risposta creativa. I terreni inesplorati: un po’ come la Enciclica di Papa Leone Magnifica Humanitas, che apre una riflessione sui problemi del nostro tempo, pace e guerra, e soprattutto intelligenza artificiale. La seconda ragione per cui quelle domande implicite sono fuorvianti è che esse sottintendono l’idea che la fede – e la dottrina sociale della Chiesa – siano un “prontuario di precetti”, pronti per essere applicati e che il compito di una donna di fede in politica sia di dare attuazione a quei precetti. Questa prospettiva è irrealistica e non desiderabile. Irrealistica, perché bisogna fare i conti con il fatto che nella società contemporanea siamo una minoranza. E quando hai una responsabilità pubblica devi fare i conti con il “limite del possibile”. Quando ero alla Corte costituzionale dovevo prendere le decisioni con altri 14 giudici costituzionali e portare argomenti convincenti e accettabili per tutti. Al Governo era ancora più complesso, perché era un governo di unità nazionale sostenuto dall’estrema destra e dall’estrema sinistra, e per far approvare le riforme occorre convincerli tutti, altrimenti non avrebbero votato in parlamento. Ma quella prospettiva di imporre le proprie soluzioni precostituite, quand’anche fosse possibile, non sarebbe nemmeno desiderabile perché non terrebbe conto della necessaria “distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica” e la necessaria “autonomia delle cose terrene”, chiarita sin dal Concilio Vaticano II e ribadita fermamente e ampiamente nell’ultima enciclica (parr. 21-24). La dottrina sociale non è “un repertorio di soluzioni tecniche”, e neppure “un modello economico o politico” che si sostituisce alla responsabilità politica dei singoli e delle istituzioni, dice Papa Leone. 5 Nel mio impegno pubblico ho imparato ad amare e ad apprezzare la distinzione tra la città di dio e la città dell’uomo, e l’inevitabile imperfezione delle leggi umane. I grandi politici cattolici che hanno fondato la repubblica italiana lo sapevano chiaramente: mi ha sempre colpito la scelta di Alcide De Gasperi di non assecondare la richiesta delle gerarchie ecclesiastiche dell’epoca, che insistevano per introdurre nella nuova Costituzione repubblicana il principio di indissolubilità del matrimonio. Se c’era un uomo di fede autentica e di leale fedeltà alla Chiesa questo era De Gasperi. Se c’era un uomo che credeva profondamente nel valore del matrimonio questo era De Gasperi. Ma De Gasperi aveva orrore – come scrive nelle le lettere a sua moglie dalla prigionia – all’idea di imporre con la forza della legge ciò che deve essere offerto alla libera adesione della persona. Anni fa fu per me liberante ascoltare le parole di Papa Benedetto XVI nei suoi discorsi politici, che sarebbero da riscoprire, sempre attento a distinguere l’opera dell’uomo e l’opera di Dio, esaltare il valore del compromesso nelle cose umane. Parlando della responsabilità dei credenti in politica dice: «Non è morale il moralismo che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica». A proposito del compromesso Amoz Oz dice nella sua Tubingen Lecture: “Nel mio mondo la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”. Il compromesso è una parola belle: è promettere insieme. Presuppone l’ascolto dell’altro, l’apertura della mente e del cuore. E spesso, credetemi, ho visto germogliare risposte innovative e creative proprio dalla necessità di procedere per compromessi. 6 L’indisponibilità al compromesso nega l’esistenza dell’altro, è violenza. Nel campo della giustizia, che è il mio campo di quotidiano impegno, l’intransigenza, il rigore, il massimalismo portano alla negazione di ciò che dovrebbero ottenere. Fiat iustitia et pereat mundus, dicevano i romani. Ma è la distruzione del mondo ciò che vogliamo conseguire con in nostro “fare giustizia”? “Senza la prospettiva di un oltre, la giustizia è impossibile” – dice don Luigi Giussani nel Senso religioso. Accettare che le cose umane siano sempre contrassegnate da un’imperfezione, da una crepa, da una ferita – umanità magnifica e ferita, dice Leone XIV - non equivale ad accontentarsi della mediocrità, ma operare con la consapevolezza del proprio limite, del limite delle circostanze e della ineliminabile necessità di un passo ulteriore. La consapevolezza dell’imperfezione della città dell’uomo chiama una continua ricostruzione, un continuo adeguamento alle circostanze che mutano, una continua rigenerazione dell’opera compiuta, proprio come Neemia descrive la ricostruzione delle mura di Gerusalemme, secondo l’immagine con cui Papa Leone descrive la presenza del cristiano nella storia: “Dopo l’esilio babilonese, una parte del popolo è tornata a Gerusalemme, ma la città è ancora in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate. Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro 7 e ricostruisce i legami prima ancora che le pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore” (par. 8 Magnifica Humanitas). Non serve commentare questa immagine della grande ricostruzione così evocativa, specie in un tempo come il nostro segnato dalla distruzione. Permettetemi di concludere con un ultimo passaggio: che cosa ci permette di accettare una soluzione imperfetta, di compromesso e che ben sappiamo non corrispondere ai nostri ideali? È la consapevolezza che il nostro compito non è dire una parola definitiva sulla storia umana, che nessuno di noi è padrone della storia. Lasciatemelo dire con le parole di Sant’Ambrogio, patrono della mia città, grande vescovo di Milano, importante funzionario e governatore dell’Impero romano, che bene conosceva le dinamiche del potere e i suoi effetti sul cuore umano. Quam multos dominos habet qui unum refugerit! Quanto padroni hanno coloro che rifiutano l’unico signore. Un grande inno alla libertà dai vincoli del potere, dai propri progetti, dai propri ideali, che si può sperimentare nel rapporto vissuto con il proprio destino presente nella storia. Il più bel complimento che mi hanno fatto alla fine di una estenuante mediazione per realizzare alcune indispensabili riforme della giustizia in Italia è venuto da alcuni attori politici che, di fronte all’ennesimo “compromesso” nel mezzo dell’aula parlamentare hanno esclamato: “ma davvero Ministra Cartabia lei non ha una agenda nascosta e vuole solo portare a termine ciò che è utile per il paese!”. Liberi dai nostri stessi progetti, per raccogliere i suggerimenti della storia. 8 “Le chrétien porte une vie par dedans sa vie, il se promène parmi les hommes avec un secret dans son coeur. Il le quitte, il le retrouve. Et rencontre bien des hommes qui appartiennent à cette vie, même si ils ne se reconnaissent pas le nom de chrétiens » (Emmanuel Mounier, 1933) “Il cristiano porta una vita dentro la propria vita, cammina tra gli uomini con un segreto nel cuore. Lo lascia, lo ritrova. E incontra molti uomini che appartengono a questa vita, anche se non si riconoscono  nel nome cristiano» (Emmanuel Mounier, 1933).

sabato 20 giugno 2026

In ricordo di Luisa Muraro

 



Luisa Muraro: “Nelle concomitanze di desideri c’è qualcosa che bisogna che diventi amore”

È morta la filosofa e femminista storica, fondatrice della Libreria delle Donne, una personalità capace di guardare con lucidità e compassione il mondo dentro al quale stiamo. Ha scritto libri originali, controvento, pensatrice nel senso pieno della parola. È partita a riflettere sulla differenza sessuale ed è arrivata a mettere a tema il compito della donna e il contributo che la donna può portare in un mondo che pensa prevalentemente al maschile. Allieva di Gustavo Bontadini in Cattolica, ha seguito con interesse i corsi di Luigi Giussani. Ha stimato l’avventura del Centro Culturale di Milano. Il ricordo di una sua cara amica.

 

19 giugno 2026

Pensiero non conforme

di Flora Crescini

«L’obiezione e l’inganno vengono con l’auto-moderazione: che ci accontentiamo di poco. L’inganno comincia quando cominciamo a sottovalutare l’enormità dei nostri bisogni e ci mettiamo a pensare che bisogna commisurarli alle nostre forze, che sono naturalmente limitate. O quando il criterio di realtà diventa la coincidenza con un già detto, un già stabilito, un già desiderato da altri, che sempre meno si sa chi sono. Allora, conformandoci a verità di cui non sappiamo niente, e a desideri finti come quelli della pubblicità, prendendo come traguardi dei risultati qualsiasi, non facciamo più i nostri veri interessi, non facciamo più quello che ci interessa veramente, non cerchiamo più la nostra convenienza. A dire il vero, siamo sempre dietro a cercarla, non possiamo farne a meno (per fortuna), ma, forse per paura dei colpi di gioia, forse per una – umana e scusabile – paura di soffrire, ci accontentiamo di poco. In pratica, finisce che fatichiamo di più per guadagnare meno».

 

Come si fa a vivere?

 

Così scrive Luisa Muraro, morta appena qualche giorno fa, il 13 giugno, in uno dei suoi testi più significativi Il Dio delle donne (Mondadori 2003, pp. 31-32). E questo passo mi pare dica già molto di chi è stata: una donna capace di guardare con lucidità e compassione il mondo dentro al quale stiamo, che, con i suoi continui assalti, con la sua miseria sempre più palpabile, ci obbliga a una domanda urgente: come si fa a vivere?

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti /

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. /

Codesto solo oggi possiamo dirti, /

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Così scrive Montale in Non chiederci la parola. Da una parte, anche Luisa Muraro, nei suoi scritti, dice ciò che non siamo, ciò che non vogliamo; dall’altra, però, suggerisce una strada possibile: l’attenzione all’enormità dei nostri bisogni, il non sistemarsi e conformarsi agli schemi del mondo.

Luisa Muraro è stata una pensatrice nel senso pieno della parola: è partita a riflettere sulla differenza sessuale ed è arrivata a mettere a tema il compito della donna e il contributo che la donna può portare in un mondo che pensa prevalentemente al maschile. Ma è arrivata a scrivere anche libri come Il Dio delle donne o Il posto vuoto di Dio: «Non mettere mai un uomo al posto di Dio», scrive lì. «Non credi in Dio? Non importa, neanch’io ci credo, però il posto vuoto glielo devi lasciare, deve restare vuoto. Che cosa significa il posto vuoto? Significa tutto quello che in me sporge su niente, tutto quello che in me non si basta, tutto quello che in me è bisognoso di…, tutto quello che in me piange e piangerà fino all’ultimo».

 

Ascoltare con pazienza

 

Ho incontrato Luisa molti anni fa e subito ci siamo riconosciute. Perché la sua posizione di fronte alla vita è simile alla mia, e a quella che anima il mio partecipare al centro culturale. Nacque così l’idea del primo incontro pubblico con lei, insieme al filosofo Costantino Esposito e a Vanda Tommasi della Comunità Filosofica Diotima, la comunità a cui Luisa aveva dato vita con alcune amiche nel 1983, perché per lei da sempre il pensiero aveva una sorgente comunionale.

Poi vennero altri incontri pubblici, e da lì è nato un dialogo che è continuato a casa sua e in alcune visite di Luisa nella sede del Centro in Largo dei Servi, allora appena inaugurata, che lei volle visitare da sola, molto contenta per questo approdo fisico.

Qui tra l’altro venne spesso ad ascoltare il lungo ciclo dedicato ad Alessandro Manzoni, autore e personalità che amava molto – anche perché amava molto Milano, che considerava la sua città di adozione.

Da questi dialoghi nacque anche un’importante – e coraggiosa, se pensiamo al mondo di sinistra a cui apparteneva – intervista al mensile Tracce di Comunione e Liberazione. Si dialogava tra noi sui temi di attualità, della fecondazione artificiale, dell’uso del corpo per i “desideri”. Di tanto in tanto ci avvertiva che non tutte le compagne di viaggio della Libreria delle donne – che lei aveva fondato nel 1974 insieme a Lia Cigarini (morta un mese fa), uno dei luoghi “storici” del femminismo italiano – vedevano di buon occhio la sua frequentazione con noi; ma aggiungeva sempre che “non bisogna avere fretta ma ascoltare con pazienza”.

 

L’urgenza di una coscienza di quel che siamo

(….)

 

Per concludere questo sommario ma commosso ricordo di Luisa, riporto qualche battuta di un incontro del 2009, in occasione della pubblicazione del suo libro Al mercato della felicità.

«In questo tempo ci sono cose elementari che bisogna pensare ex novo, perché è un tempo di grande trambusto, di grande incertezza. È un periodo di grande gestazione perché è finita la modernità. Quel triste nome “postmoderno” non mi piace e non lo uso, però certo la modernità è finita. È stato un crollo, lo dice bene una filosofa un po’ amica, R. Decovic: “Il muro di Berlino non è caduto solo dalla parte dell’Est, ma anche dalla parte dell’Occidente”.

 

Pensare la natura desiderante e infinita della nostra vita

 

Allora bisogna ripensare tutto radicalmente. La mia passione politica è stata giovanile, non proprio dell’ultima ora. Volevo scrivere questo libro per far sentire amore per la politica. [Flora] ha detto in sostanza che il desiderio illumina il nostro sguardo verso gli altri e verso il mondo. È il desiderio, è l’essere desideranti che fa luce sul mondo, per vederlo non come qualcosa che ci schiaccia, ma come un nido di possibilità. Questa è l’importanza del desiderio in questo momento: dobbiamo essere desideranti. Flora ha trovato anche un passo in cui si dice che il desiderio ce l’ho io e ce l’hanno anche gli altri, quindi il desiderio ci accomuna: la comunanza dei desideri. Quest’aspetto del desiderare insieme non l’avevo pensato, ma bisogna certamente pensarlo, perché in effetti esistono queste concomitanze di desideri. Lì c’è qualcosa che bisogna che diventi amore». Grazie Luisa, per la tua amicizia e per l’aiuto che ci hai dato a pensare la natura desiderante e infinita della nostra vita.

 

(pubblicato sul sito del Centro Culturale di Milano)