lunedì 22 giugno 2026

Leone XIV: “I conflitti vengono alimentati più facilmente di quanto le persone vengano nutrite”

 



Il Papa, visitando la sede della Pam di Roma, ha chiesto un rilancio del multilateralismo per garantire cibo, dignità e sviluppo ai più vulnerabili

redazione

22 Giugno 2026

La lotta contro la fame non può limitarsi alla gestione delle emergenze, ma deve affrontare le cause profonde che alimentano disuguaglianze, conflitti e povertà. È il cuore del messaggio che Papa Leone XIV ha rivolto al Programma alimentare mondiale (Pam), nella sede romana dell’agenzia delle Nazioni Unite. Il Pontefice ha denunciato la frammentazione dell’ordine internazionale, l’indebolimento del sistema multilaterale e il rischio che la solidarietà venga soffocata dalla burocrazia e da logiche economiche e strategiche. In un contesto segnato da guerre, insicurezza alimentare e vulnerabilità climatica, il Papa ha ribadito che la persona deve tornare al centro dell’azione politica internazionale. Da qui l’appello ai governi, alle istituzioni e alla società civile a rafforzare la cooperazione globale, aumentare le risorse destinate alla lotta contro la fame e rimuovere ogni ostacolo che impedisca agli aiuti di raggiungere le popolazioni più fragili.

 

Le parole del Santo Padre

“Affrontare la fame e la malnutrizione, nonché contrastare le cause strutturali che le alimentano”. È il primo appello del Papa al Pam (Programma alimentare mondiale), nel discorso pronunciato, in inglese, nella sede romana dell’organismo delle Nazioni Unite. “L’impegno della vostra istituzione risuona profondamente con la missione della Chiesa cattolica di difendere la dignità umana e promuovere la fraternità, radicata nell’invito evangelico ad amare il prossimo”, l’omaggio di Leone XIV, secondo il quale “oggi, le crisi si sono evolute da eventi isolati in realtà persistenti, caratterizzate da conflitti prolungati, insicurezza alimentare cronica, volatilità economica e crescente vulnerabilità climatica”. “Quale configurazione dell’ordine globale è in grado di produrre, riprodurre e, a volte, normalizzare tali condizioni?”, la domanda da porsi: il problema, per il Pontefice, “non si limita più a come intervenire; si estende piuttosto alla comprensione del perché il sistema produca costantemente gli stessi problemi che è poi costretto a correggere”.

 

La preoccupazione

“L’ordine internazionale si è progressivamente frammentato, in parte a causa della crisi del sistema multilaterale”. “Le istituzioni create per salvaguardare il concetto di un futuro comune per tutti i popoli e di un bene comune globale sembrano essersi indebolite”, ha ribadito Leone XIV sulla scorta della sua prima enciclica: “In assenza di un orizzonte etico condiviso, capace di sostenere un’autentica cooperazione, il sistema internazionale si è spostato dal multilateralismo verso un multipolarismo disordinato e conflittuale, caratterizzato da un diffuso senso di sfiducia”. Di conseguenza, “gli Stati hanno destinato sempre più risorse alla sicurezza nazionale, alla crescita economica e alla stabilità interna, trascurando lo stretto legame tra queste tematiche e la cooperazione multilaterale”. Secondo Leone, “questa tendenza rivela un paradosso evidente: una capacità produttiva globale senza precedenti coesiste con zone di estrema vulnerabilità in espansione. Le stesse forze che guidano la crescita economica spesso esacerbano l’esclusione e l’emarginazione”.

 

Alleviare la sofferenza

“Sebbene alleviare la sofferenza umana sia ampiamente riconosciuto come essenziale in linea di principio, le questioni umanitarie rischiano sempre più di essere relegate a un ruolo secondario tra le priorità internazionali”. Il Santo Padre ha poi denunciato il “divario tra il riconoscimento in linea di principio e la definizione delle priorità nella pratica” che danno luogo “alla progressiva burocratizzazione della solidarietà, parallelamente alla tacita mercificazione della vita umana”. “Da un lato, l’azione umanitaria è sempre più appesantita da procedure burocratiche che possono ritardare l’assistenza a chi ne ha bisogno”, l’analisi di Leone XIV: “Dall’altro, l’accesso ai beni essenziali, compreso il cibo, è troppo spesso influenzato da considerazioni economiche o strategiche. Di conseguenza, coloro che non generano un valore quantificabile rischiano di diventare invisibili”.

 

La complessità delle decisioni politiche

“La persona umana non è più costantemente posta al centro dell’azione internazionale”. È questa, per il Papa, la “sfida etica da raccogliere”. “Mentre le forme di aiuto e i progetti di sviluppo sono ostacolati da decisioni politiche complesse e incomprensibili, visioni ideologiche distorte e barriere doganali invalicabili, gli armamenti non lo sono”. Di fatto, ha osservato, “i conflitti vengono alimentati più facilmente di quanto le persone vengano nutrite”. “Questa realtà riflette non solo carenze operative, ma anche un fondamentale squilibrio nelle priorità politiche e morali”, il monito del Pontefice, secondo il quale “le conseguenze si estendono ben oltre coloro che ne sono direttamente colpiti”.

 

I rischi

“La fame, oltre ad essere una semplice questione umanitaria, erode la coesione sociale, accresce il rischio di conflitti e alimenta le migrazioni forzate”. La fame, inoltre, “mina la capacità degli Stati e delle società di costruire istituzioni resilienti, fornire un’istruzione efficace e promuovere uno sviluppo economico sostenibile”, e in questo modo “perpetua cicli di fragilità che, in ultima analisi, colpiscono l’intera comunità internazionale”. “L’azione umanitaria non è estranea all’ordine internazionale”, ha affermato Leone XIV, ma “riflette la responsabilità della comunità globale di rafforzare la solidarietà, resistere all’esclusione e riconoscere l’intrinseca dignità di ogni persona, dono di Dio”: “Al di là della gestione delle crisi, pertanto, le istituzioni internazionali incarnano un principio di responsabilità condivisa e affermano che la comunità internazionale è unita dalla preoccupazione per coloro che si trovano nelle situazioni più vulnerabili”. In questo senso, il Programma alimentare mondiale “è più di un attore politico, economico o tecnico; è un’espressione concreta di solidarietà internazionale”: “laddove le istituzioni nazionali si indeboliscono e le reti comunitarie si disgregano, la sua presenza contribuisce a impedire che le crisi umanitarie degenerino in un collasso irreversibile”. Per questo motivo, è essenziale un rinnovato impegno nella cooperazione multilaterale.

 

L’appello

“In un mondo sempre più frammentato e multipolare, nessuno Stato può affrontare da solo le sfide globali”. Il Santo Padre ha auspicato “un rinnovato impegno nella cooperazione multilaterale”. “Una pace duratura e uno sviluppo umano integrale e sostenibile sono possibili solo attraverso la partecipazione di tutti, favorita da un autentico dialogo internazionale e da una cooperazione orientata al bene comune”, l’indicazione di rotta di Leone XIV, secondo il quale “un tale approccio richiede una ferma volontà politica, capace di trascendere le prospettive a breve termine e di investire nei beni pubblici globali”. Di qui l’appello “ai governi e ai popoli del mondo affinché rinnovino e rafforzino il loro impegno, aumentino le risorse dedicate alla lotta contro la fame e le sue cause profonde e rimuovano gli ostacoli che impediscono agli aiuti di raggiungere chi ne ha bisogno”. “Rafforzare il coinvolgimento della Chiesa e della società civile”, l’altro suggerimento del Papa, insieme a quello a favore della “riduzione della burocrazia superflua, in modo che la trasparenza e la responsabilità siano al servizio delle persone anziché ostacolare gli aiuti”.

 

La conclusione

“Semplificare ciò che è diventato eccessivamente complesso, dare priorità all’essenziale e garantire che nessuna persona venga dimenticata”. Sono queste, per il Papa, le tre direttive fondamentali lungo cui dovrebbe articolarsi la lotta alla fame, partendo dal “riconoscimento che ogni persona umana possiede una dignità intrinseca e inalienabile che rimane intatta a prescindere dalle circostanze, dalle condizioni o dallo status sociale”. È sulla difesa della dignità infinita e incondizionata della persona umana, ha ribadito Leone XIV, sulla scorta della sua prima enciclica, che “si misura l’umanità della nostra politica e, con essa, il futuro della comunità internazionale”. “È in gioco non solo l’efficacia di un’agenzia, ma anche la credibilità della cooperazione internazionale stessa”, ha concluso il Papa.

 

Fonte Agensir

 


domenica 21 giugno 2026

Premio N.Copernico alla Pro.ssa Marta Cartabia

 


Torun, 1° giugno 2026. Award Nicolo Copernico, Fides et Ratio

Replica di Marta Cartabia alla Laudatio del professor Weiler.

Ringrazio il professor Weiler per queste parole così generose. Le sue parole conclusive mi commuovono: “praticare la giustizia, amare la misericordia e camminare umilmente con il tuo Dio” Chi non desidererebbe rispecchiarsi pienamente in quella splendida immagine del profeta Michea con cui ha concluso la sua laudatio? Grazie di cuore, professore. Nel corso della mia carriera, soprattutto da quando ho rivestito un incarico pubblico, mi è capitato abbastanza frequentemente che mi rivolgessero la domanda: “ma che cosa significa per un cattolico vivere la fede nella vita pubblica?” “come vivi la tua fede nel tuo lavoro”? Posso capire l’origine di quella domanda. Ho iniziato il mio impegno pubblico all’inizio del nuovo secolo, proprio nel momento in cui la grande secolarizzazione del vecchio continente veniva a galla, anche in forme piuttosto aggressive. Basti ricordare i toni del dibattito sulle “radici cristiane dell’Europa” – tema carissimo soprattutto a San Giovanni Paolo II - nell’ambito della grande discussione sulla Costituzione europea. Il professor Weiler è un testimone oculare di quel dibattito e delle posizioni intransigenti di alcuni leaders. Il professor Weiler scriveva allora il suo libro, appena ripubblicato su l’Europa cristiana, in cui denunciava una diffusa “cristofobia” e una ostilità verso ogni fenomeno religioso, derivante da una male intesa laicité, di matrice francese, soprattutto. Essere cattolici e professare la propria fede in pubblico era motivo di imbarazzo, all’epoca. E Weiler ci spronava a non essere “marrani”, a non ritrarci in una dimensione privata, a non nasconderci. 2 Si capisce, dunque, che in un contesto così ci si possa chiedere: cosa vuol dire svolgere un ruolo pubblico da credente? Ma quella domanda nascondeva una ambiguità, a mio parere. Mi ha sempre colpito che a seconda di chi poneva la domanda, c’era sempre un implicito, una seconda domanda sottintesa: - Se a porre l’interrogativo era una persona di orientamento conservatore, sotto sotto intendeva chiedere: come fai a garantire i valori cristiani, soprattutto la tutela della vita e della famiglia? Poiché sono una giurista, la domanda mirava a chiedere: sei riuscita a difendere le nostre leggi su aborto, fine vita, famiglia etc.? - Se era una persona di orientamento progressista, il quesito implicito era: sei riuscita a fare qualcosa per i deboli, per le persone più povere e soprattutto gli immigrati, e sugli altri temi della giustizia sociale e della solidarietà? - Poi c’era il filone dei patiti della sussidiarietà e del terzo settore: cosa hai fatto per attuare il principio di sussidiarietà, difendere le autonomie locali, valorizzare la scuola privata? - Piu raramente, la domanda implicita era sulla libertà di religione: che invero a me pare un tema centrale ed è emerso soprattutto nelle controversie in tema di simboli religiosi – ma lì il professor Weiler si è preso sulle spalle il carico per tutti e ha sistemato tutta l’Europa con 20 minuti di arringa davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Vedere per credere. Intendiamoci: la domanda principale – cosa significa essere cristiani in pubblico, oggi - è più che interessante. Ma le domande di secondo livello, sottintese a quella principale, mi hanno sempre lasciata perplessa per due ragioni fondamentali. 3 La prima. È come se muovessero dal presupposto che il cattolico che si impegna in pubblico debba avere una agenda predeterminata da eseguire. Perdonate il paragone poco rispettoso, ma c’è qualcosa di simile quando mi chiedono: cosa vuol dire essere donna alla Corte costituzionale? Cosa vuol dire essere donna al Ministero della giustizia? L’implicito è: che cosa hai fatto per i diritti delle donne? Che cosa hai fatto per la famiglia e i minori? Che cosa hai fatto contro la violenza di genere? Il fatto è che quando assumi un impegno pubblico accetti di raccogliere le sfide della storia e la storia ti interroga su mille fronti: ti trovi ad occuparti – per fare qualche esempio dalla mia esperienza – di dover ridurre i tempi della giustizia, di assicurare la separazione tra politica e potere giudiziario, di giudicare una legge elettorale, di pronunciarti su obblighi di vaccinazione in piena pandemia, di far funzionare il sistema penitenziario, di rifare la legge sul traffico di stupefacenti, sull’uso dei beni sequestrati alla mafia, sull’uso della tecnologia e dell’intelligenza artificiale nella funzione giudiziaria, e così via… Raramente i temi che ti investono rientrano nell’agenda “cattolica” (o nell’”agenda donna”). E dunque? Cosa ha da dire un credente sui temi che non rientrano nell’agenda cattolica? La prima cosa che mi ha insegnato il mio impegno pubblico è stato quello di lasciarmi provocare dalle domande della storia – dentro e fuori il perimetro dell’agenda cattolica. Se è vero, come è vero, che il cuore della cristianità è l’incarnazione nella storia umana, tutto ciò che appartiene alla storia dell’umanità ci interroga e ci interessa. «Homo sum, humani nihil a me alienum puto»: «nulla che sia umano mi è estraneo», diceva Terenzio. Anzi, forse gli aspetti forse più interessanti sono quelli in cui non c’è già una risposta precostituita alla quale pensi di poter attingere. 4 L’avventura più bella e gustosa è quella che proviene dalle sfide nuove, che chiedono una risposta creativa. I terreni inesplorati: un po’ come la Enciclica di Papa Leone Magnifica Humanitas, che apre una riflessione sui problemi del nostro tempo, pace e guerra, e soprattutto intelligenza artificiale. La seconda ragione per cui quelle domande implicite sono fuorvianti è che esse sottintendono l’idea che la fede – e la dottrina sociale della Chiesa – siano un “prontuario di precetti”, pronti per essere applicati e che il compito di una donna di fede in politica sia di dare attuazione a quei precetti. Questa prospettiva è irrealistica e non desiderabile. Irrealistica, perché bisogna fare i conti con il fatto che nella società contemporanea siamo una minoranza. E quando hai una responsabilità pubblica devi fare i conti con il “limite del possibile”. Quando ero alla Corte costituzionale dovevo prendere le decisioni con altri 14 giudici costituzionali e portare argomenti convincenti e accettabili per tutti. Al Governo era ancora più complesso, perché era un governo di unità nazionale sostenuto dall’estrema destra e dall’estrema sinistra, e per far approvare le riforme occorre convincerli tutti, altrimenti non avrebbero votato in parlamento. Ma quella prospettiva di imporre le proprie soluzioni precostituite, quand’anche fosse possibile, non sarebbe nemmeno desiderabile perché non terrebbe conto della necessaria “distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica” e la necessaria “autonomia delle cose terrene”, chiarita sin dal Concilio Vaticano II e ribadita fermamente e ampiamente nell’ultima enciclica (parr. 21-24). La dottrina sociale non è “un repertorio di soluzioni tecniche”, e neppure “un modello economico o politico” che si sostituisce alla responsabilità politica dei singoli e delle istituzioni, dice Papa Leone. 5 Nel mio impegno pubblico ho imparato ad amare e ad apprezzare la distinzione tra la città di dio e la città dell’uomo, e l’inevitabile imperfezione delle leggi umane. I grandi politici cattolici che hanno fondato la repubblica italiana lo sapevano chiaramente: mi ha sempre colpito la scelta di Alcide De Gasperi di non assecondare la richiesta delle gerarchie ecclesiastiche dell’epoca, che insistevano per introdurre nella nuova Costituzione repubblicana il principio di indissolubilità del matrimonio. Se c’era un uomo di fede autentica e di leale fedeltà alla Chiesa questo era De Gasperi. Se c’era un uomo che credeva profondamente nel valore del matrimonio questo era De Gasperi. Ma De Gasperi aveva orrore – come scrive nelle le lettere a sua moglie dalla prigionia – all’idea di imporre con la forza della legge ciò che deve essere offerto alla libera adesione della persona. Anni fa fu per me liberante ascoltare le parole di Papa Benedetto XVI nei suoi discorsi politici, che sarebbero da riscoprire, sempre attento a distinguere l’opera dell’uomo e l’opera di Dio, esaltare il valore del compromesso nelle cose umane. Parlando della responsabilità dei credenti in politica dice: «Non è morale il moralismo che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica». A proposito del compromesso Amoz Oz dice nella sua Tubingen Lecture: “Nel mio mondo la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”. Il compromesso è una parola belle: è promettere insieme. Presuppone l’ascolto dell’altro, l’apertura della mente e del cuore. E spesso, credetemi, ho visto germogliare risposte innovative e creative proprio dalla necessità di procedere per compromessi. 6 L’indisponibilità al compromesso nega l’esistenza dell’altro, è violenza. Nel campo della giustizia, che è il mio campo di quotidiano impegno, l’intransigenza, il rigore, il massimalismo portano alla negazione di ciò che dovrebbero ottenere. Fiat iustitia et pereat mundus, dicevano i romani. Ma è la distruzione del mondo ciò che vogliamo conseguire con in nostro “fare giustizia”? “Senza la prospettiva di un oltre, la giustizia è impossibile” – dice don Luigi Giussani nel Senso religioso. Accettare che le cose umane siano sempre contrassegnate da un’imperfezione, da una crepa, da una ferita – umanità magnifica e ferita, dice Leone XIV - non equivale ad accontentarsi della mediocrità, ma operare con la consapevolezza del proprio limite, del limite delle circostanze e della ineliminabile necessità di un passo ulteriore. La consapevolezza dell’imperfezione della città dell’uomo chiama una continua ricostruzione, un continuo adeguamento alle circostanze che mutano, una continua rigenerazione dell’opera compiuta, proprio come Neemia descrive la ricostruzione delle mura di Gerusalemme, secondo l’immagine con cui Papa Leone descrive la presenza del cristiano nella storia: “Dopo l’esilio babilonese, una parte del popolo è tornata a Gerusalemme, ma la città è ancora in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate. Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro 7 e ricostruisce i legami prima ancora che le pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore” (par. 8 Magnifica Humanitas). Non serve commentare questa immagine della grande ricostruzione così evocativa, specie in un tempo come il nostro segnato dalla distruzione. Permettetemi di concludere con un ultimo passaggio: che cosa ci permette di accettare una soluzione imperfetta, di compromesso e che ben sappiamo non corrispondere ai nostri ideali? È la consapevolezza che il nostro compito non è dire una parola definitiva sulla storia umana, che nessuno di noi è padrone della storia. Lasciatemelo dire con le parole di Sant’Ambrogio, patrono della mia città, grande vescovo di Milano, importante funzionario e governatore dell’Impero romano, che bene conosceva le dinamiche del potere e i suoi effetti sul cuore umano. Quam multos dominos habet qui unum refugerit! Quanto padroni hanno coloro che rifiutano l’unico signore. Un grande inno alla libertà dai vincoli del potere, dai propri progetti, dai propri ideali, che si può sperimentare nel rapporto vissuto con il proprio destino presente nella storia. Il più bel complimento che mi hanno fatto alla fine di una estenuante mediazione per realizzare alcune indispensabili riforme della giustizia in Italia è venuto da alcuni attori politici che, di fronte all’ennesimo “compromesso” nel mezzo dell’aula parlamentare hanno esclamato: “ma davvero Ministra Cartabia lei non ha una agenda nascosta e vuole solo portare a termine ciò che è utile per il paese!”. Liberi dai nostri stessi progetti, per raccogliere i suggerimenti della storia. 8 “Le chrétien porte une vie par dedans sa vie, il se promène parmi les hommes avec un secret dans son coeur. Il le quitte, il le retrouve. Et rencontre bien des hommes qui appartiennent à cette vie, même si ils ne se reconnaissent pas le nom de chrétiens » (Emmanuel Mounier, 1933) “Il cristiano porta una vita dentro la propria vita, cammina tra gli uomini con un segreto nel cuore. Lo lascia, lo ritrova. E incontra molti uomini che appartengono a questa vita, anche se non si riconoscono  nel nome cristiano» (Emmanuel Mounier, 1933).

sabato 20 giugno 2026

In ricordo di Luisa Muraro

 



Luisa Muraro: “Nelle concomitanze di desideri c’è qualcosa che bisogna che diventi amore”

È morta la filosofa e femminista storica, fondatrice della Libreria delle Donne, una personalità capace di guardare con lucidità e compassione il mondo dentro al quale stiamo. Ha scritto libri originali, controvento, pensatrice nel senso pieno della parola. È partita a riflettere sulla differenza sessuale ed è arrivata a mettere a tema il compito della donna e il contributo che la donna può portare in un mondo che pensa prevalentemente al maschile. Allieva di Gustavo Bontadini in Cattolica, ha seguito con interesse i corsi di Luigi Giussani. Ha stimato l’avventura del Centro Culturale di Milano. Il ricordo di una sua cara amica.

 

19 giugno 2026

Pensiero non conforme

di Flora Crescini

«L’obiezione e l’inganno vengono con l’auto-moderazione: che ci accontentiamo di poco. L’inganno comincia quando cominciamo a sottovalutare l’enormità dei nostri bisogni e ci mettiamo a pensare che bisogna commisurarli alle nostre forze, che sono naturalmente limitate. O quando il criterio di realtà diventa la coincidenza con un già detto, un già stabilito, un già desiderato da altri, che sempre meno si sa chi sono. Allora, conformandoci a verità di cui non sappiamo niente, e a desideri finti come quelli della pubblicità, prendendo come traguardi dei risultati qualsiasi, non facciamo più i nostri veri interessi, non facciamo più quello che ci interessa veramente, non cerchiamo più la nostra convenienza. A dire il vero, siamo sempre dietro a cercarla, non possiamo farne a meno (per fortuna), ma, forse per paura dei colpi di gioia, forse per una – umana e scusabile – paura di soffrire, ci accontentiamo di poco. In pratica, finisce che fatichiamo di più per guadagnare meno».

 

Come si fa a vivere?

 

Così scrive Luisa Muraro, morta appena qualche giorno fa, il 13 giugno, in uno dei suoi testi più significativi Il Dio delle donne (Mondadori 2003, pp. 31-32). E questo passo mi pare dica già molto di chi è stata: una donna capace di guardare con lucidità e compassione il mondo dentro al quale stiamo, che, con i suoi continui assalti, con la sua miseria sempre più palpabile, ci obbliga a una domanda urgente: come si fa a vivere?

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti /

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. /

Codesto solo oggi possiamo dirti, /

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Così scrive Montale in Non chiederci la parola. Da una parte, anche Luisa Muraro, nei suoi scritti, dice ciò che non siamo, ciò che non vogliamo; dall’altra, però, suggerisce una strada possibile: l’attenzione all’enormità dei nostri bisogni, il non sistemarsi e conformarsi agli schemi del mondo.

Luisa Muraro è stata una pensatrice nel senso pieno della parola: è partita a riflettere sulla differenza sessuale ed è arrivata a mettere a tema il compito della donna e il contributo che la donna può portare in un mondo che pensa prevalentemente al maschile. Ma è arrivata a scrivere anche libri come Il Dio delle donne o Il posto vuoto di Dio: «Non mettere mai un uomo al posto di Dio», scrive lì. «Non credi in Dio? Non importa, neanch’io ci credo, però il posto vuoto glielo devi lasciare, deve restare vuoto. Che cosa significa il posto vuoto? Significa tutto quello che in me sporge su niente, tutto quello che in me non si basta, tutto quello che in me è bisognoso di…, tutto quello che in me piange e piangerà fino all’ultimo».

 

Ascoltare con pazienza

 

Ho incontrato Luisa molti anni fa e subito ci siamo riconosciute. Perché la sua posizione di fronte alla vita è simile alla mia, e a quella che anima il mio partecipare al centro culturale. Nacque così l’idea del primo incontro pubblico con lei, insieme al filosofo Costantino Esposito e a Vanda Tommasi della Comunità Filosofica Diotima, la comunità a cui Luisa aveva dato vita con alcune amiche nel 1983, perché per lei da sempre il pensiero aveva una sorgente comunionale.

Poi vennero altri incontri pubblici, e da lì è nato un dialogo che è continuato a casa sua e in alcune visite di Luisa nella sede del Centro in Largo dei Servi, allora appena inaugurata, che lei volle visitare da sola, molto contenta per questo approdo fisico.

Qui tra l’altro venne spesso ad ascoltare il lungo ciclo dedicato ad Alessandro Manzoni, autore e personalità che amava molto – anche perché amava molto Milano, che considerava la sua città di adozione.

Da questi dialoghi nacque anche un’importante – e coraggiosa, se pensiamo al mondo di sinistra a cui apparteneva – intervista al mensile Tracce di Comunione e Liberazione. Si dialogava tra noi sui temi di attualità, della fecondazione artificiale, dell’uso del corpo per i “desideri”. Di tanto in tanto ci avvertiva che non tutte le compagne di viaggio della Libreria delle donne – che lei aveva fondato nel 1974 insieme a Lia Cigarini (morta un mese fa), uno dei luoghi “storici” del femminismo italiano – vedevano di buon occhio la sua frequentazione con noi; ma aggiungeva sempre che “non bisogna avere fretta ma ascoltare con pazienza”.

 

L’urgenza di una coscienza di quel che siamo

(….)

 

Per concludere questo sommario ma commosso ricordo di Luisa, riporto qualche battuta di un incontro del 2009, in occasione della pubblicazione del suo libro Al mercato della felicità.

«In questo tempo ci sono cose elementari che bisogna pensare ex novo, perché è un tempo di grande trambusto, di grande incertezza. È un periodo di grande gestazione perché è finita la modernità. Quel triste nome “postmoderno” non mi piace e non lo uso, però certo la modernità è finita. È stato un crollo, lo dice bene una filosofa un po’ amica, R. Decovic: “Il muro di Berlino non è caduto solo dalla parte dell’Est, ma anche dalla parte dell’Occidente”.

 

Pensare la natura desiderante e infinita della nostra vita

 

Allora bisogna ripensare tutto radicalmente. La mia passione politica è stata giovanile, non proprio dell’ultima ora. Volevo scrivere questo libro per far sentire amore per la politica. [Flora] ha detto in sostanza che il desiderio illumina il nostro sguardo verso gli altri e verso il mondo. È il desiderio, è l’essere desideranti che fa luce sul mondo, per vederlo non come qualcosa che ci schiaccia, ma come un nido di possibilità. Questa è l’importanza del desiderio in questo momento: dobbiamo essere desideranti. Flora ha trovato anche un passo in cui si dice che il desiderio ce l’ho io e ce l’hanno anche gli altri, quindi il desiderio ci accomuna: la comunanza dei desideri. Quest’aspetto del desiderare insieme non l’avevo pensato, ma bisogna certamente pensarlo, perché in effetti esistono queste concomitanze di desideri. Lì c’è qualcosa che bisogna che diventi amore». Grazie Luisa, per la tua amicizia e per l’aiuto che ci hai dato a pensare la natura desiderante e infinita della nostra vita.

 

(pubblicato sul sito del Centro Culturale di Milano)

 

 

 

 

 

 


Don Julian Carron: Le sfide di Leone per la dignità umana


 


Don Julián Carrón rilegge sul Corriere della Sera il viaggio del Papa in Spagna. «La portata della sua testimonianza è tutta nella modalità disarmante della sua presenza. Una sfida alla Chiesa, al mondo intero»

 

19.06.2026

Julián Carrón

La commozione unica con cui Gesù si è piegato sulla dignità degli uomini e delle donne del suo tempo potrebbe essere oggi un devoto ricordo del passato. Anzi, ormai solo l’eco di un devoto ricordo. Sarebbe soltanto una favola, se non fosse per il fatto di veder riaccadere quello stesso sguardo. Se non fosse contemporaneo. E se nel cuore dell’uomo non persistesse il bisogno di cercarlo - quelle folle, così variegate, accorse, sorprese dall’«imprevisto» di una visita.

Lo abbiamo avuto davanti agli occhi per una settimana, nei giorni dell’intenso viaggio di Leone XIV in Spagna. Nel susseguirsi degli incontri, delle parole - e dei gesti, che hanno riempito quelle parole di significato. Le hanno fatte succedere.

 

La portata della testimonianza che il Papa ci dona è tutta nella modalità disarmante della sua presenza. Il modo in cui si è posto, in ogni frangente della visita, è una sfida alla Chiesa, al mondo intero. E Leone XIV ci sfida attraverso il suo sguardo sulla realtà: in quei giorni, anche con gesti semplicissimi, ha svelato - dietro alle analisi e ai temi più brucianti del dibattito pubblico - il volto dell’uomo.

 

Nella corsa impellente a stabilire cosa è «umano», nel moltiplicarsi delle definizioni antropologiche e degli allarmi di fronte allo sgretolarsi della storia che accelera, il Papa ci spiazza tutti, perché si ferma davanti all’uomo. Lo rivela, guardandolo...

 

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martedì 16 giugno 2026

Papa Leone, fede e metodo

 



Papa Leone, fede e metodo

Fernando De Haro (da sussidiario.net)

 

Nella sua visita in Spagna, Leone XIV non si è limitato ai discorsi di principio, ma ha proposto un metodo chiaro

“Non volevo diventare Papa, né da giovane né da anziano, ma quando il Signore chiama, bisogna dire sì”. Leone XIV ha parlato con sincerità a Barcellona, ​​rispondendo alle domande di Renzo, un bambino di sei anni. Esageriamo un po’, semplifichiamo molto: Papa Prevost, un anno dopo, ha iniziato il suo pontificato con una visita in Spagna. Non si “impara a essere Papa” dall’oggi al domani.

Leone XIV, a Madrid, Barcellona e nelle Isole Canarie, è stato acclamato dalla folla, è stato protagonista di ore di festa, ha pregato e ha ascoltato le storie di molte persone ferite. Ha benedetto decine di bambini, ha improvvisato, ha riso, ha pianto, ha dialogato con i non credenti e, da vescovo, ha presentato proposte al Parlamento. E, soprattutto, ha proposto un metodo per essere “uomini e donne in carne e ossa” in un mondo “di fronte a cui può prevalere la sensazione di non avere più mappe”.

Durante la settimana della visita di Leone XIV, la Spagna ha vissuto un barlume di gioia. I gesti e le parole di quest’uomo timido possedevano una bellezza disarmante; hanno fatto vedere che la pace disarmata e disarmante che predicava era una realtà, non un’utopia.

Molti di coloro che desideravano ascoltarlo e parlare con lui non erano cattolici, non erano credenti e non condividevano tutto o gran parte di ciò che proponeva. L’esempio più eclatante è stato quello dell’attore Antonio Banderas. Pochi hanno sentito il bisogno di specificare dove Leone XIV avesse ragione o torto, alla fine ciò che contava era come si potesse vivere ed era evidente che lui vivesse bene.

Questo conferma che la Spagna è una società post-secolare in cui la ricerca di significato è palpabile. Di questo ha parlato Leone XIV ai vescovi: “Molti uomini e donne del nostro tempo non rifiutano semplicemente Dio, spesso portano nel cuore una profonda sete di senso (…) anche quando non sanno darle un nome. La Chiesa è chiamata a riconoscere questi desideri, ad ascoltarli con rispetto e a offrire (…) il tesoro che le è stato affidato”.

Lungi da quella che alcuni hanno definito “l’illusione dell’unanimità”, è stato chiaro che la Chiesa non intende imporre la propria visione del mondo da una posizione egemonica. Leone XIV ha incarnato ciò che proponeva: è stato “al servizio di questa sete del cuore umano. Non in modo impositivo, ma con la testimonianza evangelica”.

Al Parlamento, sui moli delle Isole Canarie dove approdano i migranti, in molti dei suoi discorsi ha ripetuto la necessità di “rispettare la dignità umana”. Ma ciò non sarebbe bastato se non avesse indicato un metodo per riconoscere tale dignità laddove più spesso è oscurata: nel proprio io.

Ed è qui che Leone XIV ha ripreso – come ha fatto nell’ultimo anno – gli insegnamenti di Sant’Agostino: “Il nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio”, ha detto ai giovani di Barcellona. “E questa inquietudine è un dono che Dio stesso ci ha dato: siamo fatti su misura per l’infinito e per questo ogni orizzonte finito, ogni passo, ogni conquista, pur soddisfacendoci, allo stesso tempo ci spinge avanti e ci invita a continuare a cercare”.

(…)

Per trasformare questa inquietudine in cammino, Leone XIV non propone una morale o una dottrina, bensì l'”esperienza della fede”. “La Chiesa – ha sottolineato – condivide con umiltà ma anche con fermezza ciò che ha scoperto nell’esperienza di fede: che Gesù Cristo risponde alle grandi domande sulla vita umana e la sua pienezza, già in questo mondo e fino al suo culmine nell’eternità”. Ha detto che la Sagrada Familia “è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento. (…) La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa”.

Questa dinamica ci impedisce di “chiuderci ciascuno nel gruppo o nella realtà in cui già si sente sicuro, tra persone che cantano sempre la stessa melodia. Per arrivare al cuore della città occorre coltivare la consapevolezza che la verità è sinfonica e sempre ci supera, coltivare il desiderio di trovare il Risorto che è sempre più avanti di noi, ci precede e forse è già presente dove ancora non lo abbiamo cercato. Cercarlo e seguirlo è infatti condizione per indicarlo: non c’è altrimenti evangelizzazione”.


domenica 14 giugno 2026

Alfonso Carrasco Rouco: CARISMI NELLA CHIESA


 

CARISMI NELLA CHIESA | Non un potere alternativo, ma un dono per comunicare Cristo

Alfonso Carrasco Rouco Pubblicato 14 Giugno 2026

 

I carismi sono doni indispensabili per la missione della Chiesa: rendono credibile l’annuncio del Vangelo e favoriscono l’incontro con Cristo

Il documento Iuvenescit Ecclesia si propone di riflettere sulla fioritura dei “movimenti” e delle “aggregazioni carismatiche” nell’epoca postconciliare, che avrebbe reso evidente l’importanza di questi doni dello Spirito per l’adempimento della missione della Chiesa.

La sua affermazione iniziale è la necessità di riconoscere e apprezzare i numerosi doni presenti nel Popolo di Dio, per l’indispensabile compito della nuova evangelizzazione (IE 1).

Il documento colloca di fatto i doni carismatici in questo orizzonte: essi hanno sempre arricchito l’esercizio della missione del Popolo di Dio (IE 11) e servito affinché questa possa essere vissuta in pienezza (IE 15); rivestono un’importanza irrinunciabile per la vita e la missione della Chiesa (IE 1b, 10); sono destinati alla sua edificazione (IE 5, 18).

A proposito dell’insegnamento paolino, ricorda innanzitutto che i doni carismatici non sono dati al servizio di chi li riceve, ma degli altri: “in ciascuno si manifesta lo Spirito per il bene comune”. Naturalmente, il carisma ha un’utilità per la persona che lo riceve, ma solo nella misura in cui costituisce un’occasione affinché il fedele progredisca nella carità. Infatti, il suo esercizio potrebbe persino coesistere con l’assenza di una vera relazione con il Salvatore (IE 5). La Lettera comprende, quindi, fin dall’inizio, i doni carismatici come intrinsecamente destinati al servizio degli altri, finalizzati alla missione della Chiesa.

Questa affermazione viene sviluppata sistematicamente dalla Lumen Gentium a partire dall’insegnamento di LG 4: lo Spirito edifica e guida la Chiesa con “doni gerarchici e carismatic” diversi (LG 1, 8-15). Entrambi hanno la stessa origine e lo stesso scopo; sono doni di Dio, dello Spirito Santo, di Cristo, destinati in modi diversi all’edificazione, a “insegnare, dirigere e adornare con i loro frutti” la Chiesa (LG 4). Entrambi sono presentati nel contesto dell’opera dello Spirito, senza identificarli, per il loro senso più ministeriale, con “grazie fondamentali” come “la grazia santificante” o i doni della fede, della speranza e della carità, che sono indispensabili per ogni cristiano (LG 4).

Queste affermazioni conciliari costituiscono il quadro della riflessione teologica del documento. Escludono che i doni possano essere interpretati in contrapposizione ai doni gerarchici e presentano entrambi, ciascuno a modo suo, al servizio dell’opera della grazia.

I carismi presuppongono, quindi, i sacramenti dell’iniziazione cristiana, i quali “sono costitutivi della vita cristiana e su di essi si fondano i doni gerarchici e carismatici” (LG 13); e si collocano nell’orizzonte costituzionale proprio del fedele cristiano, comune a ogni ministero e stato di vita.

La riferibilità allo statuto del fedele cristiano è esplicitata dal documento richiamando in particolare LG 12, dove i carismi sono presentati come espressione della partecipazione del fedele cristiano al munus profetico di Cristo (LG 1a, 2, 9, 22), che è frutto del battesimo.

Infatti, IE afferma che «la dimensione carismatica non può mai mancare alla vita e alla missione della Chiesa» (IE 13b), che essa è “di importanza irrinunciabile” (IE 9b). Non è “opzionale”, anche se non sempre garantita nelle sue forme storiche, a differenza dei doni gerarchici, con il loro specifico fondamento sacramentale (IE 14). La Carta, in continuità con il magistero papale postconciliare, affermerà esplicitamente la “coessenzialità” di entrambi i doni, gerarchici e carismatici (IE 10, 11, 13).

 

Questi doni, insegna il Concilio (AA3) e ricorda Iuvenescit Ecclesia, implicano per il fedele il diritto e il dovere di esercitarli, con una finalità descritta come “il bene degli uomini e l’edificazione della Chiesa” (9b). Allo stesso tempo, si insiste sul fatto che i fedeli soggetti di questi doni devono riconoscere il discernimento che compete al ministero gerarchico, affinché possano viverli nella comunione ecclesiale (7, 9b, 17, 18, 19).

I doni carismatici generano, quindi, una responsabilità propria del fedele cristiano nei confronti della missione della Chiesa, non derivata da una trasmissione di compiti e servizi tramite il ministero gerarchico o la comunità ecclesiale, ma dal dono dello Spirito.

(…..)

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sabato 13 giugno 2026

Leone XIV incontra i giovani, ascolta le loro domande e risponde



 



Leone XIV: «Quella sana inquietudine che è dono di Dio»

 

Domanda. Santo Padre, cresciamo sentendoci dire che l’unico obiettivo nella vita è produrre, avere successo e curare la nostra immagine. Io stesso ci ho provato, ma ho trovato solo un vuoto immenso. Cercando risposte, la mia vita ha avuto una svolta, e in questa Pasqua ho ricevuto il Battesimo. Ora che mi trovo in questo nuovo cammino, Le chiedo: come possiamo tenere lo sguardo rivolto verso ciò che conta davvero, quando la società ci spinge a guardare costantemente verso il basso o solo a noi stessi? Come possiamo scoprire la nostra vera vocazione dentro questa corrente?

 

Grazie per questa testimonianza. Vorrei innanzitutto condividere la tua gioia e quella di tutti coloro che, durante la Pasqua di quest’anno, hanno ricevuto il sacramento del Battesimo. Numerosi giovani e adulti stanno riscoprendo la fede cristiana, magari dopo un periodo della vita in cui si erano un po’ allontanati da Dio. Si tratta di un passo davvero importante. Infatti, tutto ciò che scopriamo, accogliamo e viviamo gradualmente lungo il cammino contribuisce certamente alla nostra crescita, alla nostra maturità e ad ampliare gli spazi di vita dentro di noi; ma, allo stesso tempo, tra le gioie, i successi e le sconfitte, ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di un’altra acqua per dissetarci più profondamente. Il nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio. E questa inquietudine è un dono che Dio stesso ci ha dato: siamo fatti su misura per l’infinito e per questo ogni orizzonte finito, ogni passo, ogni conquista, pur soddisfacendoci, allo stesso tempo ci spinge avanti e ci invita a continuare a cercare, a cercare avanzando, ma, soprattutto, a cercare «scendendo interiormente», cioè andando in profondità...

 

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martedì 9 giugno 2026

Hannah Arendt, un pensiero vivo tra passato e futuro

 


Un pensiero vivo tra passato e futuro

Sante Maletta

 

Annah Arendt è una pensatrice assai presente nel panorama filosofico e culturale

contemporaneo ed è ormai considerata un classico. Le sue opere hanno spesso suscitato

dibattiti molto accesi in quanto la sua esigenza di comprensione della realtà era così

radicale da oltrepassare i limiti imposti dal pensiero mainstream.

Basti pensare alla sua opera Le origini del totalitarismo (1951), che costituisce la prima ricerca

rigorosa in cui si comparano nazismo e comunismo e che definisce una nozione di ideologia

ripresa poi dai dissidenti dei paesi comunisti (Solženicyn, Patočka, Havel).

Arendt è una pensatrice difficile da inserire in categorie politiche e ideologiche

(destra/sinistra, progressismo/conservatorismo).

Ciò è dovuto al fatto che si concepisce come collocata storicamente all’interno di una frattura tra

passato e futuro, a partire dal dato di fatto che la tradizione europea s’è interrotta. Tale avvenimento

sta all’origine di una condizione esistenziale di smarrimento intellettuale e morale che ha reso

l’uomo moderno incapace di riconoscere il male totalitario e di agire contro di esso.

Come lei stessa dice, nel deserto di tale condizione fioriscono tuttavia le oasi grazie al recupero dei

tesori del passato. L’interruzione della tradizione, infatti, se da un lato è un evento drammatico,

dall’altro ci permette di guardare al passato con occhi nuovi, riconoscendo ciò che di prezioso si

può riattualizzare nel presente.

La costruzione del futuro difatti non può basarsi sulla mera condivisione di una condizione

umana presente che unisce gli uomini o in modo solo negativo (i grandi problemi globali) o in

modo solo oggettivo (le varie forme di tecnologia, l’economia, la sub-cultura di massa).

Di fronte alla globalizzazione gli uomini sono impotenti e smarriti. Attraverso il recupero dei

tesori del passato possiamo tuttavia renderci conto dei fattori fondamentali che costituiscono la

condizione umana e che la modernità avanzata mette a rischio: natalità, mortalità, pluralità ecc.

Per esempio, l’ingegneria genetica mette in discussione la natalità, il fatto che l’uomo non è prodotto,

ma creato e che quindi ogni individuo, semplicemente nascendo, porta con sé un nuovo inizio.

Arendt cita spesso S. Agostino (al quale è dedicata la sua tesi dottorale): «Initium ut esset, homo

creatus est». Un inizio che riaccade ogni volta che l’uomo agisce (non limitandosi a reagire agli

stimoli sociali), come avviene nel perdono, un atto imprevedibile e gratuito.

Costruire significa quindi far rivivere idee ed esperienze del passato nella condizione umana

presente dove quelle riaccadono in modo nuovo attraverso le idee e le esperienze di uomini

contemporanei. Non si può costruire il futuro su un presente privo di passato.

Ci sono almeno tre snodi precipui del pensiero arendtiano che riteniamo significativi nel

presente contesto culturale.

 

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 (Linea Tempo 42/2026)


lunedì 8 giugno 2026

Omelia di Papa Leone nella solennità del Corpus Domini a Madrid


 

Papa Leone XIV: «Egli disseti le aridità del nostro cuore»

L’omelia alla Messa e processione con benedizione eucaristica nella solennità del Corpus Domini a Madrid, domenica 7 giugno, in occasione del viaggio apostolico in Spagna

 

08.06.2026

Papa Leone XIV guida la processione del Corpus Domini, durante il viaggio apostolico in Spagna. Madrid, Plaza de Cibeles (© EPA/Javier Lizon)

Eminenze Reverendissime, Eccellenze,

carissimi presbiteri, religiosi e religiose, Maestà

fratelli e sorelle,

è con il cuore colmo di gioia che, all’inizio di questo Viaggio in Spagna, presiedo questa Celebrazione nel giorno della Solennità del Corpus Domini.

 

Siamo radunati attorno all’Eucaristia, il dono della presenza viva di Cristo in mezzo a noi. Egli, che ha voluto offrirci la sua vita per farci entrare nella comunione del Padre e renderci suoi figli è qui, come pane vivo disceso dal cielo, che ci sfama con la stessa vita di Dio, con un amore più forte della morte.

 

Questa memoria del Signore presente nel Pane eucaristico è al cuore della vostra fede e della storia del vostro popolo. Qui a Madrid, ma anche in tantissimi altri luoghi della Spagna, il Corpus Domini non è una delle tante feste del calendario liturgico, ma un ritornare alle radici della fede per rinnovare l’amore e la fedeltà a Dio. Le solenni processioni di questo giorno hanno plasmato per secoli la pietà, l’arte, la musica, l’architettura e la vita del popolo spagnolo e, ancora oggi, esprimono e manifestano il sentimento spirituale di questo Paese anche attraverso la bellezza e l’eleganza dei tappeti floreali, degli altari nelle strade, della cura degli ostensori e degli espositori, dei canti e dei paramenti. Non si tratta di una manifestazione esteriore, di una sopravvivenza folkloristica o di un semplice ornamento estetico: qui si tratta della fede nella presenza del Signore Risorto, che è vivo e passa ancora in mezzo a noi, che si fa pane per la nostra fame di vita e visita gli angoli del nostro cuore e della nostra storia, anche quelli più oscuri...

 

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Omelia del Santo Padre, “Plaza de Cibeles” (Madrid), domenica 7 giugno 2026


sabato 6 giugno 2026

La carità costruisce per sempre

 


https://youtu.be/uXCgYSMfWeo?si=ynYD9_-h7nNC22Nu

https://youtu.be/uXCgYSMfWeo?si=ILrF_VXPtwKWisgO

martedì 2 giugno 2026

S.Cuore di Gesù



 


S.CUORE DI GESU’

 

Tornare alla sorgente dell’amore Cristiano

 

Con l’inizio di giugno, tradizionalmente dedicato al Sacro Cuore di Gesù, la Chiesa rinnova un invito che attraversa i secoli: tornare al centro della Fede, all’amore di Cristo. In un tempo segnato dalla velocità, dall’individualismo e dall’incertezza, la devozione al Sacro Cuore conserva una sorprendente attualità. Non si tratta di una pratica devozionale relegata al passato, ma di una scuola spirituale capace di parlare ancora oggi al cuore dell’uomo. Papa Pio XII la definì «la scuola più efficace dell’amore di Dio», perché conduce a contemplare un Dio che non rimane distante, ma si fa vicino, partecipe delle sofferenze e delle speranze dell’umanità.

 

Una devozione che attraversa la storia

 

Le radici del culto del Sacro Cuore di Gesù affondano nell’antichità Cristiana e nel Medioevo, ma la sua diffusione universale avvenne nel XVII secolo grazie a San Giovanni Eudes e soprattutto alle rivelazioni di Santa Margherita Maria Alacoque. Attraverso la religiosa francese, la Chiesa riscoprì il Cuore di Cristo come simbolo vivo dell’amore misericordioso di Dio, capace di trasformare le persone, le famiglie e persino le società.


domenica 31 maggio 2026

Luce, splendore e grazia della Trinità

 


Dalle «Lettere» di sant'Atanasio, vescovo

(Lett. 1 a Serap. 28-30; PG 26, 594-595. 599)

 

Luce, splendore e grazia della Trinità

Non sarebbe cosa inutile ricercare l'antica tradizione, la dottrina e la fede della Chiesa cattolica, quella s'intende che il Signore ci ha insegnato, che gli apostoli hanno predicato, che i padri hanno conservato. Su di essa infatti si fonda la Chiesa, dalla quale, se qualcuno si sarà allontanato, per nessuna ragione potrà essere cristiano, né venir chiamato tale.

La nostra fede è questa: la Trinità santa e perfetta è quella che è distinta nel Padre e nel Figlio e nello Spirito Santo, e non ha nulla di estraneo o di aggiunto dal di fuori, né risulta costituita del Creatore e di realtà create, ma è tutta potenza creatrice e forza operativa. Una è la sua natura, identica a se stessa. Uno è il principio attivo e una l'operazione. Infatti il Padre compie ogni cosa per mezzo del Verbo nello Spirito Santo e, in questo modo, è mantenuta intatta l'unità della santa Trinità. Perciò nella Chiesa viene annunziato un solo Dio che è al di sopra di ogni cosa, agisce per tutto ed è in tutte le cose (cfr. Ef 4, 6). E' al di sopra di ogni cosa ovviamente come Padre, come principio e origine. Agisce per tutto, certo per mezzo del Verbo. Infine opera in tutte le cose nello Spirito Santo.

L'apostolo Paolo, allorché scrive ai Corinzi sulle realtà spirituali, riconduce tutte le cose ad un solo Dio Padre come al principio, in questo modo: «Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; e vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti» (1 Cor 12, 4-6).

Quelle cose infatti che lo Spirito distribuisce ai singoli, sono date dal Padre per mezzo del Verbo. In verità tutte le cose che sono del Padre sono pure del Figlio. Onde quelle cose che sono concesse dal Figlio nello Spirito sono veri doni del Padre. Parimenti quando lo Spirito è in noi, è anche in noi il Verbo dal quale lo riceviamo, e nel Verbo vi è anche il Padre, e così si realizza quanto è detto: «Verremo io e il Padre e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23). Dove infatti vi è la luce, là vi è anche lo splendore; e dove vi è lo splendore, ivi c'è parimenti la sua efficacia e la sua splendida grazia.

Questa stessa cosa insegna Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, con queste parole: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2 Cor 13, 13). Infatti la grazia è il dono che viene dato nella Trinità, è concesso dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo. Come dal Padre per mezzo del Figlio viene data la grazia, così in noi non può avvenire la partecipazione del dono se non nello Spirito Santo. E allora, resi partecipi di esso, noi abbiamo l'amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunione dello stesso Spirito.


venerdì 29 maggio 2026

Video incontro con la Dr.ssa Migliarese e la Prof.ssa Scabini



 

Video incontro con la Dr.ssa Migliarese e la Prof.ssa Scabini


Sul canale YouTube di CL è stato pubblicato il video dell’incontro

La pienezza dell’amore. Dalla maturità affettiva alla generatività tenutosi lo scorso 6 maggio, a cui hanno partecipato la dr.ssa Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, e la dott.ssa Eugenia Scabini, professore emerito di Psicologia Sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

https://youtu.be/OcARRyYAJl0

giovedì 28 maggio 2026

CHIESA & CARISMI | Leone XIV chiede comunione vera: nessun movimento basta da solo

 



CHIESA & CARISMI | Leone XIV chiede comunione vera: nessun movimento basta da solo

Franco Giulio Brambilla Pubblicato 28 Maggio 2026

 

Il richiamo del Papa ai movimenti e alle associazioni ecclesiali: occorre un governo dei carismi fondato su comunione, libertà, e servizio alla Chiesa

Rivolto ai moderatori delle associazioni e dei movimenti ecclesiali, Papa Leone XIV, in un lucido intervento (Leone XIV, Udienza ai partecipanti all’Incontro dei moderatori delle associazioni internazionali di fedeli, dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, 21.05.2026), ha parlato “ai responsabili, a livello internazionale, di tante diverse realtà laicali”, riflettendo “sul tema del governo di una comunità ecclesiale”. L’intervento è stato incoraggiante e propositivo perché animato da due preoccupazioni di fondo: custodire la “traditio viva” del carisma o della vocazione di un’associazione e di un movimento; sostenere lo slancio “profetico” più genuino dei carismi “per comprendere in che papado rispondere alle nuove sfide e alle sensibilità culturali, sociali e spirituali del nostro tempo”.

La tensione pastorale dell’intervento del Papa è evidente. Parlando ai capi, voleva che volgessero lo sguardo ai due tesori presenti nei carismi personali e associati: la passione delle persone, risvegliata dal ritorno alla sorgente dei fondatori (“c’è una grande ricchezza fra voi, tante persone ben formate e tanti bravi evangelizzatori; tanti giovani e diverse vocazioni alla vita sacerdotale e matrimoniale”); la peculiarità del metodo di evangelizzazione, che risponde all’urgenza del tempo presente (“la varietà dei carismi, dei doni e dei metodi di apostolato sviluppati negli anni vi consente di essere presenti nei campi della cultura, dell’arte, del sociale, del lavoro, portando ovunque la luce del Vangelo”).

Il focus dell’intervento papale si è concentrato su “governare il carisma”, sulle sue caratteristiche e sulle condizioni necessarie per esercitarlo bene a favore delle realtà ecclesiali di cui si è responsabili, per vigilare su ogni forma di ripiegamento e di narcisismo e per correggere ogni tentazione di unilateralità e di esclusivismo. L’abbrivio della breve riflessione parte, dunque, dalla necessità, per ogni carisma, di pensarsi nella sinfonia dei carismi, dei ministeri e delle operazioni, in ordine alla teologia della Chiesa come “corpo di Cristo”, non solo perché i membri dell’unico corpo siano complementari e ben compaginati tra loro, ma anche perché soltanto insieme con gli altri carismi, ministeri e operazioni possano dire e donare al mondo la ricchezza inesauribile del mistero di Cristo (1Cor 12).

La Chiesa come corpo di Cristo non parla solo della complementarità e della sussidiarietà dei doni dello Spirito (immagine ellenistica del corpo), ma anche della simbolicità e della sinfonia dei doni dello Spirito per dire e portare Cristo agli uomini (immagine biblica del corpo). Il corpo non è solo composto di membra coordinate da far funzionare in modo armonico, ma è anche il “simbolo reale” della persona, con cui essa si pone nel mondo e il mondo entra in contatto con essa (qui si tratta nientemeno che di donare Cristo). Solo in questa ottica “governare il carisma” è collocato nel suo contesto reale, che è quello più ampio e comprensivo della missione della Chiesa e della coscienza battesimale di tutto il popolo di Dio, compresi i pastori.

Tuttavia, l’intervento di Papa Leone aveva una mira precisa e va collocato in tale contesto, perché le condizioni e le caratteristiche evocate siano ben comprese e, soprattutto, animino un percorso spirituale, l’unico che può suscitare passioni e sostenere l’impegno. L’arte del “buon governo” non è mai isolata, ma corale. E la Chiesa è sinfonica. Gregorio Magno la definisce così: “La guida delle anime è la suprema tra le arti (Ars est artium regimen animarum)” (Gregorio Magno, Regola Pastorale I, 1, (Opere di Gregorio Magno VII), a cura di G. Cremascoli, Città Nuova, Roma 2008, pp. 10-11). Resta un fatto prodigioso nella storia della Chiesa che all’esperienza spirituale dei carismi e alla missione pastorale della Chiesa siano riconosciute, e ancor più promosse, zone di autonomia e di libertà che arricchiscono il dirsi e il darsi della presenza del Signore nel mondo. Si pensi soltanto alla riconosciuta autonomia delle comunità monastiche, delle congregazioni religiose, degli istituti di vita consacrata e missionaria, delle confraternite di volontariato, oggi appunto allargata anche alle associazioni, aggregazioni e movimenti ecclesiali.

Il Papa definisce il governo come “l’azione di ‘reggere il timone’, di ‘pilotare una nave’”. Si tratta di dare “una direzione sicura, in modo che la comunità sia luogo di crescita per le persone che ne fanno parte”, per sopperire alla “necessità di avere persone e strutture adeguate che si occupino di guidare e coordinare la vita comune”. La descrizione funzionale dell’arte di governo, tipica della guida di ogni gruppo sociale, ha però, una volta assunta nella Chiesa, un carattere sacramentale. Essa “non nasce dalla semplice esigenza di coordinare i bisogni religiosi dei suoi membri”, ma è “il luogo, voluto da Dio, dove tutti gli uomini, in ogni epoca, possono ricevere i frutti della Redenzione e sperimentare la vita nuova che Cristo ci ha donato”.

La radice sacramentale del “governare il carisma” di un’associazione, di un’aggregazione o di un movimento “esprime la partecipazione al munus regale di Cristo ricevuto nel Battesimo”. Esso non è un potere delegato dall’ordine sacro, ma si radica nella comune dimensione battesimale del popolo di Dio, anche se il suo esercizio pratico necessita del riconoscimento del munus regendi dei pastori. Coraggiosa la conclusione che ne trae il Pontefice. Raggiungiamo qui l’asse portante del discorso. Governare il carisma “si pone a servizio di altri fedeli e della vita associativa ed è frutto di libere elezioni, che devono essere intese come espressione di un discernimento comune: permettere che la voce di tutti si esprima in modo libero”. La teologia del popolo di Dio qui assume un’illustrazione alta e limpida, che riconosce il diritto di associazione dei christifideles sia nella sua sorgente sia nel suo esercizio pratico.

Proprio perché è formulato come un diritto, esso va accolto insieme come dono e compito, da cui rifluiscono ben cinque tratti qualificanti. Tre sono descritti dal Papa come conseguenze, due come caratteristiche. Mi piace assumerli come un sistema di vasi comunicanti, così che, se l’uno manca o viene diminuito, anche gli altri si impoveriscono e si deprimono. Non possiamo nasconderci che questi ultimi trent’anni, in cui la fioritura dei movimenti ha disegnato una parabola che sembrava travolgente, hanno presentato anch’essi un conto pesante di abusi, sopraffazioni e persino deviazioni, tanto che in alcuni casi si è paventato il timore di una deriva settaria (F.G. Brambilla, Nuovi movimenti religiosi. I rischi di una deriva settaria, “Il Regno Attualità” 69 (2023), 531-541). Solo una libera e sciolta pratica del “carisma di governo”, che sia semplicemente spirituale, tutta tesa fra custodia viva del carisma e slancio profetico della missione, può garantire il passaggio alla seconda generazione. Soprattutto nei movimenti recenti, quando, dopo la scomparsa dei fondatori, bisogna riattivare, sotto la cenere delle cose trasmesse, il fuoco vivo del carisma originario da trasmettere.

La prima condizione sembra la più ovvia, ma è anche la più insidiosa. Il carisma di guida “dev’essere per l’utilità di tutti (cfr 1Cor 12,7), cioè per promuovere il bene della comunità, dell’associazione, della Chiesa intera. Il governo, dunque, non può mai essere sfruttato per interessi personali o forme mondane di prestigio e di potere”. Mai un linguaggio, nella sua semplicità, è stato più limpido: interesse e potere si insinuano in tutte le forme di cooptazione amicale, nella rete relazionale che include ed esclude, nella censura dei comportamenti e delle persone che non abbia un respiro fraterno. E il fratello non è il componente di una compagnia di interessi e di convenienze, anche se fossero legittimi, ma è colui che cammina con te e ti aiuta ad ascoltare in stereo la realtà della missione.

La seconda è che il “carisma del governo” dei movimenti nasce e si svolge nella libertà di scelta e di esercizio. La formulazione del Papa fa sobbalzare sulla sedia: esso “non può mai essere imposto dall’alto, ma dev’essere un dono riconoscibile nella comunità e liberamente accolto; da qui l’importanza di libere elezioni per renderlo effettivo”. Raggiungiamo qui un profilo alto del magistero pastorale che appella alla coscienza dei membri di associazioni, aggregazioni e movimenti, perché solo la coscienza è il luogo in cui accade la verità: quella del carisma e di chi lo regola. Il “dall’alto” riguarda sia l’autorità dei pastori sia il verticalismo degli organi di decisione. Sono note a tutti le possibilità di manipolazione nel momento della scelta dei responsabili, soprattutto oggi, in presenza dei social e degli strumenti occulti e pervasivi della comunicazione.

La terza condizione è espressa dal Pontefice in modo laconico: “Ogni carisma, anche il governo di un’associazione, è soggetto al discernimento dei Pastori, che vigilano sulla genuinità e sull’uso ordinato dei carismi (cfr Lumen gentium, 12; Iuvenescit Ecclesia, 9 e 17)”. La formulazione sembra non porre problemi, ma sappiamo che, in ogni processo di consultazione per una decisione responsabile, bisogna attivare una comunicazione autentica e veritiera sia dalla periferia verso il centro sia viceversa. Basterebbe far notare che ogni forzatura nella scelta dei moderatori, dei referenti, dei membri dei consigli pastorali ed economici deprime la qualità del cammino dei movimenti, mentre ogni saggia decisione favorisce la ricchezza del loro percorso. Soprattutto nel passaggio alla seconda generazione, questo diventa decisivo. È noto che anche nella Chiesa le procedure per la selezione del personale laico e religioso sono molto incerte e talvolta arbitrarie.

La quarta condizione esprime una saggia considerazione: “Alcune caratteristiche devono essere sempre presenti nel governo [del carisma]: l’ascolto reciproco, la corresponsabilità, la trasparenza, la vicinanza fraterna, il discernimento comunitario”. Quando si dice che l’autorità è servizio, forse la formula può apparire a molti consolatoria e persino ipocrita: si ha paura di chiamarla semplicemente “potere”. Ma la parola auctoritas significa, secondo una possibile etimologia, “colui che fa crescere”: allora le “caratteristiche” (così le chiama il Papa), cioè quelle doti che scolpiscono il carattere di un’autorità, sono la garanzia perché l’esercizio del potere sia cristiano.

La quinta condizione, infine, suggerisce due connotati essenziali dell’esercizio del governare il carisma: “Un buon governo, invece di concentrare tutto su sé stesso, promuove la sussidiarietà e la partecipazione responsabile di tutti i membri della comunità”. Sussidiarietà e partecipazione sono richiamate dal Papa perché la guida del carisma sia tonica. Forse potremmo dirlo con una specie di slogan: nei movimenti, come nelle parrocchie, è meglio arrivare un giorno dopo con una persona in più, perché il nostro orizzonte non è l’efficacia, ma la fecondità, e si è fecondi se si fanno sedere alla tavola della comunione molti figli e tanti fratelli.

 

L’intervento di Leone è rimbalzato sui media per un’ultima considerazione. L’atto di governare il carisma, nella sua radice sacramentale e battesimale, deve inserirsi nella sinfonia più ampia della Catholica. Sentiamolo: “Chi esercita una missione di governo nella Chiesa deve imparare ad ascoltare e accogliere pareri diversi, orientamenti culturali e spirituali diversi, temperamenti personali diversi, cercando sempre di conservare, soprattutto nelle decisioni doverose e spesso difficili da prendere, il bene superiore della comunione”. E poi, andando dritto al punto, stacca gli occhi dai fogli e aggiunge a braccio: “E quindi i nostri movimenti devono veramente cercare come vivere in comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano. E quindi il Vescovo è una figura di riferimento molto importante e, se un gruppo dice: ‘No, con quel Vescovo non siamo in comunione, ne vogliamo un altro’, non va bene. Dobbiamo cercare di vivere in comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano come anche a livello universale”. Più chiaro di così… Anche se non è del tutto articolato il rapporto tra Chiesa locale e Chiesa universale, per il quale il riferimento alla seconda talvolta diventa alibi per affrancarsi dalla prima. Molte narrazioni lo ricordano impietosamente.

(…….)

Come dice, con espressione fulminante, il grande teologo dell’unità della Chiesa, Johann Adam Möhler (1796-1838):

“Non vorremmo morire né asfissiati per estremo centralismo, né assiderati per estremo individualismo. Né uno può pensare di essere tutti, né ciascuno può pensare di essere il tutto, ma solo l’unità di tutti è una totalità. Questo è l’eídos (εἶδος), questa è la forza motrice della Chiesa cattolica!”.

 

 


mercoledì 27 maggio 2026

Intervista al Cardinale Muller sulle decisioni della FSSPX


 

Die Situation zwischen dem Heiligen Stuhl und der traditionalistischen Priesterbruderschaft St. Pius X. (FSSPX) steuert auf eine historische Eskalation zu

 

Bischofsweihen - Piusbruderschaft kündigt die Namen der vier neuen Bischöfe an

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Die Situation zwischen dem Heiligen Stuhl und der traditionalistischen Priesterbruderschaft St. Pius X. (FSSPX) steuert auf eine historische Eskalation zu

 

 

Menzingen (kath.net/rn) Die Fronten verhärten sich: Die Situation zwischen dem Heiligen Stuhl und der traditionalistischen Priesterbruderschaft St. Pius X. (FSSPX) steuert auf eine historische Eskalation zu. Am Montag hat die Piusbruderschaft die Namen der vier neuen Bischöfe, die gegen den Willen von Rom geweiht werden sollen, bekanntgegeben. Neben dem Schweizer Pascal Schreiber und Michael Goldade aus den USA sollen mit Michel Poinsinet de Sivry und Marc Hanappier auch zwei Franzosen geweiht werden. Die Weihen sollen am kommenden 1. Juli stattfinden. Da dieser Schritt ohne das erforderliche päpstliche Mandat geplant ist, droht der Weltkirche ein erneuter tiefer kirchenrechtlicher Bruch. Der Generalobere der FSSPX, Pater Davide Pagliarani, rechtfertigte den Schritt mit einer vermeintlichen „schwerwiegenden Notlage“ innerhalb der Kirche. Von den ursprünglich im Jahr 1988 durch Erzbischof Marcel Lefebvre geweihten vier Bischöfen sind heute nur noch zwei im Amt, weshalb die Bruderschaft die Kontinuität ihrer Sakramentenspende für die weltweit rund 600.000 Gläubigen gefährdet sieht.

 

 

 

Die Ankündigung stellt eine fundamentale Herausforderung für das Pontifikat von Papst Leo XIV. dar, der erst im vergangenen Jahr sein Amt angetreten hat. Der Vatikan reagierte umgehend und warnte inzwischen mehrfach die Führung der Bruderschaft in Menzingen eindringlich davor, die Weihen zu vollziehen. Sollten die Konsekrationen wie geplant ohne Erlaubnis Roms stattfinden, zieht dies laut dem geltenden Kirchenrecht (Codex Iuris Canonici) die automatische Exkommunikation (Latae Sententiae) aller beteiligten Bischöfe nach sich – sowohl der Spender als auch der Empfänger der Weihe.

 

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Kat.net online

 

 

 

 

lunedì 25 maggio 2026

LETTERA ENCICLICA MAGNIFICA HUMANITAS DEL SANTO PADRE LEONE XIV

 



LETTERA ENCICLICA MAGNIFICA HUMANITAS DEL SANTO PADRE LEONE XIV

SULLA CUSTODIA DELLA PERSONA UMANA NEL TEMPO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 

INTRODUZIONE

Le res novae del nostro tempo

Due icone bibliche

Costruire nel bene

Rimanere umani

 

CAPITOLO 1

UN PENSIERO DINAMICO FEDELE AL VANGELO

Una Chiesa in cammino nella storia dell’umanità

 

Sapienza della Parola e dialogo con le scienze umane

La Dottrina sociale come discernimento comunitario

 

Lo sviluppo del Magistero sociale da Leone XIII a oggi

 

Primi passi della Dottrina sociale della Chiesa

Gli anni del Concilio Vaticano II

Il Magistero recente

 

Una lettura della storia alla luce della fede

 

CAPITOLO 2

FONDAMENTI E PRINCIPI DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

 

I fondamenti della Dottrina sociale

 

L’essere umano immagine del Dio trinitario

L’eguale dignità di tutti gli esseri umani

L’altissimo valore dei diritti umani

I principi della Dottrina sociale

 

Il principio del bene comune

Il principio della destinazione universale dei beni

Il principio di sussidiarietà

Il principio di solidarietà

Il principio della giustizia sociale

 

Lo sviluppo umano integrale

Una verifica per la Chiesa

 

CAPITOLO 3

TECNICA E DOMINIO.

 

LA GRANDEZZA DELLA PERSONA UMANA DAVANTI ALLE PROMESSE DELL’IA

 

Il paradigma tecnocratico e il potere digitale

L’intelligenza artificiale

 

Un aiuto prezioso che richiede attenzione

Responsabilità, trasparenza e governo dell’IA

 

Ciò che non possiamo perdere

 

Narrazioni di fondo: transumanesimo e postumanesimo

Il limite, il cuore, la grandezza dell’essere umano

 

Il vero “più che umano”: grazia e umanesimo cristiano

Due città e due amori

 

CAPITOLO 4

CUSTODIRE L’UMANO NELLA TRASFORMAZIONE.

 

VERITÀ, LAVORO, LIBERTÀ

 

La verità come bene comune

 

Verità e democrazia

Comunicazione e immaginario collettivo

Per un’ecologia della comunicazione

Un’alleanza educativa per l’era digitale

Centralità della scuola

 

La dignità del lavoro nella transizione digitale

 

Il valore del lavoro

Il problema della disoccupazione

Un’economia che valorizzi la dignità

Famiglia e giovani: condizioni sociali della speranza

 

Custodire la libertà contro dipendenza e mercificazione

 

Dipendenze e controllo sociale

Spezzare le catene delle nuove schiavitù

 

Una responsabilità condivisa

 

CAPITOLO 5

LA CULTURA DELLA POTENZA E LA CIVILTÀ DELL’AMORE

 

La civiltà dell’amore nell’era digitale

La cultura della potenza

 

La normalizzazione della guerra

La forza senza limiti

Armi e intelligenza artificiale

La crisi del multilateralismo

Un presunto realismo politico

 

Costruire la civiltà dell’amore

 

Tutti possiamo fare la nostra parte

Disarmare le parole

Costruire la pace nella giustizia

Assumere lo sguardo delle vittime

Coltivare un sano realismo

Rilanciare il dialogo

La necessità della diplomazia e del multilateralismo

Pregare e sperare

 

CONCLUSIONE

Il Verbo si è fatto carne

Un solo corpo in Cristo

Il cantiere del nostro tempo

Il canto della speranza: il Magnificat

 

 

 

INTRODUZIONE

1. La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo». [1] Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza.

 

2. Fondati su Cristo, pietra viva, facciamo esperienza della potente e misteriosa azione dello Spirito Santo, e crediamo che ogni autentico sforzo umano di cooperare con Lui per il bene sarà benedetto dal Padre celeste, nel quale riponiamo la nostra speranza. Per questo possiamo contribuire con impegno a tutte quelle iniziative che costruiscono un mondo più giusto, e possiamo chiamare altri a collaborare con noi nella promozione dello sviluppo integrale di ogni essere umano. Desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità. [2] Vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti. Tale attitudine al dialogo è parte integrante della vocazione della Chiesa, perché essa, costituita «in Cristo, in qualche modo il sacramento […] dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano», [3] riconosce nella storia il luogo in cui il Vangelo interpella e accompagna l’esperienza umana.

 

3. Con questo spirito, nel 1891 Leone XIII ha pubblicato l’Enciclica Rerum novarum, di cui con viva riconoscenza celebriamo quest’anno il 135° anniversario. Con quel documento, il mio amato Predecessore ha dato impulso a quella riflessione sulla società, sull’economia e sulla politica che oggi chiamiamo “Dottrina sociale della Chiesa”. E quando alcuni obiettavano che la Chiesa non doveva sprecare energie in questioni mondane, ma preoccuparsi di comunicare un messaggio di vita eterna, egli rispondeva con realismo e sapienza che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli. [4] Sono trascorse molte decadi da allora, e il Magistero, i pastori, i teologi e i fedeli hanno continuato a riflettere sulle questioni sociali alla luce del Vangelo. Oggi la Dottrina sociale della Chiesa è un patrimonio di saggezza, ove troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire. Essa si fonda sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione e, in dialogo con le scienze, ci aiuta a leggere con lucidità le sfide del presente, individuando percorsi adeguati per vivere una testimonianza cristiana limpida, con gioia e al servizio del mondo. Non è un insieme statico di concetti, ma un corpus vivo di verità, che custodisce e interpreta la vocazione dell’umanità a una vita piena e giusta. A questa tradizione vivente desidero dunque aggiungere la mia voce, invocando l’aiuto dello Spirito di sapienza, che abita il mondo sin dal suo inizio (cfr Pr 8,22-31).

 

Le res novae del nostro tempo

 

4. Se a suo tempo Leone XIII parlava di «nuove questioni» ( rerum novarum), oggi non possiamo semplicemente ripetere i suoi preziosi insegnamenti, ma dobbiamo chiedere a Dio la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica. Negli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo. La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo». [5] Lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene. Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo: «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa». [6] Le nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere. Ciò rende più complesso valutarne l’impatto e gli effetti a lungo termine sulla dignità delle persone e sul bene comune.

 

5. Ora tocca a noi assumere con lucidità e responsabilità le sfide del nostro tempo. È necessario adottare strumenti normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico. Ma la questione non si esaurisce nella regolamentazione. Come avvertiva Papa Francesco, occorre domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere e a quali fini lo orienti: «Non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito [...] danno a coloro che detengono la conoscenza, e soprattutto il potere economico per sfruttarla, un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero». [7] Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune.

 

6. Per questo occorre avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto. Se ci limitiamo alle contingenze, rischiamo di lasciare che il susseguirsi delle emergenze decida al posto nostro la direzione del cammino. Stiamo vivendo una rapida fase di transizione, un “cambiamento d’epoca”, in cui – mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse – la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio. Proprio per questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?

(…….)

(continua su vatican.va)