giovedì 8 ottobre 2026

Ildegarda di Bingen. Una mistica alla Biennale


 

Intervista a Sara Salvadori, studiosa delle miniature della monaca benedettina e dottore della Chiesa protagonista del Padiglione della Santa Sede a Venezia. Con il suo linguaggio «disegna suoni». Ecco perché le sue opere vanno lette come partiture

 

01.10.2026

Luca Fiore (tracce.org)

Un po’ san Francesco, un po’ Leonardo da Vinci, un po’ Teresa d’Avila. Ildegarda di Bingen (1098-1179) non sta dentro una sola misura: badessa benedettina, medica, cosmologa, compositrice, poetessa, proclamata santa e dottore della Chiesa nel 2012 da papa Benedetto XVI. Cantava la natura come il Poverello; tre secoli prima dell’uomo vitruviano disegnava l’uomo dentro la ruota del cosmo e, come la Santa di Avila, conosceva le stanze del castello interiore. È a lei che è stato dedicato il Padiglione della Santa Sede alla Biennale d’Arte di Venezia di quest’anno. L’orecchio è l’occhio dell’anima, questo il titolo, è curato da Hans Ulrich Obrist (il più influente curatore di arte contemporanea degli ultimi trent’anni) e Ben Vickers con il Soundwalk Collective. Si entra con le cuffie nel Giardino mistico dei Carmelitani Scalzi, accanto alla stazione di Santa Lucia: 24 tra musicisti e poeti — da Brian Eno a Patti Smith — rispondono ai canti e alle visioni della monaca renana. A guidarci dentro quel mondo è Sara Salvadori, fiorentina, autrice per Skira di tre volumi che hanno reso accessibili in grande formato le miniature ildegardiane.

Come è arrivata a Ildegarda?

Ho studiato viola al conservatorio e ho suonato in orchestra. Poi mi sono dedicata alla didattica della musica per bambini e al tema “musica e salute” in Pediatria e Geriatria. Anni fa, in una scuola di cristianità vicino a Firenze, don Giorgio Mazzanti — prete, poeta e teologo — aveva proposto di raccontare ai ragazzi alcune figure di santi. Cercando un’ispirazione comprai un libro di biografie e una sera, tardi, mi imbattei in lei. Pensai: non è per i ragazzi, ma qui c’è qualcosa di molto particolare. Quando lo raccontai a don Giorgio, mi portò nella sua biblioteca e mi mise in mano il codice delle miniature di Lucca: «Vai e studiala, perché lei è importante per il mondo di oggi». Non aggiunse altro. Tornai a casa, mi spaventai. Dopo tre settimane, glielo riportai senza averlo letto. Ma Ildegarda si ripresentò più tardi. E non l’ho più abbandonata.

In che cosa consiste il suo lavoro sulle miniature?

Ildegarda procede sempre in due tempi. Prima descrive l’immagine così come la vede, poi la spiega. Dice: «L’uomo che ho visto sopra il monte è Dio», «La figura piena di occhi è il timore di Dio». Io ho preso ogni singolo elemento di ogni miniatura e gli ho messo accanto la spiegazione che lei stessa ne dà, con le sue parole. Per ciascuna tavola ho costruito una legenda: l’immagine grande, la stessa immagine con i rimandi, e la chiave di lettura di ogni simbolo. Così chiunque, un musicista, un erborista, un accademico, può avere in una pagina sola la visione e il suo significato.

Le miniature erano sempre state lette come semplici illustrazioni del testo. Invece c’è un secondo livello: Ildegarda riprende gli stessi elementi, con gli stessi nomi, in visioni lontanissime tra loro, e così traccia un cammino che le parole non raccontano

Lei però dice che dentro quelle immagini c’è un “linguaggio”. Che cosa intende?

Le miniature erano sempre state lette come semplici illustrazioni del testo. Invece c’è un secondo livello: Ildegarda riprende gli stessi elementi — con gli stessi nomi — in visioni lontanissime tra loro, e così traccia un cammino che le parole non raccontano. All’inizio compare una nube verde: è Eva, l’umanità. Quella nube ritorna, si moltiplica in dieci nubi, poi in dieci aurore, fino a diventare una sola Aurora: Maria. Sono quattro miniature diverse, distantissime nel libro, che nessuno aveva mai messo in fila. Eppure raccontano, senza una parola, il passaggio da Eva a Maria. È quello che accade nella Bibbia, dove sotto il racconto corrono altri livelli di senso. Lei lo fa con la parola, con il suono e anche con le immagini.

Lei dice che queste miniature vanno lette come partiture. C’è un punto in cui il suo orecchio di musicista ha colto qualcosa che agli altri sfuggiva?

Ildegarda era una compositrice, e per lei la musica era una scienza: rapporti, proporzioni, la tradizione pitagorica di Boezio. Nel suo ultimo ciclo di miniature i cerchi sono moltissimi, alcuni perfino esteticamente “non particolarmente belli”. Li ho raccolti e ordinati per dimensione: formano una progressione esatta. Da lì l’intuizione che quando Ildegarda disegna un cerchio, lei stia disegnando un suono. L’ultima immagine, quella del paradiso, è quasi spoglia: nessuno direbbe «qui c’è la gioia, la lode». Ma la misura di quei cerchi — Maria, l’Agnello, il Padre — compone la consonanza perfetta. Lì la lode è una proporzione.

Perché una mistica del XII secolo parla al nostro presente?

Un aspetto per il quale in questa epoca la sentiamo vicina è quello che oggi viene definito “visione olistica della realtà”, anzitutto. Lei dice: corpo, anima e razionalità devono andare insieme. Lo stiamo riscoprendo dopo la grande parentesi illuminista. E poi c’è la sua cosmologia: nel nostro gruppo di lavoro è entrato anche un astrofisico con il quale abbiamo constatato che le parole con cui Ildegarda descrive i fili dorati che escono dalla bocca di Caritas, Amore divino, filamenti che tengono insieme e ordinano il cosmo, sono così simili all’immagine della “ragnatela” con cui la fisica contemporanea descrive le forze dell’universo. Le due definizioni messe a confronto sono sorprendenti.

Che cosa la colpisce di più della sua biografia?

Quarant’anni di visioni in silenzio, senza scrivere una parola. Poi, a 42 anni e sette mesi, comincia a scrivere. E impiega dieci anni per comporre la prima opera. È un tempo di gestazione che non appartiene al nostro oggi. Forse per questo è così interessante la scelta di dedicare all’ascolto il Padiglione della Santa Sede in un tempo e in uno spazio dilatato. Un altro aspetto è il luogo in cui Ildegarda nasce e vive. Dio la mette al centro dell’Impero, accanto all’imperatore e al papa, nel cuore della scena politica. Nasce con un compito, essere profetessa in un tempo e in uno spazio storico decisivo per la storia della Chiesa. E ancora, un luogo, immerso nel verde, nella terra fresca e umida dove sono presenti importanti cave di pietre preziose e di ferro e vicino al grande fiume Reno, la natura di cui Ildegarda racconta e scrive con tanta attenzione. Non la capisci, se non sai da dove guarda.

Che effetto le ha fatto il Padiglione della Santa Sede?

Mi ha colpita che la proposta di dedicare il Padiglione a Ildegarda non sia partita dal Vaticano ma da un curatore di arte contemporanea. Obrist ha ripescato un ricordo d’infanzia: il padre che lo portava nella biblioteca di San Gallo e ha detto che da molto aspettava un’occasione per parlare di lei. È un gesto coraggioso e giusto: il giardino monastico, il silenzio, il tempo rallentato. Oggi Ildegarda non ci parla, ci urla: vai più piano, fai le cose con le mani, contempla. Mi è piaciuto il “largo” costruito sugli intervalli aurei ildegardiani, l’espandersi sonoro che assomiglia alla sua Trinità fatta di cerchi, e il disegno del labirinto. Il linguaggio musicale è contemporaneo, legato alla pratica del paesaggio sonoro e della musica ambientale. E mi ha commossa, nella seconda sede del Padiglione al complesso di Santa Maria Ausiliatrice, la registrazione dal vivo del canto quotidiano delle monache che recitano le Ore.

 

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Il Padiglione piace molto.

Ildegarda “arriva” in maniera estremamente pop. Molti lo dicono, ed è vero: è straordinariamente attuale, iper contemporanea. Le sue miniature non sono legate a un tempo – nessuno ne ha fatte di simili, né prima né dopo – sono continua ispirazione, come abbiamo visto anche nella parte alla chiesa di Santa Maria Ausiliatrice. Lei si presenta come fanno i santi: è esplosiva. Mi viene in mente sant’Orsola con le sue undicimila vergini, il riferimento di Ildegarda stessa, a cui ha dedicato molti canti e io penso sempre che Ildegarda come lei stia allestendo un suo piccolo esercito: ha preso Obrist, ha preso Vickers, per arruolarli in ciò che vuole comunicarci. È come se Dio mandasse il santo di cui quell’epoca, quel momento ha bisogno, adesso. Don Mazzanti, di lei, diceva: «È come una supernova esplosa molto tempo fa, la cui luce ci raggiunge ancora oggi».

(…)

Ildegarda era molto amata anche da don Giussani.

Sì, quando all’inizio ho cercato nella discografia ho notato che aveva inserito un cd, Ave Generosa, nella collana “Spirto Gentil”. Forse Ildegarda è arrivata a lui tramite Romano Guardini, di fatto Giussani ha colto il valore di queste composizioni in tempi in cui non era ancora così nota in Italia. È stato un pioniere. I visionari sanno riconoscere i visionari.

Dopo vent’anni, che cosa le ha lasciato questo lavoro?

Una cosa che ho messo a fuoco solo da poco. Mi sono affannata a leggerla, a capirla, e a un certo punto mi sono accorta che Scivias, “conosci le vie”, la sua prima opera illustrata dalle miniature che amo così tanto, aveva lavorato dentro di me. Pensavo di studiare immagini, e invece erano “le vie” a operare in me. È accaduto come con la Divina Commedia: credi di attraversare un’opera letteraria, e ti accorgi che lei plasma il tuo vivere senza che te ne sia accorto.


mercoledì 7 ottobre 2026

Luigi Giussani, Il centro della vita è Cristo



Luigi Giussani, il centro della vita è Cristo


 

7 ottobre 1571: Beata vergine Maria del Rosario a Lepanto


 

Domenico si sentiva inutile. «Noi l’abbiamo incontrato»

 



Per settimane Deborah Giovanati è andata a trovare il primo malato aiutato dalla Regione Lombardia nel suicidio assistito: «Perché il valore di una persona non dipende da ciò che riesce ancora a fare»

 

30.09.2026

Maria Acqua Simi

Domenico Zuccarella aveva 59 anni, una sclerosi multipla secondariamente progressiva e da mesi chiedeva di poter morire. Aveva presentato la richiesta di suicidio medicalmente assistito all’Asst Ovest Milanese l’8 novembre 2025 ed era seguito dall’associazione Luca Coscioni. Dopo 290 giorni, il 25 agosto, si è dato la morte. E per la prima volta in Lombardia, il Servizio sanitario regionale ha gestito interamente l’attuazione: assistenza sanitaria, fornitura della sostanza letale, luogo dove è avvenuta l’autosomministrazione. Deborah Giovanati, consigliera comunale a Milano, ha l’identica malattia di Domenico, sia pure in uno stadio meno avanzato. Ha dolori in tutto il corpo, muscoli che non rispondono, a volte è costretta a camminare con un bastone. «Il male», spiega, «viene più o meno mitigato dai farmaci, ma quella è la costante di ogni giorno, come un pungolo di cui non ci si può mai scordare».

 

Anche Giovanati è alla continua ricerca di terapie. Ma vuole anche vivere la vita tutta intera perché, come ha detto il Papa a Rimini, «il futuro è una promessa, mai una minaccia». Soprattutto, non vuole farlo da sola. Nel suo incarico istituzionale ha firmato interrogazioni, presentato richieste di accesso agli atti sia in Regione sia alle aziende ospedaliere, ha tenuto incontri sul suicidio assistito con l’associazione Rete Popolare e scritto articoli e appelli ai giornali. Non si è sottratta al dialogo con chi si occupa del tema, non ultimo Luca Zaia, fautore della legge regionale veneta che regolamenta il suicidio medicalmente assistito. La sua non è solo una battaglia politica, ma culturale. «Il terreno culturale è quello sul quale non si può arretrare», spiega. «Oggi c’è una concezione dell’uomo devastante: l’essere umano vale, quindi ha dignità, solo se è performante. Il cristianesimo invece ci ha insegnato l’opposto: che valiamo tutti. E che quando siamo in una strada di sofferenza, abbiamo bisogno di qualcuno che dica “sono con te”».

È con questa convinzione che lei e il marito Paolo Capizzi, insieme a un caro amico del movimento, Nicola Signorelli, hanno cominciato ad andare a trovare Domenico nella clinica in cui era ricoverato. Una volta alla settimana, con fedeltà, per mesi, nonostante tutte le difficoltà di coniugare la logistica del lavoro e dei figli: Deborah e Paolo ne hanno quattro, Nicola e la moglie Cecilia sei.

«Il desiderio di conoscerlo mi venne quando lo vidi parlare in tv. Raccontava del braccio che non riusciva più a muovere, del telefono che non riusciva più a usare. Ma nessuno aveva pensato di prendergli il puntatore oculare? Lo avranno mai portato a vedere le stelle?»

Racconta la donna: «Il desiderio di conoscerlo mi venne quando lo vidi parlare in tv. Domenico raccontava del braccio che non riusciva più a muovere, del telefono che non riusciva più a usare. Ma nessuno aveva pensato di prendergli il supporto, il puntatore oculare? Qualcuno gli ha mai fatto vedere un film che gli piace, oltre che offrirgli la possibilità di morire? Lo avranno mai riportato a vedere le stelle? Incontrerà degli amici?». Così, come già aveva fatto senza successo per altri casi simili, ha contattato Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Coscioni. Gli ha chiesto di far leggere a Domenico un articolo da lei scritto sul fine vita, e di domandargli se gli andasse di incontrarla. Domenico ha letto e accettato.

Mentre erano in auto diretti alla struttura del ricovero, racconta Paolo, hanno recitato il Rosario: «Era una cosa più grande di noi. Sapevamo di non poter cambiare le cose, ma chiedevamo al Signore che attraverso di noi Lui potesse manifestarsi. Abbiamo affidato quell’incontro alla Madonna». Ne è nato qualcosa di imprevisto. «Un’amicizia», chiariscono i tre. Scoprono che Domenico ama i concerti di Vasco Rossi, il buon vino, gli piace fumare e che un tempo aveva abbracciato la fede grazie a un sacerdote che gli era rimasto caro ma che non sentiva da anni. Così le visite diventano settimanali e il tempo insieme scorre parlando della vita, dei figli, dei vitigni. L’uomo, racconta Nicola, si interessava di tutta la loro vita, domandava del loro lavoro, delle famiglie, degli amici.

«Alcune persone intorno a lui», incalza Deborah, «a un certo punto gli avevano suggerito di interrompere i rapporti con noi perché insinuavano che volessimo rallentare la procedura per il suicidio assistito. Ma lui non ha voluto. “Li ho mandati a quel paese”, ci ha detto, “perché siete brave persone, mi piace stare con voi e bere il vino con voi”. Il giorno che gli avevamo portato una buona bottiglia era felice: “Non ho mai bevuto un vino così buono. Mi è sembrata una domenica di festa”, ci aveva detto». Con l’inoltrarsi dell’estate, Domenico si è fatto più silenzioso: «Avevamo capito che la data della morte si avvicinava», ammette Paolo.

In una delle prime visite, aggiunge, un conoscente lì presente aveva chiesto seccamente a Domenico se volesse morire per i dolori oppure per un’altra ragione. La risposta fu: «Io così mi sento inutile». È una frase che ha martellato in testa ai tre amici per settimane. «Domenico», chiarisce Deborah, «non era un malato terminale nel senso consueto del termine. Aveva una malattia irreversibile e progressiva, un corpo sempre più dipendente, ma poteva ancora essere curato. La parola “inutile” apre un’altra questione: che cosa succede quando una persona comincia a pensare che il proprio valore dipenda solo da ciò che riesce ancora a fare? Io nella mia vita ho visto che non è così».

Giovanati ricorda quando era una studentessa piuttosto vivace. Viveva a Stagno Lombardo, nel Cremonese. Alcuni adulti avevano proposto a lei e altri giessini scapestrati una caritativa: andare a casa di Andrea e Federica, due fratelli con disabilità gravissime. «Più eri agitato, più ti mandavano a trovarli. Li portavamo in giro in carrozzina, stavamo con loro in piscina. Intorno a quella famiglia si muoveva un intero paese e tanti amici di CL: chi aiutava, chi abbatteva uno scalino per far passare le sedie a rotelle, chi finiva di lavorare e andava a dare una mano in casa». Da quei due ragazzi Deborah ha imparato «che la malattia non è contraddizione alla vita». Andrea e Federica potevano apparire persone che «al mondo non davano nulla», perché non erano «funzionali come lo si può considerare». E invece «in realtà c’erano, erano gioia pura, erano pieni di rapporti».

Quando è diventata lei quella ad aver bisogno, la lezione non è scomparsa. «Dare significato alla sofferenza non può essere solo uno sforzo volontaristico. È una grazia da chiedere ogni giorno». Il marito sa che queste non sono frasi fatte: «Ci sono mattine in cui non riesce ad alzarsi dal male e io sono impotente. Non le risolvo la questione fondamentale: cosa dà senso a quelle giornate? Non certo io con i miei poveri mezzi. Ma il continuo affidare a Dio questo matrimonio, questi figli, nei giorni buoni e in quelli meno buoni». Raccontano del dolore per due figli, Martino e Giuseppe, morti prematuramente in gravidanza. E poi di Andrea, il quarto, arrivato quando la malattia di Deborah già galoppava. Nicola guarda la coppia di amici: «Quello che abbiamo scoperto stando con Domenico è che davvero la cosa più difficile del mondo è lasciarsi voler bene, accettare di non essere perfetti; eppure, di essere amati».

Deborah è affetta dalla stessa malattia di Domenico. Racconta il marito: «Ci sono mattine in cui non riesce ad alzarsi per il male e io sono impotente. Non le risolvo la questione fondamentale: che cosa dà senso a quelle giornate?»

Un giorno, al lavoro, Nicola racconta di Domenico a due colleghe. Loro non capiscono: perché continuare ad andare da uno che ha scelto di morire? Lui ripensa a quelle visite. «Non potevamo salvare Domenico, anche se pregavamo tanto, nella discrezione, che potesse continuare a vivere. Però potevamo essere lì e sottrarlo, almeno per qualche ora, all’idea di essere soltanto la sua malattia». Potevano solo stare lì.

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Nuova edizione in italiano per Communio.

 



L’amicizia tra teologi che divenne rivista

Nuova edizione in italiano per Communio. Una storia che risale agli anni Sessanta e oggi si misura con nuove sfide: le frammentazioni, le polarizzazioni e le ideologie transumaniste

 

01.10.2026

Federico Anzini

Don Luigi Giussani, Hans Urs von Balthasar (di spalle) e don Eugenio Corecco nel 1971 a Einsiedeln, dove si tennere gli esercizi spirituali per i gruppi di CL delle università di Friburgo, Berna e Zurigo (©Associazione Amici di Eugenio Corecco))

Don Luigi Giussani, Hans Urs von Balthasar (di spalle) e don Eugenio Corecco nel 1971 a Einsiedeln, dove si tennere gli esercizi spirituali per i gruppi di CL delle università di Friburgo, Berna e Zurigo (©Associazione Amici di Eugenio Corecco))

Il numero zero è uscito in estate ed è stato presentato il 23 agosto all’Arena Tracce del Meeting di Rimini. Dopo tredici anni di silenzio, Communio. Rivista cattolica internazionale torna a uscire in italiano. Non da Milano, dove era nata nel 1971 e dove aveva chiuso nel 2013: la nuova redazione di lingua italiana lavora a Lugano, nel Canton Ticino. Editrice è l’associazione Communio della Svizzera italiana, con sede al Collegio diocesano Pio XII di Breganzona, in coedizione con Cantagalli. Il via libera è arrivato dall’assemblea internazionale della rivista nel 2025.

 

A Rimini monsignor Massimo Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla, ha fatto risalire il titolo della rivista a un luogo che i lettori di Tracce conoscono bene: «Giussani già nel 1964, nelle meditazioni della Settimana Santa a Varigotti, aveva fatto della comunione il cuore dell’esperienza cristiana cui voleva introdurci». E ha aggiunto: «Il nome di CL dunque non nasce dal nulla, così come non nasce dal nulla il titolo Communio». C’è un dettaglio che chiude il cerchio. A quel Triduo pasquale del 1964 partecipava anche un giovane prete svizzero, Eugenio Corecco, assistente degli studenti cattolici ticinesi, che aveva letto un’intervista a don Giussani su una rivista e aveva voluto conoscerlo. Angelo Scola, allora universitario, lo ricorda in un fuoco di fila di domande poste al relatore. Da lì nacque un’amicizia che porta dritta alla rivista.

 

Il resto lo racconta la biografia di Corecco scritta da Antonietta Moretti. Fu Scola a leggere su Le Monde che il progetto di una nuova rivista teologica – patrocinata da Joseph Ratzinger, Henri de Lubac, Hans Urs von Balthasar e altri – si era arenato, e propose di offrire la loro collaborazione. Corecco telefonò a von Balthasar a Basilea senza conoscerlo di persona. Il teologo li rimandò a Ratzinger, allora professore a Ratisbona: è il «pomeriggio di Ratisbona» del 1971 che Camisasca ha rievocato a Rimini. L’anno dopo, a Monaco, la rivista veniva varata con De Lubac e von Balthasar. Il titolo lo proposero Corecco e Sante Bagnoli, l’editore della Jaca Book che avrebbe pubblicato l’edizione italiana: il primo fascicolo porta la data del dicembre 1971.

 

(…)

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mercoledì 30 settembre 2026

Meeting. Il sociologo e i volontari che pagano per lavorare

 



Ritornano ogni anno a Rimini per svolgere incarichi faticosi spendendo di tasca propria. «È un gesto che i miei modelli scientifici non riescono a giustificare», ammette Salvatore Abbruzzese. L'intervista

 

 

28.09.2026

Alessandro Vergni

 

«Come sociologo posso spiegare il Meeting in tanti modi, ma il gioco si rompe nel momento in cui mi imbatto nelle facce dei volontari». Al termine della giornata di Meeting culminata nella visita di Leone XIV, ho raggiunto alcuni amici per cena e a tavola mi ritrovo accanto a Salvatore Abbruzzese, sociologo e professore emerito dell’Università di Trento. Quella sua frase accende in me, volontario dai tempi dell’università, il bisogno di fare chiarezza rispetto a due rischi che sento in agguato ogni volta che penso al Meeting: il ritenere quello che accade in quella settimana tutto sommato normale e, altrettanto subdola, la tentazione di etichettare sbrigativamente la questione con la categoria del miracolo. Il dialogo con Abbruzzese è continuato qualche giorno dopo.

 

Cosa intende quando sostiene che vedendo i volontari «il gioco si rompe»?

Le faccio una premessa: il mio approccio allo studio dei fenomeni è di tipo individualistico razionale, presuppone cioè che il soggetto dell’azione abbia sempre delle ragioni. Anche quando queste sono incomprensibili o viziate da pregiudizi, presumo sempre che il soggetto sia cosciente, che non agisca mai per istinto, specialmente nel caso in cui si tratti di azioni complesse, articolate, che prevedono una programmazione e un impegno. Nel caso di chi va a fare il volontario al Meeting, mi viene da dire che una delle prime ragioni che giustificherebbero una tale scelta sia la certezza di incontrare altri ragazzi della stessa età, il che è già un valore aggiunto importantissimo per quella fascia generazionale.

 

Basta questo per giustificare questa partecipazione entusiastica?

Qui comincia il vero problema. Il fatto che siano contenti, per quanto possa rivelarsi interessante a un primo livello sociologico, ancora non spiegherebbe sufficientemente il fenomeno. Si potrebbe allora ipotizzare che ciò che li attrae sia una convenienza. Anche qui, però, occorre scavare, perché di che tipo di convenienza parliamo? Questi ragazzi non solo vanno a lavorare gratis, ma pagano anche per farlo: spendono di tasca propria per viaggio, alloggio, vitto. È una forma di volontariato pieno, dove l’impegno è totale. A 17-18 anni è capitato anche a me di fare esperienze di volontariato partecipando a campi di lavoro, ma avevamo vitto e alloggio pagati; l’aspetto dell’incontro con i miei coetanei prevaleva giocoforza sul resto. I ragazzi del Meeting, invece, compiono sforzi epici che probabilmente altri non farebbero nemmeno se venissero pagati. E, in aggiunta, pagano per farlo. La cosa non è immediatamente comprensibile. Nel mondo del lavoro retribuito non esiste una capacità di slancio, di fedeltà, di entusiasmo. Sono tutte qualità aggiunte che non sono monetizzabili.

 

Che cosa avrebbero da guadagnare i ragazzi che stanno tutto il giorno sotto il sole ai parcheggi, nelle cucine della ristorazione, che fanno le pulizie o altri servizi?

C’è un valore aggiunto che può essere il risultato solamente di una volontà personale e che non è retribuibile. Nel corso della mia vita professionale mi è capitato spesso di incontrare staff di persone che svolgevano servizio di assistenza nei convegni, segretarie e collaboratori quanti ne vuole, ma a Rimini c’è una misura in più di umanità che non è comprensibile. Ed eccoci al punto cruciale: per provare a comprenderli devo entrare in una strana stanza, quella della gratuità. È qui che per il sociologo la cosa si fa più difficile.

 

E che il gioco inizia a rompersi?

Ci vanno un anno, poi ci tornano l’anno successivo, poi quello dopo ancora: insistono. Per uno che fa il mio mestiere il gioco della comprensione delle ragioni inizia a farsi interessante perché in questo campo il conto della pura razionalità monetizzabile non torna più, la tenuta della teoria della scelta razionale della quale parlavo all’inizio non regge.

 

Qual è l’ingrediente segreto che spiega questa coazione a ripetere?

Ho provato a ipotizzarne diversi: un ritorno di prestigio nella comunità di appartenenza? Ma l’aver fatto il volontario al Meeting non costituisce una medaglia al valore. È un’esperienza bella che si condivide con gli altri, ma non c’è alcun premio aggiuntivo, se vogliamo fermarci alla situazione del volontario. A me sembra che la cosa che resta, cioè il vero vantaggio, si produca nella dimensione relazionale, cioè nell’esperienza della relazione e nell’arricchimento dell’impegno condiviso. Se lei sta tutto un pomeriggio d’agosto in un parcheggio gratuitamente, con i suoi amici, è chiaro che lo fa perché sa che quelle persone sono animate dal suo stesso slancio di gratuità e sa quindi di poter contare su uno spazio di condivisione che c’è a priori.

 

A che tipo di condivisione fa riferimento? Non è quello che accade anche in altri festival? Penso ai tanti eventi culturali estivi o a quelli di matrice politica.

Se quel giovane sta lì, è perché in qualche modo ha condiviso con gli altri una domanda ed è questo che offre l’elemento mancante in altri settori. In altri ambiti vi si potrebbe arrivare, forse, ma con molta più difficoltà. La relazione è il vero elemento che li arricchisce. Al Meeting la posta in gioco è esclusivamente a questo livello, che è poi quello dell’incontro come valore. Ed è il passaggio dallo spazio politico a quello religioso a consentirlo. Entriamo pertanto in un contesto al tempo stesso estremamente delicato e complicato. Lo dico avendo frequentato, pur se per un breve periodo, anche gli ambienti movimentisti degli anni Sessanta e Settanta. La dimensione della condivisione del progetto politico era (ed è) enormemente inferiore rispetto a quella della domanda religiosa. Nel primo caso c’è un progetto da condividere, nel secondo una memoria di riferimento, l’unica memoria che conta: quella dell’Incarnazione. Non ho parole più chiare per definire quella domanda esistenziale che coincide con lo strappare improvvisamente il velo.

 

«L’adulto che viene come volontario al Meeting è il testimone di una storia»

(continua su tracce.it)


ll trionfale viaggio di Papa Leone che segnerà il pontificato

 




Laicità, secolarizzazione, poveri e ambiente. Sì, ma nei suoi quattro giorni in Francia il Papa è andato oltre: “Qui cercano qualcosa”, ha detto di ritorno a Roma

 

Di Matteo Matzuzzi

30 SET 26

 

Roma. “Cercano qualcosa”. Di tutte le risposte date dal Papa ai giornalisti che l’hanno seguito nel viaggio di quattro giorni in Francia, questa frase è stata la meno ripresa. Si riferiva al popolo di Francia che ha affollato strade, piazze, santuari e cattedrali in quattro giorni che hanno segnato la storia del pur giovane pontificato leonino. Ampio spazio hanno avuto sui media, come è comprensibile, le riflessioni sulla guerra che è sempre una inutile strage, sulle fake news al tempo dell’intelligenza artificiale, sull’estremismo di destra che condiziona il voto e il vivere quotidiano degli europei (e non solo). Ma è in quel “cercano qualcosa” che si può capire, forse, il messaggio più potente di quanto vissuto tra Parigi, Lourdes e Metz. Leone XIV si riferiva in particolare agli ottantamila ragazzi che venerdì sera, allo stadio di Saint-Denis, hanno cantato a cappella il Salve Regina, tenevano in mano rosari – non brandendoli alla stregua di picche da opporre al diverso – e scattavano migliaia di foto con gli smartphone mentre la storia di santi e combattenti per la fede andava in scena sul campo. Da anni, le prefiche cantano incessantemente la medesima litania: l’Europa è persa, la fede è spenta, la secolarizzazione ha vinto. Anche perché, come si sa, l’occidente è tramontato. Che la secolarizzazione abbia riscosso successi è un dato di fatto, proprio la Francia ne è la dimostrazione lampante. Che si unisce al culto dogmatico per la separazione tra lo stato e la religione, figlia di una legge vecchia di centoventuno anni fa cui però la République tiene parecchio.

Legge e principio che non consentono a un presidente di partecipare a una messa papale e che, a livello più basso da consueta cronaca dicembrina sui giornali nostrani, rende impossibile per qualche sindaco locale il via libera all’allestimento di un presepe su pubblica piazza. Rigida laicità che si scontra con un mondo che va in tutt’altra direzione, dove il religioso è tornato prepotentemente a imporsi nel dibattito culturale e, non di rado pericolosamente, sul piano politico. In Francia, negli ultimi due decenni, era la crescita esponenziale dell’islam – e della sua radicalizzazione – a dettare i ritmi del confronto: le banlieue, i quartieri ghetto, le moschee, i centri di preghiera. Carburante per la destra lepenista che oggi ammicca all’elettorato cattolico, benché Marine Le Pen, laicissima, abbia votato per l’inserimento del diritto d’aborto nella Costituzione.

 

Dei cattolici, comunque, non si parlava più.

(…..)

La Francia cattolica e radicalmente mariana è riemersa con forza non appena il Papa ha messo piede all’aeroporto di Orly, accompagnato dal suono a festa di tutte le campane della repubblica. A Notre-Dame, nel pomeriggio, Leone si è commosso mentre la folla compatta gli urlava “Merci”, grazie. Grazie per aver ridato voce a quel bisogno di comunità che sentivano schiacciato e un po’ irriso dai residui dell’anticlericalismo bacucco, tipico degli accademici di Francia inorriditi perché al Romano Pontefice era stato concesso di celebrare messa in Place de la Concorde, dove le teste di preti e sovrani cadevano sotto la lama di Monsieur Guillotin. Nessuno poteva immaginare che lì, a fronte dei seicentomila fedeli previsti, ne sarebbero accorsi duecentomila in più. E non per un concerto, ma per una messa. Gli Champs-Élysées affollati di pellegrini, preti che confessavano in strada, seduti su marciapiedi o sedie da campeggio. I giornali italiani erano un po’ distratti, impegnati a cercare legami, coerenze e discontinuità con i pontificati precedenti, tra tradizionalismo di ritorno, ambientalismo sempreverde, accoglienza eccetera. I giornali francesi, invece, hanno capito subito quel che stava accadendo. Dal Monde che già dal primo discorso del Papa all’Eliseo notava uno spirito chiaro, si direbbe evangelico nel suo Sì Sì, No No, nelle dichiarazioni su laicità e presenza cattolica nello spazio pubblico (“Offensif”, scriveva nel titolo il prestigioso quotidiano), fino al Figaro che saggiava l’entusiasmo del popolo pronto alla festa. Di più, gli osservatori d’oltralpe hanno compreso che, come ha scritto proprio il Figaro, “l’impatto di Leone XIV è immenso e si estende ben oltre la Chiesa cattolica. La Chiesa attendeva il suo arrivo, fonte di conforto in questi tempi di crisi morale e spirituale. Ma oggi, l’intera società francese accoglie con favore una figura autorevole che dà senso alla vita, ovvero una direzione”. Se ne è accorto perfino Macron, che all’ultimo ha scelto di voler essere parte della festa, andando a messa a Metz.

Ci sono stati i discorsi politici, gli accenni alle battaglie locali – eutanasia su tutte – ma è sempre su quel “qualcosa” che si sta cercando che il Papa è tornato. “Vedendovi qui riuniti, cari fratelli e sorelle, eredi di una lunga e bella storia santa in Francia, vi dico: abbeveratevi, a vostra volta, a questa fonte che è il Cuore trafitto di Gesù. Sì, avete sete di Dio, di vita, di verità, di unità, di pace, di comunione, di felicità. Aspirate a riscoprire un orizzonte luminoso, a costruire una nazione rinnovata a partire dalle sue radici irrigate dalla fede. Non tenete la fede in Gesù Cristo solo per voi stessi, ma lasciatela traboccare per dissetare e colmare le persone che incontrate. Spetta a voi portare la speranza là dove regnano lo scoraggiamento e l’aridità spirituale”. Leone non ha scelto un registro “giovanile” tipico, ahinoi, di parecchi vescovi che a ogni latitudine cercano in buona fede strategie per evitare le fughe di intere generazioni dopo la cresima (quando la si fa). Niente slang da Tik-Tok: il Papa ha optato per parole assai tradizionali, ma sempre vive: “Cari giovani, l’esperienza religiosa di ogni persona esprime questa ricerca di senso che ispira l’anima umana. In Gesù, il Redentore del mondo, Dio si fa trovare parlando agli uomini come ad amici: Egli è la fonte d’acqua viva, la luce nelle tenebre. Nella gioia della fede, dunque, esclamiamo insieme questa sera: per noi, vivere è Cristo!”. Jean-Marie Guenois ha scritto che “raramente un Papa è stato così radicale nel suo appello all’imperativo spirituale della conversione. L’omelia pronunciata durante la messa a Lourdes domenica mattina sembra essere una delle più potenti di questo giovane pontificato. E’ rivolta in particolare ai cattolici praticanti, ma è anche, nello spirito del successore di Pietro, una risposta spirituale e mistica alla recente legge francese sull’eutanasia”. Ha parlato di conversione e penitenza, le richieste che la Vergine fece a Bernadette Soubirous nel 1858. Domenica sera, concludendo la processione con le fiaccole, a Lourdes, il Papa ha detto “quanto è commovente vedere il popolo fedele, di generazione in generazione, rispondere con amore e fiducia al tenero invito della Vergine Maria. Quanto è consolante sentire i cristiani cantare inni pieni di fervore e di fede, e camminare, con un lume in mano, verso la loro Madre del Cielo, la Madre che Gesù ci ha donato sulla Croce. Rendo grazie al Signore di poter, a mia volta, rispondere questa sera all’appello della nostra Madre facendomi pellegrino tra i pellegrini”. Qualcuno potrebbe definirlo un linguaggio tradizionale, vecchio e superato. Forse addirittura preconciliare. In realtà è la constatazione che quel fervore dimostrato nei quattro giorni francesi è finalizzato a trovare quel “qualcosa” incessantemente cercato.

 

(articolo completo su Il Foglio.it)

 

 

 

 

 

 


martedì 29 settembre 2026

LEONE E LA FEDE DELLA FRANCIA


 

 Cosa c’è in quella “domanda” che torna a bussare alla porta della Chiesa

Salvatore Abbruzzese Pubblicato 29 Settembre 2026, ore 06:06 6 min

 

Le grandi folle che in Francia hanno cercato e trovato la presenza e le parole di Leone XIV sono l'imporsi della domanda di Dio nonostante tutto

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Ci sono più ragioni invece per menzionare una ripartenza, in quanto il viaggio di Papa Leone XIV, oltre a riportare in primo piano la Chiesa di Francia, ha aperto più di una di quelle finestre che il pensiero laico dominante voleva chiuse per sempre: dall’inviolabilità della vita umana e la condanna dell’eutanasia al recupero delle radici cristiane dell’Europa, dall’impegno per la pace oltre gli equilibri geopolitici, ad un’accoglienza che non può fare a meno del dialogo. Queste finestre aperte sono state tanto più importanti quanto più accompagnate da una risposta inattesa nelle sue gigantesche dimensioni, soprattutto per la presenza dei giovani.

Ed è su quest’ultimi che è importante soffermarsi. Saranno proprio i giovani, i “nuovi santi”, a dover portare avanti i contenuti che Papa Leone ha esposto, i principi primi che ha indicato e l’agenda di lavoro che ne è scaturita. La loro stessa presenza nelle grandi liturgie di massa, pagata con interminabili e defatiganti ore di attesa, è in realtà un libro aperto che domanda di essere guardato, prima ancora che vengano rese visibili le parole che ci consentano di comprenderlo.

I giovani che chiedono di farsi battezzare in Francia non provengono necessariamente dalle periferie segnate dalle precarietà economiche e incendiate dalle fratellanze devianti. Bensì emergono al centro delle città, scaturiscono da biografie personali pienamente integrate e da condizioni economiche non necessariamente modeste ma, al contrario, spesso caratterizzate da esistenze sufficientemente dotate di beni secondari e allietate dalle mille offerte del tempo libero organizzato, fatto di viaggi, spettacoli e emozioni.

La ricerca di Dio di quanti varcano i portali non nasce dall’esperienza di marginalità e di miseria, bensì piuttosto dalla coscienza dell’inutilizzabilità dei beni posseduti e dall’inoperatività dei percorsi frequentati. Beni e percorsi che avrebbero dovuto garantire un’esistenza lieta, ma che si rivelano improvvisamente insufficienti a colmare le legittime attese di una vita degnamente felice. Una vita all’altezza delle speranze del cuore.

Una tale domanda non si esprime a parole o con dichiarazioni, ma è comprensibile solo osservandola da fuori, nelle forme concrete del suo fare.

Proprio per questo il varcare silenzioso di chiese spesso semivuote, dove nessuno li attende se non la consapevolezza della presenza di Cristo nel tabernacolo, ci dice paradossalmente di più delle eventuali interviste o anche delle pur preziose biografie che sarà pur necessario raccogliere.

La domanda di essere battezzati rivela il desiderio di conoscere la Parola, riceverla e praticarla. Ed è una volontà inattesa, data una secolarizzazione esplicita che da almeno ottant’anni si manifesta ovunque, particolarmente in Francia. Una tale ricerca di Dio non sembra avere ragioni, non sembra comprensibile se non ammettendo, con franca consapevolezza, l’esistenza di un presente dove il singolo, pur fruendo di una libertà assoluta e di un’autonomia totale da qualsiasi autorità, incontra le contraddizioni di una vita che, benché apparentemente euforica, non di meno si rivela fragile e insoddisfacente, bisognosa di mappe che indichino gli approdi verso i quali dirigersi.


 Non è la prima volta che accade.

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Molto è cambiato da quel raduno del 19 agosto 2000 e l’elenco è tanto sommario quanto raccapricciante. L’islam fondamentalista, già allora in piena incubazione, sarebbe esploso a partire dall’11 settembre dell’anno successivo, le periferie si sarebbero incendiate, le aree di degrado avrebbero conosciuto estensioni inedite e ogni dinamica della relazione significativa sarebbe evaporata in modo sempre più rapido.

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Ci sono dolori nuovi, solitudini inedite e ferite dell’oggi, tutte dettate da precarietà inattese e sconfitte ricorrenti. Tutte comunque riconducibili a relazioni fragili, percepite al tempo stesso come rischiose quanto precarie.

Una tale umanità costituisce un inedito, che fa di quanti bussano alle porte delle chiese di Francia i portatori di una domanda che, se da un lato non ha ancora una forma compiuta (e probabilmente non ce l’avrà mai) si rende comunque visibile attraverso il desiderio di recupero di un’appartenenza che non si riduce ad un semplice bisogno di fratellanza e di prossimità, come è potuta avvenire in un passato ancora recente. Prima di una tale esigenza c’è il desiderio di un legame costruttivo con un divino che accompagni e custodisca, sappia indicare la rotta e tracciare il percorso.

Così, dinanzi ad un tale smarrirsi, non c’è nulla che possa stare dinanzi al personale e privato smarrimento di tanti se non le figure fondative della fede cristiana, quelle che si incontrano anche quando la Chiesa è semivuota, quella del crocifisso e quella della Madre di Dio.

I dolori umani non si cancellano e le ferite restano. Non si esce da una celebrazione liturgica – per quanto solenne e ben organizzata – come se nulla di grave fosse accaduto, come se i colpi non fossero giunti a segno e non avessero umiliato, ferito e addolorato. La sola ma radicale differenza è che si esce sapendo che non si è soli ma in compagnia di un Altro.

Proprio per questo il Santo Padre conclude ogni incontro pubblico con una preghiera collettiva, recitata da tutti, sugli immensi spazi di Roma, Parigi, Lourdes così come dinanzi ai milioni di schermi collegati nelle case. Perché solo la preghiera, cioè solo la parola, solennemente proferita e consapevolmente accettata, può sostenere e restare accanto a tutte le persone che non vogliono cedere allo sconforto, ma chiedono con insistenza di essere accompagnate ad una nuova letizia, restando all’altezza della dignità del proprio desiderio di un “Dio che viene”, al quale, ostinatamente, non vogliono rinunciare.

 

L’articolo intero è reperibile su sussidiario.net


lunedì 28 settembre 2026

Papa Leone XIV in Francia. Raccoglimento e accoglienza

                                                        

                                                                Leone XIV in preghiera



   

                                                              Papa Leone e gli incontri




Papa Leone XIV in Francia. Momenti di preghiera

 

Veglia con i giovani

La grande parata dei Santi


                                                       Processione di Lourdes con il Papa




sabato 26 settembre 2026

Papa Leone allo "Stade de France" di Saint-Denis con i giovani


 

“Stade de France” di Saint-Denis

Venerdì, 25 settembre 2026

 

Dialogo del Santo Padre

 

Domanda di Chloé

Santo Padre, La ringraziamo per la Sua presenza tra noi questa sera e per questo momento di dialogo che ci offre.

Mi chiamo Chloé, ho 25 anni e sto completando gli studi in farmacologia. Sono impegnata in un gruppo di giovani cattolici dei quartieri popolari dell’Île-de-France: La Cité Céleste. Organizziamo in particolare eventi occasionali come notti di adorazione e di lode, che riuniscono numerosi giovani del quartiere desiderosi di vivere e condividere ampiamente la loro fede. Sono impegnata anche nella mia parrocchia, in particolare con i giovani delle scuole superiori. Attraverso questi diversi impegni, mi sta a cuore mettere la mia energia e le mie competenze al servizio degli altri, creando un legame tra la fede, i giovani e le realtà vissute quotidianamente nei nostri quartieri.

Come dice san Paolo, «per noi, vivere è Cristo». Tuttavia, la società in cui viviamo si fonda su altri principi e a volte sembra addirittura estranea alla questione di Dio. Desideriamo annunciare Cristo a chi ci circonda con forza e perseveranza, ma anche, naturalmente, con rispetto e delicatezza nei confronti di coloro che incontriamo. Come possiamo coniugare la forza del nostro slancio missionario con l’autenticità di una vita fraterna con coloro che non condividono la nostra fede?

 

 Papa Leone

Cari amici, la prima cosa che vorrei dirvi è molto semplice: grazie! Grazie a Dio, grazie a voi! Grazie per il vostro coraggio, grazie per la vostra presenza, grazie per la vostra fede. Voi siete i santi di Francia!

E grazie Chloé per la tua domanda. La frase di San Paolo che hai citato, non è una semplice affermazione. È una vera e propria sintesi della sua vita. In poche ma decisive parole egli pronuncia una preghiera di lode, un atto di fede e indica un cammino di santità fino al martirio. «Per me, vivere è Cristo» (cfr Fil 1,21): mentre ripetiamo questa dichiarazione d’amore, cerchiamo di condividere l’esperienza dell’Apostolo. Egli, infatti, ci testimonia che Dio non è mai estraneo alla sua vita, ma anzi gli si fa incontro: lo chiama a sé, lo trasforma interiormente, lo invia nel mondo.

In questa dinamica spirituale siamo coinvolti tutti noi, anche oggi: è vero, come tu hai detto, che la società in cui viviamo sembra essere indifferente a Dio. Ma il Signore non è indifferente verso di noi! Ecco ciò che conta e ci dà sempre speranza. Che molti siano estranei alla questione di Dio è, in effetti, un problema; ma lo è altrettanto che molti siano estranei alla questione dell’uomo. Quante persone purtroppo si disinteressano del prossimo, vivendo in modo egoistico, oppure offendono i poveri, sprecando beni in cose vane. Quanti scartano l’innocente e il malato, pensando che ciascuno valga per ciò che produce. Penso in particolare al tuo impegno nei quartieri popolari dell’Île-de-France con “La Cité Céleste”: è lì, nella concretezza della vita quotidiana, e talvolta delle difficoltà, che la tua fede diventa una testimonianza vibrante di speranza.

È l’uomo che si perde, dicendo che Dio è morto: se Dio non è con lui, l’uomo non ha più salvezza e smarrisce il senso dell’esistenza, che si riduce a un vicolo cieco o al nulla. Sperimenta invece l’esatto contrario chi dice: “per me, vivere è Cristo”. In Cristo, infatti, noi sappiamo che Dio non è mai indifferente all’uomo! Mediante Gesù, crocifisso e risorto, Egli dà la sua stessa vita, affinché noi viviamo. Ecco allora il modo di annunciare Cristo che unisce coraggio e rispetto: annunciarlo come Vangelo di salvezza, come parola di verità e di vita. Questo Vangelo è buona notizia per tutti, annuncio liberante e regola di vita nuova.

Il Vangelo di Gesù, infatti, non porta al conflitto, ma invita sempre al perdono: mentre illumina il dramma della storia, ci educa alla cura fraterna. L’incontro con Cristo apre al dialogo e prepara alla pace, perché offre a ogni uomo e ogni donna la promessa più grande, che compie ogni desiderio: la promessa della vita eterna.

Cara Chloé, cari giovani, l’esperienza religiosa di ogni persona esprime questa ricerca di senso che ispira l’anima umana. In Gesù, il Redentore del mondo, Dio si fa trovare parlando «agli uomini come ad amici» (Cost. dogm. Dei Verbum, 2): Egli è la fonte d’acqua viva, la luce nelle tenebre. Nella gioia della fede, dunque, esclamiamo insieme questa sera: per noi, vivere è Cristo! Insieme: per noi vivere è Cristo!

Grazie a Lui possiamo unire lo slancio missionario con l’esperienza di fraternità verso coloro che non credono o che appartengono ad altre tradizioni religiose. Questa fraternità, fatta di ascolto e di stima reciproca, trova le sue radici nell’unità della famiglia umana, che lungo la storia ha espresso la dimensione religiosa come caratteristica vitale di ogni popolo.

Coltivare un legame fraterno con coloro che non condividono la nostra fede contribuisce dunque alla costruzione della società; inoltre può diventare un esercizio di fede e di carità, perché è impossibile testimoniare Cristo senza amare coloro ai quali vogliamo annunciarlo. Un segno incoraggiante di questa fraternità sono gli incontri tra giovani dell’area mediterranea che sono avvenuti in questi ultimi anni.

Il messaggio cristiano non è quindi un ostacolo alla convivenza fraterna, anzi, la promuove, perché invita liberamente ciascuno ad ascoltare una notizia di pace e di salvezza. Allo stesso modo, la nostra missione non è in contraddizione con il rispetto di altre religioni, perché la Chiesa non rifiuta nulla di quanto in esse si trova di vero e di santo (cfr Dich. Nostra aetate, 2). Grazie!

 

 Domanda di François

Santo Padre, grazie per essere venuto a rafforzarci nella fede e nel nostro desiderio di testimoniare il Vangelo!

Mi chiamo François Bigot, sono cresciuto nella campagna della Borgogna e attualmente sono studente di agronomia alla UniLaSalle. Mi piace dedicare il mio tempo alla bellezza della liturgia, sono impegnato al servizio della mia diocesi attraverso il pellegrinaggio in mountain bike di Nevers e per la preparazione di un nuovo pellegrinaggio borgognone. Sono anche capo scout e impegnato nella pastorale universitaria della mia scuola.

Al servizio dei più fragili, al servizio della pace nel nostro Paese e nel mondo, al servizio della Chiesa di Cristo, noi giovani vogliamo impegnarci! Tuttavia, spesso è difficile capire come orientare la propria vita per donarsi senza riserve, con fedeltà, senza per questo disperdersi o perdere coraggio, tanto il compito a volte sembra smisurato. L’ansia e l’incertezza spesso rendono fragile l’entusiasmo della nostra giovinezza. Santo Padre, come discernere dove il Signore ci aspetta per servire e offrire la nostra vita?

 

 Papa Leone

Ci sono molti scout qui? Ah, molto bene! Benvenuti!

Anzitutto vi ringrazio molto per il vostro impegno. Per me è una grande gioia vedervi così numerosi, animati dalla volontà di mettervi a servizio della pace, che ci fa crescere come uomini e donne, trasformando le paure in speranza e le lamentele in responsabilità. Oggi questa grande missione è più urgente che mai, perché ci invita a navigare con discernimento nel cuore delle attuali trasformazioni tecnologiche e digitali, senza sminuire la nostra umanità. In particolare, quando ci dedichiamo alla tutela dei più piccoli e dei più deboli, riconosciamo la nostra stessa debolezza, nella quale tutti ci ritroviamo. Questa fragilità propria della vita umana non ci spaventa, ma ci unisce in quanto creature che si scoprono fratelli e sorelle in Cristo. È Lui il primo a donarsi a noi, e il segno vivente di questa grazia è l’Eucaristia, «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium, 11). Da questo sacramento, che sostiene la nostra fede, noi traiamo la forza di donarci, a nostra volta, al prossimo, imitando la gratuità del Signore Gesù. La ricerca della giustizia e della pace ci obbliga a prendere atto dei conflitti che noi stessi viviamo e a purificare il nostro cuore. Impegnandoci al servizio di Dio e degli altri, le nostre ferite trovano allora consolazione e redenzione.

 

Non esiste fallimento dal quale Dio non possa sollevarci: la sua misericordia è la nostra gioia. Eppure, voi avete parlato dell’ansia e dell’incertezza come ostacoli al vostro entusiasmo. Sono stati d’animo molto diffusi, a causa della precarietà dei progetti sul futuro, della provvisorietà degli affetti e della fragilità delle relazioni. A questi sentimenti se ne aggiungono altri, che gravano sulla vostra generazione, come ad esempio l’affaticamento da schermo e l’ansia di fronte ai cambiamenti climatici o alla situazione economica e internazionale. Sì, bisogna prestare un orecchio attento a questi sentimenti. Invito tutti voi, cari giovani, a mantenere il cuore aperto di fronte alle sofferenze dei vostri compagni.  Allo stesso tempo, l’esperienza della fragilità, di ogni fragilità, diventa per un discepolo di Cristo un’occasione di testimonianza. Chi segue Gesù sulla via del servizio umile e gratuito viene liberato dall’angoscia e ritrova un nuovo entusiasmo, sperimentando la gioia e la pace interiori: sentimenti non passeggeri o soggettivi, ma radicati nella certezza della fede di cui rendiamo testimonianza insieme come Chiesa.

Sì, insieme noi formiamo la Chiesa: fragile e santa, come vasi di creta che custodiscono un tesoro (cfr 2Cor 4,7). È di nuovo san Paolo a ricordarci che proprio nella debolezza, noi siamo forti (cfr 2Cor 12,10). Soprattutto nei momenti di difficoltà Dio sostiene la nostra libertà e ci incoraggia con la sua grazia. Egli ha voluto vivere da uomo, affinché noi potessimo vivere con Lui, per sempre, come testimoni gioiosi della speranza.

Cari amici, è in questa amicizia con Gesù che si realizza il nostro discernimento, una riflessione che si fa invocando lo Spirito Santo. Si tratta di un esercizio costante per camminare in modo ordinato e sicuro.

Come discernere bene? In primo luogo, ricordate che la parola del Signore è sempre lampada ai nostri passi (cfr Sal 119,105). Alla luce del Vangelo, la formazione spirituale passa attraverso la preghiera e il servizio, l’adorazione e l’azione, il silenzio – quel silenzio così raro e così necessario, lontano dal frastuono mediatico – e l’annuncio.

Poi, guardate all’esempio dei santi: anche nella persecuzione, questi nostri fratelli e sorelle hanno aperto strade di pace. Guardate a sacerdoti appassionati di Cristo, come sant’Eugène de Mazenod e san Jean-Marie Vianney; guardate alla mistica bellezza di santa Thérese de Lisieux; alla beata Pauline Jaricot, fervente nella carità e nella missione; al coraggio dei cinquanta martiri dell’apostolato, al tempo della Seconda Guerra Mondiale, che hanno servito i loro fratelli fino al sacrificio della vita. Questi santi hanno cambiato la storia, facendo passare molti dalla sofferenza alla speranza, perché hanno cambiato anzitutto il proprio cuore, trasformandolo alla luce della fede.

Cari giovani, mentre ricercate la vostra vocazione, siate certi che il Signore non vi parla in modo confuso, ma si rivolge a ciascuno chiamandovi per nome, e vi invita seguirlo perché vi ama. Accogliendo il suo Vangelo con mente limpida e cuore puro, allora comprenderete come Gesù vi chiama a servire. Si tratta sempre di un dono di vita: pieno, fedele, colmo d’amore. Per vincere l’ansia e l’incertezza, abbiate il coraggio di dire una sola parola, semplice e bellissima: grazie. Grazie, Gesù, per il tuo amore.

Ecco perché adesso, senza timore ma con fiducia e pieni di gioia, possiamo già dire tutti, tutti insieme, sulle orme dei santi: Eccomi, Signore!

Tutti insieme: Eccomi, Signore!

E mi rivolgo a quelli tra voi – e sono numerosi qui stasera – che sentono la chiamata a seguire Gesù sulla via più stretta del sacerdozio o della vita consacrata. Cari amici, la Chiesa in Francia ha tanto bisogno di voi! Prega per voi, vi aspetta. Cari amici, non abbiate paura di questa chiamata! Abbiate coraggio, abbiate fiducia in Gesù che vuole fare di voi i suoi amici più vicini: Egli non vi deluderà e sarà sempre al vostro fianco; la vostra vita sarà meravigliosamente bella e feconda.

Per concludere, possiamo riprendere questa preghiera che ci ha consegnato san Giovanni Paolo II: «Maestro, tu che ami e rispetti la persona umana, tu che hai condiviso la sofferenza dell'uomo, tu che rischiari il mistero dell'umana esistenza, facci scoprire il senso vero della nostra vita e della nostra vocazione!» (Omelia alla XII Giornata Mondiale della Gioventù, Parigi, 24 agosto 1997). Merci!

 

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Meditazione del Santo Padre

 

Nella notte, la luce ci appare ancora più eclatante. È così, cari giovani, che abbiamo ascoltato insieme dalle parole di san Paolo. Vogliamo tenerle alte, come fiaccola che rischiara non solo la preghiera di ciascuno, ma tutta la storia della Chiesa. L’Apostolo osserva il suo tempo e accoglie l’ispirazione divina, cioè lo Spirito Santo, che apre sempre prospettive luminose di futuro. Sì, Dio è Signore della storia e, qualsiasi cosa avvenga, la conduce verso la salvezza: in Cristo ogni male ha una fine, proprio perché la fine diventa inizio di vita nuova ed eterna.

Carissimi, per illuminare la nostra epoca e trasformare il presente alla luce dello Spirito, ricordiamoci anzitutto che anche noi, come Timoteo, siamo uomini e donne di Dio. Questa espressione – di Dio – scelta da san Paolo, significa un legame, non un possesso. Chi vive con Dio è libero: libero da tutto ciò che oscura la vita, rendendola vuota e senza senso. Giovani di Francia, portate nel vostro cuore un immenso desiderio di libertà, parola che risuona con forza nella vostra cultura. Qual è dunque la fonte della vera libertà? Gesù ce lo indica chiaramente quando ci dice che è la verità che ci renderà liberi (cfr Gv 8,32); e che la Verità è Lui stesso (cfr Gv 14,6). Ecco, quindi, la fonte della vera libertà: il rapporto vivente con Gesù.

La compagnia del Signore, infatti, dà saggezza ai nostri progetti e bellezza ai desideri che portiamo nel cuore. Dio attraversa come luce la nostra anima, chiamandoci a un rinnovamento permanente, a una conversione che dona pieno senso all’esistenza, perché ci fa attori di una storia che passa dalla confusione alla ricerca della verità, dall’indifferenza all’impegno per la giustizia. San Paolo lo dice con tre verbi, che fanno appello alla nostra libertà: evita, tendi, combatti.

L’Apostolo scrive a Timoteo: anzitutto, «evita queste cose», cioè orgoglio, vanità, violenza, avidità (cfr 1Tm 6,4.10). Sono tutti sentimenti che ci afferrano e possiedono. L’egoismo che li caratterizza nasconde una spaventosa solitudine. Per gustare la vicinanza di Dio e la fraternità umana occorre dunque respingere quella bramosia che consuma le relazioni senza donare, che si riempie di cose senza nutrirci. Un tale stile di vita spinge ad avere tutto, ma a non essere nessuno; a ricevere una quantità di like, ma restando soli con sé stessi.

Quando decidiamo di non seguire questo stile, allora iniziamo a tendere «alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza» (v. 11). Sì, chi vive con Dio tende verso il meglio: è in allenamento costante. Il suo desiderio cerca la virtù, cioè la forza che lo rende buono e vero. Cari amici, la dinamica che caratterizza l’esistenza cristiana porta un nome preciso: si chiama cammino di santità. È il cammino che il Signore apre davanti a ciascuno di noi, accompagnandoci lungo la via. E quanti figli e figlie di questa amata terra di Francia si sono lasciati condurre su questa via! Pensiamo, ad esempio, al beato Marcel Callo, un giovane francese, scout e operaio che nell’oscurità del campo di concentramento non ha mai smesso di tendere al bene, rimanendo interiormente libero.

Man mano che avanziamo in questo cammino di santità, diventa chiaro che non basta evitare il male: bisogna scegliere il bene. Non si tratta di un principio astratto, né di un’affermazione ovvia: scegliere il bene è l’azione propria della libertà, compiendo la quale essa stessa si avvera, si corregge e matura. Per fare la scelta buona, ricordate questo criterio: il bene dà la vita, non la toglie mai; il bene si prende cura, non prende per sé. Il bene non è un bel concetto, ma il volto raggiante dell’amore: è Dio in persona! Le virtù che san Paolo ci indica come riflessi della sua bontà sono queste: la giustizia verso l’umanità; la pietà e la fede verso Dio; la carità con tutti; la pazienza verso chi ci fa soffrire; la mitezza che contraddistingue chi cerca la pace con animo puro. I principi di uguaglianza e fratellanza che ispirano la vostra società trovano qui il loro fondamento: più che semplici prescrizioni legali, sono le scelte radicali e coraggiose di un cuore libero. Fare nostre queste qualità non è solo un impegno etico: è la scelta di diventare uomini e donne autentici, liberi da compromessi.

A questo proposito, l’Apostolo ci consegna un terzo verbo: combattere. Infatti, evitare il male e tendere al bene implica combattere. Combattere, sì, come fece San Paolo, rappresentato spesso con una spada nelle mani, segno della Parola di Dio, «spada dello Spirito» (Ef 6,17). Questo verbo risuona con forza qui in Francia, terra di Santa Giovanna d’Arco, una giovane che ha saputo combattere con audacia. Ma attenzione, il verbo come anche l’immagine ci sono ormai chiari: la lotta alla quale siamo chiamati è quella della fede, cioè l’impegno a vivere secondo il Vangelo, come discepoli di Gesù, il Figlio di Dio che fa di noi tutti fratelli e sorelle. È nel suo nome che abbiamo la forza dei giusti, per resistere alla tentazione. È nel suo nome che abbiamo la perseveranza dei miti, per dedicarci al bene. Il nostro combattimento non è una lotta contro gli altri, non ricorre alle armi della violenza, del disprezzo o dell’oppressione. La nostra unica arma è quella dell’amore che si dona. Sappiamo, purtroppo, che ci sono forze contrarie al nostro legame con Dio, potenze che mirano a dividere persone e popoli, contrapponendoli tra loro. Questi mali hanno non solamente un volto violento, ma talvolta anche un’apparenza insidiosa, perché promettono proprio quello che ci tolgono, ossia la felicità. Quando ci sentiamo avvolti nella loro oscurità, però, la luce dello Spirito Santo ci illumina e ci conforta: stasera, dunque, scegliamo insieme le virtù che dobbiamo coltivare per seguire il Signore.

Non siamo soli in questo cammino di santità, perché lo percorriamo uniti a tutti i nostri fratelli e sorelle che ci circondano. Ne fate del resto esperienza questa sera e durante i grandi raduni come le Giornate Mondiali della Gioventù. Abbiamo inoltre come alleati i santi: sono amici che ci sostengono nella prova. Carissimi, quando le scelte della vita richiedono coraggio, sollecitate la loro intercessione e imitate il loro esempio: come abbiamo cantato nelle litanie, l’incoraggiamento dei santi ci assicura che non siamo mai soli nella preghiera, mai siamo soli nella Chiesa. Specialmente in questo tempo, chiediamo allora il loro aiuto per essere artigiani di pace: eterno desiderio di Dio e impegno costante dell’umanità! Stasera ho citato alcuni di loro. Chiediamo anche a Santa Teresa del Bambino Gesù di insegnarci la sua “piccola via” dell’amore quotidiano, solido fondamento di ogni pace duratura.

Questa pace, il Signore la realizza nell’Alleanza che stringe con noi tutti per la mediazione di Gesù, il Cristo. Perciò, indicando il fondamento della nostra esperienza di fede, san Paolo parla non solo di quello che noi possiamo fare rispondendo a Dio, ma anche di ciò che Dio fa per noi. L’Apostolo lo riassume in un episodio: Gesù davanti a Pilato, la verità dell’amore davanti all’ipocrisia del potere. La «buona battaglia» coincide allora con la «bella testimonianza» (cfr 1Tm 6,12-13). Lo dimostra l’uso di un identico aggettivo: kalos, che qui significa ben fatto. L’opera ben fatta, quella che è buona, è la redenzione che Gesù compie per noi. Nel suo combattimento contro il peccato e la morte, la vittoria di Cristo ci libera tutti: da ogni male ci salva, a ogni bene ci invita.

In questa luce, guardiamo le due reliquie portate davanti a noi: la tunica e la croce. L’una è quel che a Cristo è stato tolto; l’altra quel che a Cristo è stato donato. In tal senso, sono entrambi segni della sua passione: Gesù è spogliato della sua tunica per rivestire noi con la veste bianca, lavata «nel sangue dell’Agnello» (Ap 7,14). È così che la croce, da strumento di morte, diventa segno di speranza: insieme, perciò, la tunica e la croce rappresentano noi, noi Chiesa che nasce dalla vita di Dio donata al mondo. Cari giovani, per crescere in santità e cambiare in meglio la nostra società, siate luminosi testimoni di questo Vangelo, cioè della buona notizia che è Cristo stesso, il nostro Salvatore: «A Lui onore e potenza per sempre. Amen» (1Tm 6,16).

giovedì 24 settembre 2026

La nostra responsabilità di fronte alla tragedia di Pietralata


 

Una speranza oltre lo sgomento di fronte alla notizia dei due giovani sposi che, nel quartiere romano, si sono tolti la vita con la loro figlia disabile

 

21.09.2026

La notizia della tragedia di Pietralata, il quartiere di Roma dove due giovani sposi si sono uccisi con la figlia disabile e il loro cane, ha lasciato me e mia moglie a dir poco sgomenti. Il racconto dei media ci ha fatto sentire molto vicini alla storia di questi genitori. La seconda dei nostri tre figli è nata con una sindrome plurimalformativa genetica, che fin dalla nascita ha causato un ritardo psicomotorio, con annessi altri problemi organici (frequenti crisi di assenza, mancanza di linguaggio, eccetera). Anche noi sosteniamo un gravoso impegno economico per le continue visite mediche - sette interventi fuori regione per la sola ricostruzione dei denti -, e per sopperire alla carenza di servizi pubblici; avvertiamo spesso stanchezza fisica e mentale anche per la ritrosia di nostra figlia a volere fare semplicemente, ad esempio, una passeggiata alla sera o alla domenica.

 

Riflettendo su quella tragedia io e mia moglie ci siamo chiesti: cosa o Chi ha permesso che in questi anni la nostra stanchezza e la solitudine di certi momenti non siano sfociati in disperazione, al punto da farci dire, come scritto in uno dei messaggi lasciati dalla coppia: «Non ce la facciamo più soli»? Cosa o Chi consente che, quando accadono simili fatti di cronaca, la rabbia contro lo Stato o le istituzioni sanitarie non sia l’ultima parola? L’esperienza cristiana nel Movimento ci fa percepire e sperimentare la presenza reale di Cristo, che non ci risolve, non ne ha la pretesa, i problemi tecnici, burocratici ed economici che continuano ad esserci, ma rende più leggera ed “amica” la routine quotidiana, anche in quelle ore del giorno in cui siamo fisicamente più soli, come quando alla sera sono assenti gli amici o gli operatori sanitari, o come nei due momenti fissi di ogni notte nei quali solleviamo nostra figlia per accompagnarla in bagno.

 

Passato il clamore mediatico, avvertiamo ancora più di prima la responsabilità di testimoniare la certezza che esiste un luogo nel quale potere incontrare quella Presenza che tutto il mondo attende e che solleva nelle asperità della vita, rendendola, per pura sua Grazia, più lieve.

 

Franco, Foggia


L’Europa nuova periferia e Leone la mette al centro

 



Il viaggio del Papa in Francia. Da Madrid a Parigi (passando per Rimini) il Vecchio continente secolarizzato lo accoglie radunando folle che sorprendono. È qui la frontiera della fede

23.09.2026

Matteo Matzuzzi

 

«L’Europa del Terzo Millennio o sarà cristiana o non sarà», disse Giovanni Paolo II mentre s’avvicinava a grandi passi il Grande Giubileo del 2000. Il Muro era caduto, la Cortina di ferro era divenuta un pallido ricordo. Grandi esperti della politica internazionale e fini osservatori avevano già da tempo sentenziato che ormai la Storia era finita. Il Novecento, con le sue tragedie, ridotto a un capitolo lunghissimo da studiare a scuola. Lo sguardo del Papa polacco, che quel secolo l’aveva attraversato quasi nella sua interezza, però, andava più lontano. Vedeva ciò che gli analisti di geopolitica non riuscivano a scorgere dietro l’apparenza di un continente pacificato. Qualcosa, in Europa, si era rotto e non aveva direttamente a che fare con i gangli delle burocrazie di Bruxelles. Si era interrotta la trasmissione della fede: la secolarizzazione incalzava e minacciava anche quei grandi serbatoi dove la religiosità era stata per secoli considerata scontata.

 

Pian piano, invece, i dogmi della laicità s’innestavano nelle società sempre più distratte, dove il fatto religioso diveniva progressivamente un optional e s’iniziava a fare i conti su quanta gente veniva ancora battezzata. Crollavano le evidenze nell’Europa delle grandi cattedrali, si rispolveravano le lezioni radiofoniche vecchie di decenni d’un professore tedesco poi divenuto papa, Joseph Ratzinger. Lui che, alla fine degli anni Sessanta, intravedeva già nelle minoranze creative il destino della Chiesa europea: numeri contenuti ma costituiti da donne e uomini certi di una fede da vivere non più come routine ma credendoci davvero. Quel professore, che non per nulla scelse come nome Benedetto XVI, rievocando in ciò uno dei padri dell’Europa cristiana, tentò nei suoi anni di pontificato di rianimare un corpo fiacco: mirabili furono i suoi discorsi a Ratisbona e al Bundestag di Berlino, a Westminster e al Collège des Bernardins di Parigi, dove rifletté a lungo sul quaerere Deum, il cercare Dio che portò all’edificazione dell’anima europea, capace di vibrare anche dopo ecatombi e conflitti.

 

Dopo Benedetto XVI, la prospettiva cambiò. Francesco, il Papa preso alla fine del mondo, la crisi europea l’aveva bene in mente. «Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà?», disse nel 2016 ricevendo il premio Carlo Magno. Due anni prima, al Consiglio d’Europa, a Strasburgo, aveva posto le stesse domande al Vecchio continente: «Dov’è il tuo vigore? Dov’è quella tensione ideale che ha animato e reso grande la tua storia? Dov’è il tuo spirito di intraprendenza curiosa? Dov’è la tua sete di verità, che hai finora comunicato al mondo con passione?». Francesco denunciava un impoverimento ideale e di leadership.

 

Ma se il pontificato ratzingeriano ebbe una forte impronta eurocentrica, quello del successore guardò alle periferie più lontane. Periferie geografiche ma soprattutto sociali. Era la metafora di Magellano: l’Europa vista dal centro appare in un certo modo, ma se poi si sciolgono le vele e si circumnaviga il globo, ci si accorge che quel centro è solo uno dei tanti luoghi che compongono il mondo. Così, dopo il quaerere Deum ai Bernardins ci fu la Messa con più di un milione di persone riunite a Timor Est, l’apertura della Porta Santa a Bangui, nel cuore dell’Africa, la preghiera nel deserto della Mongolia, gli incontri ai confini estremi d’Europa: il Caucaso e la Svezia, Lampedusa e Lesbo, la Bosnia e l’Albania.

eone XIV, nel suo primo anno e mezzo di pontificato, ha riportato al centro il continente secolarizzato. Per la prima volta dopo quindici anni, un Papa è tornato in Spagna. Le premesse non erano rosee, la diffidenza imperava: nessuno va più né in chiesa né in oratorio, le vocazioni sono al lumicino, la pratica religiosa quasi azzerata, i monasteri abbandonati. La rivoluzione secolarizzante di José Luis Zapatero e gli anni del suo figlio politico Pedro Sánchez hanno trasformato il Paese iberico nella piattaforma degli esperimenti laicisti più estremi, al pari o forse più della vicina Francia. E invece, la sorpresa.

 

Nessuno aveva previsto la massa di persone radunate in Spagna in giugno. In Francia il Pontefice farà tappa a Metz, dove ricorderà Robert Schuman, primo presidente del Parlamento europeo, che parlò di Europa delle cattedrali

 

A Madrid, in una torrida domenica di giugno, un milione 200mila cattolici occupavano strade e piazze per seguire la processione del Corpus Domini con il Papa. Centinaia di migliaia di giovani partecipavano alla Veglia di preghiera. Folle come non si vedevano da anni erano assiepate dietro alle transenne mentre Leone XIV passava, accompagnato dalla melodia di tutte le campane cittadine che suonavano a festa.

 

Nessuno l’aveva previsto, neanche i vescovi rassegnati a essere minoranza sempre più inascoltata. Il copione si è rivisto pochi giorni dopo a Barcellona, con lo spettacolo della Sagrada Família addobbata per l’occasione, e alle Canarie. E così pure in Francia, altra terra consegnata alla secolarizzazione, nel viaggio dei prossimi giorni. La Messa nella grande Parigi, la veglia con i ragazzi a Saint-Denis, il pellegrinaggio a Lourdes e a Metz, dove il Papa ricorderà Robert Schuman, uno dei padri dell’Europa unita, il cattolico che da primo presidente del Parlamento europeo parlò di Europa delle cattedrali, sottolineando con forza che la comunità costruita sulle macerie della guerra aveva un’anima e non era solo un enorme edificio burocratico.

 

Quella di Leone XIV non è una sconfessione della vocazione di Francesco a battere in lungo e in largo le periferie del mondo. Papa Prevost, semplicemente, rimette al centro l’Europa perché in questa particolare fase della storia umana anch’essa è periferia. Una periferia che fatica a farsi notare nei grandi giochi politici tra superpotenze, ma anche una periferia della fede. L’ha detto lui stesso intervenendo al Meeting, lo scorso 22 agosto: questa «è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura».

 

Le leggi sul fine vita, sull’aborto, sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, l’imperante laicizzazione eretta a dogma incontestabile sono tentativi – in qualche caso riusciti – di eliminare il fatto religioso, di ricacciare la fede nella sfera intima dell’individuo. In pochi anni, siamo passati dai dibattiti sulla proibizione di un presepe nelle scuole al suicidio medicalmente assistito come fatto di umana libertà. È quella che papa Francesco, agli albori del pontificato, definì una «persecuzione fatta in modi eleganti, in guanti bianchi». Non con le armi, come avviene altrove sul pianeta, ma a forza di legislazioni che mirano a ridurre l’espressione religiosa a opinione personale, una delle tante.

Ricevendo una delegazione del Partito popolare europeo, lo scorso aprile, Leone XIV ricordò che «i padri fondatori erano animati dalla loro fede personale e consideravano i principi cristiani un fattore comune e unificante, che poteva contribuire ad archiviare lo spirito revanscista e conflittuale che aveva portato alla Seconda Guerra mondiale».

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