martedì 6 gennaio 2026
venerdì 2 gennaio 2026
LETTURE/ Pasternak e la “Stella di Natale”, l’intero universo in ginocchio davanti a Gesù
LETTURE/ Pasternak e la “Stella di Natale”, l’intero
universo in ginocchio davanti a Gesù
La stella di Natale fa parte delle poesie pubblicate alla
fine del romanzo Il dottor Živago di Boris Pasternak, completato dallo
scrittore moscovita nel 1955, dopo un lungo processo di elaborazione.
Racconta di un medico e poeta, Jurij Andreevič Živago, sullo
sfondo ambiguo della guerra civile combattuta in Russia dopo la Rivoluzione
d’ottobre. Unico romanzo scritto da Pasternak, fu sufficiente a fargli vincere
il Premio Nobel per la letteratura, nel 1958, ma lo scrittore non poté
ritirarlo per l’opposizione di Chruscev, leader dell’Unione Sovietica. Due anni
prima, in patria Pasternak era stato attaccato dalla rivista Novyj Mir,
accusato di tradimento, escluso dall’Unione degli scrittori e minacciato di
espulsione dall’Urss: non era “in linea” con la cultura ufficiale.
Così lo Živago venne stampato al di qua della Cortina di
ferro, in Europa occidentale, in anteprima mondiale proprio in Italia il 15
novembre 1957 da Giangiacomo Feltrinelli, che con un colpo di genio editoriale
batté la concorrenza di americani e francesi: fu subito un successo
internazionale, solo nel primo anno ne furono stampate 31 edizioni. In calce al
romanzo, appunto, tra le poesie attribuite al protagonista c’era questa, La
stella di Natale, nella traduzione dal russo di Pietro A. Zveteremich (che per
gentile concessione ripubblichiamo).
Živago/Pasternak descrive la scena della Natività, e
l’arrivo dei Magi alla grotta, come se fosse osservata da una creatura
proveniente da altri mondi e sospesa nell’aria.
(….)
Živago ambienta la scena della nascita di Gesù non nella
Palestina di duemila anni fa ma nella lunga notte dicembrina della sua bianca
Russia. Sullo sfondo della steppa innevata compare un astro “mai visto sino ad
allora”, un corpo celeste modesto, poco appariscente, freddo e rovente al tempo
stesso, che “bruciava come un pagliaio” – scrive il poeta, cucendo così le
siderali distanze dell’universo e del tempo che la volta celeste mette in scena
agli umori più terreni dell’esperienza umana. Tre astrologi degli altopiani
iranici, o di qualche altra terra d’incroci umani stesa tra noi e l’Oriente,
tre uomini d’alta cultura e di ampio budget “accorrevano all’appello dei fuochi
sconosciuti”.
Živago li osserva a volo radente, come se il suo occhio
fosse una telecamera che scruta, là in basso, le figurine di cartapesta –
asini, pastori, cammelli, ma anche angeli – di un presepe pulsante: e tra di
esse traluce all’improvviso una “strana visione dei tempi venturi,/ lontano
appariva tutto quello che in seguito avvenne./ Tutti i pensieri dei secoli,
tutti i sogni, i mondi,/ tutto il futuro delle gallerie e dei musei,/ tutti gli
scherzi delle fate, tutte le gesta dei maghi,/ tutti gli alberi di Natale al
mondo, tutti i sogni dei bambini”.
È un’immagine straordinaria: la luce di quella Stella
illumina, in maniera misteriosa, l’intero corso della storia umana, come
sappiamo noi oggi che quel “presepe” lo osserviamo dall’altro capo della corda
del tempo.
(…)
La stella di Natale
di Boris Pasternak
(traduzione dal russo di Pietro A. Zveteremich, Feltrinelli)
C’era l’inverno.
Soffiava il vento dalla steppa
e freddo aveva il neonato nella
tana
sul pendio del colle.
L’alito del bue lo riscaldava.
Animali domestici
stavano nella grotta,
sulla culla vagava un tiepido
vapore.
Scossi dalle pelli il polverio
del giaciglio
e i grani di miglio,
dalle rupi guardavano
assonnati i pastori gli spazi
della mezzanotte.
Lontano era il campo della neve e
il cimitero,
i recinti, le pietre tombali
le stanghe di carri confitte
nella neve,
e il cielo sul camposanto, pieno
di stelle.
E lì accanto, sconosciuta prima
di allora,
più modesta d’un lucignolo
nella finestrella di un capanno,
tremava una stella sulla strada
di Betlemme.
Bruciava come un pagliaio, in
disparte
dal cielo e da Dio,
come il riverbero d’un incendio,
come una fattoria a fuoco e le
fiamme in un granaio.
Si levava come un’infiammata bica
di paglia e di fieno
in mezzo a tutto l’universo
in apprensione per quella nuova
stella.
Sopra, a significare qualcosa,
rosseggiava
un dilagante riverbero di fiamme,
e tre astrologhi
accorrevano all’appello dei
fuochi mai visti.
Li seguivano cammelli che
portavano doni.
E asinelli bardati, uno più
piccolo
dell’altro, a passettini calavano
dal monte.
E, strana visione dei tempi
venturi,
lontano appariva tutto quello che
in seguito avvenne.
Tutti i pensieri dei secoli,
tutti i sogni, i mondi,
tutto il futuro delle gallerie e
dei musei,
tutti gli scherzi delle fate,
tutte le gesta dei maghi,
tutti gli alberi di Natale al
mondo, tutti i sogni dei bambini.
Tutto il tremolio delle candele
accese, tutti i festoni,
tutta la magnificenza
dell’orpello dei fiori…
…Sempre più aspro e furioso
soffiava il vento dalla steppa…
…Tutte le mele, tutti i globi
dorati…
Una parte dello stagno era dietro
le cime gli ontani,
ma l’altra anche di là si
scorgeva,
oltre i nidi dei corvi e le vette
degli alberi.
E potevano distinguere i pastori
come camminavano gli asini e come
i cammelli lungo l’argine.
“Andiamo insieme a Loro,
inchiniamoci al prodigio”,
dissero legandosi le pelli.
Camminare nella neve li aveva
riscaldati.
Sulla luminosa pianura, come
fogli di mica,
nude tracce guidavano alla
capanna.
Contro quelle tracce, come alla
fiamma d’un moccolo,
ringhiavano i cani pastori alla
luce della stella.
La notte di gelo somigliava a una
fiaba,
e, dalla nevosa catena dei monti
nella tormenta, qualcuno
per tutto il tempo scese
invisibile fra loro.
I cani vagolavano guardandosi
intorno spauriti
e si addossavano al pastori in
attesa di una sciagura.
Per quella stessa strada, per
quegli stessi luoghi
alcuni angeli andavano in mezzo
alla folla.
L’incorporeità li faceva
invisibili,
ma il passo lasciava l’orma.
Una folla di popolo si
raccoglieva presso la rupe.
Albeggiava. Si delineavano i
tronchi dei cedri.
“E voi chi siete?” domandò Maria.
“Noi, stirpe di pastori e
messaggeri del cielo,
siamo accorsi a cantar lodi a voi
due”.
“Non si può, tutti insieme.
Aspettate alla porta”.
Nella foschia che precede il
mattino,
grigia come cenere,
battevano i piedi mulattieri e
allevatori d’armenti.
Imprecavano contro quelli a
cavallo, gli appiedati,
accanto alla pietra incavata
dell’abbeveratoio,
mugliavano i cammelli,
scalciavano gli asini.
Albeggiava. Come granelli di
fuliggine, l’alba
spazzava le ultime stelle dalla
volta celeste.
E della innumerevole folla solo i
Magi
Maria lasciò entrare nella cavità
della roccia.
Lui dormiva, tutto splendente, in
una culla di quercia,
come un raggio di Luna dentro il
cavo d’un tronco.
Invece di pelli di pecora,
le labbra d’un asino e le nari
d’un bue.
Stavano in ombra, come nel buio
della stalla,
sussurravano, trovando a stento
le parole.
A un tratto qualcuno, un po’ a
sinistra nell’oscurità,
con la mano scansò dalla culla
uno dei Magi,
e quello si voltò: dalla soglia
la vergine,
guardava come un’ospite la stella
di Natale.

