LETTURE/ Il realismo della pace e il nostro compito,
Leone XIV erede di Giovanni XXIII
Giorgio Cavalli Pubblicato 27 Gennaio 2026
Il messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1°
gennaio 2026 di Leone XIV è stato a torto sottovalutato. È invece profondamente
innovatore.
I nuovi scenari di conflitto in questo inizio anno hanno
portato l’attenzione dei media sui nuovi tamburi di guerra, mettendo in ombra
gli appelli di Leone XIV alla pace. Nel messaggio per la Giornata mondiale
della pace del 1° gennaio 2026, dal titolo “Verso una pace disarmata e
disarmante”, il papa ci invita a farci artigiani di pace, unica azione
ragionevole nell’attuale corsa al disordine mondiale.
Il discorso del papa merita di essere letto per intero e
costituisce un vero e proprio manifesto per tutti coloro che non intendono
piegarsi allo scivolamento attuale della politica e perfino del linguaggio
verso il bellicismo più sfrenato: “Oggi alle nuove sfide – scrive il papa –
pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il
riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura
della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne
dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e
programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che
diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata
di difesa e di sicurezza”.
Il messaggio, oltre che toccare questioni concrete come la
crescita esponenziale degli investimenti nella produzione delle armi,
rappresenta una riflessione di altissimo livello e una tappa significativa
all’interno del percorso avviato dai pontifici nell’ultimo secolo sui temi
della pace, a partire dalla “Rerum Novarum” (1891) di Leone XIII fino alla “Fratelli
tutti”.
In tale percorso sta maturando sempre più, e soprattutto con
papa Francesco e con Leone XIV, una riflessione che, pur senza abolirla,
propone un forte ridimensionamento della dottrina tradizionale della “guerra
giusta” intesa come legittima difesa di un popolo aggredito. Tale
ridimensionamento non conduce tuttavia, nel pensiero dei papi, a una sorta di
resa fatalistica alla prepotenza che si va imponendo nel mondo, ma è piuttosto
l’indicazione sempre più lucida di modelli alternativi di resistenza spirituale
e di nonviolenza attiva nella difesa della libertà, della giustizia e della
pace, unica prospettiva veramente razionale a cui guardare oggi più che mai.
(…)
Dal canto suo, Leone XIV, ribadendo che è in Cristo la pace
a cui gli uomini aspirano, sottolinea che questa non può restare una semplice
utopia, tanto lontana da disperare che la pace possa essere non solo il fine
del nostro agire, ma anche il mezzo per conseguirla: “Accogliamola e
riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di
essere una meta, la pace è una presenza e un cammino”.
È la logica appunto della nonviolenza attiva, quella evocata
da Gandhi, secondo il quale il fine è nei mezzi come l’albero è nel seme. Il
papa, insomma, ci dice che la pace o avviene qui e ora, nel momento stesso del
conflitto, oppure resta una pura astrazione, un’utopia appunto. Cristo infatti
non invocava una pace astratta, lui era ed è la pace presente: “I Vangeli –
dice ancora il papa nel suo messaggio – non nascondono che a sconcertare i
discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo,
gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di
seguirlo”.
Il punto di svolta decisivo nel percorso del Magistero
pontificio verso la messa in crisi della praticabilità, nelle condizioni
presenti, della “guerra giusta” fu la Pacem in terris di Giovanni XXIII.
L’enciclica, scritta di suo pugno a Concilio Vaticano II in pieno corso,
rappresentò una scossa per gli stessi padri conciliari. Essa segnava una decisa
riconsiderazione alla luce della storia del principio della guerra giusta. La
giustificazione della guerra difensiva attraversa la storia della Chiesa a partire
da sant’Agostino, ma nell’era nucleare, secondo Giovanni XXIII, la questione
non poteva più essere posta negli stessi identici termini del passato.
Infatti, dopo l’esperienza di Hiroshima e Nagasaki e dei
bombardamenti a tappeto sulle città nella seconda guerra mondiale e nel momento
stesso della corsa alle armi nucleari nella guerra fredda, Giovanni XXIII, pur
senza negare la legittimità in linea di principio dell’autodifesa armata di un
popolo, poneva un interrogativo di grande peso sulla sua attuabilità pratica
nell’oggi. La “forza terribilmente distruttiva delle armi moderne”, come
scrisse nella “Pacem in terris”, e “l’orrore che suscita nell’animo anche solo
il pensiero delle distruzioni immani e dei dolori immensi che l’uso di quelle
armi apporterebbe alla famiglia umana” conducono a concludere che è “quasi
impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come
strumento di giustizia”.
Il corsivo è nostro: nel testo latino l’espressione è ben
più forte: “alienum a ratione”, cioè estraneo alla ragione, irrazionale, senza
quel “quasi” che apparirà solo nella versione in italiano.
Giovanni XXIII ribadiva così il grido di Pio XII nel
radiomessaggio del 24 agosto 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale:
“Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra!”. Ma la “Pacem
in terris” non invocava una pace qualsiasi, arrendevole dinanzi al più forte.
Essa doveva fondarsi su quattro pilastri senza i quali non si potrebbe parlare
di vera pace: la verità, la giustizia, l’amore, cioè una solidarietà
costruttiva, e la libertà.
Con quel capolavoro che è la “Pacem in terris”, Giovanni
XXIII raccoglieva anche la propria esperienza dell’“inutile strage”, come
Benedetto XV aveva definito la Prima guerra mondiale che vide Angelo Giuseppe
Roncalli condividere, da cappellano militare, la sofferenza dei soldati nei
presìdi ospedalieri di Bergamo.
Proprio quella sua dedizione alle carni e alle anime ferite
dei moribondi aveva costituito per lui una fonte esistenziale della sua
riflessione sulla guerra. Una riflessione che sarà rilanciata da papa Francesco
nella Fratelli tutti: “Non fermiamoci su discussioni teoriche, prendiamo
contatto con le ferite, tocchiamo la carne di chi subisce i danni […].
Domandiamo alle vittime […]. Consideriamo la verità di queste vittime della
violenza, guardiamo la realtà coi loro occhi e ascoltiamo i loro racconti col
cuore aperto. Così potremo riconoscere l’abisso del male nel cuore della guerra
e non ci turberà il fatto che ci trattino come ingenui perché abbiamo scelto la
pace”.
Con questo stesso sguardo all’umanità dolente, e alla luce
dell’insegnamento di Giovanni XXIII, papa Francesco ha potuto così ribadire che
“a partire dallo sviluppo delle armi nucleari, chimiche e biologiche e delle
enormi e crescenti possibilità offerte dalle nuove tecnologie si è dato alla
guerra un potere distruttivo incontrollabile, che colpisce molti civili
innocenti”, e che dunque “non possiamo più pensare alla guerra come soluzione,
dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità
che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere
i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile
“guerra giusta”. Mai più la guerra!” (n. 258).
Una nuova coscienza di pace può sorgere allora in questo
nostro tempo, in queste precise circostanze storiche, come ha scritto Leone XIV
nel suo messaggio del 1° gennaio: “La pace di Gesù risorto è disarmata, perché
disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche,
sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente
testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici”.
(1 – continua)
