GIORNATA DELLA MEMORIA/ L’eredità tedesca (tra Est e
Ovest) e i conti che non tornano
Giuseppe Reguzzoni Pubblicato 27 Gennaio 2026
(sussidiario.net)
La "Giornata della memoria" dedicata all’olocausto
è stata istituita in Germania nel 1996. Su di essa pesa il retaggio
dell'unificazione e non solo
Riprendendo una vecchia domanda, già posta, tra gli altri,
da Theodor Adorno, ma anche da Primo Levi nella sua corrispondenza con i suoi
editori francofortesi, che cosa significa essere tedeschi dopo Auschwitz? Si
può esecrare un giorno all’anno la Shoah, in qualche modo riprendendone, poi,
in maniera inconsapevole e implicita alcuni suoi presupposti ideologici? Che
cosa significa nell’Europa di oggi e nel tessuto delle relazioni
internazionali? Si può trovare un punto di equilibrio nel fragile concorso di
memoria, censura e rimozione?
In Germania, come in molti altri Paesi, il “Giorno della
memoria” ha trovato un preciso ancoraggio normativo a partire dal 1996, quando
fu promulgata la legge per commemorare l’olocausto il 27 gennaio di ogni anno,
come anniversario della liberazione dei campi di Auschwitz. All’epoca la
Germania era solo da pochi anni riunificata.
La DDR (Repubblica Democratica Tedesca) si definiva come
Stato antifascista per fondazione. Secondo la narrazione ufficiale il nazismo
era il prodotto del capitalismo occidentale e, di conseguenza, la DDR,
socialista, si considerava moralmente e politicamente estranea alla colpa
tedesca. La vera eredità positiva della Germania era quella della resistenza
comunista. Di conseguenza, nella DDR, non esisteva una vera commemorazione del
genocidio ebraico, dato che quello che noi chiamiamo “olocausto” era inserito
nell’ampia mappa dei crimini nazisti.
(….)
La BRD (Repubblica Federale Tedesca), a Ovest, invece,
considerandosi in qualche modo l’erede di tutta la storia tedesca nella sua
interezza, viveva se stessa come espressione senza risposta del medesimo
problema, permeata di profondi sensi di colpa, poi trasmessi alla Germania
unificata di oggi o, quanto meno, alla parte occidentale di essa.
A partire dall’istituzione ufficiale del Giorno della
memoria, la Germania tutta si è riempita di musei della Shoah, monumenti che
commemorano l’olocausto, conferenze e
progetti nelle scuole di ogni ordine e grado, Stolpersteine (pietre d’inciampo) che vorrebbero ricordare
ai passanti chi viveva in una casa o in quartiere e che da lì fu deportato e
ucciso dopo le leggi razziali. È giusto che sia così, perché, per quanto possa sembrare
retorica abusata, chi non ricorda è condannato a ripetere gli errori e gli
orrori del suo passato.
Ma c’è modo e modo di ricordare, e, come sempre, la forma
non è affatto un dettaglio marginale. Anche la sottolineatura della “unicità”
dell’olocausto ebraico rispetto ad altre tragedie e crimini della storia, per
quanto vera, resta paradossalmente esposta al rischio di confinare quell’evento
in una categoria di non ripetibilità e di distanza dal presente, che non aiuta
a rendere la “memoria” coscienza attiva e davvero vigile.
La commemorazione d’ufficio, in quanto insistente e
ripetuta, è esposta al rischio di mancare di sentimento autentico e di vita,
magari anche perché fa leva unicamente sui sensi di colpa di una nazione in
cui, prima o poi, chi vive oggi finisce per interrogarsi sul motivo per il
quale dovrebbe continuare a sentirsi responsabile degli errori dei propri
bisnonni.
(…)
Bassam Tibi è di origine siriana. Se fosse stato solo
tedesco, queste parole, in nome dell’imperante Political Correctness, sarebbero
state quasi impronunciabili da parte di un accademico. È sempre lui, nella
medesima intervista, a definire la Germania una “nazione nevrotica”, ribadendo
che negare l’identità germanica non è la soluzione e che una società aperta non
è quella che non stabilisce regole di tolleranza e di convivenza, e quindi
anche di immigrazione.
È sin troppo facile leggere nel sostegno sostanzialmente
incondizionato alla politica israeliana, anche nelle recenti forme di
repressione più sproporzionate, qualunque essa sia e qualunque sia la linea di
governo, un ulteriore aspetto di questi complessi di colpa.
Il giudizio del sociologo siro-tedesco è di taglio
psicologico, e infatti egli usa consapevolmente la parola “nevrosi”, che, per
quanto sia oggi poco considerata dalla psicoanalisi ufficiale, continua a
godere di un ampio retaggio nella storia della medicina e mantiene quindi un
suo valore metaforico. Confinare sul piano della retorica e dei sensi di colpa
una tragedia storica è un modo per rimuoverla dal proprio vissuto
contemporaneo. Invece proprio il tedesco ha comunque una magnifica parola che
esprime un percorso ben differente: Vergangenheitsbewältigung, dominare il
passato, cioè attraversarlo sino in fondo e restituirlo, in qualche modo
guarito o almeno accettato, al presente. Le rimozioni, di qualunque forma
siano, sono pericolose, perché non intaccano la causa profonda delle tragedie
vissute. Il germe resta vivo e pronto a produrre nuove devastazioni in nuove
forme.
Dieci anni fa un altro autore tedesco, Thorsten Hinz, non a
caso originario dei nuovi Länder federali, pubblicava un volume dal titolo
significativo: Die Psychologie der Niederlage: Über die deutsche Mentalität (La
psicologia della disfatta. Sulla mentalità tedesca). La tesi di fondo di questo
libro è che, dopo la debellatio subita con la totale sconfitta nella Seconda
guerra mondiale, in Germania la forza di un’idea nazionale è stata spezzata,
tanto in senso politico che spirituale, a opera della “rieducazione” voluta
dagli Alleati.
Nel Paese si è instaurato un sentimento collettivo di colpa
che è dominante e costitutivo per la realtà statuale che ne è nata. Una
nazione, però, che rigetta completamente la sua storia e vive del continuo
sospetto di se stessa, si priva di un futuro autentico e non è nemmeno più in
grado di leggere il presente. Sin qui Thorsten Hinz.
Ma se il problema fosse proprio il concetto di nazione, con
tutte le sue ambiguità e la sua pretesa identità con il termine “Stato”? È vero
che oggi come oggi, in Germania, questo modello si sta dimostrando del tutto
incapace di rispondere alle nuove domande che la contemporaneità pone. E la
cattiva retorica impedisce addirittura che si affronti il problema. Non per
nulla, a rilevarlo, oggi, ci voleva appunto un sociologo di origine siriana,
ma, poi – ed è il caso di dirlo, rimanendo nella metafora medico-psicoanalitica
– servirebbe anche una terapia, che non può certamente essere il nazionalismo
che ha generato il problema e che la storia si è lasciata dietro. E non può
nemmeno essere un equilibrio puramente economicistico, come vorrebbe
l’ideologia neoliberale. Messo seriamente alla prova, l’homo consumens non va
da nessuna parte e i supermercati o le agenzie di viaggio non sono spazi di
rinascita.
Servirebbero un’educazione e un senso della comunità, come
Heimat; cose che, la storia tedesca – o, meglio, le molte e diverse “storie”
tedesche –, ha già conosciuto e che oggi, nel recupero non impossibile di un
quadro sanamente europeo, avrebbero un loro senso e un loro spazio.
