OMICIDIO-SUICIDIO A ROMA |
C’è chi vuole liquidare i legami affettivi, ora un patto tra Stato e terzo
settore
Salvatore Abbruzzese Pubblicato 3
Settembre 2026, (sussidiario.net)
L’omicidio-suicidio di Roma e il
primo suicidio assistito in Lombardia ripropongono il tema della povertà
relazionale. Colpisce anziani, famiglie, giovani
C’è una nuova forma di povertà
che sta emergendo e che non coincide affatto con la scarsità di risorse
economiche, né con qualsiasi forma di degrado materiale. Il nuovo cono d’ombra
che si sta manifestando è del tutto indipendente dal mancato potere di acquisto
dei beni di consumo essenziali o dal risiedere in un eventuale ghetto
suburbano. La nuova povertà sembra piuttosto provenire da una rete sociale a
maglie lacerate, nella quale troppi drammi non vengono intercettati, troppe
solitudini si consumano nel silenzio, troppe miserie morali non vengono
percepite se non una volta esplose, spesso tragicamente. Oppure, all’opposto,
vengono lasciate consumarsi nell’indifferenza, alla quale questi nuovi poveri
reagiscono nel credere di potercela fare da soli: ed è ancora peggio.
La vicenda della giovane coppia
nel quartiere romano di Pietralata, dove due quarantenni, alle prese con la
malinconia di un lavoro svolto nella solitudine delle mura di casa da un lato e
con la presenza di una bambina disabile dall’altro, dopo avere tentato tutte le
strade possibili, hanno scelto la strada dell’omicidio-suicidio, così come
quella di Domenico Zuccarella, un 59enne affetto da sclerosi multipla
lasciatosi andare il 25 agosto, dopo avere visto accolta la sua richiesta di
suicidio assistito da parte della Regione Lombardia, non possono non
interrogarci. Anche Domenico, come Luca e Valentina, “non ce la faceva più”. E
il loro smarrimento ci appare assolutamente condivisibile. Per l’uno come per
gli altri, la vita si stava spalancando dinanzi a loro come uno scenario di
dolore senza speranza.
Per quanto i servizi sociali si
impegnino e gli assessorati facciano certamente il loro lavoro, le maglie
oramai troppo larghe delle reti di interconoscenza e di solidarietà, l’assenza
di dialogo dentro le famiglie, le troppe fratture affettive che sfociano nelle
solitudini inattese lasciano emergere questa nuova forma di povertà.
Si tratta della povertà
relazionale, segnata dall’inesistenza di relazioni significative quando il
cielo delle opportunità sembra chiudersi e ci si percepisce intrappolati in una
gabbia, fisica o morale che sia. Ed è una miseria molto più insidiosa di qualsiasi
povertà materiale. Infatti, se per quest’ultima le reti di assistenza, i banchi
di solidarietà, le mense e i ricoveri notturni sono reperibili ovunque, non
altrettanto avviene per i vuoti interiori, per la sensazione di percepirsi ai
margini di tutto e di essere stati abbandonati.
Le stesse richieste di suicidio
assistito si configurano come altrettante manifestazioni di un’Italia
sofferente, dove, più ancora del dolore della malattia, è insopportabile quello
causato dall’indifferenza.
Innanzitutto, quella
dell’istituzione che, al posto delle cure palliative introvabili e degli
assistenti che non arrivano, dinanzi al dramma dei malati terminali e dei loro
cari che ingrigiscono al capezzale di questi, anziché curare il dolore di chi
soffre e assistere concretamente ed efficacemente quanti vi sono accanto,
propone di affrettare il decesso di chi appare incurabile: un vero e proprio
capolavoro di efficienza organizzativa declinata sul pendio perverso del
cinismo morale.
Ma anche l’indifferenza
proveniente da famiglie oramai depotenziate, comunità inesistenti, reti di
solidarietà introvabili, parrocchie silenziose e inoperanti è altrettanto
responsabile. “Non esiste la società, ma solo gli individui”, soleva dire
l’aspra e implacabile Margaret Thatcher, ma è proprio con la fine di ogni rete
informale di aiuto che si sperimenta il dolore del sentirsi abbandonati e si
desidera liberarsi da una vita ridotta a essere un “cespuglio di spine”.
Vi sono povertà nascoste che non
mendicano per strada, ma che sono ben più insidiose e fatali di qualsiasi
povertà materiale. I “nuovi miserabili” sono gli anziani rimasti soli e alla
deriva, le famiglie con disabili rimaste senza l’assistenza di una presenza
significativa. I nuovi poveri sono i giovani adolescenti braccati dalla
solitudine, le donne abbandonate, le famiglie isolate nel loro dramma tra
l’indifferenza di tutti.
(….)
È evidente come, da un tale
contesto, sia necessario allontanarsi. Una simile società, indifferente e
cinica al tempo stesso, non può partorire che la propria fine come collettività
morale.
La solitudine e l’abbandono sono
le vere miserie postmoderne e non si risolvono se non sostenendo chi aiuta, ma
anche essendo presenti, in prima persona, restituendo a questi nuovi
dimenticati l’unica cosa che veramente conta per loro: il sentirsi importanti
per qualcuno.
(…)
Ma si tratta anche di assistere
il volontariato e le associazioni del Terzo settore, capaci di fornire quel
“supplemento d’anima” che non sempre è reperibile nelle reti dell’assistenza
salariata. Un volontariato che può essere a sua volta sostenuto anche dai
privati cittadini, magari anche solo contribuendo alle spese quando non si
hanno le possibilità di tempo né le competenze necessarie per operare in prima
persona.
Ma, infine, e anche prima di
tutto questo, si tratta di impegnarsi in una cultura della solidarietà che è
innanzitutto una cultura dell’attenzione, della presenza e della compagnia. A
questa sensibilità siamo tutti chiamati. Solo lo sviluppo di questa può
impedire che altri Domenico, altri Luca, Valentina e Bianca ci abbandonino,
andandosene via.
