lunedì 27 aprile 2026

Tornarono a Gerusalemme con grande gioia» Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa


 


Tornarono a Gerusalemme con grande gioia»

Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa

S.E. Pierbattista Pizzaballa

 

Carissimi,

il Signore vi dia pace!

 In questi anni di ministero pastorale ho parlato a voi, alla nostra amata Chiesa di Gerusalemme, in diversi modi: attraverso le omelie, qualche breve lettera e, soprattutto, durante le visite pastorali. Sono state queste ultime, in particolare, i momenti di incontro e di condivisione con le comunità che hanno segnato la vita della Chiesa locale, e anche la mia. Mi hanno permesso di conoscere più da vicino la nostra Diocesi, e di dare espressione concreta a quell’unità tra pastore e comunità che è alla base della vita ecclesiale.

 In questi ultimi anni, tuttavia, l’ennesima e tragica guerra nella quale siamo precipitati – con le sue conseguenze sulla vita di tutti noi – ci ha costretti a ripensare modi e tempi del nostro ministero, che ho cercato di proseguire per quanto possibile. Il tempo drammatico che stiamo vivendo ci ha visti tutti coinvolti nel servizio ai poveri, nella denuncia delle ingiustizie, nella presenza sul territorio, e soprattutto nella preghiera, nell’ascolto della Parola di Dio, cercando unità e verità nel nostro stare dinanzi a Lui e dinanzi a ogni fratello e sorella.

 Alla luce di quanto sta accadendo – e per il peso che questi eventi hanno avuto e avranno sulla vita della nostra Chiesa – sento ora il bisogno di offrire una parola più articolata e una riflessione più compiuta, e perciò, eccezionalmente, anche più lunga. Questa Lettera, quindi, non nasce per una lettura rapida o parziale, né per essere utilizzata come un testo di analisi politica. È da leggere poco alla volta, come strumento di discernimento ed è pensata anche per promuovere dialogo e riflessioni all’interno dei nostri contesti ecclesiali, delle nostre comunità, nei monasteri e nelle famiglie. Il suo scopo non è offrire risposte immediate o soluzioni tecniche, ma aiutare ciascuno a interrogarsi su come vivere oggi la fede cristiana in questa Terra alla luce del Vangelo.

 Trovo difficile limitarmi alle consuete dichiarazioni di circostanza, che spesso si susseguono quasi identiche l’una all’altra. Avverto con ancora maggiore urgenza il bisogno di parole vere e significative per noi. La sofferenza di questo tempo, infatti, non permette di limitarsi a discorsi edulcorati e astratti – e perciò non credibili – né ci consente di fermarci alle ennesime analisi o denunce.

 Ne sono già state fatte in più occasioni, e su questo abbiamo già detto abbastanza, a parole e con i gesti. Analisi e denunce rimangono necessarie – non possiamo esimerci dall’esprimerle – ma non saranno esse ad aprirci orizzonti di fiducia. Troveranno forse condivisione anche al di fuori della nostra comunità in chiunque si ritrovi nelle nostre valutazioni. Esse devono tuttavia essere accompagnate dalla domanda su cosa il Signore ci chieda in questo momento, e interrogarci su come dare espressione vissuta alla nostra fede in questo contesto difficile. È la domanda che da diverso tempo accompagna il mio ministero di pastore: come stare da cristiani, in quanto assemblea ecclesiale, dentro questa situazione di conflitto – politico, militare, spirituale – che sappiamo durerà ancora molti anni? Esso è ormai parte integrante della vita ecclesiale, dell’esistenza ordinaria di ciascuno di noi. Purtroppo è ormai parte della cultura di questa Terra. Non è quindi un momento da superare, ma il luogo nel quale la nostra Chiesa è chiamata a mettere in atto la sua specifica missione di comunità di credenti in Cristo. In questa Terra dove i confini identitari sono così fortemente marcati, il nostro essere cristiani deve diventare testimonianza di un modo particolare di vivere anche dentro la contesa e deve trovare espressione visibile e riconoscibile in ciò che diciamo e facciamo. Siamo chiamati a offrire un’interpretazione del tempo attuale secondo una prospettiva cristiana che ci contraddistingua in modo chiaro e riconoscibile.

 Con la presente Lettera desidero tentare di rispondere a questa domanda. È il frutto faticoso e sofferto – come lo è ogni tentativo di sintesi spirituale – della mia riflessione e preghiera, e di quanto ho maturato in questo tempo. Non è ovviamente una sintesi perfetta. Bisogna intenderla piuttosto come un’iniziale proposta di riflessione che dovrà certamente maturare, perfezionarsi e completarsi nel tempo, soprattutto attraverso il confronto, anche dialettico se necessario, con chiunque voglia avventurarsi in questo tentativo di sintesi e in questa lettura. Purché si sia comunque mossi dal sincero desiderio di cercare di comprendere la volontà di Dio su ciascuno di noi. Raccolgo qui in maniera più sistematica e ordinata quanto in parte ho già presentato in questi ultimi anni in varie occasioni.

 L’icona biblica intorno alla quale ruoterà la mia riflessione è la città, e in particolare la città di Gerusalemme. L’immagine della città è diffusa e ci è familiare. Sta ad indicare la convivenza, la relazione, civile e religiosa. Ma non ci soffermeremo sull’idea generica di città, bensì su Gerusalemme come modello di riferimento ideale, richiamando alcuni brani delle Scritture. Noi siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità ecclesiale. È il Luogo che custodisce il cuore della nostra fede – la Redenzione – ed è perciò anche il luogo geografico e spirituale che custodisce l’identità della nostra Chiesa, il centro al quale tornare per trovare l’ispirazione necessaria in questo tempo. La nostra Chiesa ha un volto multiforme, espressione della ricchezza dei suoi riti e delle sue tradizioni. Dalle sue origini fino ad oggi è, per sua essenza, plurale, dato che Gerusalemme è madre di tutti i popoli. D’altra parte, da molti secoli ha una configurazione molto chiara: è una Chiesa immersa prevalentemente in un contesto arabo. Il nostro sguardo sugli avvenimenti che stiamo vivendo, quindi, parte da questa Chiesa, sparsa sul suo vasto territorio. È uno sguardo che, proprio perché radicato in questa terra, aspira tuttavia ad abbracciare e includere tutti i suoi abitanti.

 Infatti, nella Città Santa ogni comunità particolare può riconoscersi: dalla parrocchia più piccola di Giordania alla più popolosa, dalle vivaci realtà di Cipro ai fedeli di espressione ebraica in Israele, dalle parrocchie segnate dalla prova in Palestina a quelle presenti e radicate in Israele, fino ai migranti, i richiedenti asilo e tutte le altre diverse realtà della nostra Diocesi. Gerusalemme è il modello spirituale che unifica la nostra Chiesa distribuita su territori e situazioni politiche tanto diverse.

 La Lettera è strutturata in tre parti: la prima inizia con la mia valutazione dell’attuale stato di disordine. Prima di parlare di ideali, è necessario ancorarsi saldamente alla realtà così com’è, riconoscendo però in essa la presenza operante di Dio. 

 Nella seconda parte, vorrei condividere una visione per la nostra comunità, ispirata e ancorata alla Scrittura, con una precisa connessione a Gerusalemme. 

La terza cercherà di tradurre quella stessa visione in implicazioni pastorali per la nostra comunità ecclesiale, affrontando le attività delle nostre parrocchie, le famiglie, le scuole e le istituzioni. 

 Come ho già detto, si tratta di una Lettera anzitutto di natura pastorale: non conterrà considerazioni e analisi di carattere prettamente politico. È “politica” solo in senso più ampio, in quanto concerne il nostro rimanere, come cristiani, nella polis, ovvero nel nostro mondo reale e nella nostra città di Gerusalemme, benché sempre orientati alla vera e definitiva Polis, la Gerusalemme celeste.

 

(continua su patriarcato di Gerusalemme)


sabato 25 aprile 2026

Il 25 aprile, la nostra Carta e una libertà che non è di parte


 

Il 25 aprile, la nostra Carta e una libertà che non è di parte

di Mariapia Garavaglia (Presidente Associazione Nazionale Partigiani Cristiani)

Istituita nel 1946 e resa stabile nel 1949, la ricorrenza civile richiama unità nazionale, democrazia repubblicana e rispetto esclusivo dei principi costituzionali. Un processo in cui i cattolici furono protagonisti

 

25 aprile 2026

Il 22 aprile 1946 con un decreto legislativo, su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, fu istituita provvisoriamente la festività nazionale, «a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano». Nel 1949, con la legge n. 260 del 27 maggio, divenne definitiva, simboleggiando la Resistenza e la nascita della democrazia italiana. Non si tratta quindi di una festa “di parte”, ma riguarda tutti gli italiani. Ed è ora che non venga strumentalizzata e trascinata verso significati diversi da quelli che effettivamente ha: Italia unita, italiani liberi e sottoposti a nessun altro potere o vincolo che non siano quelli sanciti della Costituzione repubblicana. Quest’anno ricorre l’80esimo anniversario dell’Assemblea Costituente, frutto del voto a suffragio universale del 2 giugno 1946. La storia, che non consente negazionismi, documenta come e da chi fu preparata, costruita e infine approvata la nostra meravigliosa Carta, che il Presidente Ciampi definì «Bibbia laica». Parteciparono all’Assemblea 556 rappresentanti del libero popolo italiano, tra cui 21 Madri costituenti. Le forze politiche presenti è noto che fossero non solo plurali e diverse ma anche radicalmente conflittuali: si pensi ai democratici cristiani e ai comunisti. I loro contrasti ideologici non impedirono tuttavia di affidarci una Costituzione condivisa e fortemente difesa. Fondamentalmente fu merito dell’apporto dei cattolici, come era stata di grande valore la resistenza cattolica. È ora anche di valorizzare gli studi, oramai storicamente molto ricchi e confermati, sull’apporto di molte centinaia di sacerdoti, religiosi e suore oltre alle migliaia di laici nelle diverse formazioni, senza distinzioni ideologiche.

I cattolici furono protagonisti della rete informativa della Resistenza, indispensabili mediatori per lo scambio di prigionieri. Il debito di sangue pagato da sacerdoti diocesani e religiosi fu alto: tra settembre 1943 e aprile 1945 si ebbero in Italia 425 sacerdoti uccisi (di cui 57 morti in combattimento e 49 nei lager tedeschi), dei quali 191 per mano fascista, 125 per opera dei tedeschi e 109 per mano partigiana. Alcuni sono già stati proclamati beati. Resistettero non per odio ma per amore della libertà e della dignità della persona. I cappellani delle brigate partigiane sono stati insigniti di 17 medaglie d’oro al valor militare, 31 d’argento, 46 di bronzo e 56 croci di guerra. I costituenti, consapevoli che i lavori assembleari risentivano del clima del periodo precedente, forzarono certamente alcune parti della Carta relativi alla distinzione dei poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario – per non dare peso superiore a nessuno dei tre. Ma i tempi cambiano, e furono previdenti nell’introdurre con l’articolo 138 la possibilità – e la metodologia conseguente – per modificarla quando fosse stato necessario intervenire. Si deve così ricorrere al referendum ogni volta che il voto del Parlamento non è stato ampio come richiesto dall’articolo 138. È un messaggio che i costituenti ci hanno lasciato, perché qualora si decidesse di modificare la Costituzione si usi quello stesso metodo costruttivo e inclusivo in grado di rappresentare la maggioranza assoluta degli italiani.

 

Il tempo che stiamo attraversando e la temperie bellica che ci circonda ci richiamano anche un altro articolo fondamentale della Costituzione, impegnativo e significativo, che appartiene alla prima parte, i “Princìpi fondamentali”, a tutela della pace: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo» (articolo 11). Anche rispetto a questa chiara e non manipolabile norma da oltre 75 anni siamo stati inadempienti, paghi della pace che in Europa nonostante tutto è stata garantita. Nonostante tutto, sì: avremmo avuto il tempo per costruire gli Stati Uniti d’Europa. La somma degli eserciti di ciascuno degli Stati europei costa di più e non è efficiente come fossero un unico esercito, la Comunità Europea di Difesa (Ced), sognata da De Gasperi e causa del suo dolore, fu bocciata dalla Francia. Nazionalismo e sovranismo possono appagare ansie di politica interna ma non costruiscono il futuro per le generazioni che seguiranno. Sono forme deleterie di egoismi istituzionali. (…).

I sondaggi segnalano la paura degli italiani per una guerra troppo vicina mentre i carrelli della spesa dimostrano che c’è un risvolto della guerra che, anche senza missili e droni, “bombarda” l’economia di tutte le potenze, piccole e grandi. I poveri e i più vulnerabili diventano sempre più fragili e le istituzioni inadeguate a far fronte ai loro bisogni. Un algoritmo non sarà capace di dimostrare che si può essere floridi, aumentare la ricchezza (e quindi il potere) con commerci di pace e scambi senza armi? Il miglior algoritmo, però, siamo noi che scegliamo con il voto e la partecipazione – doni della democrazia – le classi politiche che ci devono tutelare. La Festa nazionale del 25 Aprile, allora, ci ricorda oggi che è possibile sconfiggere i dispotismi, che negano libertà e uguaglianza dei cittadini. Perché non consegnino loro il proprio destino.

 

(da Avvenire)


giovedì 23 aprile 2026

CATTOLICI IN CINA: L’ALLARME DI HRW


 

Accordo Cina Vaticano ha facilitato repressione cattolici” | Report HRW: “Fedeli e religiosi perseguitati”

Silvana Palazzo Pubblicato 22 Aprile 2026 (sussidiario.net)

Report Human Rights Watch: perché l'accordo Cina Vaticano avrebbe rafforzato la repressione dei cattolici, tra controlli, divieti e persecuzioni

 

CATTOLICI IN CINA: L’ALLARME DI HRW

L’accordo tra Cina e Vaticano sulla nomina dei vescovi, firmato otto anni fa con l’obiettivo di superare una frattura storica, avrebbe prodotto effetti opposti a quelli dichiarati: invece di favorire l’unità, avrebbe avuto un ruolo nell’aumento della repressione dei cattolici nel Paese. È quanto sostiene un recente rapporto di Human Rights Watch, che ha esaminato l’impatto dell’intesa sulla libertà religiosa in Cina. Secondo l’organizzazione, negli ultimi anni Pechino ha intensificato il controllo ideologico e le limitazioni sui circa 12 milioni di cattolici cinesi.

Il rapporto, che si basa su interviste a nove persone con conoscenza della vita religiosa nel Paese, oltre che su documenti ufficiali e articoli della stampa statale, rivela che l’accordo avrebbe creato un sistema che di fatto non lascia alternative ai cattolici “clandestini” se non quella di aderire alla Chiesa ufficiale controllata dallo Stato.

Alcuni intervistati descrivono l’intesa come legittima dal punto di vista formale, d’altra parte starebbe erodendo e svuotando le comunità non riconosciute. Una situazione paradossale, perché quell’accordo era nato per favorire il dialogo e l’unità, invece secondo l’Ong avrebbe reso più difficile la vita dei cattolici cinesi.

 

CHIESE “CLANDESTINE” SOTTO PRESSIONE E IL NODO VESCOVI

Le cosiddette chiese “clandestine” sono quelle rimaste fedeli al Papa e non all’Associazione patriottica, organismo legato al Partito comunista. Proprio queste comunità, secondo Human Rights Watch, sarebbero le più colpite. Il ricercatore Yalkun Uluyol al Foglio spiega che, dopo l’accordo, le autorità cinesi avrebbero aumentato la spinta per costringerle a entrare nella Chiesa ufficiale. Sono denunciate demolizioni di luoghi di culto, detenzioni di sacerdoti e intimidazioni verso i fedeli più anziani, perché l’obiettivo sarebbe quello di concentrare tutte le attività religiose sotto organismi controllati, per monitorare celebrazioni, insegnamenti e partecipazione dei fedeli.

Uno degli effetti dell’accordo riguarda la nomina dei vescovi: le comunità clandestine non possono ricevere nuove guide spirituali indipendenti, per cui con il passare del tempo, e l’invecchiamento dei vescovi già in carica, queste comunità rischiano di restare senza guida. Per Uluyol la Santa Sede non avrebbe esercitato il suo potere di opposizione neanche quando Pechino ha nominato i vescovi, poi approvati dal Papa. La posizione vaticana, espressa negli anni dal cardinale Pietro Parolin, è differente: l’obiettivo dell’accordo è superare la separazione tra comunità e favorire una Chiesa unita, in comunione con il Pontefice.

 

CELEBRAZIONI CONTROLLATE E VESCOVI DETENUTI

Il rapporto descrive anche un progressivo irrigidimento delle condizioni di vita religiosa, non solo per i gruppi clandestini ma anche per la Chiesa ufficiale: c’è l’obbligo di registrazione per partecipare alle funzioni e il divieto di accesso ai minori nelle chiese, i contenuti religiosi sono controllati e sono previsti insegnamenti dei sacerdoti, ma anche sessioni obbligatorie di formazione politica per il clero. Inoltre, nuove norme introdotte nel dicembre scorso obbligherebbero i religiosi a consegnare i documenti di viaggio alle autorità, limitando anche gli spostamenti personali.

Le testimonianze raccolte raccontano di celebrazioni organizzate in orari scomodi per ridurre la partecipazione, canti vietati, finestre oscurate per evitare controlli esterni; in alcuni casi, i fedeli avrebbero simulato eventi privati, come matrimoni, per potersi riunire e pregare. Ci sono poi vescovi detenuti, altri  scomparsi, e fedeli sorvegliati. Anche i sacerdoti rilasciati dopo la detenzione continuerebbero a subire limitazioni, fino a perdere accesso a conti in banca o documenti.

(…..)

UN PROBLEMA PIÙ AMPIO: LA FEDE NEL MIRINO

Secondo Human Rights Watch, la repressione in Cina non riguarda solo i cattolici ma tutte le religioni non pienamente allineate allo Stato, inclusi musulmani, buddisti tibetani e protestanti. Alla base di questa “politica” ci sarebbe anche la diffidenza verso i legami con l’estero: la Chiesa cattolica, in quanto collegata al Vaticano, viene avvertita come un soggetto straniero e quindi sensibile dal punto di vista della sicurezza nazionale. Human Rights Watch sollecita, dunque, il Vaticano a riesaminare l’accordo con la Cina, a chiedere la liberazione dei religiosi detenuti e a fermare le persecuzioni, ma soprattutto, e più in generale, un intervento per garantire la possibilità di professare la propria fede.


mercoledì 15 aprile 2026

Testimonianza di Miriam Hessina sulla visita di Papa Leone in Algeria

 


'Io algerina nata negli anni del terrore e le giornate con papa Leone'

di Miriam Hassina

Il pontefice lascia oggi l'Algeria per raggiungere il Camerun, seconda tappa del suo viaggio apostolico in Africa. La testimonianza di una giovane cresciuta in Italia che ha voluto essere presente ad Algeri per vivere insieme al suo popolo questo storico evento. "Tra la folla tutti dicevano: è un segno di unità tra cristiani e musulmani. Abbiamo visto che i cambiamenti nascono in un modo discreto, ma reale".

 

Algeri (AsiaNews) - Papa Leone XIV si congeda questa mattina da Algeri per partire alla volta del Camerun, seconda tappa del suo viaggio apostolico in Africa. Lo fa dopo due giornate intense che hanno lasciato un segno profondo nel popolo algerino. Lo racconta questa testimonianza inviataci da Miriam Hassina, una giovane di origini algerine cresciuta in Italia, che da MIlano è voluta andare in questi giorni nel Paese delle sue radici per vivere in prima persona tra la gente dell'Algeria l'incontro con il papa.  

 

Due mesi fa, quando una cara amica mi ha detto che il papa avrebbe inaugurato il suo viaggio apostolico in Africa partendo dall’Algeria, ho faticato a crederci. Per chi come me è nato negli anni del cosiddetto “decennio nero”, segnato dal terrorismo degli anni Novanta, l’idea che, trent’anni dopo, un Pontefice sarebbe arrivato ad Algeri aveva qualcosa di impensabile.

Sono nata in Algeria, ma cresciuta a Milano, dove i miei genitori si sono conosciuti e hanno costruito la loro vita. Il Paese delle mie origini è rimasto a lungo una distanza più che un luogo, anche per le difficoltà legate ai visti difficili da ottenere. Questa volta, però, era diverso: la portata dell’evento rendeva difficile restare altrove.

Così ho deciso di partire. Anche solo per tre giorni. Già all’aeroporto ho percepito un’atmosfera insolita, fatta di preparativi e di attesa, simile a quella che precede l’arrivo di un parente da lontano.

Arrivata in città, questa impressione ha trovato conferma. Le strade ripulite, i quartieri sistemati, i racconti entusiasti di chi vive ad Algeri restituivano l’immagine di una città pronta. Non si trattava solo di accogliere una visita istituzionale, ma qualcuno atteso da tempo.

Lungo le principali vie sventolavano chilometri di bandiere della Santa Sede accanto a quelle algerine, un messaggio di unità impossibile da non notare. La sicurezza era capillare, con migliaia di poliziotti e militari presenti: più che tensione, si percepiva il desiderio condiviso che tutto si svolgesse nel migliore dei modi.

Fin dai primi gesti, papa Leone XIV ha segnato il tono della visita. La scelta di recarsi al Maqam Echahid, il monumento ai martiri della guerra d’indipendenza del 1962, è stata letta come un segno di profondo rispetto per la storia del Paese. Ancora più significativo il suo saluto iniziale, “As-salamu alaykum” - la pace sia con voi.

(…)

Salendo verso Notre-Dame d’Afrique, la basilica che domina la città e che ha ospitato l’ultimo appuntamento della giornata, si incontravano gruppi di giovani pellegrini, bagnati ma decisi a raggiungere la meta. Ad attendere il Papa c’erano centinaia di persone: algerini, lavoratori stranieri, studenti provenienti da diversi Paesi africani.

Alla domanda sul perché fossero lì, la risposta ricorreva con sorprendente semplicità: “Questo viaggio è un segno di unità tra cristiani e musulmani”. Parole che, nel contesto algerino, assumono un significato particolare. Il decennio di violenze tra il 1992 e il 2002 ha segnato profondamente il Paese, con migliaia di vittime, musulmane e cristiane, tra cui anche i diciannove martiri beatificati a Orano nel 2018.

Nonostante la pioggia fitta mettesse alla prova chiunque, nessuno sembrava voler andare via. Ognuno aveva una ragione per essere lì: chi era arrivato da una regione lontana dell’Algeria, musulmani invitati da amici e colleghi cristiani, chi semplicemente non voleva perdere un’occasione percepita come storica.

(…)

Ciò che è emerso con più chiarezza è che, in un Paese segnato da una storia complessa come l’Algeria, questa giornata ha lasciato intravedere qualcosa di essenziale: i cambiamenti nascono nel tempo, spesso in modo discreto, ma reale.

Quando sono nata, tutto questo era difficile anche solo da immaginare. Oggi, invece, ne sono stata testimone

(Asianews)


martedì 14 aprile 2026

Il Cardinale Muller sostiene Leone XIV

 


Dichiarazione del Cardinale Muller

 

Nella notte tra domenica e lunedì, Donald Trump ha pubblicato su Truth un lungo e violento attacco contro Papa Leone XIV, definendolo «debole e pessimo nella politica estera» e dichiarando di preferire «di gran lunga» il fratello del Pontefice, Louis, «perché è totalmente MAGA». A quelle parole ha fatto seguito, nel giro di quaranta minuti, la pubblicazione di un'immagine generata dall'intelligenza artificiale in cui Trump appariva con una tunica bianca nell'atto di guarire un malato, circondato da aquile, bandiere e aerei militari - un'immagine poi rimossa dopo la valanga di proteste, ma che ha già lasciato il segno.



Uno scontro che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato impensabile ha preso forma nelle parole durissime del presidente degli Stati Uniti, aprendo una frattura senza precedenti nei rapporti tra Washington e la Santa Sede. Leone XIV non si è lasciato intimidire: sbarcando ad Algeri per il suo viaggio in Africa, ha risposto con fermezza: «Non mi fa paura» e «non voglio aprire un dibattito». «Non sono un politico: smettiamola con le guerre!»



La risposta più articolata e teologicamente tagliente è arrivata però dal cardinale Gerhard Ludwig Müller, già Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, con una dichiarazione rilasciata a kath.net.

 

«Nessun Avignone, nessun antipapa»

Il porporato tedesco ha esordito ribadendo con forza la legittimità e la libertà dell'elezione pontificia: i cardinali, ha scritto, hanno eletto il loro confratello «in piena libertà, e soltanto nella consapevolezza della loro responsabilità davanti a Dio». Una scelta che, secondo Müller, non appartiene agli uomini ma a Dio stesso. E a quella scelta i cardinali hanno risposto con una promessa solenne di obbedienza, fino - ha tenuto a precisare - «al sacrificio della nostra stessa vita».



La risposta alle voci, circolate nei giorni scorsi in ambienti vicini alla Casa Bianca, di un possibile «nuovo Avignone» - ovvero di un tentativo di isolare o delegittimare il papato romano sottoponendolo a pressioni politiche - è stata molto netta: «Un nuovo Avignone, di cui si è parlato in tono minaccioso, non ci sarà». E ancora più netta la condanna per chiunque intendesse strumentalizzare la crisi in chiave scismatica: «Chiunque venga innalzato da qualche potente come antipapa, o si lasci fare tale, è un esecrando traditore dell'opera di Cristo». Parole che pesano come pietre.

 

La responsabilità storica degli Stati Uniti

Il cardinale tedesco non si è però limitato a difendere il Papa. Ha svolto un ragionamento geopolitico di grande profondità, riconoscendo senza ambiguità il ruolo che gli Stati Uniti hanno esercitato e devono esercitare nel mondo: «una democrazia, fondata sui diritti umani fondamentali», dotata di «una particolare responsabilità storica per la pace, la libertà e il benessere dell'umanità». Il ruolo americano nel «contenimento di regimi pericolosi e di dittature mortali per il mondo intero», ha scritto, «non può essere negato».



Ma questa grandezza storica, secondo Müller, comporta anche un vincolo morale. Il diritto internazionale - ha ricordato, richiamando la Scuola di Salamanca e la tradizione tomistica - «non serve a proteggere tiranni e conquistatori, ma i popoli». E l'appeasement, come ha insegnato la storia del Novecento, non paga: «La politica di appeasement verso Hitler si è rivelata una catastrofe e ha presentato il suo conto amaro nella Seconda guerra mondiale».

 

Iran, nucleare e il dilemma morale della guerra

Su uno dei nodi più delicati dello scontro tra Trump e Leone XIV - la guerra in Iran e la minaccia nucleare - Müller ha articolato una posizione che non è né pacifismo assoluto né benedizione delle armi. Il regime iraniano va «additato al mondo intero come un abuso della religione»; la distruzione della capacità nucleare di Stati dittatoriali «non è moralmente illegittima e può perfino essere storicamente necessaria». Eppure, ha aggiunto, «non esistono guerre pulite»: chi agisce sul piano politico e militare «si rende sempre colpevole», perché il fine non giustifica i mezzi. Una sottigliezza morale di cui il dibattito politico americano - e il tono di Trump su Truth - sembra del tutto privo.

 

«Nessuno ha il diritto di criticare il Papa»

Il punto di arrivo della dichiarazione di Müller è il più diretto: «Va detto con chiarezza che nessuno ha il diritto di criticare il Papa quando egli segue fedelmente il mandato ricevuto da Cristo: testimoniare il Vangelo della pace». Il messaggio evangelico, ha concluso, «è al di sopra degli interessi della politica, e Dio è il nostro giudice». E nessun potente - neppure il più potente del mondo - può «strumentalizzare il nome di Dio per i propri interessi». Leone XIV, ha ricordato Müller chiudendo con una nota di speranza, ha aperto il suo pontificato con il saluto biblico che risuona da duemila anni: «La pace sia con voi!». È da lì che bisogna ripartire. Non da Truth Social.

 (da Kat.net, traduzione)

 


 Kard. Müller: „Niemand hat das Recht den Papst zu kritisieren, wenn er treu seinem Auftrag folgt“

vor 4 Stunden in Kommentar, 1 Lesermeinung

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„Vom Heiligen Vater kann niemand etwas anderes erwarten als den Einsatz für den irdischen Frieden unter den Völkern.“ Reaktion auf die Polemik von US-Präsident Trump über Papst Leo XIV. Von Gerhard Ludwig Kardinal Müller

 

 

Vatikan-Washington DC (kath.net) Die Kardinäle haben völlig frei und nur im Bewusstsein ihrer Verantwortung vor Gott denjenigen unter ihren Mitbrüdern zum Papst gewählt, den Gott selbst erwählt und gewollt hat als Nachfolger des Hl. Petrus. Und wir Kardinäle haben Papst Leo XIV. den Gehorsam versprochen und die Bereitschaft erklärt für ihn und die Kirche Christi einzutreten bis zum Einsatz des eigenen Lebens. Ein neues Avignon, wovon drohend die Rede war, wird es nicht geben und wer von irgendeinem Machthaber als Gegenpapst aufgebaut wird oder sich dazu machen lässt, ist ein verdammter Verräter am Werk Christi.

 

Vom Heiligen Vater kann niemand etwas anderes erwarten als den Einsatz für den irdischen Frieden unter den Völkern, der ein Vorschein ist des Friedens aller Menschen in Gott, der uns mit sich und die Völker untereinander in Christus versöhnt hat. Die USA haben als eine politische, wirtschaftliche, technologische und militärische Supermacht eine besondere historische Verantwortung für den Frieden, die Freiheit und das Wohlergehen der Menschheit in unserer globalen Welt. Sie sind eine Demokratie und aufgebaut auf den fundamentalen Menschenrechten. Ihre besondere Rolle auch bei der Eindämmung von gefährlichen Regimen und Diktaturen, die für die ganze Welt lebensgefährlich waren und werden, ist nicht zu leugnen. Das Völkerrecht, das von der Schule von Salamanca im Geiste des hl. Thomas von Aquin auf der Basis des natürlichen Sittengesetzes entwickelt wurde, dient nicht dem Schutz der Tyrannen und Eroberer, sondern den Völkern. Die brutalen Verbrechen gegen das eigene Volk und die anderen Völker müssen unter den gegebenen Umständen auch mit ökonomischen Sanktionen und militärischen Mitteln bekämpft werden. Die Appeasementpolitik gegenüber Hitler hat sich als eine Katastrophe erwiesen und im II. Weltkrieg bitter gerächt. Papst Franziskus hat vor einem III. Weltkrieg gewarnt, der in Raten kommt und in einer Explosion der ganzen Welt enden würde.

 

 

 

Das Iranische Regime muss weltweit gebrandmarkt werden als Missbrauch der Religion, die Gottesverehrung ist, und in welcher Form auch immer niemals zur Rechtfertigung von Morden an Unschuldigen missbraucht werden darf. Es lohnt sich die Regensburger Rede von Papst Benedikt XVI, (2006) nachzulesen und auch Gaudium et spes77-90. Die Zerstörung des Kriegsmaterials von diktatorischen Staaten und vor allem ihrer Fähigkeit Nuklearwaffen einzusetzen, ist moralisch nicht illegitim und kann historisch geboten sein. Hier ist immer das Dilemma, dass die politisch und militärisch Handelnden sich auch schuldig machen, weil es von Natur aus keine sauberen Kriege gibt, besonders dann wenn alle friedlichen Mittel von Verhandlungen ausgeschöpft sind. Wer wollte den Ukrainern das Recht absprechen, sich zu verteidigen, auch wenn sie zu denselben Mittel greifen müssen wie ihre Todfeinde? Ein kaum aufzulösendes moralisches Dilemma!

 

Im konkreten Fall ist aber klar zu sagen, dass niemand das Recht hat den Papst zu kritisieren, wenn er treu seinem Auftrag folgt, den er von Christus erhalten hat, das Evangelium des Friedens zu bezeugen. Die Botschaft Christi steht über den Interessen der Politik und Gott ist unser Richter. Und kein Sterblicher darf sich anmaßen, den Namen Gottes für seine Interessen zu instrumentalisieren. Auch ein guter Zweck heiligt nicht die schlechten Mittel. Wir können nur arbeiten und beten für den Frieden, aber nicht um jeden Preis, sondern für einen gerechten Frieden, auch für das iranische Volk, dass es von einer Terrorherrschaft befreit wird. Und auch das Existenzrecht Israels darf nie in Frage gestellt werden. Aber wir hoffen, dass nicht mehr kriegerische Mittel notwendig sind, weil alle Nachbarn im Nahen Osten friedlich miteinander auskommen wollen. Papst Leo XIV. begann seinen apostolischem Dienst mit dem biblischen Gruß an alle Menschen guten Willens mit den Worten: Der Friede sei mit euch!

 

 



 

 

 

 


sabato 11 aprile 2026

Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

 


VEGLIA DI PREGHIERA

PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE LEONE XIV

 

Basilica di San Pietro

Sabato, 11 aprile 2026

 

Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

 

Cari fratelli e sorelle,

 

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.

 

San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.

 

La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.

 

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).

 

Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!

 

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!

 

Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231).

 

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).

 

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).

 

Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:

 

Signore Gesù,

tu hai vinto la morte senza armi né violenza:

hai dissolto il suo potere con la forza della pace.

Donaci la tua pace,

come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,

come ai discepoli nascosti e spaventati.

Manda il tuo Spirito,

respiro che dà vita, che riconcilia,

che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.

Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,

che col cuore straziato stava sotto la tua croce,

salda nella fede che saresti risorto.

La follia della guerra abbia termine

e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora

sa generare, sa custodire, sa amare la vita.

Ascoltaci, Signore della vita!


venerdì 10 aprile 2026

Epstein condannato dal dolore degli innocenti

 



LETTURE | Epstein condannato dal dolore degli innocenti, la “sentenza” di Dostoevskij

 

Vincenzo Rizzo Pubblicato 10 Aprile 2026

Si parla meno dei files Epstein, ma nessuno è stato accusato e manca un giudizio politico. Ma la verità non sfuggirà, grazie alle vittime innocenti

Mentre il mondo brucia per l’insipienza e la volontà di potenza dei leader mondiali, ci siamo dimenticati degli Epstein files.

Continua sottotono la circolazione delle notizie sul caso Epstein, senza analisi e senza interrogazione dei fatti. Il flusso di informazioni prima è stato ininterrotto, oggi è più saltuario. Il cuore nero dei crimini resta, però, sullo sfondo, coperto da miriadi di informazioni irrilevanti. Ci si sofferma sul principe Andrea in accappatoio con Epstein, ci si chiede dove si possa rintracciare Sarah Ferguson e se scriverà un libro; si sottolineano le possibili rivelazioni della guardia del corpo del principe, appare una nuova testimonianza di una donna finita nella trappola dei pedofili sadici. Ma manca del tutto l’interpretazione politica.

Pensiamo, ad esempio, alla storia di Mandelson che già anni fa veniva definito “il principe delle tenebre”. Ebbene, proprio Mandelson è stato l’autore della mutazione genetica del partito laburista, diventato omologabile al sistema. La sua autorità, protetta e sostenuta da un sistema torbido, ha prodotto effetti di manipolazione della democrazia britannica.

Alcuni potenti, insomma, non solo commettono reati indescrivibili, ma dicono al popolo cosa pensare e come protestare. Naturalmente, i partiti non si pongono la domanda su quali reti di protezione creare per contrastare vecchi e nuovi inquinamenti. Eppure è il minimo che gli elettori dovrebbero chiedere ai loro rappresentanti.

C’è poi un altro fatto significativo. Nonostante i gravi crimini commessi dagli amici di Epstein, in America ancora non esistono imputati. Traffico di esseri umani, orrori nei confronti di donne e bambini, transazioni finanziarie da capogiro sembrano non avere autori. La nazione più potente del mondo non riesce a mettere ordine a casa sua rispetto a situazioni di gravità estrema. Gli abomini di cui ha parlato Todd Blanche a proposito dei files non rilasciati, non hanno autori. Ci sono delitti raccapriccianti. Esistono tracce dei fatti. Sono presenti testimoni, ma la macchina della giustizia non gira.

Gli USA sembrano aver preferito una nuova guerra esterna “preventiva” alla vera guerra da combattere: quella interiore. Il male, insomma, è sempre fuori, mai dentro, soprattutto se raccapricciante.

Vi sono però degli io che hanno coraggio morale e civile. Si espongono per chiedere la verità. Si pensi a Tom Massie e a Ro Khanna, a Nancy Mace o a Becca Balint: partiti diversi, desiderio comune di giustizia. Un tentativo autentico di fronte a potentati che hanno nascosto per anni crimini efferati. Gli Epstein files, infatti, hanno svelato l’esistenza di menti crudeli che pensano di porsi al di sopra del bene e del male. Tali élites malate vogliono superare gli argini delle leggi esterne ed interne. Basti pensare al giro degli scienziati atei frequentatori dell’isola prigione e sostenitori di pratiche immorali: transumanesimo, utero in affitto, clonazione, ecc.

I moderni Stavrogin, manipolatori e approfittatori, però, dimenticano la lezione di Dostoevskij. Stavrogin, personaggio de I demòni, pedofilo e servo dell’ideologia omicida, ultimamente non vince. È significativo il suo incontro con Šatov, per il mondo un perdente. Stavrogin ha sempre pensato di dominarlo: ha sedotto sua moglie e per gioco lo ha indotto a credere. Ma in un dialogo drammatico, Šatov lo mette di fronte alla verità: “È vero che avete appartenuto a Pietroburgo a una società segreta di persone che si abbandonavano a una sensualità bestiale? È vero che il marchese de Sade avrebbe potuto imparare da voi? È vero che voi adescavate e corrompevate dei bambini?”.

Stavrogin, di fronte alle accuse mossegli, non arrossisce, ma impallidisce ed arretra. Sperimenta non solo la vergogna d’esser scoperto, ma il limite strutturale della sua costruzione cerebrale e disumana. La sua architettura mentale si sgretola: è solo polvere e cenere incapace di reggere all’urto della realtà.

Pensava di aver dimostrato con sicurezza la sua superiorità mentale su tutti e invece si trova per la prima volta paralizzato da una situazione imprevista, prodotta da una sua vittima. (…)

https://www.ilsussidiario.net/news/letture-epstein-condannato-dal-dolore-degli-innocenti-la-sentenza-di-dostoevskij/2951944/#:~:text=USA-,LETTURE%20%7C%20Epstein%20condannato%20dal%20dolore%20degli%20innocenti%2C%20la%20%E2%80%9Csentenza%E2%80%9D%20di%20Dostoevskij,SOSTIENICI.%20DONA%20ORA%20CLICCANDO%20QUI,-Urologo%3A%20Fatelo%20immediatamente

 

 


martedì 7 aprile 2026

Omelia Pasqua di Risurrezione Gerusalemme, Santo Sepolcro


 

Omelia Pasqua di Risurrezione

Gerusalemme, Santo Sepolcro, 5 aprile 2026

At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

 

Fratelli e sorelle,

qui, dentro questo Sepolcro, non siamo davanti a un simbolo: siamo davanti a un vuoto reale. Un vuoto che non è assenza, ma annuncio. Un vuoto che non ci lascia tranquilli, perché ci toglie di mano ciò che vorremmo trattenere. La Pasqua comincia così: non con una spiegazione, ma con uno strappo. Non con un’emozione, ma con una domanda che disorienta. 

Il Vangelo di oggi ci mette subito in movimento. Maria di Magdala arriva “di buon mattino”, quando è ancora buio. Va nel luogo dove pensa di trovare Gesù. È un gesto pieno di amore, ma anche pieno di abitudine: cerca dove lo aveva lasciato, dove l’aveva posto la morte. E trova la pietra rotolata via, il sepolcro aperto, e soprattutto non trova il corpo. E allora dice la frase che è, in fondo, la prima parola di ogni fede vera: “Non sappiamo…” (Gv 20,2). Non sappiamo dove lo hanno posto. Non sappiamo. 

Ecco la prima provocazione pasquale, qui, nel luogo più santo e più fragile della nostra memoria: Dio non si lascia possedere. Il Risorto non è dove noi lo avevamo messo. Non è dove le nostre sicurezze lo avevano sistemato. Il Risorto ci precede. Questa è l’idea forte della Pasqua: non siamo noi a custodire Dio; è Dio che libera noi. 

Noi, invece, vorremmo una fede che non scombini. Vorremmo trovare Gesù “al suo posto”: dentro le nostre immagini, le nostre formule, i nostri schemi religiosi che a volte diventano gabbie, dentro le nostre nostalgie. E invece, a Pasqua, Dio fa una cosa che non avevamo chiesto: si sottrae. Non per fuggire, ma per salvarci da un equivoco: che la fede sia qualcosa da possedere, un controllo, una prova in tasca. 

Per questo Maria corre. Per questo Pietro e l’altro discepolo corrono. La fede, quando è vera, non è mai immobile. È una corsa dietro a un’assenza che diventa promessa. Entrano nel sepolcro e vedono dei segni: i teli, il sudario, tutto deposto con cura. Non è un dettaglio secondario. Non è scenografia. La morte non è più un vestito che copre, ma un abito che è stato riposto con cura, senza più bisogno di essere indossato. È come se il Vangelo ci dicesse: guardate bene, perché la Risurrezione non è magia. È una libertà nuova. Gesù non è stato trascinato fuori: è uscito. La morte, per Lui, non è più una prigione: è un vestito lasciato lì, piegato, inutile. 

E qui, nel Santo Sepolcro, questo parla anche a noi con forza. Ci sono pietre che chiudono la vita. Ci sono “definitivi” che noi pronunciamo troppo in fretta: definitivo è il fallimento, definitiva è la ferita, definitiva è la colpa, la paura, l’odio, la solitudine. Eppure, nel racconto pasquale, la pietra non è soltanto un oggetto: è il simbolo di tutto ciò che noi consideriamo chiuso, senza uscita. E Pasqua dice: non lo è. 

La Pasqua non ci promette una vita “facile”. Pasqua ci promette una vita aperta. E per aprirla, spesso Dio deve prima portarci via delle certezze. Ecco perché la Risurrezione, prima di consolare, inquieta. Prima di riempire, svuota. Prima di dare, toglie. Toglie l’idea di un Dio addomesticato. Toglie una religione che è solo abitudine. Toglie una speranza che non rischia niente. 

E allora si capisce la parola di Paolo ai Colossesi: “Cercate le cose di lassù” (Col 3,1). Non significa fuggire dalla terra. Non significa chiudere gli occhi sul dolore del mondo. Significa, piuttosto, cambiare orientamento: smettere di vivere con lo sguardo inchiodato alle tombe – anche alle tombe interiori – e imparare a vivere da risorti. “La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3): cioè la vostra vita non è definita dai vostri peccati, né dalle vostre paure, né dalle vostre sconfitte. È custodita altrove, con il risorto, in Dio. E proprio per questo può tornare ad aprirsi, qui, ora. 

E anche la prima lettura, dagli Atti degli Apostoli, ci dà un’altra chiave decisiva: Pietro annuncia che Gesù è passato facendo del bene, che è stato ucciso, e che Dio lo ha risuscitato; e aggiunge che questa notizia è per tutti, senza preferenze: “Dio non fa preferenza di persone” (At 10,34). Nessun popolo, nessuna lingua, nessuna storia è esclusa da questa speranza. Se la morte è stata vinta, allora nessuna vita è “troppo perduta” per essere cercata. Pasqua è universale perché nasce in un luogo preciso, concreto, reale – qui – e proprio per questo può raggiungere concretamente e realmente il mondo intero. 

Non è un pensiero astratto. Noi siamo nel luogo dove la pietra è stata rotolata via, ma sappiamo bene che intorno a noi troppe pietre sono ancora chiuse. Troppe tombe sono state scavate di nuovo dall’odio, dalla violenza, dalla ritorsione. In questa Terra Santa, che è madre di fede e che è diventata anche terra di continui confronti, risuona con forza drammatica la domanda: “Dove lo avete posto?” Perché sembra che abbiamo rimesso il Signore in un sepolcro, ogni volta che crediamo che la morte abbia l’ultima parola sulla storia, ogni volta che ci rassegniamo alla logica del nemico, ogni volta che chiamiamo “pace” soltanto una tregua armata e “giustizia” soltanto il calcolo del danno.

Ma la Pasqua ci dice: il Risorto non sta dentro le nostre strategie di sopravvivenza. Non è prigioniero né delle nostre ragioni né delle nostre paure. Egli è già uscito, e ci precede. Ci precede nel coraggio di ricominciare, nel riconoscere il volto dell’altro, nel disarmare il cuore prima ancora che le mani. E allora, mentre qui intorno a noi si levano ancora voci di morte, noi non abbiamo altra arma che questo sepolcro vuoto: per annunciare che nulla è definitivo, che l’ultima parola non appartiene a chi seppellisce, ma a chi risorge. Il Signore è risorto: e questo non è un dogma lontano, ma una disobbedienza alla rassegnazione. È l’unica speranza che può ancora aprire, qui e ora, le porte della pace.

E qui viene la seconda provocazione pasquale: il Risorto non è un oggetto di culto; è un soggetto che chiama. Non lo si contempla soltanto: lo si segue. Non lo si trattiene: lo si lascia precedere. Anche Maria dovrà impararlo. Anche i discepoli dovranno impararlo. E noi oggi, che siamo qui nel luogo più carico di memoria cristiana, dobbiamo impararlo con particolare umiltà: persino i luoghi santi possono diventare un museo se non diventano un esodo; la liturgia può diventare ripetizione se non diventa conversione; e la fede può diventare corretta ma sterile se non diventa coraggiosa. 

Per questo, oggi, nel Sepolcro di Gerusalemme, io vorrei ricordare a me stesso una sola frase: Il Risorto non è dove lo avevamo messo: ci precede. 

Ci precede quando ci chiama fuori dai nostri sepolcri: non solo quelli della morte fisica, ma quelli della rassegnazione, del cinismo, dell’indifferenza. Ci precede quando ci invita a smettere di definire le persone dal loro errore, o la storia limitata al suo dolore, o noi stessi dai nostri peccati. Ci precede quando, invece di darci una risposta pronta, ci mette in cammino. 

E allora capiamo anche il senso dei segni: la pietra rotolata, i teli piegati, il sepolcro aperto. Sono come un messaggio lasciato apposta per noi: la vita non può più essere rinchiusa. Non si tratta di “guardare il cielo” per evadere dalla terra, ma di guardare la terra con occhi nuovi, con lo sguardo di chi ha capito che l’ultima parola non è “fine”, ma “inizio”. 

Pasqua non è una frase da ripetere; è una porta da attraversare. La pietra è stata tolta. Il varco è aperto. Ma noi dobbiamo decidere se restare dentro o uscire. 

Uscire significa, concretamente: scegliere il perdono quando sarebbe più facile irrigidirsi; scegliere la verità quando sarebbe più comodo adattarsi; scegliere la speranza quando tutto suggerisce il contrario; scegliere di fare il bene, come Gesù “passò facendo del bene”, anche se non fa rumore, anche se non dà prestigio. 

Perché questo è il giudizio della Risurrezione su di noi: non ci chiede se sappiamo parlare di Pasqua; ci chiede se viviamo da risorti. Non ci chiede se abbiamo parole corrette, ma se abbiamo un cuore in movimento. Non ci chiede se sappiamo trovare Dio solamente nei luoghi sacri, ma se sappiamo riconoscerlo vivo nei segni concreti della vita, là dove la vita e la morte si incrociano ogni giorno. 

E allora, ancora una volta, qui, nel Santo Sepolcro, nel punto in cui la storia ha cambiato direzione, noi non diciamo una frase di circostanza. Diciamo una decisione. Diciamo un annuncio che ci supera e ci precede: Il Signore è risorto!

E proprio perché è risorto, non lo troveremo mai dove lo avevamo messo. Lo troveremo davanti a noi, a chiamarci fuori. 

 

Buona Pasqua!

 

 +Pierbattista Card. Pizzaballa

Patriarca di Gerusalemme dei Latini


sabato 4 aprile 2026

Il silenzio che fa nuove tutte le cose

 



Il silenzio che fa nuove tutte le cose

 

Pigi Banna Pubblicato 4 Aprile 2026

 

Il Sabato Santo è il giorno del silenzio di Dio, ma Cristo non smette di operare e scende agli inferi per riscattare il male di tutti i tempi

 Il Sabato Santo è il giorno dell’anno in cui chi crede condivide le domande di chi non crede: “Se Dio c’è, perché non fa sentire la sua potenza? Perché Dio tace proprio quando la vita ci mette alla prova?”.

 In effetti, in questo giorno, il Verbo di Dio sembra ormai messo a tacere: è finito il tempo del grido straziato dalla croce, del terremoto e del velo squarciato del tempio. Certo, dopo è stata data “voce” all’amore attraverso i gesti di carità dei discepoli: comporre il corpo, avvolgerlo con cura nel lenzuolo e rotolare la pietra. Ma anche questo è finito: non c’è altro da fare. Il sabato dopo la morte di Gesù tutto tace. È il tempo del silenzio di Dio, del silenzio dei fedeli e della voce di chi non crede.

Ma è proprio nel silenzio che viene fuori la stoffa del vero maestro. Come dice sant’Agostino, il maestro sa quando tacere, perché il silenzio è l’occasione in cui il discepolo considera nel proprio cuore le parole che ha sentito e i gesti che ha visto. Dio, da vero maestro, ha sempre lasciato un tempo di silenzio, proprio l’istante dopo che ha conquistato all’improvviso il cuore di una persona. La riempie di silenzio e si ritrae, perché – come ha recentemente affermato Julián Carrón – non vuole strappare con la forza dello stupore immediato l’assenso della libertà.

Il silenzio di Dio è perciò quel tempo in cui l’uomo è quasi costretto a rientrare dentro di sé, senza poter ricorrere al riparo di riti frusti e di certezze smozzicate, per chiedersi da dove ripartire, che cosa realmente manca e dove andarlo a cercare. Emergerà dalla memoria una parola, tra le tante sentite, quella vera, perché è l’unica che fa ancora ardere il cuore riempiendolo di nostalgia.

Scrive san Giovanni della Croce: “né luce o guida c’era,/ fuori di quella che nel cuor m’ardeva./ Questa mi conduceva/ più certa della luce a mezzogiorno”. È dal fondo di questo silenzio che Maddalena decise, senza dirlo a nessuno e sfidando tutto e tutti, che il giorno dopo sarebbe andata al sepolcro, a ricercare l’Amore della sua vita.

Il vero maestro, quello che dà vita, parla nella nostalgia emersa dal silenzio e la sua parola affonda le radici nel mistero di Dio. Nei primi giorni di distacco da una persona amata, proprio in questi momenti di silenzio, capita di rimanere fastidiosamente impressionati dal cinguettio degli uccelli nella freschezza del primo mattino o dall’incantevole gioco dei colori del cielo al tramonto. È difficile ammetterlo: per quanto si voglia rinchiudere tutto nell’ottusità del proprio dolore, la realtà continua ad accadere davanti ai nostri occhi e la sua bellezza è come una ferita che, ancora nel silenzio, ci scuote dal nulla e ci parla di chi ci manca.

(...)

Continua su sussidiario.net

 

 


venerdì 3 aprile 2026

Meditazioni Via Crucis 2026


 

VENERDÌ SANTO  «PASSIONE DEL SIGNORE»

MEDITAZIONI

con i testi di san Francesco d'Assisi

di P. Francesco Patton, O.F.M.

già Custode di Terra Santa

 

Introduzione

 

La Via Dolorosa si snoda per le stradine della Città Vecchia di Gerusalemme e ci fa ripercorrere il cammino di Gesù dal luogo della sua condanna fino a quello della sua crocifissione e della sua sepoltura, che è anche il luogo della sua risurrezione.

 

Non è un percorso in mezzo a gente devota e silenziosa. Come al tempo di Gesù, ci troviamo a camminare in un ambiente caotico, disturbato e rumoroso, in mezzo a persone che condividono la fede in Lui, ma anche ad altri che deridono e insultano. Così è la vita di tutti i giorni.

La Via Crucis non è il cammino di chi vive in un mondo asetticamente devoto e di astratto raccoglimento, ma è l’esercizio di chi sa che la fede, la speranza e la carità sono da incarnare nel mondo reale, dove il credente è continuamente sfidato e continuamente deve fare proprio il modo di procedere di Gesù.

 

San Francesco d’Assisi, del quale ricorre quest’anno l’ottavo centenario della morte, descrive la nostra vita cristiana prendendo in prestito le parole dall’apostolo Pietro: ci ricorda che siamo chiamati a «seguire le orme di Cristo, il quale chiamò amico il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori» (Rnb XXII, 2: FF 56; cfr 1Pt 2,21). Il Poverello ci esorta a fissare lo sguardo su Gesù: «Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce» (Amm VI: FF 155).

 

Nel percorrere questa Via Crucis, accogliamo perciò l’invito di san Francesco a fare un cammino sulle orme di Gesù che non sia meramente rituale o intellettuale, ma coinvolga tutta la nostra persona e tutta la nostra vita: «Portate in offerta i vostri corpi e prendete sulle spalle la sua santa croce, e seguite sino alla fine i suoi santissimi comandamenti» (UffPass XV,13: FF 303).

 

 I stazione

Gesù è condannato a morte

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,9-11)

[Pilato] entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».

 

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (2 Lfed 28-29: FF 191)

Coloro poi che hanno ricevuto la potestà di giudicare gli altri, esercitino il giudizio con misericordia, così come essi stessi vogliono ottenere misericordia dal Signore; infatti, il giudizio sarà senza misericordia per coloro che non hanno usato misericordia.

 

Nel tuo colloquio con Pilato, Signore Gesù, tu smascheri ogni umana presunzione di potere. Anche oggi c’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare a proprio piacimento. Le tue parole al Prefetto romano non lasciano spazio all’ambiguità: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto» (Gv 19,11).

 

Francesco d’Assisi, che ha semplicemente cercato di seguire le tue orme, ci ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla.

 

Anche ognuno di noi è chiamato a rispondere del potere che esercita nella vita di tutti i giorni. Tu, Gesù, gli dici: Fa’ buon uso del potere che ti è dato e ricordati che qualsiasi cosa tu faccia a un essere umano, specie se piccolo e fragile, lo fai a me. Ed è a me che dovrai risponderne un giorno.

 

Preghiamo dicendo: Ricordami, Gesù.

Che tu ti identifichi in ogni persona giudicata:

Ricordami, Gesù.

Che non devo lasciarmi guidare dai pregiudizi:

Ricordami, Gesù.

Che il vero potere è quello dell’amore:

Ricordami, Gesù.

Che la misericordia ha la meglio nel giudizio:

Ricordami, Gesù.

Che il bene va scelto anche quando costa:

Ricordami, Gesù.

 

II stazione

Gesù è caricato della croce

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,14-17)

Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Golgota.

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (Amm V, 7-8: FF 154)

Anche se tu fossi più bello e più ricco di tutti, e se tu operassi cose mirabili, come scacciare i demoni, tutte queste cose ti sono di ostacolo e nulla ti appartiene, e in esse non ti puoi gloriare per niente; ma in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo.

La parola “croce” produce in noi una reazione di rifiuto, piuttosto che di desiderio. È più facile che nasca in noi la tentazione di fuggirla, piuttosto che l’anelito di abbracciarla.

Gesù, sono certo che era così anche quando la croce te l’hanno caricata sulle spalle. Nel Getsemani, infatti, avevi chiesto al Padre di allontanare da te questo calice, pur volendo con tutto te stesso compiere la sua volontà. La croce era il supplizio più orrendo e doloroso, riservato agli schiavi, ai criminali irrecuperabili e ai maledetti da Dio.

Eppure, l’hai abbracciata e portata sulle tue spalle, e poi ti sei lasciato portare da lei. Non perché fosse bella o attraente, ma per amore nostro. Sollevando il suo carico pesante, sapevi che risollevavi noi dal peso del male che ci schiaccia e ti caricavi del peccato che rovina la nostra esistenza. Abbracciando la croce e caricandola sulle tue spalle, abbracciavi la nostra fragilità e ti facevi carico della nostra umanità. Prendevi su di te le nostre schiavitù, i nostri crimini e anche la nostra maledizione.

Liberaci, Gesù, dalla paura della croce. Dacci la grazia di seguirti per la tua stessa via e di non avere altra gloria se non nella tua croce.

 

Preghiamo dicendo: Liberaci, Signore.

Dal desiderio di gloria umana:

Liberaci, Signore.

Dalla tentazione di ignorare chi soffre:

Liberaci, Signore.

Dal preoccuparci solo di noi stessi:

Liberaci, Signore.

Dal timore di impegnarci nella fedeltà:

Liberaci, Signore.

Dalla paura e dal rifiuto della croce:

Liberaci, Signore.

(,,,) continua su www.vatican.va

 


giovedì 2 aprile 2026

TRIDUO PASQUALE


 

Madrid. «Lì dove tutti vedono solo fatiche io vedo opportunità»

 



Madrid. «Lì dove tutti vedono solo fatiche io vedo opportunità»

Mentre la morte per eutanasia della giovane Noelia Castillo scuote la Spagna, l’Happening degli universitari porta in scena la storia di María del Mar García Garrido, giornalista paralizzata: «La mia vita è apparentemente limitata, ma io mi vedo senza limiti»

 

30.03.2026

Venerdì 27 marzo 2026. Un dolore sordo e difficile da nominare attraversa la Spagna. Il Paese si è risvegliato con un senso di sconfitta per la morte di Noelia Castillo, una giovane donna al centro di un caso che ha scosso l’opinione pubblica: paraplegica, segnata da anni di sofferenza e fragilità psichica, ha ottenuto l’eutanasia legale nonostante l’opposizione del padre che ha tentato disperatamente di fermarla. La storia dei suoi 25 anni è profondamente dolorosa. Affiorano allora domande inquiete: aveva altra scelta? Esiste un modo per stare accanto a chi vive una situazione come quella di Noelia, trovando il coraggio di promettere più vita che morte?

Poi qualcuno ci invia un video dell’Happening che gli studenti dell’Università Atlántida hanno organizzato a Madrid, una convivenza di quattro giorni dal 17 al 20 marzo, dove l’incontro più seguito era intitolato “La vita che nasce dai limiti”. Al tavolo, accanto agli altri relatori Jone Echarri, Javier Llabrés e Pablo Ramírez, c’era l’imponente presenza di María del Mar García Garrido, immobile sulla sedia, bisognosa dell'aiuto di un “traduttore”, ma che non esita a chiedere di parlare ogni volta che vuole aggiungere qualcosa e condividere la sua esperienza perché, sebbene sembri intrappolata in una gabbia, trabocca di vita e di entusiasmo per vivere.

María è una giornalista affetta da una malattia degenerativa, una forma di leucodistrofia, diagnosticatale all’età di sei anni. Le sue giornate sono scandite da ore di fisioterapia, sia neurologica che respiratoria, ma nel frattempo non trascura mai la sua vocazione professionale di comunicatrice, sia sui social media che alla radio. Conduce un programma su Radio María dedicato alle tematiche della disabilità, intitolato “Turn It Around” (“Ribaltiamo la situazione”). Ha anche un blog e ha pubblicato un libro intitolato “Out to Sea” (“In mare aperto”).

 

Nell’Happening ti sei definita una bon vivant, ma dall’esterno la tua vita potrebbe sembrare piena di sacrifici. Cosa ti permette di goderti appieno la vita e di non doverti accontentare di una “vita inferiore”?

L'idea di “vivere meno” è relativa. A prima vista, potrebbe sembrare che io non faccia molto, ma la verità è che faccio più della media. Fin da piccola ho imparato a sfruttare al massimo ogni secondo e, dove tutti gli altri vedono difficoltà, io vedo opportunità. C'è una frase che mi è stata insegnata da bambina e che tutti dovrebbero tenere a mente: “Non soffermarti su ciò che hai perso, ma concentrati su ciò che devi ancora fare”. Ed è esattamente quello che faccio. La mia vita sembra limitata, ma io mi vedo illimitata, ed è così che dovremmo vederci, perché non sappiamo fin dove possiamo arrivare.

(…)

Pensi che attualmente vengano offerti strumenti alle persone che si trovano in situazioni come la tua per aiutarle a vivere, prima di prendere in considerazione l'opzione della morte?

C’è una terribile mancanza di sostegno. Il governo ti fornisce aiuto per morire, ma non ti sostiene per vivere. Viviamo in una società che dà più valore alla morte che alla vita: è deplorevole! Quando così tante persone lottano contro ogni probabilità, contro una malattia degenerativa o improvvisa... Io sono il volto pubblico,