lunedì 31 agosto 2026

Meeting. Discutere senza distruggere


 

ARENA TRACCE A3

 

Con Bruno Mastroianni, filosofo e giornalista, docente all’Università di Padova di Teoria e pratica dell’argomentazione digitale. Modera Valentina Frigerio, responsabile Comunicazione digitale Comunione e Liberazione

 

Il litigio è il tratto principale del discorso sui social, spinto da algoritmi che sono calibrati per premiare aggressività e sopraffazione verbale. Ma è ancora possibile avere una discussione senza demolire l’altro? La necessità di un’educazione per formare il dissenso costruttivo nelle relazioni, in famiglia, a scuola, in rete

 

https://www.youtube.com/live/AMIn4mq04rg?si=QM6VEDKhSoBbdvtk

https://youtu.be/AMIn4mq04rg

ARENA TRACCE A3

 

Con Bruno Mastroianni, filosofo e giornalista, docente all’Università di Padova di Teoria e pratica dell’argomentazione digitale. Modera Valentina Frigerio, responsabile Comunicazione digitale Comunione e Liberazione

 

Il litigio è il tratto principale del discorso sui social, spinto da algoritmi che sono calibrati per premiare aggressività e sopraffazione verbale. Ma è ancora possibile avere una discussione senza demolire l’altro? La necessità di un’educazione per formare il dissenso costruttivo nelle relazioni, in famiglia, a scuola, in rete

 

https://www.youtube.com/live/AMIn4mq04rg?si=QM6VEDKhSoBbdvtk

https://youtu.be/AMIn4mq04rg


domenica 30 agosto 2026

BORSELLINO E MORO | Dalla pista nera ai complici delle BR: le zone d’ombra da chiarire sui mandanti esterni


 

Vincenzo Rizzo Pubblicato 30 Agosto 2026, ore 06:16 7 min

Rapimento Aldo Moro

 

Le nuove indagini sulle stragi di via d’Amelio e via Fani riaprono interrogativi su mandanti esterni e depistaggi: alla verità non si deve rinunciare

 

Due fatti importanti di cronaca giudiziaria hanno avuto, recentemente, rilievo su alcuni quotidiani nazionali. La Gip di Caltanissetta, Graziella Luparello, ha negato nuovamente l’archiviazione delle indagini sulla cosiddetta “pista nera”, chiedendo ai giudici incaricati ulteriori approfondimenti sui mandanti esterni della strage di via d’Amelio. La Corte di Cassazione ha poi rigettato il ricorso contro la decisione della Gip, riconoscendo come valide e legittime le richieste di Luparello. Esse sono fondate su argomentazioni logiche e sulla verifica di punti specifici. Si tratta, tra l’altro, di considerare un audio in cui Alberto Lo Cicero, collaboratore di giustizia, in un interrogatorio afferma di avere visto nel 1992 Stefano Delle Chiaie a Palermo.

Lo Cicero racconta, inoltre, al Pm Gianfranco Donadio di un incontro tra Delle Chiaie e il boss detto “U Mussolini”, cioè Mariano Tullio Troia, avvenuto sempre nel 1992. Delle Chiaie, estremista di destra, è stato il fondatore di Avanguardia Nazionale, organizzazione tristemente famosa per le sue attività eversive negli anni di piombo. Il suo nome è stato associato numerose volte alla “strategia della tensione”.

Uno dei momenti importanti del progetto volto a mettere in riga l’Italia, ad esempio, il cosiddetto golpe Borghese (1970), vide il coinvolgimento dei neofascisti, della ’ndrangheta dei De Stefano e dei Piromalli, della mafia siciliana, oltre alla longa manus della P2 di Licio Gelli, mente ispiratrice di una prolungata e protetta attività di trame eversive.

In ordine all’audio inedito del 2007, trasmesso recentemente da Report, bisogna precisare che esso riguarda persone decedute (Delle Chiaie, Lo Cicero, Troia). Tra queste figure, bisogna ricordare anche Nino Gioè, boss di Altofonte, imputato per la strage di Capaci, “suicida” in carcere (1993), che aveva simpatie acclarate per la destra estrema.

Il Gip di Roma Francesco Petrone, a sua volta, ha accolto la richiesta di Nicola Brigida e Guido Salvini, che difendono il diritto alla verità dei figli di Domenico Ricci, appuntato dei carabinieri ucciso in via Fani il 16 marzo 1978. I due avvocati, rappresentanti della parte offesa, avevano chiesto di fare luce sulle “evenienze di terze persone sia sul luogo dell’agguato che nelle successive fasi di gestione e conclusione del sequestro”. Guido Salvini, coautore della richiesta approvata, è noto per le sue indagini giudiziarie sulla strage di piazza Fontana alla Banca Nazionale dell’Agricoltura del 12 dicembre 1969. La sua ricerca nei processi celebrati ha prodotto risultati sui rapporti tra l’eversione nera, i servizi deviati e l’Aginter Press di Yves Guérin-Sérac.

L’istanza avanzata dai legali della famiglia Ricci, e approvata dal Gip, si basa sui buchi neri nelle dichiarazioni dei brigatisti, celati da verità parziali. In particolare, sulle dinamiche poste in atto nell’operazione e sulla qualità dell’attacco agli uomini dello Stato. Innanzitutto, il numero dei terroristi, sottodimensionato nelle narrazioni dei brigatisti rispetto alla complessità di un’azione in cui Moro doveva essere rapito e non ferito o ucciso. Nei nuovi accertamenti si parla infatti della presenza, non inquadrata finora, di un uomo “alto, atletico, armato di mitra e con un passamontagna nero attraversato da una striscia rossa”.

I brigatisti, a tal proposito, nei processi e nelle interviste hanno parlato di nove terroristi, mentre il numero necessario per un’azione del genere, ad alto rischio, non poteva essere che maggiore. Ebbene, furono impiegati pochissimi minuti per compiere l’imboscata fulminea: una preparazione di alto livello militare, tale da far dire a Franco Piperno, capo di Autonomia Operaia, che si era trattato di “un’espressione di geometrica potenza”.

Tuttavia, Alberto Franceschini, a capo delle BR prima di Mario Moretti, ha sempre fatto notare che le capacità militari dei brigatisti non erano elevate, anzi. Il giudice Pietro Calogero, nello specifico, era convinto dell’esistenza di legami tra Autonomia, BR e centri esterni di potere. Molti personaggi dell’Autonomia avevano a che fare, peraltro, con Hyperion, ambiguo e oscuro centro francese, in cui convergevano elementi di diversi servizi segreti internazionali, intellettuali della gauche e faccendieri. L’intelligente azione investigativa di Calogero, però, venne squalificata dal conformismo giornalistico con una campagna stampa e “bruciata” scientemente nei rapporti con le autorità francesi.

I quattro contributi di Calogero (strage di piazza Fontana, golpe Borghese, Peteano, attentato del 1973 alla Questura di Milano), apparsi nel volume di Autori Vari, L’Italia delle stragi (Donzelli, 2019), sono un aiuto a inquadrare e conoscere il fenomeno terroristico nella striscia del tempo mentre l’introduzione dello storico Angelo Ventrone, curatore dell’opera, mette in luce il valore etico della ricerca storica contro la tentazione dell’oblio.

Ma ricordiamo, ora, il luogo dell’agguato e la collocazione degli attentatori: i brigatisti hanno sempre dichiarato di essersi nascosti dietro le siepi vicino al Bar Olivetti. Non sembra logico pensare, però, che ogni giorno i brigatisti potessero nascondersi dietro i cespugli a lato della strada, in attesa del passaggio di Moro e della sua scorta, senza destare sospetto. I tempi dovevano essere precisi, serrati e repentini, per evitare la reazione della scorta, costituita da agenti preparati.

Gli uomini della sicurezza, tuttavia, non erano dotati di giubbotti antiproiettile e di auto blindate, certamente necessarie per chi proteggeva una personalità di altissimo profilo politico: una negligenza inescusabile. Moro e i suoi custodi, comunque, erano consapevoli del malsano clima politico del tempo e dei rischi reali. L’agguato, peraltro, avvenne in un giorno preciso, proprio il 16 marzo, giorno in cui il nuovo governo doveva presentarsi alle Camere per il voto di fiducia. Una data certamente invisa allo spirito di Yalta.

Gero Grassi, che ha fatto parte della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento Moro, nelle sue conferenze pubbliche ha evidenziato diverse volte, con grande forza logica e con passione per la giustizia, le mancate verità dei brigatisti, in primis in ordine agli spari e alla loro precisione. In particolare, Oreste Leonardi e l’agente Giulio Rivera furono colpiti da destra e non da sinistra, come i brigatisti hanno sempre affermato. Oreste Leonardi, persona capace e d’azione, che aveva una preparazione da sabotatore, fu colpito da distanza molto ravvicinata, cosa nel complesso inquietante. L’assassino di Leonardi sparò leggermente dietro-avanti, destra-sinistra, alto-basso, per non colpire il compagno che si trovava a sinistra dell’auto: un abile tiratore, dunque, e non uno dei “quattro operaiacci” (definizione di Mario Moretti a Giorgio Bocca), autori dell’agguato.

Sulla scena della strage, in una foto acquisita, risultano presenti, “con caratteristiche non dissimili”, il boss calabrese Antonio Nirta (San Luca d’Aspromonte), specialista in sequestri di persona, e Giustino De Vuono, legionario e killer. Il pentito Saverio Morabito della cosca di Platì rivelò che Nirta era stato effettivamente presente in via Fani.

Giovanni Fasanella, studioso dei buchi della nostra storia, a sua volta, ne Il puzzle Moro. Da testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati, la verità sull’assassinio del leader DC, contenuto nella raccolta di saggi Il libro nero della Repubblica italiana, scritto con Mario J. Cereghino e con l’intervento del giudice Priore (Chiarelettere, 2021), si sofferma attentamente sul Bar Olivetti in via Fani. Il Bar Olivetti non era chiuso il 16 marzo, come si è spesso detto, allontanando la verità. L’acquisizione di un’immagine video da parte della Commissione d’inchiesta lo testimonia con evidenza lampante.

Il bar era peraltro un luogo molto particolare per il calibro criminale dei clienti: frequentato da trafficanti d’armi, brigatisti rossi, terroristi dei NAR, criminali della banda della Magliana, Frank Coppola, Tano Badalamenti, elementi delle ’ndrine calabresi. Una sorta di internazionale del crimine a contatto diretto e non casuale, insomma. Un sistema articolato di condivisione di reciproci vantaggi, di affari lucrosi e di compensazione tra le parti, forse. Il proprietario del bar, peraltro, fu avvistato, curiosamente, a Bologna proprio prima della strage del 2 agosto 1980. Il soggetto in questione è stato definito “una specie di fantasma”, irreperibile dal giudice Giancarlo Armati: una primula nera.

La storia del Bar Olivetti è, insomma, emblematica di un modus essendi: chiuso alle indagini, ma in realtà aperto alle deviazioni. Centro occultato, ma attivo. Punto di raccordo di trame protette e incoraggiate. Una storia dimenticata, insomma, che riaffiora dalle penne di chi ricerca, da giudici che trovano le tracce coperte e da persone che hanno sete di giustizia.

 

(…)

https://www.ilsussidiario.net/news/borsellino-e-moro-dalla-pista-nera-ai-complici-delle-br-le-zone-dombra-da-chiarire-sui-mandanti-esterni/2993872/#:~:text=POLITICA-,BORSELLINO%20E%20MORO%20%7C%20Dalla%20pista%20nera%20ai%20complici%20delle%20BR%3A%20le,vittime%20del%20dovere%20e%20a%20coloro%20che%20credono%20nella%20democrazia%20autentica.,-%E2%80%94%20%E2%80%94%20%E2%80%94%20%E2%80%94


sabato 29 agosto 2026

Intervista a Elena Mazzola Ucraina - SOUL Festival di Spiritualità 2026


 

Intervista a Elena Mazzola - SOUL Festival di Spiritualità 2026

 

https://youtu.be/M3K_x-MOv8I?si=Q227HV6sZ6gzhdIY

venerdì 28 agosto 2026

Rinnovamento sinodale di un movimento ecclesiale e di un incontro culturale. Leone XIV interviene al Meeting di Rimini

 


Rinnovamento sinodale di un movimento ecclesiale e di un incontro culturale

Leone XIV interviene al Meeting di Rimini

Religione·Rodrigo Guerra López,Segretario della Pontificia Commissione per l'America Latina

 

27.08.2026

Il discorso pronunciato sabato 22 agosto da Leone XIV al Meeting di Rimini va letto in prima persona. Sarebbe fin troppo facile pensare che il Papa si rivolga ai politici, ai potenti, a coloro che dividono il mondo o, all’interno di Comunione e Liberazione (CL), agli «altri», e non a me stesso. Leone XIV riconosce con affetto la storia nata dal carisma di Luigi Giussani e la fecondità culturale del Meeting. Proprio per questo, invita tutti a tornare all’essenziale.

Non sembra un caso che il Papa parli di «bellezza disarmata». L’espressione rimanda a un’intuizione decisiva nella storia recente di CL: il cristianesimo non ha bisogno di conquistare spazi di potere per dimostrare la propria verità. La verità cristiana propone, attrae e risveglia la libertà. La fede si verifica aprendosi alla totalità del reale, con semplicità e gioia, mai secondo la logica delle mere «battaglie culturali».

 

Da qui si comprende una delle frasi più incisive del discorso: per il «realismo della misericordia» non ci sono nemici; anche l’avversario è qualcuno che dobbiamo «guardare negli occhi» e con cui «bisogna incontrarsi nella verità». Questa affermazione approfondisce l’insegnamento di Papa Francesco sulla fraternità e smonta un’antica tentazione: pensare che difendere la fede richieda di crearsi avversari e di intraprendere entusiastiche «crociate».

 

Neppure il riferimento al «Magnificat» è un ornamento pio. Può essere, in realtà, la chiave interpretativa dell’intero testo. Maria contempla la storia alla luce della misericordia di Dio. Quella misericordia — dice Leone XIV — è la bussola per attraversare un mondo dominato da interessi, guerre e lotte di influenza, nella società e anche nella Chiesa.

 

Più avanti nel discorso emerge un’altra sfida: aprirci a una vera cattolicità, allargare i nostri legami al di là di appartenenze troppo ristrette. Se presa sul serio, questa esortazione può scatenare una nuova creatività missionaria che ci porti a esplorare nuove periferie geografiche ed esistenziali, ad abbandonare le zone di comfort e a collaborare con i carismi più diversi. Ma questo nuovo impegno missionario può nascere solo dall’esperienza dell’essere Chiesa. «Amate sempre la Chiesa», insiste Leone XIV. Non formalmente, né solo la Chiesa che coincide con la nostra sensibilità, ma l’intera Chiesa: plurale, a volte difficile, formata da molti membri molto diversi tra loro.

 

Per questo, la riforma sinodale di CL non può essere rimandata né ridotta a un semplice aggiustamento cosmetico. Il Papa chiede che i movimenti ecclesiali partecipino al rinnovamento dell’intera Chiesa. Ciò esige di imparare nuovamente ad ascoltare con umiltà, a camminare e a collaborare con gli altri, e a trasformare l’autorità in autentica diaconia: un servizio radicale, soprattutto verso i piccoli, i feriti e gli emarginati dal nostro stesso abbraccio.

 

(…)

Continua su https://paginasdigital.com/it/leone-xiv-interviene-al-meeting-di-rimini/


Mostra del Meeting 2026 sul Libano

 


LIBANO

La bellezza, le ferite, la speranza

 

Il nostro tempo è segnato da conflitti tra identità collettive che si chiudono al dialogo. Eppure la lunga storia del mosaico libanese mostra che lo scontro non è un destino obbligato: culture e forme sociali diverse possono convivere in uno spazio comune, generando una “sinfonia” di voci differenti dentro un orizzonte più ampio e pluralista. Le fedi religiose vissute autenticamente, e non usate come leve di un potere armato, sono capaci di favorire la concordia, educando al rispetto dell’altro, alla fraternità, fino al perdono e all’accoglienza della diversità.

La convivenza pacifica e solidale maturata nei secoli in Libano non è “solo un evento del passato, ma una bussola che deve continuare a guidarci” (Leone XIV) anche in un contesto di guerra sempre incombente.

Esistono percorsi di pacificazione e riconciliazione, germogli di speranza, che intendiamo documentare come alternativa realistica e costruttiva a una crisi che rischia di diventare devastante.

 

Mostra realizzata da Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS

 

A cura di Andrea Caspani, Giorgio Cavalli, Giuseppe Emmolo, Danilo Zardin

 

Con la collaborazione di Fondazione Internazionale Oasis, Associazione Pro Terra Sancta ETS, Fondazione AVSI

 

Comitato scientifico Andrea Avveduto, Responsabile Comunicazione Pro Terra Sancta ETS; Martino Diez, Università Cattolica del Sacro Cuore e Fondazione Internazionale Oasis; mons. Mounir Khairallah, vescovo di Batroun, Marco Perini, MENA Regional Manager Fondazione AVSI

 

Video maker Luca Mondellini


https://www.meetingrimini.org/eventi-totale/libano-la-bellezza-le-ferite-la-speranza/#:~:text=Il%20nostro%20tempo,di%20diventare%20devastante.

MEETING: WOUNDER BOUND. DESTINATI ALLO STUPORE

 


WOUNDER BOUND. DESTINATI ALLO STUPORE

In collaborazione con John Hopkins University

 

Christopher S. Celenza, James B. Knapp Dean of the School of Arts and Sciences at Johns Hopkins University; Richard Anthony D'Souza, S.J., direttore Specola Vaticana; Massimo Stiavelli, Space Telescope Science Institute e Johns Hopkins University. Modera Massimo Robberto, astrofisico, Space Telescope Science Institute

 

Le immagini del telescopio James Webb hanno restituito all'umanità qualcosa di inatteso: lo stupore di fronte all'universo. A partire dalle immagini che più li hanno colpiti o che sono al centro della loro ricerca, scienziati e umanisti si interrogano su come la bellezza del cosmo continui a sorprenderli, nello studio e nella vita quotidiana, e su come questo incanto, anziché dissolversi con la conoscenza, si approfondisca fino a toccare le domande più radicali dell'esistenza.

 

https://www.meetingrimini.org/edizioni/edizione-2026/programma-2026/#:~:text=In%20collaborazione%20con%20John,domande%20pi%C3%B9%20radicali%20dell%27esistenza.


Meeting per l'amicizia dei popoli: sulle orme di Agostino (video)

 



https://youtu.be/xJJoEf58VvQ

mercoledì 26 agosto 2026

INCONTRO DEL SANTO PADRE CON I PARTECIPANTI AL 47° “MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI”


 

INCONTRO DEL SANTO PADRE

CON I PARTECIPANTI AL

47° “MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI”

 

Fiera di Rimini

Sabato, 22 agosto 2026

 

Saluto spontaneo del Santo Padre all’Auditorium

 

Saluto del Santo Padre ai partecipanti al Meeting (Villaggio Ragazzi)

 

Discorso ai partecipanti al Meeting (Grande Auditorium)

 

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Saluto spontaneo del Santo Padre all’Auditorium

 

Buongiorno!

Ciao, ragazzi! Buongiorno!

 

Non sapete quanto è bello vedere tutti voi qui insieme. E siete solo una piccola parte, perché dall’altra parte ce ne sono di più. Bravissimi!

 

Grazie, grazie! Gli applausi più forti devono essere per Gesù Cristo: siamo tutti discepoli di Gesù!

 

Grazie! Ci sono tante opportunità qui per riflettere sulla nostra vita, sulla società, sulla fede. Ne ho appena visto una, che parla della vita di Sant’Agostino, che parla dell’amore.

 

L’amore è la forza che può veramente cambiare il mondo. «Se noi tutti vogliamo cambiare il mondo, cominciamo con noi stessi», dice Sant’Agostino. Il vostro cuore, il nostro cuore, che è così grande, così capace di amare, non deve essere mai chiuso. Cerchiamo tutti la strada per camminare insieme, per costruire un mondo di pace e di amore.

 

Grazie a voi! Continuate con questo bellissimo cammino. Vivete sempre con questo entusiasmo e vedrete che possiamo davvero costruire un mondo di pace e di amore.

 

Tanti auguri!

 

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Saluto spontaneo del Santo Padre al Villaggio ragazzi

 

Buongiorno a tutti!

 

Grazie! Grazie! Grazie per essere qui; grazie per questa accoglienza e per questo entusiasmo che è segno dello Spirito!

 

Ascoltate un momento ... Anni fa San Giovanni Paolo II disse: «Se il mondo di oggi ha bisogno di qualcosa, è la comunione».

 

Ancora oggi possiamo ripetere le stesse parole. E se ci sarà comunione nel mondo, comincia con voi giovani, perché voi sapete costruire la comunione con l’amicizia, sapete rispettarvi gli uni gli altri per costruire la pace e il mondo ha bisogno di voi, del vostro entusiasmo, della vostra carità, della vostra fedeltà.

 

Dio benedica tutti voi e che siate sempre fedeli a Gesù Cristo.

 

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Discorso del Santo Padre

 

Cari fratelli e sorelle!

 

Sono felice di incontrarvi a Rimini, negli ambienti che vi sono cari per l’impegno, la creatività e il dialogo che il vostro appuntamento di fine agosto da anni è in grado di mobilitare. Ringrazio il Presidente Scholz e il Dottor Prosperi per il loro saluto.

 

In questo momento storico comprendiamo più profondamente la profezia che quasi mezzo secolo fa venne inscritta nel nome dato a queste giornate: “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. Come vi disse San Giovanni Paolo II, «già solo il pronunciare queste parole rallegra il cuore: “Incontro”! “Incontro di amicizia”! “Amicizia tra i popoli”! Parole che acquistano un particolare significato in queste ore, spesso drammatiche, della storia del mondo» (Discorso al III Meeting per l’amicizia tra i popoli, Rimini, 29 agosto 1982).

 

Anche oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi. Papa Francesco con l’Enciclica Fratelli tutti ci ha insegnato a coltivare l’amicizia sociale, che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità. Riconoscendoci, infatti, nella dignità di figli di Dio, veniamo a contatto con ciò che accomuna originariamente gli esseri umani, al di là di ogni diversità, separazione o conflitto. Possiamo immedesimarci l’uno nell’altro, ascoltarci e diventare amici, tra persone e quindi anche tra popoli. Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone. Questa consapevolezza è al cuore del cristianesimo: voi lo sapete, perché siete stati educati a leggere il Vangelo come rivelazione di Dio che si fa incontro, avvenimento, sguardo, esperienza, risvegliando in ciascuno il desiderio di essere amato e di amare. In tal modo, non avete fatto del “Meeting” una sorta di enclave: al contrario, esso è diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini.

 

Ringraziamo il Signore per questa eredità viva, che vi dà una grande responsabilità storica, nella comunione più grande della Chiesa, a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia. Come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, infatti, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Cost. past. Gaudium et spes, 1). Sì, cari amici, è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura. Le diverse edizioni del “Meeting”, in effetti, hanno saputo attingere al grande patrimonio del passato le ragioni che vi impegnano oggi nel confronto con l’arte, la musica, la letteratura, la scienza, l’economia  e con ogni espressione dell’animo umano. Anche il titolo scelto per questa edizione, tratto dall’ultimo verso della Divina Commedia, ci sospinge verso la storia di cui Dio è Signore. «L’amor che move il sole e l’altre stelle» non è scomparso, non ha perso vigore, né intensità, sebbene sia un amore che rimane volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra, il cielo e tutte le creature.

 

Sì, l’amore muove! «Fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Così Gesù descrive la perfezione di Dio, manifestando lo scarto tra la generosità del suo agire e la ristrettezza dei pensieri umani. La realtà soffoca nei nostri calcoli e respira nella gratuità di Dio. Non a caso i miei Predecessori – San Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – hanno tutti indicato la misericordia divina come punto di impatto tra il Vangelo e le “cose nuove” di quest’epoca drammatica e meravigliosa. Seguire Gesù Cristo dopo le tragedie e le ripartenze del XX secolo implica, infatti,una lucida consapevolezza: il male non si combatte col male. Come in cielo, così in terra l’amore è la legge della vita, il metodo della redenzione, del Messia crocifisso. Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità. Il peccato esiste, certo, ma più forte è l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato.

 

Tra voi non mancano competenze, responsabilità e risorse da mettere a servizio di un’autentica conversione di popolo. «L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre» (Francesco, Discorso al V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana, Firenze, 10 novembre 2015). Liberiamo, dunque, la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte. A partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo, smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo. Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti.

 

Non ci sia soltanto chi soffia sul fuoco della stanchezza e della disperazione; ci sia anche chi riaccende sogni e visioni! Le due strade sono incompatibili, perché una sfrutta la divisione, l’alienazione e la disperazione, l’altra serve il Regno di Dio e la sua giustizia. «In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat, quando proclama che di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono. Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi, dalle reti globali, e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale. Al centro sta il mistero dell’Incarnazione» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 230-231).

 

Cari amici, la bellezza disarmata di questo Mistero domanda di correre “il rischio educativo” di cui vi parlò don Giussani. Egli intuì che «il metodo educativamente più capace di bene non è quello che vive di fuga dalla realtà, per affermare separatamente il bene, ma quello che vive della promozione del bene nel mondo». [1] E insisteva: «Nel mondo significa nel confronto con la realtà intera, confronto rischioso, se così lo si vuol chiamare; ma meglio sarebbe dire impegnativo». [2] Fratelli e sorelle, assumiamoci adesso questa responsabilità, che è impegno con Cristo e impegno con il nostro mondo!

 

Cari giovani, siete tanti qui, parecchi come volontari. Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia! Molti non lo credono più, sia fra gli adulti, sia fra i giovani. Silenziosamente, però, «l’amor che move il sole e l’altre stelle» sospinge ancora alla speranza. L’ho avvertito intensamente fra i vostri coetanei in Libano, in Africa e in Spagna. L’amore muove, urge, risveglia dal torpore, suscita nuove vocazioni e chiama a rischiare. Mettetevi in gioco! Apritevi a una vera cattolicità, allargando i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta. Il Movimento, i gruppi, le comunità siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà. Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti!

 

Ad ogni latitudine, in particolare ai margini e fra coloro che soffrono, troverete chi è già pronto a costruire la civiltà dell’amore. Non permettete a nessuno di sminuire questa parola, che è il nome stesso di Dio: «Dio è amore» (1Gv 4,16). Nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé.

 

Cari giovani, oggi il mondo sembra stupirsi della vostra adesione a Cristo, dell’attrazione che sentite per Lui e per la sua Parola, della vostra appartenenza alla Chiesa. Che siate cristiani è oggi per molti una sorpresa! Eppure, senza clamore, «per mezzo vostro la parola del Signore risuona» (1Ts 1,8). Lo scriveva san Paolo alla giovanissima comunità di Tessalonica. E continuava: «La vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne» (ibid.). Non è una questione di numeri, sebbene commuovano le migliaia di vostri coetanei che chiedono il Battesimo in società considerate tra le più secolarizzate del mondo. È una questione di libertà: la verità si incontra solo nella libertà.

 

Lo stiamo comprendendo sempre meglio, entro circostanze storiche che riattivano le domande più umane e un desiderio infinito di senso, di giustizia e di pace. Così, una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo, dei legami che genera, della logica che accende, della vita che fa sorgere. Come hanno ripetuto più volte i miei Predecessori, «la Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione». [3] È l’attrazione per un modo di abitare il mondo, a proposito del quale don Giussani provocatoriamente domandava: «Si può vivere così?». [4]

 

Già nel II secolo, d’altra parte, l’anonimo autore della Lettera a Diogneto riconosceva che i cristiani «si propongono una forma di vita meravigliosa e, indubbiamente, paradossale» (V, 4). Certo, dobbiamo ammettere che portiamo questo tesoro “in vasi di creta” (cfr 2Cor 4,7) e che spesso la credibilità della nostra testimonianza personale e comunitaria è segnata dal limite e dal peccato. Ma è il Signore che ci rialza sempre, come singoli e come comunità!

 

Cari amici, amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità. Merita di pronunciarlo di nuovo “Amate sempre la Chiesa!”. Cari amici, amate e preservate l’unità della “compagnia” attraverso la quale Cristo vi ha raggiunti e vi attrae a sé. Come ebbe a dirvi Papa Francesco in occasione del centenario della nascita del vostro fondatore, «anche i momenti difficili possono essere momenti di grazia e possono essere momenti di rinascita. Comunione e Liberazione nacque proprio in un tempo di crisi, quale fu il ’68. In seguito, don Giussani non si è spaventato dei momenti di passaggio e di crescita della Fraternità, ma li ha affrontati con coraggio evangelico, affidamento a Cristo e in comunione con la madre Chiesa» (Francesco, Discorso ai membri di Comunione e Liberazione, 15 ottobre 2022).

 

Ebbene, carissimi, proprio nel travaglio del cambiamento d’epoca, in questo mondo lacerato da molteplici crisi, possiamo riscoprire «il “gusto spirituale” di essere Popolo di Dio, riunito da ogni tribù, lingua, popolo e nazione, che vive in contesti e culture diverse […] ancora pellegrinante nel tempo e già in comunione con la Chiesa del cielo» (XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, n. 17). In questi ultimi anni, abbiamo riscoperto la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa, che ci chiama anzitutto a imparare ad ascoltarci a vicenda. Il dono dell’ascolto è qualcosa che, penso, tutti riconosciamo, ma che spesso si è perso in alcuni settori della Chiesa. Dobbiamo continuare a scoprire quanto è prezioso, a cominciare dall’ascolto della Parola di Dio, dall’ascolto reciproco, dall’ascolto della saggezza che troviamo in uomini e donne, in membri della Chiesa e in quanti sono alla ricerca della verità, ma che ancora non sono, e forse non saranno mai membri della Chiesa» (Discorso ai partecipanti al Giubileo delle Equipe sinodali e degli Organismi di partecipazione, 24 ottobre 2025).

 

È un cammino che richiede anche il rinnovamento di ogni realtà associativa e movimento ecclesiale. Vi invito, sia all’interno del Movimento di Comunione e liberazione, sia nelle Chiese particolari a cui ognuno di voi appartiene, a fare questa esperienza del camminare insieme: ognuno ascolta, si lascia trasformare dalla fede altrui e insieme, sotto la guida dei pastori, si maturano nuove consapevolezze, passi ulteriori, obbedienze coraggiose allo Spirito Santo. Sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo. Allora l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia. Questo stile costituisce in quest’epoca travagliata un vero e proprio segno dei tempi. Testimoniamo che ogni carisma è per l’utilità comune, che ogni ricchezza si moltiplica se condivisa, che ogni paura può essere superata: dobbiamo renderlo tangibile, credibile, desiderabile. Saprete farlo, cari amici, sulla scia del vostro fondatore, coltivando l’unità tra voi, con coloro che sono chiamati a guidare il Movimento, con la Sede Apostolica che vi ha riconosciuto e con il Successore di Pietro. Lo Spirito Santo ci educhi alla pratica della comunione. Ce ne doni il gusto, la stima, la speranza. Continui a guidarci, cari fratelli e sorelle, quell’Amore “che move il sole e l’altre stelle”. Grazie!

 

Grazie! Grazie!

 

Elemento fondamentale in ogni comunità cristiana è la preghiera. Allora, adesso, invito tutti a pregare la Preghiera che Gesù ci ha insegnato:

 

Padre Nostro…

 

Benedizione

 

Grazie e buon cammino!

 

 ____________________________________

 

[1] L. Giussani, Il rischio educativo, Milano 2014, 106.

 

[2]  Ibid.

 

[3] Benedetto XVI, Omelia nella Messa inaugurale della V Conf

lunedì 10 agosto 2026

sabato 8 agosto 2026

Il Meeting e i Papi. Da Giovanni Paolo II a Leone XIV


 

La prima volta di un Papa in Fiera, il rapporto speciale con il cardinale Ratzinger, poi Benedetto XVI, e gli amici di Francesco. L’attesa per la seconda visita di un Pontefice nelle parole di Emilia Guarnieri, storica presidente della kermesse riminese

 

07.08.2026

Emilia Guarnieri

Cofondatrice del Meeting per l’amicizia fra i popoli, di cui è stata presidente dal 1993 al 2020

Don Giussani si inginocchia all’arrivo di Giovanni Paolo II al Meeting nell’estate del 1982. Alla sinistra del Papa, Emilia Guarnieri (©Meeting Rimini)

Don Giussani si inginocchia all’arrivo di Giovanni Paolo II al Meeting nell’estate del 1982. Alla sinistra del Papa, Emilia Guarnieri (©Meeting Rimini)

Fin dall’inizio, la storia del Meeting si è incontrata con i Papi. La prima edizione del Meeting è del 1980, ma l’idea prende forma alla fine dell’estate del 1979, quando era papa Giovanni Paolo II, eletto il 16 ottobre 1978. Noi eravamo un gruppo di amici di Rimini, «appassionati alla vita», come disse don Giussani, con un impeto a rendere presente l’esperienza cristiana incontrata. Quegli anni furono un tempo anche per noi segnato dalla presenza di quel Papa “venuto da lontano”, ma così vicino. Seguivamo i rapporti che crescevano tra lui e don Giussani. E ne eravamo affascinati.

 Già con le prime due edizioni, il Meeting cominciava a essere conosciuto. E i rapporti crescevano. Ma mai avremmo pensato di invitare il Papa al Meeting. Ci pensò lui. Era l’estate del 1982. Giovanni Paolo II doveva recarsi in Polonia, ma le condizioni politiche glielo impedirono. Così decise di venire al Meeting. A metà giugno la notizia, con una telefonata del Vaticano al Vescovo di Rimini. E il 29 agosto, alle 14, il Papa arriva in Fiera. Visita le Mostre, gli stand, incontra i volontari. Giunge poi in salone. Qui l’intervento, i canti, la consegna: «Costruite, senza stancarvi mai, la civiltà della verità e dell’amore». E la risposta a una domanda che gli avevamo rivolto: «Voi, con questo Meeting, date espressione al vostro movimento, cercate di esprimere il carattere proprio, la missione propria della Chiesa, che è sempre una missione storica, benché trascendente, benché divina. È storica, storica del nostro tempo. […] Voi intendete incarnare quest’opera della salvezza, farla presente tra gli uomini».

 Il rapporto con Giovanni Paolo divenne stabile. Il suo messaggio arrivava ogni anno. Nell’estate del ’91 poi alcuni di noi furono invitati a Castelgandolfo per la Messa e la colazione. Fu in quell’occasione che, riconoscendo l’originalità del Meeting, il Papa coniò quella formula «voi fate una cultura di frontiera».

 Quando nell’aprile del 2005 divenne papa il cardinale Ratzinger, Papa Benedetto XVI, il rapporto con lui era già storia più che decennale. Era stato relatore al Meeting del ’90 con un intervento sulla natura della Chiesa dal titolo “Una compagnia sempre riformanda”. Era nato con lui un rapporto stabile. Ogni anno ci riceveva. A tema c’era sempre la successiva edizione del Meeting. E ogni volta il dialogo si concludeva con un invito a partecipare. Una volta cedette. Il titolo metteva a tema la bellezza. Gli piacque in maniera particolare. Ci inviò l’intervento scritto che leggemmo in Auditorium. Era il 2002. Da quando divenne Papa, i colloqui si interruppero, ma non la compagnia che continuò a farci con gli ampi messaggi annuali. Fino a quelle dimissioni del febbraio del 2013.

 Quando incontrammo il cardinale Bergoglio, appena diventato papa Francesco, ci trovammo di fronte a qualcuno che già ci conosceva, che ricordava gli inviti che gli avevamo rivolto quando era cardinale a Buenos Aires. Amici comuni ci legavano. Amici italiani che avevano conosciuto a Buenos Aires padre Pepe di Paola, il prete delle villas miserias, le favelas argentine. Lo invitammo al Meeting e lui ci raccontò della sua missione tra gli immigrati, i tossicodipendenti. Ci parlò di quanto l’arcivescovo Bergoglio condividesse il suo lavoro.

 Padre Pepe venne al Meeting varie volte. Diventammo amici. Dopo il Meeting passava sempre da Roma. Incontrava Papa Francesco. Gli raccontava dal vivo l’esperienza vissuta, l’amicizia con noi. Eravamo sinceramente grati per ogni occasione che ci era data di partecipare a papa Francesco la nostra esperienza. Mentre cercavamo di far nostre quelle preoccupazioni che anche attraverso i suoi ampi messaggi ci indirizzava. Le periferie, il cambiamento d’epoca, il dialogo. Nel 2019 una nostra visita in Egitto al Grande Imam di Al Azhar, Ahmad Al Tayyeb, si svolse alla luce e nel solco dell’incontro di pochi mesi prima tra papa Francesco e Al Thayyeb, con la firma dello storico “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”.

 

Quando l’8 maggio del 2025 è stato eletto papa Robert Francis Prevost, nessuno poteva immaginare che, un anno dopo, un Papa sarebbe tornato al Meeting.

(…)

continua su clonline

giovedì 6 agosto 2026

JULIÁN CARRÓN Non sono quando non ci sei 2014

 


CHE COSA RENDE UNITO L’IO?

«Non sono quando non ci sei», dice una canzone di

Francesco Guccini che dà il titolo a questo nostro incontro

(«Vorrei», parole e musica F. Guccini). Di chi possiamo

dire così? Di chi possiamo dire così ora? Questa

espressione mi ha colpito per due ragioni. La prima è che

io mi rendo conto di che cosa è essenziale per me perché

non sono quando manca, e si vede dal fatto che «resto solo

coi pensieri miei», come continua la canzone di Guccini.

E la seconda ragione è che quella cosa essenziale deve essere

presente ora. Se non è presente ora, io non sono. Mi

sembra che non ci sia un altro criterio per riconoscere l’essenziale

a cui il Papa ci ha richiamato di nuovo nel Messaggio

al Meeting di Rimini, se non questo: una presenza

che mi fa essere; lo riconosco perché quando

manca io non sono, non sono proprio. Si

vede subito che non è prima di tutto un problema

di coerenza, ma di appartenenza a

una presenza senza la quale io non sono.

Ma che cosa ci fa essere? Essere ora, in questa

situazione storica in cui ci troviamo a vivere?

Niente, niente può impedire di rifare

nella vita la stessa esperienza che racconta

Giorgio Gaber nella canzone che abbiamo

ascoltato all’inizio («L’illogica allegria», parole

A. Luporini, musica G. Gaber). Posso essere

«da solo», in qualsiasi posto, «lungo l’autostrada

», a qualsiasi ora, «alle prime luci del

mattino», addirittura sapendo che «tutto va

in rovina», ma «mi può bastare un niente /

forse un piccolo bagliore / un’aria già vissuta

/ un paesaggio [...]. // E sto bene». Basta che

la realtà, qualsiasi frammento di realtà, quasi

un niente, entri nell’orizzonte del nostro io attraverso una

circostanza qualsiasi, per risvegliarlo e rendere possibile

l’esperienza di questo bene. Un bene così sorprendente che

sembra quasi un sogno, che quasi ci viene «vergogna». Ma

una evidenza s’impone: non posso negare che «io sto bene

/ proprio ora, proprio qui / non è mica colpa mia / se mi

capita così». È come se la realtà, un istante prima che possiamo

difenderci da essa, prima di innalzare un muro

contro di essa, riuscisse a penetrare nell’io per renderlo se

stesso, «proprio ora, proprio qui». E mi trovo addosso

una «illogica allegria». Infatti, sembra totalmente sproporzionato

che «un niente / forse un piccolo bagliore /

un’aria già vissuta», possa portare alla vita questa allegria.

«Un’illogica allegria / di cui non so il motivo / non so che

cosa sia», tanto è reale e allo stesso tempo misteriosa. Perché

se non fosse reale, non potrebbe succedere quello che

Gaber dice dopo: «È come se improvvisamente / mi fossi

preso il diritto / di vivere il presente». Qualcosa entra nella

vita e mi rende presente al presente, «proprio ora, proprio

qui». Un niente che mi prende così tanto da rendermi

presente a me stesso. Io sono tutto unito, presente,

quando tu ci sei.

È difficile trovare una canzone che esprima meglio il

senso del capitolo decimo de Il senso religioso. L’io, accorgendosi

della presenza inesorabile della realtà, «risvegliato

nel suo essere», dice don Giussani, «dalla presenza,

dalla attrattiva e dallo stupore [per la realtà], [...]

è reso grato, lieto» (Il senso religioso, Rizzoli, Milano

2010, p. 146) e sta bene.

Chi non desidererebbe questo ogni mattina, ogni istante

del vivere? Un istante di pienezza di cui uno si sorprende,

come tante volte l’abbiamo vissuto anche noi. In quell’esperienza

semplicissima, elementare, a portata di mano

di chiunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi

luogo, in qualsiasi circostanza, lì è tutto

il metodo. Una presenza che mi fa essere.

Nessun mio tentativo è in grado di darmi ciò

che quell’istante mi dà. Non c’è un altro criterio

per riconoscere l’essenziale, se non questo.

Che sia l’essenziale lo si vede perché mi fa

talmente essere che, quando manca, io non

sono, non sono proprio! Appena compare,

sono, e sono contento, sperimento una «illogica

allegria», «proprio ora, proprio qui», che

mi rende capace di vivere il presente.

Quando, invece, questo metodo non prevale,

«che amarezza, amore mio, / veder le

cose come vedo io [non è che cambi il reale,

cambia il modo di vedere le cose] [...]. //

Che delusione [...] / vivere la vita con questo

cuore [tante volte rattrappito] / e non

volere perdere niente» («Amare ancora»,

parole e musica C. Chieffo), vedendo tuttavia che tutto

sfugge tra le mani.

Ma cambiare è facile: «Basterebbe soltanto ritornare

bambini e ricordare... / E ricordare che tutto è dato, che

tutto è nuovo / e liberato».

 

(…)

Assago 2014


Santa Scorese, uccisa per amore a Dio


 

La storia della giovane barese vittima nel 1991 di violenza di genere: non solo una pagina di cronaca nera, ma una possibile testimonianza di fede e martirio cristiano

 

05.08.2026

Roberto Beccaria

«Ho ventitré anni, non posso morire così». Sono le ultime parole di Santa Scorese, pronunciate nel cortile della sua casa di Palo del Colle, provincia di Bari, la sera del 15 marzo 1991. Pochi istanti prima Giuseppe Di Mauro, che da anni la perseguitava, l’aveva colpita con un coltello. Per ben 13 volte. Santa morirà poche ore dopo. Trentacinque anni più tardi quella vicenda non è soltanto una pagina di cronaca nera: la Chiesa la sta rileggendo come una possibile testimonianza di martirio cristiano. Se la causa dovesse concludersi positivamente, Santa Scorese potrebbe essere ricordata come la prima santa uccisa in un contesto riconducibile alla violenza di genere e allo stalking.

 

La storia della Chiesa conosce già figure come santa Maria Goretti, morta accoltellata nel 1902 a soli 11 anni per aver cercato di resistere a una violenza, per difendere la propria purezza. Ma il caso di Santa Scorese presenta caratteristiche nuove: anni di persecuzione, pedinamenti, minacce, lettere anonime, aggressioni ripetute. Oggi quella sequenza ha un nome preciso: stalking.

 

Eppure ridurre la sua vicenda a un simbolo della violenza sulle donne rischia di impoverirla. Perché la sua storia è una storia di fede.

 

Santa, nata a Bari il 6 febbraio 1968, è una ragazza immersa nella vita. Ama il mare, gioca a pallacanestro, ascolta Renato Zero con la sorella, studia prima Medicina e poi Pedagogia, partecipa alla vita ecclesiale con entusiasmo. Dalle pagine del suo diario emerge una giovane che desidera vivere intensamente la propria umanità alla luce del Vangelo. Lunghi tempi di adorazione, familiarità con la Scrittura, un forte legame con la Vergine Maria accompagnano un cammino spirituale che la porta a interrogarsi anche sulla consacrazione religiosa. Per un periodo frequenta le Missionarie dell’Immacolata Padre Kolbe, maturando il desiderio di «essere Maria nel mondo», pur scegliendo poi di non entrare definitivamente nella comunità.

 

È proprio mentre verifica qual è il suo posto nel mondo che irrompe la persecuzione. Giuseppe Di Mauro non accetta di essere rifiutato da lei. La segue ovunque, la controlla, le impone una presenza costante, alternando minacce e intimidazioni. La famiglia comprende il pericolo: il padre, agente di polizia, tenta persino di ottenere una protezione; amici e conoscenti cercano di non lasciarla sola. Ma la sera del 15 marzo 1991 il suo assassino riesce a sorprenderla.

 

Dalle pagine del suo diario emerge una giovane che desidera vivere intensamente la propria umanità alla luce del Vangelo

 

La causa di beatificazione, aperta nell’arcidiocesi di Bari-Bitonto nel 1998, non si limita a verificare le virtù cristiane della giovane, ma approfondisce una domanda decisiva: Santa è stata uccisa in odium fidei, cioè a causa della fede? L’inchiesta diocesana si è conclusa nel 1999; oggi il lavoro prosegue a Roma con la redazione della Positio super martyrio, il dossier destinato al Dicastero delle Cause dei Santi. La postulatrice della fase romana è l’avvocata canonista Franca Maria Lorusso, mentre il relatore è il carmelitano padre Szczepan T. Praskiewicz.

 

È proprio la Lorusso a suggerire la chiave interpretativa più interessante. La morte di Santa, osserva, «non si lascia leggere soltanto come l’esito tragico di una violenza di genere». Il nodo della causa è verificare se l’aggressore abbia colpito, non solo una donna che gli si sottraeva, ma quella libertà che nasceva dalla sua appartenenza a Cristo. La dignità femminile e l’odium fidei non coincidono: la prima descrive il volto umano della vicenda, il secondo, se riconosciuto, ne rappresenterebbe il fondamento teologico.

 

In questo senso Santa Scorese parla con sorprendente attualità. Oggi il dibattito pubblico insiste giustamente sugli strumenti giuridici e culturali per contrastare la violenza di genere. La sua vicenda aggiunge una domanda ulteriore: da dove nasce una libertà che nessuna minaccia riesce a piegare? Per lei la risposta non era un principio astratto, ma una relazione personale con Cristo.

 

Anche la memoria popolare sembra cogliere questa profondità. Nel 2024 è nata l’associazione di promozione sociale Amici di Santa, che promuove incontri, iniziative culturali e momenti di riflessione attorno alla sua figura.

(…)

clonline

mercoledì 5 agosto 2026

Trailer: Orwell 2+2=5


 


Regia di Raoul Peck. Un film Genere Documentario, - USA, 2025, durata 119 minuti. distribuito da I Wonder Pictures. Valutazione: 3 Stelle, sulla base di 3 recensioni.

 

 

A partire dal romanzo "1984" e dal diario del suo autore George Orwell, una riflessione sulla deriva autoritaria della società contemporanea. Il film è stato premiato a National Board, Al Box Office Usa Orwell: 2+2=5 ha incassato nelle prime 4 settimane di programmazione 351 mila dollari e 26,6 mila dollari nel primo weekend.

 

 La straordinaria lucidità del pensiero di Orwell si adatta in maniera incredibilmente consola a decine e decine di materiali video di oggi.

Recensione di Roberto Manassero

lunedì 19 maggio 2025


Nel 1947, gravemente malato di tubercolosi, George Orwell si trasferisce con il figlio nell'isola scozzese di Jura e qui scrive il suo ultimo romanzo: "1984". A partire dalle parole contenute nel diario dello scrittore e da passaggi dello stesso romanzo, il film collega la visione politica di Orwell, la sua naturale avversione per il dispotismo e la sua visione straordinariamente premonitrice sul rapporto fra potere e comunicazione, alla società contemporanea, tra gli scenari di guerra in Ucraina, Palestina e Myanmar, la disinformazione alla base del successo delle forze nazionaliste e la manipolazione della verità e della storia.

 

Diretto dal regista haitiano Raoul Peck (I Am Not Your Negro, Il giovane Karl Marx) e prodotto dal documentarista Premio Oscar Alex Gibney, un viaggio dentro l'opera di uno dei massimi scrittori inglesi del '900, la cui attualità diventa di giorno in giorno sempre più evidente.

 

Usando come guida i tre slogan del partito del Grande Fratello di "1984", «La guerra è pace», «La libertà è schiavitù», «L'ignoranza è forza», il film adatta in maniera incredibilmente consona le immagini del mondo di oggi alle parole di Orwell, e non viceversa, dando così vera sostanza al proprio discorso.

 

L'approccio militante di Peck (da sempre impegnato a far emergere con la sua opera la condizioni di subalternità delle popolazioni più povere e reiette) ricorda quello di Michael Moore (che si vede anche in un rapido passaggio) e illustra tutte le forme più inquietanti di autoritarismo contemporaneo: Putin, Trump, Israele, Orban, la giunta militare in Myanmar (senza dimenticare che proprio Orwell nel 1922 fu parte di un corpo militare britannico di stanza a Burma, all'epoca colonia inglese), la Corea del Nord, la Cina, anche Giorgia Meloni (sbertucciata quando parla inopinatamente della persecuzione dei cristiani come del «più grande genocidio in atto nel mondo»...).

 

A sorreggere il discorso, decine e decine di materiali video che portano da Gaza all'Ucraina, dall'assalto a Capitol Hill dei trumpisti alla lista dei libri banditi nel mondo, dal militarismo del lavoro industriale alla ricchezza senza limiti di quell'1% di multimilionari che affama la Terra... Se i riferimenti sono tanti, con il rischio di mettere troppa carne al fuoco - senza contare che parallela scorre la biografia dello stesso Orwell, di cui si mostrano fotografie di famiglia e si illustrano episodi di vita, dalla Guerra civile in Spagna al lavoro per la BBC durante la guerra, ai continui ricoveri in sanatorio... - è proprio la straordinaria lucidità del pensiero dello scrittore a tenere in piedi il film.

 

Il montaggio tematico delle varie versioni televisive e cinematografiche di "1984" (il primo adattamento della BBC nel 1954; Nel 2000 non sorge il sole di Michael Anderson; 1984 di Michael Redford; Brazil di Terry Gilliam), di "La fattoria degli animali" o di vari altri film (in particolare quelli di Loach: Riff Raff, Terra e libertà, Io, Daniel Blake), fa vivere sullo schermo parole scritte ottant'anni fa eppure così attuali da far temere di avere una valenza universale, quasi mitica.

 

Come dice del resto lo scrittore Milan Kundera in un intervento alla tv francese, il pensiero di Orwell, da visione antipolitica e in odore di qualunquismo, con il tempo si è fatto vero e proprio discorso pubblico sulla condizione della società contemporanea. Lo scrittore di "1984", ad esempio, capì il legame fra la piccola borghesia e il potere coloniale nel segno di una comoda vendetta sociale per i subalterni del capitalismo; intuì l'importanza della manipolazione del passato per influenzare il presente; l'uso delle parole, delle frasi fatte e delle locuzioni per far passare all'opinione pubblica concetti altrimenti inaccettabili; la facilità con cui la comunicazione politica, da strumento di controllo del potere, è diventata essa stessa strumento di potere... E tutto questo in una società in cui i media non avevano ancora preso il controllo del quotidiano.

 

Se un limite 2+2=5 (che prende il titolo da un episodio celebre di "1984", esempio perfetto di alterazione della realtà da parte del Grande Fratello) ce l'ha, è quello di parlare purtroppo a uno spettatore già consapevole di tutto quanto gli viene detto, con il risultato che alla fine del bombardamento di immagini e informazioni ci si ritrova al colmo dell'indignazione o della conferma della propria visione. Tutti gli altri, invece, continueranno a vivere nella beata ignoranza, decisi a pensarla sempre nello stesso modo, anche se - come si sente dire da un sostenitore di Trump - il presidente commettesse un omicidio sulla soglia della Casa bianca... Che fare dunque?

 

martedì 4 agosto 2026

Karl Adam, Gesù il Cristo


 


M.Konrad. Sacerdote della Fraternità San Carlo e teologo

Karl Adam è un pensatore decisamente anti-riduzionista che detesta gli unilateralismi. Descrivendo la vita di Gesù, molti autori insistono sul fatto che Gesù era veramente uomo, mentre altri si danno da fare per esaltare la Sua divinità. Per Adam invece il vero problema consiste nel tener insieme i due aspetti: «Il mistero del Cristo non consiste solo nel fatto che Egli è Dio, ma specialmente in questo, che Egli è “Uomo-Dio”».

 

Quando Karl Adam pubblicò nel 1934 Gesù il Cristo, il libro diventò subito un best-seller e uscì in molte lingue. In Italia venne tradotto a Venegono Inferiore quando Luigi Giussani vi dimorò come seminarista. Giussani stesso conosce bene Adam e lo cita soprattutto per la sua intuizione che non si possa separare la Chiesa da Cristo, né Cristo dalla Sua Chiesa: la Chiesa è la continuazione della vita di Cristo tra noi. Mi sono chiesto quale effetto possa avere avuto la lettura di Gesù il Cristo sul giovane seminarista. Ho trovato, nella descrizione del carattere di Gesù, pagine che fanno subito pensare anche a Giussani; per esempio, quando Adam parla del «fuoco d’una santa passione» per la verità di Gesù. Tale passione virile si accompagna in Gesù allo stesso tempo a un amore «talmente incomparabile e singolare, talmente tenero, materno e pronto al sacrificio, che rimase scolpito per sempre nei ricordi dell’umanità». Per noi è spesso difficile conciliare lo zelo per la verità con l’amore al prossimo. Tanti intervengono in nome della difesa della verità in modo irruento senza guardare in faccia il prossimo con i suoi problemi concreti. Altri, invece, volendo essere misericordiosi, fanno degli sconti sulla verità perché la ritengono disumana e non desiderabile. In Gesù invece queste due passioni trovano il loro punto di unità nel suo rapporto con il Padre, nella sua preghiera che è “il principio vitale della sua esistenza”.

(…)

clonline


domenica 2 agosto 2026

De Wohl: Davide di Gerusalemme


 

Il destino del re in mano a Dio

Il Davide di Gerusalemme di Louis De Wohl è un eroe nel quale identificarsi nel bene e nel male, qui e ora. Nell’eterno presente dell’avventura. La recensione da Tracce di luglio-agosto

 

Andrea Fazioli

Scrittore e giornalista

La Bibbia è anche un romanzo di avventura. Purtroppo di rado apprezziamo la suspense, forse perché siamo abituati a vedere le parole del libro sacro attraverso un velo di riverenza. Per questo è utile leggere Davide di Gerusalemme. È come se il romanzo biblico fosse una gamba ingessata e costretta all’immobilità: tolto il gesso, riscopriamo il movimento plastico e dinamico della pura narrazione.

 

Al di là degli episodi più noti, mi colpisce la prima parte del percorso di Davide: in esilio tra deserti, boschi e caverne, la sua figura è quella di un rivoluzionario. In effetti la Bibbia dice che Davide diventò il capo di «quanti erano nei guai, quelli che avevano debiti e tutti gli scontenti» (1Sam 22,2) e che poi «andò a dimorare nel deserto in luoghi impervi, in zona montuosa, nel deserto di Zif» (1Sam 23,14). De Wohl coglie lo spunto con la maestria di un vero affabulatore, precisando che Davide conosceva bene il deserto e che «sapeva dove trovare le sorgenti e il riparo di una grotta». È proprio da questo deserto, che si trova nell’estremità meridionale di Giuda, vicino al Mar Morto, che Davide comincerà la sua ascesa al regno, fatta di agguati, battaglie, scene madri, colpi di scena, duelli, momenti di tensione narrativa.

 

Il miracolo accade quando, leggendo, ci dimentichiamo di avere già sentito queste storie. Ecco Davide e Abisài che strisciano fra le sentinelle addormentate, penetrano nella tenda del re Saul, che ha giurato la morte di Davide. Il grande Saul dorme, è vulnerabile… è perduto. «Ora gli trapasso il cuore con la sua stessa lancia», esclama Abisài. Ma Davide gli trattiene il polso. «Mai», dice fra i denti. E Abisài non comprende: «Ma… allora perché siamo qui?». Davide non parla, agisce: sa che un nemico risparmiato vale più di un nemico ucciso e che la forza maggiore è quella che non esercita il suo potere. I due prendono la lancia e di soppiatto escono dall’accampamento. Sapevo già come finiva questo episodio eppure, nel momento in cui l’ho riletto, per un attimo anch’io come Abisài mi sono chiesto: ma che fa, ma che vuole questo Davide?

(...) clonline