domenica 11 ottobre 2026

DOSSIER MAFIA APPALTI | L’ordinanza che riscrive la storia dell’antimafia palermitana

 



 Sono tempi bui per la giustizia italiana. Ma forse più bui di quanto pensassimo. Il cittadino comune, poco avvezzo alle aule giudiziarie, non può che essere disorientato dalla cronaca giudiziaria di questo periodo. La giustizia, oltre che risultare estremamente lenta, si sta palesando quanto mai fallace: il vaso di Pandora che il caso Garlasco sta scoperchiando sta oramai superando la fantasia del più ardito sceneggiatore di serie americane.

In tutta sincerità, sta diventando sempre più difficile per un professore universitario di procedura penale trasferire ai propri studenti la fiducia verso il sistema giudiziario, nonostante già da tempo si sia, almeno personalmente, abiurato ai princìpi della certezza del diritto e della funzione di nomofilattica della giurisprudenza di legittimità.

Se pertanto una coltre di nebbia e sfiducia incombe sulla dea bendata, la lettura dell’ordinanza di archiviazione pronunciata dal gip di Caltanissetta sulla pista mafia-appalti come movente della strage di via D’Amelio produce un effetto di sgomento difficilmente esternabile.

Il giudice Santi Bologna ritrae un quadro della magistratura palermitana francamente da brividi. In primo luogo, ha affermato a chiare lettere che chi sostiene che la gestione del dossier mafia-appalti sia stata “ineccepibile fin dalle sue origini” propone una tesi “totalmente priva di fondamento”.

Secondo il Gip, infatti, quando Falcone e Borsellino potevano ancora usare quel materiale, tutto il contesto che li circondava si è adoperato per remare loro contro, avvolgendoli in una palude capace di risucchiarli senza scampo. Solo dopo la loro morte, e grazie allo scoppio di Mani pulite, al crollo degli equilibri politici, al suicidio di Raul Gardini, si smossero le acque.

Occorre quindi capire, scrive sempre il Gip, in che contesto Falcone e Borsellino hanno provato, invano, a fare da apripista. Ebbene, le parole vergate dal giudice sono come pietra; egli scrive infatti di un “clima ostile ed emarginante, (…) contraddistinto dalla distanza siderale esistente tra la loro capacità professionale e quella di tanti altri magistrati a loro coevi”.

Per carità, questa distanza era stata già espressa con forza dallo stesso Borsellino a poche settimane dalla strage di Capaci nel famoso intervento alla biblioteca comunale di Palermo; ma leggere in termini così espliciti del divario tra il modo con cui Cosa nostra percepiva l’operato degli altri magistrati, fra cui l’ex procuratore Giammanco ma anche il magistrato a lui più vicino e cioè Giuseppe Pignatone, rispetto all’atteggiamento rigoroso avuto nei confronti di detto ambiente prima da parte di Falcone e successivamente di Borsellino, fa francamente rabbrividire.

Ancor di più se ciò viene condito dalla sottolineatura delle gravi bugie di numerosi ex colleghi che hanno negli anni raccontato diverse false circostanze, tanto da spingere il Gip a scrivere di “contributi dichiarativi del tutto mendaci”.

L’ordinanza cita poi ad esempio la vicenda Gladio, ricordando come Falcone ritenesse utile, per non dire importantissimo, aprire un’approfondita indagine per le possibili interessenze su alcune delicatissime indagini in corso, mentre il procuratore capo Giammanco cercò in tutti i modi di mettergli i bastoni fra le ruote, e quando non riuscì a evitare che si procedesse all’acquisizione di atti, gli affiancò Pignatone, circostanza che spinse Falcone a confidare al cognato come fosse convinto che il giovane collega avesse il compito di marcarlo e controllarlo. L’ordinanza arriva così a bollare come infondate le affermazioni di Pignatone sentito a verbale nell’ambito di questa inchiesta.

Del procuratore Giammanco era ben nota una certa ambiguità, ma Pignatone ha rappresentato a lungo un simbolo dell’antimafia, diventando il procuratore capo di Roma e assumendo ruoli di prestigio anche dopo il suo pensionamento.

Anche la stagione di Caselli subisce una dolorosa ridefinizione se il suo principale collaboratore, ovvero il dott. Lo Forte, a sua volta viene appellato come un testimone che ha mentito.

(…)

Insomma, nelle 644 pagine con le quali il giudice di Caltanissetta Santi Bologna cristallizza la storia del dossier mafia-appalti, parlando di gestione scellerata da parte di tutti i pubblici ministeri coinvolti e con Borsellino “volutamente” tenuto all’oscuro dell’archiviazione, si riscrive una parte importante della storia italiana della lotta alla mafia, da cui escono a pezzi tutti i protagonisti che ruotavano intorno ai due magistrati uccisi e che a vario titolo hanno cercato di raccoglierne l’eredità.

Da questo procedimento, giova chiarirlo, non nasce alcuna accusa penale. Il Gip lo scrive con chiarezza, specificando tuttavia che le anomalie riferibili a Lo Forte, Pignatone, Natoli e Scarpinato “non sempre riescono a collocarsi ‘solamente’ nell’alveo di comportamenti negligenti o imperiti”, aggiungendo una chiosa assai illuminante: “le uniche audizioni davvero attendibili” sono quelle del luglio 1992 perché le uniche a non risultare ancora contaminate “dal tossico diffondersi, negli anni successivi, anche tra magistrati, di tesi precostituite”.

Il punto critico, anzi, il punto doloroso è come tali magistrati vengano, seppure con sfumature diverse, adontati come qualcosa di simile ai responsabili morali delle stragi, aprendo pertanto a una sorta di revisionismo della storia dell’antimafia palermitana che certo spetterà all’analisi storica verificare, ma che nell’immediato fa calare una tetra nebbia sui protagonisti di quegli anni.

(…)

È allora quanto mai triste che, oltre a dover prendere atto di come il nostro sistema giudiziario possa avvitarsi su se stesso nella ricerca della verità a distanza di vent’anni fra testi omessi e false prove, si debba prendere anche coscienza che nessuno dei più o meno giovani magistrati che all’epoca raccolsero l’eredità dei due eroi caduti nel nefasto 1992, non si siano poi dimostrati alla loro altezza.

Eppure, su quelle morti la magistratura ha costruito la propria supremazia morale. Che essa oggi scricchioli sempre di più, non è una buona notizia per la nostra democrazia.

 Antonio Pagliano Pubblicato 11 Ottobre 2026,

Articolo intero:  sussidiario.net