In tutta sincerità, sta
diventando sempre più difficile per un professore universitario di procedura
penale trasferire ai propri studenti la fiducia verso il sistema giudiziario,
nonostante già da tempo si sia, almeno personalmente, abiurato ai princìpi della
certezza del diritto e della funzione di nomofilattica della giurisprudenza di
legittimità.
Se pertanto una coltre di nebbia
e sfiducia incombe sulla dea bendata, la lettura dell’ordinanza di
archiviazione pronunciata dal gip di Caltanissetta sulla pista mafia-appalti
come movente della strage di via D’Amelio produce un effetto di sgomento difficilmente
esternabile.
Il giudice Santi Bologna ritrae
un quadro della magistratura palermitana francamente da brividi. In primo
luogo, ha affermato a chiare lettere che chi sostiene che la gestione del
dossier mafia-appalti sia stata “ineccepibile fin dalle sue origini” propone
una tesi “totalmente priva di fondamento”.
Secondo il Gip, infatti, quando
Falcone e Borsellino potevano ancora usare quel materiale, tutto il contesto
che li circondava si è adoperato per remare loro contro, avvolgendoli in una
palude capace di risucchiarli senza scampo. Solo dopo la loro morte, e grazie
allo scoppio di Mani pulite, al crollo degli equilibri politici, al suicidio di
Raul Gardini, si smossero le acque.
Occorre quindi capire, scrive
sempre il Gip, in che contesto Falcone e Borsellino hanno provato, invano, a
fare da apripista. Ebbene, le parole vergate dal giudice sono come pietra; egli
scrive infatti di un “clima ostile ed emarginante, (…) contraddistinto dalla
distanza siderale esistente tra la loro capacità professionale e quella di
tanti altri magistrati a loro coevi”.
Per carità, questa distanza era
stata già espressa con forza dallo stesso Borsellino a poche settimane dalla
strage di Capaci nel famoso intervento alla biblioteca comunale di Palermo; ma
leggere in termini così espliciti del divario tra il modo con cui Cosa nostra
percepiva l’operato degli altri magistrati, fra cui l’ex procuratore Giammanco
ma anche il magistrato a lui più vicino e cioè Giuseppe Pignatone, rispetto
all’atteggiamento rigoroso avuto nei confronti di detto ambiente prima da parte
di Falcone e successivamente di Borsellino, fa francamente rabbrividire.
Ancor di più se ciò viene condito
dalla sottolineatura delle gravi bugie di numerosi ex colleghi che hanno negli
anni raccontato diverse false circostanze, tanto da spingere il Gip a scrivere
di “contributi dichiarativi del tutto mendaci”.
L’ordinanza cita poi ad esempio
la vicenda Gladio, ricordando come Falcone ritenesse utile, per non dire
importantissimo, aprire un’approfondita indagine per le possibili interessenze
su alcune delicatissime indagini in corso, mentre il procuratore capo Giammanco
cercò in tutti i modi di mettergli i bastoni fra le ruote, e quando non riuscì
a evitare che si procedesse all’acquisizione di atti, gli affiancò Pignatone,
circostanza che spinse Falcone a confidare al cognato come fosse convinto che
il giovane collega avesse il compito di marcarlo e controllarlo. L’ordinanza
arriva così a bollare come infondate le affermazioni di Pignatone sentito a
verbale nell’ambito di questa inchiesta.
Del procuratore Giammanco era ben
nota una certa ambiguità, ma Pignatone ha rappresentato a lungo un simbolo
dell’antimafia, diventando il procuratore capo di Roma e assumendo ruoli di
prestigio anche dopo il suo pensionamento.
Anche la stagione di Caselli
subisce una dolorosa ridefinizione se il suo principale collaboratore, ovvero
il dott. Lo Forte, a sua volta viene appellato come un testimone che ha
mentito.
(…)
Insomma, nelle 644 pagine con le
quali il giudice di Caltanissetta Santi Bologna cristallizza la storia del
dossier mafia-appalti, parlando di gestione scellerata da parte di tutti i
pubblici ministeri coinvolti e con Borsellino “volutamente” tenuto all’oscuro
dell’archiviazione, si riscrive una parte importante della storia italiana
della lotta alla mafia, da cui escono a pezzi tutti i protagonisti che
ruotavano intorno ai due magistrati uccisi e che a vario titolo hanno cercato
di raccoglierne l’eredità.
Da questo procedimento, giova
chiarirlo, non nasce alcuna accusa penale. Il Gip lo scrive con chiarezza,
specificando tuttavia che le anomalie riferibili a Lo Forte, Pignatone, Natoli
e Scarpinato “non sempre riescono a collocarsi ‘solamente’ nell’alveo di
comportamenti negligenti o imperiti”, aggiungendo una chiosa assai illuminante:
“le uniche audizioni davvero attendibili” sono quelle del luglio 1992 perché le
uniche a non risultare ancora contaminate “dal tossico diffondersi, negli anni
successivi, anche tra magistrati, di tesi precostituite”.
Il punto critico, anzi, il punto
doloroso è come tali magistrati vengano, seppure con sfumature diverse,
adontati come qualcosa di simile ai responsabili morali delle stragi, aprendo
pertanto a una sorta di revisionismo della storia dell’antimafia palermitana
che certo spetterà all’analisi storica verificare, ma che nell’immediato fa
calare una tetra nebbia sui protagonisti di quegli anni.
(…)
È allora quanto mai triste che,
oltre a dover prendere atto di come il nostro sistema giudiziario possa
avvitarsi su se stesso nella ricerca della verità a distanza di vent’anni fra
testi omessi e false prove, si debba prendere anche coscienza che nessuno dei
più o meno giovani magistrati che all’epoca raccolsero l’eredità dei due eroi
caduti nel nefasto 1992, non si siano poi dimostrati alla loro altezza.
Eppure, su quelle morti la
magistratura ha costruito la propria supremazia morale. Che essa oggi
scricchioli sempre di più, non è una buona notizia per la nostra democrazia.
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