mercoledì 15 gennaio 2014

Mi percepivo una 'cosa' e mi sono scoperta una 'persona'





Chi sono io per valere un prezzo così alto? Sono stata pagata con il sangue di trecento frustate e con la pena di sei anni di carcere. La mia pace può forse costare quanto i tormenti di un uomo buono? Ero un’impiegata commerciale in una grande compagnia petrolifera ma il mio stipendio e la mia istruzione non erano sufficienti a comprarmi la dignità. Vivevo sottomessa a Dio, a mio padre e ai fratelli, al capoufficio. Non uscivo sola di casa, non guidavo, non potevo decidere nulla, non mostravo il mio volto. Vivevo come esiste una cosa. Ero una cosa.
Qualche mese fa un collega di lavoro ha cominciato a guardarmi con occhi diversi. Da principio pensavo che mi desiderasse come si vuole una donna ma poi ho capito che nel suo sguardo c’era qualcosa di più, la capacità di vedere in me una persona. Abbiamo cominciato a parlarci, non con la voce ché sarebbe stato uno scandalo, ma attraverso una chat, benché le nostre scrivanie fossero una di fronte all’altra. Ci scambiavamo parole con la tastiera e sguardi oltre il divisorio che ci separava.
La prima cosa che ho imparato è stata come ripulire la cache dopo ogni conversazione; la seconda, iniziare a pensare a me stessa come a qualcosa che ha un valore, un essere unico e irripetibile, che poteva essere amato e non solo avuto e usato. Non mi sono innamorata di lui, mi sono innamorata del suo sguardo su di me.
Nella chat che utilizzavamo non eravamo soli, c’erano molti altri suoi amici, uomini e donne che ho imparato a conoscere e nei quali ritrovavo lo stesso modo di trattarmi, persone alle quali potevo mostrare il mio vero volto, quello dell’anima, non quello che ero solita nascondere sotto il velo. Il desiderio di conoscere l’origine di quel modo di essere divenne pressante.
arabia-saudita-donne-velo-islamico-hÈ stato così che mi si è mostrato lo sguardo che sta prima di ogni altro sguardo, il volto che sta alla radice di ogni volto, gli occhi che soli possono guardare alla miseria dell’uomo senza averne schifo, l’amore che fa consistere ogni cosa.
La cosa che ero è diventata persona, il nulla che sono è divenuto prezioso. La vita ha trovato la pace di un senso. Non potevo continuare a vivere come prima e ho chiesto di diventare cristiana. Sono stata battezzata con l’acqua del dispenser in pausa pranzo.
Credevo, con questo passo, di essere arrivata al termine del mio cammino, di aver posato il primo piede in paradiso ma mi sbagliavo, è stato l’inizio di un inferno. La mia nuova vita non sopportava più di rimanere costretta nelle regole di prima. Avrei voluto buttare il velo, uscire da sola, frequentare i miei fratelli cristiani, vivere la mia fede alla luce del sole ma non potevo perché la mia famiglia mi avrebbe denunciata alla polizia religiosa e fatta arrestare. Non ero uscita dalla gabbia dell’islam per finire in una prigione di Khobar. Mi sembrava tutto una grande presa in giro: liberata per diventare prigioniera. Forse che il Signore Gesù mi aveva trovata con l’unico scopo di consegnarmi agli aguzzini? No, non poteva essere. L’unica mia speranza era di fuggire per sempre dall’Arabia Saudita.
Parlai a lungo con il mio collega di questo progetto e, alla fine, questi si risolse di aiutarmi. Trovò una famiglia in Libano disposta ad accogliermi, comprò il biglietto aereo, falsificò i miei documenti aggiungendo l’autorizzazione di mio padre a lasciare il paese, organizzò ogni cosa del dettaglio. Alla fine, con il cuore in gola, salii sul volo per Beirut. Lui rimase e fu arrestato; per aver organizzato la mia fuga, per aver falsificato i documenti fu condannato a trecento frustate e sei anni di carcere.
Ora vivo in Svezia, da sola, in un piccolo appartamento; faccio l’impiegata commerciale in un’azienda che esporta legno, vado al lavoro, torno a casa, sbrigo le faccende e il giorno dopo sono di nuovo in ufficio. Non porto più il velo e la domenica vado a Messa ma non passa giorno senza che mi domandi se questa mia vita valga la crocifissione del mio amico.
12 maggio 2013 – Il tribunale di Khobar (Arabia Saudita) ha condannato un cristiano libanese, residente in Arabia, a sei anni di carcere e 300 frustate per aver svolto una parte attiva nella conversione al cristianesimo di una donna saudita sua collega di lavoro. La donna, con l’aiuto di un altro collega, è poi fuggita prima in Libano e poi in Svezia per sottrarsi alla vendetta della famiglia. Il collega che l’ha aiutata è stato, a sua volta, condannato a 200 frustate e due anni di carcere.