«Caro don Giussani…». Un filo lungo duemila anni
Al New York Encounter, una mostra sul libro di don Luigi
Giussani Il tempo e il tempio e le lettere dei ragazzi di GS
25.03.2026
Valentina Frigerio
«Caro Padre Giussani, non ci siamo mai incontrati, ma volevo
farle sapere che la considero come un padre». «Caro don Gius, voglio solo
ringraziarla. Grazie per avermi introdotto in questa compagnia, piena di veri
amici». «Caro Padre Giussani, le scrivo chiamandola “caro”, anche se non l’ho
mai incontrata».
Decine di lettere, legate tra loro con un filo, sono appese
a una parete dell’ultima sala della mostra "Cry Out to Him Who Is
Now", sul libro di don Luigi Giussani Il tempo e il tempio, al New York
Encounter. Le hanno scritte alcuni ragazzi di GS di Atchison, Kansas – gli
stessi che spiegano la mostra ai visitatori. Chiunque passi è invitato a
lasciare la propria.
Sopra tutte spicca una frase: «Duemila anni sono bruciati
via da questa lettera». La disse Giussani dopo aver letto pubblicamente, agli
Esercizi spirituali del CLU di Rimini del 1994, la lettera di Andrea, un
ragazzo malato di Aids. Iniziava così: «Caro don Giussani, le scrivo
chiamandola “caro“ anche se non la conosco, non l’ho mai vista, né mai sentita
parlare». Un incipit rimasto impresso a molti. Andrea – morto due giorni dopo
averla scritta – ringraziava Giussani, pur senza conoscerlo, per avergli fatto
incontrare Cristo attraverso l’amico Ziba.
Di fianco alle lettere, un televisore riproduce il video di
“Riconoscere Cristo”, in cui Giussani legge quella lettera. Con le cuffie nelle
orecchie, il brusio del New York Encounter svanisce. Si ha la sensazione di
essere a Rimini, nel 1994, mentre il tempo si ferma.
«L’idea di questa sala finale della mostra nasce dal lavoro
di scuola di comunità fatto quest’anno con i ragazzi di GS su “Riconoscere
Cristo”», racconta Aaron Riches, insegnante di teologia e responsabile di GS ad
Atchison. «Abbiamo chiesto loro di scrivere rivolgendosi a Giussani, e lo hanno
fatto raccontando qualcosa di loro, di solito attorno a un semplice evento. In
tutte le lettere c’è la consapevolezza di una storia iniziata duemila anni fa
con Giovanni e Andrea, passata attraverso chi hanno incontrato, fino alla madre
di don Giussani, e poi da lui a loro. La mostra è come la sorgente di un
piccolo fiume che alla fine diventa una cascata immensa. È anche il cuore,
perché dice del metodo che nasce da Cristo presente».
E così capita che a New York, in quella stanza, ci si senta
a casa. È il tempio. «Il tempo e il tempio è un’esposizione dell'affermazione
radicale del cristianesimo: che Dio ha fatto la sua dimora nel grembo di una
vergine, e che da lì questo grande flusso – i credenti, la compagnia della
Chiesa – è la Sua dimora», spiega Sofia, curatrice della mostra insieme a
Irene, Aaron e Chie. «Cristo continua ad avere una casa, e così ne crea una
perché anche noi possiamo avere una vita nuova».
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