lunedì 12 ottobre 2026

PREMIO NOBEL LETTERATURA 2026 | Anne Carson, vivere nella “luce” delle nostre ferite


 

Il Premio Nobel per la letteratura 2026 va alla scrittrice canadese Anne Carson (1950). Secondo i critici il suo capolavoro è "Autobiografia del Rosso"

Con rigorosa puntualità e rispetto di una norma implicita, il Premio Nobel per la letteratura 2026 è andato a una scrittrice, in ossequio all’alternanza politicamente corretta uomo/donna da un po’ di tempo scolpita nelle cadenze dell’Accademia di Svezia. Quest’anno si tratta di Anne Carson, autrice canadese settantaseienne, nata a Toronto, poetessa, narratrice, traduttrice, saggista, autrice insomma a tutto tondo.

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Ma gli schemi finiscono qui, perché la scelta di premiare Carson è decisamente azzeccata e fuori schema. Cominciamo dalla sua formazione classica, che è robusta e ampia: docente di filologia greca e traduttrice assai competente di autori come Euripide, Eschilo, Sofocle e Saffo, ha però saputo rimanere libera dai cascami accademici: la letteratura antica è per lei autentica linfa sotterranea, che dà sostanza alla sua scrittura contemporanea.

Un’altra recente Nobel della letteratura, la coreana Han Kang, aveva attraversato i territori della classicità, soprattutto nel romanzo L’ora di greco: ma in lei si intravede in controluce l’affettazione, l’esibizione di una cultura che ritroviamo talvolta nella spocchia accademica. Nulla di tutto questo in Anne Carson.

Spesso i personaggi delle sue opere emergono proprio dal mondo del mito, della Grecia classica. In quello che i critici considerano il suo capolavoro, il romanzo in versi Autobiografia del Rosso, il mostro alato Gerione, quello che Ercole uccide per rubargli i buoi, torna nelle vesti di un insoddisfatto e sensibile adolescente di oggi, un omosessuale provvisto di grandi ali rosse, amante della fotografia, che compie il suo percorso di formazione innamorandosi di un giovane che, naturalmente, si chiama Eracle.

Una storia di struggimento e folgorazione, che indica come il mito possa essere per Carson vita concreta, che si riattualizza continuamente, contenendo in effetti archetipi della nostra anima tuttora correnti. “Vivere oltre la fine del proprio mito è una cosa pericolosa” ha affermato d’altronde l’autrice canadese. Insomma, le questioni fondamentali, le domande, le ferite che urgevano a Edipo o Saffo sono identiche a quelle che assillano noi moderni.

Il tema della sofferenza e del dolore sono frequentemente oggetto della riflessione poetica di Anne Carson: il loro mistero, l’apertura vertiginosa e l’abisso di senso a cui queste esperienze ci portano. “Una ferita rilascia una sua propria luce, dicono i chirurghi” afferma l’autrice, sempre ben fornita di ironia autenticamente British. E altrove, con grande lucidità e identica ironia: “Una delle qualità principali del dolore è che esige una spiegazione”.

È come se prediligesse una situazione sospesa, quella della speranza ancora viva, quando la domanda di senso ha già sprigionato tutta la sua drammaticità di fronte alle esperienze della vita, ma ancora la risposta tarda a venire: “Correre a perdifiato, ma non essere ancora arrivati, è di per sé delizioso, un momento sospeso di speranza viva”.

D’altronde, dirà altrove, “Eros sta nel mezzo”. Per “correre a perdifiato” non risparmia nessuna forma, nessuna disciplina: le sue opere rompono ogni schema di genere letterario, nello stesso libro la poesia sta di fianco al saggio accademico, a una canzone, un copione teatrale, una traduzione, un collage addirittura.

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Si può aprire il suo Era una nuvola, recentemente presentato da Crocetti come libro di poesia, e trovarvi anche testi brevi, aforismi, riflessioni e appunti che variano naturalmente dalla quotidianità al mito, tra l’ordinarietà odierna e la monumentalità del classico. I suoi libri rifiutano ogni sviluppo rettilineo e ordinato, sono piuttosto una commistione di immagini, pensieri, concetti attorno a temi che toccano la natura dell’essere umano, della storia e della morte, del linguaggio, del quale tra l’altro Carson afferma: “Il linguaggio è ciò che allevia il dolore di vivere con gli altri, il linguaggio è ciò che riapre le ferite”. Insomma una scrittrice non facile da leggere, per noi che amiamo i romanzi brevi, con trama lineare, contenuto chiaro e possibilmente non troppo profondo, lieto fine.

Occorre aggiungere che l’Italia non si è fatta trovare impreparata alla proclamazione del Premio Nobel della letteratura di quest’anno: oltre ai già citati Autobiografia del Rosso, edito dalla Nave di Teseo, e Era una nuvola, seguito per Crocetti (che ha in catalogo anche un altro strano libro di Carson, Il genere del suono, sul rapporto tra maschile e femminile nei suoni del mondo passando dai miti a Margaret Thatcher, da Gertrude Stein a Freud) da uno scrittore con le antenne come Davide Brullo, diverse altre opere sono disponibili in traduzione per il lettore italiano.

L’editore Donzelli ha appena annunciato la ristampa di Antropologia dell’acqua, una riflessione sulla natura liquida del linguaggio, sul suo arrestarsi e partire, restare e dissolversi, mentre le edizioni Utopia hanno in catalogo, nella collana curata da Antonella Anedda, Economia dell’imperduto e La norma sbagliata. Molto spesso le ardue traduzioni italiane di Anne Carson sono dell’ottimo Patrizio Ceccagnoli.

 

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Gianfranco Lauretano Pubblicato 9 Ottobre 2026,