venerdì 6 novembre 2015

Famiglie per l'accoglienza: 'Ospitare: perchè?'

MILANO

Otto sì di "ordinaria" accoglienza

di Maria Luisa Minelli
06/11/2015 - Una serata con le testimonianze di Famiglie per l'Accoglienza. Da Raffaella e Marco, che hanno preso con loro tanti stranieri, a Stefania e Paolo, che hanno adottato Michele, affetto da sindrome di Down. Ecco il loro racconto
«Non dimenticate l’ospitalità. Alcuni, praticandola, senza saperlo, hanno accolto degli angeli». Monsignor Francesco Braschi, Dottore della Biblioteca Ambrosiana di Milano, parte dalla citazione di san Paolo, nella Lettera agli ebrei, per rispondere alla domanda che dà titolo all’incontro "Ospitare, perché? Storie di (ordinaria) accoglienza", organizzato dall’associazione Famiglie per l’Accoglienza, giovedì 5 novembre.

Ma per capire meglio queste parole occorre fare un passo indietro, e osservare innanzitutto il tavolo dei relatori dell’auditorium della parrocchia di Santa Maria Nascente di Milano. Un banco "sovraffollato": ad occuparlo, da lato a lato, sono Marco, Raffaella, Paolo, Stefania, Roberto, Angela, Ercole e Adriana, quattro coppie provenienti da Milano e Provincia. Non tutti prendono la parola, ma ognuno vuole essere presente, raccontare, anche solo con gli occhi, quello che ha cambiato la sua vita.

Tarkoskij, l'infanzia di Ivan

L'INFANZIA DI IVAN

E Tarkoskij gridò: «Basta»

di Luca Marcora
06/11/2015 - Sul fronte a Est, durante il Secondo conflitto, si snoda la storia di un orfano unito ai sovietici nella lotta ai nazisti. Un film accusato di tradimento al realismo socialista. E che punge «come una puntura d'ago», nascondendo il segreto di una speranza
Durante la Seconda guerra mondiale il dodicenne Ivan (Burlyayev), la cui famiglia è stata sterminata dai nazisti, compie missioni esplorative per conto dell’esercito russo sul fronte con i tedeschi. Quando il comando decide di mandarlo alla scuola militare, gli viene affidato un ultimo incarico…

Alla sua uscita il primo lungometraggio di Andrej Tarkovskij suscita grandi polemiche, soprattutto in Italia. La critica comunista rimprovera al giovane regista russo di avere tradito il realismo socialista: dalle colonne de l’Unità, Ugo Casiraghi definisce l’opera un «poemetto» rimpolpato «con un linguaggio calligrafico, con preziosismi formali» (2 settembre 1962), ovvero quell’estetica piccolo-borghese che è l’esatto opposto di ciò che normalmente si dovrebbe produrre in Unione Sovietica. Sempre sul quotidiano del Pci, però, addirittura Jean-Paul Sartre scrive al direttore Mario Alicata una calorosa lettera in difesa del film, per il quale conia la definizione di «surrealismo socialista». «In mezzo alla gioia», scrive in un passaggio il filosofo francese «di una nazione che ha pagato duramente il diritto di proseguire la costruzione del socialismo, c’è - tra tanti altri - questo buco nero, una puntura d’ago irrimediabile: la morte di un bambino nell’odio e nella disperazione. Nulla, neppure il comunismo avvenire (questa la traduzione pubblicata su l’Unità, ndr) riscatterà questo» (9 ottobre 1962).

Svetlana Aleksievic: «Cerco il soggetto dell'anima»

FAMIGLIA Alle radice della Generazione

giovedì 5 novembre 2015

Kenia: amicizia e teatro nello slum

KENYA

Il teatro nella bidonville

di Riccardo Bonacina
05/11/2015 - In uno slum di Nairobi, da 15 anni c'è una scuola speciale. Dove, ora, i ragazzi vanno anche in scena. Grazie a una «cascata» di amicizia, che arriva da lontano. Viaggio nella Little Prince e nel laboratorio teatrale dedicato ad Emanuele Banterle
Bisognava sentirlo Anthony Maina, l’elegantissimo preside con la sua giacca bianca, raccontare la storia della Little Prince: la scuola primaria con 300 bambini, dai 4 ai 14 anni, che sorge «come un castello», ha scritto una delle piccole alunne, all’inizio del più grande slum di Nairobi e dell’Africa intera, Kibera. Qui vivono, dicono le agenzie internazionali misurando “a spanne”, almeno 800mila persone in condizioni inaccettabili, in tuguri di lamiera o fango, senza fogne, in mezzo ai rifiuti; e spesso i bambini dormono, in piedi o accovacciati, in un angolo dei pochi metri quadrati a disposizione per 8-10 persone.

Anthony racconta: iniziata nel 2000, come doposcuola, per sette bambini, è diventata «come un castello» nel 2005, e oggi ospita l’intero ciclo della scuola primaria. Snocciola orgogliosamente davanti ad una platea di genitori, ragazzi e ospiti importanti, tra cui l’ambasciatore italiano in Kenya, Mauro Massoni, fatti e numeri (come quello che segnala che in una delle zone più complicate del Paese c’è un tasso di abbandono dell’8%, contro il 35% del resto del Kenya), che si sviluppano intorno a due parole. Parole che nel racconto di Anthony sostengono e danno senso e direzione ai tanti passi fatti in quindici anni: amicizia e teatro.

mercoledì 4 novembre 2015

Sunniti e sciiti: l'origine dell'antica frattura

Sunniti e sciiti: le differenze e l'origine dell'antica frattura

Per disarmare il conflitto all'interno del mondo islamico occorre rinunciare all'identificazione tra sfera secolare e religiosa


I numeri non sono ancora certi. Le cifre ufficiali rilasciate dal regno saudita parlano di 769 morti, eppure report della stampa internazionale e i conti dei Paesi islamici che hanno riportato vittime gonfiano il tragico bilancio: oltre 2.100. A settembre, una ressa durante il pellegrinaggio islamico alla Mecca ha portato alla morte di centinaia di persone. L’Iran sarebbe il Paese più colpito: il governo di Teheran, nazione sciita, parla di oltre 450 morti accertati. La strage ha creato un’ulteriore frattura nella storica rivalità regionale tra sunniti e sciiti. Riyad, dove regna la casa dei Saud, monarchia sunnita, “deve assumersi le responsabilità per questo grave incidente porgendo scuse alla nazione islamica e alle sue famiglie in lutto, e agire come necessario”, ha detto la Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei. L’Iran è arrivato fino a richiedere una trasformazione nella gestione dell’Hajj, il pellegrinaggio rituale islamico, da parte delle autorità saudite. La storica rivalità regionale si declina oggi in conflitti indiretti in Yemen, dove l’Arabia Saudita porta avanti una campagna militare in favore delle forze del presidente Ali Abdullah Saleh contro i ribelli sciiti Houthi appoggiati dall’Iran. Anche nel conflitto in Siria e Iraq, Arabia Saudita e Iran si trovano su fronti opposti: Teheran sostiene da sempre il regime di Bashar al-Asad mentre Riyad appoggia militarmente e finanziariamente alcuni dei gruppi armati che combattono contro Damasco. Le tensioni e l’annosa rivalità tra sunniti e sciiti che oggi dà forma a tanta politica regionale in Medio Oriente hanno origini lontane nella storia dell’Islam. Chi sono dunque sunniti e sciiti e perché gli equilibri della regione passano spesso attraverso le loro difficili relazioni? Lo spieghiamo rispondendo ad alcune semplici domande che in questi mesi ci è capitato di ascoltare o leggere.

di Martino Diez

lunedì 2 novembre 2015

La festa di tutti i Santi

La radice della vocazione alla santità

Angelus di papa Francesco (Piazza San Pietro, domenica 1 novembre 2015)
02/11/2015
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e buona festa! Nella celebrazione di oggi, festa di Tutti i Santi, sentiamo particolarmente viva la realtà della comunione dei santi, la nostra grande famiglia, formata da tutti i membri della Chiesa, sia quanti siamo ancora pellegrini sulla terra, sia quelli – immensamente di più – che già l’hanno lasciata e sono andati al Cielo. Siamo tutti uniti, e questo si chiama “comunione dei santi”, cioè la comunità di tutti i battezzati.
Nella liturgia, il Libro dell’Apocalisse richiama una caratteristica essenziale dei santi e dice così: essi sono persone che appartengono totalmente a Dio. Li presenta come una moltitudine immensa di “eletti”, vestiti di bianco e segnati dal “sigillo di Dio” (cfr 7,2-4.9-14). Mediante quest’ultimo particolare, con linguaggio allegorico viene sottolineato che i santi appartengono a Dio in modo pieno ed esclusivo, sono sua proprietà. E che cosa significa portare il sigillo di Dio nella propria vita e nella propria persona? Ce lo dice ancora l’apostolo Giovanni: significa che in Gesù Cristo siamo diventati veramente figli di Dio (cfr 1 Gv 3,1-3).
Siamo consapevoli di questo grande dono? Tutti siamo figli di Dio! Ci ricordiamo che nel Battesimo abbiamo ricevuto il “sigillo” del nostro Padre celeste e siamo diventati suoi figli? Per dirlo in un modo semplice: portiamo il cognome di Dio, il nostro cognome è Dio, perché siamo figli di Dio. Qui sta la radice della vocazione alla santità! E i santi che oggi ricordiamo sono proprio coloro che hanno vissuto nella grazia del loro Battesimo, hanno conservato integro il “sigillo” comportandosi da figli di Dio, cercando di imitare Gesù; e ora hanno raggiunto la meta, perché finalmente “vedono Dio così come egli è” (continua a leggere sul sito della Santa Sede)