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mercoledì 26 marzo 2025
martedì 25 marzo 2025
GRATI A CRISTO: 50 ANNI DI SACERDOZIO DI DON CARRON
«Grati a Cristo»
Una messa al santuario della Madonna di Caravaggio nella
Bergamasca per celebrare i cinquant'anni di sacerdozio di don Julián Carrón e
il suo 75° compleanno
25.03.2025
Matteo Rigamonti
«Vi ringrazio tutti per essere venuti fin qua a ringraziare
insieme l’Unico per cui vale la pena vivere; non abbiamo altro di più
interessante da fare che testimoniarci a vicenda che cosa significa Cristo per
la nostra vita». Con queste parole, prima di recitare l’Angelus, don Julián
Carrón – dal 2005 al 2021 alla guida del movimento di Comunione e Liberazione
come Presidente della Fraternità – ha salutato le persone che si sono riunite
al Santuario di Santa Maria del Fonte a Caravaggio, nel pomeriggio di sabato 22
marzo, per la Messa celebrata in occasione del cinquantesimo anniversario della
sua ordinazione sacerdotale, ed è stato ricordato anche il recente compleanno
(75 anni festeggiati il 25 febbraio).
La messa per i 50 anni di sacerdozio di don Julián Carrón a
Caravaggio il 22 marzo 2025
Un migliaio le persone presenti, giunte principalmente dalla
Lombardia e raccolte nel piazzale antistante la chiesa, per salutare il
sacerdote spagnolo. «Grazia» è la parola con cui Carrón ha aperto l’omelia
(«spero che questo anniversario sia un’ulteriore occasione per renderci conto
della grazia che noi tutti abbiamo ricevuto») e con cui l’ha conclusa: «La
grazia immeritata che abbiamo ricevuto non ci è data soltanto per noi, ma per
tutti», in un momento in cui «tante persone sono alla ricerca di un significato,
di una speranza per la propria vita». L’unico che risponde, ha proseguito
Carrón, è Gesù, che dice: «Io non sono venuto per i sani, ma per gli ammalati,
per i bisognosi», per quelli che hanno «fame e sete». «Più Lo vediamo
accadere», ha concluso Carrón, «più cresce la gratitudine, quella che oggi
esprimiamo a Cristo».
(…)
https://www.clonline.org/it/attualita/articoli/carron-50-anniversario-
martedì 18 marzo 2025
DIFESA COMUNE, VIA MAESTRA PER COSTRUIRE UN'EUROPA POLITICA
LETTERA/ “Difesa comune, la via maestra per costruire
l’Europa politica”
La difesa europea è una tappa obbligata per realizzare
l'Europa dei fondatori. L’autore è stato presidente dell’assemblea parlamentare
della Nato
Paolo Alli Pubblicato 18 Marzo 2025
Caro direttore,
non riesco proprio a iscrivermi al club di chi dice che
“l’Europa deve svegliarsi”. Non ci riesco perché l’Europa siamo noi, non altri
sui quali riversare – quando fa comodo – responsabilità e colpe.
Il club ora dice che non si può fare la difesa europea se
non c’è una politica estera comune, ma che questa non può esserci perché non
c’è unità politica. Questa Europa sarebbe uno strano animale a più teste, dalle
braccia rattrappite, animato da spiriti individualisti e laicisti, che non può
pensare di difendere confini comuni se prima non si dà una identità. Allora
chiudiamola questa Europa, se è così è inutile.
Io penso, invece, che l’Europa siamo noi. Lo penso anche
perché negli ultimi anni ho avuto la fortuna e la grazia di incontrare la
figura di Alcide De Gasperi e poterne approfondire il pensiero e la
testimonianza. De Gasperi credette incondizionatamente nell’Europa quando
ancora ne esisteva solo un barlume. La Comunità Europea del Carbone e
dell’Acciaio era un progetto debolissimo, frutto della paura della guerra. De
Gasperi, che con Schuman e Adenauer aveva una visione lungimirante e profetica,
non si arrestò di fronte a questo.
Ai molti che mi chiedono cosa penserebbe se fosse vivo,
rispondo che certamente sarebbe dispiaciuto che il suo progetto non si sia
ancora completato, ma non potrebbe non apprezzare i molti passi avanti fatti.
De Gasperi continuerebbe a credere nell’Europa, oggi come allora.
A partire dal tema della difesa comune: De Gasperi non
diceva che per fare la CED sarebbero servite prima una unità politica o una
visione comune di politica estera, anzi sosteneva che la difesa comune fosse la
via maestra per costruire l’Europa politica. Infatti, se i popoli decidono di
difendere i medesimi confini, significa che considerano quello che c’è
all’interno come una cosa sola: la polis comune. Questo vale oggi come allora.
Il club al quale non mi iscrivo sostiene che in Europa non
esiste per nulla una visione politica comune: il mio personale punto di vista è
molto diverso, e si basa su almeno quattro esempi.
Il primo risale ormai a 23 anni fa. Ciò che ha sempre
limitato il progetto europeo è stato il timore della “cessione di sovranità”.
Ma come osserva acutamente Antonio Polito nel suo libro Il costruttore, De
Gasperi non pensava a una cessione di sovranità, ma “… aveva capito che
l’interesse nazionale si protegge meglio in un consesso di nazioni in cui la
sovranità è condivisa, e per questo moltiplicata”.
L’euro è un esempio chiaro: i Paesi che vi hanno aderito
hanno ceduto la propria sovranità monetaria, ma ne hanno ricevuto in cambio una
sovranità molto rafforzata. Senza l’euro, soltanto il marco avrebbe forse
potuto essere annoverato tra le valute di riserva, certamente non la lira, la
dracma o la peseta.
Negli ultimi anni abbiamo, poi, avuto tre “sveglie”, quelle
che gli americani chiamano wake-up calls: la pandemia, l’aggressione russa
all’Ucraina e ora l’avvento al potere negli Stati Uniti dello strano trio
Trump-Vance-Musk.
Alla pandemia, l’Unione Europea ha risposto facendo per la
prima volta debito comune con il Next Generation Fund, del quale il nostro
Paese ha abbondantemente beneficiato. Allora questo andava bene a tutti, anche
se non ricordo grandi parole di approvazione per il coraggio di Ursula von der
Leyen e delle vituperate istituzioni di Bruxelles.
Alla guerra russa l’UE ha risposto in modo unitario, non
cedendo al ricatto del gas con il quale Putin contava di dividere l’Europa,
anzi accettando di pagare un prezzo enorme in termini economici, perché il
sostegno al popolo ucraino era più importante.
La terza sveglia è vista ora da molti (da alcuni persino con
un certo sollievo) come quella che dovrebbe definitivamente distruggere il
fragile progetto europeo. La risposta, per ora, è stata immediata: in un mondo
ormai in guerra, e senza più la protezione americana, occorre che l’Europa si
riarmi per ripristinare quella deterrenza che ha garantito ottant’anni di pace
e che colpevolmente abbiamo lasciato cadere, fidandoci ingenuamente della buona
fede di Mosca.
Dunque, scelte dove la politica ha prevalso.
È ovvio che il progetto europeo vada completato, a partire
dall’eliminazione del principio di unanimità, perché in democrazia contano le
maggioranze: ma la percezione che l’Europa sappia fare scelte politicamente
impegnative, insieme alla sua potenza economica, la rende un soggetto che fa
molto più paura di quanto noi possiamo immaginare. È questa la vera ragione per
la quale i potenti del mondo vogliono distruggere l’Unione Europea,
spartendosene le spoglie.
Andare avanti sul progetto di riarmo dell’Europa è
fondamentale per fare un nuovo passo verso la completa unione politica, ed è
giusto usare il termine riarmo perché siamo di fronte a interlocutori che non
hanno mezze misure. De Gasperi, cattolico profondamente convinto e in odore di
beatificazione, scriveva: “Le alleanze difensive, e soprattutto gli armamenti
che ne sono la conseguenza, sono una dura necessità preliminare”. Forse anche
molti cattolici dovrebbero rileggere oggi queste righe.
Anziché continuare a indebolire il modello europeo,
spingendo l’opinione pubblica sempre più verso l’euro-scetticismo, dovremmo
difenderlo, perché, pur con tutti i suoi limiti e con buona pace del
vice-presidente americano Vance, esso poggia ancora su valori solidi.
(….)
https://www.ilsussidiario.net/news/lettera-difesa-comune-la-via-maestra-per-costruire-leuropa-politica/2813533/#:~:text=CRONACA-,LETTERA/%20%E2%80%9CDifesa%20comune%2C%20la%20via%20maestra%20per%20costruire%20l%E2%80%99Europa%20politica%E2%80%9D,Ma%20proprio%20per%20nulla.,-%E2%80%94%20%E2%80%94%20%E2%80%94%20%E2%80%94Ma
proprio per nulla.
lunedì 17 marzo 2025
Una strada realistica per la pace
Caro direttore,
mi spinge a scriverle la drammaticità del momento storico nel quale ci troviamo a vivere. I conflitti armati aumentano in molte parti del mondo, fin dentro all’Europa, dando l’impressione che stiano crollando quei pilastri su cui poggia la convivenza civile, lo sviluppo economico-sociale e quindi la possibilità di uno sguardo positivo sul nostro futuro. Istituzioni, governi, soggetti sociali e culturali di ogni ordine e tipo, purtroppo anche alcuni esponenti della Chiesa, appaiono talvolta smarriti e contradditori nei loro giudizi (e nel manifestarli). Lo scenario pone diversi interrogativi. Non sono un esperto di geopolitica, tuttavia in quanto europeo e in quanto cristiano, sento la responsabilità di dare un contributo di riflessione, frutto di un confronto interno al Movimento di cui faccio parte, in merito alla discussione in corso sulla difesa comune europea.
Al di là delle cifre che già oggi vengono spese dagli Stati dell’UE, una difesa veramente “comune” implicherebbe – come molti commentatori più autorevoli di me hanno già detto – una politica estera comune e quindi un soggetto politico unitario, cosa che l’UE non è. Dobbiamo infatti riconoscere che l’Europa come l’avevano immaginata De Gasperi e gli altri protagonisti di quella stagione politica – che nella difesa comune avevano intravisto il primo tassello di una vera unione federale – non si è realizzata. L’UE è invece l’esito di un compromesso senz’altro virtuoso sotto molti punti di vista, ma che ha dato origine a un ibrido politico obiettivamente fragile, fondato sui precetti dell’individualismo liberale che, nel tempo, hanno portato il progetto sempre più lontano dai valori condivisi dagli ispiratori dell’idea originaria. Del resto, l’Europa si è configurata nella storia come un insieme di popoli diversi, spesso in conflitto tra loro ma uniti da una cultura comune radicata nella tradizione greco-romana e giudaico-cristiana. Poi nella modernità ci si è illusi di poter prescindere dal fondamento trascendente di questa tradizione, perdendo così la sua forza unificante. In questo senso, nel cercare soluzioni adeguate anche al problema urgente della sicurezza, credo si debba considerare l’Unione Europea per quello che è chiamata a essere: un luogo di incontro, uno spazio di dialogo dentro e fra le nazioni, capace di includere tutti gli attori coinvolti nei diversi scenari, con il lavoro paziente e lungimirante della diplomazia. Gli ostacoli politici ed economici vanno anzitutto affrontati anche con il coraggio di trovare forme nuove, senza accontentarsi di scorciatoie di carattere militare che non risolvono i problemi, casomai li aggravano.
Il problema che l’Europa è chiamata ad affrontare oggi è fondamentalmente culturale: l’Unione deve decidere se essere fedele alla sua vocazione di luogo di incontro, di mediazione e quindi di costruzione della pace, promuovendo la centralità della persona e una cultura della sussidiarietà all’interno dei singoli Paesi, oppure contribuire all’atmosfera conflittuale che sembra prevalere su tutto. Per queste ragioni, la prospettiva di garantire la sicurezza comune mediante un investimento ingente in armamenti, a maggior ragione se affidato ai singoli Stati, mi pare davvero inadeguata, come peraltro ha sottolineato anche l’Arcivescovo di Mosca, monsignor Pezzi. E poiché il progetto politico europeo ha delle lacune a tutti evidenti, credo sia un errore pensare che il riarmo per far fronte a un aggressore pericoloso sia un buon modo per colmare il vuoto di identità che tutti percepiamo.
La condanna della Prima guerra mondiale come «inutile strage» da parte di Papa Benedetto XV assume nuovo valore a fronte delle potenzialità distruttrici delle armi di oggi. Papa Francesco non si stanca di ripetere che armarsi significa soltanto prepararsi alla guerra: mi auguro che questo monito sia tenuto presente da tutti i politici europei. Anni fa, don Giussani affermava: «La pace dipende dal fatto che l'uomo ammetta l'impossibilità di darsi la perfezione da se stesso, mentre indomabilmente riconosce il suo debito verso l'Essere» (la Repubblica, 24 dicembre 2000). Credo che anche oggi siano tanti, e non solo tra i cattolici, a condividere ciò che dice Giussani: solo la coscienza di non essere noi i padroni della storia può aprire uno spiraglio realistico e profondo alla vera pace.
Prof. Davide Prosperi, Presidente della Fraternità di CL
Da la Repubblica, 16 marzo 2025
giovedì 13 marzo 2025
martedì 11 marzo 2025
VESCOVO (OSTILE AL REGIME) ARRESTATO PER AVER CELEBRATO LA
SANTA MESSA DI INIZIO GIUBILEO: RIESPLODE IN CINA IL CASO ZHUMIN
Cina arresta vescovo Wenzhou per aver celebrato Messa/ Mons.
Zhumin non si trova: rifiutò adesione al regime
Nuove persecuzioni in Cina: il vescovo (sotterraneo) di
Wenzhou è stato arrestato per aver celebrato la Santa Messa di inizio Giubileo.
Ora è introvabile
Niccolò Magnani Pubblicato 10 Marzo 2025
Quando si ragiona sulla libertà di parola e sul diritto di
critica (sacrosanto), occorre sempre ricordarsi che in alcune parti del mondo,
come la Cina, un vescovo cattolico può venire arrestato per il solo fatto di
aver celebrato la Santa Messa. È il caso di mons. Pietro Shao Zhumin, attuale
vescovo “sotterraneo” di Wenzhou, città all’interno della maxi provincia dello
Zhejiang: non è la prima volta che il suo nome torna in auge, almeno qui in
Italia, visto che per il suo rifiuto di adeguarsi alla chiesa nazionale
controllata dal regime comunista di Xi Jinping è stato spesso arrestato e
perseguitato.
E così mentre sono passati appena pochi mesi dal rinnovo (di
4 anni) dell’accordo Cina-Vaticano sulla nomina dei vescovi, il problema delle
persecuzioni religiose è tutt’altro che vicino alla “scomparsa”: come ha
raccontato lo scorso 7 marzo 2025 l’agenzia di stampa AsiaNews, il vescovo
Zhumin, non allineato al regime di Xi, è stato improvvisamente arrestato con
l’accusa piuttosto insolita di cui sopra. Il 27 dicembre 2024 aveva celebrato
la Santa Messa di inizio Giubileo 2025, come avvenuto in migliaia di diocesi e
parrocchie sparse per il mondo: avevano partecipato circa 200 persone alla
celebrazione, non approvata da Pechino proprio per il timore che nelle omelie
il sacerdote potesse diffondere critiche e polemiche contro l’unica vera
religione presente in Cina, il comunismo “popolare”.
Dopo una prima comunicazione inviata al vescovo, in cui si
imponeva il pagamento di una multa dalla cifra abnorme di 200mila Yuan (circa
25mila euro), Shao Zhumin l’ha contestata pesantemente sottolineando che
l’attività della Chiesa non viola la legge: secondo Pechino invece la Messa di
inizio Giubileo viene valutata in palese «violazione dell’articolo 71 delle
Norme sugli Affari Religiosi», aggiungendo che la scelta fuori ordinamento del
prelato è da punire come un «crimine grave». Dopo qualche settimana di scontro
a distanza, venerdì scorso scatta l’arresto con il vescovo che viene prelevato
e al momento risulta irreperibile: contattati dalla stessa AsiaNews, i membri
dell’Ufficio della Sicurezza Nazionale si limitano a riferire che Shao è stato
portato in un posto segreto per garantire la “piena sicurezza del vescovo”.
NUOVO “INCIDENTE” DIPLOMATICO SULL’ASSE CINA-VATICANO: MONS.
ZHUMIN NON SI TROVA E LA LIBERTÀ RELIGIOSA È ANCORA UN MIRAGGIO
Al netto della perfida “ironia” di un regime illiberale come
quello cinese, sono i metodi usati in questi anni – non solo dunque con
l’arresto per aver celebrato la Santa Messa del Giubileo – a sconvolgere (o
almeno, così dovrebbe essere) l’opzione pubblica occidentale. Come raccontano
ancora le fonti dirette di AsiaNews – che coraggiosamente non da oggi
denunciano il trattamento subito da mons. Shao Zhumin e molti altri vescovi
“sotterranei” in Cina – da tempo il regime prova ad impedire l’accesso alle celebrazioni
per bambini e adolescenti, temendo che le loro giovani menti possano essere
“plagiate”.
Di recente però, nonostante l’Accordo Cina-Vaticano siglato,
l’Ufficio controllato da Pechino ha cambiato strategia, provando ad impedire
che chiunque possa celebrare messa a Wenzhou, oltre che fermare sul nascere
l’arrivo dei fedeli per le sacre funzioni. Anche se più volte “invitato” ad
accettare, il vescovo Shao Zhumin ha sempre rifiutato di aderire all’ideologico
organismo cattolico cinese e per questo la nomina di Benedetto XVI nel 2007
viene ritenuta non valida: la chiesa nazionale cinese ha nominato al suo posto
un altro sacerdote “patriottico”, continuando ad arrestare in questi anni il
vescovo “ribelle”, che pure permane fermo nella sua fede e obbedienza solo alla
Chiesa Cattolica di Roma.
L’ultimo atto pubblico del vescovo, ora arrestato e
purtroppo sparito in Cina, è stato lo scorso 25 febbraio con l’invio a tutta la
diocesi di un’intenzione particolare di preghiera per la salute di Papa
Francesco, ricoverato ormai da un mese all’ospedale Gemelli di Roma: la Santa
Messa, la preghiera del Rosario e l’intercessione a Dio e alla Madonna per la
piena guarigione. Ma tutte queste celebrazioni, in particolare quella per
l’inizio del Giubileo, vengono considerate dal regime di Xi come profondamente
«illegali», tanto da disporre un provvedimento abnorme rispetto a quanto
commesso.
(…)
https://www.ilsussidiario.net/news/cina-arresta-vescovo-wenzhou-per-aver-celebrato-messa-mons-zhumin-non-si-trova-rifiuto-adesione-al-regime/2810636/#:~:text=Quando%20si%20ragiona,arrestato%20e%20perseguitato.
il presidente ucraino Volodymyr Zelensky incontra a Jeddah i diplomatici sauditi (Ansa)
TRA UCRAINA E GAZA/ Fattore Arabia, ecco perché Trump ha mollato Kiev
In Arabia Saudita oggi si incontrano la delegazione ucraina
e quella americana. Ma quanto è importante l’Ucraina nella nuovo corso
trumpiano?
Leonardo Tirabassi Pubblicato 11 Marzo 2025
Fatti, simboli, interpretazioni, opinioni, scelte e
preferenze personali non sono la stessa merce. Non stanno sullo stesso piano.
Tanto più in guerra, quando a far da padrona è la propaganda, ma a contare sul
serio è la realtà.
Non è un lavoro facile analizzare qualcosa, perché il tifo,
cioè le passioni personali sostenute da fede a riprova di smentita, rendono
difficile qualsiasi interpretazione onesta. Tanto più quando sulla scena
internazionale si muovono personaggi politici, attori consumati, che hanno
fatto delle maschere la loro identità.
In Arabia Saudita, a Riyad, oggi si incontrano la
delegazione ucraina e quella americana
dopo il drammatico scontro tra Zelensky e Trump alla Casa Bianca
trasmesso in diretta su di un palcoscenico mondiale. Ecco, partiamo da qui,
dalla sede scelta degli incontri tra i protagonisti della guerra, russi,
ucraini e americani.
Se si vuole misurare tutta la differenza di peso e di
considerazione, per gli Stati Uniti, tra i due conflitti maggiori oggi in
corso, non si avrebbe dimostrazione più lampante. L’Arabia è assieme ad Israele
e quindi al Medio Oriente il centro delle attenzioni di Washington. Riyad è la
chiave di volta per lo sviluppo di una possibile pacificazione del conflitto
israelo-palestinese. L’Arabia è al centro degli Accordi di Abramo, che devono
ricominciare il più presto possibile.
È lo snodo fondamentale per lo sviluppo economico del grande
Medio Oriente, terra di mezzo tra l’India e l’Europa, il luogo simbolico e
reale per mettere con le spalle al muro l’Iran degli Ayatollah con la loro
bomba atomica in costruzione e rendere le cose difficili alla Cina. Ma trovando
un posto al tavolo da gioco anche a Putin. Questa è l’offerta.
Agli Stati Uniti oggi poco importa dell’Ucraina: è una
faccenda russo-europea, non mette a rischio nessun loro posizionamento
strategico. Kiev non è nella sfera d’influenza americana. Quello che gli Usa
volevano se lo sono già preso. Russia ed Europa sono in difficoltà economica e
politica, Svezia e Finlandia sono nella Nato.
Adesso viene la partita difficile e d’importanza strategica
per gli Usa. La Russia è ridotta a cliente di Pechino, costretta a svendere il
petrolio e il gas e quant’altro alla Cina, ma anche all’India; soffre di una
guerra sanguinosa, lunga e che costa comunque troppo, che le impedisce di
pensare ad altro, ad esempio a come muoversi nel Mediterraneo, a come far
decollare la sua economia ormai di guerra.
In un’epoca di incertezza, dove l’economia è diventata (ma
quando mai ha smesso di esserlo?) arma di guerra, le rotte, le vie di
comunicazione da dove passano gli approvvigionamenti sono diventati un
obiettivo primario.
Lo sapeva Roma, lo sapevano nel Medio Evo e Braudel ha
scritto pagine memorabili sulle vie che dall’estremo Nord, dal Mar Baltico e
poi lungo il Don e il Dniepr, arrivavano al Mar Nero, al Caspio, a
Costantinopoli e poi fino a Bagdad.
E quindi al Mediterraneo, per ricollegarsi, in direzione
dell’Estremo oriente, alle tante vie della Seta. Adesso non è certo un caso che
lo scontro tra Israele e Hamas vede il coinvolgimento degli Houthi yemeniti.
La geografia e l’economia, se non tutto, dicono molto delle
guerre. Se non spiegano certo i comportamenti dei protagonisti, per cui entrano
in gioco fattori quali la storia, l’identità, la memoria, l’odio, molto ci
dicono sulle azioni di chi può (o crede di poter) permettersi il lusso di
scegliere da quale parte stare. In questo caso abbiamo un incrocio e scontro di
interessi pauroso.
Ecco la cinese “Belt and Road Initiative” (BRI), il
corridoio con capofila gli USA “India-Middle East-Europe Economic Corridor”
(IMEC), il russo “International North-South Transport Corridor” (INSTC), ed il
turco “Trans-Caspian International Transport Route” (TITR).
Progetti dai costi esorbitanti e durata decennale, che
necessitano della collaborazione internazionale e della sicurezza delle zone
attraversate. E tutti progetti non neutrali. Infatti su di essi si giocano
alleanze e inimicizie come nelle guerre. Anzi sono essi stessi strumento di
guerra. Impedire alla Cina il passaggio dall’Iran vuol dire costringerla a
passare dal mare o spingerla a nord, comunque costringerla ad allungare il
percorso per le sue merci.
Mentre il corridoio indoeuropeo aggira l’Iran, esclude la
Cina, e trasforma Israele ed Haifa in un hub fondamentale per tutto il Medio
oriente, per il Golfo e l’Arabia. Ma se la rotta iraniana si chiude, se il
Caucaso diventa invalicabile, per la Russia significa che dal mar Baltico
all’India l’unica rotta possibile è via mare attraverso Gibilterra!
https://www.ilsussidiario.net/news/tra-ucraina-e-gaza-fattore-arabia-ecco-perche-trump-ha-mollato-kiev/2810808/#:~:text=UCRAINA-,TRA%20UCRAINA%20E%20GAZA/%20Fattore%20Arabia%2C%20ecco%20perch%C3%A9%20Trump%20ha%20mollato,molte%20le%20carte%20che%20gli%20Stati%20Uniti%20hanno%20in%20mano.%20Poi,-%2C%20%C3%A8%20vero%20rimangono




