mercoledì 31 dicembre 2025

Cile. «Quando Dio può donarsi»

 


Cile. «Quando Dio può donarsi»

Una visita in carcere e l'incontro con alcuni detenuti che gli chiedono la confessione e di celebrare la messa per Natale. «Dio guarda così il nostro male. È attratto dal nostro niente, perché sa che è l’occasione per far risplendere la sua luce». La lettera di don Lorenzo

 

29.12.2025

La settimana scorsa sono andato in carcere a trovare il papà di uno dei ragazzi della nostra parrocchia. Entrare in carcere, camminare in quei corridoi, vedere i volti dei detenuti segnati dal peso del male, è sempre un’esperienza difficile: avevo la sensazione di essere entrato all’inferno.

Mentre mi dirigevo verso il modulo dove mi aspettava il mio amico, erano in tanti a fermarmi per chiedere una benedizione o semplicemente per presentarsi. Non sono mancati alcuni sfottò o battute irriverenti. Dopo circa mezz’ora passata assieme al mio amico, viene a prendermi una volontaria del carcere, una donna sulla settantina che da ormai più di 20 anni, due volte alla settimana, visita i detenuti. Mi racconta che all’interno del carcere c’è una cappella, ma che da molti mesi nessuno vi celebra più la Messa. Mi chiede se sono disponibile: «Tra poco, padre, è Natale, abbiamo bisogno della Messa almeno a Natale!». Subito le offro la mia disponibilità. Lei ha tutto l’occorrente. Inizia così un passa parola tra i vari moduli riguardo l’imminente celebrazione.

(...)

La cappella è umilissima, ma si capisce che è un posto sacro. Tutti la rispettano. In poco tempo si presentano una decina di uomini: il più giovane, sulla ventina, si chiama Mauricio, è accompagnato da suo padre, anche lui detenuto. Poi arriva Gianpier, una montagna di muscoli con la faccia e lo sguardo da bambino. Alexander non ha un occhio. Osvaldo è evidentemente ritardato. E così via. In poco tempo ho davanti a me i fedeli pronti per la Messa. Mentre prepariamo l’altare uno di loro mi si avvicina: «Padre, non ce la faccio più. Quando sono solo penso a ciò che ho fatto e sto male». Lo invito a sedersi. Lo ascolto e a poco a poco il suo racconto si muta in una confessione. Lo lascio parlare e inizio a farmi il segno della croce. Lui fa lo stesso. Alla fine, gli chiedo se vuole che Dio cancelli i suoi peccati. Mi dice di sì tra le lacrime. Recitiamo insieme il Kyrie, gli do la penitenza e l’assoluzione. «Adesso sei un uomo nuovo». Mi abbraccia tra le lacrime e ritorna leggero e contento a sedersi tra gli altri. Alzo lo sguardo e vedo una decina di occhi sgranati che mi fissano. L’impasse dura poco: «Anch’io padre!». «Anch’io!». «Anch’io». «Allora - dico - chi vuole confessarsi si metta in fila!». E così, prima della Messa, altri quattro detenuti si sono confessati per la prima volta dal giorno del loro battesimo. E che confessioni! Quanta più materia, tanta più grazia. Quanto più inferno, tanto più paradiso. Quanta più oscurità, tanta più luce.

Al ritorno, passando di nuovo per gli stessi corridoi, il carcere era diverso, quasi attraente direi. Ho capito che Dio guarda così il nostro male. Lui è attratto dal nostro niente, perché sa che è l’occasione per potersi donare e far risplendere la sua luce. Per questo ha scelto una stalla. Per questo ha scelto noi.

 

Buon Natale a tutti.

 

Don Lorenzo, Santiago del Cile


giovedì 18 dicembre 2025

Praga. La fine e il nuovo inizio


 

Praga. La fine e il nuovo inizio

Petr e Jan a Pasqua riceveranno Battesimo, Prima Comunione e Cresima: «Un percorso che si chiude apre a un’esistenza completamente diversa»

 

È un misto di desiderio, fede e speranza, un amalgama impossibile da scindere l’attesa di Petr e Jan, 37 e 48 anni. Il giorno di Pasqua del 2026 riceveranno il Battesimo, la Prima Comunione e la Cresima a Praga dopo un percorso di catecumenato di due anni.

La famiglia atea, un’infanzia e un’adolescenza con la percezione di «qualcosa che stava sopra di me», poi il Covid e l’insonnia a causa della malattia: sono i passi che preparano Petr all’incontro con Cristo, fino ad allora pressoché sconosciuto. «Di notte ascoltavo audiolibri gratuiti, tra le proposte c’era la Bibbia commentata da alcuni teologi. Da quelle parole per la prima volta intuii che Gesù era parte cruciale della salvezza, era la porta e io desideravo incontrarlo».

I genitori cristiani, qualche puntata come chierichetto e il fascino per Dio, «in cui ho sempre creduto»: riassume così Jan, in poche parole, la sua storia di fede. A 21 anni, l’incontro con una ragazza che decide di sposare: «Entrambi volevamo celebrare il matrimonio in chiesa, avevo già parlato con un sacerdote per ricevere il Battesimo, poi insorsero dei problemi che ci portarono a separarci». Per anni si sentì perseguitato dall’ombra di quella «sconfitta», come la considerava all’epoca. Accantonò l’idea dei sacramenti, poi qualcosa dentro ricominciò a muoversi, «non so bene dire cosa», e il desiderio si riaccese in lui. «Da quando ho preso questa decisione sento che la scelta prende tutta la mia vita, come fosse una strada nuova su cui camminare».

In Europa la laicissima Repubblica Ceca da decenni è l’ultima nazione per numero di abitanti che si professano cristiani. L’etichetta di Paese più ateo del continente è il frutto di quarant’anni di persecuzione comunista contro la Chiesa, che ha lasciato ferite profonde nella coscienza comune. Nel rapporto sul cambiamento del panorama religioso globale dal 2010 al 2020 del Pew Research Center, pubblicato a giugno 2025, la Cechia contava appena il 26,4% di cristiani, unico Stato europeo insieme ai Paesi Bassi la cui maggioranza si professa “non affiliata ad alcuna religione”. «Ma le nostre chiese non sono soltanto luogo di visita per turisti, le cose stanno cambiando. In molti chiedono di ricevere i sacramenti in età adulta, si respira un grande desiderio di fede», tiene a sottolineare Jan. Lo testimoniano oltre mille adulti che ogni anno chiedono di essere battezzati.

A tenere gli incontri settimanali ai due catecumeni è don Marco Basile, sacerdote della Fraternità San Carlo che da 16 anni presta servizio a Praga. Attualmente, sta preparando un gruppo di tredici persone. «Mi capita spesso di incontrare uomini e donne che bussano alla porta della parrocchia senza avere un’idea precisa di Dio. Molti arrivano qui semplicemente perché la chiesa è molto visibile nel centro cittadino e non conoscono nessuno a cui rivolgersi», spiega il sacerdote. «Ma in pochissimi si aspettano di incontrare una comunità, cercano per lo più un “tramite” per raggiungere Dio. La mia missione è fare intuire loro la bellezza della vita della Chiesa, che non può essere solo un’esperienza vissuta individualmente».

(….)

Per Petr questo è molto chiaro: «È come se il Battesimo fosse la fine di un percorso, ma anche l’inizio di una nuova esistenza, ne vedo già i frutti nei semplici avvenimenti della mia quotidianità. Mia moglie quando le ho parlato della scelta mi ha stupito, mi ha supportato subito senza esitazione. Così come un caro amico con cui non avevo mai affrontato l’argomento: quando gli ho dato la notizia si è emozionato. “Anch’io credo in Dio”, ha esclamato». Anche per Jan è «la chiusura di un cerchio. Ma non è una scelta che compio solo per me, lo faccio anche per dare un segno ai miei due figli, agli amici, al mondo intero». E lo sguardo di entrambi guarda già al futuro. «Finalmente saremo un tutt’uno con la nostra comunità cristiana, la fine di un’attesa lunga un vita».


lunedì 15 dicembre 2025

«Solo merito della Grazia». Boom di Battesimi in Francia

 


Monsignor Catta. «Solo merito della Grazia»

Cosa spiega il boom di Battesimi in Francia? Il vicario generale dell’Arcidiocesi di Parigi, non ha dubbi: «Non possiamo attribuire il fenomeno al successo di qualche nostra strategia o delle nostre forze»

 

01.12.2025

Maria Acqua Simi

11 | Dicembre 2025

Negli ultimi anni la Francia, Paese simbolo della secolarizzazione europea, sta vivendo un fenomeno inatteso: l’aumento esponenziale del numero di adulti e adolescenti che chiedono il Battesimo. Secondo i dati della Conferenza episcopale francese, nel 2025 sono stati battezzati 17.788 adulti e giovani, il doppio rispetto a due anni fa. E un altro raddoppio è atteso per il prossimo anno. Una crescita che interroga e sorprende. Il percorso di conversione – che dura in media due anni – è stato documentato anche dal cinema. L’attore e comico Gad Elmaleh, ebreo marocchino naturalizzato francese, lo ha messo in scena nel film autobiografico Reste un peu (2022), dove racconta il suo incontro con il cristianesimo e la scelta di farsi battezzare. Anche il successo nelle sale del docu-film Sacré Coeur (2025) sulla devozione al Sacro Cuore della mistica francese santa Margherita Maria Alacoque conferma che questo risveglio della fede è ormai conclamato. Ma dietro i numeri e le immagini restano alcune domande. Come si trasmette la fede oggi? Chi sono questi catecumeni? Ne abbiamo parlato con monsignor Dominique Catta, vicario generale dell’Arcidiocesi di Parigi.

Chi sono i nuovi battezzati?

Quello che colpisce è la loro grande diversità. Molti sono adulti provenienti da altre culture e religioni, oppure che hanno riscoperto la fede cristiana dei loro nonni. Poi ci sono i giovani. Per loro oggi è più facile parlare pubblicamente della propria fede, anche grazie ai social che, da un lato, in qualche modo ti obbligano a dire chi sei e, dall’altro, permettono di informarsi e cercare in modo discreto. C’è una sete di senso che si manifesta in contesti quotidiani – a scuola, al lavoro, tra amici – e che trova terreno fertile in un dialogo più libero rispetto a vent’anni fa. Alla base, direi, c’è una grande prova esistenziale: la società francese si interroga su se stessa, sulle sue istituzioni politiche, sul significato del vivere insieme. C’è una grande solitudine nell’uomo di oggi. E in questo contesto, la ricerca di Dio torna a emergere con forza.

I social network stanno giocando un ruolo importante, quindi… 

Sì. I social costringono a una certa chiarezza di identità: spingono i giovani a dire chi sono, manifestando la propria fede pubblicamente. Allo stesso tempo, cresce anche il bisogno di discrezione. Molti vivono il loro cammino in silenzio, per custodire una libertà interiore e un silenzio indispensabili per un dialogo vero con Cristo. Credo che i giovani cattolici francesi stiano imparando a distinguere tra ciò che si può condividere pubblicamente e ciò che appartiene al mistero del rapporto personale con Dio. È una maturità nuova: testimoniare sì, ma senza esibizionismo.

La Chiesa francese come sta di fronte a tutto questo?

Il primo aspetto, e forse il più importante, è l’umiltà che la Chiesa cattolica di Francia conserva di fronte a quello che sta accadendo. Siamo stati molto provati dallo scandalo degli abusi, la pressione mediatica e istituzionale è stata molto forte, ma abbiamo scelto di starci di fronte con lealtà, attraverso l’ascolto e il dialogo. Questo cammino di verità è stato una testimonianza per la società. Oggi ci troviamo davanti a un fenomeno – il raddoppio dei Battesimi – che non possiamo attribuire al successo di qualche nostra strategia o delle nostre forze. È qualcosa che ci supera, che va oltre noi. Siamo stati sovrastati dal Covid, dallo scandalo degli abusi, e ora siamo superati da un imprevisto che non possiamo che spiegarci se non con la Grazia: il risveglio della fede.

Come vengono accompagnate le persone che chiedono il Battesimo?

In Francia il catecumenato dura dai 18 mesi ai due o tre anni circa. È un cammino lungo, ma sempre più pensato per inserire i neofiti nella vita della comunità. Non si tratta solo di prepararsi ai sacramenti con la catechesi individuale. In molte parrocchie di Parigi chi inizia il cammino viene fin da subito coinvolto nella vita comunitaria. A qualcuno viene chiesto di entrare nel coro, a qualcun altro di partecipare al gruppo biblico o a qualche servizio. Così il Battesimo non è un punto d’arrivo, ma l’espressione di una chiamata già vissuta con gli altri. I catecumeni non sono solo “accolti”, ma diventano un dono che trasforma la parrocchia stessa. Trovo commovente l’accoglienza che i nostri parrocchiani riservano ai nuovi arrivati: un segno di fraternità reale.

«La Chiesa francese guarda al fenomeno con stupore e gratitudine. Non abbiamo strumenti sociologici per spiegarlo. A noi ora il compito di capire come custodire questo dono inatteso»

Dopo i sacramenti queste persone rimangono? O c’è il rischio che la fiamma iniziale si affievolisca?

Alcuni – non tutti fortunatamente – faticano a mantenere nel tempo la frequenza alla Messa domenicale. Ma non significa che la loro fede venga meno. Quello che però mi pare interessante notare è che dopo il Concilio Vaticano II siamo passati da una fede che si trasmetteva fin da bambini a una pastorale catecumenale per adulti, dove la fede si nutre di preghiera, carità, ascolto della Parola. È una pedagogia che plasma la vita cristiana nel tempo, attraverso tappe, pellegrinaggi, momenti forti dell’anno liturgico. Un esempio? Abbiamo visto un aumento impressionante nel numero di soldati francesi che partecipano all’annuale pellegrinaggio a Lourdes per essere battezzati, tanto da dover pensare a più momenti perché era diventato impossibile accogliere tutti.

Anche le vocazioni religiose risentono di questa nuova fase del cristianesimo francese?

Forse è presto per dare numeri, ma le vocazioni religiose anche in età adulta sono in crescita: a Parigi un’antica chiesa dedicata a San Germano d’Auxerre, il vescovo che consacrò la giovanissima santa Genoveffa (patrona di Parigi che salvò la città dagli Unni, ndr), sarà dedicata proprio a chi ha questa intuizione vocazionale.

Questo risveglio della fede ha a che fare con la solitudine dell’uomo contemporaneo?

Sì, senza dubbio. L’individualismo e l’indebolimento della famiglia hanno lasciato un grande vuoto. Il Covid ha rivelato quanto le persone siano sole e assetate di legami veri, di comunità, di avere un luogo anche fisico dove trovarsi. Recentemente ci sono stati due eventi pubblici che hanno inciso su una certa percezione del cattolicesimo. Penso alle polemiche sulla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi, che molti cristiani hanno vissuto come provocatoria e che ha diviso dal punto di vista mediatico la popolazione. Poi però c’è stata la riapertura al pubblico di Notre-Dame a Parigi dopo il devastante incendio: è stata trasmessa in diretta dalla tv pubblica e ha offerto a tutta la Francia immagini splendide. Nessuna polemica, solo stupore per un luogo che tornava a essere aperto per tutti. È come se il Paese avesse riscoperto che è socialmente accettabile amare la bellezza della liturgia, i simboli cristiani, la preghiera. La bellezza della riapertura di Notre-Dame ha commosso tutti indistintamente, e questo è stato molto diverso dalle divisioni e polemiche suscitate dalla parata inaugurale delle Olimpiadi. Non era scontato, non in un Paese dove la conoscenza della Chiesa è spesso limitata.

(…) comunioneeliberazione.org

 

 


domenica 14 dicembre 2025

IGNACIO CARBAJOSA: "Conta le stelle"

 

“Conta le stelle”

Le lettere di Ignacio Carbajosa a uno studente universitario: nella Bibbia le risposte alle domande che abitano il cuore dei giovani.

Ignacio Carbajosa, professore ordinario di Antico Testamento all’Università ecclesiastica San Damaso di Madrid, ha avuto il privilegio di condividere la vita con tanti giovani, vivendo una profonda familiarità con le loro domande e inquietudini. In questo libro l’autore raccoglie le lettere che scriveva una volta a settimana a un giovane studente universitario, in cui commentava alcuni passi molto significativi dell’Antico Testamento intrecciandoli con le attese e i turbamenti del suo giovane amico.

L’epistolario raccoglie quarantun lettere, brevi e dirette, scritte per introdurre il ragazzo alla conoscenza delle Scritture, il racconto di come Dio è entrato nella storia, e radicare il suo presente nella storia della salvezza, iniziata con la vocazione di Abramo. Lettere scritte anche per noi che forse abbiamo già scartato la Bibbia come “luogo” in cui poter trovare delle risorse in assonanza con le domande che ci abitano e che svelano come è fatto il cuore dell’uomo in ogni tempo. E accendono il desiderio di incontrare oggi, nelle vicende delle nostre vite, lo sguardo di un Uomo, la cui attesa attraversa tutte le pagine della Bibbia.

sabato 13 dicembre 2025

Adriano Dell’Asta: Putin, Trump e la verità che non esiste


 

Adriano Dell’Asta: Putin, Trump e la verità che non esiste

12 dicembre 2025

Nuova propaganda

Conversazione con Adriano Dell’Asta a cura di Nicola Varcasia

 

È sempre più difficile parlare di Russia. Le parole sembrano inutili di fronte ai bombardamenti, ogni giorno più duri. D’altra parte, si sentono sempre più spesso dichiarazioni a dir poco sorprendenti di uomini politici o militari. In questa incertezza, colpisce lo stile di Papa Leone che, di ritorno dal viaggio in Turchia e Libano, ha parlato del possibile ruolo dell’Italia nella proposta di un piano di pace, arrivando a «suggerire che la Santa Sede possa anche incoraggiare questo tipo di mediazione». In questo mutevole contesto, nello scorso numero di PuntoCon Marco Dotti ha ragionato sulle ragioni “tecniche” delle posizioni  filo putiniane in Europa. Approfondiamo la questione con Adriano Dell’Asta, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e vice presidente di Russia Cristiana.

 

Da dove nasce una certa fascinazione per la propaganda putiniana oggi, in Italia?

Dovremmo chiederci, più in generale, il perché di questo fascino verso i potenti. C’è sì il mito di Putin che può risolvere le cose, ma è la stessa cosa per Trump. Le questioni sono intrecciate.

 Qual è il filo?

Viviamo in un mondo in cui le parole non hanno più lo stesso significato. Ciò che sta succedendo in Ucraina noi la chiamiamo, giustamente, una guerra. In Russia continua a chiamarsi, ostentatamente, operazione militare speciale. Le parole non corrispondono. Ma non è solo Putin, è soprattutto Trump ad aver sdoganato già da tempo l’idea che non esistono solo i fatti, ma anche i fatti alternativi.

 Le tecniche della propaganda sono più agguerrite?

Nel passato l’obiettivo era quello di essere creduti. Come nella pubblicità. Oggi alla propaganda interessa soprattutto convincere che la verità non esiste. Cioè, che non siamo tutti chiamati a rispondere a valori e principi comuni. Questo produce una profonda de-moralizzazione, nel senso di una mancanza di una morale.

 E allora va bene appoggiarsi al potente di turno.

Certo, indipendentemente che questi sia Trump, Putin o Xi Jinping. Questo fenomeno è molto pervasivo ed esime dalla fatica di pensare e di verificare. C’è sempre la risposta pronta di chi sa mettere le cose a posto. Di fronte a una notizia, non si sente più il bisogno di verificare: ci si fida, senza sapere se il testimone o la fonte siano autorevoli. Ci sono giornali che hanno messo sullo stesso piano un dispaccio della Tass e un discorso di Naval’nyj. Questo non è pluralismo, è solo incapacità di giudizio critico.

 Cosa resta oggi del messaggio di Aleksej Naval’nyj, il cui pensiero lei ha contribuito a far conoscere in Italia con il volume Io non ho paura, non abbiatene neanche voi (Morcelliana, 2024)?

C’è uno sguardo superficiale che, con la sua morte, porta a dire che non resta niente. Ma uno sguardo ancora minimamente attento alla realtà e alla verifica ci dice che resta tutto. «Io non ho paura, non abbiatene neanche voi» è una sua frase diretta: è la coscienza primaria del primo passo da compiere che, poi, implica le tante altre che ha detto e che restano.

 Quali?

Non avere paura consente anzitutto di rendersi conto che non servono grandi gesti. La grandezza della testimonianza di Naval’nyj è che, nell’eccezionalità della sua esperienza, esprime una serie di elementi essenziali che riguardano la vita di tutti. In questo senso è stato un grande personaggio, perché parla della vita. Ognuno può iniziare facendo poco, semplicemente muovendosi, senza violenza. È la grande eredità del dissenso dei Paesi dell’Est di cui anche noi ci siamo dimenticati nelle nostre democrazie spesso solo formali.

 Su cos’altro insisteva Naval’nyj?

Sulla possibilità di cambiare. Lui stesso è cambiato moltissimo, partendo da un nazionalismo anche piuttosto sguaiato. Ma, ancora una volta, questo riguarda anche noi, quando dimentichiamo che cosa siano l’Italia, l’Europa o la fede. Ma anche noi possiamo cambiare. A condizione di rendersi conto, questo era fondamentale per lui, che non siamo soli.

 Perché?

Un sistema totalitario, dittatoriale regge nella misura in cui convince i suoi sudditi che sono soli e quindi deboli. Naval’nyj insisteva su questo. Contava poco sapere in quanti si fosse, l’importante era proprio questo principio: «Non sei solo».

(…)

 Il mondo della dissidenza è attivo?

Saperlo fino in fondo è difficile perché non siamo in presenza di una informazione libera. Inoltre, la paura può essere vinta, ma c’è. La gente oggi non esce quasi più in piazza. Però ci sono dei segnali indiretti, quelli che Solženicyn chiamava il votare coi piedi. Tanta gente all’epoca seguiva chi fuggiva dall’Unione Sovietica e anche oggi in molti abbandonano la Russia.

Qualcuno dirà che sono in tanti anche coloro che abbandonano l’Ucraina…

Ma è ben diverso abbandonare un Paese perché è tutti i giorni sotto le bombe rispetto a uno in cui non si vedono prospettive di libertà.

 Tornando ai segnali?

Nonostante la repressione, esistono piccoli gruppi di persone che danno assistenza ai profughi, a chi cerca di sottrarsi alla leva e a chi viene arrestato. La prova provata che la dissidenza è il numero in aumento dei cosiddetti “agenti stranieri” che vengono perseguiti come traditori e spesso finiscono imprigionati. Ma dobbiamo ricordarci che il dissenso non è mai stato un movimento maggioritario. Anche negli “anni d’oro”, come nel 1968, quando otto persone protestarono nella Piazza Rossa contro l’invasione di Praga. Una minoranza minuscola ma – fecero notare gli osservatori non sovietici – capace di restituire in pochi secondi dignità a un intero Paese.

(…)

Dove si posiziona l’Europa?

Alla fine dell’800, Vladimir Solov’ëv, nella poesia Ex Oriente Lux descrive il grande sogno della Russia: portare la luce che viene dall’Oriente. Ma quale Oriente, chiede l’autore: quello di Serse o quello di Cristo? Questa domanda dobbiamo rivolgerla anche all’Occidente. Chiedendoci che cosa abbiamo da offrire in questo mondo. Tanto più in un momento come questo in cui la politica americana è ripiegata cinicamente sugli affari. L’Occidente è quello che ha inventato il diritto delle genti. Chi ricorda oggi che nel XVI secolo, momento del suo massimo fulgore politico, con l’Impero spagnolo vincente ovunque nel mondo, a Salamanca si elabora la prima Carta dei Diritti? Tradendola mille volte in seguito, certo. Ma l’elaborazione c’è stata.

 Quali sono le opzioni culturali per l’Occidente?

Essere quello della volontà di potenza o quello dei fondatori dell’Europa. O, se vogliamo, quello del grande dissenso, ad esempio cecoslovacco. Qualcuno sta fortunatamente riscoprendo Jan Patočka, con la sua definizione della cultura europea occidentale come spazio della vita interrogata.

 Cosa c’è in gioco?

In gioco c’è la possibilità di non illuderci di essere “a posto”. La storia non è finita, come è stato ingenuamente teorizzato, va interrogata continuamente. Il dissenso dell’Est lo ricordava chiaramente: non si tratta solo di “aiutare loro”, come rispondeva Havel a chi da Occidente gli chiedeva cosa si potesse fare ma, con uno spirito molto simile a quello di Naval’nyj, di capire cosa possiamo fare insieme. Il posizionamento dell’Europa si gioca in questa responsabilità condivisa.

Tornerà un dialogo tra Occidente e Oriente?

Ci dovrà essere dialogo. Non solo perché l’alternativa è la catastrofe, ma perché è nella natura dell’uomo. Papa Leone lo ha già ripetuto in diverse occasioni. Anche durante il suo primo viaggio in Turchia e Libano, per la celebrazione del Concilio di Nicea. Riprendere questi temi non è stato un esercizio devozionale, ma poter definire la possibilità della salvezza, cioè del dialogo tra Dio e l’uomo e, quindi, del dialogo degli uomini tra di loro. Un dialogo non fine a se stesso, ma svolto alla luce di una verità che nessuno di noi possiede ma che può rischiararci, al di là di qualsiasi propaganda.

 

 


venerdì 5 dicembre 2025

L'incombenza della Sua venuta Pagina Uno


 

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L'incombenza della Sua venuta

Pagina Uno

01.12.2006

Luigi Giussani

 

Appunti da una conversazione di Luigi Giussani in occasione del ritiro d’Avvento dei Memores Domini, 28 novembre 1971

La prima domenica di Avvento ci fa iniziare la nuova vita della Chiesa, un nuovo anno. Un anno ha una importanza grande nella vita, perché nella vita di anni ce ne sono ottanta, novanta (ottanta nel migliore dei casi e novanta se si è eccezionalmente fortunati1). Di questi ottanta o novanta, quindici, se non venti, sono persi inutilmente, o pressappoco, sono incoscienti (per chi ha incontrato la comunità cristiana, invece di venti facciamo diciassette!). Perciò, un anno ha una importanza grande nella vita. E anche se, da un certo punto di vista, può sembrare artificioso il dividere il tempo in questo modo, il dare importanza a questa divisione io credo che sia molto più intelligente che artificioso. La Chiesa aumenta di molto questa certezza, perché, con l’anno liturgico, seguendo - almeno per noi del mondo occidentale - i ritmi della natura e paragonando ai ritmi della natura i ritmi dell’esistenza cristiana (dell’esistenza cristiana come storia e dell’esistenza cristiana come persona), ritmando così il suo anno sui tempi della natura, che così immediatamente simboleggiano e segnano i tempi dell’esistenza personale e i tempi dell’esistenza storica, veramente la Chiesa fa un’opera pedagogica non indifferente.

Credo che sia molto importante, realmente, questo momento. È importante, una volta che lo si richiami, molto di più per l’avvenimento d’una coscienza in noi, d’una vigilanza in noi, che neanche per le parole che possiamo sentire su di esso. Qualche parola, però, può aiutare la nostra coscienza. Ma tutto il problema sta nella nostra coscienza.

1. L’incombenza della Sua venuta

La liturgia della prima domenica2 mi pare decisiva al riguardo. Dal libro del profeta Isaia, capitolo secondo, versetti 1-5: «Visione che ebbe Isaia, figlio di Amoz, su Giuda e su Gerusalemme [«visione», perciò intuizione del progetto divino, «su Giuda e su Gerusalemme», sul popolo che è stato scelto e sul suo insediamento, che, a differenza di ogni insediamento umano, ha un significato imperituro, perché l’insediamento del popolo di Dio costituisce il segno, il sacramento, dell’ultimo insediamento umano, che è il paradiso]. Avverrà che alla fine dei giorni si ergerà il monte del tempio del Signore sulla cima dei monti, si innalzerà sui colli; verso di esso affluiranno le genti. Verranno tanti popoli, dicendo: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci ammaestri sulle sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri”. Poiché da Sion uscirà la legge, e la parola del Signore da Gerusalemme. Egli giudicherà tra le genti e deciderà tra tanti popoli. Forgeranno le spade in vomeri, le lance in falci; un popolo non alzerà la spada contro un altro popolo, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore»3.

La prima parola che il testo di Isaia ci suggerisce è una parola che immediatamente deve determinare la coscienza della definitività. La coscienza della definitività è come la coscienza di noi stessi: è permanente. Potrebbe essere già un esame di coscienza o un contenuto di contrizione per la messa di oggi, per questa giornata e per il suo sacrificio. La coscienza della definitività deve accompagnarci come l’autocoscienza di noi stessi, come la coscienza di noi stessi, come un’autocoscienza. Infatti, l’autocoscienza è consapevolezza di qualche cosa di definitivo, perché il nostro io è definitivo. Ma ancora più definitivo è il significato del nostro io. E il significato del nostro io è Gesù Cristo e il Suo mistero; perciò la definitività riguarda la nostra adesione a Lui, la nostra adesione secondo la formula che Lui ha deciso per la nostra vita (perché non c’è un’altra formula; c’è soltanto, per aderirGli, la formula che Lui ha deciso per la nostra vita). La coscienza della definitività è come il sintomo più esatto della vera autocoscienza cristiana, dell’autocoscienza che ci fa percepire la vita come vocazione.

C’è una parola che immediatamente rende viva la coscienza della nostra definitività: senza questa parola, la definitività non è viva, può essere un automatismo già instaurato. Guardate, per favore, che non intendo fare osservazioni astratte: dico, rilevando la posizione di taluni tra voi, che la definitività è vissuta come un automatismo. Ed è tentazione di tutti noi, per tutti noi, il vivere la definitività come automatismo. Senza la parola che stiamo per dire, la definitività è automatismo. Perciò, come ogni automatismo, applicato alla vita cosciente, alla vita intelligente, alla vita della sensibilità, alla vita della libertà e della volontà, fa diventare rigidi. È una rigidezza che sembra non morderci la coscienza, quando non permette peccati mortali; ma è una tale rigidezza che non porta nessun segno di Cristo in giro per il mondo e tanto meno in «casa»4. Oppure, l’automatismo provoca una rigidezza che, in vario modo, ci rende farisei, vale a dire tende a fare del nostro atteggiamento il paradigma per gli altri: la misura della nostra esigenza, che diventa perciò pretesa, è la misura della bontà degli altri, del valore degli altri, della utilità della casa o della utilità dei rapporti. Oppure porta a un farisaismo che in fondo - di fronte alle nostre licenze, di fronte alle libertà che ci prendiamo e che scandalizzano la casa o che scandalizzano i rapporti o che ci isolano dai rapporti, ci rendono inutili, futili, vani, senza produttività nei rapporti - ci fa dire: «Beh, cosa c’è di male?», o: «Io, cosa ci devo fare; in fondo, cosa ci devo fare?»; che, se non è un modo per giustificarsi teorico, è un modo per giustificarsi di fronte a se stessi, quasi una scocciatura al pensiero che altri possano eccepire sul nostro comportamento.

È un automatismo che rende rigido tutto e senza gusto il vivere spirituale, senza nessun sàpere, senza nessun sapore, la vita del nostro spirito; oppure è un automatismo farisaico, che fa della nostra pretesa la misura della convivenza (quando abbiamo voglia di parlare, gli altri devono parlare, e quando abbiamo voglia di “tenerci” per noi, non devono pretendere niente; abbiamo il diritto di tacere e di parlare quando e come vogliamo, con stagnante in fondo all’animo quella caratteristica pretesa, quel senso di pretesa che, anche se non osiamo esplicitarcelo, gli altri sentono sensibilmente, come quando ci toccano dentro col gomito e ci vedono la faccia); oppure è il farisaismo che giustifica, se non teoricamente, almeno ad usum delphini, per noi stessi, il nostro comportamento. La nostra definitività scade inevitabilmente in tutto questo che ho detto - perché sto descrivendovi, sto descrivendoci -, senza la parola che il profeta Isaia, per primo, ci ha dettato. E la parola è che Cristo, la Sua venuta, è incombente: l’incombenza della Sua venuta.

Come gioca il vocabolario! Perché «incombenza» vuol dire due cose: vuol dire un dovere e vuol dire una cosa che ti sovrasta, imminente. Incombenza vuol dire dovere e vuol dire imminenza. Io voglio sottolineare anzitutto il secondo aspetto, perché il primo è evidente che ne deriva: una incombenza, una imminenza, se non è uguale a zero, diventa un dovere, suscita e impone un dovere.

L’imminenza della Sua venuta, l’incombenza della Sua venuta. «Fratelli - dice san Paolo nella Lettera ai Romani -, consapevoli del momento che volge, è tempo che vi destiate dal sonno ormai. Perché la salvezza ci è molto più vicina ora di quando siamo venuti alla fede. La notte è avanzata, il giorno è vicino»5, è tempo che vi destiate dal sonno. Dice il Vangelo di Matteo: «Come in quei giorni non si avvidero di nulla finché venne il diluvio e li distrusse tutti, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Vigilate, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà. Questo sappiate: se il padrone di casa conoscesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe rompere la casa. Anche voi perciò state pronti, perché nell’ora in cui non lo pensate, il Figlio dell’uomo verrà»6. È una incombenza, è una imminenza che ha come significato privilegiato, come significato supremo, quello letterale: l’incombenza e l’imminenza della morte; perché la morte è il Figlio dell’uomo che viene, secondo tutta quanta l’ampiezza del significato. Ma questo non sapere quando la morte viene, questo dovere di stare all’erta, questa fine dei giorni in cui il Signore «ergerà il monte del tempio suo», il fatto di non sapere il momento in cui il Signore viene, rende molto più chiaro, anzi, è l’unico modo per rendere la consapevolezza, la coscienza delle nostre azioni, tutta quanta protesa o determinata dal significato finale.

Ogni nostra azione, ogni momento è un passo verso il Signore che viene. Perciò ogni azione e ogni momento è il Signore che viene, esattamente come ogni azione, ogni momento può essere l’ultimo. Se la paura fosse dominata dal desiderio, se il timore fosse dominato dall’attesa! Questo è vivere l’imminenza del Signore che viene, questo è vivere l’incombenza di Cristo, della venuta di Cristo. Letteralmente ogni azione ha il suo significato nella venuta Sua, nel senso ristretto della parola, che è la morte.

(continua su comunioneeliberazione.org)


venerdì 28 novembre 2025

Il Rosario di un agnostico

 



Il Rosario di un agnostico

Il «significato prezioso» del volantino di CL nella lettera dello scienziato spagnolo Juan José Gómez Cadenas, fisico delle particelle e scrittore

 

01.11.2025

Juan José Gómez Cadenas

Fisico delle particelle e scrittore

 

Cari amici di CL,

la lettura del testo “La speranza della pace” mi ha particolarmente commosso per il significato, prezioso soprattutto nei tempi attuali, delle due proposte che presenta: preghiera e testimonianza.

Potrebbe sembrare scioccante che uno “scienziato agnostico” – se così si può definire – dia valore a un gesto apparentemente così “settario” e “inutile” come recitare il Rosario. La Palestina sanguina e i cristiani non hanno niente di meglio da fare che sgranare un Rosario recitando delle Ave Maria?

(….)

In questi giorni siamo testimoni di un enorme frastuono, un’esplosione di rumore e furia che emula metaforicamente le bombe che cadono su Gaza. Assistiamo a dichiarazioni, manifestazioni, boicottaggi, proteste e ogni tipo di azione, se non violenta, spesso al limite dell’isteria. È difficile sottrarsi all’impressione che coloro che tanto protestano e rivendicano stiano, in fondo, interpretando un ruolo in cui sono loro, e non coloro che soffrono a Gaza, i protagonisti.

(….)

Ci sarà chi sosterrà che la preghiera ha senso solo se crediamo che qualcuno ci ascolti. Io credo che non sia così. Per cominciare, il cristiano, quando prega, si basa su una speranza, una fede, una promessa, non su una certezza assoluta. E l’agnostico, a sua volta, ha l’opportunità di formulare quella preghiera per se stesso, per coloro che lo accompagnano, per coloro che soffrono, o per quello stesso Dio di cui non percepisce la presenza, tranne quando guarda negli occhi i suoi figli.

Un paio di anni fa, io e la mia famiglia abbiamo partecipato a una gita estiva organizzata da Javier Prades e altri amici, durante la quale siamo saliti fino al paradiso di un azzurro cielo pirenaico, mentre le nostre ginocchia scendevano all’inferno. Il cammino è iniziato con un’ora di silenzio, senza ordini precisi, ma con un chiaro suggerimento di preghiera, in quanto pregare è, soprattutto, guardare dentro di sé. Il giorno dopo abbiamo partecipato a una bella Messa all’aperto, che ha commosso me, mia moglie e mio figlio, che mi accompagnavano. Un rito, sì, una semplice (semplice?) ripetizione di gesti e parole, un uomo che alza le braccia al cielo tenendo in mano un pezzo di pane azzimo e pronuncia una formula magica. I miei amici cristiani ritengono che questo atto trasformi la sostanza del pane e del vino. Io non arrivo a tanto, ma la mia anima si sentiva più leggera alla fine della Messa.

Oggi, leggendo “La speranza della pace”, mi sono ricordato di quella mattina, di quel cielo azzurro e di quelle preghiere silenziose, e non posso fare a meno di offrire anche le mie affinché le sofferenze in Terra Santa finiscano il prima possibile.

Tempo fa, Javier Prades mi ha chiesto di recitare un’Ave Maria per aiutare sua madre a riprendersi da un grave intervento chirurgico. Ho obiettato che forse la preghiera di un agnostico non avrebbe avuto valore. Lui mi ha risposto: vale il doppio.

 

Vi mando un forte abbraccio.

 

(Questo testo è stato scritto prima che entrasse in vigore la tregua a Gaza)

(sussidiario.net)


giovedì 27 novembre 2025

Matrimonio, promessa di infinito

 



Matrimonio, promessa di infinito

La Nota del Dicastero per la Dottrina della Fede “Una caro. Elogio della monogamia” approfondisce il valore dell’«unione esclusiva» tra i coniugi e l’«appartenenza reciproca», che nel completo dono di sé all’altro ne rispetta la dignità. E propone ai giovani: l’amore vero è ancora possibile (da Vatican News)

 

26.11.2025

Isabella Piro

“Indissolubile unità”: così la Nota dottrinale del Dicastero per la Dottrina della fede (Ddf) definisce il matrimonio, ovvero come una “unione esclusiva e appartenenza reciproca”. Non a caso, il documento - approvato da Leone XIV lo scorso 21 novembre, memoria liturgica della Presentazione della Beata Vergine Maria, e illustrato alla stampa oggi, 25 novembre - ha per titolo “Una caro (una sola carne). Elogio della monogamia”. Nel documento si spiega che coloro che donano sé stessi pienamente e completamente all’altro possono essere soltanto due, altrimenti sarebbe un dono parziale di sé che non rispetta la dignità del partner.

 

Tre le motivazioni all’origine del testo: in primo luogo - scrive nell’introduzione il cardinale prefetto, Víctor Manuel Fernández - c’è l’attenzione all’attuale “contesto globale di sviluppo del potere tecnologico” che porta l’uomo a pensarsi come “una creatura senza limiti” e quindi lontano dal valore di un amore esclusivo e riservato a una sola persona. Si accenna anche alle discussioni con i vescovi africani sul tema della poligamia, ricordando che “studi approfonditi sulle culture africane” smentiscono “l’opinione comune” sulla eccezionalità del matrimonio monogamo. Infine, il documento constata, in Occidente, la crescita del “poliamore”, ovvero di forme pubbliche di unione non monogama...

 

Continua a leggere su Vatican News

Dottrina della Fede: la monogamia non è un limite, sposarsi è promessa di infinito


lunedì 24 novembre 2025

Soul: lo splendore della vita monastica

 

Maria Francesca Righi - 23.11.2025

 


Finisce un anno liturgico, e ci facciamo introdurre nel nuovo da una monaca cistercense, badessa del monastero trappista di Valserena. Maria Francesca Righi è in clausura da 50 anni: dopo una giovinezza turbolenta nella Milano del 68, segnata dall’impegno politico e culturale, ha trasformato l’irrequietezza in inquietudine, rispondendo a una chiamata, che è per tutti, e ha trovato risposta nella preghiera, nel lavoro, nell’armonia con la natura, nello studio. “Ora, labora et lege”, è il motto benedettino. Madre Maria Francesca ha un’acuta lettura del presente, in tutti i suoi campi, la sua porta è sempre aperta all’incontro. I monasteri hanno vegliato e devono continuare a vegliare sulla coscienza cristiana, ricostruendo l’Europa.

 

https://www.play2000.it/detail/6?episode_id=25498&season_id=924


21 MIN Nuovo Paradigma - estratto intervento don Julián Carrón

venerdì 21 novembre 2025

Gemelle Kessler: si può attraversare la notte dell'anima solo se qualcuno ci chiama per nome

 



GEMELLE KESSLER/ “Si può attraversare la notte dell’anima solo se qualcuno ci chiama per nome”

Nicola Campagnoli Pubblicato 21 Novembre 2025

 

Il suicidio delle gemelle Kessler (1936-2025) ci interroga sul perché si vive, sul “chi” non ci abbandona mai, e per cui vale la pena vivere fino in fondo

Quando da lontano si vedono avvicinarsi le nubi cupe e tristi del temporale, cosa ci dà il coraggio di attraversare quel buio, di affrontare la notte? Dopo che si è vissuta la dolcezza dell’estate, come si può abbandonarla per difendersi dalle intemperie?

Alice ed Ellen Kessler non hanno proseguito il loro cammino verso il tramonto della loro giornata che annunciava brutto tempo.

La forza di andare avanti è proporzionale all’amore che si riceve. Il problema non è mai la morte (o la vecchiaia o il dolore). La questione è il perché si vive, anzi per chi si vive.

Tanta ammirazione e tanta lode, tanto pubblico e tanta attenzione su di sé, quale compagnia reale rappresentano alla propria esistenza? tanti occhi sgranati fissi sul piccolo schermo, quale amore portano; amore concreto, quotidiano, vivo, alla propria persona, fatta di pregi e limiti, di difetti e slanci positivi, fatta di bisogno profondo di presenze amanti del fondo del proprio io?

(…..)

L’abbandono, il restare soli, fa terrore; il non amore terrorizza.

Cesare Pavese scrisse nel suo diario: “Da uno che non è disposto a condividere con te il destino, non dovresti accettare nemmeno una sigaretta”. Pavese, al massimo del suo successo e del suo riconoscimento, sentì l’apice della sua solitudine. Quel non avere altri vicino, se non il proprio vuoto abissale, che lo portò al tragico epilogo.

 

Da Sussidiario.net


“Noi poeti, pescatori di parole o cercatori di chiavi smarrite”

 


LETTURE/


“Noi poeti, pescatori di parole o cercatori di chiavi smarrite”

Corrado Bagnoli Pubblicato 21 Novembre 2025

 

Rolle, Mandorlo, Vitale, Bregoli, Germani, Bellini, Bulfaro: la poesia come ricerca del proprio personale mazzo di chiavi per abitare la casa della vita

Ha davvero ragione il poeta Emiliano Rolle? Nelle sue recentissime Filastrocche da un Oblò (MC, 2025), ironicamente riconoscendo che di poesia se ne scrive anche troppa, “anche se con il sospetto fondato che non serva non farlo”, Rolle sostiene che bisogna accenderle le poesie “e sperderle perché accadano come le foglie… sperderle senza un commento/ senza un ritorno/ sperderle perché un giorno/ ai margini di un lieto evento/ può essere che ci incontrino/ si accostino/ chiedano ancora/ se si è/ non facciano finta di niente”.

Se fosse davvero questa la sfida? Quella di una parola che vuole la dispersione? O piuttosto bisogna ascoltare il grido di Massimiliano Mandorlo che, nelle sue Mappe del grande mare (MC, 2023), afferma invece: “e io cerco/ parole celesti,/ nomi di vento/ qualcosa che duri/ tra la polvere e il cielo”? Perché, dice sempre Mandorlo, “Noi non siamo fatti/ per la morte/ per il vento siamo fatti/ e questa terra/ dona luce/ custodisce… canta in me/ prima di me”.

In questo dialogo a distanza e immaginario tra i libri che da qualche tempo stanno qui sulla scrivania e mi chiedono ascolto, penso alle altre voci che si aggiungono. Quella di Marco Vitale che, anche lui, ne La strada di Morandi (Passigli Poesia, 2024) si domanda “Questa sera di giugno all’ora azzurra… come fermarla/ mentre s’affanna un ultimo/ del silenzio trasvolo, un dono opaco/ una torsione per il limpido/ teatro che scolora?”. Riconoscendo subito dopo “Quanta, ripenso, verità per quel silenzio/ e in quelle pagine incantate, in quel dirsi/ come la vita almeno andasse scritta”.

Al fervore appassionato di Mandorlo che dice: “Con versi come spade/ sguainate, con parole/ semplici e luminose/ camminiamo nel vento/ che affila i palazzi/ cercando l’invisibile/ luce delle cose”, sembra rispondere o forse accostarsi il rigore quasi matematico della poesia di Fabrizio Bregoli che nel suo Referti (Società Editrice Fiorentina, 2025) rivela: “Hanno l’inquietudine di un silenzio/ sicario, una pentecoste di lingue/ impronunciabili, i numeri. Scorie/ fossili. Omelia del nulla… Credili un sanscrito i simboli, luce/ stremata su uno scaleno di ipotesi./ le formule, un vangelo di menzogne. / Uno sbaglio./ (Come ogni poesia.)”

Sembra dunque che si scriva sguainando la parola come una spada, cercando l’invisibile mistero che riluce nelle cose; ma si scriva anche per dire quanta impotenza c’è nella parola. Finanche in quella della scienza. Quasi fino ad arrivare al punto del silenzio, nel riconoscimento che “Tutto quel mare nella notte/ e il vento, le onde/ scure/ in un abbraccio solo./ Tutta quella vertigine/ fredda/ che chiama e dissolve,/ quella poesia/ che nessuno mai scrive” rimane quasi lo statuto di ogni verso, come sembra dire Mauro Germani in Prima del sempre (puntoacapo, 2024).

In questo vagare tra le voci di poeti che s’interrogano sul destino della loro parola e della poesia tutta, ascolto ancora l’ultimo libro di Marco Bellini, L’orizzonte che ci spetta (Ronzani, 2025). Nel suo viaggio nel mondo scopre che “È successo oggi che la mia voce/ ha fatto la voce del bosco… È successo che tutti questi suoni/ mi hanno chiesto la parola, a sorpresa/ la mia, mentre stavo negli scarponi/ e lo zaino tendeva la schiena./ E io chi sono per tacere la voce,/ per non essere al servizio?”.

La poesia non salverà la vita. È però al suo servizio. Con parole che hanno dentro la forza della spada, il rintocco della nostalgia, o il clamore della propria inadeguatezza finanche accompagnato dal desiderio del silenzio. E anche noi nei nostri scarponi, chi siamo per tacere, per non essere al servizio di una realtà che, anch’essa come la parola, sembra sempre invocare altro?

Bellini, nel continuo dialogo con la realtà di cui il libro è testimonianza, incapace di dare un nome a questo altro, chiede persino a una biscia se lei lo sa che “cos’è lui che si nasconde dietro le nuvole… Sta lì la biscia, la coda tra i fiori di plastica/ e l’ombra sopra il cero sostenuto da una ragnatela./ Impercettibile, quasi una porta segreta/ è la vibrazione della ragnatela,/ il passaggio della preghiera”.

(…)

E spiega il perché di tanto, tantissimo impegno: “finché non trovi le tue parole, usi le parole di riserva: le parole degli altri. Ma questa è una soluzione temporanea. A ciascuno di noi occorre il proprio mazzo di chiavi per entrare e uscire dalla propria casa. Il poeta è un pescatore di parole. Un cercatore di chiavi smarrite. È colui che ti ha mostrato che le chiavi sono sempre state lì, a portata della tua mano, della tua lingua. Non le avevi perse, semplicemente si mostravano ma non le vedevi, ti chiamavano e non le ascoltavi”.

Bulfaro, che un tempo all’ufficio anagrafe del suo paese chiedeva che alla voce professione mettessero la parola “poeta”, oggi chiederebbe di scrivere invece “umile servitore della poesia”. Ma solo perché la poesia, quella vera, pur non salvandoci la vita, ci aiuta a trovare le nostre chiavi di casa. Non si può non dire grazie a tutte queste voci. Non si può fare finta di niente.

(sussidiario.net)


domenica 16 novembre 2025

COLLETTA ALIMENTARE 2025: RISULTATI

 



16 novembre 2025 - “Se cresce la povertà deve crescere anche la solidarietà, la Colletta Alimentare è un piccolo gesto che risponde a una domanda importante di come arrivare a fine mese: è un gesto di grande fiducia oltre che una risposta concreta”, ha dichiarato il Presidente della CEI, Cardinale Matteo Zuppi dopo aver partecipato all’iniziativa.

In un contesto sociale segnato da individualismo e indifferenza, la partecipazione di 155 mila volontari e di oltre 5 milioni di donatori rappresenta un segnale forte: cittadini di ogni età e provenienza hanno dedicato tempo, cura e attenzione, per quegli “invisibili” che spesso non trovano voce. Un gesto semplice — una confezione di riso, una scatoletta di tonno, una bottiglia di passata di pomodoro — che alimenta speranza, come auspicato da Papa Leone XIV domenica scorsa: “Mentre le cause strutturali della povertà vanno affrontate e rimosse, tutti siamo chiamati a creare segni di speranza”.

È questo, in fondo, il valore della Colletta: un Paese che sceglie di non voltarsi dall’altra parte e, nonostante l’aumento del costo della vita, dona quanto può. Un vero e proprio spettacolo della carità, il segno di una coscienza di popolo ancora viva, come dimostra anche la partecipazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, primo anche quest’anno ad aderire personalmente a questo gesto. Dalla Presidenza della Repubblica, la Colletta Alimentare, ha ricevuto anche l’Alto Patronato.

Secondo il rapporto ISTAT sul Bes diffuso due giorni fa, nel 2024 in Italia la percezione del rischio di cadere in povertà è al 18,9% rispetto a una media Europea del 16,2%. La Giornata Nazionale della Colletta Alimentare dice anche qualcosa di importante sul bisogno - profondo e condiviso - di costruire relazioni vere e capaci di rispondere ai molteplici volti della povertà, primo fra tutti la solitudine.

Grazie a 8.300 tonnellate di prodotti donati nei supermercati di tutta Italia, Banco Alimentare potrà sostenere nei prossimi mesi 1 milione e 800 mila persone bisognose attraverso 7.600 enti caritativi convenzionati.

L’ attività di Banco Alimentare, operativo tutto l’anno nella lotta allo spreco e sul valore del cibo come risorsa, vuole essere sempre più uno strumento di inclusione, di relazione e di costruzione di comunità più resilienti, dove nessuno resti ai margini.

La Colletta Alimentare continua online fino al 1° dicembre su alcune piattaforme dedicate: per conoscere le modalità di acquisto dei prodotti è possibile consultare il sito bancoalimentare.it.

La Colletta Alimentare, gesto con il quale la Fondazione Banco Alimentare ETS aderisce alla Giornata Mondiale dei Poveri 2025 indetta da Papa Leone XIV, ha ricevuto il patrocinio e il sostegno del  Comitato Nazionale per la celebrazione dell’VIII centenario della morte di San Francesco di Assisi ed è resa possibile dalla collaborazione con la Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, la Compagnia delle Opere - Opere Sociali ETS, l’Esercito, l’Aeronautica Militare, l’Associazione Nazionale Alpini, l’Associazione Nazionale Bersaglieri, il Lions International Multidistretto 108 Italy e la European Food Banks Federation.

sabato 15 novembre 2025

CHE COSA LEGGONO GLI ALUNNI

 



Ma gli scolari leggono? E se sì cosa leggono? Domande quanto mai attuali. Che poste da un prof a una classe di “primini” sono destinate a ricevere una sola risposta: il silenzio. Allora che fare? Procedere secondo canoni consueti oppure avviare una piccola avventura quotidiana come quella di leggere insieme qualche pagina di un classico che poi è da intendersi cosa significhi incontrare un classico della letteratura? Incontrarne i personaggi? Familiarizzare con loro? Ecco allora farsi strada la convenienza e la sorpresa dell’inconsueto

 

di Paolo Covassi

 (continua su ".CON" numero 78 della rivista del CMC

sabato 1 novembre 2025

NEWMAN DOTTORE DELLA CHIESA/ Obbedire a quella voce divina che parla dentro di noi




NEWMAN DOTTORE DELLA CHIESA/ Obbedire a quella voce divina che parla dentro di noi

Michiel Peeters Pubblicato 1 Novembre 2025

 

Oggi papa Leone XIV proclama san John Henry Newman dottore della Chiesa. Il suo insegnamento sulla coscienza è un punto di non ritorno

Il 28 ottobre, Papa Leone XIV ha dichiarato san John Henry Newman co-patrono della missione educativa della Chiesa, insieme a san Tommaso d’Aquino. Oggi, 1° novembre, lo proclamerà Dottore della Chiesa. In questo articolo discuterò una delle intuizioni più sorprendenti di Newman, ovvero che la coscienza umana ha in ultima analisi la precedenza sull’autorità ecclesiastica e che, paradossalmente, negarlo equivale a segare le gambe della cattedra di Pietro.

Nel presentare il pensiero di Newman, svolgerò un confronto serrato con quanto ha detto sull’argomento Luigi Giussani, la cui “genialità pedagogica e teologica” è stata anch’essa riconosciuta dalla Chiesa (Francesco, Discorso ai membri di Comunione e Liberazione, 15 ottobre 2022).

Mentre la mentalità dominante odierna nelle sue teorie nega del tutto l’utilità e la necessità dell’autorità (ma poi sant’Ambrogio osserva giustamente: “Quanti padroni ha chi è fuggito da uno solo?”), ci sono cattolici che – per pigrizia o per “tenere” le persone – direbbero che l’autorità ecclesiale prevale sulla coscienza personale, ad esempio con il seguente ragionamento: finché non si conosce Cristo nella sua Chiesa, vale la coscienza; ma chi accetta che Cristo è Dio può e deve semplicemente obbedire a Lui e alla Chiesa. Tuttavia, don Giussani dice: “Guai calcolare su [ignoranza e passività] per ‘prendere’ o ‘tenere’ la gente! Ogni adesione al cristianesimo, in quanto ha di puramente meccanico, non possiede valore. Perciò guardiamo con molta perplessità ogni attaccamento puramente tradizionale e ogni improvvisato entusiasmo. L’ambiente proprio della libertà è la convinzione, illuminata e volitiva” (Giussani, Il cammino al vero è un’esperienza, 2006, p. 29).

La tesi difesa da Newman nella sua Lettera al Duca di Norfolk (1875) – meno di cinque anni dopo il dogma dell’infallibilità papale – è che ci sono “estremi casi in cui la coscienza possa venire in collisione con la parola del Papa e che debba esser seguita nonostante quella parola” (Newman, Lettera al Duca di Norfolk, p. 57). Con il suo famoso aforisma: “Certo se fossi obbligato a mescere fra brindisi d’un banchetto la religione (cosa non molto probabile), io berrei, se vi piace, alla salute del Papa, ma prima alla Coscienza, e poi al Papa” (ibid., 69).

Per comprendere questo, è fondamentale capire che cosa intende Newman (e la dottrina cattolica) per “coscienza”. Essa è un “elemento costitutivo della mente, come può essere la nostra percezione delle altre idee, la nostra facoltà di ragionare, il nostro sentimento dell’Ordine e del Bello, e le altre nostre doti intellettuali”.

È “un principio, posto in noi prima che avessimo alcun tirocinio; benché un tal tirocinio e l’esperienza fossero necessari alla forza, incremento e debita formazione di esso”. Non è una “creazione dell’uomo”, ma “la Voce di Dio nella natura e nel cuore dell’uomo”. È il “testimone interiore e dell’esistenza e della legge di Dio” (ibid., 58; cfr. Giussani, Il senso religioso, 2023, pp. 75-77, 156-160, 167).

È un “principio [che non può] risolversi in una combinazione di principi naturali più elementari di lui”. È un “dettato [che importa] la nozione della responsabilità, del dovere, di una minaccia e d’una promessa, con vivezza tale che lo [distingue] da tutti gli altri elementi costitutivi della nostra natura” (Newman, Lettera al Duca di Norfolk, p. 59).

È “la messaggera di Colui, che con la Natura e con la Grazia ci parla dietro un velo, e ci ammaestra e ci regola per mezzo dei suoi rappresentanti” (ibid., 58). In breve, “la Coscienza è l’aborigene Vicario di Cristo, profeta nelle sue informazioni, monarca nei suoi perentori decreti, sacerdote nelle sue benedizioni ed anatemi, e, se mai potesse cessare nella Chiesa l’eterno sacerdozio, in essa rimarrebbe il principio sacerdotale e conserverebbe lo scettro” (Newman, ibid., p. 59).

Newman sottolinea poi che nulla di tutto ciò è in linea con la mentalità dominante attuale. Quest’ultima, infatti, conduce “una lotta deliberata, quasi direi una cospirazione contro i diritti della Coscienza… Ci si dice che la coscienza [non è altro che una distorsione nell’] uomo primitivo ed ignorante; che il suo imperio è una immaginazione” (ibid., p. 59-60).

Oppure, quando il termine viene utilizzato, non è nel suo significato corretto di “severa ammonitrice”, ma nel senso di quella “contraffazione” che ne ha usurpato il titolo nel XIX secolo, vale a dire il diritto di fare di testa propria (ibid., 60-61).

Ma la coscienza nel suo vero senso non è una fantasia o un’opinione, bensì una “debita obbedienza a quella che vuol essere tenuta qual voce divina, parlante al nostro spirito” (ibid., p. 64-65). Appartiene “a Dio e non all’uomo, siccome un Angelo che attraversando la terra, non ne divien cittadino o dipendente dal Potere Civile” (ibid., p. 58-59; cfr. Giussani, Il senso religioso, p.11-13).

“Per avere il diritto di opporsi all’autorità suprema … del Papa, [la Coscienza] dev’essere qualche cosa di meglio di quella infelice contraffazione…. Se, in un dato caso, deve esser seguita, come sacra e sovrana maestra, i suoi dettati per prevalere sulla voce del Papa debbono essere la conseguenza di gravi considerazioni, di preghiere, e di tutt’i mezzi atti a formare un giusto giudizio della materia di che trattasi…. A meno che un uomo non si senta sicuro di dire a sé stesso, come dinanzi a Dio, che egli non deve e non osa di agire secondo le ingiunzioni papali, egli è obbligato ad obbedire al Papa, e commetterebbe un gran peccato a disobbedirlo” (Newman, Lettera al Duca di Norfolk, p. 66).

Chiarito questo, Newman sottolinea che, secondo la dottrina cattolica, abbiamo il “dovere d’obbedire in ogni caso alla nostra coscienza”. “Colui il quale opera contro coscienza perde la sua anima” (ibid., 67) “Naturalmente, se egli è colpevole dell’errore, perché avrebbe potuto evitarlo usando maggior cautela, egli risponderà a Dio; ma tuttavia deve operare secondo quell’errore, finché vi ci si trova, perché lo crede sinceramente essere la verità” (ibid., 67-68).

“Così se il Papa ingiunge ai Vescovi Inglesi di ordinare ai loro preti di agitarsi energicamente in favore del Tetotalismo, ed uno fra essi fosse convinto che l’astinenza dal vino fosse in pratica un errore Gnostico, e però sentisse di non poter obbedire senza peccato; ovvero poniamo che il Papa ordinasse di far lotterie in ciascuna missione per qualche scopo religioso, ed un prete potesse asserire dinanzi a Dio di credere le lotterie moralmente cattive, codesto prete, in ognuno dei due casi, commetterebbe hic et nunc un peccato se obbedisse al Papa, o che avesse ragione o torto nella sua opinione, e se torto, ancorché egli non avesse avuta sufficiente cura di conoscere la verità nella materia” (ibid., p. 68; corsivo aggiunto).

Il Dottore della Chiesa sostiene che la Chiesa non si è mai espressa contro l’autorità della coscienza personale. Se così è sembrato, è dovuto al fatto che le sue parole sono state estrapolate dal contesto (ibid., p. 61-62; cfr. Giussani, Perché la Chiesa, 2014, p. 190-193). “Nessuna beffa di Papa si trova in alcun formale documento, indirizzato ai fedeli tutti, per quella dottrina solenne del diritto e dovere di seguire quella divina autorità, che è la voce della Coscienza, sulla quale invero è fondata la Chiesa stessa” (Newman, Lettera al Duca di Norfolk, p. 62). Newman approfondisce poi quest’ultimo punto essenziale: “Davvero se il Papa parlasse contro la Coscienza, nel proprio significato della parola, egli commetterebbe un suicidio, smoverebbe il terreno ove poggiano i suoi piedi. Egli ha la missione di predicare…, proteggere e rafforzare quella luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo [Gv 1,9]. Sulla legge della coscienza e sulla santità di essa si fondano tanto la sua autorità in teoria quanto la sua potenza in fatto. Spetta alla storia dire se questo o quel Papa, in questo mondo triste, tenne sempre di mira, in tutti i suoi atti, questa grande verità. Io qui considero il Papato nel suo ufficio e nei suoi doveri… Ci apparirà chiaro che il Papato ha conquistato il suo posto nel mondo e compiuto tante meraviglie a questo modo solo, fondandosi sul sentimento universale del giusto e dell’ingiusto…; principi fondamentali, profondamente impressi nel cuore degli uomini. L’essere ordinato da Dio a tener alte, proteggere e rafforzare quelle verità, di che il legislatore ha dotato la nostra natura, è la sola spiegazione d’una lunghezza di vita più che antidiluviana. La sua ragion d’essere sta nella difesa della legge morale e della Coscienza. Il fatto della sua missione è la risposta a coloro che si lamentano dell’insufficienza del lume naturale; e l’insufficienza di questo lume è la giustificazione della sua missione (Newman, Lettera al Duca di Norfolk, p. 62-63; corsivo aggiunto).

In quest’ultima frase, Newman fa riferimento alla necessità della rivelazione, data la difficoltà esistenziale che l’essere umano sperimenta nel rimanere fedele a se stesso. Secondo Giussani, esistenzialmente, la ragione umana descrive una parabola: senza l’aiuto divino, non possiamo mantenere al livello delle nostre intuizioni più elevate, per quanto accurate (Giussani, Il senso religioso, pp. 189-191, 195-205; cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae 1.1.1: “La verità che la ragione potrebbe raggiungere su Dio…”).

Ancora Newman: “La Religione Naturale, ancorché siano certe le sue fondamenta e dottrine, quando s’indirizzano agli animi riflessivi e gravi, abbisogna d’essere sostenuta e completata dalla Rivelazione, affine di parlare con efficacia all’umano genere” (Newman, Lettera al Duca di Norfolk, p. 63).

Tuttavia, mentre la natura può arrivare a qualche punto anche senza rivelazione, non vale il contrario. “Sebbene la Rivelazione sia … distinta dalla scienza della natura…, tuttavia non ne è indipendente, né senza relazioni con essa, ma ne forma il complemento, la conferma, il termine, la personificazione e l’interpretazione” (ibid.; cfr. Mt 5,17b).

Inoltre, “il Papa, che viene [dalla] rivelazione, non ha giurisdizione sulla Natura” (Newman, ibid., p. 63). Don Giussani lo spiega chiaramente ne La struttura dell’esperienza, pubblicato nel 1963 con l’imprimatur dell’Arcidiocesi di Milano. Laddove l’esperienza cristiana si presenta come “unità d’atto vitale risultante da un triplice fattore” (vale a dire l’incontro con una realtà umana, la corretta percezione del significato di tale incontro e la libera verifica di questa intuizione), l’autorità della Chiesa fa parte del primo fattore, mentre il secondo è il cuore che giudica l’incontro con quella realtà, includente la sua autorità. L’autorità, quindi, è ‘dentro’ l’esperienza cristiana; non può prevalere su di essa (Giussani, Il rischio educativo, 2014, p. 130-132).

Newman prosegue discutendo un’obiezione. Alcuni ammettono che, in effetti, il potere della Chiesa si basa sulla coscienza; ma sostengono che, una volta che ci si sottomette all’autorità della Chiesa, il Papa  “usi [di quel sentimento religioso] destramente, formando sotto la sua egida un falso codice di morale per sostenere la sua grandezza e tirannia; … così la Coscienza [diventa] sua schiava, facendo il volere di lui, quasi per divina sanzione; in guisa che in astratto ed in idea essa sia libera, ma nel fatto non mai capace di levare un volo libero, indipendente da lui, più che gli uccelli che abbiano le ali tagliate: dippiù, che, se essa potesse avere una volontà propria, ne seguirebbe una collisione [indomabile]…: imperocché che cosa addiverrebbe della ‘assoluta autorità del Papa’…, se anche la Coscienza privata avesse un’autorità assoluta?” (Newman, Lettera al Duca di Norfolk, p. 64).

Il teologo inglese spiega poi che l’infallibilità del Papa riguarda “proposizioni generali” e il “condannare certi particolari errori”, mentre la coscienza non è un giudizio sulla dottrina o su verità speculative, ma riconosce ciò che qui e ora dovrebbe essere fatto o evitato. La coscienza, come il cuore in quanto tale, è una capacità non di definire in generale, ma di riconoscere qualcosa di presente. Una “collisione” non potrebbe quindi mai verificarsi in ambiti in cui la Chiesa gode di infallibilità, ma solo nelle decisioni ecclesiastiche su questioni pratiche, ordini, legislazione e simili (ibid., p. 65), anche se è fondamentale sottolineare che, anche in questo caso, “a primo aspetto è [lo] stretto dovere [del cattolico]…, di credere che il Papa abbia ragione, ed operare conformemente: egli deve vincere quella vile, ingenerosa, egoista, volgare disposizione della sua natura, la quale al primo sentire d’un comando si muove a fare opposizione al superiore che l’ha dato, si domanda se questi non ha ecceduto ì suoi diritti, e si compiace moralmente e praticamente di cominciare dallo scetticismo. Egli non deve avere nessuna idea fissa di esercitare il diritto di pensare, parlare ed operare come gli pare e piace, senza punto tener conto del vero e del falso, del giusto e dell’ingiusto, del dovere di obbedienza, finché sia possibile, con quella passione dell’animo che ne spinge a parlare conformemente ai propri capricci e ad ostinarvisi. Se questa regola necessaria fosse osservata, sarebbero molto rare le collisioni fra l’autorità del Papa e quella della Coscienza. Dall’altro lato, nel fatto che la Coscienza è libera in fin dei conti nei casi straordinari, noi troviamo la salvaguardia e la sicurezza, dove questa fosse necessaria…, che nessun Papa potrà mai creare una falsa coscienza in pro dei suoi fini particolari” (ibid., p. 66-67; corsivo aggiunto).

Va da sé che quanto Newman afferma sul rapporto tra coscienza e l’autorità suprema del Papa vale a maggior ragione per le autorità inferiori nella Chiesa. Suggerisco qui, senza poterlo approfondire ora, che ciò che vale per la coscienza vale, e anzi, a fortiori, per il “cuore” nel senso giussaniano (il complesso di evidenze ed esigenze originali con cui l’uomo “è proiettato dentro il confronto con tutto ciò che esiste”; Giussani, Il senso religioso, p. 8; cfr. ibid., p. 7-15).

La coscienza riguarda il bene e il male, ciò che si deve fare o evitare. Newman scrisse sulla coscienza perché il dogma del 1870 riguardava l’infallibilità del Papa in materia di fede e morale, e anche perché, nella filosofia del XIX secolo, la coscienza era (ancora) un fenomeno umano fondamentale accettato (Lash, Introduction to An Essay in Aid of a Grammar of Assent, by John Henry Newman, 1979, p. 13).

Egli voleva dimostrare che, nonostante la sua infallibilità, il Papa non prevale sulla coscienza umana, ma la conferma, la completa, la personifica e l’interpreta (Newman, Lettera al Duca di Norfolk, p. 63). Ora, la coscienza morale fa parte del cuore (Giussani, Il senso religioso, p. 148-150). Non solo siamo dotati di una coscienza morale, ma anche, e prima ancora, di un senso del bello e del brutto, del vero e del falso, di ciò che libera e di ciò che soffoca, ecc. Infatti, il cuore deve prima riconoscere la presenza di questi valori affinché la coscienza possa dettare l’azione appropriata.

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