Papa
Leone, fede e metodo
Fernando De Haro (da sussidiario.net)
Nella sua visita in Spagna, Leone
XIV non si è limitato ai discorsi di principio, ma ha proposto un metodo chiaro
“Non volevo diventare Papa, né da
giovane né da anziano, ma quando il Signore chiama, bisogna dire sì”. Leone XIV
ha parlato con sincerità a Barcellona, rispondendo alle domande di Renzo, un
bambino di sei anni. Esageriamo un po’, semplifichiamo molto: Papa Prevost, un
anno dopo, ha iniziato il suo pontificato con una visita in Spagna. Non si
“impara a essere Papa” dall’oggi al domani.
Leone XIV, a Madrid, Barcellona e
nelle Isole Canarie, è stato acclamato dalla folla, è stato protagonista di ore
di festa, ha pregato e ha ascoltato le storie di molte persone ferite. Ha
benedetto decine di bambini, ha improvvisato, ha riso, ha pianto, ha dialogato
con i non credenti e, da vescovo, ha presentato proposte al Parlamento. E,
soprattutto, ha proposto un metodo per essere “uomini e donne in carne e ossa”
in un mondo “di fronte a cui può prevalere la sensazione di non avere più
mappe”.
Durante la settimana della visita
di Leone XIV, la Spagna ha vissuto un barlume di gioia. I gesti e le parole di
quest’uomo timido possedevano una bellezza disarmante; hanno fatto vedere che
la pace disarmata e disarmante che predicava era una realtà, non un’utopia.
Molti di coloro che desideravano
ascoltarlo e parlare con lui non erano cattolici, non erano credenti e non
condividevano tutto o gran parte di ciò che proponeva. L’esempio più eclatante
è stato quello dell’attore Antonio Banderas. Pochi hanno sentito il bisogno di
specificare dove Leone XIV avesse ragione o torto, alla fine ciò che contava
era come si potesse vivere ed era evidente che lui vivesse bene.
Questo conferma che la Spagna è
una società post-secolare in cui la ricerca di significato è palpabile. Di
questo ha parlato Leone XIV ai vescovi: “Molti uomini e donne del nostro tempo
non rifiutano semplicemente Dio, spesso portano nel cuore una profonda sete di
senso (…) anche quando non sanno darle un nome. La Chiesa è chiamata a
riconoscere questi desideri, ad ascoltarli con rispetto e a offrire (…) il
tesoro che le è stato affidato”.
Lungi da quella che alcuni hanno
definito “l’illusione dell’unanimità”, è stato chiaro che la Chiesa non intende
imporre la propria visione del mondo da una posizione egemonica. Leone XIV ha
incarnato ciò che proponeva: è stato “al servizio di questa sete del cuore
umano. Non in modo impositivo, ma con la testimonianza evangelica”.
Al Parlamento, sui moli delle
Isole Canarie dove approdano i migranti, in molti dei suoi discorsi ha ripetuto
la necessità di “rispettare la dignità umana”. Ma ciò non sarebbe bastato se
non avesse indicato un metodo per riconoscere tale dignità laddove più spesso è
oscurata: nel proprio io.
Ed è qui che Leone XIV ha ripreso
– come ha fatto nell’ultimo anno – gli insegnamenti di Sant’Agostino: “Il
nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio”,
ha detto ai giovani di Barcellona. “E questa inquietudine è un dono che Dio
stesso ci ha dato: siamo fatti su misura per l’infinito e per questo ogni
orizzonte finito, ogni passo, ogni conquista, pur soddisfacendoci, allo stesso
tempo ci spinge avanti e ci invita a continuare a cercare”.
(…)
Per trasformare questa
inquietudine in cammino, Leone XIV non propone una morale o una dottrina, bensì
l'”esperienza della fede”. “La Chiesa – ha sottolineato – condivide con umiltà
ma anche con fermezza ciò che ha scoperto nell’esperienza di fede: che Gesù
Cristo risponde alle grandi domande sulla vita umana e la sua pienezza, già in
questo mondo e fino al suo culmine nell’eternità”. Ha detto che la Sagrada
Familia “è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia
sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento.
(…) La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non
significa una mancanza, ma esprime una promessa”.
Questa dinamica ci impedisce di
“chiuderci ciascuno nel gruppo o nella realtà in cui già si sente sicuro, tra
persone che cantano sempre la stessa melodia. Per arrivare al cuore della città
occorre coltivare la consapevolezza che la verità è sinfonica e sempre ci
supera, coltivare il desiderio di trovare il Risorto che è sempre più avanti di
noi, ci precede e forse è già presente dove ancora non lo abbiamo cercato.
Cercarlo e seguirlo è infatti condizione per indicarlo: non c’è altrimenti
evangelizzazione”.
