sabato 12 settembre 2026

Dalla cronaca al cuore

 



Oltre i tempi bui della cronaca nera

L. Pezzi

 

11.09.2026

Il rientro dalle vacanze è stato segnato da una catena di fatti di sangue. Si può andare oltre l’assuefazione del dolore trasformato in notizia

C’è un video terribile, sconvolgente, rimbalzato sui social network nei giorni scorsi. Un filmato che lascia sgomenti e che induce a chiedersi quale sia la ragione della sua diffusione, se non una morbosa attrazione per la cronaca più cupa.

 

Era il 3 settembre. Nel video si vede un giovane aggrappato a un viadotto dell’Autostrada del Sole, nei pressi di Barberino del Mugello. Grida contro poliziotti e vigili del fuoco, intimando di non avvicinarsi. Aveva appena compiuto un gesto atroce scaraventando dallo stesso ponte l’ex fidanzata e di lì a poco si sarebbe gettato anche lui.

Il rientro dalle vacanze è stato accompagnato, in Italia, da una sequenza impressionante di fatti di sangue. Notizie che scorrono ogni giorno davanti ai nostri occhi e alle quali rischiamo ormai di essere assuefatti finché non accade qualcosa di ancora più drammatico, capace di squarciare per un momento il velo dell’abitudine.

(….)

Viene allora spontaneo domandarsi quale sia il senso di questo racconto incessante della tragedia altrui. Quale contributo aggiunga alla comprensione della realtà. Quale miglioramento produca nella società e nella nostra vita quotidiana il consumo continuo di un dolore trasformato in notizia.

Molti anni fa, sulle pagine del Corriere della Sera, Giovanni Testori rifletteva sull’omicidio di un’intera famiglia compiuto in Brianza da un ventiquattrenne (Dietro l’orrore non soffochiamo la pietà, 23 marzo 1981). Scriveva: «Forse, dinanzi a questi eventi, di vero esiste solo il silenzio; quel silenzio che s’affaccia sugli abissi della nostra povera nullità, del nostro povero disastro e, umile, china la fronte».

Davanti al male estremo, la prima risposta per Testori non è il commento immediato, ma una meditazione che porta ad una conclusione scomoda: «tutti […] potremmo un giorno commettere qualcosa di simile»; «non calcoliamo più che il male, giusto come il bene, ha un’enorme capacità di diffusione e di contagio».

Il male, continua il drammaturgo, non coincide soltanto con il delitto: «esiste una catena di cedimenti, di trasgressioni, di colpe, di peccati; esiste, quanto meno, una catena di bene non fatto, di amore non dato, di carità elusa, di avarizia sordida e quotidiana che si dilata dal nostro comportamento e crea, appunto, nel vivere sociale una somma di iniquità che esce da noi, diventa come un liquido, smisurato carcinoma che investe poi chi, meno di noi, per non importa quale ragione, può reggere e sopportare l’ombra e la terribile chiamata».

Di fronte a una lettura come questa appare evidente la sproporzione di uno sguardo che va oltre la mera cronaca. Uno sguardo che non giustifica il male e non attenua in alcun modo la responsabilità di chi lo compie, ma che riconosce come la lotta contro la violenza non possa esaurirsi nell’indignazione del momento o nella ricerca di un colpevole da esibire, ma nella possibilità di condividere e di esprimere quella ferita che la realtà provoca e che tutti con un nome o con un altro portiamo dentro.

Una ferita che, come in Hamnet, film della regista Premio Oscar Chloé Zhao, dedicato alla tragica morte del figlio di Shakespeare durante un’epidemia di peste, potrebbe richiudersi nella disperazione o trasformarsi in opera d’arte (da questa morte lo scrittore inglese trae ispirazione per Amleto). Nel film affiora un toccante e delicato invito a “lasciare aperto il cuore”. E se la lotta contro il male iniziasse proprio da qui

 

Testo completo: paginasdigital