Oltre i
tempi bui della cronaca nera
L. Pezzi
11.09.2026
Il rientro dalle vacanze è stato
segnato da una catena di fatti di sangue. Si può andare oltre l’assuefazione
del dolore trasformato in notizia
C’è un video terribile,
sconvolgente, rimbalzato sui social network nei giorni scorsi. Un filmato che
lascia sgomenti e che induce a chiedersi quale sia la ragione della sua
diffusione, se non una morbosa attrazione per la cronaca più cupa.
Era il 3 settembre. Nel video si
vede un giovane aggrappato a un viadotto dell’Autostrada del Sole, nei pressi
di Barberino del Mugello. Grida contro poliziotti e vigili del fuoco, intimando
di non avvicinarsi. Aveva appena compiuto un gesto atroce scaraventando dallo
stesso ponte l’ex fidanzata e di lì a poco si sarebbe gettato anche lui.
Il rientro dalle vacanze è stato
accompagnato, in Italia, da una sequenza impressionante di fatti di sangue.
Notizie che scorrono ogni giorno davanti ai nostri occhi e alle quali rischiamo
ormai di essere assuefatti finché non accade qualcosa di ancora più drammatico,
capace di squarciare per un momento il velo dell’abitudine.
(….)
Viene allora spontaneo domandarsi
quale sia il senso di questo racconto incessante della tragedia altrui. Quale
contributo aggiunga alla comprensione della realtà. Quale miglioramento produca
nella società e nella nostra vita quotidiana il consumo continuo di un dolore
trasformato in notizia.
Molti anni fa, sulle pagine del
Corriere della Sera, Giovanni Testori rifletteva sull’omicidio di un’intera
famiglia compiuto in Brianza da un ventiquattrenne (Dietro l’orrore non
soffochiamo la pietà, 23 marzo 1981). Scriveva: «Forse, dinanzi a questi eventi,
di vero esiste solo il silenzio; quel silenzio che s’affaccia sugli abissi
della nostra povera nullità, del nostro povero disastro e, umile, china la
fronte».
Davanti al male estremo, la prima
risposta per Testori non è il commento immediato, ma una meditazione che porta
ad una conclusione scomoda: «tutti […] potremmo un giorno commettere qualcosa
di simile»; «non calcoliamo più che il male, giusto come il bene, ha un’enorme
capacità di diffusione e di contagio».
Il male, continua il drammaturgo,
non coincide soltanto con il delitto: «esiste una catena di cedimenti, di
trasgressioni, di colpe, di peccati; esiste, quanto meno, una catena di bene
non fatto, di amore non dato, di carità elusa, di avarizia sordida e quotidiana
che si dilata dal nostro comportamento e crea, appunto, nel vivere sociale una
somma di iniquità che esce da noi, diventa come un liquido, smisurato carcinoma
che investe poi chi, meno di noi, per non importa quale ragione, può reggere e
sopportare l’ombra e la terribile chiamata».
Di fronte a una lettura come
questa appare evidente la sproporzione di uno sguardo che va oltre la mera
cronaca. Uno sguardo che non giustifica il male e non attenua in alcun modo la
responsabilità di chi lo compie, ma che riconosce come la lotta contro la
violenza non possa esaurirsi nell’indignazione del momento o nella ricerca di
un colpevole da esibire, ma nella possibilità di condividere e di esprimere
quella ferita che la realtà provoca e che tutti con un nome o con un altro
portiamo dentro.
Una ferita che, come in Hamnet,
film della regista Premio Oscar Chloé Zhao, dedicato alla tragica morte del
figlio di Shakespeare durante un’epidemia di peste, potrebbe richiudersi nella
disperazione o trasformarsi in opera d’arte (da questa morte lo scrittore
inglese trae ispirazione per Amleto). Nel film affiora un toccante e delicato
invito a “lasciare aperto il cuore”. E se la lotta contro il male iniziasse
proprio da qui
Testo completo: paginasdigital
