domenica 29 giugno 2014

Il maestro Abreu e le orchestre popolari


LE ORCHESTRE POPOLARI DEL MAESTRO ABREU. Una originale esperienza musicale made in Venezuela per ragazzi di settori poveri

Il maestro José Antonio Abreu e le sue orchestre popolari
Il maestro José Antonio Abreu e le sue orchestre popolari 

Nel 2015 potrebbe essere presentato a Papa Francesco, molto probabilmente mediante un grande concerto, il famoso sistema di orchestre e cori giovanili e infantili ideato dal carismatico professore venezuelano José Antonio Abreu (“Sistema Nacional de Orquestas y Coros Juveniles e Infantiles de Venezuela”). Si tratta, tuttavia, di un sistema non solo ampiamente diffuso nel Paese d’origine, il Venezuela, ma anche in altre nazioni sia dell’America che dell’Europa che, in non pochi casi, ha donato alla musica sinfonica mondiale eccellenti direttori di orchestra nonché bravissimi solisti.
Giorni fa, il prof. José Antonio Abreu è stato ricevuto dal cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, il quale in qualità di ex Nunzio a Caracas, conosce molto bene l’iniziativa del maestro venezuelano (in più di un’occasione fu ospite in questi concerti giovanili che si eseguono nel Paese durante tutto l’anno). La stampa venezuelana informa che uno di temi dell’incontro con il cardinale Parolin è stato l’avvio dello studio di un’iniziativa che ha molto a cuore: offrire – probabilmente nel 2015 – a Papa Francesco un grande concerto con alcune di queste orchestre e cori giovanili popolari e, soprattutto, illustrare al Pontefice i grandi frutti del “sistema” nel recupero dei ragazzi di strada, con bassa scolarità, disertori del sistema educativo e non poche volte al margine della società e della legalità. Il sistema, come ricorda spesso il Maestro Abreu, è nato proprio per i giovani apparentemente senza futuro e prospettive e come una grande rete dedicata all’educazione comunitaria delle giovani generazioni. Attualmente il “sistema” dipende dalla “Fundación Musical Simón Bolívar” e riceve importanti contributi dallo stato. José Antonio Abreu, in questi giorni era in Italia per ricevere alcuni premi e riconoscimenti poiché suo nonno Anselmi Berti da Livorno anni fa emigrò in Venezuela e formò poi, nello stato di Trujillo, la prima “Banda Filarmónica de Monte Carmelo”.
Il giovane Gustavo Dudamel, uno dei musicisti uscito da quest’esperienza, diresse un concerto dell’Orchestra Simon Bolivar in occasione, e in omaggio ai Benedetto XVI, quando compì 80 anni il 16 aprile 2007

sabato 28 giugno 2014

Omelia di Papa Francesco al Policlinico Gemelli

«Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti» (Dt 7,7).


Dio si è legato a noi, ci ha scelti, e questo legame è per sempre, non tanto perché noi siamo fedeli, ma perché il Signore è fedele e sopporta le nostre infedeltà, le nostre lentezze, le nostre cadute. Dio non ha paura di legarsi. Questo ci può sembrare strano: noi a volte chiamiamo Dio “l’Assoluto”, che significa letteralmente “sciolto, indipendente, illimitato”; ma in realtà, il nostro Padre è “assoluto” sempre e soltanto nell’amore: per amore stringe alleanza con Abramo, con Isacco, con Giacobbe e così via. Ama i legami, crea legami; legami che liberano, non costringono.

Con il Salmo abbiamo ripetuto: «L’amore del Signore è per sempre» (cfr Sal 103). Invece, di noi uomini e donne un altro Salmo afferma: “È scomparsa la fedeltà tra i figli dell’uomo” (cfr Sal 12,2).Oggi in particolare la fedeltà è un valore in crisi perché siamo indotti a cercare sempre il cambiamento, una presunta novità, negoziando le radici della nostra esistenza, della nostra fede.Senza fedeltà alle sue radici, però, una società non va avanti: può fare grandi progressi tecnici, ma non un progresso integrale, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.

L’amore fedele di Dio per il suo popolo si è manifestato e realizzato pienamente in Gesù Cristo, il quale,per onorare il legame di Dio con il suo popolo, si è fatto nostro schiavo, si è spogliato della sua

giovedì 26 giugno 2014

Il cristianesimo in Corea e in Giappone

Perché i coreani si convertono e i giapponesi no di Piero Gheddo26-06-2014 AA+A++
 
Corea del Sud 
Giappone e Corea hanno una storia e una cultura molto diverse, per cui la missione cristiana ha prodotto risultati diversissimi. Parlo prima del Giappone dove, quasi cinque secoli dopo l’ingresso dei missionari cattolici, con san Francesco Saverio nel 1549,
-          i battezzati nella Chiesa cattolica sono 440.000 su 128 milioni di giapponesi (lo 0,35%), e circa mezzo milione di protestanti;
-         in Corea (la Chiesa entra con alcuni laici alla fine del 1700) i cattolici sono circa 5,3 milioni su 50 milioni di sud-coreani, cioè il 5,4%; i protestanti delle varie Chiese e sette si calcolano il 17%, cioè circa 8 milioni. Seul di notte sembra una città cristiana per l’immenso numero di croci sugli edifici cristiani, chiese, scuole, ospedali, ecc.
La fede cristiana è stata accolta con molte difficoltà in Giappone e oggi con le braccia aperte in Corea del Sud. Le due Chiese locali risentono dell’ambiente in cui vivono e perché sono una minuscola minoranza nel Giappone, che va avanti come un treno, mentre in Corea il cristianesimo sta diventando il motore della nazione. Dagli anni sessanta ad oggi circa la metà dei Presidenti della Corea del sud erano cristiani, compreso il famoso Premio Nobel per la Pace nel 2000, Kim Dae-jung (1925-2009), per il suo vigoroso impegno nella riconciliazione fra Nord e Sud della Corea.
Perché i giapponesi si convertono poco? Essenzialmente per un motivo religioso-culturale. Le  religioni del Giappone insegnano, come lo shinto, che l’uomo è uno dei tanti elementi della natura, nella quale si manifesta il Dio sconosciuto; il confucianesimo dà una visione statica della società, dove la suprema norma morale è il rispetto e l’obbedienza per mantenere l‘armonia tra cielo e terra, tra superiori e sudditi, tra politica ed economia. Secondo la morale confuciana ciascuno deve svolgere il proprio lavoro col massimo impegno nel posto che gli è stato assegnato. Il buddhismo, insegnando il distacco da se stessi, il disprezzo delle passioni e delle idee personali, considerate come perniciose illusioni, rende l’individuo disposto a tutto e oltremodo paziente.
Il giapponese è figlio di queste religioni: ottimo lavoratore, sobrio, obbediente alle direttive. In una società dove tutto deve funzionare come una macchina, il giapponese è l’elemento ideale, perché si

mercoledì 25 giugno 2014

Aldo Baldini: "Perchè piangete? Io sono felice"

«Perché piangete? Io sono felice»

di Pieralberto Bertazzi
23/06/2014 - Martedì 17 giugno è morto Aldo Baldini. Memor Domini, era malato di Sla. Nelle parole di chi lo ha conosciuto da vicino, la storia di un uomo semplice e discreto. Grato per la sua vita e innamorato di Cristo
Aldo Baldini. “Baldo” per gli amici (e nella realtà), è stato uno di quegli uomini la cui testimonianza si è svolta soprattutto «davanti agli angeli», secondo l’espressione che don Giussani usava di tanto in tanto per farci capire la vera stoffa del vivere. Non è mai stato “capo” di niente, eppure fu guida e amico autorevole per tantissimi. Mai segretario o presidente di alcuna opera, eppure è stato grande realizzatore in campo educativo, tecnico-scientifico e caritativo. Apparentemente dimesso, in realtà semplice e sempre lieto in volto, viveva intensamente tutte le circostanze, gli incontri e gli accadimenti che gli capitavano sul cammino. I suoi studenti all’Ettore Conti per decenni hanno trovato in lui un uomo appassionato della verità, della realtà da comprendere e della felicità possibile anche per loro; amico leale e affidabile, perciò, non solo nello studio ma nel vivere; la stessa figura che negli ultimi anni hanno incontrato tanti ragazzi a Portofranco. Al Meeting di Rimini realizzò straordinarie mostre didattiche: sulla rivoluzione elettronica nel 1982; sul robot e i suoi antenati nel 1983; e nel 1986, al meeting titolato “Tamburi-Bit-Messaggi”, sul codice binario, illustrando con una serie di geniali trovate (lui che a volte si definiva un Eta Beta…) di cosa si trattasse. Basta andare a rileggere la sua presentazione di quell’anno negli archivi del Meeting per capire. Ma la mostra a cui tenne di più fu quella del 1994 su Giovanna D’Arco, la pulzella che con santa Teresina rappresentava per lui un amore continuamente coltivato.

Forte di questa affidamento alla presenza di Cristo nei volti delle sante più amate, accettò, nel

venerdì 20 giugno 2014

Caso Yara Gambirasio, il papà: pregate per il fermato

ara


Fulvio Gambirasio: pregate per il fermato

di Lorenzo Maria Alvaro

In questa giostra di media «col gusto della lacrima in primo piano» meno male che c’è Fulvio Gambirasio, il papà della bambina. «C’è bisogno di preghiere. È importante ricucire i nostri cuori, la cattiveria ce l’abbiamo tutti dentro»


genitori yara gambirasio

«Io se fossi Dio, maledirei davvero i giornalisti». Così Giorgio Gaber cantava nel 1980 nella bellissima “Io se fossi Dio”.



E il perché Gaber lo spiegava bene: «Compagni giornalisti avete troppa sete e non sapete approfittare delle libertà che avete, avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate e in cambio pretendete la libertà di scrivere e di fotografare. Immagini geniali e interessanti di presidenti solidali e di mamme piangenti. E in questa Italia piena di sgomento come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento. Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti e si direbbe proprio compiaciuti. Voi vi buttate sul disastro umano, col gusto della lacrima in primo piano».

Un testo che riascoltato e riletto oggi mette i brividi. La descrizione impeccabile di quello che sta succedendo in Italia sul caso di Yara Gambirasio.
Uno sciacallaggio mediatico che non fa prigionieri e non guarda in faccia a nessuno.

Sembrerebbe tutto da buttare se non fosse per una persona, il padre della bimba uccisa: Fulvio Gambirasio. L’unico che ha avuto la forza di prendere una posizione da uomo. Una posizione fuori dal teatrino mediatico.

Fulvio Gambirasio, papà di Yara
«Prega per tutti», ha detto a don Corinno, il parroco di Brembate Sopra, «anche per la famiglia della persona fermata, anche per lui, c’è bisogno di preghiera».

Una posizione che ha risvegliato anche i preti. Gli unici a parlare nei paesi sotto shock. Così Don Corinno spiega ai giornalisti: «c’è bisogno di preghiera, perché è importante ricucire il nostro cuore, la cattiveria ce l’abbiamo tutti dentro».

Poco dopo a parlare è anche don Claudio Dolcini, di Sotto il Monte, parroco della Chiesa frequentata dalla famiglia del muratore arrestato. «Continuo a ripetere loro di pregare e avere fiducia nella giustizia. Io prego per loro».

mercoledì 18 giugno 2014

Sempre obbediente a quel primo amore

ROMA

Sempre obbediente a quel primo amore

di Teresa Succi
18/06/2014 - «Nessuno di noi sarebbe qui senza quel "sì" detto da don Giussani». Parole che risuonano a pochi passi dal Colosseo. Cronaca dell'incontro sulla biografia di un uomo «che si è consegnato istante per istante a quella Presenza che non ti abbandona»
Via delle Sette Sale a Roma è una stradina che fiancheggia il lungo muro degli edifici della facoltà di Ingegneria, da un lato, e il parco del Colle Oppio, dall’altra. Pieno centro, tra il Colosseo e Santa Maria Maggiore. Dietro un cancello un po’ scrostato si apre il vecchio Oratorio Sebastiani, una realtà che opera fin dagli inizi del 1900.

Ora i ragazzi lo chiamano semplicemente “il Centro”: un luogo di aggregazione innanzitutto per i giovani, ma che, nel corso degli anni, ha coinvolto sempre di più anche le famiglie. Un luogo aperto a tutti senza eccezioni e senza differenze d’età, di cultura e di religione, dove i ragazzi attraverso lo studio, il gioco, lo stare assieme possono uscire dalla “vita insulsa” e trovare un’amicizia che li aiuti e li guidi nella scoperta di sé e del gusto dell’esistenza. La festa di fine anno è ormai alla sua XI edizione. Titolo di quest’anno: “Quello che cerca il tuo cuore”.

Venerdì 13 giugno. Questa sera la Roma soffocata dal caldo e dal traffico si risveglia al Ponentino, il cielo assume quelle sfumature d’azzurro così luminose e intense che ogni volta ti fanno fare pace con

Noi e la realtà

Fa' o Signore, che abbiamo presente che la nostra mente è infinitamente piccola e la realtà è infinitamente grande


lunedì 16 giugno 2014

Gli esami, un padre e la vera lezione da apprendere

Gli esami, un padre e la vera lezione da apprendere 
Maturità è avere fiato per la partita più lunga
Davide Rondoni
16 giugno 2014

Ora (mercoledì) iniziano gli esami di maturità. E guardo mio figlio che si avvicina alla scadenza e penso: maturo? Gli voglio un bene dell’anima. E penso che questo sguardo, sperdutamente innamorato e quasi smarrito, ce l’abbiano tanti padri (e madri, ma la mamma, si sa, è sempre la mamma, una veggente) di fronte al ragazzo o alla ragazza che la scuola dovrebbe restituire alla società con un timbro: maturo. Suona quasi strana questa parola, maturità. Fa tornare alla mente la propria giovinezza e anche un po’ di film banalotti. Ma suona strana per altri motivi. Ad esempio, perché nella nostra cultura e nella nostra società stanno finendo sotto i colpi di ideologie banali e irose parole decisive come "madre", "padre" e, invece, altre nel campo dello sviluppo educativo rimangono lì in piedi come monumenti intoccabili. Tipo: "programmi scolastici". E tipo: "maturità".

Siamo in una società in cui sembra che non si abbia più diritto ad avere una persona chiamata madre, ma una cosa-maturità lo Stato si incarica di dartela. E di vidimarla.

E io guardo mio figlio e penso: cosa è maturato in lui ? Oltre al bel corpo, oltre alla bella e un po’ sfrontata simpatia, oltre alla consapevolezza che la vita è fatta di cose dure e di cose belle? Cosa sta davvero maturando oltre a qualche sua passione particolare, e a una idea per quanto confusa di un mestiere futuro? C’è davvero qualcosa che deve maturare? Il senso civico? Il senso critico? La scuola si adopera come può a offrire nozioni, indicazioni, sapere. Basta una verifica di queste cose per vedere se qualcosa di decisivo è maturato in un ragazzo? Forse a maturarlo sono state soprattutto altre cose, le canzoni che ha ascoltato, i dolori che ha patito, le prese di coscienza del proprio carattere. Sì, ecco, il carattere. Parola che indica il modo con cui la natura e il buon Dio ci scrivono. Il suo carattere si sta definendo. Ma il maturare riguarda non solo il carattere.

Resta dunque la domanda: maturità di cosa? Ha compiuto la cosiddetta maggiore età. Ha acquisito diritti, e doveri. Potrei pensare: ormai è grande, si arrangi. E un po’ lo pe