Omelia Pasqua di Risurrezione
Gerusalemme, Santo Sepolcro, 5 aprile 2026
At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9
Fratelli e sorelle,
qui, dentro questo Sepolcro, non siamo davanti a un simbolo:
siamo davanti a un vuoto reale. Un vuoto che non è assenza, ma annuncio. Un
vuoto che non ci lascia tranquilli, perché ci toglie di mano ciò che vorremmo
trattenere. La Pasqua comincia così: non con una spiegazione, ma con uno
strappo. Non con un’emozione, ma con una domanda che disorienta.
Il Vangelo di oggi ci mette subito in movimento. Maria di
Magdala arriva “di buon mattino”, quando è ancora buio. Va nel luogo dove pensa
di trovare Gesù. È un gesto pieno di amore, ma anche pieno di abitudine: cerca
dove lo aveva lasciato, dove l’aveva posto la morte. E trova la pietra rotolata
via, il sepolcro aperto, e soprattutto non trova il corpo. E allora dice la
frase che è, in fondo, la prima parola di ogni fede vera: “Non sappiamo…” (Gv
20,2). Non sappiamo dove lo hanno posto. Non sappiamo.
Ecco la prima provocazione pasquale, qui, nel luogo più
santo e più fragile della nostra memoria: Dio non si lascia possedere. Il
Risorto non è dove noi lo avevamo messo. Non è dove le nostre sicurezze lo
avevano sistemato. Il Risorto ci precede. Questa è l’idea forte della Pasqua:
non siamo noi a custodire Dio; è Dio che libera noi.
Noi, invece, vorremmo una fede che non scombini. Vorremmo
trovare Gesù “al suo posto”: dentro le nostre immagini, le nostre formule, i
nostri schemi religiosi che a volte diventano gabbie, dentro le nostre
nostalgie. E invece, a Pasqua, Dio fa una cosa che non avevamo chiesto: si
sottrae. Non per fuggire, ma per salvarci da un equivoco: che la fede sia
qualcosa da possedere, un controllo, una prova in tasca.
Per questo Maria corre. Per questo Pietro e l’altro
discepolo corrono. La fede, quando è vera, non è mai immobile. È una corsa
dietro a un’assenza che diventa promessa. Entrano nel sepolcro e vedono dei
segni: i teli, il sudario, tutto deposto con cura. Non è un dettaglio
secondario. Non è scenografia. La morte non è più un vestito che copre, ma un
abito che è stato riposto con cura, senza più bisogno di essere indossato. È
come se il Vangelo ci dicesse: guardate bene, perché la Risurrezione non è
magia. È una libertà nuova. Gesù non è stato trascinato fuori: è uscito. La
morte, per Lui, non è più una prigione: è un vestito lasciato lì, piegato,
inutile.
E qui, nel Santo Sepolcro, questo parla anche a noi con
forza. Ci sono pietre che chiudono la vita. Ci sono “definitivi” che noi
pronunciamo troppo in fretta: definitivo è il fallimento, definitiva è la
ferita, definitiva è la colpa, la paura, l’odio, la solitudine. Eppure, nel
racconto pasquale, la pietra non è soltanto un oggetto: è il simbolo di tutto
ciò che noi consideriamo chiuso, senza uscita. E Pasqua dice: non lo è.
La Pasqua non ci promette una vita “facile”. Pasqua ci
promette una vita aperta. E per aprirla, spesso Dio deve prima portarci via
delle certezze. Ecco perché la Risurrezione, prima di consolare, inquieta.
Prima di riempire, svuota. Prima di dare, toglie. Toglie l’idea di un Dio
addomesticato. Toglie una religione che è solo abitudine. Toglie una speranza
che non rischia niente.
E allora si capisce la parola di Paolo ai Colossesi:
“Cercate le cose di lassù” (Col 3,1). Non significa fuggire dalla terra. Non
significa chiudere gli occhi sul dolore del mondo. Significa, piuttosto,
cambiare orientamento: smettere di vivere con lo sguardo inchiodato alle tombe
– anche alle tombe interiori – e imparare a vivere da risorti. “La vostra vita
è nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3): cioè la vostra vita non è definita dai
vostri peccati, né dalle vostre paure, né dalle vostre sconfitte. È custodita
altrove, con il risorto, in Dio. E proprio per questo può tornare ad aprirsi,
qui, ora.
E anche la prima lettura, dagli Atti degli Apostoli, ci dà
un’altra chiave decisiva: Pietro annuncia che Gesù è passato facendo del bene,
che è stato ucciso, e che Dio lo ha risuscitato; e aggiunge che questa notizia
è per tutti, senza preferenze: “Dio non fa preferenza di persone” (At 10,34).
Nessun popolo, nessuna lingua, nessuna storia è esclusa da questa speranza. Se
la morte è stata vinta, allora nessuna vita è “troppo perduta” per essere
cercata. Pasqua è universale perché nasce in un luogo preciso, concreto, reale
– qui – e proprio per questo può raggiungere concretamente e realmente il mondo
intero.
Non è un pensiero astratto. Noi siamo nel luogo dove la
pietra è stata rotolata via, ma sappiamo bene che intorno a noi troppe pietre
sono ancora chiuse. Troppe tombe sono state scavate di nuovo dall’odio, dalla
violenza, dalla ritorsione. In questa Terra Santa, che è madre di fede e che è
diventata anche terra di continui confronti, risuona con forza drammatica la
domanda: “Dove lo avete posto?” Perché sembra che abbiamo rimesso il Signore in
un sepolcro, ogni volta che crediamo che la morte abbia l’ultima parola sulla
storia, ogni volta che ci rassegniamo alla logica del nemico, ogni volta che
chiamiamo “pace” soltanto una tregua armata e “giustizia” soltanto il calcolo
del danno.
Ma la Pasqua ci dice: il Risorto non sta dentro le nostre
strategie di sopravvivenza. Non è prigioniero né delle nostre ragioni né delle
nostre paure. Egli è già uscito, e ci precede. Ci precede nel coraggio di
ricominciare, nel riconoscere il volto dell’altro, nel disarmare il cuore prima
ancora che le mani. E allora, mentre qui intorno a noi si levano ancora voci di
morte, noi non abbiamo altra arma che questo sepolcro vuoto: per annunciare che
nulla è definitivo, che l’ultima parola non appartiene a chi seppellisce, ma a
chi risorge. Il Signore è risorto: e questo non è un dogma lontano, ma una
disobbedienza alla rassegnazione. È l’unica speranza che può ancora aprire, qui
e ora, le porte della pace.
E qui viene la seconda provocazione pasquale: il Risorto non
è un oggetto di culto; è un soggetto che chiama. Non lo si contempla soltanto:
lo si segue. Non lo si trattiene: lo si lascia precedere. Anche Maria dovrà
impararlo. Anche i discepoli dovranno impararlo. E noi oggi, che siamo qui nel
luogo più carico di memoria cristiana, dobbiamo impararlo con particolare
umiltà: persino i luoghi santi possono diventare un museo se non diventano un
esodo; la liturgia può diventare ripetizione se non diventa conversione; e la
fede può diventare corretta ma sterile se non diventa coraggiosa.
Per questo, oggi, nel Sepolcro di Gerusalemme, io vorrei
ricordare a me stesso una sola frase: Il Risorto non è dove lo avevamo messo:
ci precede.
Ci precede quando ci chiama fuori dai nostri sepolcri: non
solo quelli della morte fisica, ma quelli della rassegnazione, del cinismo,
dell’indifferenza. Ci precede quando ci invita a smettere di definire le
persone dal loro errore, o la storia limitata al suo dolore, o noi stessi dai
nostri peccati. Ci precede quando, invece di darci una risposta pronta, ci
mette in cammino.
E allora capiamo anche il senso dei segni: la pietra
rotolata, i teli piegati, il sepolcro aperto. Sono come un messaggio lasciato
apposta per noi: la vita non può più essere rinchiusa. Non si tratta di
“guardare il cielo” per evadere dalla terra, ma di guardare la terra con occhi
nuovi, con lo sguardo di chi ha capito che l’ultima parola non è “fine”, ma
“inizio”.
Pasqua non è una frase da ripetere; è una porta da
attraversare. La pietra è stata tolta. Il varco è aperto. Ma noi dobbiamo
decidere se restare dentro o uscire.
Uscire significa, concretamente: scegliere il perdono quando
sarebbe più facile irrigidirsi; scegliere la verità quando sarebbe più comodo
adattarsi; scegliere la speranza quando tutto suggerisce il contrario;
scegliere di fare il bene, come Gesù “passò facendo del bene”, anche se non fa
rumore, anche se non dà prestigio.
Perché questo è il giudizio della Risurrezione su di noi:
non ci chiede se sappiamo parlare di Pasqua; ci chiede se viviamo da risorti.
Non ci chiede se abbiamo parole corrette, ma se abbiamo un cuore in movimento.
Non ci chiede se sappiamo trovare Dio solamente nei luoghi sacri, ma se
sappiamo riconoscerlo vivo nei segni concreti della vita, là dove la vita e la
morte si incrociano ogni giorno.
E allora, ancora una volta, qui, nel Santo Sepolcro, nel
punto in cui la storia ha cambiato direzione, noi non diciamo una frase di
circostanza. Diciamo una decisione. Diciamo un annuncio che ci supera e ci
precede: Il Signore è risorto!
E proprio perché è risorto, non lo troveremo mai dove lo
avevamo messo. Lo troveremo davanti a noi, a chiamarci fuori.
Buona Pasqua!
+Pierbattista Card.
Pizzaballa
Patriarca di Gerusalemme dei Latini

















