martedì 7 aprile 2026

Omelia Pasqua di Risurrezione Gerusalemme, Santo Sepolcro


 

Omelia Pasqua di Risurrezione

Gerusalemme, Santo Sepolcro, 5 aprile 2026

At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

 

Fratelli e sorelle,

qui, dentro questo Sepolcro, non siamo davanti a un simbolo: siamo davanti a un vuoto reale. Un vuoto che non è assenza, ma annuncio. Un vuoto che non ci lascia tranquilli, perché ci toglie di mano ciò che vorremmo trattenere. La Pasqua comincia così: non con una spiegazione, ma con uno strappo. Non con un’emozione, ma con una domanda che disorienta. 

Il Vangelo di oggi ci mette subito in movimento. Maria di Magdala arriva “di buon mattino”, quando è ancora buio. Va nel luogo dove pensa di trovare Gesù. È un gesto pieno di amore, ma anche pieno di abitudine: cerca dove lo aveva lasciato, dove l’aveva posto la morte. E trova la pietra rotolata via, il sepolcro aperto, e soprattutto non trova il corpo. E allora dice la frase che è, in fondo, la prima parola di ogni fede vera: “Non sappiamo…” (Gv 20,2). Non sappiamo dove lo hanno posto. Non sappiamo. 

Ecco la prima provocazione pasquale, qui, nel luogo più santo e più fragile della nostra memoria: Dio non si lascia possedere. Il Risorto non è dove noi lo avevamo messo. Non è dove le nostre sicurezze lo avevano sistemato. Il Risorto ci precede. Questa è l’idea forte della Pasqua: non siamo noi a custodire Dio; è Dio che libera noi. 

Noi, invece, vorremmo una fede che non scombini. Vorremmo trovare Gesù “al suo posto”: dentro le nostre immagini, le nostre formule, i nostri schemi religiosi che a volte diventano gabbie, dentro le nostre nostalgie. E invece, a Pasqua, Dio fa una cosa che non avevamo chiesto: si sottrae. Non per fuggire, ma per salvarci da un equivoco: che la fede sia qualcosa da possedere, un controllo, una prova in tasca. 

Per questo Maria corre. Per questo Pietro e l’altro discepolo corrono. La fede, quando è vera, non è mai immobile. È una corsa dietro a un’assenza che diventa promessa. Entrano nel sepolcro e vedono dei segni: i teli, il sudario, tutto deposto con cura. Non è un dettaglio secondario. Non è scenografia. La morte non è più un vestito che copre, ma un abito che è stato riposto con cura, senza più bisogno di essere indossato. È come se il Vangelo ci dicesse: guardate bene, perché la Risurrezione non è magia. È una libertà nuova. Gesù non è stato trascinato fuori: è uscito. La morte, per Lui, non è più una prigione: è un vestito lasciato lì, piegato, inutile. 

E qui, nel Santo Sepolcro, questo parla anche a noi con forza. Ci sono pietre che chiudono la vita. Ci sono “definitivi” che noi pronunciamo troppo in fretta: definitivo è il fallimento, definitiva è la ferita, definitiva è la colpa, la paura, l’odio, la solitudine. Eppure, nel racconto pasquale, la pietra non è soltanto un oggetto: è il simbolo di tutto ciò che noi consideriamo chiuso, senza uscita. E Pasqua dice: non lo è. 

La Pasqua non ci promette una vita “facile”. Pasqua ci promette una vita aperta. E per aprirla, spesso Dio deve prima portarci via delle certezze. Ecco perché la Risurrezione, prima di consolare, inquieta. Prima di riempire, svuota. Prima di dare, toglie. Toglie l’idea di un Dio addomesticato. Toglie una religione che è solo abitudine. Toglie una speranza che non rischia niente. 

E allora si capisce la parola di Paolo ai Colossesi: “Cercate le cose di lassù” (Col 3,1). Non significa fuggire dalla terra. Non significa chiudere gli occhi sul dolore del mondo. Significa, piuttosto, cambiare orientamento: smettere di vivere con lo sguardo inchiodato alle tombe – anche alle tombe interiori – e imparare a vivere da risorti. “La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3): cioè la vostra vita non è definita dai vostri peccati, né dalle vostre paure, né dalle vostre sconfitte. È custodita altrove, con il risorto, in Dio. E proprio per questo può tornare ad aprirsi, qui, ora. 

E anche la prima lettura, dagli Atti degli Apostoli, ci dà un’altra chiave decisiva: Pietro annuncia che Gesù è passato facendo del bene, che è stato ucciso, e che Dio lo ha risuscitato; e aggiunge che questa notizia è per tutti, senza preferenze: “Dio non fa preferenza di persone” (At 10,34). Nessun popolo, nessuna lingua, nessuna storia è esclusa da questa speranza. Se la morte è stata vinta, allora nessuna vita è “troppo perduta” per essere cercata. Pasqua è universale perché nasce in un luogo preciso, concreto, reale – qui – e proprio per questo può raggiungere concretamente e realmente il mondo intero. 

Non è un pensiero astratto. Noi siamo nel luogo dove la pietra è stata rotolata via, ma sappiamo bene che intorno a noi troppe pietre sono ancora chiuse. Troppe tombe sono state scavate di nuovo dall’odio, dalla violenza, dalla ritorsione. In questa Terra Santa, che è madre di fede e che è diventata anche terra di continui confronti, risuona con forza drammatica la domanda: “Dove lo avete posto?” Perché sembra che abbiamo rimesso il Signore in un sepolcro, ogni volta che crediamo che la morte abbia l’ultima parola sulla storia, ogni volta che ci rassegniamo alla logica del nemico, ogni volta che chiamiamo “pace” soltanto una tregua armata e “giustizia” soltanto il calcolo del danno.

Ma la Pasqua ci dice: il Risorto non sta dentro le nostre strategie di sopravvivenza. Non è prigioniero né delle nostre ragioni né delle nostre paure. Egli è già uscito, e ci precede. Ci precede nel coraggio di ricominciare, nel riconoscere il volto dell’altro, nel disarmare il cuore prima ancora che le mani. E allora, mentre qui intorno a noi si levano ancora voci di morte, noi non abbiamo altra arma che questo sepolcro vuoto: per annunciare che nulla è definitivo, che l’ultima parola non appartiene a chi seppellisce, ma a chi risorge. Il Signore è risorto: e questo non è un dogma lontano, ma una disobbedienza alla rassegnazione. È l’unica speranza che può ancora aprire, qui e ora, le porte della pace.

E qui viene la seconda provocazione pasquale: il Risorto non è un oggetto di culto; è un soggetto che chiama. Non lo si contempla soltanto: lo si segue. Non lo si trattiene: lo si lascia precedere. Anche Maria dovrà impararlo. Anche i discepoli dovranno impararlo. E noi oggi, che siamo qui nel luogo più carico di memoria cristiana, dobbiamo impararlo con particolare umiltà: persino i luoghi santi possono diventare un museo se non diventano un esodo; la liturgia può diventare ripetizione se non diventa conversione; e la fede può diventare corretta ma sterile se non diventa coraggiosa. 

Per questo, oggi, nel Sepolcro di Gerusalemme, io vorrei ricordare a me stesso una sola frase: Il Risorto non è dove lo avevamo messo: ci precede. 

Ci precede quando ci chiama fuori dai nostri sepolcri: non solo quelli della morte fisica, ma quelli della rassegnazione, del cinismo, dell’indifferenza. Ci precede quando ci invita a smettere di definire le persone dal loro errore, o la storia limitata al suo dolore, o noi stessi dai nostri peccati. Ci precede quando, invece di darci una risposta pronta, ci mette in cammino. 

E allora capiamo anche il senso dei segni: la pietra rotolata, i teli piegati, il sepolcro aperto. Sono come un messaggio lasciato apposta per noi: la vita non può più essere rinchiusa. Non si tratta di “guardare il cielo” per evadere dalla terra, ma di guardare la terra con occhi nuovi, con lo sguardo di chi ha capito che l’ultima parola non è “fine”, ma “inizio”. 

Pasqua non è una frase da ripetere; è una porta da attraversare. La pietra è stata tolta. Il varco è aperto. Ma noi dobbiamo decidere se restare dentro o uscire. 

Uscire significa, concretamente: scegliere il perdono quando sarebbe più facile irrigidirsi; scegliere la verità quando sarebbe più comodo adattarsi; scegliere la speranza quando tutto suggerisce il contrario; scegliere di fare il bene, come Gesù “passò facendo del bene”, anche se non fa rumore, anche se non dà prestigio. 

Perché questo è il giudizio della Risurrezione su di noi: non ci chiede se sappiamo parlare di Pasqua; ci chiede se viviamo da risorti. Non ci chiede se abbiamo parole corrette, ma se abbiamo un cuore in movimento. Non ci chiede se sappiamo trovare Dio solamente nei luoghi sacri, ma se sappiamo riconoscerlo vivo nei segni concreti della vita, là dove la vita e la morte si incrociano ogni giorno. 

E allora, ancora una volta, qui, nel Santo Sepolcro, nel punto in cui la storia ha cambiato direzione, noi non diciamo una frase di circostanza. Diciamo una decisione. Diciamo un annuncio che ci supera e ci precede: Il Signore è risorto!

E proprio perché è risorto, non lo troveremo mai dove lo avevamo messo. Lo troveremo davanti a noi, a chiamarci fuori. 

 

Buona Pasqua!

 

 +Pierbattista Card. Pizzaballa

Patriarca di Gerusalemme dei Latini


sabato 4 aprile 2026

Il silenzio che fa nuove tutte le cose

 



Il silenzio che fa nuove tutte le cose

 

Pigi Banna Pubblicato 4 Aprile 2026

 

Il Sabato Santo è il giorno del silenzio di Dio, ma Cristo non smette di operare e scende agli inferi per riscattare il male di tutti i tempi

 Il Sabato Santo è il giorno dell’anno in cui chi crede condivide le domande di chi non crede: “Se Dio c’è, perché non fa sentire la sua potenza? Perché Dio tace proprio quando la vita ci mette alla prova?”.

 In effetti, in questo giorno, il Verbo di Dio sembra ormai messo a tacere: è finito il tempo del grido straziato dalla croce, del terremoto e del velo squarciato del tempio. Certo, dopo è stata data “voce” all’amore attraverso i gesti di carità dei discepoli: comporre il corpo, avvolgerlo con cura nel lenzuolo e rotolare la pietra. Ma anche questo è finito: non c’è altro da fare. Il sabato dopo la morte di Gesù tutto tace. È il tempo del silenzio di Dio, del silenzio dei fedeli e della voce di chi non crede.

Ma è proprio nel silenzio che viene fuori la stoffa del vero maestro. Come dice sant’Agostino, il maestro sa quando tacere, perché il silenzio è l’occasione in cui il discepolo considera nel proprio cuore le parole che ha sentito e i gesti che ha visto. Dio, da vero maestro, ha sempre lasciato un tempo di silenzio, proprio l’istante dopo che ha conquistato all’improvviso il cuore di una persona. La riempie di silenzio e si ritrae, perché – come ha recentemente affermato Julián Carrón – non vuole strappare con la forza dello stupore immediato l’assenso della libertà.

Il silenzio di Dio è perciò quel tempo in cui l’uomo è quasi costretto a rientrare dentro di sé, senza poter ricorrere al riparo di riti frusti e di certezze smozzicate, per chiedersi da dove ripartire, che cosa realmente manca e dove andarlo a cercare. Emergerà dalla memoria una parola, tra le tante sentite, quella vera, perché è l’unica che fa ancora ardere il cuore riempiendolo di nostalgia.

Scrive san Giovanni della Croce: “né luce o guida c’era,/ fuori di quella che nel cuor m’ardeva./ Questa mi conduceva/ più certa della luce a mezzogiorno”. È dal fondo di questo silenzio che Maddalena decise, senza dirlo a nessuno e sfidando tutto e tutti, che il giorno dopo sarebbe andata al sepolcro, a ricercare l’Amore della sua vita.

Il vero maestro, quello che dà vita, parla nella nostalgia emersa dal silenzio e la sua parola affonda le radici nel mistero di Dio. Nei primi giorni di distacco da una persona amata, proprio in questi momenti di silenzio, capita di rimanere fastidiosamente impressionati dal cinguettio degli uccelli nella freschezza del primo mattino o dall’incantevole gioco dei colori del cielo al tramonto. È difficile ammetterlo: per quanto si voglia rinchiudere tutto nell’ottusità del proprio dolore, la realtà continua ad accadere davanti ai nostri occhi e la sua bellezza è come una ferita che, ancora nel silenzio, ci scuote dal nulla e ci parla di chi ci manca.

(...)

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venerdì 3 aprile 2026

Meditazioni Via Crucis 2026


 

VENERDÌ SANTO  «PASSIONE DEL SIGNORE»

MEDITAZIONI

con i testi di san Francesco d'Assisi

di P. Francesco Patton, O.F.M.

già Custode di Terra Santa

 

Introduzione

 

La Via Dolorosa si snoda per le stradine della Città Vecchia di Gerusalemme e ci fa ripercorrere il cammino di Gesù dal luogo della sua condanna fino a quello della sua crocifissione e della sua sepoltura, che è anche il luogo della sua risurrezione.

 

Non è un percorso in mezzo a gente devota e silenziosa. Come al tempo di Gesù, ci troviamo a camminare in un ambiente caotico, disturbato e rumoroso, in mezzo a persone che condividono la fede in Lui, ma anche ad altri che deridono e insultano. Così è la vita di tutti i giorni.

La Via Crucis non è il cammino di chi vive in un mondo asetticamente devoto e di astratto raccoglimento, ma è l’esercizio di chi sa che la fede, la speranza e la carità sono da incarnare nel mondo reale, dove il credente è continuamente sfidato e continuamente deve fare proprio il modo di procedere di Gesù.

 

San Francesco d’Assisi, del quale ricorre quest’anno l’ottavo centenario della morte, descrive la nostra vita cristiana prendendo in prestito le parole dall’apostolo Pietro: ci ricorda che siamo chiamati a «seguire le orme di Cristo, il quale chiamò amico il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori» (Rnb XXII, 2: FF 56; cfr 1Pt 2,21). Il Poverello ci esorta a fissare lo sguardo su Gesù: «Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore, che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce» (Amm VI: FF 155).

 

Nel percorrere questa Via Crucis, accogliamo perciò l’invito di san Francesco a fare un cammino sulle orme di Gesù che non sia meramente rituale o intellettuale, ma coinvolga tutta la nostra persona e tutta la nostra vita: «Portate in offerta i vostri corpi e prendete sulle spalle la sua santa croce, e seguite sino alla fine i suoi santissimi comandamenti» (UffPass XV,13: FF 303).

 

 I stazione

Gesù è condannato a morte

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,9-11)

[Pilato] entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».

 

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (2 Lfed 28-29: FF 191)

Coloro poi che hanno ricevuto la potestà di giudicare gli altri, esercitino il giudizio con misericordia, così come essi stessi vogliono ottenere misericordia dal Signore; infatti, il giudizio sarà senza misericordia per coloro che non hanno usato misericordia.

 

Nel tuo colloquio con Pilato, Signore Gesù, tu smascheri ogni umana presunzione di potere. Anche oggi c’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare a proprio piacimento. Le tue parole al Prefetto romano non lasciano spazio all’ambiguità: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto» (Gv 19,11).

 

Francesco d’Assisi, che ha semplicemente cercato di seguire le tue orme, ci ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla.

 

Anche ognuno di noi è chiamato a rispondere del potere che esercita nella vita di tutti i giorni. Tu, Gesù, gli dici: Fa’ buon uso del potere che ti è dato e ricordati che qualsiasi cosa tu faccia a un essere umano, specie se piccolo e fragile, lo fai a me. Ed è a me che dovrai risponderne un giorno.

 

Preghiamo dicendo: Ricordami, Gesù.

Che tu ti identifichi in ogni persona giudicata:

Ricordami, Gesù.

Che non devo lasciarmi guidare dai pregiudizi:

Ricordami, Gesù.

Che il vero potere è quello dell’amore:

Ricordami, Gesù.

Che la misericordia ha la meglio nel giudizio:

Ricordami, Gesù.

Che il bene va scelto anche quando costa:

Ricordami, Gesù.

 

II stazione

Gesù è caricato della croce

Dal Vangelo secondo Giovanni (19,14-17)

Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Golgota.

Dagli scritti di san Francesco d’Assisi (Amm V, 7-8: FF 154)

Anche se tu fossi più bello e più ricco di tutti, e se tu operassi cose mirabili, come scacciare i demoni, tutte queste cose ti sono di ostacolo e nulla ti appartiene, e in esse non ti puoi gloriare per niente; ma in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo.

La parola “croce” produce in noi una reazione di rifiuto, piuttosto che di desiderio. È più facile che nasca in noi la tentazione di fuggirla, piuttosto che l’anelito di abbracciarla.

Gesù, sono certo che era così anche quando la croce te l’hanno caricata sulle spalle. Nel Getsemani, infatti, avevi chiesto al Padre di allontanare da te questo calice, pur volendo con tutto te stesso compiere la sua volontà. La croce era il supplizio più orrendo e doloroso, riservato agli schiavi, ai criminali irrecuperabili e ai maledetti da Dio.

Eppure, l’hai abbracciata e portata sulle tue spalle, e poi ti sei lasciato portare da lei. Non perché fosse bella o attraente, ma per amore nostro. Sollevando il suo carico pesante, sapevi che risollevavi noi dal peso del male che ci schiaccia e ti caricavi del peccato che rovina la nostra esistenza. Abbracciando la croce e caricandola sulle tue spalle, abbracciavi la nostra fragilità e ti facevi carico della nostra umanità. Prendevi su di te le nostre schiavitù, i nostri crimini e anche la nostra maledizione.

Liberaci, Gesù, dalla paura della croce. Dacci la grazia di seguirti per la tua stessa via e di non avere altra gloria se non nella tua croce.

 

Preghiamo dicendo: Liberaci, Signore.

Dal desiderio di gloria umana:

Liberaci, Signore.

Dalla tentazione di ignorare chi soffre:

Liberaci, Signore.

Dal preoccuparci solo di noi stessi:

Liberaci, Signore.

Dal timore di impegnarci nella fedeltà:

Liberaci, Signore.

Dalla paura e dal rifiuto della croce:

Liberaci, Signore.

(,,,) continua su www.vatican.va

 


giovedì 2 aprile 2026

TRIDUO PASQUALE


 

Madrid. «Lì dove tutti vedono solo fatiche io vedo opportunità»

 



Madrid. «Lì dove tutti vedono solo fatiche io vedo opportunità»

Mentre la morte per eutanasia della giovane Noelia Castillo scuote la Spagna, l’Happening degli universitari porta in scena la storia di María del Mar García Garrido, giornalista paralizzata: «La mia vita è apparentemente limitata, ma io mi vedo senza limiti»

 

30.03.2026

Venerdì 27 marzo 2026. Un dolore sordo e difficile da nominare attraversa la Spagna. Il Paese si è risvegliato con un senso di sconfitta per la morte di Noelia Castillo, una giovane donna al centro di un caso che ha scosso l’opinione pubblica: paraplegica, segnata da anni di sofferenza e fragilità psichica, ha ottenuto l’eutanasia legale nonostante l’opposizione del padre che ha tentato disperatamente di fermarla. La storia dei suoi 25 anni è profondamente dolorosa. Affiorano allora domande inquiete: aveva altra scelta? Esiste un modo per stare accanto a chi vive una situazione come quella di Noelia, trovando il coraggio di promettere più vita che morte?

Poi qualcuno ci invia un video dell’Happening che gli studenti dell’Università Atlántida hanno organizzato a Madrid, una convivenza di quattro giorni dal 17 al 20 marzo, dove l’incontro più seguito era intitolato “La vita che nasce dai limiti”. Al tavolo, accanto agli altri relatori Jone Echarri, Javier Llabrés e Pablo Ramírez, c’era l’imponente presenza di María del Mar García Garrido, immobile sulla sedia, bisognosa dell'aiuto di un “traduttore”, ma che non esita a chiedere di parlare ogni volta che vuole aggiungere qualcosa e condividere la sua esperienza perché, sebbene sembri intrappolata in una gabbia, trabocca di vita e di entusiasmo per vivere.

María è una giornalista affetta da una malattia degenerativa, una forma di leucodistrofia, diagnosticatale all’età di sei anni. Le sue giornate sono scandite da ore di fisioterapia, sia neurologica che respiratoria, ma nel frattempo non trascura mai la sua vocazione professionale di comunicatrice, sia sui social media che alla radio. Conduce un programma su Radio María dedicato alle tematiche della disabilità, intitolato “Turn It Around” (“Ribaltiamo la situazione”). Ha anche un blog e ha pubblicato un libro intitolato “Out to Sea” (“In mare aperto”).

 

Nell’Happening ti sei definita una bon vivant, ma dall’esterno la tua vita potrebbe sembrare piena di sacrifici. Cosa ti permette di goderti appieno la vita e di non doverti accontentare di una “vita inferiore”?

L'idea di “vivere meno” è relativa. A prima vista, potrebbe sembrare che io non faccia molto, ma la verità è che faccio più della media. Fin da piccola ho imparato a sfruttare al massimo ogni secondo e, dove tutti gli altri vedono difficoltà, io vedo opportunità. C'è una frase che mi è stata insegnata da bambina e che tutti dovrebbero tenere a mente: “Non soffermarti su ciò che hai perso, ma concentrati su ciò che devi ancora fare”. Ed è esattamente quello che faccio. La mia vita sembra limitata, ma io mi vedo illimitata, ed è così che dovremmo vederci, perché non sappiamo fin dove possiamo arrivare.

(…)

Pensi che attualmente vengano offerti strumenti alle persone che si trovano in situazioni come la tua per aiutarle a vivere, prima di prendere in considerazione l'opzione della morte?

C’è una terribile mancanza di sostegno. Il governo ti fornisce aiuto per morire, ma non ti sostiene per vivere. Viviamo in una società che dà più valore alla morte che alla vita: è deplorevole! Quando così tante persone lottano contro ogni probabilità, contro una malattia degenerativa o improvvisa... Io sono il volto pubblico, 

sabato 28 marzo 2026

FILM DA VEDERE: Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini


 

Di tutto il cinema dove Gesù appare come figura centrale o solo di sfondo, un film soltanto merita attenzione, Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, poeta e regista. Il direttore della fotografia del film fu Tonino Delli Colli, un romano ironico e simpatico che ho avuto la fortuna di frequentare e interrogare sulla lavorazione di quest’opera, e soprattutto su quella del primo Pasolini, Accattone. Il regista, mi disse, gli aveva chiesto una fotografia non raffinata, che fosse modellata sui film del muto, quando il cinema cercava ancora la sua strada...

 

Pasolini voleva un film che sapesse di «primitivo» e in qualche modo, affrontando il Cristo, come diceva, dopo aver raccontato il «poverocristo» Accattone, voleva evitare in ogni modo l’iconografia tradizionale, cercando ispirazione anche visivamente nei «primitivi», per esempio nel Giotto di Padova e di Assisi. Voleva un Cristo che risultasse da subito «rivoluzionario», come lo fu al suo tempo, e scelse a interpretarlo uno studente spagnolo il cui volto richiamava quello dei Cristo bizantini, tra le immagini più antiche che se ne conoscano.

 

Matera, tanti italiani la scoprirono grazie a quel film, così come scoprirono delle musiche – la Missa Luba africana – che era stata Elsa Morante a scegliere come commento. Il Vangelo di Pasolini è un capolavoro,

(...)

(Goffredo Fofi)


giovedì 26 marzo 2026

«Caro don Giussani…». Un filo lungo duemila anni al New York Encounter


 

«Caro don Giussani…». Un filo lungo duemila anni

Al New York Encounter, una mostra sul libro di don Luigi Giussani Il tempo e il tempio e le lettere dei ragazzi di GS

 

25.03.2026

Valentina Frigerio

«Caro Padre Giussani, non ci siamo mai incontrati, ma volevo farle sapere che la considero come un padre». «Caro don Gius, voglio solo ringraziarla. Grazie per avermi introdotto in questa compagnia, piena di veri amici». «Caro Padre Giussani, le scrivo chiamandola “caro”, anche se non l’ho mai incontrata».

 

Decine di lettere, legate tra loro con un filo, sono appese a una parete dell’ultima sala della mostra "Cry Out to Him Who Is Now", sul libro di don Luigi Giussani Il tempo e il tempio, al New York Encounter. Le hanno scritte alcuni ragazzi di GS di Atchison, Kansas – gli stessi che spiegano la mostra ai visitatori. Chiunque passi è invitato a lasciare la propria.

Sopra tutte spicca una frase: «Duemila anni sono bruciati via da questa lettera». La disse Giussani dopo aver letto pubblicamente, agli Esercizi spirituali del CLU di Rimini del 1994, la lettera di Andrea, un ragazzo malato di Aids. Iniziava così: «Caro don Giussani, le scrivo chiamandola “caro“ anche se non la conosco, non l’ho mai vista, né mai sentita parlare». Un incipit rimasto impresso a molti. Andrea – morto due giorni dopo averla scritta – ringraziava Giussani, pur senza conoscerlo, per avergli fatto incontrare Cristo attraverso l’amico Ziba.

Di fianco alle lettere, un televisore riproduce il video di “Riconoscere Cristo”, in cui Giussani legge quella lettera. Con le cuffie nelle orecchie, il brusio del New York Encounter svanisce. Si ha la sensazione di essere a Rimini, nel 1994, mentre il tempo si ferma.

«L’idea di questa sala finale della mostra nasce dal lavoro di scuola di comunità fatto quest’anno con i ragazzi di GS su “Riconoscere Cristo”», racconta Aaron Riches, insegnante di teologia e responsabile di GS ad Atchison. «Abbiamo chiesto loro di scrivere rivolgendosi a Giussani, e lo hanno fatto raccontando qualcosa di loro, di solito attorno a un semplice evento. In tutte le lettere c’è la consapevolezza di una storia iniziata duemila anni fa con Giovanni e Andrea, passata attraverso chi hanno incontrato, fino alla madre di don Giussani, e poi da lui a loro. La mostra è come la sorgente di un piccolo fiume che alla fine diventa una cascata immensa. È anche il cuore, perché dice del metodo che nasce da Cristo presente».

E così capita che a New York, in quella stanza, ci si senta a casa. È il tempio. «Il tempo e il tempio è un’esposizione dell'affermazione radicale del cristianesimo: che Dio ha fatto la sua dimora nel grembo di una vergine, e che da lì questo grande flusso – i credenti, la compagnia della Chiesa – è la Sua dimora», spiega Sofia, curatrice della mostra insieme a Irene, Aaron e Chie. «Cristo continua ad avere una casa, e così ne crea una perché anche noi possiamo avere una vita nuova».

(…) continua su clonline

https://www.clonline.org/it/attualita/articoli/caro-don-giussani-new-york-encounter#:~:text=SOCIET%C3%80-,%C2%ABCaro%20don%20Giussani%E2%80%A6%C2%BB.%20Un%20filo%20lungo%20duemila%20anni,Non%20perderti%20il%20meglio,-Uno%20sguardo%20curioso


venerdì 13 marzo 2026

lunedì 9 marzo 2026

INAUGURAZIONE DEL CENTRO STUDI INTERNAZIONALE DEDICATO A DON GIUSSANI

 




Don Giussani. Una testimonianza viva, vivace e presente

 

Sabato scorso a Roma, l'inaugurazione del nuovo Centro studi dedicato al fondatore di CL, un luogo dove poter incontrare «lui e il suo enorme lascito per la Chiesa universale». Il racconto della giornata, conclusa con la Messa per don Giussani

 

09.03.2026

Angelo Picariello

Un centro studi dove poter incontrare don Giussani e il suo enorme lascito per la Chiesa universale, a 21 anni dalla morte e a 44 dal riconoscimento ufficiale da parte della Santa Sede della Fraternità di Comunione e Liberazione. In questo momento propizio che registrerà, il prossimo 14 maggio, la conclusione della fase diocesana della causa di beatificazione, e il trasferimento degli atti a Roma per l’avvio della fase conclusiva, sabato è stato inaugurato in un affollato seminario il Center for the Study of Luigi Giussani. L’incontro si è tenuto al Centro internazionale di CL, in via Malpighi, a Roma, dove il Centro studi e la biblioteca avranno sede, al primo piano della struttura.

Dopo i saluti del presidente della Fraternità, Davide Prosperi, la mattinata si è incentrata sulla relazione di Tracey Rowland, “The temptation of 1968 and beyond”. La teologa australiana ha collocato l’insegnamento di don Giussani dentro la crisi che ha attraversato la Chiesa negli anni della contestazione: «Stiamo vivendo un “lungo 1968”. Rimane potente la grande tentazione di trasformare il cristianesimo in moralismo e il moralismo in politica, sostituire il credere con il fare e il logos con la praxis». Eppure c’è una “generazione Z”, un fenomeno del tutto nuovo legato in larga misura alle moderne tecniche di comunicazione, che sembra riguardare soprattutto gli Usa, il Regno Unito, «ma anche diversi Paesi europei, Francia Lussemburgo, Irlanda, Norvegia, Svezia, Slovenia, Croazia, Ungheria, Malta, Paesi Bassi, perfino il Kosovo», che vede tanti giovani «respinti dalle ideologie postmoderne e da una cosmologia rigidamente materialista, attratti dalla bellezza come porta di accesso alla trascendenza». Una realtà «meno marcata in Paesi come Italia, Polonia, Germania e Belgio», con elementi di novità che si registrano, invece, anche in Spagna. Una nuova frontiera, che lascia trasparire una sfida del tutto nuova per il carisma di CL: «Monsignor Giussani avrebbe trovato naturale sintonia con i giovani della “generazione Z” e quelli che seguiranno», ha concluso Rowland. Per cui un centro studi a lui intitolato «rappresenta ciò di cui vi è bisogno per alimentare la loro fame di un incontro con l’amore, la verità e la bellezza infinita».

Nel pomeriggio il dibattito si è incentrato sulla relazione del grande biblista austriaco, da tempo trapiantato negli Usa, Michael Waldstein, “Encountering Jesus and staying with Him”. Una parola ha tenuto banco più di tutte, “rimanere”, richiamando l’invito fatto da Gesù agli apostoli a “venire a vedere”: «Gesù rivolge la sua attenzione al desiderio suscitato da una misteriosa promessa. La sua risposta non è un discorso, ma un invito a “rimanere” con lui. Affinché l’evento dell’incontro con Gesù diventi un incontro in senso pieno, i discepoli “rimangono” con Lui in un cammino che porta a “rimanere” nella casa del Padre».

La teologia quindi, nel validare un metodo e un’esperienza, lascia intravedere terreni ancora inesplorati per dare risposte innovative allo smarrimento dell’uomo contemporaneo, nel solco del carisma di don Giussani. Il Centro studi Luigi Giussani non sarà un museo, ma uno strumento pienamente collocato nella realtà e nelle sfide del presente. «L’idea nasce dalla percezione che la sua testimonianza è viva, vivace e presente. E dalla convinzione che essa possa essere interessante e utile se messa al servizio della Chiesa, e di chiunque voglia incontrarla», ha spiegato Martino Feyles, docente di Estetica all’Università eCampus e direttore del comitato esecutivo del Centro, che si occuperà della realizzazione dei programmi di ricerca, dell’organizzazione di eventi e del funzionamento della biblioteca. Il comitato esecutivo è composto da un pool di docenti (Tancredi Bella, Carmine Di Martino, Onorato Grassi, Michael Konrad, Andrea Pennini, Francesca Silano e Marco Stango) e coordinato dal professor Giovanni Maddalena, docente di Filosofia teoretica a Bologna. «Don Giussani è anche un pensatore, un filosofo, un teologo. Studiarlo con l’attenzione dovuta e con gli strumenti accademici adeguati può aiutare a far maturare ulteriormente i frutti del suo carisma in campi e luoghi diversi», ha detto Maddalena.

Il Center for the Shttps://www.clonline.org/it/attualita/articoli/centro-studi-luigi-giussani-inaugurazione#:~:text=Le%20attivit%C3%A0%20saranno,luigigiussani.org.tudy of Luigi Giussani, quindi, è un centro di ricerca internazionale che, ideato dalla Fraternità di Comunione e Liberazione, sarà aperto agli studiosi di ogni provenienza e grado. Sarà ubicato nella capitale nello stesso spirito con il quale Giussani pensò alla nascita, in coincidenza del Giubileo del 2000, del Centro internazionale di via Malpighi, dove non a caso avrà sede.

(…)

https://www.clonline.org/it/attualita/articoli/centro-studi-luigi-giussani-inaugurazione#:~:text=Le%20attivit%C3%A0%20saranno,luigigiussani.org.


martedì 3 marzo 2026

martedì 24 febbraio 2026

ILLUMINATI DA UNA GLORIA NASCOSTA

 



Nel pomeriggio di ieri, 22 febbraio, I domenica di Quaresima, hanno avuto inizio nella Cappella Paolina del Palazzo apostolico vaticano gli Esercizi spirituali di Leone XIV con i cardinali residenti a Roma e i capi dei Dicasteri della Curia romana, predicati dal vescovo norvegese Erik Varden, dei Cistercensi della Stretta Osservanza, prelato di Trondheim, sul tema generale: «Illuminati da una gloria nascosta». Dopo i Vespri, il presule trappista ha tenuto la prima meditazione, soffermandosi in particolare su «Entrare in Quaresima». Di seguito la sintesi in italiano, pubblicata dallo stesso autore anche in lingua inglese sul proprio sito internet «Coram Fratribus».

La Quaresima ci mette di fronte all’essenziale. Ci porta in uno spazio materiale e simbolico liberato dal superfluo. Le cose che ci distraggono, anche quelle buone, vengono messe temporaneamente da parte. Abbracciamo liberamente un periodo di astinenza dai sensi.

La fedeltà all’esempio e ai comandamenti di Cristo è il segno distintivo dell’autenticità cristiana. La portata della pace che incarniamo — quella pace esemplare “che il mondo non può dare” — testimonia la presenza costante di Gesù in noi.

È importante insistere su questo punto mentre il Vangelo tante volte viene strumentalizzato come arma nelle guerre culturali.

Ogni manipolazione delle parole e dei segni cristiani per altri scopi va vigorosamente contestata. Allo stesso tempo, è importante correggere le idee sbagliate non solo contestandole con l’indignazione, ma insegnando e mostrando in cosa consista l’autentica lotta spirituale. La pace cristiana non è una promessa di vita facile; è la condizione per una società trasformata.

È tempo di articolare la radicalità della “pace” cristiana, il suo radicamento nel giusto, coraggioso dono di sé, ricordando allo stesso tempo a noi stessi e agli altri la verità delle parole immortali di san Giovanni Climaco: «Non c’è ostacolo più grande alla presenza dello Spirito in noi che la collera».

La Chiesa instilla la pace nel nostro programma quaresimale. Non sminuisce l’invito a combattere i vizi e le passioni nocive: il suo linguaggio è “Sì, sì”, “No, no”, non “ora questo”, “ora quello”.

Ma la Chiesa ci offre all’inizio della battaglia quaresimale una melodia che porta pace, come colonna sonora per questo tempo. Da oltre mille anni la liturgia romana della Prima Domenica di Quaresima mantiene come componente fissa un tractus di squisita bellezza che prepara al Vangelo, sempre quello della tentazione di Cristo nel deserto.

Il tractus riporta quasi integralmente il testo del Salmo 90, Qui habitas. È un’opera di esegesi melodica che merita la nostra attenzione. Non si tratta della reliquia di un’estetica obsoleta. Il tractus comunica un messaggio vitale.

Un uomo attento a quel messaggio fu san Bernardo. Nella Quaresima del 1139 predicò ai suoi monaci un ciclo di diciassette sermoni sul Qui habitat. Affronta cosa significhi vivere nella grazia quando combattiamo il male, promuoviamo il bene, difendiamo la verità e seguiamo il percorso dell’esodo dalla schiavitù verso la terra promessa, senza deviare né a destra né a sinistra, rimanendo in pace, consapevoli che sotto quello che a volte può sembrare un camminare sul filo del rasoio «ci sono le braccia eterne».

Ci invita a impegnarci con slancio nuovo a un discepolato pieno d’amore e lucido.


L’esodo quaresimale dall’egocentrismo all’amore di Dio 

La seconda meditazione incentrata su «San Bernardo idealista»


«San Bernardo idealista» è stato il tema stamane,  lunedì 23 febbraio, della seconda meditazione del vescovo Varden, in occasione degli Esercizi spirituali quaresimali in corso nella Cappella Paolina alla presenza di Leone XIV, dei cardinali residenti a Roma e i capi dei Dicasteri della Curia.  Ecco la sintesi in italiano delle parole pronunciate dopo l’Ora Media, pubblicata dallo stesso autore anche in lingua inglese sul proprio sito.

Che tipo di uomo era San Bernardo? Da dove veniva? Egli svetta nel movimento cistercense del XII secolo: grande fu il suo carisma, grande la sua capacità di lavoro.

Molti, compresi alcuni che dovrebbero saperne di più, ritengono che sia stato lui l’iniziatore dell’Ordine. Non è così, certo, anche se fece in effetti scalpore quando arrivò nel 1113, all’età di 23 anni, con un gruppo di trenta compagni.

L’impresa di Cîteaux, fondata nel 1098, fu tanto un’innovazione quanto una riforma. I fondatori chiamarono la loro casa novum monasterium. Il progetto non fu in primo luogo una reazione contro qualcosa o qualcuno — e meno male, visto che i progetti reazionari prima o poi finiscono nel nulla.

A prima vista, il progetto cistercense era conservatore, eppure i suoi protagonisti introdussero delle novità. La dialettica fu fruttuosa.

La fiducia nel proprio giudizio rendeva Bernardo ogni tanto flessibile nell’osservanza di certe procedure che, per il resto, sosteneva di difendere. La sua visione delle esigenze della Chiesa lo spingeva talvolta ad adottare posizioni rigide comportando un fiero spirito di parte.

Non era però un ipocrita. 

Era genuinamente umile, dedicato a Dio, capace di tenera gentilezza, un amico fedele — in grado di diventare amico con ex nemici — e un testimone convincente dell’amore di Dio. Era, e rimane, una figura affascinante.

Dom James Fox, l’intraprendente abate dell’abbazia di Gethsemani dal 1948 al ’67, una volta scrisse, esasperato, del confratello Thomas Merton: «Ha la mente così elettrica!». Merton irritava Fox con le sue idee, intuizioni, insistenze. Ma Fox sapeva che Merton era sincero. Lo rispettava, apprezzava la sua compagnia (quando non erano nel bel mezzo di qualche epico battibecco) e per la maggior parte del suo governo dell’abbazia si confessò da Merton.

Sarebbe sciocco paragonare Thomas Merton a Bernardo di Clairvaux, però una certa somiglianza di carattere c’è. Bernardo non ha conosciuto l’elettricità, ma la sua era pure una natura mercuriale che aveva e doveva equilibrare tensioni enormi.

L’insegnamento di Bernardo sulla conversione nasce da una cultura biblica senza pari e da nozioni teologiche ben ponderate. Nasce anche, e con il passare del tempo sempre più, dalla lotta personale, nell’imparare a non dare per scontato che la sua strada sia sempre quella giusta, istruito dall’esperienza, dalle ferite e dalle provocazioni a mettere in discussione la sua presunzione e a meravigliarsi davanti alla giustizia misericordiosa di Dio.

Bernardo è un ottimo compagno per chiunque intraprenda un esodo quaresimale dall’egocentrismo e dall’orgoglio, nel desiderio di perseguire la verità di sé tenendo gli occhi fissi sull’amore di Dio che tutto illumina.

mercoledì 18 febbraio 2026

Incontro degli educatori di Comunione e Liberazione con la Dott.ssa Mariolina Ceriotti Migliarese: All'origine della maturità affettiva



Cosa si intende per maturità affettiva? Quali sono le tappe del suo sviluppo all’interno di una relazione, non soltanto quella educativa? Come essere pienamente se stessi nella scoperta della propria identità e vivere una sana relazione con l’altro, che è sempre diverso da noi? Sono domande fondamentali in ogni ambito relazionale e fase della vita: tematiche urgenti e attuali, non soltanto per ciò che concerne il rapporto tra docente e studente, educatore ed educando, ma anche per quello tra genitore e figlio, marito e moglie, tra amici, così pure come in ogni contesto del vivere comunitario. Per questo motivo l’incontro organizzato dagli educatori di Comunione e Liberazione con Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, intitolato “La pienezza nell’amore. Vivere la maturità affettiva nel rapporto educativo”, è stato proposto a tutti gli adulti del movimento, non soltanto agli insegnanti, e si può rivedere sul canale Youtube di CL.

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Il video dell’incontro










sabato 7 febbraio 2026

Delpini: «Sport e Olimpiadi, scuola di ascesi»


 

Delpini: «Sport e Olimpiadi, scuola di ascesi»

L’omelia dell’arcivescovo di Milano nella Basilica di San Babila, all’accoglienza della Croce degli Sportivi, a una settimana dall’inizio dei Giochi invernali

 

03.02.2026

Mario Delpini

Arcivescovo di Milano

1. Ascolta!

Ascolta: parla il corpo, parla – come si immagina san Paolo – il piede, l’orecchio, parla l’occhio, parla la testa. Ascolta: il corpo ti parla, il tuo corpo parla a chi ti incontra.

Non ridurre il corpo a una macchina da sfruttare, non ridurre il corpo ad un meccanismo complicato che ogni tanto deve essere aggiustato, non ridurre il corpo tuo ed altrui ad un oggetto da desiderare, non ridurre il corpo ad una prigione di cui liberarsi, ad un’apparenza di cui vergognarsi.

Il corpo ti parla, il corpo parla: dice della gioia del benessere, dice dell’ardore appassionato dell’atleta che affronta la gara, dice della ferita per cui tutto soffre, non solo il piede, ma anche la mente, anche l’umore: «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme».

Il corpo parla, ma il vocabolario delle parole è custodito nell’anima, nella memoria, negli affetti, e parlando contesta chi non l’ascolta e lo usa, chi non lo ascolta e ne fa una cosa, un manichino da vestire, una vetrina in cui curiosare. Il corpo parla e dice dell’anima come l’anima sente e pensa e ama e dice del corpo.

 

2. Le gare olimpiche e la pratica sportiva: una scuola

In queste settimane i Giochi Olimpici e Paralimpici saranno una specie di festival del corpo. Gli atleti affronteranno le gare per cui si sono preparati da tanto tempo. E il corpo racconterà le sue avventure e potrà istruire la città e tutti coloro che sanno ascoltare: il racconto, infatti, è come una lezione di vita, è come una predica severa, è come una confidenza commovente.

Il corpo degli atleti delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi dirà di quanta volontà sia necessaria per affrontare gli sforzi, le fatiche dell’allenamento. Una scuola di ascesi.

Dirà di quanta virtù sia necessaria per custodire le passioni, i capricci, le seduzioni della prestazione artefatta, la pigrizia che cede alla stanchezza, l’incostanza che si concede alle trasgressioni. Una scuola di morale.

Dirà di quanta amabilità sia necessaria per coltivare lo spirito di squadra, coordinare i movimenti con gli altri e le altre della squadra; dirà quale umiltà richieda lasciarsi condurre dall’allenatore per correggersi e per migliorarsi. Una scuola di umanità

Dirà di quale fortezza sia necessaria per accettare la sconfitta senza deprimersi, per vivere la vittoria senza esaltarsi, per vivere le reazioni scomposte degli altri, le rabbie impreviste, i puntigli irritanti, gli scoraggiamenti paralizzanti. Una scuola di vita.

Dirà di quanta libertà sia necessaria per riconoscere di non essere perfetti e confrontarsi con le prestazioni degli atleti bellissimi e giovani e riconoscere la condizione della disabilità senza farne un tormento e viverla invece come la propria condizione per esprimere i talenti e sfidare il limite. Una scuola di audacia e di fantasia.

 

3. Il corpo crocifisso

Possono essere troppo rumorose le gare: chi può ascoltare i racconti del corpo? Possono essere troppo ossessionati per le minuzie del fisico e l’incombere della prestazione: come possono mettersi a scuola del corpo? Possono essere troppo superficiali e stupidi gli spettatori: che cosa ne capiscono dell’ascesi, della morale, della libertà, della vita insomma?

In questa chiesa accogliamo il segno del corpo crocifisso. La croce degli sportivi è più uno spiraglio che una figura: il corpo di Cristo, crocifisso per amore, è l’apertura per andare oltre ed accogliere il mistero. Il corpo assente incoraggia le domande, lo sguardo, l’attenzione.

La croce degli sportivi rimarrà in questa chiesa per i giorni delle Olimpiadi e Paralimpiadi e per chi saprà ascoltare parlerà come parla un corpo glorioso, il corpo assente che attira lo sguardo, provoca la memoria, alimenta lo stupore e convince a cantare l’alleluia di Pasqua.

Se volete sapere che cos’è l’amore, se volete sapere se ci sia una speranza, se volete sapere come possano i molti diventare uno e quale potenza di Dio rende possibile che tutte le membra del corpo, pur essendo molte, siano un corpo solo, se chiedete che cosa significhi il comandamento di Gesù di amarci gli uni gli altri, ecco che cosa vogliamo dire: “Guardate a Gesù, adorate il corpo crocifisso e risorto, ascoltate le sue parole e seguitelo, perché lui è la via, la verità, la vita!”

 

[Is 2, 1-5; Sal 84 (85); 1Cor 12,12-27; Gv 13, 31b-35]

 

Milano – Basilica di San Babila, 29 gennaio 2026

Da Chiesadimilano.it


Olimpiadi invernali a S.Siro: Bocelli canta "Nessun dorma"


 

Bocelli canta “Nessun dorma” mentre la fiamma illumina San Siro 

Il tenore Andrea Bocelli intona “Nessun dorma”, romanza dell’opera lirica Turandot di Giacomo Puccini, mentre i tedofori Franco Baresi e Giuseppe Bergomi portano la fiamma delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 che illumina San Siro.

https://www.rainews.it/maratona/2026/02/olimpiadi-invernali-milano-cortina-2026-apertura-inaugurazione-scaletta-sergio-mattarella-diretta-c7bf451c-9b78-4845-84dc-02187ccfd3c5.html#c8688363-0ad9-416d-b00a-2c484903a36f

lunedì 2 febbraio 2026

Legge costituzionale sulla magistratura. Riforma o involuzione?

Marco Gallo, causa di beatificazione al via/ Chiesa Milano pubblica editto per il 17enne di GS morto nel 2011

 


Marco Gallo, causa di beatificazione al via/ Chiesa Milano pubblica editto per il 17enne di GS morto nel 2011

Niccolò Magnani Pubblicato 1 Febbraio 2026

L'arcivescovo Delpini aprirà il 7 marzo a Milano la causa di beatificazione per il Servo di Dio Marco Gallo: ecco chi è e perché ha “fama di santità”

 

L’ANNUNCIO DELLA CHIESA DI MILANO: IL 7 MARZO SI APRE IL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE PER MARCO GALLO

«Io sono amato e quindi faccio tutto»: il prossimo 7 marzo 2026 sarà l’arcivescovo di Milano, Mons. Mario Delpini, ad aprire ufficialmente il processo per la causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Marco Gallo. Il ragazzo classe 1994, morto a soli 17 anni per un incidente stradale, che dalla sua Liguria alla nuova casa in Brianza incontra la fede cristiana nei volti e negli insegnamenti di Gioventù Studentesca (il “ramo” giovanile di Comunione e Liberazione) e riesce però ad andare ben oltre una “semplice” adesione alla vita di un Movimento ecclesiale

Dalla miriade di scritti, appunti e frasi che Marco Gallo si annotava è emersa una figura tra le più incredibili della storia recente cristiana in Italia, tanto da portarlo a scrivere appena la sera prima della sua morte – sui muri della cameretta, di fianco al Crocifisso – una frase che lascia attoniti e sbalorditi: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». Ebbene, dopo un percorso quasi da record nell’iter canonico del Dicastero per le Cause di Santi e Beati, il giovanissimo originario di Casarza Ligure potrà in futuro entrare nel novero dei nuovi testimoni della Chiesa Cattolica.

 

La scritta di Marco Gallo sul muro della cameretta la sera prima di morire (foto dal libro “Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare”)

Come spiega l’editto pubblicato dalla Diocesi di Milano, l’arcivescovo Delpini ha accolto lo scorso giugno 2024 il documento prodotto dal postulatore, padre Andrea Mandonico, per portare alla luce il possibile carisma di fede verso la Beatificazione ed eventuale Canonizzazione di Marco Gallo: «Marco amava la vita, si poneva molte domande e soprattutto aveva trovato nell’amore per Gesù e per il prossimo la fonte della vera gioia. Per questo lasciava in tutti coloro che lo conoscevano una viva convinzione di santità», scrive l’editto pubblicato in data 1 febbraio 2026 don Marco Gianola, preso il Servizio delle Cause dei Santi dell’Arcidiocesi milanese.

Dopo l’infanzia vissuta in Liguria, il trasferimento con la famiglia ad Arese, poi Lecco e infine Monza, lo vede protagonista al liceo Don Gnocchi di Carate Brianza di un incontro che gli cambierà per sempre la vita: gli insegnanti e gli altri ragazzi della Comunità di GS alimentano in Marco Gallo la propria fede, in una maniera che a tratti ricorda la passione vitale di San Carlo Acutis, anche lui giovanissimo al contempo “normale” (studioso, appassionato di internet e giochi) e dedito a scoprire l’origine del destino e della fede cristiana.

Il 5 novembre 2011 a Sovico Marco viene investito da un’auto e due giorni dopo nel Duomo di Monza una fiumana di gente assiste ai funerali: come raccontato da diverse testimonianze, in primis la mamma Paola, la sera prima di morire quella scritta sul muro della camera dopo che il ragazzo era rimasto colpito dalla morte di un amico universitario in un altro incidente.

La frase tratta dal Vangelo di Pasqua – detta da Gesù a chi si imbatte dopo la Resurrezione – racchiude forse tutto di quella fede umile, sempre in posa di domanda e mai come un’arrogante “sapienza”: «Io non valgo nulla. Ma il motivo per cui la mia vita ha senso è perché ci sei te… tu mi ridesti ogni attimo», si annota ancora Marco Gallo commentando una canzone di Claudio Chieffo (“Io non sono degno”, ndr).

Nel libro “Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare” vengono raccolte numerose citazioni e pensieri annotati negli anni della gioventù da quel ragazzo così fuori dagli schemi anche dello stesso Movimento di GS che aveva incontrato: davanti ai responsabili della Scuola di Comunità “lamenta” che le grandi catechesi siano spesso proposte su numeri di partecipazione così ampli ed enormi, pretendo invece una trasmissione di fede più diretta e in piccoli gruppi, «il movimento si trasmette tramite uno sguardo, un’amicizia, una persona, che ti comunica, un rapporto personale».

Serve una presenza reale, vera, fisica e che trasmette bellezza, spiega ancora il Servo di Dio Marco Gallo pochi anni prima di morire, ammettendo di voler sacrificare tutta la sua vita per scoprire se è vero che la felicità più piena si trova in Dio.

(….) continua su sussidiario.net


mercoledì 28 gennaio 2026

Leone XIV, Udienza generale

 


LEONE XIV

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 28 gennaio 2026

Catechesi. I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Dei Verbum. 3. Un solo sacro deposito. Il rapporto tra Scrittura e Tradizione

 Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Proseguendo nella lettura della Costituzione conciliare Dei Verbum sulla divina Rivelazione, oggi riflettiamo sul rapporto tra la Sacra Scrittura e la Tradizione. Possiamo prendere come sfondo due scene evangeliche. Nella prima, che si svolge nel Cenacolo, Gesù, nel suo grande discorso-testamento rivolto ai discepoli, afferma: «Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. […] Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 14,25-26; 16,13).

La seconda scena ci conduce, invece, sulle colline della Galilea. Gesù risorto si mostra ai discepoli, che sono sorpresi e dubbiosi, e dà loro una consegna: «Andate e fate discepoli tutti i popoli, […] insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20). In entrambe queste scene è evidente il nesso intimo tra la parola pronunciata da Cristo e la sua diffusione lungo i secoli. 

È ciò che il Concilio Vaticano II afferma ricorrendo a un’immagine suggestiva: «La sacra Scrittura e la sacra Tradizione sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine» (Dei Verbum, 9). La Tradizione ecclesiale si dirama lungo il percorso della storia attraverso la Chiesa che custodisce, interpreta, incarna la Parola di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (cfr n. 113) rimanda, a questo proposito, a un motto dei Padri della Chiesa: «La Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali», cioè nel testo sacro.

Sulla scia delle parole di Cristo che abbiamo sopra citato, il Concilio afferma che «la Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo» (DV, 8). Questo avviene con la comprensione piena mediante «la riflessione e lo studio dei credenti», attraverso l’esperienza che nasce da «una più profonda intelligenza delle cose spirituali» e, soprattutto, con la predicazione dei successori degli apostoli che hanno ricevuto «un carisma sicuro di verità». In sintesi, «la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa crede» (ibid.).

Famosa è, al riguardo, l’espressione di San Gregorio Magno: «La Sacra Scrittura cresce con coloro che la leggono». [1] E già Sant’Agostino aveva affermato che «uno solo è il discorso di Dio che si sviluppa in tutta la Scrittura e uno solo è il Verbo che risuona sulla bocca di tanti santi». [2] La Parola di Dio, dunque, non è fossilizzata ma è una realtà vivente e organica che si sviluppa e cresce nella Tradizione. Quest’ultima, grazie allo Spirito Santo, la comprende nella ricchezza della sua verità e la incarna nelle coordinate mutevoli della storia.

Suggestivo, in questa linea, è quanto proponeva il santo Dottore della Chiesa John Henry Newman, nella sua opera dal titolo  Lo sviluppo della dottrina cristiana. Egli affermava che il cristianesimo, sia come esperienza comunitaria, sia come dottrina, è una realtà dinamica, nel modo indicato da Gesù stesso con le parabole del seme (cfr  Mc 4,26-29): una realtà viva che si sviluppa grazie a una forza vitale interiore. [3]

L’apostolo Paolo, esorta più volte il suo discepolo e collaboratore Timoteo: «O Timoteo, custodisci il deposito che ti è stato affidato» (1Tm 6,20; cfr 2Tm 1,12.14). La Costituzione dogmatica Dei Verbum riecheggia questo testo paolino là dove dice: «La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa», interpretato dal «magistero vivo della Chiesa la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo» (n. 10). “Deposito” è un termine che, nella sua matrice originaria, è di natura giuridica e impone al depositario il dovere di conservare il contenuto, che in questo caso è la fede, e di trasmetterlo intatto.

Il “deposito” della Parola di Dio è anche oggi nelle mani della Chiesa e noi tutti, nei diversi ministeri ecclesiali, dobbiamo continuare a custodirlo nella sua integrità, come una stella polare per il nostro cammino nella complessità della storia e dell’esistenza.

In conclusione, carissimi, ascoltiamo ancora la Dei Verbum, che esalta l’intreccio tra la Sacra Scrittura e la Tradizione: esse – afferma – sono talmente connesse e congiunte tra loro da non poter sussistere indipendentemente, e insieme, secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime (cfr n. 10).

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[1]  Homiliae in Ezechielem I, VII, 8: PL 76, 843D.

[2]  Enarrationes in Psalmos 103, IV, 1

[3] Cfr. J.H. Newman, Lo sviluppo della dottrina cristiana, Milano 2003, p. 104.