Lo scrittore francese, laico e spesso provocatorio, è intervenuto con un saggio contro la legalizzazione dell’eutanasia nel suo Paese: «È la modernità che distrugge sé stessa sotto i nostri occhi»
24.07.2026
Maria Acqua Simi
Anche Michel Houellebecq, poco prima del voto dell’Assemblea
nazionale francese, era entrato nel dibattito sul fine vita. Lo scrittore
francese, laico e spesso provocatorio, ha scelto di intervenire contro la
legalizzazione dell’eutanasia in Francia con un saggio dal titolo eloquente:
L’eutanasia dell’Occidente, pubblicato su UnHerd e Le Figaro. Non si tratta di
un testo confessionale o di una riflessione bioetica in senso stretto, ma di un
j’accuse contro quella che considera la deriva culturale di una civiltà che,
nel momento in cui autorizza l’uomo a procurarsi la morte, finisce per
desiderare inconsapevolmente anche la propria.
«Da diversi anni combatto contro l’eutanasia, mentre cresce
in me la convinzione di combattere una battaglia già persa». Eppure non smette
di farlo. Per Houellebecq il problema non riguarda soltanto il fine vita, ma il
destino dell’intera civiltà occidentale. Richiamando la celebre battuta
attribuita a Gandhi – «Che cosa pensa della civiltà occidentale? Credo che
sarebbe un’ottima idea» – osserva che oggi parlare di “civiltà occidentale”
significa «nascondersi dietro una parola altisonante». La sua diagnosi è
drastica: «In fondo lo sappiamo tutti, anche se è difficile ammetterlo: la
partita è finita».
La crisi, però, non coincide semplicemente con il tramonto
del cristianesimo. Nemmeno le società asiatiche più avanzate sembrano sfuggire
allo stesso destino: il crollo demografico di Giappone, Corea del Sud e Cina è
il segno che «è la modernità stessa, nel suo complesso, a distruggere sé stessa
sotto i nostri occhi». L’eutanasia diventa così il simbolo di una civiltà che
non riesce più a desiderare la vita. Citando Yeats – «Le cose crollano; il
centro non regge» – descrive un’Europa in cui gli argini cadono uno dopo
l’altro e dove, una volta introdotta l’eutanasia, le condizioni per accedervi
tendono progressivamente ad ampliarsi.
Per Houellebecq il problema non riguarda soltanto il fine
vita. L’eutanasia è diventata il simbolo di una civiltà che non riesce più a
desiderare la vita
Il cuore del saggio è però la critica all’argomento più
utilizzato dai sostenitori dell’eutanasia e cioè quello di garantire una morta
dignitosa. «Tutti gli argomenti – scrive – si riducono a uno solo: la dignità.
Ma questa parola è stata usata così tante volte e in modo così perverso che è
ormai difficile comprenderne il significato». Secondo Houellebecq, infatti,
l’idea contemporanea di dignità coincide ormai con l’autosufficienza. La frase
ricorrente – «Non avrebbe sopportato di ridursi a un vegetale» – rivela a suo
dire una concezione utilitaristica dell’essere umano. Con una delle sue tipiche
provocazioni osserva: «L’affermazione sarebbe più convincente se potesse essere
completata così: “Avrebbe odiato ridursi a un vegetale, avrebbe preferito essere
un cadavere”».
Dietro questa retorica si nasconde un’antropologia nella
quale il valore della persona oggi dipende dalle sue prestazioni: bisogna
essere produttivi, autonomi, capaci di comunicare. Chi non riesce più a farlo
perde progressivamente la propria dignità sociale, in contrasto perfino con
Kant, che aveva affermato che l’uomo deve essere sempre trattato «come un fine
e mai semplicemente come un mezzo».
Per secoli la dignità derivava semplicemente dall’essere
uomini; oggi, invece, «la dignità è diventata qualcosa che si consuma
progressivamente dentro di noi; la nostra vita è vista come un processo di
deterioramento e siamo costretti a giustificare la nostra esistenza in ogni
momento».
Per secoli la dignità derivava semplicemente dall’essere
uomini; oggi, invece, «la dignità è diventata qualcosa che si consuma
progressivamente dentro di noi
Da qui una delle intuizioni più originali del saggio: il
nichilismo non ha più il volto cupo immaginato da Nietzsche o Dostoevskij, ma
uno rassicurante e seducente. Emblematica è, per Houellebecq, la campagna
pubblicitaria All Is Beauty del marchio canadese Simons, che raccontava
l’eutanasia come un’esperienza di armonia e bellezza. «Non è oscuro né
tenebroso. È colorato, perfino allegro», scrive, denunciando una cultura che
rende desiderabile la morte.
Richiamando poi il caso di Vincent Lambert (un infermiere
francese il cui drammatico conflitto familiare sul diritto a vivere o morire
divenne un caso nazionale nel 2019), racconta anche l’episodio di una donna
rimasta in silenzio per decenni che durante una visita inattesa ricominciò
improvvisamente a parlare. Il medico, stupito, le spiegò che per anni aveva
cercato invano di stabilire un contatto con lei. La donna rispose: «Quello che
avevate da dirmi non era poi così interessante». Da questo aneddoto il grande
intellettuale trae una conclusione semplice: il silenzio non equivale
necessariamente all’assenza di vita interiore e «ridurre lo spirito umano alla
sola capacità di comunicare oralmente è, semplicemente, una sciocchezza».
La riflessione si allarga poi alla società tutta: il
continuo richiamo alla dignità, chiosa l’intellettuale, finisce per
trasformarsi nell’obbligo di non pesare sugli altri. Così «gli altri finiscono
per convincersi che non provi quasi più nulla e possono tranquillamente tornare
ai propri affari». Ancora: «Alla fine, la dignità ha una sola funzione.
Legittima la pratica costante del più perfetto egoismo».
(…)
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