La storia di suor Cecilia María, carmelitana argentina morta a 42 anni nel 2016 e di cui è in corso la causa di canonizzazione. E di un’immagine che, dieci anni dopo, continua a interrogare credenti e no, scattata pochi istanti prima dell’ultimo respiro
29.07.2026
Roberto Beccaria (clonline)
Ci sono fotografie che raccontano un avvenimento. E poi ce
ne sono altre che continuano a generare domande. Quella che vedete qui sopra
appartiene a entrambe le categorie e spiega perché, a distanza di dieci anni,
continua a circolare, virale, sul web. L’immagine ritrae una giovane
carmelitana argentina, suor Cecilia María, distesa in un letto d’ospedale. Ha
il volto scavato dalla malattia, un tumore alla base della lingua che pochi
istanti dopo lo scatto la porterà alla morte, a soli 43 anni. Eppure lei sorride.
Non è un sorriso costruito, né un gesto di coraggio esibito. È il sorriso
disarmante di chi sembra abitare già in un luogo diverso da quello che tutti
vedono.
Quell’immagine risale al 23 giugno 2016 e ha già percorso il
mondo in lungo e in largo più volte. Migliaia, poi milioni di persone l’hanno
condivisa sui social, tanto che suor Cecilia María del Volto Santo è diventata,
quasi suo malgrado, «la suora del sorriso». Oggi, mentre la Chiesa ha avviato
la sua causa di beatificazione, quella fotografia continua a interrogare
credenti e non credenti. Non perché racconti una morte edificante, ma perché
sembra custodire un segreto. E la risposta non si trova nell’ultimo istante
della sua vita, come se fosse un fatto eccezionale, ma nel cammino che l’ha
preparato. Come accade per ogni santo.
Cecilia Sánchez Sorondo nasce nel 1973 a San Martín de los
Andes, ai piedi della Cordigliera. È la seconda di dieci figli. La vocazione
arriva tra i banchi del liceo, grazie a un insegnante che le fa scoprire santa
Teresa d’Avila. Ma non è una chiamata lineare: negli anni successivi a quel
primo pensiero, Cecilia cambia università, entra in un Carmelo, ne esce dopo
pochi mesi, attraversa dubbi, incertezze e attese. Quando intuisce che il
Signore la vuole nel monastero di Santa Fe, le viene chiesto di aspettare
ancora: prima dovrà conseguire il diploma da infermiera. Obbedisce. Solo nel
dicembre 1997 entra finalmente e definitivamente nel Carmelo, dove emetterà la
professione solenne sei anni più tardi.
Chi l’ha conosciuta racconta che era una donna piena di
vita, appassionata di musica, tenace e dal carattere non facile. Non la santità
levigata che spesso immaginiamo, ma una persona continuamente alle prese con il
proprio temperamento. Nei suoi scritti ritorna spesso la lotta contro
l’orgoglio, l’impazienza, il desiderio di fare a modo proprio. La sua grande
scoperta non è stata quella di diventare finalmente perfetta, ma di lasciarsi
amare proprio dentro quella fragilità. Non è un caso che arriverà a scrivere
che Gesù le ha insegnato ad accogliere con tenerezza i propri limiti: «Ho
trovato Cristo nella mia debolezza».
Per questo, quando nel dicembre 2015 le viene diagnosticato
il tumore, le sue prime parole sorprendono perfino le consorelle: «Il Signore
ha scelto per me e io ho detto: Fiat». Non è rassegnazione. È il frutto di un
esercizio quotidiano di fiducia, di fede. E pochi giorni dopo la terribile
diagnosi aggiunge: «Chiedo a Gesù di trasformarmi in un vero piccolo agnellino,
affinché io possa essere come Lui: obbediente fino alla morte». La malattia
diventa così il luogo in cui tutto ciò che aveva imparato, vissuto e incontrato
negli anni prende definitivamente corpo.
Seguono sei mesi durissimi. Radioterapia, chemioterapia,
interventi chirurgici. Suor Cecilia María presto non può quasi più parlare, né
mangiare. Ma non vuole rinunciare alla messa quotidiana e a ricevere
l’Eucarestia. Per accontentarla, il cappellano gliela amministra sotto la
specie del vino consacrato, con un contagocce. E le sue consorelle per prime
rimangono colpite non tanto dalla sua capacità di sopportare il dolore, quanto
dalla serenità con cui continua a guardare gli altri. Le sue sofferenze le offre
«per l’unità dei cristiani, del Carmelo e perché tutta la Chiesa sia culla di
verità, tenerezza e misericordia».
È qui che il suo sorriso smette di essere un fenomeno che
semplicemente colpisce e incuriosisce e diventa una vera e propria
provocazione. Perché noi siamo spesso abituati a pensare che la gioia sia la
ricompensa di una vita riuscita, di un corpo sano, di un progetto realizzato.
Mentre suor Cecilia María racconta l’esatto contrario. La sua gioia cresce
mentre tutto, umanamente, si restringe. Non diminuisce il dolore, cambia il
luogo da cui lei lo guarda.
«Bisogna essere umani fino in fondo per incontrare
Cristo»
Un giorno, ormai del tutto incapace di parlare, scrive sul
quaderno una frase destinata a diventare il suo testamento spirituale: «Bisogna
essere umani fino in fondo per incontrare Cristo». La priora le chiede che cosa
significhi. Lei risponde con semplicità: «Cadere e rialzarmi, accettando la mia
povertà». È una definizione della santità lontanissima da ogni perfezionismo
morale. Essere santi, sembra dire, non significa non cadere mai, ma smettere di
difendersi dalla propria debolezza e lasciare che sia proprio lì a manifestarsi
la presenza di Dio.
Forse è questo il motivo per cui quella fotografia di una
suora pressoché sconosciuta, sorridente sebbene in fin di vita, continua a
circolare anche tra non credenti. In un tempo, il nostro, che vorrebbe
cancellare la malattia, nascondere la vecchiaia e che considera la dipendenza
una sconfitta, il volto di questa giovane carmelitana racconta ancora una volta
che la dignità dell’uomo non coincide con la sua efficienza. Perché il sorriso
di suor Cecilia María non nasce dalla sua forza di volontà, ma dalla scoperta
che nessuna fragilità è abbastanza profonda da impedire a Cristo di raggiungere
una persona. Come ha lasciato scritto durante la sua breve vita e come si può
leggere sul sito (hermanaceciliamaria.org) che racconta la sua storia, anche
attraverso le foto, e raccoglie le testimonianze di chi ha già ricevuto grazie
per sua intercessione.
(...)
È la domanda che continua a porre quella fotografia. Ed è
probabilmente il motivo per cui, a quasi dieci anni dalla sua morte, milioni di
persone continuano a fermarsi davanti a quel sorriso. Forse per cercare di
capire che cosa - o meglio, Chi - possa rendere così lieta una persona mentre
tutto, agli occhi di chi rimane, sembra esserle tolto.

