martedì 21 luglio 2026

Rémi Brague. «La grande menzogna sul fine vita»


 

Parla il grande intellettuale cattolico dopo il voto francese sul suicidio assistito: «L’Europa ha fatto dell’autonomia un assoluto. Ma la vita non è un diritto da esercitare, piuttosto un dono da accogliere»

 

Maria Acqua Simi

Il 15 luglio scorso l’Assemblea nazionale francese ha approvato una legge sul fine vita che apre per la prima volta in Francia alla possibilità del suicidio assistito. Ne abbiamo parlato con Rémi Brague. Nato a Parigi nel 1947, sposato, quattro figli, è storico del pensiero, professore emerito di Filosofia medievale e araba alla Sorbona, già titolare della cattedra Guardini di Scienza e Storia delle religioni all’Università di Monaco e vincitore del premio Ratzinger per la Teologia nel 2012.

 

Lei ha scritto che le leggi non sono mai moralmente neutrali, ma educano una società. Che cosa dice della nostra civiltà una legge che riconosce l’aiuto a morire come risposta alla sofferenza?

 

La legge è stata votata, ma deve ancora passare davanti al Consiglio costituzionale, investito della questione – fatto eccezionale – sia dal Primo ministro sia dal presidente del Senato. Non mi faccio molte illusioni. Gli interessi economici in gioco sono giganteschi: le cure palliative costano molto più di un’iniezione. Non c’è da stupirsi che le mutue si siano pronunciate a favore dell’eutanasia. Ciò che mi disgusta è che ci venga promesso che tutto sarà “regolamentato” dalla legge. Come se i limiti che ci erano stati promessi per l’aborto (“ci sarà un necessario periodo di riflessione”) e poi per il “matrimonio” omosessuale (niente adozioni, ecc.) non fossero saltati nel giro di poco tempo. Del resto, alcuni sostenitori di questi “progressi” hanno ammesso apertamente di aver semplicemente mentito su questi punti. Ora dicono che sul tema del fine vita si lascerà agli operatori sanitari la “clausola di coscienza”. Benissimo. Ma i media sapranno presto far leva sulle emozioni e dipingere medici e infermieri che rifiutano di praticare l’iniezione liberatrice come carnefici sadici. Promulgare una legge significa molto più che tollerare una pratica in casi eccezionali, perché spesso la gente confonde ciò che la legge permette con ciò che la morale approva. Alcuni oggi arrivano addirittura a dire: «Il bene è ciò che dice la legge». Era l’argomento degli imputati al processo di Norimberga. Una civiltà che riconosce l’aiuto a morire lo fa perché rinuncia alla vita, rinuncia a curare, ad accompagnare il malato fino alla fine. Merita ancora l’appellativo di «civiltà»?

 

A proposito di civiltà: lei ha sostenuto che la civiltà europea nasce dall’idea che l’uomo riceve la propria esistenza come un dono prima ancora che come una scelta. Se oggi, al contrario, prevale l’idea secondo cui è l’uomo a decidere quando una vita meriti di essere vissuta e quando possa essere interrotta, che cosa resta di questa eredità?

 

Che la vita sia ricevuta senza che la si possa scegliere è un’evidenza antropologica, anzi biologica. Nessuno ha mai scelto di nascere. Che essa ci sia donata da un principio benevolo, la Natura o il Creatore, e non semplicemente imposta da “quel bruto o quel mascalzone che ha fatto il mondo” come diceva il poeta Alfred Housman, è un atto di fede. Senza di esso, come ha scritto Lévinas in Totalità e infinito, «la nascita non scelta e impossibile da scegliere è il grande dramma del pensiero contemporaneo».

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