Il mio amico Domenico, ucciso da una società indifferente
Di Deborah Giovanati
28 Agosto 2026
Il suo è il primo caso di
suicidio assistito interamente gestito dalla sanità regionale lombarda. La
consigliera milanese Giovanati accusa: è stato abbandonato, nessuno lo ha
aiutato a vivere meglio. «Serviva un caso per rompere ulteriori argini»
Domenico Zuccarella, 59enne
lombardo, malato di sclerosi multipla dal 2009, che attende da oltre sei mesi
una risposta per accedere al suicidio assistito, 24 maggio 2026
Il 25 agosto è morto suicida
Domenico Zuccarella, 59 anni, affetto da sclerosi multipla. Il suo è il primo
caso di suicidio assistito interamente gestito dalla Sanità regionale lombarda.
La consigliera comunale milanese Deborah Giovanati, che lo aveva conosciuto
dopo un articolo pubblicato su Tempi, ci racconta il loro rapporto d’amicizia.
Quando era con me, Paolo e
Nicola, Domenico mangiava, beveva vino e fumava un sacco di sigarette. Non era
l’uomo che stanno descrivendo in questi giorni sui giornali.
Mi diceva che ero «una bella
rompicoglioni». Ci ringraziava dopo essere stati da lui perché gli sembrava una
domenica di festa. Ci raccontavamo della vita. Ci prendeva in giro perché
avevamo tanti figli, e se lui pensava di essere pazzo, forse aveva incontrato
qualcuno più pazzo di lui. Ci disse che, solo dopo che aveva chiesto il
suicidio, era diventato importante. Però le interviste «che due coglioni,
sempre le solite domande».
Ci siamo incontrati ogni
settimana per due mesi e ci scrivevamo ogni giorno. Giorni migliori e giorni
peggiori. Mi aveva detto che alcuni amici lo avevano invitato ad allontanarsi
da noi, perché lo stavamo convincendo a non suicidarsi. Lui ci aveva riflettuto
se non vederci più, ma poi non se l’era sentita e aveva mandato a quel paese
gli amici. Aveva pensato che eravamo brave persone e che gli piaceva stare con
noi, e bere con noi del buon vino.
Gli avevamo detto che non ci
sembrava una persona che volesse morire, anzi, ma che volesse vivere meglio di
così. Lui ci aveva guardato sorridendo. Del resto, non era un tipo che si
tirava indietro se doveva mandarci affanculo.
Dobbiamo ringraziare che ci
abbiano messo più tempo del previsto a “fissargli la data”, così lo abbiamo
conosciuto. Se fosse stata più in là, a settembre, avevamo programmato di
andare a trovare un suo amico monaco a Chiaravalle. E finalmente sarebbe venuto
in vacanza con noi l’estate prossima, così ci saremmo organizzati bene. Ci
sarebbe venuto anche subito.
Una volta, forse, aveva bevuto
anche un po’ troppo e pensavamo di aver fatto un gran casino! E lui rideva! Ci
ha parlato di Gesù: i suoi amici non ci credevano molto, ma lui aveva letto il
Vangelo e aveva tante domande e, forse, solo a noi aveva il coraggio di
rivolgerle. Mi disse che se moriva, poi avrebbe pregato per me. Io l’ho mandato
a quel paese perché non funziona proprio così, e l’ho ringraziato perché ogni
volta che uscivo di lì io ero contenta, perché eravamo tutti dei poveretti, ma
ci stavamo facendo del bene.
(….)
Domenico non ce la faceva più a
vivere così. Non solo per la malattia; era tutto il contorno a essere
inadeguato. La prima cosa che mi disse, dopo che aveva deciso di incontrarmi,
era che si sentiva inutile. Aveva accettato di conoscermi perché voleva capire
chi mai si interessasse ancora di lui. Lo abbiamo visto il 31 luglio, abbiamo
festeggiato il compleanno di uno di noi, con torta e spumante.
La fine, la paura e la violenza
dello strappo
Poi abbiamo saputo che gli era
stata fissata la data del suicidio: era imminente, anche se non si sapeva bene
quando. Abbiamo saputo che aveva confidato a un’amica di avere paura, che si
era convinto ma era triste. Ha pianto, Domenico. E nel silenzio se n’è andato,
rassegnato a questo destino. Ormai tutti lo salutavano. Ormai aveva “tirato
troppo”. Tutti se lo aspettavano. Non poteva più tirarsi indietro.
Sento che mi è stato strappato un
amico. Un amico che è stato portato a morire. Una cosa di una violenza
inaudita. Una morte pulita. Gli hanno messo in bocca il veleno (o non so se gli
abbiano dato il puntatore oculare per iniettarselo, e sarebbe assurdo; non
glielo avevano dato neanche da vivo per chiamare con il telefono). Erano tutti
in attesa che la procedura andasse a buon fine. Capite che violenza?
L’Associazione Coscioni non si è
accorta di niente?
Domenico non era un malato
terminale, aveva la sclerosi multipla progressiva, la stessa malattia con cui
convivo io. Era una persona che voleva vivere meglio di così. E quando ha
deciso di uccidersi nessuno lo ha più fermato. Per il servizio sanitario, un
bel risparmio.
Qualcuno dice che lui era libero
di dire di no. Bugia enorme. Se non era nemmeno libero di dire ai suoi medici
di voler cambiare la sedia a rotelle, come poteva fermare una cosa simile?
Lui voleva morire e il servizio
sanitario regionale glielo ha concesso. Com’è possibile lasciare morire una
persona che mangiava, beveva, fumava, deglutiva normalmente e che aveva solo
bisogno di più supporto e aiuto? Perché i medici non si sono interrogati se era
stato fatto veramente tutto per lui? (…) Tutti ciechi per le loro battaglie
propagandistiche. Di Domenico non gliene fregava niente. Gli serviva un caso
per rompere ulteriori argini.
La morte di Domenico mi ha reso
ancora più evidente che il desiderio di morire si annida nella solitudine e
nell’abbandono. Quando ti consideri inutile, esplode la voglia di farla finita.
In questa cultura mortifera chi si può salvare?
Non si sarebbe ucciso
Incontrando Domenico ho capito
che il fine vita non è affatto una “questione etica” o una fissa da cattolici
bigotti, ma qualcosa che ci riguarda tutti, in ogni istante. E che
l’autodeterminazione è una grande bugia. La verità è che si dipende sempre da qualcosa
o da qualcuno. Non si è mai totalmente autonomi: si dipende dal giudizio
altrui, dal proprio pensiero, dalle persone che ci amano o che ci maltrattano.
Si dipende sempre.
Chiudo con le parole che avevo
scritto su Tempi, in quell’articolo che mi aveva portato a conoscere Domenico.
Se il 25 agosto anziché dargli il veleno gli avessero chiesto: “Domenico vuoi
diventare il nostro presidente? Vuoi aiutarci a costruire il nostro paese? Per
noi sei importante”. Sono certa che lui non si sarebbe ucciso.
L’articolo completo è su tempi.it
