lunedì 29 gennaio 2007
sabato 27 gennaio 2007
La Rosa Bianca. Un'amicizia resistente al nazismo
Dal 22 gennaio alla fine di febbraio sarà allestita la mostra "La Rosa Bianca. Volti di un'amicizia" in alcune scuole di Manfredonia e dintorni: nell'Istituto Superiore "Roncalli", nell'Istituto Nautico, nel Liceo Classico, nel Liceo Scientifico di Manfredonia, nel Liceo Classico di Monte S.Angelo.La mostra, promossa dal Centro Culturale Sipontino "Fontana Vivace", presenta l'esperienza di un gruppo di giovani studenti tedeschi i quali, diventati amici in forza della stessa passione di vita, si opposero al nazismo, diffondendo tra l'estate del 1942 e il febbraio del 1943 sei volantini in cui incitavano il popolo tedesco a ribellarsi ad Hitler. Molti di loro pagarono con la morte questo gesto di resistenza al nazismo. Inoltre la
mostra cerca di approfondire le figure dei sei protagonisti più rilevanti. Ne presenta i percorsi di vita dando la parola a loro - attraverso citazioni da lettere e diari - ma anche ai loro amici e ai testimoni viventi. Ne emergono ritratti di persone cui il senso religioso permise di vivere la realtà intensamente, di fare incontri incisivi e di crescere nella certezza e nella speranza.
La mostra è indicata per gli studenti delle scuole medie superiori come occasione per conoscere l'esperienza della Rosa Bianca e per trovare in quei giovani l'itinerario interiore per vivere con protagonismo e intensità l'oggi.Essa rappresenta anche un contributo alla celebrazione della Giornata della Memoria per i contenuti di giudizio sul nazismo che sono ivi proposti.
Sullo stesso argomento vedi anche il comunicato su Manfredonia.net magazine
mercoledì 24 gennaio 2007
Educazione. Prima emergenza per 6 italiani su 10

E 1 su 2 chiede docenti più qualificati. La gestione del sistema scolastico? Meglio se mista, con Stato e privato sociale. Lo pensa più della metà degli italiani.
Altro che debito pubblico, inflazione o parametri europei da rispettare. Per gli italiani la prima emergenza nazionale è quella dell'educazione. Un'emergenza, che rischia di condizionare lo sviluppo e il futuro del Paese. E' un vero e proprio grido d'allarme quello che emerge dal primo rapporto nazionale sullo stato dell'educazione italiana, promosso dalla Fondazione per la Sussidiarietà. Ben 61connazionali su 100 indicano come prioritaria l'emergenza educativa, ma un altro 35% la colloca ai primi posti. Cifre che fanno riflettere e chiedono risposte, che in parte sembrano emergere dallo stesso rapporto.
Infatti il 55% delle famiglie coinvolte nel rapporto indica nella "preparazione e nella capacità degli insegnanti" il fattore primario per dare vita a una scuola di qualiità, l'unica che può invertire la rotta.
Insomma docenti più capaci di "essere dei maestri", nel senso più alto del termine. Uno scenario condiviso anche dal mondo delle imprese e da quello delle Istituzioni, le altre due realtà coinvolte nel rapporto della Fondazione per la sussidiarietà, che sarà presentato questa mattina nell'Aula convegno del Cnr a Roma alla presenza anche del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni. Il 55% delle imprese e il 60% delle Istituzioni indicano nella preparazione dei docenti il fattore vincente per una scuola di qualità.
Ma cosa dovrebbe far prevalere questa scuola di qualità, tra istruzioni ed educazione? Anche in questo caso le famiglie non sembrano avere dubbi: l'82% è convinto che la scuola serva innanzitutto a "istuire ed educare", cioè a formare la personalità e insieme fornire conoscenza. Decisamente minoritaria la posizione che sostiene che la scuola debba "limitarsi semplicemente ad addestrare a un lavoro" (il 13%). Una posizione, quella delle famiglie, condivisa anche dall'84% delle imprese italiane, che affidano il doppio incarico all'istruzione scuola. Un segnale forse inatteso dal mondo imprenditoriale, che ci si immagina più preoccupato di avere futuri lavoratori addestrati.
Al contrario l'educazione viene indicata come un valore imprescindibile, relegando all'11% la quota delle imprese che punta solo all'addestramento.
Interessante anche il capitolo sulla gesitone e il finaziamento del sistema scolastico, in cui emerge una sostanziale indicazione per una formula mista (Stato-privato sociale) in entrambi i campi, segno anche di una progressiva assimilazione del concetto di sussidiarietà, introdotto cinque anni fa nella Carta Costituzionale che regola il nostro Paese.
Il rapporto nazionale della Fondazione per la sussidarietà non dimentica di analizzare anche la situazione attuale del sistema scolastico italiano.
E i giudizi espressi non sono affatto lusinghieri. Se per una scuola di qualtià è la preparazione dei docenti il punto di forza, la stessa cosa avviene nell'analisi degli attuali difetti della scuola italiana. Il 43% delle famiglie indica nella "scarsa qualificazione dei docenti" il maggior difetto dell'attuale sistema, seguito (con il 20,6%) dallo scarso coordinamento tra gli insegnanti" e (con il 19,1%) dalla "assenza di incentivi".
Stesso ordine nei difetti della scuola italiana nelle risposte date dalle imprese, anche se quest'ultime salgono al 55,9% nell'indicare "gli insegnanti poco qualificati". Più vicino all'andamento delle famiglie, le posizioni espresse dalle istituzioni.
Insomma, guardando all'oggi, la scuola italiana viene ritenuta sostanzialmente "inadeguata alle esigenze dei giovani e della società". Parole pesanti, soprattutto se si tiene conto che negli ultimi dieci anni l'intero sistema scolastico è stato sottoposto a un processo di riforma. Eppure l'ultima riforma varata, quella del Ministro Moratti, sembra destinata a dividere le famiglie, che per il 51% si schiera con un giudizio negativo, mentre il 49% la giudica positivamente. Unico punto di convergenza quello dell'introduzione della scuola professionale all'interno del sistema scolastico, apprezzato dal 95% delle famiglie. Un aspetto sostenuto anche dal 58% delle imprese.
Resta, dopo la lettura di questi dati - contenuti insieme ad analisi e contributi di Bonomi, Donati, Grassi, e Vittadini nel volume "Sussidiarietà ed educazione", edito da Mondadori Università - la forte preoccupazione per il futuro del sistema scolastico. Timori a cui cercheranno di dare risposte i partecipanti alla tavola rotonda promossa dalla Fondazione: il ministro Fioroni, il presidente dell'Istat Luigi Biggeri, il presidente di Unionecamere Andrea Mondello e il presidente della fondazione, Giorgio Vittadini. L'emergenza educazione, di certo, richiede risposte. In tempi rapidi
La ricetta ideale: mix pubblico-privato
La gestione del sistema scolastico? Meglio se mista, con Stato e privato sociale. Lo pensa più della metà degli italiani.
Il dato emerge dal primo rapporto nazionale sullo stato dell'educazione in Italia. E così per il 56 % delle famiglie intervistate la formula preferita appare quella "mix". Resta consistente anche il fornte di chi predilige una gestione prettamente statale: è il 40% del campione.
Davvero residuale, invece, la percentuale di chi punta a una gestione esclusivamente privata: si supera di poco il 3%.
Insomma a sette anni dal varo del sistema scolastico pubblico integrato e paritario, la compresenza di un gestore statale e di altri gestori del privato sociale sembra essere entrata nel patrimonio culturale degli italiani.
Passaggio di non poca importanza, vista la lunga battaglia ideologica che ha caratterizzato i quasi 50 anni precedenti il varo della legge 62 del 2000, nota come legge della parità scolastica.
E la formula mista sembra conquistare le famglie anche dal punto di vista del finanziamento. Il 51% del campione sostiene infatti che la scuola paritaria debba essere finaziata in parte anche dallo Stato, pur mantenendo una quota a carico dei gestori e delle famiglie. Ma quasi un quinto degli intervistati (il 19,5) ritiene che il finaziamento pubblico debba essere a completo carico dello Stato. Poco meno del 29% indica al contrario nella famiglia l'unica su cui far ricadere l'onere del finaziamento, come sostanzialemente avviene in questo momento.
Anche dal fronte delle imprese e quello delle Istituzioni (le altre due realtà coinvolte nel primo rapporto) arrivano segnali nella stessa direzione, sia della gestione sia del finaziamento del sitema scolastico in Italia. Anche se le percentuali si diversificano. Sul tema del finanziamento la formula mista raccoglie il consenso del 48,8% delle imprese e bel il 61 % tra le istituzioni, mentre il segmento che assegna allo stato l'intero onenre dei costi è del 13,8% tra le imprese e precipita al 7% tra le istutizioni. Per il 37% delle imprese spetta invece alle famiglie il compito di sostenere i costi precentuale che scende al 31 tra le istutizioni.
Ma globalmente la formula mista (sia gestionale sia finziaria) appare raccogiere un consenso sempre più vasto nell'opinione pubblica.
Infatti il 55% delle famiglie coinvolte nel rapporto indica nella "preparazione e nella capacità degli insegnanti" il fattore primario per dare vita a una scuola di qualiità, l'unica che può invertire la rotta.
Insomma docenti più capaci di "essere dei maestri", nel senso più alto del termine. Uno scenario condiviso anche dal mondo delle imprese e da quello delle Istituzioni, le altre due realtà coinvolte nel rapporto della Fondazione per la sussidiarietà, che sarà presentato questa mattina nell'Aula convegno del Cnr a Roma alla presenza anche del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni. Il 55% delle imprese e il 60% delle Istituzioni indicano nella preparazione dei docenti il fattore vincente per una scuola di qualità.
Ma cosa dovrebbe far prevalere questa scuola di qualità, tra istruzioni ed educazione? Anche in questo caso le famiglie non sembrano avere dubbi: l'82% è convinto che la scuola serva innanzitutto a "istuire ed educare", cioè a formare la personalità e insieme fornire conoscenza. Decisamente minoritaria la posizione che sostiene che la scuola debba "limitarsi semplicemente ad addestrare a un lavoro" (il 13%). Una posizione, quella delle famiglie, condivisa anche dall'84% delle imprese italiane, che affidano il doppio incarico all'istruzione scuola. Un segnale forse inatteso dal mondo imprenditoriale, che ci si immagina più preoccupato di avere futuri lavoratori addestrati.
Al contrario l'educazione viene indicata come un valore imprescindibile, relegando all'11% la quota delle imprese che punta solo all'addestramento.
Interessante anche il capitolo sulla gesitone e il finaziamento del sistema scolastico, in cui emerge una sostanziale indicazione per una formula mista (Stato-privato sociale) in entrambi i campi, segno anche di una progressiva assimilazione del concetto di sussidiarietà, introdotto cinque anni fa nella Carta Costituzionale che regola il nostro Paese.
Il rapporto nazionale della Fondazione per la sussidarietà non dimentica di analizzare anche la situazione attuale del sistema scolastico italiano.
E i giudizi espressi non sono affatto lusinghieri. Se per una scuola di qualtià è la preparazione dei docenti il punto di forza, la stessa cosa avviene nell'analisi degli attuali difetti della scuola italiana. Il 43% delle famiglie indica nella "scarsa qualificazione dei docenti" il maggior difetto dell'attuale sistema, seguito (con il 20,6%) dallo scarso coordinamento tra gli insegnanti" e (con il 19,1%) dalla "assenza di incentivi".
Stesso ordine nei difetti della scuola italiana nelle risposte date dalle imprese, anche se quest'ultime salgono al 55,9% nell'indicare "gli insegnanti poco qualificati". Più vicino all'andamento delle famiglie, le posizioni espresse dalle istituzioni.
Insomma, guardando all'oggi, la scuola italiana viene ritenuta sostanzialmente "inadeguata alle esigenze dei giovani e della società". Parole pesanti, soprattutto se si tiene conto che negli ultimi dieci anni l'intero sistema scolastico è stato sottoposto a un processo di riforma. Eppure l'ultima riforma varata, quella del Ministro Moratti, sembra destinata a dividere le famiglie, che per il 51% si schiera con un giudizio negativo, mentre il 49% la giudica positivamente. Unico punto di convergenza quello dell'introduzione della scuola professionale all'interno del sistema scolastico, apprezzato dal 95% delle famiglie. Un aspetto sostenuto anche dal 58% delle imprese.
Resta, dopo la lettura di questi dati - contenuti insieme ad analisi e contributi di Bonomi, Donati, Grassi, e Vittadini nel volume "Sussidiarietà ed educazione", edito da Mondadori Università - la forte preoccupazione per il futuro del sistema scolastico. Timori a cui cercheranno di dare risposte i partecipanti alla tavola rotonda promossa dalla Fondazione: il ministro Fioroni, il presidente dell'Istat Luigi Biggeri, il presidente di Unionecamere Andrea Mondello e il presidente della fondazione, Giorgio Vittadini. L'emergenza educazione, di certo, richiede risposte. In tempi rapidi
La ricetta ideale: mix pubblico-privato
La gestione del sistema scolastico? Meglio se mista, con Stato e privato sociale. Lo pensa più della metà degli italiani.
Il dato emerge dal primo rapporto nazionale sullo stato dell'educazione in Italia. E così per il 56 % delle famiglie intervistate la formula preferita appare quella "mix". Resta consistente anche il fornte di chi predilige una gestione prettamente statale: è il 40% del campione.
Davvero residuale, invece, la percentuale di chi punta a una gestione esclusivamente privata: si supera di poco il 3%.
Insomma a sette anni dal varo del sistema scolastico pubblico integrato e paritario, la compresenza di un gestore statale e di altri gestori del privato sociale sembra essere entrata nel patrimonio culturale degli italiani.
Passaggio di non poca importanza, vista la lunga battaglia ideologica che ha caratterizzato i quasi 50 anni precedenti il varo della legge 62 del 2000, nota come legge della parità scolastica.
E la formula mista sembra conquistare le famglie anche dal punto di vista del finanziamento. Il 51% del campione sostiene infatti che la scuola paritaria debba essere finaziata in parte anche dallo Stato, pur mantenendo una quota a carico dei gestori e delle famiglie. Ma quasi un quinto degli intervistati (il 19,5) ritiene che il finaziamento pubblico debba essere a completo carico dello Stato. Poco meno del 29% indica al contrario nella famiglia l'unica su cui far ricadere l'onere del finaziamento, come sostanzialemente avviene in questo momento.
Anche dal fronte delle imprese e quello delle Istituzioni (le altre due realtà coinvolte nel primo rapporto) arrivano segnali nella stessa direzione, sia della gestione sia del finaziamento del sitema scolastico in Italia. Anche se le percentuali si diversificano. Sul tema del finanziamento la formula mista raccoglie il consenso del 48,8% delle imprese e bel il 61 % tra le istituzioni, mentre il segmento che assegna allo stato l'intero onenre dei costi è del 13,8% tra le imprese e precipita al 7% tra le istutizioni. Per il 37% delle imprese spetta invece alle famiglie il compito di sostenere i costi precentuale che scende al 31 tra le istutizioni.
Ma globalmente la formula mista (sia gestionale sia finziaria) appare raccogiere un consenso sempre più vasto nell'opinione pubblica.
Enrico Lenzi
Avvenire 24/1/2007
domenica 21 gennaio 2007
LUIGI GIUSSANI, Dall'utopia alla presenza (1975-1978)

Rizzoli - Collana: BUR - I libri dello spirito cristiano
Pagine 402 - Formato 15,3x19,6 - Anno 2006 - ISBN 8817011398 - € 10.80
Prefazione di Julian Carron
Non dipende dallo stato d'animo, da quel che hai sentito, da quel che non hai sentito, dal tuo parere, da quel che è lucido o da quel che è oscuro in te. E un fatto, il cristianesimo... un uomo che si dilata nella storia attraverso l'assimilazione a sé degli uomini che lui si afferra... questa è la presenza della salvezza dell'uomo all'uomo, del significato della storia.Il libro riproduce lezioni e dialoghi di don Giussani con i responsabili degli universitari di Comunione e Liberazione, tenuti nei periodici incontri chiamati Equipe a partire dalla metà degli anni Settanta. A tema, continuamente, le domande che bruciano. Che destino ha la vita? Che cos'è il cristianesimo? Che cos'è la fede? Dov'è Cristo oggi? La stupefacente potenza di una proposta di contenuto e di metodo. Lo spaccato di una storia in cui l'esperienza della persona e l'urgenza del mondo sono unite e rilanciate, in quella modalità "sovversiva e sorprendente" di vivere le solite cose che è la fede come don Giussani l'ha concepita e vissuta.
Pagine 402 - Formato 15,3x19,6 - Anno 2006 - ISBN 8817011398 - € 10.80
Prefazione di Julian Carron
Non dipende dallo stato d'animo, da quel che hai sentito, da quel che non hai sentito, dal tuo parere, da quel che è lucido o da quel che è oscuro in te. E un fatto, il cristianesimo... un uomo che si dilata nella storia attraverso l'assimilazione a sé degli uomini che lui si afferra... questa è la presenza della salvezza dell'uomo all'uomo, del significato della storia.Il libro riproduce lezioni e dialoghi di don Giussani con i responsabili degli universitari di Comunione e Liberazione, tenuti nei periodici incontri chiamati Equipe a partire dalla metà degli anni Settanta. A tema, continuamente, le domande che bruciano. Che destino ha la vita? Che cos'è il cristianesimo? Che cos'è la fede? Dov'è Cristo oggi? La stupefacente potenza di una proposta di contenuto e di metodo. Lo spaccato di una storia in cui l'esperienza della persona e l'urgenza del mondo sono unite e rilanciate, in quella modalità "sovversiva e sorprendente" di vivere le solite cose che è la fede come don Giussani l'ha concepita e vissuta.
Parla il sociologo Ivo Colozzi: Ma l'incubo del '77 partorì il «no global»
La contestazione, sfociata negli anni di piombo, brandiva speranze che sono state deluse. Perché?
«Anche sulla cultura ha inciso poco e male: alimentando il nichilismo e combattendo i cattolici che portavano un pensiero alternativo. Molti storici leader del movimento oggi dominano tristemente i media e le istituzioni»
«Anche sulla cultura ha inciso poco e male: alimentando il nichilismo e combattendo i cattolici che portavano un pensiero alternativo. Molti storici leader del movimento oggi dominano tristemente i media e le istituzioni»
Senza Radio Alice, uno dei simboli del '77 di cui quest'anno ricorre il trentennale, non ci sarebbe, forse, neanche Mediaset. Lo sostiene il sociologo Ivo Colozzi. «L'irruzione innovativa del movimento nella comunicazione» spiega «fu una necessità: nacque dalla preclusione del monopolio pubblico a diffondere prese di posizione critiche nei confronti delle istituzioni. Una circostanza che spinse il movimento a dotarsi di mezzo auto-gestiti. Con un esito sorprendente e certamente non voluto: aprire la porta ad una liberalizzazione da cui entrerà anche Berlusconi con le sue tv».
Che cosa ha rappresentato il '77 nella storia italiana?
«L'ultima prova di forza per verificare se, da parte del movimento studentesco, era possibile con una spallata cambiare la società. Di fronte al suo fallimento si è abbandonata la strada delle grandi manifestazioni e si è avviata la strategia terrorista in maniera decisa e ormai senza remore».
Quale profilo sociale avevano i militanti?
«Quasi tutti erano figli del ceto medio. Anche perché la stratificazione sociale in Italia era caratterizzata già allora dal modello a cipolla: un'enorme pancia costituita dal ceto medio, una minoranza abbastanza piccola di ricchi e una minoranza abbastanza piccola di poveri. Il movimento studentesco, il '77 in particolare, è nato dentro questo ventre molle. Da quelli, soprattutto, provenienti da famiglie della sinistra storica, che, dopo aver respirato in casa la delusione nei confronti della deriva presa dalla sinistra istituzionale sempre più allineata allo schema partitico, avevano cercato un nuovo modo per realizzare gli ideali dei padri».
Una critica che a Bologna divenne rivolta contro il partito comunista che governava la città…
«Causata dalla percezione che il partito aveva tradito. Si era troppo istituzionalizzato. Il sindaco era Zangheri, un professore universitario, quanto di più lontano dal personaggio popolare rappresentato da Dozza. La dista nza tra Dozza e Zangheri è la distanza che c'era tra il Pci in cui avevano militato i reduci della Resistenza che speravano attraverso il partito di fare la rivoluzione e il partito degli anni Settanta. Un partito ormai totalmente dentro i meccanismi del consenso. Mentre i giovani, come sempre, volevano fare la rivoluzione. Ecco spiegato l'accanimento contro la sinistra democratica».
Sul piano culturale il movimento del '77 ha lasciato delle tracce?
«Se parliamo di cultura profonda ha inciso in maniera molto limitata: sto pensando a Derrida. Ovvero ad alcune tendenze, tuttora presenti a livello culturale, che sicuramente trovano il loro vivaio nel '77. Per esempio la volontà di decostruire tutto il linguaggio del finto progressismo, dei finti diritti umani affermati, del finto senso umano affermato. Una decostruzione che però porterà, non dimentichiamolo, verso un relativismo e un nichilismo tutt'altro che rivoluzionario».
E a livello di cultura diffusa?
«Gran parte dei leader del '77 sono entrati nei giornali e nelle televisioni. Diffondendo una cultura del disagio, di un disagio che non ha trovato lo strumento per cambiare effettivamente la società e che quindi trova la sua espressione essenzialmente nel pensiero negativo. E contribuisce, in buona sostanza ad alimentare il dubbio».
Come si spiega l'intolleranza nei confronti della presenza dei cattolici in Università?
«Le vecchie associazioni studentesche, con l'avvento del '68, avevano reagito ritirandosi. Dopo aver seguito per alcuni anni lo stesso percorso, quella che era la vecchia Gs e che poi diventerà Comunione e Liberazione, inverte questa tendenza e si pone dentro la situazione con un atteggiamento alternativo. Cioè si propone come una proposta capace (a partire da una rinnovata esperienza di fede) di rispondere in maniera più adeguata a tutti i problemi di disagio che caratterizzava gli atenei. La sinistra non poteva accettare una competizione su questo piano o almeno l'ha vissuta come una sfida intollerabile e proprio per questo ha cercato di combatterla in maniera molto forte».
I leader del movimento del '77 sono stati assorbiti dalle istituzioni. Tutti reduci, come cantava Gaber?
«Per molti c'è stato una specie di blocco culturale. Anche perché la formazione nell'età adolescenziale non si cancella più. E continua a segnare questa generazione. Molti hanno scelto il riflusso ma lo sguardo con cui guardano ancora oggi la realtà è fortemente condizionato da quell'esperienza giovanile. Ed è uno sguardo non positivo perché ritiene la realtà di per sé traditrice. Con una conseguenza: se questo Paese conosce una crisi di depressione molto lo si deve a questa generazione che controlla i media e la produzione della cultura».
Ci sono eredi del fenomeno di trent'anni fa?
«I no global, certamente. In quanto proseguono l' atteggiamento, tipico del'77, assolutamente antagonista nei confronti della realtà occidentale. Le espressioni sono pressappoco le stesse, così come la violenza, molto dura. In questo senso vedo una forte continuità, ma osservo anche la grande differenza. Il paese è cambiato e il movimento no global difficilmente potrà diventare un movimento di massa o produrre quel fenomeno eversivo che è stato il terrorismo».
Hanno ancora un pubblico i vecchi capi come Scalzone?
«Per i giovani sono riferimenti inesistenti. Faranno conferenze ma non troveranno le nuove generazioni ma le stesse facce di allora: appesantite e ingrigite. Provate a parlare di questa gente nelle aule dell'università. Nessuno ha più idea di chi siano questi personaggi. Fanno parte di un passato che non ha nessuna possibilità di tornare».
Stefano Andrini
Avvenire, 20/2/2007
giovedì 18 gennaio 2007
SOLO LO STUPORE CONOSCE
Partono il 24 gennaio i forum di discussione
Un importante iniziativa intitolata ‘Solo Lo Stupore Conosce’, frutto del lavoro degli studenti delle scuole superiori, degli universitari e dell’ufficio scuola e università delle arcidiocesi di foggia-bovino, prenderà il via a partire da mercoledì 24 gennaio.
Si tratta di un’ iniziativa che prevede una serie di incontri per discutere su temi come la motivazione agli studi e l’approccio alle materie da parte degli studenti come esperienza esistenziale interessante e affascinante.
Il ciclo si compone di sette incontri con tematiche che spaziano in tutto l’arco curriculare, un viaggio che induce a contemplare la Bellezza in questo nostro tempo così drammatico. Un viaggio attraverso l’arte (con Van Gogh), la storia (attraverso i volti degli amici della Rosa Bianca), la letteratura (il cammino dantesco e il romanzo), la scienza (il cielo stellato e la realtà che ci circonda) e la filosofia (attraverso autori e correnti del Novecento).
Ogni incontro sarà un appuntamento con la Bellezza, nelle sue varie forme. Il tutto sarà affrontato da docenti esperti, provenienti da diverse città del territorio nazionale, gli incontri si svilupperanno in due ore extra scolastiche per ciascuna conversazione con il supporto di ausili tecnici diversi a seconda dell’ambito.
Un importante iniziativa intitolata ‘Solo Lo Stupore Conosce’, frutto del lavoro degli studenti delle scuole superiori, degli universitari e dell’ufficio scuola e università delle arcidiocesi di foggia-bovino, prenderà il via a partire da mercoledì 24 gennaio.
Si tratta di un’ iniziativa che prevede una serie di incontri per discutere su temi come la motivazione agli studi e l’approccio alle materie da parte degli studenti come esperienza esistenziale interessante e affascinante.
Il ciclo si compone di sette incontri con tematiche che spaziano in tutto l’arco curriculare, un viaggio che induce a contemplare la Bellezza in questo nostro tempo così drammatico. Un viaggio attraverso l’arte (con Van Gogh), la storia (attraverso i volti degli amici della Rosa Bianca), la letteratura (il cammino dantesco e il romanzo), la scienza (il cielo stellato e la realtà che ci circonda) e la filosofia (attraverso autori e correnti del Novecento).
Ogni incontro sarà un appuntamento con la Bellezza, nelle sue varie forme. Il tutto sarà affrontato da docenti esperti, provenienti da diverse città del territorio nazionale, gli incontri si svilupperanno in due ore extra scolastiche per ciascuna conversazione con il supporto di ausili tecnici diversi a seconda dell’ambito.
Per informazioni e prenotazioni:
Dott.ssa Stefania Menduno
Cell. 347/7356439
mail: centroculturalearche@tiscali.it
Dott.ssa Stefania Menduno
Cell. 347/7356439
mail: centroculturalearche@tiscali.it
Fonte: Capitanata.it
mercoledì 17 gennaio 2007
L’amore di Dio per l’uomo nell’arte di padre Marco
Lo scorso 7 gennaio, alle ore 18.00, una folla di bambini e ragazzi accompagnati dalle loro famiglie ha invaso il teatro comunale “Perotto” di Manfredonia per assistere alla rappresentazione teatrale “Marcellino, che spettacolo!” di Padre Marco Finco e di Carlo Rossi.
Tale evento, patrocinato dal CSV Daunia, è stato organizzato dal Centro Culturale “Fontana Vivace” per sostenere i progetti di una Organizzazione Non Governativa, l’AVSI, a favore di bambini e ragazzi che vivono in situazioni di guerra, di fame, di povertà in altri Paesi del mondo.
Il quarto d’ora “accademico” prima dell’inizio dello spettacolo ha fatto registrare un’attesa palpabile e quasi febbrile: gli spettatori più piccoli, infatti, già conoscevano la storia di Marcellino, un bambino abbandonato davanti al convento dei frati che lo accoglieranno e che, con il loro amore, gli consentiranno di mantenere quella freschezza e quella curiosità, unita a una certa bricconeria, che è tipica di tutti i bambini.
Quando Padre Marco è entrato in scena, dopo poche battute e alcuni geniali accorgimenti, come l’aver invitato e interpellato sul palco due piccoli spettatori, il pubblico è stato subito conquistato dai suoi gesti, dalle sue piroette, dalle rare ed efficaci parole con cui man mano andava costruendo la trama della sua storia.
Certo, i primi interlocutori erano i bambini, ma il pubblico adulto era spesso chiamato in causa come all’inizio, quando i bambini sul palco riuscivano con i loro gesti a far suonare l’immaginaria campana del convento, mentre un papà, ugualmente interpellato, pur compiendo i medesimi gesti non faceva suonare niente, perché se si perde la semplicità dei bambini la vita non dice più nulla.
Non si può raccontare tutto, ma occorre almeno segnalare l’ultima affermazione del frate, una volta terminato lo spettacolo.
A chi gli chiedeva come mai si affaticasse tanto per portare il suo spettacolo in tutta Italia, Padre Marco ha risposto che questo era un modo per comunicare ciò che gli sta più a cuore, la compagnia di Dio all’uomo nei termini concreti e familiari con cui il Crocifisso mangiava e beveva con il piccolo Marcellino.
Le feste di Natale non avrebbero potuto concludersi con un richiamo più bello!
Grazie, Padre Marco!
Tale evento, patrocinato dal CSV Daunia, è stato organizzato dal Centro Culturale “Fontana Vivace” per sostenere i progetti di una Organizzazione Non Governativa, l’AVSI, a favore di bambini e ragazzi che vivono in situazioni di guerra, di fame, di povertà in altri Paesi del mondo.
Il quarto d’ora “accademico” prima dell’inizio dello spettacolo ha fatto registrare un’attesa palpabile e quasi febbrile: gli spettatori più piccoli, infatti, già conoscevano la storia di Marcellino, un bambino abbandonato davanti al convento dei frati che lo accoglieranno e che, con il loro amore, gli consentiranno di mantenere quella freschezza e quella curiosità, unita a una certa bricconeria, che è tipica di tutti i bambini.
Quando Padre Marco è entrato in scena, dopo poche battute e alcuni geniali accorgimenti, come l’aver invitato e interpellato sul palco due piccoli spettatori, il pubblico è stato subito conquistato dai suoi gesti, dalle sue piroette, dalle rare ed efficaci parole con cui man mano andava costruendo la trama della sua storia.
Certo, i primi interlocutori erano i bambini, ma il pubblico adulto era spesso chiamato in causa come all’inizio, quando i bambini sul palco riuscivano con i loro gesti a far suonare l’immaginaria campana del convento, mentre un papà, ugualmente interpellato, pur compiendo i medesimi gesti non faceva suonare niente, perché se si perde la semplicità dei bambini la vita non dice più nulla.
Non si può raccontare tutto, ma occorre almeno segnalare l’ultima affermazione del frate, una volta terminato lo spettacolo.
A chi gli chiedeva come mai si affaticasse tanto per portare il suo spettacolo in tutta Italia, Padre Marco ha risposto che questo era un modo per comunicare ciò che gli sta più a cuore, la compagnia di Dio all’uomo nei termini concreti e familiari con cui il Crocifisso mangiava e beveva con il piccolo Marcellino.
Le feste di Natale non avrebbero potuto concludersi con un richiamo più bello!
Grazie, Padre Marco!
Gemma Barulli
venerdì 12 gennaio 2007
Grazie, padre Marco!
Con pochi simboli raccontare... emozionare... rendere felici...
È quello che ha fatto padre Marco in "Marcellino che Spettacolo!"
Padre Finco ha intensamente recitato, anzi pregato insieme ai grandi e ai piccini con pochi simboli:
che... ARTE! il diabolico separa, il simbolo unisce!
Grazie, padre Marco!
Grazie, Fontana Vivace!
La rappresentazione teatrale "Marcellino (Che spettacolo!)" è stata realizzata nell'ambito delle "Tende di Natale", importante gesto di carità nato nel 1990 per sostenere i primi volontari di AVSI raccogliendo fondi e facendo conoscere il loro lavoro a favore delle popolazioni più fragili per testimoniare che la legge ultima dell’esistenza è la gratuità, la carità, contro ogni possesso egoistico.
Per ulteriori info: www.avsi.org
È quello che ha fatto padre Marco in "Marcellino che Spettacolo!"
Padre Finco ha intensamente recitato, anzi pregato insieme ai grandi e ai piccini con pochi simboli:
che... ARTE! il diabolico separa, il simbolo unisce!
Grazie, padre Marco!
Grazie, Fontana Vivace!
La rappresentazione teatrale "Marcellino (Che spettacolo!)" è stata realizzata nell'ambito delle "Tende di Natale", importante gesto di carità nato nel 1990 per sostenere i primi volontari di AVSI raccogliendo fondi e facendo conoscere il loro lavoro a favore delle popolazioni più fragili per testimoniare che la legge ultima dell’esistenza è la gratuità, la carità, contro ogni possesso egoistico.
Per ulteriori info: www.avsi.org
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