lunedì 19 gennaio 2026

«Sono i poveri a evangelizzare noi»

 



Milano. «Sono i poveri a evangelizzare noi»

La vita delle suore di Carità dell’Assunzione in uno dei quartieri più difficili del capoluogo lombardo. Tra la quotidiana risposta ai bisogni più concreti e quelle parole che «risuonano» dell’Esortazione apostolica Dilexi te

 

01.01.2026

Paola Bergamini

Nell’appartamento di Giuseppe (nome di fantasia), manca tutto: acqua, elettricità, l’unica abbondanza è una povertà assoluta. Le suore di Carità dell’Assunzione del Corvetto, quartiere alla periferia di Milano, lo conoscono da tempo: un passato di droga, quando ha bisogno le chiama, questa volta è per curare le ferite dopo un intervento chirurgico. Finita la medicazione, suor Grazia gli dice: «Va molto meglio, mi sembri anche più bello». L’uomo, trascuratissimo, abbozza un mezzo sorriso e con la mano liscia una ciocca di capelli. È la frazione di un istante: «In quel gesto verso di sé, ho percepito la tenerezza del Signore nei miei confronti. Come si era sentito guardato quell’uomo? Ho pensato a tutte le volte che io sono guardata così». È il cuore della Dilexi te quando Leone XIV scrive che accudire i poveri è «nell’orizzonte della Rivelazione: il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia. Nei poveri Egli ha ancora qualcosa da dirci».

Nel loro apostolato ogni giorno le suore di Carità dell’Assunzione hanno a che fare con tutte le povertà di cui parla l’Esortazione apostolica. «Nell’incontro con chi ha bisogno, nella misura in cui siamo aperti al Mistero, Cristo si rivela. Perché la persona che chiede aiuto risveglia il mio vero bisogno», dice la superiora generale, suor Mariangela. «Per me questo è diventato più chiaro anni fa, in un dialogo con don Giussani, cofondatore con padre Pernet della nostra congregazione. Attraversavo un momento difficile e lui senza mezzi termini mi disse: “Vai a servire, ad amare, perché questo è il modo per incontrare il Mistero: per incontrare il senso della tua persona[H1] ”».

(….) Clonline.org

«Nell’incontro con chi ha bisogno, nella misura in cui siamo aperti al Mistero, Cristo si rivela. Perché la persona che chiede aiuto risveglia il mio vero bisogno»

 

“Esserci”, “stare”, toccando «la carne sofferente di Cristo» dentro povertà che non sono solo materiali, ma frutto del nostro tempo. Tre giorni con la mamma, quattro con il papà: questa la condizione di tre bambini di una famiglia del quartiere. Pur avendo desiderato moltissimo i figli, a un certo punto il rapporto tra i genitori si rompe e si separano in modo durissimo. Rivendicazioni e ricatti sono all’ordine del giorno. Una situazione difficile che i bambini vivono dolorosamente sulla loro pelle. Suor Cristina inizia ad andare in ambedue le case aiutando i ragazzini a fare i compiti e svolgendo le mansioni domestiche quotidiane. La donna la osserva fino a quando accade qualcosa che le fa intravvedere una speranza sulla sua vita e quella dei figli. «Si è come risvegliata, non più incistata sul male, ha iniziato a godere dei suoi bambini, dei loro progetti, dei loro desideri, delle loro emozioni. Ha intravisto una strada, si è riavvicinata alla Chiesa e ai sacramenti attraverso la scuola dei ragazzi, che vedendo la mamma ricominciare a vivere, hanno rotto il bozzolo dei loro problemi e sono rifioriti. Hanno iniziato un cammino. Ecco, lì ho proprio visto la Grazia di Dio in azione». 

 



venerdì 9 gennaio 2026

Louis e il Battesimo. «Lo aspetto con tutto me stesso»

 


Louis e il Battesimo. «Lo aspetto con tutto me stesso»

Le domande brucianti sul senso della vita e quella Bibbia sottolineata regalata dai nonni. I dubbi e la preghiera da solo. Fino all’incontro con la Chiesa. Come un diciannovenne in Francia ha deciso di chiedere i Sacramenti

 

07.01.2026

Mattia Ferraresi

Il cristianesimo si sta risvegliando nella Francia della laïcité, dove l’ateismo è di fatto il culto più diffuso, il cattolicesimo resta formalmente la religione con il maggior numero di aderenti e l’islam quella più praticata. Negli ultimi anni l’avvicinamento alla fede tra adolescenti e giovani adulti è diventato un fenomeno statisticamente rilevante e storicamente sorprendente. La scorsa Pasqua 17.800 fra adulti e adolescenti hanno ricevuto il Battesimo, con un incremento del 45 per cento rispetto all’anno precedente, che a sua volta aveva già segnato un balzo notevole. Le previsioni per il 2026 indicano un aumento in linea con questa tendenza. Non si tratta di una conversione di massa, ma di una dinamica più circoscritta e precisa: giovani cresciuti in famiglie non credenti o lontane dalla Chiesa che arrivano alla fede attraverso percorsi personali, spesso solitari, e che trovano poi nella comunità ecclesiale un luogo di accompagnamento e di discernimento. La parrocchia di Saint Joseph a Grenoble, luogo che la diocesi ha voluto dedicare alla missione per i giovani, è uno dei tanti contesti in cui questo movimento è visibile, anche grazie alla presenza delle missionarie di San Carlo, che dedicano una parte del loro lavoro all’accompagnamento dei giovani ai Sacramenti. Incontriamo in parrocchia Louis de Calignon, 19 anni, che quest’anno riceverà il Battesimo.

 

Quando è cominciato il tuo cammino verso la fede?

Avevo circa quindici anni. Avevo domande brucianti, ma anche piuttosto vaghe, sull’origine del mondo e sul senso della vita. Mi dicevo che forse un Dio doveva esistere, che qualcuno doveva aver creato tutto questo. Ma era un pensiero molto astratto.

Da che ambiente familiare provieni?

La mia famiglia non è cristiana, i miei genitori non credono. Solo i miei nonni, dal lato di mio padre, sono cattolici. A casa, come anche a scuola, si diceva che Dio non esiste, e io lo ripetevo senza pormi troppe domande. Poi crescendo ho iniziato a interrogarmi davvero. Sentivo il bisogno di dare un senso alla vita.

Come ti sei avvicinato concretamente al cristianesimo?

In modo molto semplice. Ho chiesto ai miei nonni se potevano prestarmi una Bibbia. Era una Bibbia con delle annotazioni. Ho iniziato a leggerla da solo, a casa, molto lentamente, partendo dall’inizio. All’inizio non capivo quasi nulla, soprattutto nell’Antico Testamento, ma continuavo senza farmi troppe domande.

C’è stato un momento decisivo?

Sì, quando sono arrivato ai Vangeli. Lì qualcosa è cambiato. Gesù mi ha parlato subito, anche se non avevo mai avuto un’esperienza religiosa prima. Ho avuto l’impressione di trovare una grande fonte di saggezza, qualcosa di bello. Ho cominciato a pregare nella mia stanza, in modo molto semplice.

 

Come pregavi?

All’inizio per due minuti, seduto sul letto, senza sapere bene cosa dire. Ma lo facevo e mi faceva stare bene. È andata avanti così per molto tempo.

Avevi qualcuno con cui condividere questo cammino?

Quasi nessuno. Al liceo conoscevo solo un’amica cattolica. Per due anni sono andato avanti da solo. Avevo molte domande, molti dubbi, e non sapevo dove informarmi. Cercavo risposte su internet, sui social, su YouTube. A volte era dura affrontare questa ricerca solitaria.

Dopo il liceo cosa è successo?

Mi sono iscritto all’università, facoltà di Economia. Ma non mi ha preso per niente, non vedevo il senso di quello che facevo, non avevo un obiettivo. Dopo uno o due mesi ho smesso di andare a lezione. Mi sono trovato in una situazione complicata. Anche se credevo in Dio, non avevo voglia di vivere davvero. La mia vita mi sembrava vuota.

(…)

Quando hai deciso di chiedere il Battesimo?

Dopo circa un mese. Sono andato a chiedere di entrare nel catecumenato. Avevo un desiderio molto forte di essere battezzato, e nei Vangeli è chiaro che è così che si entra davvero nella vita cristiana. Sentivo che era quello che volevo.

Cosa ha cambiato il catecumenato?

Mi ha fatto sentire meno solo. Ho incontrato persone, ho potuto appoggiarmi a qualcuno per pregare, per fare domande. La Chiesa mi ha accolto. Ho cambiato idea su molte cose e continuo a imparare ogni giorno, ma soprattutto ho ritrovato il gusto di vivere. Non vedo l’ora di essere battezzato. È qualcosa che aspetto davvero con tutto me stesso.

 

Mentre lo dice, Louis sorride. Poi lo ripete per tre volte: «Non vedo l’ora di essere battezzato». Per assicurarsi che si sia capito il concetto lo ripetono anche gli amici seduti intorno a lui, Sabrina, Arnaud e Juliette, prendendolo amorevolmente in giro: «Non vede l’ora di essere battezzato!».

 


venerdì 2 gennaio 2026

LETTURE/ Pasternak e la “Stella di Natale”, l’intero universo in ginocchio davanti a Gesù

 

LETTURE/ Pasternak e la “Stella di Natale”, l’intero universo in ginocchio davanti a Gesù

 

La stella di Natale fa parte delle poesie pubblicate alla fine del romanzo Il dottor Živago di Boris Pasternak, completato dallo scrittore moscovita nel 1955, dopo un lungo processo di elaborazione.

Racconta di un medico e poeta, Jurij Andreevič Živago, sullo sfondo ambiguo della guerra civile combattuta in Russia dopo la Rivoluzione d’ottobre. Unico romanzo scritto da Pasternak, fu sufficiente a fargli vincere il Premio Nobel per la letteratura, nel 1958, ma lo scrittore non poté ritirarlo per l’opposizione di Chruscev, leader dell’Unione Sovietica. Due anni prima, in patria Pasternak era stato attaccato dalla rivista Novyj Mir, accusato di tradimento, escluso dall’Unione degli scrittori e minacciato di espulsione dall’Urss: non era “in linea” con la cultura ufficiale.

Così lo Živago venne stampato al di qua della Cortina di ferro, in Europa occidentale, in anteprima mondiale proprio in Italia il 15 novembre 1957 da Giangiacomo Feltrinelli, che con un colpo di genio editoriale batté la concorrenza di americani e francesi: fu subito un successo internazionale, solo nel primo anno ne furono stampate 31 edizioni. In calce al romanzo, appunto, tra le poesie attribuite al protagonista c’era questa, La stella di Natale, nella traduzione dal russo di Pietro A. Zveteremich (che per gentile concessione ripubblichiamo).

Živago/Pasternak descrive la scena della Natività, e l’arrivo dei Magi alla grotta, come se fosse osservata da una creatura proveniente da altri mondi e sospesa nell’aria.

(….)

Živago ambienta la scena della nascita di Gesù non nella Palestina di duemila anni fa ma nella lunga notte dicembrina della sua bianca Russia. Sullo sfondo della steppa innevata compare un astro “mai visto sino ad allora”, un corpo celeste modesto, poco appariscente, freddo e rovente al tempo stesso, che “bruciava come un pagliaio” – scrive il poeta, cucendo così le siderali distanze dell’universo e del tempo che la volta celeste mette in scena agli umori più terreni dell’esperienza umana. Tre astrologi degli altopiani iranici, o di qualche altra terra d’incroci umani stesa tra noi e l’Oriente, tre uomini d’alta cultura e di ampio budget “accorrevano all’appello dei fuochi sconosciuti”.

Živago li osserva a volo radente, come se il suo occhio fosse una telecamera che scruta, là in basso, le figurine di cartapesta – asini, pastori, cammelli, ma anche angeli – di un presepe pulsante: e tra di esse traluce all’improvviso una “strana visione dei tempi venturi,/ lontano appariva tutto quello che in seguito avvenne./ Tutti i pensieri dei secoli, tutti i sogni, i mondi,/ tutto il futuro delle gallerie e dei musei,/ tutti gli scherzi delle fate, tutte le gesta dei maghi,/ tutti gli alberi di Natale al mondo, tutti i sogni dei bambini”.

È un’immagine straordinaria: la luce di quella Stella illumina, in maniera misteriosa, l’intero corso della storia umana, come sappiamo noi oggi che quel “presepe” lo osserviamo dall’altro capo della corda del tempo.

(…)

 

 

La stella di Natale

di Boris Pasternak

(traduzione dal russo di Pietro A. Zveteremich, Feltrinelli)

 

C’era l’inverno.

Soffiava il vento dalla steppa

e freddo aveva il neonato nella tana

sul pendio del colle.

 

L’alito del bue lo riscaldava.

Animali domestici

stavano nella grotta,

sulla culla vagava un tiepido vapore.

 

Scossi dalle pelli il polverio del giaciglio

e i grani di miglio,

dalle rupi guardavano

assonnati i pastori gli spazi della mezzanotte.

 

Lontano era il campo della neve e il cimitero,

i recinti, le pietre tombali

le stanghe di carri confitte nella neve,

e il cielo sul camposanto, pieno di stelle.

 

 

E lì accanto, sconosciuta prima di allora,

più modesta d’un lucignolo

nella finestrella di un capanno,

tremava una stella sulla strada di Betlemme.

 

Bruciava come un pagliaio, in disparte

dal cielo e da Dio,

come il riverbero d’un incendio,

come una fattoria a fuoco e le fiamme in un granaio.

 

Si levava come un’infiammata bica

di paglia e di fieno

in mezzo a tutto l’universo

in apprensione per quella nuova stella.

 

Sopra, a significare qualcosa, rosseggiava

un dilagante riverbero di fiamme,

e tre astrologhi

accorrevano all’appello dei fuochi mai visti.

 

Li seguivano cammelli che portavano doni.

E asinelli bardati, uno più piccolo

dell’altro, a passettini calavano dal monte.

 

E, strana visione dei tempi venturi,

lontano appariva tutto quello che in seguito avvenne.

Tutti i pensieri dei secoli, tutti i sogni, i mondi,

 

tutto il futuro delle gallerie e dei musei,

tutti gli scherzi delle fate, tutte le gesta dei maghi,

tutti gli alberi di Natale al mondo, tutti i sogni dei bambini.

 

Tutto il tremolio delle candele accese, tutti i festoni,

tutta la magnificenza dell’orpello dei fiori…

…Sempre più aspro e furioso soffiava il vento dalla steppa…

…Tutte le mele, tutti i globi dorati…

 

Una parte dello stagno era dietro le cime gli ontani,

ma l’altra anche di là si scorgeva,

oltre i nidi dei corvi e le vette degli alberi.

E potevano distinguere i pastori

come camminavano gli asini e come i cammelli lungo l’argine.

 

“Andiamo insieme a Loro, inchiniamoci al prodigio”,

dissero legandosi le pelli.

 

Camminare nella neve li aveva riscaldati.

Sulla luminosa pianura, come fogli di mica,

nude tracce guidavano alla capanna.

Contro quelle tracce, come alla fiamma d’un moccolo,

ringhiavano i cani pastori alla luce della stella.

 

La notte di gelo somigliava a una fiaba,

e, dalla nevosa catena dei monti nella tormenta, qualcuno

 

per tutto il tempo scese invisibile fra loro.

I cani vagolavano guardandosi intorno spauriti

 

 

e si addossavano al pastori in attesa di una sciagura.

 

Per quella stessa strada, per quegli stessi luoghi

 

alcuni angeli andavano in mezzo alla folla.

 

L’incorporeità li faceva invisibili,

ma il passo lasciava l’orma.

 

Una folla di popolo si raccoglieva presso la rupe.

Albeggiava. Si delineavano i tronchi dei cedri.

“E voi chi siete?” domandò Maria.

“Noi, stirpe di pastori e messaggeri del cielo,

siamo accorsi a cantar lodi a voi due”.

“Non si può, tutti insieme. Aspettate alla porta”.

 

Nella foschia che precede il mattino,

grigia come cenere,

 

battevano i piedi mulattieri e allevatori d’armenti.

Imprecavano contro quelli a cavallo, gli appiedati,

accanto alla pietra incavata dell’abbeveratoio,

mugliavano i cammelli, scalciavano gli asini.

 

Albeggiava. Come granelli di fuliggine, l’alba

 

spazzava le ultime stelle dalla volta celeste.

E della innumerevole folla solo i Magi

Maria lasciò entrare nella cavità della roccia.

 

Lui dormiva, tutto splendente, in una culla di quercia,

come un raggio di Luna dentro il cavo d’un tronco.

Invece di pelli di pecora,

le labbra d’un asino e le nari d’un bue.

 

Stavano in ombra, come nel buio della stalla,

sussurravano, trovando a stento le parole.

A un tratto qualcuno, un po’ a sinistra nell’oscurità,

con la mano scansò dalla culla uno dei Magi,

e quello si voltò: dalla soglia la vergine,

 

guardava come un’ospite la stella di Natale.


mercoledì 31 dicembre 2025

Cile. «Quando Dio può donarsi»

 


Cile. «Quando Dio può donarsi»

Una visita in carcere e l'incontro con alcuni detenuti che gli chiedono la confessione e di celebrare la messa per Natale. «Dio guarda così il nostro male. È attratto dal nostro niente, perché sa che è l’occasione per far risplendere la sua luce». La lettera di don Lorenzo

 

29.12.2025

La settimana scorsa sono andato in carcere a trovare il papà di uno dei ragazzi della nostra parrocchia. Entrare in carcere, camminare in quei corridoi, vedere i volti dei detenuti segnati dal peso del male, è sempre un’esperienza difficile: avevo la sensazione di essere entrato all’inferno.

Mentre mi dirigevo verso il modulo dove mi aspettava il mio amico, erano in tanti a fermarmi per chiedere una benedizione o semplicemente per presentarsi. Non sono mancati alcuni sfottò o battute irriverenti. Dopo circa mezz’ora passata assieme al mio amico, viene a prendermi una volontaria del carcere, una donna sulla settantina che da ormai più di 20 anni, due volte alla settimana, visita i detenuti. Mi racconta che all’interno del carcere c’è una cappella, ma che da molti mesi nessuno vi celebra più la Messa. Mi chiede se sono disponibile: «Tra poco, padre, è Natale, abbiamo bisogno della Messa almeno a Natale!». Subito le offro la mia disponibilità. Lei ha tutto l’occorrente. Inizia così un passa parola tra i vari moduli riguardo l’imminente celebrazione.

(...)

La cappella è umilissima, ma si capisce che è un posto sacro. Tutti la rispettano. In poco tempo si presentano una decina di uomini: il più giovane, sulla ventina, si chiama Mauricio, è accompagnato da suo padre, anche lui detenuto. Poi arriva Gianpier, una montagna di muscoli con la faccia e lo sguardo da bambino. Alexander non ha un occhio. Osvaldo è evidentemente ritardato. E così via. In poco tempo ho davanti a me i fedeli pronti per la Messa. Mentre prepariamo l’altare uno di loro mi si avvicina: «Padre, non ce la faccio più. Quando sono solo penso a ciò che ho fatto e sto male». Lo invito a sedersi. Lo ascolto e a poco a poco il suo racconto si muta in una confessione. Lo lascio parlare e inizio a farmi il segno della croce. Lui fa lo stesso. Alla fine, gli chiedo se vuole che Dio cancelli i suoi peccati. Mi dice di sì tra le lacrime. Recitiamo insieme il Kyrie, gli do la penitenza e l’assoluzione. «Adesso sei un uomo nuovo». Mi abbraccia tra le lacrime e ritorna leggero e contento a sedersi tra gli altri. Alzo lo sguardo e vedo una decina di occhi sgranati che mi fissano. L’impasse dura poco: «Anch’io padre!». «Anch’io!». «Anch’io». «Allora - dico - chi vuole confessarsi si metta in fila!». E così, prima della Messa, altri quattro detenuti si sono confessati per la prima volta dal giorno del loro battesimo. E che confessioni! Quanta più materia, tanta più grazia. Quanto più inferno, tanto più paradiso. Quanta più oscurità, tanta più luce.

Al ritorno, passando di nuovo per gli stessi corridoi, il carcere era diverso, quasi attraente direi. Ho capito che Dio guarda così il nostro male. Lui è attratto dal nostro niente, perché sa che è l’occasione per potersi donare e far risplendere la sua luce. Per questo ha scelto una stalla. Per questo ha scelto noi.

 

Buon Natale a tutti.

 

Don Lorenzo, Santiago del Cile


giovedì 18 dicembre 2025

Praga. La fine e il nuovo inizio


 

Praga. La fine e il nuovo inizio

Petr e Jan a Pasqua riceveranno Battesimo, Prima Comunione e Cresima: «Un percorso che si chiude apre a un’esistenza completamente diversa»

 

È un misto di desiderio, fede e speranza, un amalgama impossibile da scindere l’attesa di Petr e Jan, 37 e 48 anni. Il giorno di Pasqua del 2026 riceveranno il Battesimo, la Prima Comunione e la Cresima a Praga dopo un percorso di catecumenato di due anni.

La famiglia atea, un’infanzia e un’adolescenza con la percezione di «qualcosa che stava sopra di me», poi il Covid e l’insonnia a causa della malattia: sono i passi che preparano Petr all’incontro con Cristo, fino ad allora pressoché sconosciuto. «Di notte ascoltavo audiolibri gratuiti, tra le proposte c’era la Bibbia commentata da alcuni teologi. Da quelle parole per la prima volta intuii che Gesù era parte cruciale della salvezza, era la porta e io desideravo incontrarlo».

I genitori cristiani, qualche puntata come chierichetto e il fascino per Dio, «in cui ho sempre creduto»: riassume così Jan, in poche parole, la sua storia di fede. A 21 anni, l’incontro con una ragazza che decide di sposare: «Entrambi volevamo celebrare il matrimonio in chiesa, avevo già parlato con un sacerdote per ricevere il Battesimo, poi insorsero dei problemi che ci portarono a separarci». Per anni si sentì perseguitato dall’ombra di quella «sconfitta», come la considerava all’epoca. Accantonò l’idea dei sacramenti, poi qualcosa dentro ricominciò a muoversi, «non so bene dire cosa», e il desiderio si riaccese in lui. «Da quando ho preso questa decisione sento che la scelta prende tutta la mia vita, come fosse una strada nuova su cui camminare».

In Europa la laicissima Repubblica Ceca da decenni è l’ultima nazione per numero di abitanti che si professano cristiani. L’etichetta di Paese più ateo del continente è il frutto di quarant’anni di persecuzione comunista contro la Chiesa, che ha lasciato ferite profonde nella coscienza comune. Nel rapporto sul cambiamento del panorama religioso globale dal 2010 al 2020 del Pew Research Center, pubblicato a giugno 2025, la Cechia contava appena il 26,4% di cristiani, unico Stato europeo insieme ai Paesi Bassi la cui maggioranza si professa “non affiliata ad alcuna religione”. «Ma le nostre chiese non sono soltanto luogo di visita per turisti, le cose stanno cambiando. In molti chiedono di ricevere i sacramenti in età adulta, si respira un grande desiderio di fede», tiene a sottolineare Jan. Lo testimoniano oltre mille adulti che ogni anno chiedono di essere battezzati.

A tenere gli incontri settimanali ai due catecumeni è don Marco Basile, sacerdote della Fraternità San Carlo che da 16 anni presta servizio a Praga. Attualmente, sta preparando un gruppo di tredici persone. «Mi capita spesso di incontrare uomini e donne che bussano alla porta della parrocchia senza avere un’idea precisa di Dio. Molti arrivano qui semplicemente perché la chiesa è molto visibile nel centro cittadino e non conoscono nessuno a cui rivolgersi», spiega il sacerdote. «Ma in pochissimi si aspettano di incontrare una comunità, cercano per lo più un “tramite” per raggiungere Dio. La mia missione è fare intuire loro la bellezza della vita della Chiesa, che non può essere solo un’esperienza vissuta individualmente».

(….)

Per Petr questo è molto chiaro: «È come se il Battesimo fosse la fine di un percorso, ma anche l’inizio di una nuova esistenza, ne vedo già i frutti nei semplici avvenimenti della mia quotidianità. Mia moglie quando le ho parlato della scelta mi ha stupito, mi ha supportato subito senza esitazione. Così come un caro amico con cui non avevo mai affrontato l’argomento: quando gli ho dato la notizia si è emozionato. “Anch’io credo in Dio”, ha esclamato». Anche per Jan è «la chiusura di un cerchio. Ma non è una scelta che compio solo per me, lo faccio anche per dare un segno ai miei due figli, agli amici, al mondo intero». E lo sguardo di entrambi guarda già al futuro. «Finalmente saremo un tutt’uno con la nostra comunità cristiana, la fine di un’attesa lunga un vita».