Fontana vivace
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giovedì 22 gennaio 2026
lunedì 19 gennaio 2026
«Sono i poveri a evangelizzare noi»
Milano. «Sono i poveri a evangelizzare noi»
La vita delle suore di Carità dell’Assunzione in uno dei
quartieri più difficili del capoluogo lombardo. Tra la quotidiana risposta ai
bisogni più concreti e quelle parole che «risuonano» dell’Esortazione
apostolica Dilexi te
01.01.2026
Paola Bergamini
Nell’appartamento di Giuseppe (nome di fantasia), manca
tutto: acqua, elettricità, l’unica abbondanza è una povertà assoluta. Le suore
di Carità dell’Assunzione del Corvetto, quartiere alla periferia di Milano, lo
conoscono da tempo: un passato di droga, quando ha bisogno le chiama, questa
volta è per curare le ferite dopo un intervento chirurgico. Finita la
medicazione, suor Grazia gli dice: «Va molto meglio, mi sembri anche più
bello». L’uomo, trascuratissimo, abbozza un mezzo sorriso e con la mano liscia
una ciocca di capelli. È la frazione di un istante: «In quel gesto verso di sé,
ho percepito la tenerezza del Signore nei miei confronti. Come si era sentito
guardato quell’uomo? Ho pensato a tutte le volte che io sono guardata così». È
il cuore della Dilexi te quando Leone XIV scrive che accudire i poveri è
«nell’orizzonte della Rivelazione: il contatto con chi non ha potere e
grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia. Nei
poveri Egli ha ancora qualcosa da dirci».
Nel loro apostolato ogni giorno le suore di Carità
dell’Assunzione hanno a che fare con tutte le povertà di cui parla
l’Esortazione apostolica. «Nell’incontro con chi ha bisogno, nella misura in
cui siamo aperti al Mistero, Cristo si rivela. Perché la persona che chiede
aiuto risveglia il mio vero bisogno», dice la superiora generale, suor
Mariangela. «Per me questo è diventato più chiaro anni fa, in un dialogo con
don Giussani, cofondatore con padre Pernet della nostra congregazione.
Attraversavo un momento difficile e lui senza mezzi termini mi disse: “Vai a
servire, ad amare, perché questo è il modo per incontrare il Mistero: per
incontrare il senso della tua persona[H1] ”».
(….) Clonline.org
«Nell’incontro con chi ha bisogno, nella misura in cui siamo
aperti al Mistero, Cristo si rivela. Perché la persona che chiede aiuto
risveglia il mio vero bisogno»
“Esserci”, “stare”, toccando «la carne sofferente di Cristo»
dentro povertà che non sono solo materiali, ma frutto del nostro tempo. Tre
giorni con la mamma, quattro con il papà: questa la condizione di tre bambini
di una famiglia del quartiere. Pur avendo desiderato moltissimo i figli, a un
certo punto il rapporto tra i genitori si rompe e si separano in modo
durissimo. Rivendicazioni e ricatti sono all’ordine del giorno. Una situazione
difficile che i bambini vivono dolorosamente sulla loro pelle. Suor Cristina
inizia ad andare in ambedue le case aiutando i ragazzini a fare i compiti e
svolgendo le mansioni domestiche quotidiane. La donna la osserva fino a quando
accade qualcosa che le fa intravvedere una speranza sulla sua vita e quella dei
figli. «Si è come risvegliata, non più incistata sul male, ha iniziato a godere
dei suoi bambini, dei loro progetti, dei loro desideri, delle loro emozioni. Ha
intravisto una strada, si è riavvicinata alla Chiesa e ai sacramenti attraverso
la scuola dei ragazzi, che vedendo la mamma ricominciare a vivere, hanno rotto
il bozzolo dei loro problemi e sono rifioriti. Hanno iniziato un cammino. Ecco,
lì ho proprio visto la Grazia di Dio in azione».
venerdì 9 gennaio 2026
Louis e il Battesimo. «Lo aspetto con tutto me stesso»
Louis e il Battesimo. «Lo aspetto con tutto me stesso»
Le domande brucianti sul senso della vita e quella Bibbia
sottolineata regalata dai nonni. I dubbi e la preghiera da solo. Fino
all’incontro con la Chiesa. Come un diciannovenne in Francia ha deciso di
chiedere i Sacramenti
07.01.2026
Mattia Ferraresi
Il cristianesimo si sta risvegliando nella Francia della
laïcité, dove l’ateismo è di fatto il culto più diffuso, il cattolicesimo resta
formalmente la religione con il maggior numero di aderenti e l’islam quella più
praticata. Negli ultimi anni l’avvicinamento alla fede tra adolescenti e
giovani adulti è diventato un fenomeno statisticamente rilevante e storicamente
sorprendente. La scorsa Pasqua 17.800 fra adulti e adolescenti hanno ricevuto
il Battesimo, con un incremento del 45 per cento rispetto all’anno precedente,
che a sua volta aveva già segnato un balzo notevole. Le previsioni per il 2026
indicano un aumento in linea con questa tendenza. Non si tratta di una
conversione di massa, ma di una dinamica più circoscritta e precisa: giovani
cresciuti in famiglie non credenti o lontane dalla Chiesa che arrivano alla
fede attraverso percorsi personali, spesso solitari, e che trovano poi nella
comunità ecclesiale un luogo di accompagnamento e di discernimento. La
parrocchia di Saint Joseph a Grenoble, luogo che la diocesi ha voluto dedicare
alla missione per i giovani, è uno dei tanti contesti in cui questo movimento è
visibile, anche grazie alla presenza delle missionarie di San Carlo, che
dedicano una parte del loro lavoro all’accompagnamento dei giovani ai
Sacramenti. Incontriamo in parrocchia Louis de Calignon, 19 anni, che
quest’anno riceverà il Battesimo.
Quando è cominciato il tuo cammino verso la fede?
Avevo circa quindici anni. Avevo domande brucianti, ma anche
piuttosto vaghe, sull’origine del mondo e sul senso della vita. Mi dicevo che
forse un Dio doveva esistere, che qualcuno doveva aver creato tutto questo. Ma
era un pensiero molto astratto.
Da che ambiente familiare provieni?
La mia famiglia non è cristiana, i miei genitori non
credono. Solo i miei nonni, dal lato di mio padre, sono cattolici. A casa, come
anche a scuola, si diceva che Dio non esiste, e io lo ripetevo senza pormi
troppe domande. Poi crescendo ho iniziato a interrogarmi davvero. Sentivo il
bisogno di dare un senso alla vita.
Come ti sei avvicinato concretamente al cristianesimo?
In modo molto semplice. Ho chiesto ai miei nonni se potevano
prestarmi una Bibbia. Era una Bibbia con delle annotazioni. Ho iniziato a
leggerla da solo, a casa, molto lentamente, partendo dall’inizio. All’inizio
non capivo quasi nulla, soprattutto nell’Antico Testamento, ma continuavo senza
farmi troppe domande.
C’è stato un momento decisivo?
Sì, quando sono arrivato ai Vangeli. Lì qualcosa è cambiato.
Gesù mi ha parlato subito, anche se non avevo mai avuto un’esperienza religiosa
prima. Ho avuto l’impressione di trovare una grande fonte di saggezza, qualcosa
di bello. Ho cominciato a pregare nella mia stanza, in modo molto semplice.
Come pregavi?
All’inizio per due minuti, seduto sul letto, senza sapere
bene cosa dire. Ma lo facevo e mi faceva stare bene. È andata avanti così per
molto tempo.
Avevi qualcuno con cui condividere questo cammino?
Quasi nessuno. Al liceo conoscevo solo un’amica cattolica.
Per due anni sono andato avanti da solo. Avevo molte domande, molti dubbi, e
non sapevo dove informarmi. Cercavo risposte su internet, sui social, su
YouTube. A volte era dura affrontare questa ricerca solitaria.
Dopo il liceo cosa è successo?
Mi sono iscritto all’università, facoltà di Economia. Ma non
mi ha preso per niente, non vedevo il senso di quello che facevo, non avevo un
obiettivo. Dopo uno o due mesi ho smesso di andare a lezione. Mi sono trovato
in una situazione complicata. Anche se credevo in Dio, non avevo voglia di
vivere davvero. La mia vita mi sembrava vuota.
(…)
Quando hai deciso di chiedere il Battesimo?
Dopo circa un mese. Sono andato a chiedere di entrare nel
catecumenato. Avevo un desiderio molto forte di essere battezzato, e nei
Vangeli è chiaro che è così che si entra davvero nella vita cristiana. Sentivo
che era quello che volevo.
Cosa ha cambiato il catecumenato?
Mi ha fatto sentire meno solo. Ho incontrato persone, ho
potuto appoggiarmi a qualcuno per pregare, per fare domande. La Chiesa mi ha
accolto. Ho cambiato idea su molte cose e continuo a imparare ogni giorno, ma
soprattutto ho ritrovato il gusto di vivere. Non vedo l’ora di essere
battezzato. È qualcosa che aspetto davvero con tutto me stesso.
Mentre lo dice, Louis sorride. Poi lo ripete per tre volte:
«Non vedo l’ora di essere battezzato». Per assicurarsi che si sia capito il
concetto lo ripetono anche gli amici seduti intorno a lui, Sabrina, Arnaud e
Juliette, prendendolo amorevolmente in giro: «Non vede l’ora di essere
battezzato!».
martedì 6 gennaio 2026
venerdì 2 gennaio 2026
LETTURE/ Pasternak e la “Stella di Natale”, l’intero universo in ginocchio davanti a Gesù
LETTURE/ Pasternak e la “Stella di Natale”, l’intero
universo in ginocchio davanti a Gesù
La stella di Natale fa parte delle poesie pubblicate alla
fine del romanzo Il dottor Živago di Boris Pasternak, completato dallo
scrittore moscovita nel 1955, dopo un lungo processo di elaborazione.
Racconta di un medico e poeta, Jurij Andreevič Živago, sullo
sfondo ambiguo della guerra civile combattuta in Russia dopo la Rivoluzione
d’ottobre. Unico romanzo scritto da Pasternak, fu sufficiente a fargli vincere
il Premio Nobel per la letteratura, nel 1958, ma lo scrittore non poté
ritirarlo per l’opposizione di Chruscev, leader dell’Unione Sovietica. Due anni
prima, in patria Pasternak era stato attaccato dalla rivista Novyj Mir,
accusato di tradimento, escluso dall’Unione degli scrittori e minacciato di
espulsione dall’Urss: non era “in linea” con la cultura ufficiale.
Così lo Živago venne stampato al di qua della Cortina di
ferro, in Europa occidentale, in anteprima mondiale proprio in Italia il 15
novembre 1957 da Giangiacomo Feltrinelli, che con un colpo di genio editoriale
batté la concorrenza di americani e francesi: fu subito un successo
internazionale, solo nel primo anno ne furono stampate 31 edizioni. In calce al
romanzo, appunto, tra le poesie attribuite al protagonista c’era questa, La
stella di Natale, nella traduzione dal russo di Pietro A. Zveteremich (che per
gentile concessione ripubblichiamo).
Živago/Pasternak descrive la scena della Natività, e
l’arrivo dei Magi alla grotta, come se fosse osservata da una creatura
proveniente da altri mondi e sospesa nell’aria.
(….)
Živago ambienta la scena della nascita di Gesù non nella
Palestina di duemila anni fa ma nella lunga notte dicembrina della sua bianca
Russia. Sullo sfondo della steppa innevata compare un astro “mai visto sino ad
allora”, un corpo celeste modesto, poco appariscente, freddo e rovente al tempo
stesso, che “bruciava come un pagliaio” – scrive il poeta, cucendo così le
siderali distanze dell’universo e del tempo che la volta celeste mette in scena
agli umori più terreni dell’esperienza umana. Tre astrologi degli altopiani
iranici, o di qualche altra terra d’incroci umani stesa tra noi e l’Oriente,
tre uomini d’alta cultura e di ampio budget “accorrevano all’appello dei fuochi
sconosciuti”.
Živago li osserva a volo radente, come se il suo occhio
fosse una telecamera che scruta, là in basso, le figurine di cartapesta –
asini, pastori, cammelli, ma anche angeli – di un presepe pulsante: e tra di
esse traluce all’improvviso una “strana visione dei tempi venturi,/ lontano
appariva tutto quello che in seguito avvenne./ Tutti i pensieri dei secoli,
tutti i sogni, i mondi,/ tutto il futuro delle gallerie e dei musei,/ tutti gli
scherzi delle fate, tutte le gesta dei maghi,/ tutti gli alberi di Natale al
mondo, tutti i sogni dei bambini”.
È un’immagine straordinaria: la luce di quella Stella
illumina, in maniera misteriosa, l’intero corso della storia umana, come
sappiamo noi oggi che quel “presepe” lo osserviamo dall’altro capo della corda
del tempo.
(…)
La stella di Natale
di Boris Pasternak
(traduzione dal russo di Pietro A. Zveteremich, Feltrinelli)
C’era l’inverno.
Soffiava il vento dalla steppa
e freddo aveva il neonato nella
tana
sul pendio del colle.
L’alito del bue lo riscaldava.
Animali domestici
stavano nella grotta,
sulla culla vagava un tiepido
vapore.
Scossi dalle pelli il polverio
del giaciglio
e i grani di miglio,
dalle rupi guardavano
assonnati i pastori gli spazi
della mezzanotte.
Lontano era il campo della neve e
il cimitero,
i recinti, le pietre tombali
le stanghe di carri confitte
nella neve,
e il cielo sul camposanto, pieno
di stelle.
E lì accanto, sconosciuta prima
di allora,
più modesta d’un lucignolo
nella finestrella di un capanno,
tremava una stella sulla strada
di Betlemme.
Bruciava come un pagliaio, in
disparte
dal cielo e da Dio,
come il riverbero d’un incendio,
come una fattoria a fuoco e le
fiamme in un granaio.
Si levava come un’infiammata bica
di paglia e di fieno
in mezzo a tutto l’universo
in apprensione per quella nuova
stella.
Sopra, a significare qualcosa,
rosseggiava
un dilagante riverbero di fiamme,
e tre astrologhi
accorrevano all’appello dei
fuochi mai visti.
Li seguivano cammelli che
portavano doni.
E asinelli bardati, uno più
piccolo
dell’altro, a passettini calavano
dal monte.
E, strana visione dei tempi
venturi,
lontano appariva tutto quello che
in seguito avvenne.
Tutti i pensieri dei secoli,
tutti i sogni, i mondi,
tutto il futuro delle gallerie e
dei musei,
tutti gli scherzi delle fate,
tutte le gesta dei maghi,
tutti gli alberi di Natale al
mondo, tutti i sogni dei bambini.
Tutto il tremolio delle candele
accese, tutti i festoni,
tutta la magnificenza
dell’orpello dei fiori…
…Sempre più aspro e furioso
soffiava il vento dalla steppa…
…Tutte le mele, tutti i globi
dorati…
Una parte dello stagno era dietro
le cime gli ontani,
ma l’altra anche di là si
scorgeva,
oltre i nidi dei corvi e le vette
degli alberi.
E potevano distinguere i pastori
come camminavano gli asini e come
i cammelli lungo l’argine.
“Andiamo insieme a Loro,
inchiniamoci al prodigio”,
dissero legandosi le pelli.
Camminare nella neve li aveva
riscaldati.
Sulla luminosa pianura, come
fogli di mica,
nude tracce guidavano alla
capanna.
Contro quelle tracce, come alla
fiamma d’un moccolo,
ringhiavano i cani pastori alla
luce della stella.
La notte di gelo somigliava a una
fiaba,
e, dalla nevosa catena dei monti
nella tormenta, qualcuno
per tutto il tempo scese
invisibile fra loro.
I cani vagolavano guardandosi
intorno spauriti
e si addossavano al pastori in
attesa di una sciagura.
Per quella stessa strada, per
quegli stessi luoghi
alcuni angeli andavano in mezzo
alla folla.
L’incorporeità li faceva
invisibili,
ma il passo lasciava l’orma.
Una folla di popolo si
raccoglieva presso la rupe.
Albeggiava. Si delineavano i
tronchi dei cedri.
“E voi chi siete?” domandò Maria.
“Noi, stirpe di pastori e
messaggeri del cielo,
siamo accorsi a cantar lodi a voi
due”.
“Non si può, tutti insieme.
Aspettate alla porta”.
Nella foschia che precede il
mattino,
grigia come cenere,
battevano i piedi mulattieri e
allevatori d’armenti.
Imprecavano contro quelli a
cavallo, gli appiedati,
accanto alla pietra incavata
dell’abbeveratoio,
mugliavano i cammelli,
scalciavano gli asini.
Albeggiava. Come granelli di
fuliggine, l’alba
spazzava le ultime stelle dalla
volta celeste.
E della innumerevole folla solo i
Magi
Maria lasciò entrare nella cavità
della roccia.
Lui dormiva, tutto splendente, in
una culla di quercia,
come un raggio di Luna dentro il
cavo d’un tronco.
Invece di pelli di pecora,
le labbra d’un asino e le nari
d’un bue.
Stavano in ombra, come nel buio
della stalla,
sussurravano, trovando a stento
le parole.
A un tratto qualcuno, un po’ a
sinistra nell’oscurità,
con la mano scansò dalla culla
uno dei Magi,
e quello si voltò: dalla soglia
la vergine,
guardava come un’ospite la stella
di Natale.
mercoledì 31 dicembre 2025
Cile. «Quando Dio può donarsi»
Cile. «Quando Dio può donarsi»
Una visita in carcere e l'incontro con alcuni detenuti che
gli chiedono la confessione e di celebrare la messa per Natale. «Dio guarda
così il nostro male. È attratto dal nostro niente, perché sa che è l’occasione
per far risplendere la sua luce». La lettera di don Lorenzo
29.12.2025
La settimana scorsa sono andato in carcere a trovare il papà
di uno dei ragazzi della nostra parrocchia. Entrare in carcere, camminare in
quei corridoi, vedere i volti dei detenuti segnati dal peso del male, è sempre
un’esperienza difficile: avevo la sensazione di essere entrato all’inferno.
Mentre mi dirigevo verso il modulo dove mi aspettava il mio
amico, erano in tanti a fermarmi per chiedere una benedizione o semplicemente
per presentarsi. Non sono mancati alcuni sfottò o battute irriverenti. Dopo
circa mezz’ora passata assieme al mio amico, viene a prendermi una volontaria
del carcere, una donna sulla settantina che da ormai più di 20 anni, due volte
alla settimana, visita i detenuti. Mi racconta che all’interno del carcere c’è
una cappella, ma che da molti mesi nessuno vi celebra più la Messa. Mi chiede
se sono disponibile: «Tra poco, padre, è Natale, abbiamo bisogno della Messa
almeno a Natale!». Subito le offro la mia disponibilità. Lei ha tutto
l’occorrente. Inizia così un passa parola tra i vari moduli riguardo
l’imminente celebrazione.
(...)
La cappella è umilissima, ma si capisce che è un posto
sacro. Tutti la rispettano. In poco tempo si presentano una decina di uomini:
il più giovane, sulla ventina, si chiama Mauricio, è accompagnato da suo padre,
anche lui detenuto. Poi arriva Gianpier, una montagna di muscoli con la faccia
e lo sguardo da bambino. Alexander non ha un occhio. Osvaldo è evidentemente
ritardato. E così via. In poco tempo ho davanti a me i fedeli pronti per la
Messa. Mentre prepariamo l’altare uno di loro mi si avvicina: «Padre, non ce la
faccio più. Quando sono solo penso a ciò che ho fatto e sto male». Lo invito a
sedersi. Lo ascolto e a poco a poco il suo racconto si muta in una confessione.
Lo lascio parlare e inizio a farmi il segno della croce. Lui fa lo stesso. Alla
fine, gli chiedo se vuole che Dio cancelli i suoi peccati. Mi dice di sì tra le
lacrime. Recitiamo insieme il Kyrie, gli do la penitenza e l’assoluzione.
«Adesso sei un uomo nuovo». Mi abbraccia tra le lacrime e ritorna leggero e
contento a sedersi tra gli altri. Alzo lo sguardo e vedo una decina di occhi
sgranati che mi fissano. L’impasse dura poco: «Anch’io padre!». «Anch’io!».
«Anch’io». «Allora - dico - chi vuole confessarsi si metta in fila!». E così,
prima della Messa, altri quattro detenuti si sono confessati per la prima volta
dal giorno del loro battesimo. E che confessioni! Quanta più materia, tanta più
grazia. Quanto più inferno, tanto più paradiso. Quanta più oscurità, tanta più
luce.
Al ritorno, passando di nuovo per gli stessi corridoi, il
carcere era diverso, quasi attraente direi. Ho capito che Dio guarda così il
nostro male. Lui è attratto dal nostro niente, perché sa che è l’occasione per
potersi donare e far risplendere la sua luce. Per questo ha scelto una stalla.
Per questo ha scelto noi.
Buon Natale a tutti.
Don Lorenzo, Santiago del Cile
domenica 21 dicembre 2025
giovedì 18 dicembre 2025
Praga. La fine e il nuovo inizio
Praga. La fine e il nuovo inizio
Petr e Jan a Pasqua riceveranno Battesimo, Prima Comunione e
Cresima: «Un percorso che si chiude apre a un’esistenza completamente diversa»
È un misto di desiderio, fede e speranza, un amalgama
impossibile da scindere l’attesa di Petr e Jan, 37 e 48 anni. Il giorno di
Pasqua del 2026 riceveranno il Battesimo, la Prima Comunione e la Cresima a
Praga dopo un percorso di catecumenato di due anni.
La famiglia atea, un’infanzia e un’adolescenza con la
percezione di «qualcosa che stava sopra di me», poi il Covid e l’insonnia a
causa della malattia: sono i passi che preparano Petr all’incontro con Cristo,
fino ad allora pressoché sconosciuto. «Di notte ascoltavo audiolibri gratuiti,
tra le proposte c’era la Bibbia commentata da alcuni teologi. Da quelle parole
per la prima volta intuii che Gesù era parte cruciale della salvezza, era la
porta e io desideravo incontrarlo».
I genitori cristiani, qualche puntata come chierichetto e il
fascino per Dio, «in cui ho sempre creduto»: riassume così Jan, in poche
parole, la sua storia di fede. A 21 anni, l’incontro con una ragazza che decide
di sposare: «Entrambi volevamo celebrare il matrimonio in chiesa, avevo già
parlato con un sacerdote per ricevere il Battesimo, poi insorsero dei problemi
che ci portarono a separarci». Per anni si sentì perseguitato dall’ombra di
quella «sconfitta», come la considerava all’epoca. Accantonò l’idea dei
sacramenti, poi qualcosa dentro ricominciò a muoversi, «non so bene dire cosa»,
e il desiderio si riaccese in lui. «Da quando ho preso questa decisione sento
che la scelta prende tutta la mia vita, come fosse una strada nuova su cui
camminare».
In Europa la laicissima Repubblica Ceca da decenni è
l’ultima nazione per numero di abitanti che si professano cristiani.
L’etichetta di Paese più ateo del continente è il frutto di quarant’anni di
persecuzione comunista contro la Chiesa, che ha lasciato ferite profonde nella
coscienza comune. Nel rapporto sul cambiamento del panorama religioso globale
dal 2010 al 2020 del Pew Research Center, pubblicato a giugno 2025, la Cechia
contava appena il 26,4% di cristiani, unico Stato europeo insieme ai Paesi Bassi
la cui maggioranza si professa “non affiliata ad alcuna religione”. «Ma le
nostre chiese non sono soltanto luogo di visita per turisti, le cose stanno
cambiando. In molti chiedono di ricevere i sacramenti in età adulta, si respira
un grande desiderio di fede», tiene a sottolineare Jan. Lo testimoniano oltre
mille adulti che ogni anno chiedono di essere battezzati.
A tenere gli incontri settimanali ai due catecumeni è don
Marco Basile, sacerdote della Fraternità San Carlo che da 16 anni presta
servizio a Praga. Attualmente, sta preparando un gruppo di tredici persone. «Mi
capita spesso di incontrare uomini e donne che bussano alla porta della
parrocchia senza avere un’idea precisa di Dio. Molti arrivano qui semplicemente
perché la chiesa è molto visibile nel centro cittadino e non conoscono nessuno
a cui rivolgersi», spiega il sacerdote. «Ma in pochissimi si aspettano di
incontrare una comunità, cercano per lo più un “tramite” per raggiungere Dio.
La mia missione è fare intuire loro la bellezza della vita della Chiesa, che
non può essere solo un’esperienza vissuta individualmente».
(….)
Per Petr questo è molto chiaro: «È come se il Battesimo
fosse la fine di un percorso, ma anche l’inizio di una nuova esistenza, ne vedo
già i frutti nei semplici avvenimenti della mia quotidianità. Mia moglie quando
le ho parlato della scelta mi ha stupito, mi ha supportato subito senza
esitazione. Così come un caro amico con cui non avevo mai affrontato
l’argomento: quando gli ho dato la notizia si è emozionato. “Anch’io credo in
Dio”, ha esclamato». Anche per Jan è «la chiusura di un cerchio. Ma non è una
scelta che compio solo per me, lo faccio anche per dare un segno ai miei due
figli, agli amici, al mondo intero». E lo sguardo di entrambi guarda già al
futuro. «Finalmente saremo un tutt’uno con la nostra comunità cristiana, la
fine di un’attesa lunga un vita».





