LETTURE/ Guzmán Carriquiry, 50 anni nelle stanze
vaticane: un laico per 5 papi
Massimo Borghesi Pubblicato 29 Agosto 2025
Le memorie vaticane di Guzmán Carriquiry appena pubblicate
sono un indispensabile documento storico per vedere da vicino 4 pontificati
“Mezzo secolo al servizio dei papi. Nessun laico nella Curia
romana ha avuto come lui accesso agli ultimi pontefici: è stato loro
commensale, loro consigliere, in alcuni casi amico. Fino al 2018 il laico con i
’gradi’ più alti in Vaticano. Per questo le memorie dell’ormai ultraottantenne
Guzmán Carriquiry sono una testimonianza preziosa, e non solo per gli storici
della Chiesa o per i vaticanisti”.
Così scrive Lucio Brunelli nella sua bella recensione al
volume di Guzmán Carriquiry, Il Testimone. Mezzo secolo nelle stanze vaticane
(Cantagalli 2025), uscita su L’Osservatore Romano. Attivo nella realtà
cattolica giovanile dell’Uruguay, collaboratore della rivista Vispera di
Alberto Methol Ferré, il suo maestro di pensiero, Carriquiry è invitato a
lavorare in Vaticano nel 1971.
Nel 1977 Paolo VI lo chiama a far parte del Pontificio
Consiglio per i laici divenendo, per volere di Giovanni Paolo II nel 1991,
sottosegretario. Il 14 maggio 2011 Benedetto XVI lo nomina segretario della
Pontificia Commissione per l’America Latina (CAL). È il primo laico ad occupare
una posizione di questa importanza nella Curia romana. Dal 2021 al 2025 è stato
ambasciatore dell’Uruguay presso la Santa Sede.
Grazie ai posti occupati e alla grande esperienza accumulata
nel tempo il punto di vista dell’autore si dimostra oltremodo prezioso per uno
sguardo complessivo sulla vita della Chiesa, dagli anni 70 in avanti.
Una buona parte di questa prospettiva è ora consegnata al
suo volume di memorie appena arrivato in libreria. Ricco di aneddoti e di
ricordi, il libro costituisce una miniera che, pur nella prudenza richiesta dai
ruoli rivestiti, permette di aprire spiragli sui papi, il Vaticano, la curia,
il mondo cattolico. Il tutto dentro una passione, mai venuta meno, per
l’America Latina.
“Nei miei lunghi anni romani e vaticani, ho sempre custodito
nel cuore una passione per la vita e il destino dei popoli dell’America Latina,
così come ho coltivato contatti e letture latinoamericane. Nella mia
identificazione come latinoamericano non c’è un mero sentimento, ma
l’intelligenza percettiva di un vincolo di appartenenza, di un cerchio
singolare di fraternità, di una prossimità di carità e solidarietà, più forte
di tutto ciò che ci distingue e ci separa nella regione: più forte delle
distanze geografiche, delle frontiere statali, delle barriere etniche, della
diversità di sub-culture.
L’Uruguay è la mia patria nativa; l’America Latina è la mia
‘Patria Grande’. Ci riconosciamo come latinoamericani perché, come scrivevano i
nostri vescovi a Puebla, ‘il Vangelo incarnato nei nostri popoli costituisce
un’originalità storico-culturale che chiamiamo America Latina’, e che ha come
simbolo luminoso il volto meticcio di Nostra Signora di Guadalupe. Il barocco è
l’espressione culturale che ricapitola in forme complesse e opposte tutta la
diversità dei nostri componenti” (p. 261).
Fedele a queste radici, Carriquiry si sofferma a lungo
sull’America Latina e sull’evoluzione della sua Chiesa dal Convegno di Puebla a
quello di Aparecida guidato, quest’ultimo, dal cardinale Jorge Mario Bergoglio.
Con Bergoglio il rapporto è amicale. Lo è anche, in forma differente ma non
meno partecipe, con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI. Lo dimostra la
“correzione” del discorso programmato di papa Benedetto per Aparecida. Così la
ricorda Carriquiry:
“Avevo ricevuto sotto embargo il testo del discorso
inaugurale che Benedetto XVI avrebbe pronunciato alla Conferenza
dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida. Lo lessi e rilessi e non mi
piaceva per niente: era insipido, incolore, burocratico. Non era affatto di
Ratzinger! Così iniziai a chiedere con insistenza un breve incontro con il
Papa. Era prevedibile che avrei ricevuto ripetuti rifiuti, ma alla fine lo
fermai in un’udienza collettiva, confidando nella nostra conoscenza, e gli
chiesi: ‘Sa quanto è importante la Conferenza di Aparecida? Sa quanto è
importante il suo discorso inaugurale?’. Erano domande ridondanti e
pleonastiche, piuttosto impertinenti. E quando ovviamente mi rispose con
stupore ‘Sì’, mi permisi di dirgli, con una certa vivacità: ‘Allora, per
favore, la prego di lasciare da parte il testo che le hanno preparato, di
chiudersi nei prossimi tre giorni e di preparare personalmente il suo
discorso’. E così fu, anche se mancavano pochissimi giorni all’inizio della
Conferenza” (p. 126).
(…)
È la stessa nota che riscontriamo nelle sue note su papa
Francesco. Al papa argentino, ben conosciuto prima della sua elezione,
Carriquiry è legato, lui e la sua consorte Lídice, da grande affetto, stima,
gratitudine. Il ché non gli impedisce di sollevare anche dei rilievi. Ne
ricordiamo alcuni che richiedono, in qualche modo, soluzioni da parte di Leone
XIV.
Il primo è il rapporto tra il papato e il vecchio
continente. Francesco, lo sappiamo, ha dato priorità alle “frontiere”, ai Paesi
fuori dall’Occidente, alle “periferie” del mondo. Con ciò, però, si è evitata
ma non risolta la sfida tra la fede e il mondo secolarizzato, quello che vede
la desertificazione delle chiese.
“Papa Francesco non ha visitato né la Francia né la Germania
– Francia e Germania che costituivano l’asse aggregante dell’Unione Europea – e
ciò nonostante avesse avuto ottime relazioni personali con Macron e la Merkel
(…); non ha nemmeno visitato la Spagna, l’Inghilterra, l’Austria, l’Olanda… Ha
pronunciato qualche discorso rilevante sull’Europa, specialmente quando ha
ricevuto il premio Carlo Magno, e ha lanciato messaggi importanti in alcuni
viaggi brevi in Svezia, Benelux, Ungheria e altri. […] Durante l’incendio della
cattedrale di Notre Dame, lo chiamai al telefono – l’unica volta per mia
iniziativa – per raccomandargli vivamente di prendere un aereo, andare a
recitare un Rosario in piazza della cattedrale e tornare indietro… Mi chiese se
sapevo che lo stesso presidente Macron lo aveva chiamato al telefono per
suggerirgli la stessa cosa, ma mi ha risposto che era impossibile. Peccato!
Certamente avrà avuto buoni motivi per non poterlo fare. Rispose con un deciso
‘no’ alla domanda se sarebbe andato all’inaugurazione della cattedrale
restaurata (per non sopportare il protagonismo del signor presidente e la
‘passerella’ dei potenti del mondo)” (pp. 230-231).
Si potrebbe osservare che la preoccupazione di papa
Francesco di non essere strumentalizzato era legittima. Il ché non impediva di
pensare ad altre opportunità. Comunque sia, il quadro non è migliore nemmeno in
America Latina la cui Chiesa, secondo Carriquiry, avrebbe perso una grande
occasione non valorizzando adeguatamente il programma del Papa affidato a
Evangelii gaudium.
Per l’autore “Nemmeno la Chiesa in America Latina si è
dimostrata in grado di colmare quel vuoto nella centralità romana provocato dal
declino europeo. Il pontificato del primo latinoamericano non l’ha vista
compiere quel salto cattolico di qualità, troppo impegnativo e difficile,
nonostante abbia apportato contributi arricchenti per la vita di tutta la
Chiesa. Il continente americano conta il 50% dei battezzati di tutta la Chiesa
cattolica, ma diminuisce a causa dell’espansione degli ‘evangelici’ e degli influssi
capillari di una cultura dominante sempre più lontana e ostile alla tradizione
cristiana” (p. 231).
Questa debolezza della Chiesa latinoamericana nell’intendere
la portata storica dell’elezione di un Papa argentino – una debolezza che
investe anche il CELAM, la Conferenza episcopale latinoamericana – porta
Carriquiry ad una sorta di grido di dolore:
“Credevamo che toccasse all’America Latina, la più grande
area cristiana del Sud del mondo, la più cattolica e la più capace di dialogo
con la modernità, assumersi una enorme responsabilità, non solo nei confronti
del proprio popolo ma di tutto il mondo. Avere consapevolezza di ciò non si è
tradotto nell’essere all’altezza di tale responsabilità. Forse siamo stati
capaci di trarre tutte le implicazioni e le conseguenze dal fatto inedito, di
grande portata, del primo pontificato di un latinoamericano?
Siamo stati capaci di comprendere le enormi esigenze e
responsabilità che dovevamo assumere le nostre Chiese, i nostri popoli e
nazioni? Siamo forse stati capaci di dare un salto qualitativo nella coscienza
e nel cammino della cattolicità? Ha seminato molto il pontificato di Papa
Francesco nella buona terra dei popoli latinoamericani. Era ben voluto dalla
nostra gente, in modo speciale dai poveri e dagli umili di cuore. Non ci
mancano arricchenti esperienze di carità, di rinnovamento pastorale, di iniziative
sinodali disperse in tutta la regione. Ma aspettavamo un di più!” (p. 273).
Quello che è mancato, tra le altre cose, è “un pensiero
teologico, culturale e politico all’altezza del nostro tempo” (p. 232). È
questo un punto su cui Carriquiry, discepolo ideale del grande Alberto Methol
Ferré, maestro anche di Bergoglio, sente particolarmente: la mancanza di un
pensiero “cattolico”, fecondo, capace di conferire universalità alla Chiesa di
oggi fortemente condizionata dalle polarizzazioni della storia.
“Posso affermare – scrive in un passo del volume dove con
somma cortesia cita anche il mio nome –, senza essere particolarmente
competente, che siamo in un periodo di pensiero un po’ ‘liquido’ nella Chiesa,
che l’ultima grande generazione di teologi che è stata fondamentale per gli
insegnamenti del Concilio Vaticano II è terminata con la morte di Joseph
Ratzinger, che mancano grandi scuole di teologia e filosofia, che bisognerebbe
ripensare a fondo la formazione di seminaristi e novizi innamorati, sì, di Cristo
e del suo compito pastorale ma cresciuti e guidati da un’intelligenza cristiana
capace di dialogare a 360 gradi con le grandi questioni poste dalla cultura
attuale e di accompagnare i cristiani nella loro educazione della fede?
Ci sono importanti pensatori cattolici che segnalano questa
carenza, come Pierangelo Sequeri e Massimo Borghesi. ‘Ciò che manca’, scrive
l’amico Borghesi, ‘è un pensiero cattolico all’altezza del nostro tempo
storico, capace di coniugare la ricchezza della tradizione con le sfide del
presente’ (p. 255).
Francesco, al contrario di quanto hanno spesso ritenuto i
suoi critici, aveva questo pensiero “cattolico” nutrito degli apporti di
Fessard, Guardini, de Lubac, von Balthasar. Esso filtra attraverso tutti i suoi
documenti importanti. Carriquiry cita in proposito, oltre ai suoi studi in
materia, la mia biografia intellettuale di Bergoglio, i lavori di Austen
Ivereigh, Andrea Monda, Gianni Valente, Lucio Brunelli, Carlos Galli, Rocco
Buttiglione… Questo lo porta a chiedersi “perché il Santo Padre non abbia sentito
la necessità, o almeno l’opportunità, di chiedere maggiore aiuto ad alcuni di
questi amici e si sia circondato di alcune persone che, a volte, non hanno
meritato la sua fiducia e hanno lasciato molto a desiderare” (p. 165).
Questa ritrosia da parte del Papa ha a che fare anche con la
sua “solitudine”, che Carriquiry documenta per averla sperimentata da vicino.
“La storia di Bergoglio lo ha portato a governare la Chiesa
– diciamo a servire come un pastore il popolo di Dio – con la forza, ma anche
con il limite, della sua solitudine. Non è fuori luogo notare che la sinodalità
non è stata molto evidente nel suo governo della Curia romana. Ha governato con
l’impronta di un tradizionale superiore gesuita, un governo molto personale e
carismatico di ‘intenzione determinata’ più che affidato alle mediazioni
istituzionali, forse anche sotto l’influenza della storia politica che
caratterizza l’Argentina (il caudillo e il suo popolo!).
Ha persino curato quella solitudine. Nulla di peggio che
essere con lui indiscreti o invadenti. Molte volte mi ha ringraziato per la mia
discrezione. Raramente mi sono permesso di chiamarlo per telefono negli anni
del suo pontificato, ma ho atteso, a volte ansiosamente, che mi telefonasse.
Non mi sono mai autoinvitato a pranzo con lui. Sapevo che c’era una ‘distanza’
che non potevo superare.
Niente di simile a un Giovanni Paolo II che dopo cena si
riuniva spesso con alcuni dei suoi collaboratori più amici per bere un
bicchiere e parlare di ciò che veniva. E questa solitudine non significa che
non abbia incontrato quotidianamente e ascoltato molte più persone rispetto ai
pontefici precedenti” (p. 236).
Gli ultimi due rilievi che riguardano aspetti del papato
francescano riguardano la conduzione dei processi sinodali, spesso avviati
senza una cornice adeguata (p. 217), e il rapporto di Francesco con i
movimenti. Sotto Giovanni Paolo II, Carriquiry è stato un protagonista, nella
Curia, nei processi di riconoscimento canonico dei movimenti ecclesiali. Ha
avuto rapporti personali profondi con i fondatori di Cl, Sant’Egidio,
Focolarini, Neocatecumenali, ecc.
Un rapporto speciale lo ha legato al fondatore di Cl, don
Luigi Giussani, senza che questo implicasse una sua adesione formale al
movimento. “È stato molto importante nella mia vita cristiana e nel mio
servizio al Papa. Mi sono sempre chiesto perché Papa Wojtyła non lo abbia
creato cardinale… Ma essere santo è certamente più importante che essere
cardinale”.
La sua stima per l’esperienza dei movimenti lo porta a
criticare la loro assenza nella seconda assemblea sinodale. “Mi è mancata la
presenza di Andrea Riccardi e Marco Impagliazzo (Sant’Egidio), di Davide
Prosperi, mons. Massimo Camisasca e don Julián Carrón (CL), di Chiara Almirante
(Nuovi Orizzonti), di Kiko Argüello e padre Mario Pezzi (Cammino
Neocatecumenale), di Moyses Azevedo e Maria Emmir Oquendo (Salom), di Giovanni
Paolo Ramonda e Matteo Fadda (Giovanni XXIII), di padre Cesar di FASTA, di padre
Alexander Awi di Schoenstatt, dei direttivi della comunità Emmanuel, delle
Équipes de Notre Dame, dei Cursillos de Cristiandad, di CHARIS (rinnovamento
carismatico), di Vivere In, della Società San Vincenzo de’ Paoli, di ADSIS e
altri” (p. 250).
La sua conoscenza diretta di questi protagonisti della
Chiesa lo porta a delle osservazioni relative alle difficoltà che hanno
caratterizzato la relazione del Papa con i movimenti.
“È sembrato che Papa Francesco non volesse continuare a dar
loro il sostegno che avevano avuto dai precedenti pontificati, preferendo
condividere osservazioni più o meno critiche da una certa distanza “esterna” ad
essi, senza una speciale empatia con la loro realtà.
Forse ha voluto evitare un’eccessiva auto-esaltazione dei
movimenti, forse ha voluto essere più sobrio nei giudizi su di essi, forse ha
voluto essere più esigente desiderando una rinascita della ricchezza e della
bellezza che i carismi portavano con sé, andando oltre le ripetizioni, gli
schemi e persino il rischio di fossilizzazioni.
Forse si aspettava che si rinnovasse la sorprendente fase di
effervescenza carismatica, di profondo senso di appartenenza, di energia
perseverante ed educativa, di aperta missione ad gentes verso ogni realtà, di
fantasia della carità, che ha caratterizzato il loro impulso originario, al di
là di certe sedimentazioni e stabilizzazioni.
Forse chiedeva loro una maggiore inculturazione nella vita
dei popoli e nel servizio al popolo di Dio. Forse hanno pesato gli abusi
provocati da alcuni fondatori e dirigenti suscitando una generalizzazione
indebita di timori e pregiudizi. Forse ha pensato ai movimenti traslando
l’esperienza delle comunità religiose, soprattutto quella gesuita. Forse il
dicastero competente avrebbe potuto riconoscere di più ed incoraggiare tutto il
bene dei movimenti” (p. 247).
“Forse il dicastero competente…”. Con la parresia che non
gli manca, Carriquiry scrive che:
“Mi è rimasta l’impressione che la ‘coessenzialità dei doni
sacramentali e carismatici’ nella costituzione e rinnovamento della Chiesa,
così come fu chiaramente posta da San Giovanni Paolo II, sulla scia della Lumen
gentium, non si percepisce in modo sufficiente nella Curia romana nei nostri
giorni. Si apprezzano i carismi degli istituti di vita consacrata, ma molto
meno quelli che sono alla base della vita dei movimenti e delle nuove comunità.
Papa Francesco ha criticato spesso e con ragione il
clericalismo, ma non è andato fino in fondo. Il clericalismo si manifesta nel
governo della Curia romana quando la necessaria e fondamentale dimensione
gerarchica tende a oscurare la dimensione carismatica. Molte volte, i carismi
fondativi e animatori dei movimenti e delle nuove comunità, malgrado siano già
avvenuti il discernimento e il riconoscimento canonico, partecipi di quella
“coessenzialità”, sembrano essere appena tollerati, generalmente sottoposti a
una vigilanza e a un controllo eccessivi e, a volte, persino – lo scrisse un
cardinale come Marc Ouellet – ad abusi di potere clericale.
Potrei elencare alcuni di questi abusi. Non è buono né per
niente sano – salvo in situazioni di gravità molto speciale – che gli istituti
e i movimenti riconosciuti dalla Santa Sede rimangano per lungo tempo sotto la
tutela diretta di organismi della Santa Sede o dei loro ‘visitatori’ o
‘delegati’.
C’è un piglio autoritario che dovrebbe essere almeno
moderato da più ascolto e dialogo, da fattivo riconoscimento di tutto il bene
che lo Spirito Santo opera nella vita dei movimenti più che concentrarsi sui
rischi e i problemi posti, da uno punto di vista meramente spirituale e
pastorale più che da un approccio puramente canonistico. E nei pochissimi casi
di estrema gravità, che si operi radicalmente per purificare tutto ciò che sia
necessario, ma sempre cercando di salvare il salvabile” (pp. 247-248).
Scendendo nel dettaglio, Carriquiry afferma:
“E, a proposito, mi sembra smisurata l’accusa pubblica sugli
‘errori dottrinali’ di Comunione e Liberazione, accusa che, tra l’altro, non
proveniva dal Dicastero competente sulla dottrina. Nel suo discorso del 15
ottobre 2022 al movimento, Papa Francesco ignorò tale accusa e, poco dopo, in
una lettera al nuovo prefetto del Dicastero vaticano per la Dottrina della
Fede, raccomandava di non cadere in questo tipo di accuse e di essere sempre
disposto all’ascolto, al dialogo e alla correzione fraterna, se necessaria.
Si correggano tutti gli errori nella gestione del movimento,
per eccesso di concentrazione nella persona del presidente, per un venir meno
di una maggiore corresponsabilità, per trascuratezza delle sue mediazioni
istituzionali, per un venir meno di non poche comunità universitarie. In questo
senso, ben vengano le osservazioni critiche dell’autorità ecclesiastica accolte
con la maggiore serietà e responsabilità.
Un’altra cosa è la lunga tutela imposta a Comunione e
Liberazione, esorbitante perché totalmente sproporzionata di fronte alla
ricchezza di fede, cultura e carità che fioriscono ovunque nelle sue esperienze
di vita personale e comunitaria” (p. 249).
Si tratta di osservazioni, riguardanti tanto il pontificato
quanto la curia, che nascono da un uomo che ha fatto della sua vita un esempio
di obbedienza ai papi, con un amore sconfinato alla Chiesa. Con Francesco il
legame era anche affettivo, figli di una stessa terra, di una stessa cultura e
sentimento della vita. Nel libro più di un episodio traccia questo legame. Ne
ricordiamo uno.
“Questa relazione molto personale si è espressa anche nella
visita a sorpresa del Papa nel mio ufficio presso la Pontificia Commissione per
l’America Latina, che ha sede all’inizio di via della Conciliazione. Ho potuto
ricostruire quanto accaduto. Papa Francesco era andato alla clinica medica
vaticana per farsi curare dal dentista e, all’uscita, ha detto al suo
assistente: ‘Andiamo a salutare il dott. Carriquiry’.
(…)
Essere chiamati per nome dal Papa è sentire sulla propria
pelle la carezza della Chiesa, la carezza di Gesù. Il Testimone. Mezzo secolo
nelle stanze vaticane, il volume di Guzmán Carriquiry da poco in libreria, è
una miniera d’informazione e, insieme, il documento di affetto ai papi che
l’autore ha servito con profonda fedeltà.