Il 25 aprile, la nostra Carta e una libertà che non è di
parte
di Mariapia Garavaglia (Presidente Associazione Nazionale
Partigiani Cristiani)
Istituita nel 1946 e resa stabile nel 1949, la ricorrenza
civile richiama unità nazionale, democrazia repubblicana e rispetto esclusivo
dei principi costituzionali. Un processo in cui i cattolici furono protagonisti
25 aprile 2026
Il 22 aprile 1946 con un decreto legislativo, su proposta
del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, fu istituita provvisoriamente
la festività nazionale, «a celebrazione della totale liberazione del territorio
italiano». Nel 1949, con la legge n. 260 del 27 maggio, divenne definitiva,
simboleggiando la Resistenza e la nascita della democrazia italiana. Non si
tratta quindi di una festa “di parte”, ma riguarda tutti gli italiani. Ed è ora
che non venga strumentalizzata e trascinata verso significati diversi da quelli
che effettivamente ha: Italia unita, italiani liberi e sottoposti a nessun
altro potere o vincolo che non siano quelli sanciti della Costituzione
repubblicana. Quest’anno ricorre l’80esimo anniversario dell’Assemblea
Costituente, frutto del voto a suffragio universale del 2 giugno 1946. La
storia, che non consente negazionismi, documenta come e da chi fu preparata,
costruita e infine approvata la nostra meravigliosa Carta, che il Presidente
Ciampi definì «Bibbia laica». Parteciparono all’Assemblea 556 rappresentanti
del libero popolo italiano, tra cui 21 Madri costituenti. Le forze politiche
presenti è noto che fossero non solo plurali e diverse ma anche radicalmente
conflittuali: si pensi ai democratici cristiani e ai comunisti. I loro contrasti
ideologici non impedirono tuttavia di affidarci una Costituzione condivisa e
fortemente difesa. Fondamentalmente fu merito dell’apporto dei cattolici, come
era stata di grande valore la resistenza cattolica. È ora anche di valorizzare
gli studi, oramai storicamente molto ricchi e confermati, sull’apporto di molte
centinaia di sacerdoti, religiosi e suore oltre alle migliaia di laici nelle
diverse formazioni, senza distinzioni ideologiche.
I cattolici furono protagonisti della rete informativa della
Resistenza, indispensabili mediatori per lo scambio di prigionieri. Il debito
di sangue pagato da sacerdoti diocesani e religiosi fu alto: tra settembre 1943
e aprile 1945 si ebbero in Italia 425 sacerdoti uccisi (di cui 57 morti in
combattimento e 49 nei lager tedeschi), dei quali 191 per mano fascista, 125
per opera dei tedeschi e 109 per mano partigiana. Alcuni sono già stati
proclamati beati. Resistettero non per odio ma per amore della libertà e della
dignità della persona. I cappellani delle brigate partigiane sono stati
insigniti di 17 medaglie d’oro al valor militare, 31 d’argento, 46 di bronzo e
56 croci di guerra. I costituenti, consapevoli che i lavori assembleari
risentivano del clima del periodo precedente, forzarono certamente alcune parti
della Carta relativi alla distinzione dei poteri – legislativo, esecutivo,
giudiziario – per non dare peso superiore a nessuno dei tre. Ma i tempi
cambiano, e furono previdenti nell’introdurre con l’articolo 138 la possibilità
– e la metodologia conseguente – per modificarla quando fosse stato necessario
intervenire. Si deve così ricorrere al referendum ogni volta che il voto del
Parlamento non è stato ampio come richiesto dall’articolo 138. È un messaggio
che i costituenti ci hanno lasciato, perché qualora si decidesse di modificare
la Costituzione si usi quello stesso metodo costruttivo e inclusivo in grado di
rappresentare la maggioranza assoluta degli italiani.
Il tempo che stiamo attraversando e la temperie bellica che
ci circonda ci richiamano anche un altro articolo fondamentale della
Costituzione, impegnativo e significativo, che appartiene alla prima parte, i
“Princìpi fondamentali”, a tutela della pace: «L’Italia ripudia la guerra come
strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione
delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli
altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che
assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le
organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo» (articolo 11). Anche
rispetto a questa chiara e non manipolabile norma da oltre 75 anni siamo stati
inadempienti, paghi della pace che in Europa nonostante tutto è stata
garantita. Nonostante tutto, sì: avremmo avuto il tempo per costruire gli Stati
Uniti d’Europa. La somma degli eserciti di ciascuno degli Stati europei costa
di più e non è efficiente come fossero un unico esercito, la Comunità Europea
di Difesa (Ced), sognata da De Gasperi e causa del suo dolore, fu bocciata
dalla Francia. Nazionalismo e sovranismo possono appagare ansie di politica
interna ma non costruiscono il futuro per le generazioni che seguiranno. Sono forme
deleterie di egoismi istituzionali. (…).
I sondaggi segnalano la paura degli italiani per una guerra
troppo vicina mentre i carrelli della spesa dimostrano che c’è un risvolto
della guerra che, anche senza missili e droni, “bombarda” l’economia di tutte
le potenze, piccole e grandi. I poveri e i più vulnerabili diventano sempre più
fragili e le istituzioni inadeguate a far fronte ai loro bisogni. Un algoritmo
non sarà capace di dimostrare che si può essere floridi, aumentare la ricchezza
(e quindi il potere) con commerci di pace e scambi senza armi? Il miglior
algoritmo, però, siamo noi che scegliamo con il voto e la partecipazione – doni
della democrazia – le classi politiche che ci devono tutelare. La Festa
nazionale del 25 Aprile, allora, ci ricorda oggi che è possibile sconfiggere i
dispotismi, che negano libertà e uguaglianza dei cittadini. Perché non
consegnino loro il proprio destino.
(da Avvenire)
