CRISTIANI PERSEGUITATI | Cristeros, l’odio che continua e
il Papa “silenziato” dai cattolici
Vincenzo Sansonetti Pubblicato 22 Maggio 2026
L’insurrezione dei Cristeros in Messico si concluse con una
trattativa tradita dallo Stato. Oggi le persecuzioni nel mondo non sono meno
che in passato (2)
L’efferata esecuzione del coraggioso adolescente José del
Río, che avrebbe dovuto dare il colpo di grazia alla resistenza degli insorti
contro il regime massonico, ottiene l’effetto contrario. Sconvolti dalla sua
morte, migliaia di messicani scendono in piazza, bloccano le strade e molti di
loro vanno a ingrossare le fila dei rivoltosi di Gorostieta, un’armata ormai
così numerosa e ben addestrata da riuscire a infliggere diverse sconfitte alle
truppe regolari
Ma l’avanzata del movimento di resistenza viene
inspiegabilmente fermata a un passo dalla vittoria, quando Calles non è più
presidente. Dopo l’uccisione, in un attentato, del suo successore designato,
Álvaro Obregón, il capo di Stato ad interim Emilio Portes avvia una trattativa
con i Cristeros, fortemente caldeggiata da padre John Burke, emissario del
Vaticano, e da Dwight Whitney Morrow, ambasciatore degli Stati Uniti in
Messico.
La superpotenza regionale a stelle e strisce non mostra
nella vicenda un comportamento trasparente: dai tempi di Massimiliano
d’Asburgo, imperatore del Messico fucilato dai repubblicani, non gradisce la
presenza ai suoi confini di un Paese a guida cattolica.
Sollecitati dalla Santa Sede, i vescovi messicani chiedono
ai rivoltosi di deporre le armi in cambio di una maggiore tolleranza verso la
Chiesa. Ma la resa dei Cristeros ha purtroppo come esito l’implacabile
rappresaglia del potere costituito nei loro confronti. Gli arreglos (accordi)
del 21 giugno 1929 prevedono sì il disarmo degli insorti in cambio
dell’immunità, ma tali accordi sono più volte e impunemente violati dal
governo, che passa per le armi centinaia di capi della rivolta. E tutte le
efferate leggi anticattoliche rimangono in vigore.
Ancora il 29 settembre 1932 Pio XI, con l’enciclica Acerba
animi (La dolorosa ansietà), denuncerà il persistere della persecuzione. Sono
così ben tre le encicliche dedicate da papa Ratti alla tragica situazione della
Chiesa in Messico. Le altre due sono la Iniquis afflictisque (Alla tristezza
delle ingiuste [condizioni]) del 18 novembre 1926, veemente denuncia dei
provvedimenti governativi contro la Chiesa cattolica (“frutto di superbia e di
demenza”), e la Firmissimam constantiam (La [vostra] ferma costanza) del 28
marzo 1937, che riconosce la fedeltà di laici e sacerdoti in quella drammatica
situazione.
Fa riflettere un passaggio significativo della Iniquis
afflictisque, in cui Pio XI afferma: “Se tutti coloro che nella Repubblica
messicana infieriscono contro i loro stessi fratelli e concittadini, rei
soltanto d’osservare la legge di Dio, richiamassero alla memoria e ben
considerassero spassionatamente le vicende storiche della loro patria, non
potrebbero non riconoscere e confessare che tutto quanto esiste tra loro di
progresso e civiltà, di buono e di bello, ha origine indubitamente dalla
Chiesa”.
E non si contano gli episodi di solidarietà e di vicinanza
ai martiri, persino da parte degli stessi aguzzini, a conferma di quanto fosse
radicata la fede cattolica nel popolo messicano. Il beato padre Elia Nieves,
agostiniano, il 10 marzo 1928, giorno della sua morte, si inginocchia e invita
anche i soldati del plotone d’esecuzione a fare lo stesso gesto.
“In ginocchio, figli miei. Prima di morire voglio impartirvi
la benedizione”. Quei rudi militari obbediscono e s’inchinano riverenti. Ma nel
momento in cui padre Nieves comincia a tracciare il segno della croce e a
recitare il Credo, l’ufficiale che comanda il picchetto, infuriato, gli spara
al petto.
Come sottolinea lo storico Marco Invernizzi, non dobbiamo
dimenticare, anche sulla scia del magnifico discorso rivolto da Leone XIV al
Corpo diplomatico lo scorso 9 gennaio, che oggi, un secolo dopo la violenta
campagna in Messico contro i cattolici — che costrinse alla reazione armata —,
a livello planetario “la persecuzione dei cristiani continua, anzi è aumentata
e si è estesa”.
E non siamo più di fronte solamente alla “persecuzione
ideologica nata nel XX secolo (comunismo, nazionalsocialismo, laicismo), ma a
queste ideologie s’è aggiunta la persecuzione da parte dell’islamismo radicale,
dopo la rivoluzione sciita in Iran del 1979, successivamente estesasi anche nel
mondo sunnita e, in generale, da forme di nazionalismo autoritario e
fondamentalista, che perseguitano o comunque discriminano le religioni diverse
dalla propria”.
Perciò bene ha fatto papa Prevost a ricordare come la Chiesa
difenda la libertà religiosa di tutti come un diritto umano, proprio di ogni
credo religioso, che lo Stato deve semplicemente riconoscere, perché “iscritto
nella legge naturale”. E tuttavia “i cristiani rimangono i più colpiti”
(…)
Ma “ciò che preoccupa di più è il nostro silenzio”, afferma
Invernizzi. “Il Papa parla, le comunità cristiane non rispondono. Le sue parole
non vengono riprese e rilanciate dalle Chiese locali, nei documenti pastorali,
in generale nelle omelie”, come se non ci riguardassero. Ma sarebbe un errore
incolpare solo i vertici delle comunità. “Ciascuno di noi, se facesse un esame
di coscienza, si accorgerebbe che alla persecuzione religiosa e, in
particolare, a quella dei propri fratelli nella fede dedica pochissimo spazio e
tempo nella sua giornata ordinaria”.
(2 – fine)
