mercoledì 20 maggio 2026

Mim. «E questi chi sono?»


 

Mim. «E questi chi sono?»

Diecimila persone in tre giorni alle Colonne di San Lorenzo, in centro a Milano, tra residenti, passanti e famiglie: il “Festival Milano IncontraMi” parla di educazione e scopre che la città aveva desiderio di fermarsi

(da clonline.org)

19.05.2026

Francesco Tanzilli

Al sabato, si sa, ci si può permettere il lusso di qualche ora di sonno in più. Questo sabato non è stato un’eccezione per Carlo (nome di fantasia, ndr), che abita di fronte alle Colonne di San Lorenzo a Milano, in una delle zone più chic della città. Ma quando ha spalancato le persiane per lasciar entrare il sole – già alto – in casa, è rimasto incredulo a fissare davanti a sé un brulichio davvero insolito di persone di età diversa: vecchi, adulti, giovani e bambini. C’è un’aria di festa, ma senza il solito baccano scomposto che alimenta le notti della movida. Mosso dal desiderio di scoprire di cosa si tratti, Carlo scende di casa e va dal primo dei tanti con la stessa maglietta bianca che si trova davanti: «E questi qui chi sono?!».

È così che tanti abitanti del quartiere o semplici passanti sono venuti a conoscenza della seconda edizione del Festival Mim (Milano incontrami). Nato lo scorso anno dall’iniziativa di alcuni giovani (e meno giovani) amici di diversi gruppi di Scuola di comunità a Milano, sostenuto dal Coordinamento diocesano movimenti e gruppi, il Festival è un momento di incontro con diverse esperienze sorte all’interno della Chiesa milanese, mosse dal desiderio di contribuire alla costruzione della città nella quale si è chiamati a vivere. Lo scorso anno era stato affrontato il tema della carità; stavolta ci si è concentrati sull’educazione. Interrogati dall’insistenza con cui nei media si parla di “emergenza educativa” come di una crisi in corso della quale non si intravede soluzione, gli organizzatori hanno coinvolto oltre venti realtà operanti nell’ambito educativo – non solo scuole, ma anche enti di formazione professionale, associazioni di genitori, organizzazioni culturali e sportive, enti dedicati all’integrazione – ai quali hanno chiesto di individuare le questioni cruciali e di condividere i tentativi messi in atto per affrontarle.

Intitolata “Fiorire a Milano”, l’edizione appena terminata si è svolta dal 15 al 17 maggio e ha visto la partecipazione di oltre 10mila persone, con un panel fitto di incontri – tra i relatori, il vicario episcopale monsignor Luca Bressan, gli scrittori e insegnanti Alessandro D’Avenia e don Paolo Alliata, l’ex calciatore Demetrio Albertini, la direttrice del Museo diocesano Nadia Righi, l’educatore e musicista don Claudio Burgio e tanti altri – e una mostra nella quale sono state raccolte le testimonianze delle diverse opere, come la Fom (Federazione oratori milanesi), la Fondazione Enaip, le scuole Faes.

Dai vari contributi, pur nella differenza degli ambiti operativi specifici e delle sensibilità di ciascuno, è emersa una lettura sostanzialmente condivisa, a partire dalla sottolineatura della necessità di un contesto umano, di relazioni reali, entro cui poter affrontare insieme i passi di un cammino educativo. Non solo per i ragazzi, ma anzitutto per gli adulti, chiamati a indicare una ragione positiva per la quale studiare, lavorare, vivere. Come affermato da suor Elisabetta, direttrice del centro Asteria, che organizza iniziative culturali cui le scuole di Milano e dintorni possono iscriversi e partecipare: «L’obiettivo è far incontrare i giovani con testimoni, con contenuti forti e aprire delle domande, delle domande di senso: “Io che sono, cosa desidero, qual è il mio compito in questo mondo, in questa società?”». O come raccontato da Federico, iscrittosi ad Aslam dopo un percorso scolastico travagliato: «Il punto di svolta è stato che i prof mi chiedevano ragione delle mie scelte, dei miei comportamenti, mi parlavano, a differenza di prima. È stato questo modo di rapportarsi con me che ha fatto la differenza».

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È l’esperienza vissuta da tanti volontari, che hanno avuto modo di incontrare persone venute appositamente ma anche altri che – come Carlo – sono capitati lì quasi per caso. Come racconta Alessandra: «Le prime due persone alle quali ho spiegato la mostra, mentre stavo raccontando che viviamo in un mondo pieno di solitudine anche se siamo iperconnessi e che la relazione è fondamentale nel processo educativo, mi hanno rivelato che hanno un figlio malato che non trova lavoro ma ormai non lo cerca neppure più, perché ha perso la fiducia e la speranza. Mi hanno detto che non ne parlano mai con nessuno, ma le mie parole li hanno spinti a condividere». Continua: «Li ho accompagnati allora a incontrare i volontari di una delle opere presenti, che avrebbero potuto aiutarli. Hanno voluto però anche il mio numero di telefono, molto grati di questo incontro così apparentemente casuale. Io credevo di essere chiamata a spiegare la mostra, invece sono stata chiamata a stare davanti al loro bisogno. Nulla è scontato; quello che vale è stare alla realtà così come siamo, incapaci, ma portatori di una speranza per tutti».