giovedì 16 marzo 2017

Stanistlawa Leszczynska, un'ostetrica ad Auschwitz

L’ostetrica che ad Auschwitz salvò tremila bambini dalla morte (Aleteia.it)


Mary O'Hara I Pinterest, Giuseppe Filograsso I Pinterest
Condividi



Commenta

La storia di Stanisława Leszczyńska, che ha aiutato le partorienti nel campo di concentramento polacco.

“Quando una persona viene svegliata di fretta, spesso fa in tempo a trovare soltanto una scarpa. Quando chiamavano mia madre, di notte, spesso andava in giro con una pantofola sola”. Con queste parole Bronisław Leszczyński ricorda sua madre Stanisława Leszczyńska. “E nella stessa maniera pregava anche la Vergine: anche se con una sola scarpa, vieni in mio aiuto. Mamma diceva che la Vergine non è mai venuta meno”.

Con il suo attestato dentro un tubo di dentifricio

Stanisława Leszczyńska è nata nel 1896 nella città polacca di Lodz. Quando aveva 12 anni, i suoi genitori decisero di trasferirsi a Rio de Janeiro. Lì la bambina ha imparato il portoghese e il tedesco, che molti anni più tardi le salvarono la vita.
Nel 1916 si sposò con un tipografo di Lodz, Bronisław Leszczyński. Quattro anni più tardi, la coppia si trasferì a Varsavia, dove Stanislawa iniziò i suoi studi presso una scuola per ostetriche.
Ebbero quattro figli: Silvia, Bronisław, Stanisław ed Henryk. Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale si batterono per aiutare gli ebrei, venendo quindi arrestati dalla Gestapo. Due loro figli furono trasferiti a Mauthausen-Gusen, mentre Stanisława e sua figlia furono mandati ad Auschwitz-Birkenau. Suo marito morì nella rivolta di Varsavia.

Stanisława ebbe molta fortuna. Riuscì a portare con sé, dentro un tubetto di dentifricio, alcuni documenti scritti in tedesco attestanti il suo lavoro come levatrice. Nonostante l’enorme rischio che stava correndo, andò a parlare con il famigerato dottor Mengele, offrendo la sua assistenza alle donne durante il parto.
Scrisse nel “Rapporto di un’ostetrica ad Auschwitz“: “Fino al maggio 1943, i bambini nati nel campo furono uccisi crudelmente: venivano annegati in un barile pieno d’acqua (…). Dopo ogni nascita (…) veniva spruzzata violentemente dell’acqua, a volte per molto tempo. In seguito, la madre vedeva il corpo di suo figlio gettato a terra di fronte al dormitorio, rosicchiato dai topi”.
Stanisława ricevette l’ordine di trattare i neonati come se fossero morti. Era di bassa statura, ma seppe opporsi al medico. Gli rispose: “No! Nessuno può uccidere i bambini!” E… assistette a circa tremila nascite. Neanche un bambino nacque morto. Né morì alcuna partoriente. Di queste statistiche non si potevano vantare nemmeno le migliori cliniche di tutto il mondo.

martedì 14 marzo 2017

Mosca: dialogo e scoperte

MOSCA

Sono gli ultimi arrivati a insegnarci chi siamo (www.tracce.it)

di Luca Fiore
14/03/2017 - A Mosca l'assemblea con don Julián Carrón dei responsabili delle comunità dei Paesi ex sovietici. Le storie di Ramsia e Sonja. Le scoperte di Misha e Anja. Lo stupore di padre Sergij. E le domande, sempre più urgenti, degli ortodossi diventati di CL
Ci sono mattine in cui tutto va storto. I pensieri di Ramsia viaggiano nervosi: «La bambina non obbedisce... Siamo uscite in ritardo. Troppo lungo questo semaforo». L’auto è ferma nel traffico di Astana, Kazakistan. Scatta il verde e, appena ingranata la prima, sente un gran botto e il lunotto posteriore è in pezzi. Un autobus l’è venuto addosso. Non si è fatta nulla, ma i suoi programmi per la giornata sono per terra come le schegge di vetro. Scende. Guarda in faccia l’autista. «Improvvisamente un pensiero mi ha attraversato la testa e ha sgombrato tutte le preoccupazioni di quella mattina: “Guarda cosa fa Dio per farmi ricordare di Lui”. Ho sentito come uno strano senso di gratitudine per quello che era successo, come se in quel modo Dio mi avesse chiesto: “Ma dove corri? Perché corri così?».

Il centinaio di persone riunite in Hotel di Mosca con don Julián Carrón per l’Assemblea responsabili di CL dei Paesi dell’ex Unione Sovietica (10-12 marzo) ascolta il racconto di Ramsia con una curiosità un po’ divertita. Arrivano da Russia, Bielorussia, Lituania, Ucraina, Kazakistan e Azerbaijan. I cattolici sono la maggioranza, 63, ma gli ortodossi sono 44 e i protestanti 4.

Festival di lingua araba a Milano

MILANO

Lo sguardo degli altri (www.tracce.it)

di Davide Grammatica
13/03/2017 - Studiosi, giornalisti e artisti da 8 Paesi arabi e 5 europei, per indagare i legami fra questi due mondi. Il "Festival della lingua araba" all'Università Cattolica: tre giorni di cultura, dibattiti e «dubbi, che smontano gli stereotipi»
Sono molte le ragioni che hanno portato Wael Farouq, professore egiziano di Lingua araba alla Cattolica di Milano, a lanciare, due anni fa, un “Festival della lingua araba”, nella sede milanese di largo Gemelli della sua università. Se da un lato «non si può capire l’islam senza conoscere la musica, il cinema, la poesia arabi», dall’altro è necessario «rispondere all’interesse sempre crescente per questa lingua sviluppato da tanti studenti».

“Gli Arabi e l’Europa: intrecci di lingue e culture” è il tema di questa terza edizione, per la quale l’Università si è trasformata, ancora una volta, in un grande centro di dibattito aperto a tutti, per indagare i legami tra quel mondo e il nostro: in 55 tra studiosi, giornalisti e artisti, provenienti da otto Paesi arabi e cinque europei, hanno preso la parola su scienza, filosofia, matematica, letteratura e, ancora, cinema, fotografia, poesia e musica.

Due i filoni principali che hanno condotto il Festival tra il 9 e l’11 marzo. Salah Fadl, professore emerito di Letteratura e critica letteraria dell'Università Ayn Shams del Cairo, è stato il protagonista del primo, più “accademico”, a pari merito con Mohammed Berrada, padre del romanzo marocchino moderno. Entrambi hanno poi assistito all’inaugurazione del “Salone del libro arabo”, nel Cortile d’onore, con la partecipazione di dieci case editrici arabe e italiane, con un’importante rassegna di traduzioni di classici occidentali in arabo. Presente al Salone anche il presidente della Biblioteca nazionale di Abu Dhabi, che ha donato un migliaio di libri al Centro di ricerca arabo della Cattolica.

venerdì 10 marzo 2017

Intervento di Giovanna a RaiNews24

Banco farmaceutico in Venezuela

L'INIZIATIVA


L'App che dona medicine al Venezuela(www.tracce.it)

di Alessandra Stoppa
06/03/2017 - Il progetto del Banco farmaceutico e di Fondazione Tim per rispondere all'emergenza sanitaria che vive il Sudamerica, dove anche negli ospedali mancano i medicinali. E crescono le morti per mancanza di cure. Basta un click
«L’altro pomeriggio ho fatto due ore di macchina per trovare, in una parrocchia di un prete amico, un antibiotico per l’amica di una delle mie figlie, che ha tredici anni: è in ospedale con un’infezione all’appendice e non ci sono antibiotici. E quello è uno degli ospedali più importanti di Caracas». Racconta Alejandro, padre di famiglia, dalla capitale venezuelana, dove si fa sempre più grave l’emergenza farmaci, che coinvolge tante zone del Sud America.

«La carenza di medicine nel Paese è dell’85 per cento», ha dichiarato il 27 gennaio, Freddy Ceballos, il presidente della Federazione farmaceutica del Venezuela (Fefarven). Tanto che il Parlamento ha dichiarato la «crisi sanitaria umanitaria».
In milioni vivono con pochi dollari al giorno e non hanno accesso alle cure minime. Negli ospedali, in moltissimi casi, manca tutto. Anche le risorse per portare a termine un parto cesareo.

Per questo, la Fondazione Banco Farmaceutico, in collaborazione con la Fondazione Tim, ha realizzato DoLine per rispondere alle tante richieste delle realtà caritative. I farmaci che donerai verranno direttamente consegnati all'ente che ne ha fatto richiesta.
È una possibilità semplice per aiutare: basta andare sul sito www.doline.it o scaricare l’App e acquistare, attraverso le farmacie che aderiscono all'iniziativa, uno o più farmaci. I medicinali vengono dati direttamente all'ente caritativo che ne ha fatto richiesta. L’App ha un sistema di tracciabilità del farmaco, per cui si può essere informati sulla consegna del farmaco.
Si può donare da oggi fino al 6 settembre.

mercoledì 8 marzo 2017

I Colloqui Fiorentini

COLLOQUI FIORENTINI

Un viaggio che è solo all'inizio (www.tracce.it)


08/03/2017 - La sedicesima edizione della tre giorni toscana quest'anno dedicata a Pirandello. Da tutta Italia, 3.600 studenti si sono confrontati sull'autore siciliano, con esperti e compagni. Il diario di alcuni di loro
Tremilaseicento studenti da tutta Italia al Palacongressi di Firenze, dal 2 al 4 marzo, per la XVI edizione dei Colloqui Fiorentini. Un percorso che comincia nelle classi, ogni anno su un autore differente. Per culminare, quest’anno con Pirandello, in seminari e incontri di alto livello e con la premiazione dei lavori migliori. I ragazzi di una classe di un liceo sardo, l’Asproni di Nuoro, raccontano cosa hanno vissuto. La preparazione, il viaggio, i tre giorni in Toscana. E il nuovo inizio che li aspetta.

27 febbraio. Le valige

Le quattro del pomeriggio. Tutti a provare ancora, per l’ultima volta, l’ennesima. Eravamo carichi, ci sentivamo pronti, euforici. Trentasei ragazzi, ciascuno con la sua maschera bianca e il foglio con la citazione di Pirandello che avremmo dovuto leggere. O meglio, interpretare, aiutati dalla prof. Attendevamo solo l’arrivo dei genitori, con un po’ di ansia, in una classe della sede centrale. Ed ecco, una volta che tutti si sono seduti, il nostro ingresso nell’Aula magna del liceo: schierati lungo due file parallele, quando è partita la musica ci siamo alzati e abbiamo tolto la maschera; quindi, uno ad uno, dopo aver letto ciascuno la sua citazione ci siamo disposti di fronte al pubblico, consegnando le nostre opere ai genitori. Una ragazza, Chiara, ha letto un discorso di ringraziamento rivolto non solo alle famiglie ma anche alla nostra insegnante, che ha creduto fino in fondo in noi. Poi, Francesco ha recitato un monologo dell’Enrico IV, celebre opera di Pirandello. Siamo tornati a casa commossi: avevamo una valigia da preparare per la partenza del giorno dopo! E sapevamo che ci avremmo messo dentro anche le emozioni di quel pomeriggio.

mercoledì 1 marzo 2017

Don Vincent Nagle e Fabo

Il prete che ha incontrato Fabo. «La madre ha chiesto una Messa. Lui ha detto sì»


Lucia Bellaspiga mercoledì 1 marzo 2017(www.avvenire.it)
 
Parla don Vincent, il sacerdote che l'ha incontrato prima di morire. «Era disperato»
Il sacerdote don Vincent Nagle
Il sacerdote don Vincent Nagle

L’inizio e la fine. Sono solo due gli incontri che don Vincent Nagle, 58 anni, americano, ha avuto con Fabiano, il dj morto lunedì per suicidio assistito nella clinica svizzera Dignitas. Una prima volta a primavera, quando Fabo ha iniziato a manifestare il desiderio di mollare tutto e farla finita, l’ultima venerdì scorso, il giorno prima della sua partenza per la clinica dei suicidi. Due incontri, dunque, non una frequentazione costante (Fabo aveva rifiutato anche l’assistenza dello psicologo, accogliendo solo fisioterapisti e riabilitatori che potessero restituirgli il corpo, la vita di prima, le sue funzioni ora spente), eppure in due momenti chiave.
Don Vincent, come è entrato in contatto con lui?
Rientrato dalla Palestina, dove ero parroco per la comunità cattolica di lingua araba, sono diventato cappellano della Fondazione Maddalena Grassi per l’assistenza a domicilio ai disabili gravissimi, tra i quali Fabo. In tutto abbiamo un migliaio di pazienti con situazioni come la sua o molto simili, alcuni anche più gravi. 

Intervento di Carron sul Corriere della sera: il Papa a Milano

CARRÓN AL CORRIERE

La speranza in un abbraccio (www.tracce.it)

di Julián Carrón*
01/03/2017 - L'attesa per la visita di papa Francesco a Milano. Con l'augurio, come per l'Innominato di Manzoni davanti al cardinale Federigo, di poter fare un'esperienza di Misericordia. Lettera della guida di CL al Corriere della Sera (1 marzo 2017)
Caro direttore, pensando alla visita di papa Francesco a Milano, mi è tornata alla mente una pagina a cui sono molto affezionato e che i lettori del Corriere conosceranno bene; essa mi sembra descrivere il sentimento di tanti in queste settimane: un’attesa piena di curiosità.

«Al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva, nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva dalle case, e s’avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con un’alacrità straordinaria. - Che diavolo hanno costoro? (...) Il signore rimase appoggiato alla finestra, tutto intento al mobile spettacolo. Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, raggiungendo chi gli era avanti, s’accompagnava con lui; un altro, uscendo di casa, s’univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune. (...) Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa. Poco dopo, il bravo venne a riferire che, il giorno avanti, il cardinale Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano, era arrivato. (...) Il signore, rimasto solo, continuò a guardar nella valle, ancor più pensieroso. - Per un uomo! Tutti premurosi, tutti allegri, per vedere un uomo! E però ognuno di costoro avrà il suo diavolo che lo tormenti. Ma nessuno, nessuno n’avrà uno come il mio; nessuno avrà passata una notte come la mia! Cos’ha quell’uomo, per render tanta gente allegra? (...) Oh se le avesse per me le parole che possono consolare! se...! Perché non vado anch’io? Perché no?... Anderò, anderò» (A. Manzoni, I promessi sposi). Anche noi siamo presi dai nostri tormenti. Ma proprio la consapevolezza del nostro bisogno sterminato ci può rendere attenti al più piccolo segno che annunci una possibile risposta. Anche noi, come l’Innominato, possiamo rimanere stupiti che sia un uomo, un singolo uomo, la chiave di volta della soluzione dei nostri tormenti.