Bari, Mostra sul Metropolita Antonij Suroz
venerdì 15 dicembre 2017
Fidenza: Violante, Vittadini, il discorso di don Giussani ad Assago
L'Eden prima del peccato originale
Idee.
Tra filosofia, scienza, storia, arte e
letteratura, una serie di saggi torna a indagare le implicazioni della
vicenda biblica di Adamo ed Eva
La bella politica nell’EDEN prima del peccato
ALESSANDRO ZACCURI
E se non ci fossero cascati?
Se Adamo avesse preso sul serio l’ammonimento del Creatore, se Eva
non avesse ceduto alle lusinghe del serpente… Se la storia
dell’umanità non fosse stata segnata dalle conseguenze della caduta
dei progenitori, insomma. Nel suo Stato d’innocenza(
Carocci, pagine 140, euro 17,00) il medievista Gianluca Briguglia lo
definisce un «periodo ipotetico dell’irrealtà» capace di «generare una
spiegazione del reale» lungo un millennio abbondante di filosofia e
teologia politica. Una tradizione che prende sì le mosse dalla dottrina
agostiniana del peccato originale, ma che non si esaurisce affatto nel
pensiero del vescovo di Ippona, come invece lascerebbe intendere un
altro corposo saggio sull’argomento, Ascesa e caduta di Adamo ed Eva
dello storico della letteratura Stephen Greenblatt (traduzione di
Roberta Zuppet, Rizzoli, pagine 476, euro 22,00): libro ricchissimo di
informazioni, che però lo studioso statunitense tende a rielaborare in
modo fin troppo eclettico. Quelli di Greenblatt e Briguglia non sono
gli unici contributi recenti su quello che, per brevità, potremmo
definire “il caso Eden”. Dopo aver riproposto Il diario di Adamo ed Eva
di Mark Twain (traduzione di Marisa Panti, pagine 116, euro 13,00),
Medusa ha da poco realizzato una nuova edizione di un’opera
fugacemente apparsa in Italia sul finire degli anni Sessanta. Si tratta
dell’eccellente La storia di Adamo ed Eva attraverso l’arte
di Andrée Mazure (traduzione di Alfredo Rovatti, pagine 108, euro
21,00), senza dubbio la più minuziosa rassegna mai realizzata sul tema,
come dimostrano le oltre duecento immagini raccolte in un atlante
iconografico che va dalle prime occorrenze paleocristiane fino alle
rivisitazioni di Fernand Léger e di altri maestri del Novecento.
giovedì 14 dicembre 2017
card. Bassetti: Non abbandonare mai il malato
Bassetti: per Francesco e la Cei, imperativo non abbandonare mai il malato
Il cardinale Bassetti - ANSA
Alessandro Gisotti- Città del Vaticano
Preservare gli ospedali cattolici dal “rischio dell’aziendalismo”. E’ il richiamo di Papa Francesco nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Malato, pubblicato oggi. Il Pontefice torna dunque a sottolineare la centralità della persona rispetto all’interesse economico, specie quando in gioco c’è la salute. Su questo ammonimento del Papa e il recente messaggio pontificio all’Accademia per la Vita, ha risposto in esclusiva ai nostri microfoni il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, presidente della Conferenza Episcopale Italiana:
D. - Nel messaggio per la Giornata mondiale del malato, Papa Francesco ha messo in guarda dal “rischio dell’aziendalismo” che rende un interesse economico anche la cura del malato. Qual è la sua riflessione al riguardo?
R. - Risponderei con le parole che qualche giorno fa lo stesso Santo Padre ha rivolto all’Accademia per la Vita, quando ha sottolineato che “l’accompagnamento responsabile della vita umana, dal suo concepimento e per tutto il suo corso sino alla fine naturale è lavoro di discernimento e intelligenza d’amore per uomini e donne liberi e appassionati, e per pastori non mercenari”. Il rischio dell’aziendalismo lo superi quando sai mantenere davanti agli occhi e al cuore il volto della persona sofferente. Non è un caso che il Papa abbia fatto esplicito riferimento alla parabola evangelica del Buon Samaritano, ricordando come per la Chiesa sia un “imperativo categorico quello di non abbandonare mai il malato”. Il Samaritano vede e si lascia coinvolgere nel profondo, mettendo in campo tutte le sue risorse per venire incontro a quell’uomo ferito. Cosa ben diversa dal voltarsi dall’altra parte del sacerdote e del levita…
Preservare gli ospedali cattolici dal “rischio dell’aziendalismo”. E’ il richiamo di Papa Francesco nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Malato, pubblicato oggi. Il Pontefice torna dunque a sottolineare la centralità della persona rispetto all’interesse economico, specie quando in gioco c’è la salute. Su questo ammonimento del Papa e il recente messaggio pontificio all’Accademia per la Vita, ha risposto in esclusiva ai nostri microfoni il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, presidente della Conferenza Episcopale Italiana:
D. - Nel messaggio per la Giornata mondiale del malato, Papa Francesco ha messo in guarda dal “rischio dell’aziendalismo” che rende un interesse economico anche la cura del malato. Qual è la sua riflessione al riguardo?
R. - Risponderei con le parole che qualche giorno fa lo stesso Santo Padre ha rivolto all’Accademia per la Vita, quando ha sottolineato che “l’accompagnamento responsabile della vita umana, dal suo concepimento e per tutto il suo corso sino alla fine naturale è lavoro di discernimento e intelligenza d’amore per uomini e donne liberi e appassionati, e per pastori non mercenari”. Il rischio dell’aziendalismo lo superi quando sai mantenere davanti agli occhi e al cuore il volto della persona sofferente. Non è un caso che il Papa abbia fatto esplicito riferimento alla parabola evangelica del Buon Samaritano, ricordando come per la Chiesa sia un “imperativo categorico quello di non abbandonare mai il malato”. Il Samaritano vede e si lascia coinvolgere nel profondo, mettendo in campo tutte le sue risorse per venire incontro a quell’uomo ferito. Cosa ben diversa dal voltarsi dall’altra parte del sacerdote e del levita…
martedì 12 dicembre 2017
Don Bosco, il santo sognatore
Religione.
“I sogni di don Bosco”, la raccolta di
contributi intorno all’esperienza onirica del Santo torinese pubblicata
da don Andrea Bozzolo
DON BOSCO
Il Santo sognatore
ANTONIO CARRIERO
C’è un mondo di storie che
appartiene a tutti. Ed è quello dei sogni. Belli o brutti. Che
affascinano o spaventano. Che si dimenticano o si ricordano appena
svegli. In tutti cerchiamo, incuriositi, il messaggio che sembrano trasmettere.
San Giovanni Bosco, il santo che ha fatto sognare in grande centinaia di ragazzi che studiavano, imparavano un mestiere
o giocavano nei cortili di Valdocco, a Torino, è stato un grande
“sognatore”. Non solo nel senso che ha saputo avere grandi sogni
sull’avvenire dei suoi ragazzi, ma anche e soprattutto perché le sue
notti sono state non di rado visitate dal passaggio di Dio. Come le
notti di grandi uomini della Bibbia: Abramo, Giacobbe, Giuseppe,
Salomone.
Per questo,
senza i sogni non capiremmo alcuni aspetti importanti della
religiosità di don Bosco, alcuni elementi che - come ha affermato
l’autorevole storico Pietro Stella - hanno ispirato le sue convinzioni e
sostenuto le sue imprese. Un tema tanto affascinante e complesso era
stato finora affrontato in saggi occasionali; mancava però un’opera
complessiva che tentasse un inquadramento più ampio e approfondito della
questione. È ciò che un gruppo di studiosi, coordinati dal teologo
salesiano don Andrea Bozzolo, ha tentato di fare in un saggio appena
pubblicato, dal titolo I sogni di Don Bosco. Esperienza spirituale e sapienza educativa ( LAS, Pagine 608. Euro 35 ).
Il corposo volume raccoglie una serie di contributi che, da differenti
punti di osservazione, mettono nuovamente sotto la lente un’esperienza
che ha caratterizzato il santo dei ragazzi.
lunedì 11 dicembre 2017
Il Metropolita Antonij di Sukoz

Il 9-12-2017 si è svolta a Bari l'inaugurazione della mostra sulla vita del Metropolita Antonìj di Sukoz, importantissima figura spirituale e umana dell'ortodossia.
Bari, crocevia di culture e religioni diverse, ha ospitato e patrocinato l'importante evento, fortemente voluto dalla comunità ortodossa locale. Relatori: Andrej Bojtson rettore della Chiesa ortodossa di S.Nicola. Alexandr Filonenko, docente di Filosofia presso l'Università di Kharkov, Ucraina. Elena Mazzola, Direttore Centro di Cultura Europea Dante di Kharkov, Ucraina. Moderatore: Marco Carotozzolo, docente di Lingua e letteratura russa presso l'Università di Bari.
martedì 5 dicembre 2017
I Dieci Comandamenti raccontati a un bambino
Avvenire
Intervista.
«Proporre i comandamenti non come
divieti, ma come la strada della felicità. La natura è più attrattiva
del web». A colloquio col vescovo Camisasca
BAMBINI
Torniamo a educarli
MARINA CORRADI
Un vescovo nei panni di un
bambino per spiegare i dieci comandamenti. L’ultimo libro di Massimo
Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, fondatore della
Fraternità missionaria San Carlo e scrittore, è Le dieci parole di Tullio. I 10 comandamenti raccontati da un bambino (ElectaJunior, pagine 78, euro 14,90).
Come è nata l’idea?
«Me l’ha chiesto l’editore, Mondadori, e volevano che fosse proprio un
libro diretto ai bambini. Sembra che ci sia una grande domanda di libri
che educano, infatti ne sto già scrivendo un secondo sulle Parabole. Ho
cominciato a scrivere in terza persona, poi ho capito che non bastava,
che dovevo calarmi nel protagonista. Il bambino Tullio è in parte ciò
che io sono stato, e ciò che avrei voluto o potuto essere. Ma è anche
uno di quei ragazzi che incontro ogni giorno nelle scuole e nelle
parrocchie. I dieci comandamenti nel testo non sono esplicitati, ma si
ritrovano nelle pieghe dell’esperienza quotidiana: in ogni momento
della nostra giornata c’è la voce di Dio, occorre saperla scoprire. Poi
ho pensato di accompagnare il testo con delle citazioni bibliche, che
accompagnino il lettore come i sassolini di Pollicino».
Questo Tullio che legge i libri al nonno dunque somiglia al bambino
che lei è stato. Ma non pensa che i ragazzi di oggi siano molto
cambiati?
«È vero, e
proprio per questo non ho voluto fare un libro irenico. Nel libro c’è
il bambino che trema al litigio violento fra i genitori, e addirittura
il papà che fa le valigie. Questa non è la mia esperienza, ma è un
trauma che ritrovo in tanti. Se il papà se ne va, nella vita del figlio
si crea un buco senza fine. Un giorno in un incontro pubblico un
ragazzino ha alzato la mano e mi ha chiesto: 'Lei cosa ha da dirmi su
questa mia tragedia, che mio papà e mia mamma non vivono più insieme?
Io cosa posso fare, e chi devo scegliere?' Io ho risposto: tu non devi
assolutamente scegliere, tutti e due ti amano. Ti è chiesto un
passaggio di maturità molto difficile, e devi cercare qualcuno che ti
aiuti. Il tema della divisone dei genitori è il più drammaticamente
sentito fra i ragazzi che incontro».
Che idea si è fatto di questa generazione?
«Ho un giudizio molto positivo sui ragazzi di oggi. Li vedo, sì,
disorientati e incapaci di prendere decisioni, soggiogati dal web e dai
social network. Ma sono la prima generazione dopo il ’68 che non
rifiuta il padre: anzi lo cerca, un padre che li guidi, e lo vorrebbe».
I dieci comandamenti sono qualcosa di ancora attuale per i ragazzi dell’era digitale?
«Io credo di sì. Quella voce interiore che ci parla non è una voce
repressiva, cerco di spiegare, ma invece indica la strada per la
felicità. “Non rubare” è prima di tutto una indicazione di felicità,
perché il male fa male. Ai genitori però dico sempre che non ci si può
limitare a vietare: occorre passare tempo con i figli e proporre loro
qualcosa di più bello che stare davanti a uno
schermo. Occorre fare proposte più attrattive della realtà virtuale.
Quest’ultima, poi, deve essere un ampliamento del reale. Prima si va
insieme a guardare le piante e gli animali veri, poi si può fare una ricerca sul web su ciò che si è visto».
I bambini oggi sono ancora disposti a credere in Dio?
«Crescendo si accodano al pensiero dominante, e la sensibilità
religiosa spesso si spegne. Ma originariamente questa sensibilità c’è.
Abbiamo dei bei figli, siamo noi adulti che spesso manchiamo».
La bellezza del creato, lei scrive, è il primo libro.
«Io sono cresciuto nella bellezza dei boschi e dei prati. Per me
questi sono stati davvero il primo 'libro' in cui scorgere Dio. Sento
fortemente la Laudato sì’,
e infatti concludo con un richiamo in questo senso: andiamo insieme a
ripulire i greti del fiume, riportiamoli alla loro bellezza».
Nel libro lei cita Agostino: i bambini non sono completamente buoni...
«Non sono un seguace di Rousseau, un partigiano dell’innocenza pura. Il
cuore dell’uomo è fin dall’inizio un campo di battaglia, e prima di
quanto pensino gli adulti percepiamo il male, fuori di noi e in noi.
Non credo al bambino angelicato, il pensare i bambini come angeli è una
visione menzognera. Il punto è, nonostante la percezione del male,
imparare a riconoscere quella voce che c’è in tutti noi, fatti a
immagine e somiglianza di Dio: cioè, educare ».
Che anche i bambini siano capaci del male è un’evidenza chiara guardando al fenomeno del bullismo.
«Il bullo è uno che ha un’identità personale debolissima e che si fa
forte del gruppo per cercare di dimostrare di essere ciò che non è. È
un poveraccio, è egli stesso una vittima. Questo cerco di spiegare ai
ragazzi che incontro».
La sorpresa finale del libro: un indirizzo web.
«Sì, è un’idea per aprire un dialogo con i lettori. La pagina di Tullio, che risponderà a chi gli scrive». Un vescovo che parla di Dio con i ragazzi, sul web. Esperimento inedito. Chissà cosa ne verrà.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Antoon van Dijck, “Lasciate
che i bambini vengano a me” (1618-1620 circa) Ottawa, National Gallery
Sotto, monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla
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