Un giudizio sempre attuale
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Un giudizio sempre attuale
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Domenica 19-10-2025, alle ore 17.00, nell'auditorium della Biblioteca Acclavio di Taranto ha avuto luogo una lettura drammatizzata di testi scelti e selezionati dall'opera teatrale di Paul Claudel "La scarpina di raso".
Lettori: Prof. Luigi Ricciardi, Prof.ssa Gemma Barulli, Prof. Aldo Capotorto.
Scelta dei brani e commento dell'opera: Prof.ssa Gemma Barulli
India. Un premio al “seva” di Rose
La fondatrice del Meeting Point di Kampala, in Uganda, ha
ricevuto, davanti a duemila persone, un riconoscimento durante il One World One
Family World Cultural Festival 2025. «Rose, guidata dall’incontro con don
Giussani, ha potuto scoprire la sua chiamata ad aiutare le persone»
16.10.2025
Anna Leonardi
Rose Busingye riceve il premio da Sadhguru del "One
World One Family World Cultural Festival 2025"
Come un Festival in India, organizzato in occasione del
centenario della nascita di Sathya Sai Baba, uno dei più noti maestri
spirituali dell’India contemporanea, abbia scoperto e voluto premiare Rose
Busingye, l’infermiera ugandese che da trent’anni lavora con le donne
sieropositive e bambini orfani di Kampala, resta abbastanza un mistero. Eppure
lo scorso 23 agosto Rose, insieme ad una delegazione del suo Paese, è arrivata
a Muddenahalli, nel sud del Paese, ed è salita sul palco dell’enorme centro congressi
Sathya Sai Grama, per ricevere il premio per il suo “seva”, una parola in hindi
per indicare il servizio disinteressato come forma universale di amore.
«Quando mi hanno convocato non volevo crederci, pensavo a
uno scherzo, ho buttato via la mail. Poi mi hanno riscritto e fatte le
verifiche presso consolati e ambasciate, ho capito che avevano scelto proprio
me. E che l’evento non era proprio una cosa da niente. Alla fine sono partita»,
racconta Rose.
Il One World One Family World Cultural Festival 2025 ha una
durata complessiva di cento giorni - dal 16 agosto al 23 novembre - e vede la
partecipazione di nazioni provenienti da tutto il mondo. Il festival è
organizzato in collaborazione con il Ministero della Cultura del Governo
dell’India e con l’Indira Gandhi National Centre for the Arts. Il programma
comprende spettacoli culturali, celebrazioni spirituali oltre a promuovere
iniziative sociali di forte impatto, come l’apertura presso il Sathya Sai Grama,
di un ospedale gratuito da 600 posti letto concepito per offrire cure di alta
qualità a tutti, senza distinzione di reddito o provenienza. In questa
carrellata di eventi, ogni giorno vengono presentate e premiate persone
impegnate in progetti di nutrizione, istruzione, sanità e di benessere per la
comunità. Persone semplici e straordinarie che si sono distinte per un “amore
in azione” – come stabilisce il Corporate Social Responsibility, il comitato,
all’interno del festival, incaricato dell’assegnazione dei riconoscimenti.
Sulla targa del premio consegnato a Rose si legge: “Voce del
valore infinito e della speranza”. Ed è questo che ha raccontato al momento
della premiazione, quando, vestita con un sari di seta, si è trovata
inaspettatamente davanti a una platea di duemila persone. «Essendo riuscita a
partire all’ultimo e non avendo capito bene come si sarebbero svolte le cose,
non mi ero preparata un vero discorso», spiega. «Quando ho visto tutte quelle
persone mi sono sentita svenire. Ma ho pensato: “Gesù mi hai fatto arrivare fin
qui, adesso tocca a te!”». Rose, dopo qualche tentennamento di commozione,
inizia a parlare ripetendo ciò che ha sempre detto a chiunque abbia incontrato
sulla sua strada: «Tu, in qualsiasi condizioni ti trovi ora, hai un valore. Sei
prezioso. Povero, ricco, malato, moribondo non è la morte a definirti». Parole
che lei per prima si sentì dire da don Giussani, quando in crisi e schiacciata
dal peso delle opere che con lei erano nate, lui la guardava come a un tesoro
inestimabile. Chi era don Giussani e come abbia sostenuto il suo lavoro è la
presentatrice del festival a spiegarlo alla platea: «Rose, guidata
dall’incontro formativo con don Giussani, il sacerdote italiano che ha fondato
il movimento di Comunione e Liberazione, ha potuto scoprire la sua chiamata ad
aiutare le persone».
Chiamata che si è concretizzata nel tempo in alcune opere
come la Welcoming House, che raccoglie neonati abbandonati nelle pattumiere di
Kampala, la Luigi Giussani Primary e High School e il Meeting Point
International. Rose, continuando il suo discorso, ne descrive il cuore:
«Distribuiamo farmaci, paghiamo le rette, facciamo counseling, ma le cose
materiali sono solo degli strumenti perché ciascuno che arriva da noi si senta
accolto, riconosca la dignità infinita che ha. A chiunque diciamo: “Guarda che
sei di più di ciò che riesco a darti”».
La cerimonia si conclude con le parole di Sadhguru, uno dei
più popolari guru indiani contemporanei e discepolo di Sai Baba, che dopo aver
consegnato il premio a Rose, dice: «Ci sono persone a questo mondo mosse da un
amore puro e questo è il motivo per cui in un mondo sempre più diviso c’è
ancora la pace. Magari non si tratta di grandi organizzazioni, ma di persone
semplici, che spaccano le pietre e fanno collane per raccogliere soldi da
mandare a nazioni apparentemente più ricche di loro (si riferisce alle donne
del Meeting Point, ndr) perché riconoscono che l’altro ci appartiene, e se ne
fanno carico. È solo questo a tenere ancora il mondo insieme. Sono le donne e
gli uomini che fanno la volontà di Dio qui sulla terra».
Quando Rose, prima di far ritorno a Kampala saluta Sadhguru,
gli dice: «Non ho ancora capito come avete pescato proprio me in Uganda. Ma vi
ringrazio perché lontano da casa mi sono sentita a casa. C’è qualcosa nel tuo
volto che brilla. È la presenza del Mistero che fa me e te». Sadhguru le regala
la stola e il monile d’oro che ha al collo e le sussurra: «Puoi chiedermi
quello che vuoi. Ma una cosa te la chiedo io: l’anno prossimo voglio venire a
trovarti. Voglio venire a vedere».
(…) continua su Sussidiario.net
Sacro Cuore. Quarant’anni di mattoni
La Fondazione dell'Istituto alle porte di Milano festeggia
il suo anniversario con una giornata dedicata a una costante della sua storia:
la passione educativa ispirata da don Giussani. Sono intervenuti, tra gli
altri, Davide Prosperi, Rose Busingye e Hans Broekman
15.10.2025
Maurizio Vitali
Il quarantennale della Fondazione Sacro Cuore
Una scuola festeggia il quarantesimo non con
un’autocelebrazione, ma con un grazie al carisma da cui tutto è nato e fluisce:
il carisma e il metodo educativo di don Luigi Giussani. È il “Sacro Cuore”. Nel
salone del teatro dell’istituto di via Rombon, a Lambrate, periferia di Milano,
non sono pochi quelli che ci hanno messo, nel 1985, il loro “mattone”, o i loro
mattoni, cioè un contributo di cinquecentomila lire (o multipli, potendo) per
l’acquisto dell’immobile da parte della Fraternità di Comunione e Liberazione.
Lo ha ricordato Marco Bersanelli, astrofisico, presidente
della Fondazione Sacro Cuore, in apertura del convegno intitolato “Certi di un
bene più grande. Quarant’anni di passione educativa”, svoltosi l’11 ottobre.
Sottolineando l’esplicita volontà di don Giussani di realizzare un esempio con
cui tutti potessero confrontarsi, e sottolineando anche il valore
indimenticabile dell’irruente e appassionata guida del primo rettore, don
Giorgio Pontiggia. L’“esempio” è un complesso con un’offerta educativa che va dalla
scuola materna ai licei (classico, scientifico e artistico) con 100 insegnanti
e 1200 alunni.
Un grazie, si diceva, al carisma educativo di don Giussani.
Ma anche un approfondimento di esso, «per dare continuità a quella storia nelle
condizioni odierne e nel futuro», ha ricordato Bersanelli.
È toccato a Davide Prosperi, presidente della Fraternità di
Comunione e Liberazione - e a suo tempo alunno del Sacro Cuore - il compito di
tratteggiare “L’originalità della proposta educativa di don Giussani”. Il
seguito del convegno è stato dedicato a testimonianze di alcuni “frutti
significativi” del carisma e dell’opera: dalle scelte vocazionali e
professionali di ex alunni (Daniele Gomarasca, rettore de La Zolla; Daniele
Alberzoni, monaco del monastero benedettino della Cascinazza), alle realizzazioni
nel mondo (Hans Broekman a Liverpool, Rose Busingye a Kampala).
Intervistato da Bersanelli, Prosperi condensa in tre
capisaldi il metodo educativo giussaniano: 1) proporre adeguatamente il
passato, cioè la tradizione, 2) come ipotesi di significato nel vissuto
presente; 3) educazione alla critica, «cioè alla verifica, che chiama in
causa», ha sottolineato Prosperi «la libertà del ragazzo e nel contempo il suo
bisogno di essere accompagnato». Insomma «lo scopo ultimo è liberare i giovani!
Liberarli, attraverso l’educazione, dall’alienazione che rende schiavi».
E come affrontare l’estrema fragilità, che oggi si
manifesta, la dipendenza digitale o dalla droga, l’inedita frequenza dei
disturbi dell’apprendimento? Con quali criteri?
«Tante volte il dramma dei giovani è di non sentirsi
performanti, non all’altezza della performance cui si sentono disperatamente
obbligati. La strada è, in un rapporto, fare emergere le vere esigenze del
cuore e proporre una risposta positiva di cui l’adulto fa già esperienza, che è
disponibile a condividere con i ragazzi che gli sono affidati». Non a caso don
Pontiggia «considerava la scuola occasione di un cammino per tutti, per gli
alunni, ma anche per gli insegnanti». Non è mancato uno sguardo sulla situazione
italiana ed europea, per dichiarare, da parte del presidente della Fraternità
di Cl, la necessità e la volontà di «riaprire un dibattito sulla libertà di
educazione per il futuro del Paese».
Don Pontiggia riappare come protagonista di un episodio
decisivo nella vita dell’allora quindicenne Daniele Gomarasca, oggi Rettore
della Scuola La Zolla di Milano. Andò così: «Me ne stavo in fondo all’aula dove
don Giorgio guidava un raduno religioso, preoccupato soprattutto di non farmi
notare. Lui l’irruenza, io la timidezza. A un certo punto: “E tu, Gomarasca,
che cosa ne pensi?”. Mi sentii un faro puntato addosso. Lui mi conosceva! Era
attento a me. E la sua domanda era vera, non un artificio. Ecco: al vero ci si
approssima cercando insieme in un cammino condiviso». Non solo da don Giorgio.
Anche da certi insegnanti si riceve molto. Quelli che «non considerano l’alunno
come cassa di risonanza delle loro sequenze già note». E la scelta di dedicarsi
alla scuola? «Per il desiderio di restituire a tanti altri quello che insieme
avevamo ricevuto».
Gli insegnanti possono lasciare un segno indelebile. Lo
documenta anche Daniele, monaco benedettino. Di uno ricorda: «Ho scoperto in
lui una stima per l’umano, per la mia umanità, più di quanto mi stimassi io.
Per lui io ero una persona con cui coinvolgersi, non un problema da risolvere.
Io sono stato abbracciato prima di ogni mia risposta». Di un altro prof,
ricorda l’amore alla libertà e alle ragioni. Racconta l’episodio. Una ragazza:
«Prof, possiamo iniziare la scuola con la preghiera?». «Perché?», fu la
risposta. «No, finché non mi date una ragione». «Ecco, essere sfidati sulla
ragioni», aggiunge il monaco, una grande lezione. «Nello stesso tempo ho fatto
una grande esperienza di paternità con don Giorgio e con dei prof che hanno
rischiato, se stessi con le mie domande. Fino a comunicarmi, specie don
Pontiggia, il senso del Mistero: “Io sono tu che mi fai in questo momento”».
L’ultima parte del convegno, prima del saluto finale
dell’attuale Rettore, don José Miguel García, si intitolava “Apertura al
mondo”.
Hans Broekman, insegnante di lungo corso di Liverpool, venne
folgorato da don Giussani per tramite della precedente folgorazione avuta da
don Albacete, sacerdote, giornalista e intellettuale statunitense di grande
fama, ciellino. La prima folgorazione da Albacete avviene nel settembre 2001,
quando Broekman lo sente commentare in televisione la strage delle Torri
Gemelle, in modo straordinario e diverso dagli altri. La seconda quando scoppiò
la pandemia da Covid. «Chissà cosa direbbe Albacete se fosse vivo?». Su youtube
trova un video in cui parla di don Giussani. Broekman legge tutto quello che
trova di Albacete e di Giussani. Dopo la lettura de Il rischio educativo, gli
scoppia dentro un pensiero: «Lo scriverei io, se fossi un genio». In compenso
ha scritto un testo che espone le idee di don Giussani «in modo che gli inglesi
potessero meglio capirle».
Da allora Broekman si è impegnato per cambiare il metodo
della scuola. E a introdurre il principio della “coerenza”, intendendo che
l’educazione non è riducibile all’istituzione, ma «tutto comincia
dall’insegnante, dalla sua persona». Ora Broekman ha scelto di essere
cappellano (laico) del Holy Family Trust, proprio per compiere il cambiamento
di rotta.
(….) continua su sussidiario.net
Pizzaballa. «Rimanere nell’amore»
La lettera del cardinale a tutta la diocesi del Patriarcato
Latino di Gerusalemme: «La fine delle ostilità a Gaza è solo il primo passo. La
resa dei conti non ci appartiene, né come logica né come linguaggio. Come
Chiesa siamo chiamati a testimoniare la fede nella passione e risurrezione di
Gesù. Ci uniamo all’invito del Papa per una giornata di digiuno e preghiera»
A tutta la diocesi del Patriarcato Latino di Gerusalemme
Carissimi fratelli e sorelle,
il Signore vi dia pace!
Sono due anni che la guerra ha assorbito gran parte delle
nostre attenzioni ed energie. È ormai a tutti tristemente noto quanto è
accaduto a Gaza. Continui massacri di civili, fame, sfollamenti ripetuti,
difficoltà di accesso agli ospedali e alle cure mediche, mancanza di igiene,
senza dimenticare coloro che sono detenuti contro la loro volontà.
Per la prima volta, comunque, le notizie parlano finalmente
di una possibile nuova pagina positiva, della liberazione degli ostaggi
israeliani, di alcuni prigionieri palestinesi e della cessazione dei
bombardamenti e dell’offensiva militare. È un primo passo importante e
lungamente atteso. Nulla è ancora del tutto chiaro e definito, ci sono ancora
molte domande che attendono risposta, molto resta da definire, e non dobbiamo
farci illusioni. Ma siamo lieti che vi sia comunque qualcosa di nuovo e
positivo all’orizzonte.
Leggi la lettera del cardinale sul sito del Patriarcato
Latino di Gerusalemme
Paraguay. Il mendicante e la casa ritrovata
Padre Pato racconta della caritativa con i senzatetto alla
stazione degli autobus ad Asunciòn e di come l’incontro con un uruguayano
affamato e bisognoso abbia cambiato la vita della parrocchia di San Rafael
02.10.2025
Patrizio Hacin
Parroco nella chiesa di San Rafael ad Asunciòn (Paraguay)
Era arrivato a piedi dall’Uruguay. Aveva sentito dire che in
Paraguay ci sarebbero state più opportunità per ricominciare ma si era
ritrovato povero e senza nulla. Lo incontrammo un venerdì vicino alla stazione
degli autobus di Asunción, dove andiamo a fare caritativa. Era in fila ad
aspettare la cena ed era arrabbiato: secondo lui eravamo molto male
organizzati, quando ricevette il cibo si adirò perché ne voleva di più. Mi
avvicinai e lo abbracciai. Quindici giorni lo rivedemmo. Fu molto più gentile e
decise di fermarsi con noi fino alla fine della giornata (oltre alla
distribuzione del cibo, infatti, pensiamo sempre a un momento di canti
insieme). Così, poco a poco, nacque tra noi una piccola amicizia.
Qualche giorno più tardi si presentò nella nostra parrocchia
di San Rafael, che si trova in una zona periferica della città. Era un lunedì,
giorno che noi sacerdoti della Fraternità San Carlo Borromeo riserviamo al
riposo, alla preghiera e al dialogo tra noi. Chiese alla segretaria di me, con
molta insistenza. «Sono un suo amico», le disse. La segretaria mi avvisò che mi
stava aspettando. Uscii a vedere chi fosse, ed eccolo lì, il mio disordinato
amico uruguayano. Ricordo ancora le sue parole: «Ciao, padre. Sono venuto a
vedere se ha bisogno di qualcosa, magari posso aiutarvi in parrocchia. Io posso
lavorare e voi in cambio mi date da mangiare». Mi sorprese questo suo slancio,
così accettammo. Del resto abbiamo un grande giardino da tenere pulito e due
braccia in più possono fare comodo.
Durante una pausa dal lavoro, mi raccontò parte della sua
storia. Sicuramente non mi disse tutto, ma non importa. Negli ultimi tempi,
spiegò, gli era toccato vivere e dormire nella sala d’attesa della stazione
degli autobus. Pochi giorni dopo questo nostro dialogo, proprio la stazione
divenne teatro di un’operazione di sgombero da parte delle forze dell’ordine
perché era emerso un traffico di minori nell’area, da sempre segnata da
spaccio, prostituzione e tratta di esseri umani. Tutti i senzatetto furono costretti
ad allontanarsi, proprio in un momento in cui faceva insolitamente freddo per
la nostra regione. Ancora una volta, l’amico uruguayano tornò a bussare alla
nostra porta. Chiedeva un luogo dove poter dormire e poiché abbiamo una sala
incontri con un divano, gli permettemmo di passare lì la notte. Gli altri
lavoratori che ruotano intorno alla nostra chiesa si preoccuparono per lui: lo
aiutarono a lavarsi, a cambiarsi e condivisero con lui il cibo.
Alcuni giorni dopo, qualcuno gli offrì un lavoro in un’altra
città, a circa 200 km da Asunción. Con il piccolo compenso che aveva ricevuto
da noi per il suo operato se ne andò, lasciando solo un biglietto diceva:
«Grazie di tutto, padre. Vado a lavorare fuori città». Provai una strana
tristezza, e anche i lavoratori rimasero delusi dalla sua decisione. Neanche 48
ore dopo, però, lo vedemmo tornare. Per noi fu una grande gioia, ma lui era
molto abbattuto: l’avevano ingannato con la proposta di lavoro. A pranzo,
emozionato, ci disse: «Non sarei mai dovuto andare via da qui. Devo imparare a
fidarmi».
«La sua presenza ci ha smossi, ha fatto maturare l’amicizia
tra noi sacerdoti e i lavoratori della parrocchia. Avere una casa, aprirla e
far parte della sua costruzione è la cosa più bella che un uomo possa avere
come orizzonte nella vita»
Quando in tavola arrivò l’asado, timidamente aggiunse:
«Erano anni che non mangiavo così, a tavola con amici. Non credo di poter
mangiare molto, perché devo mantenere lo stomaco piccolo per non soffrire la
fame. Non so fino a quando tornerò a mangiare». Fu un momento duro e
commovente. Il giardiniere della parrocchia, un uomo timido e di poche parole,
ruppe il silenzio mentre gli serviva la carne: «Con noi mangerai sempre».
Quel giorno – era un venerdì – nel pomeriggio noi sacerdoti
tornammo in stazione per la consueta caritativa e il nostro amico volle aiutare
a preparare il cibo da distribuire. Non posso dimenticare il dialogo che
accadde in auto. Ci disse: «Che grande miracolo. Due settimane fa aspettavo che
voi arrivaste perché avevo fame, e oggi Dio mi fa sentire cosa significa essere
aspettato». Quando arrivammo, alcune persone lo riconobbero. Era pulito e
rasato per cui gli chiesero come fosse possibile quel cambiamento. Lui rispose,
ancora una volta, di essere stato accolto nella nostra parrocchia.
Alcuni tossicodipendenti mi chiesero allora se potessero
vivere anche loro con noi. Non potevo portarli tutti a vivere da noi, anche se
avrei voluto, ma proposi di cercare insieme un lavoro. Il giorno dopo, tre di
loro si affaccendavano a tener pulito intorno alla parrocchia. Non hanno smesso
di venire. E non per chiedere solo denaro come in passato, ma per lavorare, per
impiegare il proprio tempo in maniera utile.
Non sono mancati momenti difficili. Vicino alla parrocchia
c’è un’officina meccanica il cui proprietario è uruguayano, così gli chiesi se
potesse assumere il suo connazionale. All’inizio rifiutò perché è piuttosto
rischioso assumere qualcuno preso dalla strada, senza documenti né casa. Dopo
qualche tentennamento e qualche rassicurazione, accettò. I primi giorni
andarono bene finché il nostro amico non si presentò al lavoro ubriaco, causando quasi un incidente. Il meccanico mi
chiamò spiegandomi di non potersi davvero più fidare e avvertendomi di non
rischiare più ad aiutare quell’uomo. «So però che non mi darà ascolto. voi
preti siete tutti matti».
Nel pomeriggio l’amico uruguayano venne da noi confessando
l’accaduto e chiedendo perdono. Quando gli altri lavoratori della parrocchia
seppero dell’accaduto invece di scandalizzarsi hanno insistito perché noi
sacerdoti potessimo offrirgli una piccola stanza con bagno nell’attesa che lui
trovasse un lavoro. Pensai al rischio, alle parole del proprietario
dell’officina, ma sulla mia paura prevalse lo sguardo di carità di quegli
uomini.
(…)
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