martedì 11 marzo 2014

Volantino di Comunione e Liberazione in Venezuela: si costruisce a partire dalla persona

VENEZUELA

Si costruisce a partire dalla persona


11/03/2014 - In un Paese piegato da manifestazioni e scontri, il volantino della comunità di Cl. Perché, come ricorda il Papa, «la pace sociale non può essere intesa come una mera assenza di violenza», ma serve la decisione di ognuno di cooperare al bene comune
Il nostro paese è immerso in una profonda crisi che colpisce tutti i venezuelani senza distinzione di classe sociale e schieramento politico. Le quasi venticinquemila morti violente del 2013, il 56% di inflazione e la carenza dei prodotti di prima necessità colpiscono tutti in ugual misura. Questi sono stati i principali motivi per cui gli studenti hanno incominciato a protestare il 12 febbraio scorso.

lunedì 10 marzo 2014

Italia: ma che storia è questa che si insegna?


Ma che storia è questa?

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È giusto che un bambino di 11 anni non debba conoscere la storia del nostro tempo? È giusto che non sappia niente di quello che è successo dopo la caduta dell’Impero romano? Ovviamente la risposta è no! Responsabile di quest’assurdità è la Riforma Moratti e questa riforma va, semplicemente, riformata!
L’11 giugno del 2010, al convegno in occasione del bicentenario della nascita del poeta Giuseppe Giusti, ho avuto il piacere di assistere alla conferenza di Cosimo Ceccuti, professore di Storia Risorgimentale dell’Università degli Studi di Firenze. Egli concluse il suo intervento lamentandosi di quanto, da un po’ di tempo a questa parte, in Italia si stia affievolendo sempre di più lo spirito nazionale, che invece all’epoca del poeta Giuseppe Giusti era molto forte.
Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II si incontrano a Teano il 26 ottobre del 1860
Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II si incontrano a Teano il 26 ottobre del 1860
Forse soltanto gli addetti ai lavori o quelli che hanno figli in età scolare, sanno che nelle scuole italiane si sta trascurando la nostra storia risorgimentale: alle elementari, con la Riforma Moratti, i bambini non la studiano più (si fermano agli antichi Romani!) e ne sentono parlare per la prima volta alla fine della seconda media, quando in un capitoletto si liquida tutto il processo di unificazione nazionale.
Ma il problema, purtroppo, non è soltanto quello evidenziato dal professor Ceccuti, il dramma ha colpito al cuore tutto il percorso di studi della scuola italiana e la Storia è la vittima più illustre.
Ma che storia è questa?…verrebbe da dire! Perché si vuole ridimensionare l’importanza della storia? Lo studio della storia non è solo un lungo elenco di date e di avvenimenti da ricordare (ci vuole anche quello!); è soprattutto comprendere il passato, immedesimarsi nei nostri predecessori, riviverne i loro stati d’animo, le loro paure o speranze, per trarne moniti o suggerimenti; in una parola, studiare la storia ci permette di crescere e maturare.
Si potrebbe riassumere dicendo che la Storia serve per conoscere il passato, comprendere il presente e intuire il futuro. I nostri ragazzi di 11-12 anni si sentono spaesati, non partecipano della cultura condivisa dalla società in cui vivono, sono costretti a non sapere: Gramsci o Napoleone, tanto per fare un esempio, sono per loro due perfetti sconosciuti e non riescono a contestualizzarli qualora guardino un film o assistano a un dibattito.
Secondo la Riforma Moratti, il Primo ciclo d’istruzione (la scuola elementare e media, o meglio, Primaria e Secondaria di I grado come hanno voluto ribattezzarle) prevede lo studio della Storia una sola volta per sei anni, dalla terza elementare alla terza media, secondo la seguente scansione:
• in Terza elementare si studia la Preistoria
• in Quarta e Quinta il Mondo antico
• In Prima media il Medioevo
• in Seconda dalla Scoperta dell’America alla fine dell’Ottocento (!)
• in terza il Novecento.
Ma qual è stata la logica perversa che ha determinato tale scelta?
Antonio Gramsci (1891 – 1937) è stato un politico, filosofo, giornalista, linguista e critico letterario italiano.
Antonio Gramsci (1891 – 1937) è stato un politico, filosofo, giornalista, linguista e critico letterario italiano.
Secondo il legislatore, tale scansione permette agli insegnanti di prestare maggiore attenzione all’acquisizione delle competenze anziché ai contenuti, in quanto l’insegnamento della storia deve essere finalizzato al “successo formativo” dei bambini.
In poche parole, il periodo che va dai 7 ai 9 anni è dedicato all’acquisizione di competenze metodologiche, mentre quello compreso tra i 10 e i 15 all’intero percorso cronologico e contenutistico. Queste teorie didattiche hanno dell’assurdo e mi piace citare a questo proposito Andrea Caspani, direttore della rivista Linea Tempo e docente di Storia e Filosofia. In previsione dei rinnovamenti che sarebbero stati introdotti con la Riforma Moratti, in un articolo del lontano 08/02/2000, egli ne smontava le motivazioni didattico-pedagogiche commentando che “Non si possono insegnare gli strumenti critici se non in riferimento all’oggetto a cui vengono applicati. Insomma, sarebbe come pretendere di imparare il nuoto prima di essere buttati in acqua.
Purtroppo niente fermò i legislatori e la riforma di lì a poco entrò in atto, prima fu introdotta sotto forma di sperimentazione, poi attuata in modo definitivo e, da allora, cominciarono i guai!
Il 31 agosto del 2013 sono andata in pensione, concludendo la mia carriera come docente di Lettere in una Scuola media, ma dopo 34 anni d’insegnamento nella scuola elementare. Quando in prima o seconda media, durante l’ora di letteratura o commentando un articolo di giornale o in altri frangenti, mi capitava di citare personaggi o episodi che dovrebbero far parte della nostra cultura anche prima dei 13 anni d’età, i ragazzi mi guardavano senza capire, né riuscire a contestualizzare… ma loro non ne avevano colpa!
La colpa è di chi li ha privati di tutte quelle conoscenze che i loro coetanei di appena qualche anno prima, invece, avevano. Io li guardavo impotente e dentro di me mi arrabbiavo a morte: in nome del “successo formativo” (nessuno lo pone in discussione) sono stati ridotti tragicamente i contenuti, ma non è matematico che, diminuendo la quantità, si migliori la qualità! Ovviamente, la qualità dell’insegnamento dipende dall’insegnante, cioè da come opera in classe, non dalla riduzione dei contenuti del programma! Con la Riforma Moratti i ragazzi corrono il rischio di sapere poco e quel poco di saperlo male, rischiano cioè di non avere né conoscenze né tantomeno competenze metodologiche.
924304-elementgermogliProprio questa “rabbia” mi ha portato a scrivere, il 7 novembre del 2013, sul sito di Rai Storia quanto segue: “A proposito del vostro link intitolato La storia è un grande assente nella cultura contemporanea, non solo concordo, ma vorrei farvi leggere un messaggio accorato che ho mandato al Ministro della Pubblica Istruzione, da cui non ho avuto purtroppo alcuna risposta. Si tratta di una mia osservazione sullo scempio del programma di storia imposta alla scuola dell’obbligo e sul fatto che a nessuno interessi nulla.” Infatti, l’avevo scritto sia sul profilo FB del Ministro Carrozza che tramite e-mail, con l’intenzione di far conoscere queste perplessità “colà dove si puote ciò che si vuole”, ma nessuno si è degnato di rispondere.
Un tempo, alla scuola elementare si conoscevano “i fatti” e alle medie poi li approfondivano: da lì allo studio dei “concetti”, delle relazioni causa-effetto, ecc., il passo era breve e obbligato. Ora, invece, alle Medie è scomparsa la Storia antica e si comincia ex novo dal Medioevo. Perciò, di riflesso, anche il programma di Storia delle Medie è stato modificato, in peggio, poiché non è prevista la ripetizione dei contenuti. È uno scandalo aver ridotto il programma di storia della scuola elementare, pretendendo che i ragazzi delle Medie riflettano in poche lezioni su argomenti mai affrontati prima e di cui sono completamente all’oscuro.
I bambini delle elementari sono benissimo in grado di avere una panoramica più ampia riguardo agli argomenti storici e senza nessuna fatica o forzatura. Per questo motivo, ripeto, mi sembra così assurdo averli privati del cumulo di conoscenze che i loro coetanei di appena qualche anno prima possedevano e che sapevano utilizzare nei contesti più vari.
A questo proposito, alcuni anni fa ho letto un articolo di Panebianco sul Corriere della Sera, nel quale si critica questa situazione, giudicando assurdo che un ragazzino di 13 anni non sappia ancora nulla, per esempio, di Garibaldi o della Seconda Guerra mondiale. Io mi domando perché e a chi sia venuto in mente di assassinare in questo modo il programma di storia nella scuola dell’obbligo.
Non sono d’accordo sul fatto che i cosiddetti contenuti non siano importanti. Credo anzi che essi siano i mattoncini necessari per una crescita globale dell’individuo: anche i contenuti, naturalmente accompagnati da una didattica idonea, contribuiscono a creare i presupposti per far crescere i ragazzi, (il “successo formativo” di cui parlano i programmi) e a far germogliare in loro quello spirito critico tanto, giustamente, sbandierato dalla didattica sessantottina e che invece ha portato alla diminuzione vertiginosa delle conoscenze spicciole, figuriamoci di quelle più complesse.
Affinché questo sia possibile, appare dunque chiaro che i contenuti debbano essere ripetuti nei diversi cicli dell’istruzione dell’obbligo. Con la Riforma Moratti questo non succede e il risultato è sotto gli occhi impotenti dei docenti: i ragazzi, infatti, non riescono a memorizzare fatti e avvenimenti storici presentati una volta sola e quindi non potranno interiorizzarli e utilizzarli per conoscere la realtà in cui vivono, interpretarla, trarne monito e insegnamento.
La FLC (il sindacato di tutti coloro che lavorano nei settori della formazione) a questo proposito scrive: “I programmi nazionali in vigore fino al 31 agosto 2004, antecedenti la riforma, se è vero che costringono gli allievi a studiare per tre volte la stessa storia, danno tuttavia modo, almeno nelle scuole elementari, di impostarne l’insegnamento introducendo gradualmente i bambini alle difficoltà dell’apprendimento della storia”. Le mie osservazioni da semplice addetta ai lavori, supportate dal parere di persone ben più esperte di me, mi hanno convinta sempre di più che la Riforma Moratti vada riformata.
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I bambini di quinta di qualche tempo fa, possedevano maggiori conoscenze e maggiori competenze dei ragazzi di terza media di oggi e non mi riferisco soltanto alla Storia. Giovanni Floris ci spiega questo fenomeno nel suo saggio “La fabbrica degli ignoranti”. Egli afferma che ciascun Ministro della Pubblica Istruzione vuole apportare una riforma, credendo di migliorare la situazione. In realtà, dice Floris, la Scuola italiana è come un malato al cui capezzale si alterna una miriade di medici, i quali ogni volta danno una medicina diversa…ma il malato, invece di migliorare, peggiora sempre di più. Ecco, questa è la stessa sconfortante idea che mi sono fatta anch’io.
Con ciò non voglio dire che non ci siano stati dei miglioramenti, ma, a conti fatti, quello che più balza all’occhio è la morte progressiva della cultura in senso lato, nei ragazzi e quindi nella società futura. Insomma, faccio mia quest’ osservazione della FLC: “il disegno del Ministro Moratti è quello di chi vuole un Paese più ignorante” (lascio a voi le conclusioni!).
Qualche giorno fa ha provocato scandalo il fatto che dei concorrenti a una nota trasmissione televisiva non sapessero datare la nomina di Hitler a Cancelliere della Germania nazista, posticipandola addirittura ben oltre il dopoguerra. Ma di che ci si meraviglia? Stiamo assistendo a una povertà culturale gigantesca (secondo l’OCSE siamo gli ultimi in Europa per che cosa?), ma non è giusto rimanere indifferenti, non si può più far finta di nulla e lasciare che i nostri ragazzi vadano alla deriva, perché la Scuola non li ha forniti di conoscenze al momento giusto!

Intervista a Padre Romano Scalfi: "Serve un dialogo con la Russia"

«Serve un dialogo con la Russia»

di Leone Grotti
10/03/2014 - «La protesta chiede di poter costruire nuovi spazi di libertà e socialità. L’Occidente condivida il bisogno del popolo ma senza schierarsi». In un'intervista, parla padre Romano Scalfi, fondatore di Russia Cristiana
Padre Romano Scalfi, 91 anni, ha fondato nel 1957 Russia Cristiana per far conoscere in Occidente le ricchezze della tradizione ortodossa russa e ha dedicato la vita «alla rievangelizzazione dell’Est, perché la fede rinascesse nel dominio del socialismo reale». Fin da bambino ha coltivato il sogno di andare in missione in Russia, dove ha passato dieci anni, dal 1960 al 1970, nel clima sovietico «paranoico e ossessivo». Avendo messo in piedi la più antica e consolidata esperienza occidentale di conoscenza e amicizia tra cattolicesimo e ortodossia, padre Scalfi rappresenta un testimone unico della storia e della tradizione russa, di cui a Tempi sottolinea «i molti vincoli culturali e religiosi con l’Ucraina».
Il sacerdote guarda «con interesse alla rivolta di piazza Maidan, anche se contiene gruppi estremisti», e spera che Kiev «riesca a trovare un accordo per mettersi in relazione sia con l’Occidente sia con Mosca».

Padre Scalfi, come giudica la rivolta di piazza Maidan?
Mi sembra che sia una protesta che non va soprattutto “contro”, ma che chiede di poter costruire nuovi spazi di libertà e socialità. La rivolta non è nata né da una mentalità russofila né russofobica ma dal desiderio degli ucraini di essere riconosciuti come persone e come società civile. Per formare questa identità hanno svolto un ruolo molto importante le Chiese: nonostante la difficile situazione di divisione esistente all’interno del paese, tutte le comunità ortodosse e cattoliche sono state concordi nel condannare la violenza, perché c’erano all’opera anche gruppi estremisti, e nel contempo hanno costantemente accompagnato con la preghiera e con la loro presenza la battaglia contro l’ingiustizia, il malgoverno e la corruzione del sistema. Mi hanno colpito due cose in particolare...

Liberate le suore ortodosse di Manaloula

SIRIA-LIBANO
Libere le suore di Maaloula, scambiate con 150 prigionieri ribelli
di Paul Dakiki
Il rilascio è avvenuto verso la mezzanotte, dopo ore di attesa dalla notizia. I capi della sicurezza Abbas Ibrahim, libanese, e Ghanim al-Kubaisi, del Qatar, fondamentali mediatori. Le suore hanno vissuto per due mesi al secondo e al terzo piano di una casa, controllata dai ribelli di Al Nusra. Grande pubblicità data al rilascio chiamando a raccolta i media.


Beirut (AsiaNews) - Il gruppo di suore ortodosse rapite nel dicembre scorso a Maaloula sono state rilasciate ieri sera verso mezzanotte. In cambio, il regime siriano avrebbe liberato 153 prigionieri fra i ribelli.
Le 13 suore e tre loro assistenti sono state ricevute da un convoglio di auto che Arsal, in Libano, nel distretto della Bekaa era giunto a Rahoua in Siria.
La notizia della loro prossima liberazione si era diffusa già ieri mattina. Per tutta la giornata si è atteso il momento finché nel pomeriggio un convoglio della sicurezza libanese, guidato dal capo della sicurezza, Gen. Abbas Ibrahim, non è entrato nel territorio siriano attendendo per ore di poter prendere le suore. Secondo testimonianze riportate dai media libanesi, i rapitori avevano avuto dei ripensamenti, ma alla fine le suore sono state portate in salvo. Si ipotizza - ma non è sicuro - che esse siano state portate a Damasco.
Le loro prime dichiarazioni sono state di essere "arrivate tardi" e "stanche", ma di essere state "trattate bene" dai rapitori.
Nei giorni scorsi era emerso con chiarezza che le religiose erano state rapite dal Fronte di Al Nusra, un gruppo di ribelli legati ad Al Qaeda, in lotta con governo siriano ma anche con gli altri gruppi di ribelli per la supremazia dell'opposizione. Al Nusra è stato bollato come "terrorista" anche dall'Arabia saudita, principale sponsor dei ribelli siriani.
I mediatori per la liberazione delle suore sono stati molti. Fra i principali vi è il gen. Ibrahim e il gen. Ghanim al-Kubaisi, capo della sicurezza del Qatar, altro sponsor dei ribelli, entrambi presenti al rilascio. I due avevano già lavorato con efficacia anche per la liberazione di un gruppo di pellegrini sciiti iraniani lo scorso ottobre.
Rapite il 3 dicembre scorso a Maaloula, a nord di Damasco, le suore erano state condotto a Yabroud, a circa 20 km più a nord, attualmente sotto il tiro dell'esercito regolare siriano. Secondo il vescovo Louka Khouri, patriarca aggiunto dei greco-ortodossi di Siria, proprio la pressione dell'esercito siriano su Yabroud ha facilitato il rilascio delle religiose.
George Hasouani, un altro intermediario che aveva negoziato invano con Al Nusra, ha dichiarato che le suore sono rimaste per due mesi in una casa di sua proprietà a Yabroud, vivendo insieme al secondo e al terzo piano, mentre il primo era occupato dai ribelli. In tal modo hanno potuto ricevere cibo, vestiti, coperte e medicinali, dato che alcune di loro sono malate di ipertensione e diabete.
Molti libanesi sono rimasti stupiti che la liberazione delle suore sia stata preparata con grande pubblicità, chiamando a raccolta al confine fra Siria e Libano un numero considerevole di giornalisti e televisioni.
Fra i rapiti che attendono di essere liberati vi sono tuttora i due vescovi di Aleppo, Boulos Yazigi, greco-ortodosso, e Youhanna Ibrahim, siro-ortodosso e alcuni sacerdoti, fra cui p. Paolo Dall'Oglio.

domenica 9 marzo 2014

Venezuela: c'è un progetto violento per separare Chiesa e popolo

http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2014/3/9/DIARIO-VENEZUELA-Morales-vescovo-c-e-un-progetto-violento-per-separare-Chiesa-e-popolo/print/477208/


persecuzione dei cristiani in Siria

07/03/2014 11:02
SIRIA
Persi i contatti con le suore di Maaloula. La Siria affonderà nella guerra per altri 10 anni
di Paul Dakiki
I rapitori appartengono ad Al Nusra, legati ad Al Qaeda. Oltre alla liberazione dei prigionieri politici, essi chiedono cibo per i ribelli e lo sgombero dei luoghi cristiani da parte dell'esercito siriano. Nessuna notizia sui vescovi ortodossi rapiti e su p. Dell'Oglio. Bloccato ogni corridoio umanitario.


Beirut (AsiaNews) - Un gruppo di negoziatori che cercava di liberare le 13 suore di Maaloula, rapite lo scorso anno, hanno perso i contatti con i rapitori che con ogni probabilità hanno trasferito le religiose in un nuovo nascondiglio. Intanto la situazione in Siria diventa ogni giorno più dura per la popolazione, distrutta dalla fame. Alcuni esperti valutano che la guerra fra il regime di Assad e i ribelli durerà ancora almeno 10 anni.
Le 13 suore erano state rapite nel dicembre scorso insieme a tre ragazze loro ospiti e portate fuori dal monastero di Maaloula verso Yabrud, una cittadina sotto il controllo dei ribelli, nella zona nord-est di Damasco, vicina al confine col Libano. I rapitori hanno diffuso due video sulla loro cattività. In cambio della loro liberazione, essi hanno chiesto dapprima la libertà per tutte le donne prigioniere della Siria, poi quella di tutti i prigionieri politici. Negli ultimi giorni hanno aumentato le richieste, fra cui provvedere cibo per le città sotto il dominio dei ribelli e far allontanare l'esercito dai luoghi religiosi cristiani.
Secondo alcune fonti, i ribelli appartengono a un gruppo affiliato ad Al Nusra, una derivazione di Al Qaeda, il cui capo sarebbe Abu Malek al-Kuwaiti.
Fonti di AsiaNews a Damasco confermano di non avere alcuna notizie delle suore, né dei due vescovi ortodossi rapiti lo scorso aprile, né del padre Paolo Dall'Oglio.
La situazione nel Paese si fa sempre più pesante dopo il fallimento dei dialoghi di pace a Ginevra.
I combattimenti e i bombardamenti dei due fronti, insieme alle distruzioni di tre anni di guerra e all'enorme numero di sfollati - si parla di 9 milioni di siriani - hanno causato la penuria di cibo e spesso anche di acqua. A causa degli scontri violenti le organizzazioni umanitarie sono impossibilitate a portare aiuto. Sebbene a Ginevra Damasco e i ribelli avessero acconsentito ad aprire presto dei corridoi umanitari, i camion di viveri e medicinali vengono bloccati o depredati.
Secondo l'analista Daveed Gartenstein-Ross la guerra in Siria - che il 15 marzo prossimo entrerà nel suo quarto anno - potrebbe durare ancora "10 anni o più".
A complicare la situazione vi è da una parte il forte sostegno che viene ad Assad da Russia e Iran; dall'altra vi è un'opposizione - sostenuta da occidente e Arabia saudita - sfilacciata e divisa fra i "laici" del Free Syrian Army e gli islamisti radicali che combattono fra loro per la supremazia.

sabato 8 marzo 2014

Banco Farmaceutico 2014: i numeri della giornata della raccolta del farmaco

GRF 2014: TUTTI I NUMERI IN POSITIVO

Aumentate le farmacie aderenti, aumentati gli enti assistenziali reclutati, aumentati anche i farmaci raccolti. Due farmacie superano i mille farmaci raccolti, il record è a Casazza (Bg). La regione con l’incremento più significativo è il Piemonte.

La crisi non ferma la solidarietà. E’ questo il dato che emerge dalla Giornata di Raccolta del Farmaco 2014, svoltasi sabato 8 febbraio, in 94 province italiane oltre che in Spagna, Portogallo e nella Repubblica di San Marino.

Tutti i numeri registrano un segno positivo. Più province coinvolte (Ragusa, Bolzano, Caserta, Arezzo e Crotone sono state coinvolte per la prima volta, a fronte della mancata presenza di Enna e Agrigento) senza contare la prima volta della Repubblica di San Marino; un maggior numero di farmacie aderenti (3.557 in totale, 190 in più rispetto al 2013); aumentati anche gli enti assistenziali reclutati (1.576, 68 in più rispetto all’anno precedente per un totale di oltre 600mila assistiti); e infine più farmaci raccolti (circa 360mila confezioni, diecimila in più rispetto al 2013).

Se questo è il dato nazionale, ovviamente diverse sono le situazioni locali. A livello regionale se la Lombardia continua ad essere quella che raccoglie più farmaci, l’incremento percentuale più importante è stato però registrato in Trentino Alto Adige (+42,2% per un totale di 4.654 farmaci raccolti). Considerato il volume totale di farmaci raccolti, l’aumento più significativo è però quello del Piemonte (+7,5%) arrivato a un volume di 50.433 farmaci raccolti). Rilevante anche la raccolta di Puglia (17.205, +26,5%) e Toscana (13.147, +13,9%).

Quanto alle città, da notare l’aumento registrato a Torino, seconda città in assoluto per raccolta di farmaci dopo Milano, che pure ha fatto un +8% con un totale di 25.808 farmaci raccolti. Da rilevare anche la forte avanzata di Cuneo (6.526 farmaci, +18%), Treviso (4.241 farmaci, +31%) e Taranto (3.407 farmaci, +42%).

Per le singole farmacie il record è stato registrato dalla Farmacia Varinelli, a Casazza (Bergamo), dove sono state raccolte 1.062 confezioni; anche un’altra farmacia ha sfondato il muro dei mille farmaci: Farmacia Pensa, a Torino (1.010). Ottimo anche il risultato delle due farmacie della Repubblica di San Marino, di Serravalle e di Borgo Maggiore, rispettivamente 6° e 10° con 500 e 435 confezioni.

la preghiera rende il sanpietrino 'più leggero di una piuma'

DA VOCI DAL MAIDAN

Un minuto di grazia tra le molotov


07/03/2014 - L'intervista a due monaci ortodossi intervenuti negli scontri delle scorse settimane. Si sono messi tra i manifestanti e la polizia. Per riconciliare. Testimoniando che la preghiera rende il sampietrino «più leggero di una piuma» (da www.invictory.com)
Che cosa vi ha spinto a scendere in strada quel giorno?
Melchisedek (Gordienko): Tempo fa avevo visto una foto della Serbia, di un sacerdote che si era messo in mezzo tra la polizia e i dimostranti. Mi era parso così bello: un uomo solo col crocefisso in mano che ferma mille uomini da una parte e mille dall’altra.
Il nostro monastero della Decima si trova molto vicino all’epicentro degli avvenimenti, anche di notte nella chiesa si sentivano gli scoppi dei petardi, le grida degli altoparlanti e il boato della folla. Quando ho saputo che in via Gruševskij le esplosioni strappavano mani, piedi e occhi alla gente, ho capito che dovevo essere lì per non dovermi, poi, vergognare di me stesso.
Mi è venuto in mente che in Georgia un sacerdote era andato in strada con uno sgabello in mano ad affrontare una gay-parade. Aveva visto questa vergogna e non si era nascosto restando tranquillo in chiesa, ma era venuto fuori per mostrare la sua posizione ai laici e incoraggiarli col proprio esempio.

Avevate un qualche piano sul da farsi?
Melchisedek: Nessun piano. Al mattino presto, assieme a padre Efrem e a padre Gavriil abbiamo pregato, e dopo aver chiesto la benedizione siamo andati verso il Majdan. A nessuno di noi è sorto il minimo dubbio o incertezza. Nessun piano, solo uno scopo: fare qualcosa per impedire la violenza.

E come hanno reagito i dimostranti nel veder comparire degli uomini in abito monastico?
Melchisedek
: Ci rendevamo conto che ormai era impossibile fermare i dimostranti e la polizia, per questo eravamo pronti ad affrontare le pallottole e i sampietrini. Quando i dimostranti si sono visti davanti dei sacerdoti che s’interponevano tra loro e le forze dell’ordine, sono rimasti come di sale. Si sono fermati quasi subito. È subentrato un minuto di grazia e di ragione.

Gavriil (Kajrasov): Alcuni che erano lì si sono avvicinati e ci hanno detto: «Finché starete qua non butteremo pietre contro la polizia». Questo ci ha molto incoraggiati. Siamo riusciti a trattenerli fino al calar della notte, quando hanno ricominciato a lanciare bottiglie molotov sulle forze dell’ordine. Ma, anche in quell’istante molti dimostranti si sono messi a correre fuori verso il cordone di poliziotti, gridando ai loro di fermarsi, di non attaccare. Alcuni ragazzi si sono persino arrampicati sul tetto di un autobus bruciato cercando di calmare i dimostranti, esponendosi così ai colpi.

Vi rendevate conto di rischiare la vita? Accanto a voi esplodevano le molotov e le granate…
Gavriil: Mentre stavamo in piedi tra la folla dei dimostranti e le forze dell’ordine che si coprivano con gli scudi, tutto attorno scoppiavano le granate ed esplodevano le molotov. A cinque metri da me è caduta una bottiglia incendiaria ma non è esplosa… Attorno divampava l’incendio, fioccavano le molotov e bruciavano i mezzi, ma quella bottiglia non è esplosa. Se lo avesse fatto avrebbe ustionato all’istante me e quelli che mi stavano accanto, invece ha sbattuto al suolo e si è spenta. Allora ho sentito che il Signore ci proteggeva…
Poi hanno incominciato a usarci come uno scudo umano: i dimostranti si avvicinavano e da dietro di noi lanciavano molotov e sampietrini. In quel momento ho sentito un’amarezza infinita per quella gente che nonostante gli appelli alla pace bramava ugualmente il sangue. Ho sentito che i demoni dilaniano l’anima dell’uomo, scatenando la rabbia e offuscando il buon senso.

Quando avete capito che era venuto il momento di andarvene?
Melchisedek: Noi lì non eravamo soli, accanto a noi c’erano dei laici: uomini e donne. Stavamo ben attenti che non li colpissero pietre o molotov, perché in quel momento eravamo responsabili per loro. Per questo, quando la tensione è cresciuta al massimo abbiamo deciso di allontanarci per salvaguardare coloro che si erano messi spalla a spalla con noi. Qualcuno ha detto che ci sono state provocazioni e aggressioni da parte della folla, qualcun altro che la polizia era violenta e commetteva atrocità. Io non posso dire niente. Noi non volevamo trovare dei colpevoli, volevamo riconciliare le parti.

Qualcuno tende a sottolineare la brutalità delle forze dell’ordine, qualcuno accusa di tutto i dimostranti. Qual è la vostra opinione come testimoni oculari?Gavriil: Nel momento in cui le passioni erano alla massima tensione, dalla folla dei dimostranti è venuto fuori un uomo. Nonostante il gelo era a torso nudo. L’uomo gridava alla folla e ai poliziotti di fermarsi, poi è caduto in ginocchio e si è messo a pregare con forza. Ma i poliziotti sono accorsi, l’hanno afferrato per i piedi e lo hanno trascinato alle macchine… Ho cercato di fermarli ma invano. Mi dispiaceva tanto per lui, mi sembrava che fosse stato toccato dalla grazia del Signore. Qui non si può scegliere nessuna delle parti. Abbiamo visto la violenza da entrambi i lati: tutti e due erano in qualche misura malati.

In quel momento al centro della città si sono radunate tutte le confessioni religiose. Eravate ostili tra voi?Melchisedek: Nelle ore in cui siamo stati lì, in piazza Majdan è confluita una quantità innumerevole di confessioni diverse: greco-cattolici, preti del Patriarcato di Kiev, cattolici latini e, cosa incredibile, dei buddisti. A me si è avvicinato un ragazzo che si è presentato come Sereža, e mi ha chiesto se accettavamo gli eretici. «In che senso eretici?» gli ho chiesto. «Sono battista» mi ha sorriso. «Certo che ti prendiamo, vieni qui!». Eravamo all’estremo confine del mondo, come potevamo pensare di «accettare o non accettare».

Gavriil: Da me è venuto persino un ebreo con la kippah e si è messo a pregare sottovoce, al mio fianco. Ho teso l’orecchio e sono rimasto strabiliato: recitava con noi una preghiera ortodossa.

La disgrazia generale ha messo insieme chi non riusciva a trovare una lingua comune in tempo di pace?Gavriil: Lì non c’erano divisioni di confessioni o ideologie. C’era ben altro in gioco. Quando una mamma vede che l’albero sta cadendo sul campo dei giochi, afferra il suo bambino e anche quello degli altri, che sia figlio del vicino o un orfano. In quel momento noi tutti eravamo parenti.
E sa qual è la cosa più sorprendente? Hanno incominciato a telefonarci da Kiev e da altre città, laici, preti, dicendo che volevano stare spalla a spalla con noi, quando fossimo tornati in strada. E pochi giorni dopo è venuto da noi in chiesa un uomo che era sulle barricate, dicendo che non voleva più starci ma che voleva pregare. Molti dimostranti, vedendoci, hanno detto lo stesso. Loro pensavano che la cosa più pesante fosse il sampietrino, ma dopo aver visto noi, hanno riconosciuto che, a confronto di certe cose spirituali, il sampietrino è leggero come una piuma.