martedì 29 aprile 2014

I due santi pontefici uniti nella missione alle genti

ITALIA - VATICANO

I due Santi Pontefici uniti nella missione alle genti
di Piero Gheddo

Già nella messa di inizio del pontificato Papa Giovanni, che da giovane voleva entrare nel Pime, affermava che la qualità più importante del Papa è lo zelo apostolico verso le pecorelle che non sono nell'ovile di Cristo. E Giovanni Paolo II scriveva "I miei viaggi in America Latina, in Asia ed in Africa hanno una finalità eminentemente missionaria".


Milano (AsiaNews) - Ho provato grande gioia per i due nuovi Santi della Chiesa, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Come Vicari di Cristo nella Chiesa universale la loro azione era a tutto campo, in tutti i settori della vita cristiana e del rapporto con il mondo. Come missionario li vedo uniti in una linea di continuità nell'aver promosso la missione fino agli estremi confini della terra; e non solo per proclamare il primo annunzio di Cristo ai popoli, ma perché la spinta ad uscire dall'ovile di Cristo per evangelizzare i non cristiani e i non credenti riporta la Chiesa d'oggi allo spirito delle prime comunità cristiane che erano animate dal fuoco dello Spirito Santo, il protagonista della missione.

Il Cardinal Roncalli e il Pime

Ho conosciuto bene e da vicino i due nuovi Santi. Il 3 marzo 1958, il Patriarca di Venezia card. Angelo Roncalli venne a Milano per portare al Pime le spoglie del nostro Fondatore (nel 1850), il Servo di Dio mons. Angelo Ramazzotti, suo predecessore a Venezia, oggi tumulate nella chiesa di San Francesco Saverio. Roncalli diceva che avendo studiato la vita dei Patriarchi veneziani: "Si è fatta profonda e schietta in me la convinzione che davvero a mons. Ramazzoti il titolo di Santo gli convenga e di Santo da Altare". Ed esortava il Pime ad introdurre la sua Causa di beatificazione, cosa che il nostro istituto, essendo non religioso ma di clero secolare fondato dalle diocesi lombarde, non aveva mai pensato di fare. In quei giorni del card. Roncalli a Milano c'è un episodio curioso. Era venuto a Milano il 2 marzo per mezzogiorno. Nel pomeriggio, visita al Pime e al seminario teologico, poi  chiama me e padre Mauro Mezzadonna nel suo ufficio (accanto alla camera da letto) e ci dice: "Voi siete preti giovani e giornalisti, vi leggo su "Le Missioni cattoliche" e "L'Italia". Vi leggo il discorso che farò domani quando saranno presenti tutti i vescovi lombardi, ditemi cosa vi pare". E ci legge il discorso, gli dico di "scrivere frasi più brevi come si usa oggi". Poi chiedeva notizie della rivista e sul Pime, la sua semplicità era commovente. Il giorno dopo, prima di ripartire per Venezia, mi consegna una lettera in busta chiusa, nella quale lodava la rivista del Pime "che leggevo da giovane e ancor oggi leggo con piacere".
Il 18 marzo 1963, tre mesi prima di morire (3 giugno 1963), dona la sua casa natale di Sotto il Monte al Pime e benedice, in Vaticano, la prima pietra del seminario (l'avevo portata a Roma in una Topolino d'anteguerra, non c'era ancora l'Autostrada del Sole, l'auto andava al massimo a 70 km l'ora!), che è stato poi costruito accanto alla casa natale, oggi conservata come era in passato e meta di tanti pellegrinaggi. Una cerimonia intima fra il Papa e una ventina di missionari del Pime. Giovanni XXIII parlava in bergamasco e diceva: "Se fate in fretta a costruire, vengo io a inaugurare il seminario". E poi aggiungeva che nel seminario di Bergamo si leggevano le riviste missionarie, diversi chierici erano entrati nel Pime e venivano a parlarci delle missioni. "Io stesso - aggiungeva - ero innamorato delle missioni e ho chiesto al mio vescovo di poter entrare nel vostro istituto. Lui mi rispose di continuare gli studi teologici in seminario per essere ordinato sacerdote diocesano, poi potevo andare con i missionari. Però, quando mi ordinò sacerdote, mi nominò suo segretario particolare e ho seguito la santa obbedienza della volontà di Dio".
E poi, negli anni venti, come direttore delle Pontificie Opere missionarie, aveva avuto stretti rapporti col Beato Padre Paolo Manna, da lui definito "il Cristoforo Colombo dell'animazione missionaria". Un segno di questa sua vicinanza alle missioni e al Pime è quando, nel settembre 1962, mi nominò uno dei "periti" del Concilio per il Decreto Ad Gentes e il direttore dell'Osservatore Romano, Raimondo Manzini, mi chiamò come redattore delle pagine dedicate al "Concilio", col compito di seguire il tema missionario e intervistare i vescovi delle missioni.

domenica 27 aprile 2014

Canonizzazione dei due Papi: Omelia di Papa Francesco

Omelia del Santo Padre.
Al centro di questa domenica che conclude l’Ottava di Pasqua, e che Giovanni Paolo II ha voluto intitolare alla Divina Misericordia, ci sono le piaghe gloriose di Gesù risorto. Egli le mostrò già la prima volta in cui apparve agli Apostoli, le sera stessa del giorno dopo il sabato, il giorno della Risurrezione. Ma quella sera non c’era Tommaso; e quando gli altri gli dissero che avevano visto il Signore, lui rispose che se non avesse visto e toccato quelle ferite, non avrebbe creduto. Otto giorni dopo, Gesù apparve di nuovo nel cenacolo, in mezzo ai discepoli, e c’era anche Tommaso; si rivolse a lui e lo invitò a toccare le sue piaghe. E allora quell’uomo sincero, quell’uomo abituato a verificare di persona, si inginocchiò davanti a Gesù e disse: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).
Le piaghe di Gesù sono scandalo per la fede, ma sono anche la verifica della fede. Per questo nel corpo di Cristo risorto le piaghe non scompaiono, rimangono, perché quelle piaghe sono il segno permanente dell’amore di Dio per noi, e sono indispensabili per credere in Dio. Non per credere che Dio esiste, ma per credere che Dio è amore, misericordia, fedeltà. San Pietro, riprendendo Isaia, scrive ai cristiani: «Dalle sue piaghe siete stati guariti» (1 Pt 2,24; cfrIs 53,5). Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno avuto il coraggio di guardare le ferite di Gesù, di toccare le sue mani piagate e il suo costato trafitto. Non hanno avuto vergogna della carne di Cristo, non si sono scandalizzati di Lui, della sua croce; non hanno avuto vergogna della carne del fratello (cfr Is 58,7), perché in ogni persona sofferente vedevano Gesù. Sono stati due uomini coraggiosi, pieni della parresia dello Spirito Santo, e hanno dato testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio, della sua misericordia.
Sono stati sacerdoti, vescovi e papi del XX secolo. Ne hanno conosciuto le tragedie, ma non ne sono stati sopraffatti. Più forte, in loro, era Dio; più forte era la fede in Gesù Cristo Redentore dell’uomo e Signore della storia; più forte in loro era la misericordia di Dio che si manifesta in queste cinque piaghe; più forte era la vicinanza materna di Maria.
In questi due uomini contemplativi delle piaghe di Cristo e testimoni della sua misericordia dimorava «una speranza viva», insieme con una «gioia indicibile e gloriosa» (1 Pt 1,3.8). La speranza e la gioia che Cristo risorto dà ai suoi discepoli, e delle quali nulla e nessuno può privarli. La speranza e la gioia pasquali, passate attraverso il crogiolo della spogliazione, dello svuotamento, della vicinanza ai peccatori fino all’estremo, fino alla nausea per l’amarezza di quel calice. Queste sono la speranza e la gioia che i due santi Papi hanno ricevuto in dono dal Signore risorto e a loro volta hanno donato in abbondanza al Popolo di Dio, ricevendone eterna riconoscenza.
Questa speranza e questa gioia si respiravano nella prima comunità dei credenti, a Gerusalemme, di cui ci parlano gli Atti degli Apostoli (cfr 2,42-47). E’ una comunità in cui si vive l’essenziale del Vangelo, vale a dire l’amore, la misericordia, in semplicità e fraternità. E questa è l’immagine di Chiesa che il Concilio Vaticano II ha tenuto davanti a sé. San Giovanni XXIII e San Giovanni Paolo II hanno collaborato con lo Spirito Santo per ripristinare e aggiornare la Chiesa secondo la sua fisionomia originaria, la fisionomia che le hanno dato i santi nel corso dei secoli. Non dimentichiamo che sono proprio i santi che mandano avanti e fanno crescere la Chiesa. Nella convocazione del Concilio Giovanni XXIII ha dimostrato una delicata docilità allo Spirito Santo, si è lasciato condurre ed è stato per la Chiesa un pastore, una guida-guidata. Questo è stato il suo grande servizio alla Chiesa; è stato il Papa della docilità allo Spirito. In questo servizio al Popolo di Dio, Giovanni Paolo II è stato il Papa della famiglia. Così lui stesso, una volta, disse che avrebbe voluto essere ricordato, come il Papa della famiglia. Mi piace sottolinearlo mentre stiamo vivendo un cammino sinodale sulla famiglia e con le famiglie, un cammino che sicuramente dal Cielo lui accompagna e sostiene. Che entrambi questi nuovi santi Pastori del Popolo di Dio intercedano per la Chiesa affinché, durante questi due anni di cammino sinodale, sia docile allo Spirito Santo nel servizio pastorale alla famiglia. Che entrambi ci insegnino a non scandalizzarci delle piaghe di Cristo, ad addentrarci nel mistero della misericordia divina che sempre spera, sempre perdona, perché sempre ama.
[Testo originale: Italiano]

Canonizzazione Papi: Carron, testimoni dell'essenziale

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2014/4/27/CANONIZZAZIONE-PAPI-L-articolo-di-Juli-n-Carr-n-testimoni-dell-essenziale/print/494710/

"Occorrerebbe riandare alla situazione della Chiesa degli anni Cinquanta per capire la portata storica dei due Papi che oggi vengono canonizzati. Una Chiesa che rischiava di rimanere chiusa in se stessa, con una grande difficoltà a stabilire un rapporto adeguato con il pensiero moderno, era bisognosa di una svolta epocale per tornare ad annunciare Cristo in modo convincente ed attraente agli uomini del nostro tempo(...)" 


sabato 26 aprile 2014

Bergoglio e Giussani, le affinità elettive

La riflessione
Bergoglio e don Gius, le affinità elettive


"Da molti anni gli scritti di monsignor Giussa­ni hanno ispirato la mia riflessione. (...) Il senso religioso non è un libro ad uso esclusivo di coloro che fanno parte del movimento; neppure è solo per i cristiani o per i credenti. È un libro per tutti gli uomini che prendono sul se­rio la propria umanità. Oso dire che oggi la questione che dobbia­mo maggiormente af­frontare non è tanto il problema di Dio, l’esi­stenza di Dio, la cono­scenza di Dio, ma il problema dell’uomo, la conoscenza dell’uo­mo e il trovare nell’uo­mo stesso l’impronta che Dio vi ha lasciato per incontrarsi con Lui. (...) Non si può i­niziare un discorso su Dio se prima non ven­gono soffiate via le ce­neri che soffocano la brace ardente dei ’per­ché’ fondamentali. Il primo passo è creare il senso di tali domande che sono nascoste, sotterrate, forse soffe­renti, ma che esisto­no».

Correva l’anno 1999 quando l’arcive­scovo di Buenos Aires, Jorge Maria Bergoglio, pronunciava queste parole in occasione della presentazione di El sentido religioso , traduzione in lingua spagnola dell’opera fondamentale di Lui­gi Giussani, Il senso religioso. Le ragioni di una con­sonanza ideale tra i due, che non si sono mai incontrati diretta­mente, vengono sot­tolineate anche due anni più tardi in occa­sione della presenta­zione di un’altra ope­ra del leader di Comu­nione e liberazione, L’attrattiva Gesù: «La prima, più personale, è il bene che negli ul­timi dieci anni que­st’uomo ha fatto a me, alla mia vita di sacer­dote, attraverso la lettura dei suoi li­bri e dei suoi articoli - ebbe a dire l’ar­civescovo - . La seconda ragione è che sono convinto che il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo dell’anelito dell’uomo. Oserei dire che si tratta della fenome­nologia più profonda e, allo stesso tempo, più comprensibile della no­stalgia come fatto trascendentale».

venerdì 25 aprile 2014

GIOVANNI XIII: PER SEMPRE PARROCO

GIOVANNI XXIII

Per sempre parroco

di Paola Bergamini
24/04/2014 - Non il «Papa buono», ma della bontà. Della tradizione e non del tradizionalismo. Monsignor Gianni Carzaniga, già direttore della fondazione dedicata a Roncalli, ripercorre vita e Pontificato di un pastore «accanto alla gente» (da Tracce)
«Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede. Miei cari amici e fratelli, stiamo in guardia dai vani simulacri che oggi ingombrano il mondo e lo terrorizzano. Tutti i tempi si rassomigliano». Così concluse la sua omelia, il 26 agosto dell’Anno Santo 1950, monsignor Angelo Roncalli, nunzio apostolico a Parigi, nella chiesa di Sant’Alessandro in Colonna, a Bergamo. Il futuro Giovanni XXIII, che il 27 aprile sarà canonizzato insieme a Giovanni Paolo II, ha avuto un legame particolare con questa parrocchia. Qui nel 1898, giovane seminarista, ascoltò l’omelia del patriarca di Venezia, Giuseppe Sarto, poi Pio X, e, nel 1906, fece la sua prima predica importante come prete, su san Francesco di Sales. Altre saranno le occasioni che lo riporteranno in questa chiesa. «Giovanni XXIII è l’espressione più bella di un clero, quello bergamasco, vicino alla gente, dedito alla cura pastorale. Lui si sentirà sempre parroco», spiega monsignor Gianni Carzaniga, rettore del seminario di Bergamo e per otto anni direttore della Fondazione Giovanni XXIII, dove sono raccolti e studiati gli scritti del Pontefice. Ha lasciato l’incarico quando è diventato parroco di Sant’Alessandro. «L’impegno era inconciliabile con la cura d’anime».

Cosa significa che Giovanni XXIII si sentiva parroco, lui che non lo è mai stato?
Il primo dono che il Signore gli ha fatto è stato di incontrarlo. Angelo Roncalli è diventato prete perché voleva fare il prete, cioè annunciare Gesù Cristo in qualunque situazione. Non è una cosa che si impara sui libri, ne aveva fatto esperienza guardando il suo parroco: vicino alla gente con una cura pastorale, capillare. In questo sarà sempre parroco. Penso agli anni trascorsi nelle periferie d’Europa.

In che senso?
Prima in Bulgaria, accanto agli oltre 160mila immigrati cattolici macedoni scappati durante la guerra, e poi nei dieci anni in Turchia, lui sarà il delegato apostolico, cioè il rappresentante del Papa presso i cattolici: un Vescovo missionario, accanto alla gente. Il suo ruolo diplomatico presso quei Governi è di poco valore, quasi nullo. In Turchia si trova persino costretto a vestire gli abiti borghesi. Ma questo non gli impedisce di creare relazioni, rapporti, di bussare alle porte di servizio. È l’uomo del dialogo attento. Un episodio forse può chiarire questa sua posizione intelligente e furba, nel senso della furbizia evangelica.

GIOVANNI PAOLO II:IL TUO NOME NACQUE DA CIO' CHE FISSAVI

GIOVANNI PAOLO II

Nacque il tuo nome da ciò che fissavi

di Julián Carrón
24/04/2014 - Lo speciale di Tracce sul Pontificato di papa Wojtyla, del maggio 2005. Lo riproponiamo in occasione della canonizzazione. Qui, le parole introduttive del presidente della Fraternità di CL
È impossibile esprimere tutto il nostro dolore per la morte di Giovanni Paolo II. La sua scomparsa ci riempie di un silenzio pieno di gratitudine e di una devozione appassionata alla sua persona e alla sua vita. Questo dolore è alleviato solo dalla certezza della sua compagnia perenne e dell’aiuto che, dalla casa del Padre, continuerà a dare alla sua amata Chiesa, intercedendo per essa davanti a Cristo.

Non potremo mai dimenticare la sua appassionata testimonianza di Cristo, data con tutta l’energia di cui è stato capace, senza risparmiarsi assolutamente nulla. Come san Paolo, ha riempito tutto il mondo del vangelo di Cristo (cfr. Rm 15,19), nell’unico modo possibile: incarnandolo, facendo vedere a tutti che cos’è il cristianesimo.

Nella commovente omelia durante il funerale, il cardinale Ratzinger ha ricordato a tutti che «il nostro Papa ha voluto dare se stesso senza riserve, fino all’ultimo momento, per Cristo e così anche per noi», e in questo modo «ha dato nuova attrazione all’annuncio del Vangelo».

Noi abbiamo visto coi nostri occhi che cosa vuol dire una persona tutta investita dalla presenza di Cristo, qual è il livello che raggiunge l’umano quando l’uomo - come il Papa ci ha invitato a fare dal primo istante del suo pontificato - apre le porte a Cristo. Così abbiamo imparato da vicino - come ha scritto don Giussani per il venticinquesimo di pontificato di Giovanni Paolo II - che «il cristianesimo tende a essere veramente la realizzazione dell’umano», e perciò «è la strada per il compimento della felicità dell’uomo».

giovedì 24 aprile 2014

Roma: iniziative in vista della canonizzazione dei due papi

Iniziative, orari, trasporti, copertura media: la canonizzazione dei due papi in pillole

La canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II è un grande evento spirituale ma anche una – l’ennesima - prova logistica per la città di Roma, invero abituata a gestire imponenti raduni di carattere religioso (e non solo). Può essere utile fornire un po’ di dettagli sia delle iniziative spirituali in preparazione dell’evento sia dei piani per far sì che quante più persone possibili possano partecipare fruttuosamente alla giornata.
Innanzitutto per partecipare alla canonizzazione dei due papi non saranno necessari biglietti di alcun genere, ma la partecipazione sarà libera per tutti i fedeli che vorranno e potranno trovare posto in piazza San Pietro e zone limitrofe (via della Conciliazione). I fedeli attesi alla celebrazione sono alcune centinaia di migliaia, secondo quanto previsto dal Vaticano.
Iniziative spirituali
Sabato 26 aprile, a partire dalle 21, ci sarà una “notte bianca” di preghiera. Le chiese del centro di Roma saranno aperte e sarà possibile pregare e confessarsi. Verrà proposto uno schema, elaborato dall’ufficio liturgico del Vicariato di Roma, per la veglia con brani biblici e testi tratti dagli scritti dei due papi che offrono spunti per la meditazione e la preghiera. L’animazione liturgica sarà garantita in diverse lingue: a Sant’Agnese in Agone a Piazza Navona in italiano, a San Marco in Campidoglio in italiano e inglese, a Sant’Anastasia in portoghese, al Santissimo Nome di Gesù all’Argentina in italiano e spagnolo, a Santa Maria in Vallicella in italiano, a S. Giovanni dei Fiorentini in italiano, a S. Andrea della Valle in francese, a S. Bartolomeo all’Isola Tiberina in italiano e arabo, a S. Ignazio di Loyola in Campo Marzio in italiano, alla Chiesa delle S.S. Stimmate in italiano, alla Chiesa dei XII Apostoli in italiano. 
La celebrazione del 27 aprile si terrà in quella che proprio Giovanni Paolo II aveva ribattezzato la “domenica della Divina Misericordia” (la prima domenica dopo Pasqua), come fu pure il primo maggio del 2011, giorno della beatificazione di Karol Wojtyla. La messa presieduta da papa Francesco comincerà alle 10 in piazza San Pietro e verrà preparata dalla recita cantata della coroncina della Divina Misericordia, con la lettura di testi dei due papi. Circa mille i concelebranti tra cardinali e vescovi, almeno settecento i sacerdoti che amministreranno la comunione in piazza San Pietro, centinaia di diaconi lungo via della Conciliazione. Gli arazzi saranno gli stessi usati per le beatificazioni; anche il reliquario di Giovanni Paolo II sarà lo stesso della beatificazione e ne verrà realizzato uno gemello per Giovanni XXIII, per il quale alla beatificazione del 2000 (avvenuta assieme a quella di papa Pio IX) non vi era reliquiario perché il cadavere non era stato ancora esumato. Alla celebrazione saranno presenti le due donne miracolate da Karol Wojtyla: la suora francese Marie Simon-Pierre e la costaricana Floribeth Mora Díaz, (mentre per la canonizzazione di Roncalli, papa Bergoglio ha dispensato dall'accertamento di un miracolo). Dopo la messa i fedeli potranno venerare le tombe dei due nuovi santi nella basilica di San Pietro. Alcuni maxischermi consentiranno a coloro che non hanno avuto accesso all’area del Vaticano di seguire la celebrazione a distanza: tre in via dei Fori Imperiali, uno a Piazza Navona, uno a Piazza del Popolo, uno a Castel Sant’Angelo e uno in Piazza S. Maria Maggiore.  
Gli aspetti logistici
Sabato 26 aprile le 14 linee di bus che servono San Pietro e il centro storico e le 6 linee di tram seguiranno l’orario dei giorni feriali. Le metropolitane A e B effettueranno servizio no-stop per tutta la notte tra sabato e domenica, mentre l’Unitalsi  assicurerà l’accesso alle funzioni religiose prevedendo un servizio di accompagnamento di persone con disabilità da attivarsi al numero verde 800 062026. Saranno presenti tre punti di presidio: Sant’Uffizio, Trasportina, Piazza Risorgimento. La discesa dei disabili dai pullmini avrà luogo in Via Porta Cavalleggeri. Via dei Fori Imperiali (da Piazza Venezia a Piazza del Colosseo) resta zona esclusivamente pedonale (lo sarà fino al 4 maggio).
I pellegrini saranno assistiti dai volontari della Protezione Civile, dagli agenti della Polizia locale e presso i numerosi presidi medici allestiti dall’Ares 118 nelle aree interessate dai vari eventi, in base a un piano sanitario che entrerà a pieno regime proprio nel giorno della canonizzazione. Anche i Punti Informativi Turistici estenderanno il proprio orario di servizio nelle zone di maggior affluenza. E altri 3 punti temporanei saranno allestiti nell’area  della Basilica di S. Maria Maggiore, a Piazza del Popolo e a Piazza Risorgimento.
La comunicazione dell’evento
Infine, per chi non vuole perdersi nulla della canonizzazione dei due papi- sul posto o a distanza - molte sono le possibilità informative online. Innanzitutto il sito ufficiale , che offre ai pellegrini e ai fedeli la possibilità di accedere alle notizie, alle informazioni utili riguardanti le celebrazioni e alle riflessioni spirituali relative alla vita e all'insegnamento dei due papi. Sarà fruibile in cinque lingue: italiano, inglese, francese, spagnolo e polacco. Al sito ufficiale delle canonizzazioni dei due papi si aggiungono l'account Twitter ufficiale: @2popesaints e l'applicazione intitolata "Santo Subito", scaricabile gratuitamente sia nel formato Android che nel formato Ios (in lingua italiana, inglese, spagnola e polacca), che consentirà di avere informazioni logistiche, di accedere alle principali notizie sulla canonizzazione e di scaricare il materiale previsto per i diversi eventi liturgici.

La paura della libertà uccide il futuro della Russia

RUSSIA

La paura della libertà uccide il futuro della Russia

di Marta Allevato

Serghei Chapnin, direttore della "Rivista del Patriarcato di Mosca" racconta ad AsiaNews le sfide della società contemporanea russa e il contributo che il cristianesimo può dare a un vero "cambiamento morale" del Paese.


Mosca (AsiaNews) - La necessità di dare un "giudizio morale" sul passato sovietico, recuperare il rispetto per la persona, insegnare ai giovani la libertà di pensiero cristiana e dare maggiore impulso alla "missione interna" della Chiesa, spiegando ai fedeli il significato vero del magistero. Sono queste alcune delle sfide più grandi che la società e la Chiesa ortodossa in Russia devono affrontare in questo momento, secondo il giornalista Serghei Chapnin, direttore della "Rivista del Patriarcato di Mosca" (17mila copie di tiratura su abbonamento in tutto il Paese), il mensile che racconta la vita pastorale della Chiesa e rilancia gli interventi dei vertici ecclesiastici.
Autore di un recente saggio dal titolo "La Chiesa nella Russia post-sovietica", Chapnin sostiene che il problema della Russia oggi - dalla società alla politica, fino alla fede - è non essersi ancora liberata della mentalità sovietica: guarda con preoccupazione a un "ritorno dell'Urss" tra le nuove generazioni, ai pressanti richiami al "rispetto dei valori tradizionali" lanciati dalla leadership del Paese e al progetto del Cremlino di fondare una "politica culturale di Stato", che rischia di diventare ideologia di regime.
E' convinto che un cambiamento possa arrivare, ma solo dal basso, partendo dal singolo cittadino. Per questo è importante, a suo dire, l'esempio che può offrire il cristiano, vivendo in coerenza con la sua fede.
Chapnin - che cura anche le pubblicazioni del Patriarcato - ha già iniziato una piccola rivoluzione, avviando una rivista mensile "Il tempio russo nel XXI secolo" che per la prima volta affronta la questione dell'architettura della chiese ortodosse moderne.  "E' un progetto avviato a inizio 2014 sulla base della constatazione che si stanno costruendo molte chiese, ma per lo più di cattiva qualità e gusto estetico", racconta in una conversazione con AsiaNews, nel suo ufficio a due passi dal monastero di Novodevichy a Mosca. La spiegazione, secondo il giornalista, è teologica: "Finché non capiamo cosa significa per noi la liturgia oggi, non capiremo di che tipo di chiese abbiamo bisogno".
Si tratta di una riflessione profonda, che livelli coinvolge e cosa riguarda in particolare?
Se ne parla da un anno e mezzo anche ai vertici ecclesiastici e si sta preparando un documento ufficiale. Non si tratta solo di pensare a strutture che vadano incontro alle esigenze dei parrocchiani (parcheggi gratuiti, guardaroba per i cappotti nelle regioni fredde...), ma anche alla forma stessa dell'altare: l'iconostasi deve coprirlo completamente o lasciarlo aperto in modo da far capire meglio la liturgia? Dal fatto che l'altare sia aperto o chiuso, dipende molto la percezione che hanno i fedeli della liturgia e penso che in futuro si andrà sempre di più verso la costruzione di altari aperti. La liturgia è oggi incomprensibile alla maggior parte dei fedeli: non solo per il fatto che si usa la lingua ecclesiastica antica, ma anche perché la gente non capisce cosa succede. Quello che manca è un lavoro serio di catechesi.