Tornarono a Gerusalemme con grande gioia»
Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in
Terra Santa
S.E. Pierbattista Pizzaballa
Carissimi,
il Signore vi dia pace!
In questi anni di ministero pastorale ho parlato a voi, alla
nostra amata Chiesa di Gerusalemme, in diversi modi: attraverso le omelie,
qualche breve lettera e, soprattutto, durante le visite pastorali. Sono state
queste ultime, in particolare, i momenti di incontro e di condivisione con le
comunità che hanno segnato la vita della Chiesa locale, e anche la mia. Mi
hanno permesso di conoscere più da vicino la nostra Diocesi, e di dare
espressione concreta a quell’unità tra pastore e comunità che è alla base della
vita ecclesiale.
In questi ultimi anni, tuttavia, l’ennesima e tragica guerra
nella quale siamo precipitati – con le sue conseguenze sulla vita di tutti noi
– ci ha costretti a ripensare modi e tempi del nostro ministero, che ho cercato
di proseguire per quanto possibile. Il tempo drammatico che stiamo vivendo ci
ha visti tutti coinvolti nel servizio ai poveri, nella denuncia delle
ingiustizie, nella presenza sul territorio, e soprattutto nella preghiera,
nell’ascolto della Parola di Dio, cercando unità e verità nel nostro stare
dinanzi a Lui e dinanzi a ogni fratello e sorella.
Alla luce di quanto sta accadendo – e per il peso che questi
eventi hanno avuto e avranno sulla vita della nostra Chiesa – sento ora il
bisogno di offrire una parola più articolata e una riflessione più compiuta, e
perciò, eccezionalmente, anche più lunga. Questa Lettera, quindi, non nasce per
una lettura rapida o parziale, né per essere utilizzata come un testo di
analisi politica. È da leggere poco alla volta, come strumento di discernimento
ed è pensata anche per promuovere dialogo e riflessioni all’interno dei nostri
contesti ecclesiali, delle nostre comunità, nei monasteri e nelle famiglie. Il
suo scopo non è offrire risposte immediate o soluzioni tecniche, ma aiutare
ciascuno a interrogarsi su come vivere oggi la fede cristiana in questa Terra
alla luce del Vangelo.
Trovo difficile limitarmi alle consuete dichiarazioni di
circostanza, che spesso si susseguono quasi identiche l’una all’altra. Avverto
con ancora maggiore urgenza il bisogno di parole vere e significative per noi.
La sofferenza di questo tempo, infatti, non permette di limitarsi a discorsi
edulcorati e astratti – e perciò non credibili – né ci consente di fermarci
alle ennesime analisi o denunce.
Ne sono già state fatte in più occasioni, e su questo
abbiamo già detto abbastanza, a parole e con i gesti. Analisi e denunce
rimangono necessarie – non possiamo esimerci dall’esprimerle – ma non saranno
esse ad aprirci orizzonti di fiducia. Troveranno forse condivisione anche al di
fuori della nostra comunità in chiunque si ritrovi nelle nostre valutazioni.
Esse devono tuttavia essere accompagnate dalla domanda su cosa il Signore ci
chieda in questo momento, e interrogarci su come dare espressione vissuta alla
nostra fede in questo contesto difficile. È la domanda che da diverso tempo
accompagna il mio ministero di pastore: come stare da cristiani, in quanto
assemblea ecclesiale, dentro questa situazione di conflitto – politico,
militare, spirituale – che sappiamo durerà ancora molti anni? Esso è ormai
parte integrante della vita ecclesiale, dell’esistenza ordinaria di ciascuno di
noi. Purtroppo è ormai parte della cultura di questa Terra. Non è quindi un
momento da superare, ma il luogo nel quale la nostra Chiesa è chiamata a
mettere in atto la sua specifica missione di comunità di credenti in Cristo. In
questa Terra dove i confini identitari sono così fortemente marcati, il nostro
essere cristiani deve diventare testimonianza di un modo particolare di vivere
anche dentro la contesa e deve trovare espressione visibile e riconoscibile in
ciò che diciamo e facciamo. Siamo chiamati a offrire un’interpretazione del
tempo attuale secondo una prospettiva cristiana che ci contraddistingua in modo
chiaro e riconoscibile.
Con la presente Lettera desidero tentare di rispondere a
questa domanda. È il frutto faticoso e sofferto – come lo è ogni tentativo di
sintesi spirituale – della mia riflessione e preghiera, e di quanto ho maturato
in questo tempo. Non è ovviamente una sintesi perfetta. Bisogna intenderla
piuttosto come un’iniziale proposta di riflessione che dovrà certamente
maturare, perfezionarsi e completarsi nel tempo, soprattutto attraverso il
confronto, anche dialettico se necessario, con chiunque voglia avventurarsi in
questo tentativo di sintesi e in questa lettura. Purché si sia comunque mossi
dal sincero desiderio di cercare di comprendere la volontà di Dio su ciascuno
di noi. Raccolgo qui in maniera più sistematica e ordinata quanto in parte ho
già presentato in questi ultimi anni in varie occasioni.
L’icona biblica intorno alla quale ruoterà la mia
riflessione è la città, e in particolare la città di Gerusalemme. L’immagine
della città è diffusa e ci è familiare. Sta ad indicare la convivenza, la
relazione, civile e religiosa. Ma non ci soffermeremo sull’idea generica di
città, bensì su Gerusalemme come modello di riferimento ideale, richiamando
alcuni brani delle Scritture. Noi siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città
Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità
ecclesiale. È il Luogo che custodisce il cuore della nostra fede – la
Redenzione – ed è perciò anche il luogo geografico e spirituale che custodisce
l’identità della nostra Chiesa, il centro al quale tornare per trovare
l’ispirazione necessaria in questo tempo. La nostra Chiesa ha un volto
multiforme, espressione della ricchezza dei suoi riti e delle sue tradizioni.
Dalle sue origini fino ad oggi è, per sua essenza, plurale, dato che
Gerusalemme è madre di tutti i popoli. D’altra parte, da molti secoli ha una
configurazione molto chiara: è una Chiesa immersa prevalentemente in un
contesto arabo. Il nostro sguardo sugli avvenimenti che stiamo vivendo, quindi,
parte da questa Chiesa, sparsa sul suo vasto territorio. È uno sguardo che,
proprio perché radicato in questa terra, aspira tuttavia ad abbracciare e
includere tutti i suoi abitanti.
Infatti, nella Città Santa ogni comunità particolare può
riconoscersi: dalla parrocchia più piccola di Giordania alla più popolosa,
dalle vivaci realtà di Cipro ai fedeli di espressione ebraica in Israele, dalle
parrocchie segnate dalla prova in Palestina a quelle presenti e radicate in
Israele, fino ai migranti, i richiedenti asilo e tutte le altre diverse realtà
della nostra Diocesi. Gerusalemme è il modello spirituale che unifica la nostra
Chiesa distribuita su territori e situazioni politiche tanto diverse.
La Lettera è strutturata in tre parti: la prima inizia con
la mia valutazione dell’attuale stato di disordine. Prima di parlare di ideali,
è necessario ancorarsi saldamente alla realtà così com’è, riconoscendo però in
essa la presenza operante di Dio.
Nella seconda parte, vorrei condividere una visione per la
nostra comunità, ispirata e ancorata alla Scrittura, con una precisa
connessione a Gerusalemme.
La terza cercherà di tradurre quella stessa visione in
implicazioni pastorali per la nostra comunità ecclesiale, affrontando le
attività delle nostre parrocchie, le famiglie, le scuole e le istituzioni.
Come ho già detto, si tratta di una Lettera anzitutto di
natura pastorale: non conterrà considerazioni e analisi di carattere
prettamente politico. È “politica” solo in senso più ampio, in quanto concerne
il nostro rimanere, come cristiani, nella polis, ovvero nel nostro mondo reale
e nella nostra città di Gerusalemme, benché sempre orientati alla vera e
definitiva Polis, la Gerusalemme celeste.
(continua su patriarcato di Gerusalemme)