Gli studenti protestano in tutto
il Paese chiedendo più spazio e voce nella società. Leone XIV li aveva
incontrati facendo loro una proposta: una libertà vissuta nella responsabilità
e nel bene. La testimonianza di quattro docenti “di frontiera”
Évreux, 6 ottobre 2026. Guillaume
Boulet, docente di storia e geografia al liceo statale “Aristide Briand”, è in
mezzo alla fiumana di studenti che attraversa le strade della città. Intorno a
lui ci sono ragazzi che da giorni protestano in tutta la Francia contro una
scuola che offre sempre meno possibilità. Il suo liceo, uno tra i più grandi
della Normandia, è tra i capo-fila della contestazione nazionale. «È successo
piuttosto all’improvviso», racconta a Tracce mentre il corteo gli scorre
intorno. «Il nostro istituto è stato chiuso prima ancora che ci potesse essere
un dialogo con i ragazzi. Ma la verità è che a scuola non c’è mai tempo per
parlare di questi temi. Noi docenti siamo pressati perché dobbiamo terminare i
programmi. E così non c’è modo per i ragazzi di confrontarsi, esprimere cosa
vivono, che istanze hanno».
La protesta è cresciuta
rapidamente, ma insieme alle rivendicazioni sono arrivati anche gli episodi
violenti. A Parigi e in altre città, quando i cortei si sono sciolti, sono
entrati in azione casseurs e black bloc: vetrine spaccate, cassonetti incendiati,
presidi malmenati, insegnanti e poliziotti aggrediti; dall’altra parte,
lacrimogeni e proiettili di gomma, con una risposta delle forze dell’ordine che
ha alimentato nuove polemiche sull’uso della forza. «Ci sono stati giovani
gravemente feriti, uno ha perso un occhio, un altro una mano, un altro ancora
ha riportato lesioni alla mascella. La violenza rischia così di sovrapporsi
alle ragioni di chi manifesta pacificamente».
Al Briand, racconta ancora
Boulet, «la norma è avere ormai 35 studenti per insegnamento. Stiamo parlando
di una scuola che conta quasi 2mila studenti, raggruppati in classi molto
strette, ammassati gli uni agli altri. A volte, addirittura, si mettono insieme
alunni di età diverse: come si può fare lezione così? La pausa pranzo spesso
dura solo 20 minuti e le lezioni iniziano alle 8 del mattino e possono finire
alle 18, quando non ci sono più mezzi pubblici per tornare a casa».
A scuola non c’è modo per i
ragazzi di confrontarsi, esprimere cosa vivono, che istanze hanno
Benjamin Gaudré, collega di
Boulet, conosce bene quella quotidianità. «Non è la prima volta che i nostri
studenti manifestano. Nel 2023 l’uccisione di Nahel Merzouk, 17 anni, durante
un controllo stradale a Nanterre aveva già fatto esplodere una rivolta nazionale.
Questa volta però non protestano solo “contro” qualcosa. Io ero presente quando
alcuni dei nostri liceali, nei giorni scorsi, sono andati dal prefetto con
richieste precise: rinnovo delle attrezzature, migliorie agli edifici,
ripensamento degli orari di lezione. Hanno contestato Parcoursup, il sistema di
orientamento e ammissione all’università, definendolo “totalmente illeggibile”.
Soprattutto hanno detto chiaro e tondo alle autorità: “Noi non vogliamo essere
semplicemente sentiti, vogliamo essere ascoltati”».
Gli studenti hanno da tempo
strumenti formali per esprimersi, ma spesso la sensazione è che ciò che dicono
non possa cambiare niente. Ancora Gaudré: «Noi ripetiamo loro che hanno un
consiglio della vita liceale, che devono imparare ad usarlo. Ma tutti sanno che
è uno spazio inutile, dove ti puoi forse sfogare ma dove le cose che dici non
saranno prese sul serio».
Boulet conferma. «La vita in
classe resta un cerimoniale ben oliato. Ognuno recita un ruolo. Noi dobbiamo
adempiere al programma, sequestriamo gli smartphone come la legge ha stabilito
e loro devono studiare per performare, e infatti vivono un’ansia totale da
prestazione. Siamo tutti stritolati dentro un gioco di ruoli, estremamente
codificato e difficile da scardinare». La scuola, dice, dovrebbe trasmettere
conoscenze ma anche educare, preparare alla cittadinanza, accompagnare i
ragazzi nella crescita. «Raramente è così. E le risorse statali per la scuola
vengono erose anno dopo anno».
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Maria Acqua Simi
