lunedì 19 ottobre 2026

Cosa brucia nei giovani di Francia


 

Gli studenti protestano in tutto il Paese chiedendo più spazio e voce nella società. Leone XIV li aveva incontrati facendo loro una proposta: una libertà vissuta nella responsabilità e nel bene. La testimonianza di quattro docenti “di frontiera”

 

Évreux, 6 ottobre 2026. Guillaume Boulet, docente di storia e geografia al liceo statale “Aristide Briand”, è in mezzo alla fiumana di studenti che attraversa le strade della città. Intorno a lui ci sono ragazzi che da giorni protestano in tutta la Francia contro una scuola che offre sempre meno possibilità. Il suo liceo, uno tra i più grandi della Normandia, è tra i capo-fila della contestazione nazionale. «È successo piuttosto all’improvviso», racconta a Tracce mentre il corteo gli scorre intorno. «Il nostro istituto è stato chiuso prima ancora che ci potesse essere un dialogo con i ragazzi. Ma la verità è che a scuola non c’è mai tempo per parlare di questi temi. Noi docenti siamo pressati perché dobbiamo terminare i programmi. E così non c’è modo per i ragazzi di confrontarsi, esprimere cosa vivono, che istanze hanno».

 

La protesta è cresciuta rapidamente, ma insieme alle rivendicazioni sono arrivati anche gli episodi violenti. A Parigi e in altre città, quando i cortei si sono sciolti, sono entrati in azione casseurs e black bloc: vetrine spaccate, cassonetti incendiati, presidi malmenati, insegnanti e poliziotti aggrediti; dall’altra parte, lacrimogeni e proiettili di gomma, con una risposta delle forze dell’ordine che ha alimentato nuove polemiche sull’uso della forza. «Ci sono stati giovani gravemente feriti, uno ha perso un occhio, un altro una mano, un altro ancora ha riportato lesioni alla mascella. La violenza rischia così di sovrapporsi alle ragioni di chi manifesta pacificamente».

 

Al Briand, racconta ancora Boulet, «la norma è avere ormai 35 studenti per insegnamento. Stiamo parlando di una scuola che conta quasi 2mila studenti, raggruppati in classi molto strette, ammassati gli uni agli altri. A volte, addirittura, si mettono insieme alunni di età diverse: come si può fare lezione così? La pausa pranzo spesso dura solo 20 minuti e le lezioni iniziano alle 8 del mattino e possono finire alle 18, quando non ci sono più mezzi pubblici per tornare a casa».

 

A scuola non c’è modo per i ragazzi di confrontarsi, esprimere cosa vivono, che istanze hanno

 

Benjamin Gaudré, collega di Boulet, conosce bene quella quotidianità. «Non è la prima volta che i nostri studenti manifestano. Nel 2023 l’uccisione di Nahel Merzouk, 17 anni, durante un controllo stradale a Nanterre aveva già fatto esplodere una rivolta nazionale. Questa volta però non protestano solo “contro” qualcosa. Io ero presente quando alcuni dei nostri liceali, nei giorni scorsi, sono andati dal prefetto con richieste precise: rinnovo delle attrezzature, migliorie agli edifici, ripensamento degli orari di lezione. Hanno contestato Parcoursup, il sistema di orientamento e ammissione all’università, definendolo “totalmente illeggibile”. Soprattutto hanno detto chiaro e tondo alle autorità: “Noi non vogliamo essere semplicemente sentiti, vogliamo essere ascoltati”».

 

Gli studenti hanno da tempo strumenti formali per esprimersi, ma spesso la sensazione è che ciò che dicono non possa cambiare niente. Ancora Gaudré: «Noi ripetiamo loro che hanno un consiglio della vita liceale, che devono imparare ad usarlo. Ma tutti sanno che è uno spazio inutile, dove ti puoi forse sfogare ma dove le cose che dici non saranno prese sul serio».

 

Boulet conferma. «La vita in classe resta un cerimoniale ben oliato. Ognuno recita un ruolo. Noi dobbiamo adempiere al programma, sequestriamo gli smartphone come la legge ha stabilito e loro devono studiare per performare, e infatti vivono un’ansia totale da prestazione. Siamo tutti stritolati dentro un gioco di ruoli, estremamente codificato e difficile da scardinare». La scuola, dice, dovrebbe trasmettere conoscenze ma anche educare, preparare alla cittadinanza, accompagnare i ragazzi nella crescita. «Raramente è così. E le risorse statali per la scuola vengono erose anno dopo anno».

 

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Maria Acqua Simi