martedì 20 ottobre 2026

La protesta da capire, non da giustificare


 


Molti giovani in diversi Paesi europei stanno protestando in piazza, a volte con una violenza non giustificabile

Ragazzi giovanissimi, con il volto coperto, si sono trasformati in saccheggiatori nel centro di Milano. Lo stesso è successo a Torino, Bologna e Bergamo. Il fantasma delle proteste si è diffuso in molte città europee, arrivando fino in Belgio, in Portogallo e in Albania. In Francia, nel fine settimana, ci sono stati più di 2.000 arresti e oltre 600 poliziotti, gendarmi e vigili del fuoco feriti.

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Giorni di furia nel Vecchio continente proprio mentre si appresta ad affrontare un importante ciclo elettorale. Ci saranno elezioni in Spagna, Italia, Francia e Polonia. Perché l’Europa è in fiamme proprio adesso? Le proteste riuniscono gruppi sociali molto diversi tra loro, come i gilet gialli, gli autotrasportatori, i sindacati, i dipendenti pubblici, ma soprattutto gli studenti delle scuole superiori.

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La situazione di molti giovani europei è molto complicata, soprattutto per problemi come l’alloggio. Il futuro, per molti, è incompatibile con la speranza. Ma l’Europa resta l’Europa. Perché succede tutto questo nel posto del mondo in cui si vive meglio?

C’è senza dubbio un malessere di fondo, un malcontento che molti non sanno come definire. L’energia che un tempo era diretta alla costruzione ora si esprime solo come lamento e protesta. Anche gli adulti che vedono i giovani incendiare le strade si sentono disorientati e molti chiedono soltanto l’ordine.

C’è una frattura generazionale che impedisce agli adulti di capire i giovani perché non capiscono se stessi. L’esperienza di inquietudine, disagio e disgusto è intensa ma imprecisa, non ha forma e non viene giudicata. Semmai viene incanalata attraverso populismi ideologici o cerca capri espiatori tra migranti, politici e istituzioni. I vecchi valori dell’Illuminismo sono definitivamente morti.

Uno dei fattori decisivi che spiegano ciò che sta succedendo è che viviamo un’esistenza ridotta all’applicazione di regole, norme e protocolli decisi da altri, in un luogo ben lontano dalla vita reale. I giovani sono quelli che ne soffrono di più. È un fenomeno che il filosofo e sociologo Hartmut Rosa denuncia con precisione nel suo libro “Situation und Konstellation”, nel quale ha scritto che un numero crescente di ambiti della vita nella società tardo-moderna trasforma individui capaci di interpretare situazioni complesse a partire dalla propria esperienza e di giudicarle secondo criteri morali ed estetici in semplici esecutori di protocolli, guidati da regole, distaccati dall’interpretazione e dal giudizio morale.

Quando la nostra capacità di giudizio viene sostituita dalle regole, il nostro modo di stare al mondo cambia. La realtà non ci tocca più; la nostra capacità di valutare autonomamente ciò che accade si atrofizza e sottovalutiamo la nostra esperienza.

Rosa segnala che la capacità umana di giudizio si sviluppa attraverso l’esperienza pratica e il ripetuto esercizio di un’azione responsabile, ed è il risultato di un processo biografico di apprendimento. Affinché questo apprendimento avvenga, aggiunge Rosa, è necessario che ci siano individui che esigano reciprocamente capacità di giudizio, che vogliono che gli altri esercitino il loro giudizio, confidando che lo faranno in modo appropriato e giusto. Quando il rapporto tra due persone non si basa su questa libertà e fiducia, quando è una mera associazione finalizzata all’esecuzione di regole, sorgono l’impotenza e il fastidio. I giovani sono particolarmente sensibili a questa situazione.

Leggere Rosa ci fa accorgere di quante relazioni intratteniamo e a quante organizzazioni apparteniamo che si aspettano da noi solo fedeltà al rispetto delle regole. A noi giovani e adulti era stata promessa una nuova libertà, una riappropriazione del potere, ma la vita è rimasta soggetta alla prevedibilità, al necessario, all’esecuzione di ciò che ci viene imposto dall’alto. Abbiamo perso la freschezza del gioco e la paura dell’errore ci paralizza perché ci siamo dimenticati di quanto possiamo imparare.

Non è una buona notizia che il malcontento si sia trasformato in violenza. Ma quel malcontento ci dice che i giovani non vogliono ignorare il mondo, reprimere il desiderio di sperimentare, frenare l’impulso di formarsi da soli un’idea di ciò che sta accadendo, non vogliono mettere a tacere il grido di dolore o di piacere che esce dalla loro bocca prima ancora di sapere se è permesso, né tacere l’agitazione indignata che li colpisce per un’ingiustizia prima di aver consultato i codici di legge.

Non vogliono vivere come semplici esecutori. Nemmeno noi adulti. Non c’è protocollo, statuto, codice, algoritmo o controllo burocratico in grado di generare e sottomettere ciò che la vita ci offre e ciò che ci aspettiamo da essa. Esserne consapevoli è ciò che ci permette di capire, non di giustificare, le proteste violente; è ciò che ci permette di proporre un percorso che trasformi l’energia del risentimento in energia costruttiva.

Fernando De Haro

 

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