lunedì 19 ottobre 2026

Papa Leone, Babele e Gerusalemme: due amori fecero due città


 

La "Magnifica humanitas" di Leone XIV ha alla sua base la teologia agostiniana. Non si comprende l'IA senza distinguere Gerusalemme e Babele

“La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme” (Magnifica humanitas, 1).

Questo è l’avvio della prima Lettera enciclica di Papa Leone XIV. E già l’incipit pone la questione di fondo, che ritorna anche nella conclusione (§§ 241-242), delle “due città”, di Babele e di Gerusalemme che si svela poi come la “Gerusalemme celeste”. È di grande rilievo il fatto che in un figlio di Sant’Agostino, Robert Francis Prevost, che ora siede nella Cattedra di Pietro, si ponga, come già il Padre della Chiesa nel suo lavoro grandioso La città di Dio, la domanda sulle “due città” e quindi sui “due amori” che le fondano.

La domanda sulle “due città”, nella mente di Papa Leone, va dall’inizio insieme a quella indisgiungibile dalla prima, sulla “custodia della persona umana” (sottotitolo della Lettera). In realtà, le “due città” si differenziano anche e soprattutto per il modo in cui intendono il nesso tra l’uomo come persona e la politica (da polis, città).

Nella Genesi il racconto che riguarda la prima città, Babele, menziona il fine per cui quegli uomini si accinsero alla sua costruzione: “per non disperderci” (11, 4). Infatti, perché ci possa essere una costruzione comune (città) ci deve essere un fine comune (qualità dell’unità e della relazione) e quel che è in questione nel progetto della costruzione di Babele è proprio la qualità dell’unità.

Essi intendevano la città come una edificazione propria, per un fine posto da loro stessi e che si elevasse da se stessa in modo da “toccare il cielo” (Gn 11, 4). Il libro della Sapienza interpreta così questo tentativo: “quando le genti furono confuse [‘babele’ significa anche ‘confusione’], concordi soltanto nella malvagità” (Sap 10, 5).

Questo tentativo di edificare una città, una unione degli uomini, senza Dio, viene impedita da Dio stesso. Il colmo della sua riuscita sarebbe stato il colmo del suo fallimento e il Signore Dio, impedendo la sua riuscita (considerata come verosimile), ferma in anticipo il suo fallimento ultimo.

La città è una dimensione connaturale all’essere umano, come già i pagani avevano inteso, senonché la dimensione comunitaria si fonda sulla comunione, cioè sulla qualità della relazione che la sostiene. Nei Cori da La Roccia il poeta da un lato rimarca: “Che vita è la vostra se non avete vita in comune?” (Coro secondo) e, dall’altro, mette in bocca allo Straniero (Pietro, la Roccia) la domanda: “Perché vi siete messi insieme?”, “Qual è il significato di questa città? Vi accalcate vicini tutti insieme perché vi amate l’un l’altro?” (Coro terzo).

In un altro frangente storico il Signore della storia ferma un tentativo di riunificazione di tutti i popoli sulla base di un potere solo terreno e senza alcun fondamento in Cielo. Si trattò del tentativo di Antioco “che tutti formassero un sol popolo” sotto il suo regno (1 Mac 1, 41).

Venendo ai nostri giorni in cui si rafforza sempre più l’unità della famiglia umana sulla base di parametri economici, massmediatici e di globalizzazione su vari piani, appare come una domanda quella che “la Roccia”, che nei Cori di Eliot, è Pietro, pone in quest’ora della storia, che si centri sul discrimine delle “due città”.

L’alternativa che “la Roccia” pone oggi nella persona di Papa Leone, non è tra la città e un’altra possibile entità, ma tra una città e un’altra. Infatti, un altro poeta, Charles Péguy, in un’opera magistrale, pubblicata postuma, chiama i cristiani “i più civici tra gli uomini” (Veronica, 41). Il principio comunionale di cui i cristiani sono forieri è il più potente in assoluto e non è impersonale (una idea o un sistema di idee: ideologia): “Voi tutti siete uno in Cristo Gesù nostro Signore” (Gal 3, 28) ed è centrato in Dio.

(…)

La città alternativa a Babele è Gerusalemme che significa, secondo una lezione, “fondata sulla pace”, laddove la pace è un attributo divino. La costituzione di una pace senza Dio e di un regno terreno mondiale sono contrari alla volontà divina manifestata nella storia dell’umanità.

Da ciò non si deve dedurre che l’aspetto di “costruzione” sia assente dalla città che ha le sue radici in Cielo. “Noi costruiamo il senso/ Una Chiesa per tutti/ E una mansione per ognuno/ Ogni uomo al proprio lavoro” (Coro 1).

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Una delle caratteristiche salienti della “Gerusalemme” alternativa alla “Babele” è che essendo le Persone e la Comunione delle Persone il suo principio di unità tra gli uomini, in essa la costruzione della città e la “custodia della persona” vanno sempre inestricabilmente insieme.

 

Massimo Serretti Pubblicato 16 Ottobre 2026

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