La "Magnifica
humanitas" di Leone XIV ha alla sua base la teologia agostiniana. Non si
comprende l'IA senza distinguere Gerusalemme e Babele
“La magnifica umanità creata da
Dio si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di
Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme” (Magnifica
humanitas, 1).
Questo è l’avvio della prima
Lettera enciclica di Papa Leone XIV. E già l’incipit pone la questione di
fondo, che ritorna anche nella conclusione (§§ 241-242), delle “due città”, di
Babele e di Gerusalemme che si svela poi come la “Gerusalemme celeste”. È di
grande rilievo il fatto che in un figlio di Sant’Agostino, Robert Francis
Prevost, che ora siede nella Cattedra di Pietro, si ponga, come già il Padre
della Chiesa nel suo lavoro grandioso La città di Dio, la domanda sulle “due
città” e quindi sui “due amori” che le fondano.
La domanda sulle “due città”,
nella mente di Papa Leone, va dall’inizio insieme a quella indisgiungibile
dalla prima, sulla “custodia della persona umana” (sottotitolo della Lettera).
In realtà, le “due città” si differenziano anche e soprattutto per il modo in
cui intendono il nesso tra l’uomo come persona e la politica (da polis, città).
Nella Genesi il racconto che
riguarda la prima città, Babele, menziona il fine per cui quegli uomini si
accinsero alla sua costruzione: “per non disperderci” (11, 4). Infatti, perché
ci possa essere una costruzione comune (città) ci deve essere un fine comune
(qualità dell’unità e della relazione) e quel che è in questione nel progetto
della costruzione di Babele è proprio la qualità dell’unità.
Essi intendevano la città come
una edificazione propria, per un fine posto da loro stessi e che si elevasse da
se stessa in modo da “toccare il cielo” (Gn 11, 4). Il libro della Sapienza
interpreta così questo tentativo: “quando le genti furono confuse [‘babele’
significa anche ‘confusione’], concordi soltanto nella malvagità” (Sap 10, 5).
Questo tentativo di edificare una
città, una unione degli uomini, senza Dio, viene impedita da Dio stesso. Il
colmo della sua riuscita sarebbe stato il colmo del suo fallimento e il Signore
Dio, impedendo la sua riuscita (considerata come verosimile), ferma in anticipo
il suo fallimento ultimo.
La città è una dimensione
connaturale all’essere umano, come già i pagani avevano inteso, senonché la
dimensione comunitaria si fonda sulla comunione, cioè sulla qualità della
relazione che la sostiene. Nei Cori da La Roccia il poeta da un lato rimarca: “Che
vita è la vostra se non avete vita in comune?” (Coro secondo) e, dall’altro,
mette in bocca allo Straniero (Pietro, la Roccia) la domanda: “Perché vi siete
messi insieme?”, “Qual è il significato di questa città? Vi accalcate vicini
tutti insieme perché vi amate l’un l’altro?” (Coro terzo).
In un altro frangente storico il
Signore della storia ferma un tentativo di riunificazione di tutti i popoli
sulla base di un potere solo terreno e senza alcun fondamento in Cielo. Si
trattò del tentativo di Antioco “che tutti formassero un sol popolo” sotto il
suo regno (1 Mac 1, 41).
Venendo ai nostri giorni in cui
si rafforza sempre più l’unità della famiglia umana sulla base di parametri
economici, massmediatici e di globalizzazione su vari piani, appare come una
domanda quella che “la Roccia”, che nei Cori di Eliot, è Pietro, pone in
quest’ora della storia, che si centri sul discrimine delle “due città”.
L’alternativa che “la Roccia”
pone oggi nella persona di Papa Leone, non è tra la città e un’altra possibile
entità, ma tra una città e un’altra. Infatti, un altro poeta, Charles Péguy, in
un’opera magistrale, pubblicata postuma, chiama i cristiani “i più civici tra
gli uomini” (Veronica, 41). Il principio comunionale di cui i cristiani sono
forieri è il più potente in assoluto e non è impersonale (una idea o un sistema
di idee: ideologia): “Voi tutti siete uno in Cristo Gesù nostro Signore” (Gal
3, 28) ed è centrato in Dio.
(…)
La città alternativa a Babele è
Gerusalemme che significa, secondo una lezione, “fondata sulla pace”, laddove
la pace è un attributo divino. La costituzione di una pace senza Dio e di un
regno terreno mondiale sono contrari alla volontà divina manifestata nella
storia dell’umanità.
Da ciò non si deve dedurre che
l’aspetto di “costruzione” sia assente dalla città che ha le sue radici in
Cielo. “Noi costruiamo il senso/ Una Chiesa per tutti/ E una mansione per
ognuno/ Ogni uomo al proprio lavoro” (Coro 1).
(…)
Una delle caratteristiche
salienti della “Gerusalemme” alternativa alla “Babele” è che essendo le Persone
e la Comunione delle Persone il suo principio di unità tra gli uomini, in essa
la costruzione della città e la “custodia della persona” vanno sempre
inestricabilmente insieme.
Massimo Serretti Pubblicato 16 Ottobre 2026
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