Ieri maranza e teppisti minorenni
hanno nuovamente devastato numerosi negozi a Milano. La prevenzione si è
dimostrata inadeguata
Memo Remigi e Charles Aznavour mi
perdoneranno se storpio le loro canzoni. Sapessi com’è strano sentirsi
impotenti a Milano. E com’è triste Milano, dopo questi due giorni. Triste,
incattivita, umiliata. Una città che ha sempre cercato di risolvere i problemi,
e spesso ci è riuscita, si è scoperta incapace di difendere persino il suo
cuore.
Non una periferia abbandonata:
piazza Duomo, via Torino, Cordusio. Il centro del centro. Sabato la
manifestazione contro il carovita, degenerata in guerriglia; domenica il bis,
senza neppure quel pretesto. Vetrine sfondate, negozi saccheggiati, il Duomo chiuso,
agenti feriti. E poi Milano che riprende a correre, riapre i negozi, rimette in
ordine i tavolini. Come se nulla fosse. Ma nell’aria resta un odore di
bruciato, e qualcosa di peggio: l’odore di una città che sta diventando
cattiva.
La violenza e i suoi alibi
La prima reazione, guardando le
immagini e parlando con gli amici, è stata una rabbia furibonda. La voglia di
usare il pugno duro, di spazzare via quella teppaglia. Non me ne vergogno. La
libertà di camminare per Milano senza essere aggrediti è un diritto, non un
privilegio borghese. E ammiro gli uomini delle forze dell’ordine, che hanno
affrontato una violenza organizzata e mobile, pagando anche di persona.
Ma mi domando: come è stato
possibile che domenica migliaia di ragazzi tornassero contemporaneamente in
centro? Chi doveva cogliere i segnali? Che cosa ha funzionato e che cosa no
nella prevenzione? Non bastano le camionette quando la guerriglia è già cominciato
C’è poi una coincidenza politica
che colpisce: mentre le piazze bruciano, Elly Schlein rivendica la possibilità
di candidarsi alla guida del governo senza passare dalle primarie. Candidature
a orologeria o violenze a orologeria? Non sto suggerendo una regia comune: non
ne ho alcuna prova. Mi interessa il clima.
Una parte della cultura alta
continua a esitare davanti alla condanna della violenza quando proviene da
ambienti che considera, in qualche modo, “dei nostri”. Prima bisogna
comprenderne le ragioni, si dice. Giustissimo. Ma intanto si finisce per
rispolverare, fuori tempo massimo, la vecchia idea della violenza levatrice
della storia. Come se una vetrina sfondata potesse partorire giustizia.
Non voglio confondere chi
manifesta pacificamente con chi devasta. Proprio per questo la distinzione deve
essere netta, senza il minimo compiacimento verso i violenti. E senza scaricare
tutte le responsabilità sugli agenti, che sono gli ultimi a poter rimediare a
ciò che una società ha lasciato marcire.
Che generazioni lasceremo al
mondo?
La sera, tornando a Milano, la
rabbia mi è passata. È arrivata una tristezza più grande. Ho pensato a quei
ragazzi di quindici, sedici, diciotto anni. Non stanno soltanto rovinando la
città: stanno rovinando se stessi. Molti vengono da periferie difficili, da
famiglie che lavorano onestamente, anche da storie di immigrazione. Non sono
tutti uguali, naturalmente. Ma per quanti di loro questa violenza sarà l’inizio
di una vita fallita?
Non siamo al Sessantotto, quando
tanti ribelli di buona famiglia potevano contare, finita la stagione delle
barricate, su un futuro già garantito. Questi ragazzi rischiano di non avere
una seconda occasione.
Da anni ci chiediamo quale mondo
lasceremo alle nuove generazioni. Dovremmo chiederci, con maggiore urgenza,
quali generazioni lasceremo a questo mondo. Perché un mondo difficile può
essere cambiato da uomini che abbiano un cuore vivo. Ma che cosa comunica loro
la Milano dei consumi, delle giacche firmate, della movida costosissima, delle
vetrine scintillanti? I ragazzi che le sfondano desiderano spesso gli stessi
oggetti di chi può comprarli. E chi può comprarli, che cosa ha da offrire oltre
quegli oggetti?
Non basta invocare la
repressione, pur necessaria. Non bastano neppure i progetti sociali, se sono
soltanto parcheggi per giovani. Occorrono adulti capaci di educare, presenze
che sappiano comunicare una ragione per vivere. Milano ne è piena: famiglie, scuole,
oratori, opere, imprese, esperienze di solidarietà concreta. Il Sussidiario ne
racconta da anni la ricchezza. Ma evidentemente non basta ancora. C’è
un’umanità che non riusciamo a raggiungere, un desiderio che lasciamo in balìa
della rabbia e del mercato.
Conversione
Mi viene in mente una parola
impegnativa: conversione. Milano deve convertirsi. Non diventare
improvvisamente devota, ma ritrovare l’umano. Ritrovare la capacità di guardare
quei ragazzi non soltanto come delinquenti da fermare – e vanno fermati – ma
come persone da non perdere. Sicurezza ed educazione non sono alternative:
senza la prima domina la paura, senza la seconda la violenza ritorna.
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Renato Farina
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