lunedì 19 ottobre 2026

NUOVE DEVASTAZIONI A MILANO | Il Duomo chiuso, la città umiliata e quella domanda che nessuno vuole farsi


 

Ieri maranza e teppisti minorenni hanno nuovamente devastato numerosi negozi a Milano. La prevenzione si è dimostrata inadeguata

Memo Remigi e Charles Aznavour mi perdoneranno se storpio le loro canzoni. Sapessi com’è strano sentirsi impotenti a Milano. E com’è triste Milano, dopo questi due giorni. Triste, incattivita, umiliata. Una città che ha sempre cercato di risolvere i problemi, e spesso ci è riuscita, si è scoperta incapace di difendere persino il suo cuore.

Non una periferia abbandonata: piazza Duomo, via Torino, Cordusio. Il centro del centro. Sabato la manifestazione contro il carovita, degenerata in guerriglia; domenica il bis, senza neppure quel pretesto. Vetrine sfondate, negozi saccheggiati, il Duomo chiuso, agenti feriti. E poi Milano che riprende a correre, riapre i negozi, rimette in ordine i tavolini. Come se nulla fosse. Ma nell’aria resta un odore di bruciato, e qualcosa di peggio: l’odore di una città che sta diventando cattiva.

 

La violenza e i suoi alibi

La prima reazione, guardando le immagini e parlando con gli amici, è stata una rabbia furibonda. La voglia di usare il pugno duro, di spazzare via quella teppaglia. Non me ne vergogno. La libertà di camminare per Milano senza essere aggrediti è un diritto, non un privilegio borghese. E ammiro gli uomini delle forze dell’ordine, che hanno affrontato una violenza organizzata e mobile, pagando anche di persona.

Ma mi domando: come è stato possibile che domenica migliaia di ragazzi tornassero contemporaneamente in centro? Chi doveva cogliere i segnali? Che cosa ha funzionato e che cosa no nella prevenzione? Non bastano le camionette quando la guerriglia è già cominciato

C’è poi una coincidenza politica che colpisce: mentre le piazze bruciano, Elly Schlein rivendica la possibilità di candidarsi alla guida del governo senza passare dalle primarie. Candidature a orologeria o violenze a orologeria? Non sto suggerendo una regia comune: non ne ho alcuna prova. Mi interessa il clima.

Una parte della cultura alta continua a esitare davanti alla condanna della violenza quando proviene da ambienti che considera, in qualche modo, “dei nostri”. Prima bisogna comprenderne le ragioni, si dice. Giustissimo. Ma intanto si finisce per rispolverare, fuori tempo massimo, la vecchia idea della violenza levatrice della storia. Come se una vetrina sfondata potesse partorire giustizia.

Non voglio confondere chi manifesta pacificamente con chi devasta. Proprio per questo la distinzione deve essere netta, senza il minimo compiacimento verso i violenti. E senza scaricare tutte le responsabilità sugli agenti, che sono gli ultimi a poter rimediare a ciò che una società ha lasciato marcire.

 

Che generazioni lasceremo al mondo?

La sera, tornando a Milano, la rabbia mi è passata. È arrivata una tristezza più grande. Ho pensato a quei ragazzi di quindici, sedici, diciotto anni. Non stanno soltanto rovinando la città: stanno rovinando se stessi. Molti vengono da periferie difficili, da famiglie che lavorano onestamente, anche da storie di immigrazione. Non sono tutti uguali, naturalmente. Ma per quanti di loro questa violenza sarà l’inizio di una vita fallita?

Non siamo al Sessantotto, quando tanti ribelli di buona famiglia potevano contare, finita la stagione delle barricate, su un futuro già garantito. Questi ragazzi rischiano di non avere una seconda occasione.

Da anni ci chiediamo quale mondo lasceremo alle nuove generazioni. Dovremmo chiederci, con maggiore urgenza, quali generazioni lasceremo a questo mondo. Perché un mondo difficile può essere cambiato da uomini che abbiano un cuore vivo. Ma che cosa comunica loro la Milano dei consumi, delle giacche firmate, della movida costosissima, delle vetrine scintillanti? I ragazzi che le sfondano desiderano spesso gli stessi oggetti di chi può comprarli. E chi può comprarli, che cosa ha da offrire oltre quegli oggetti?

Non basta invocare la repressione, pur necessaria. Non bastano neppure i progetti sociali, se sono soltanto parcheggi per giovani. Occorrono adulti capaci di educare, presenze che sappiano comunicare una ragione per vivere. Milano ne è piena: famiglie, scuole, oratori, opere, imprese, esperienze di solidarietà concreta. Il Sussidiario ne racconta da anni la ricchezza. Ma evidentemente non basta ancora. C’è un’umanità che non riusciamo a raggiungere, un desiderio che lasciamo in balìa della rabbia e del mercato.

 

Conversione

Mi viene in mente una parola impegnativa: conversione. Milano deve convertirsi. Non diventare improvvisamente devota, ma ritrovare l’umano. Ritrovare la capacità di guardare quei ragazzi non soltanto come delinquenti da fermare – e vanno fermati – ma come persone da non perdere. Sicurezza ed educazione non sono alternative: senza la prima domina la paura, senza la seconda la violenza ritorna.

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Renato Farina

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