domenica 21 dicembre 2025
giovedì 18 dicembre 2025
Praga. La fine e il nuovo inizio
Praga. La fine e il nuovo inizio
Petr e Jan a Pasqua riceveranno Battesimo, Prima Comunione e
Cresima: «Un percorso che si chiude apre a un’esistenza completamente diversa»
È un misto di desiderio, fede e speranza, un amalgama
impossibile da scindere l’attesa di Petr e Jan, 37 e 48 anni. Il giorno di
Pasqua del 2026 riceveranno il Battesimo, la Prima Comunione e la Cresima a
Praga dopo un percorso di catecumenato di due anni.
La famiglia atea, un’infanzia e un’adolescenza con la
percezione di «qualcosa che stava sopra di me», poi il Covid e l’insonnia a
causa della malattia: sono i passi che preparano Petr all’incontro con Cristo,
fino ad allora pressoché sconosciuto. «Di notte ascoltavo audiolibri gratuiti,
tra le proposte c’era la Bibbia commentata da alcuni teologi. Da quelle parole
per la prima volta intuii che Gesù era parte cruciale della salvezza, era la
porta e io desideravo incontrarlo».
I genitori cristiani, qualche puntata come chierichetto e il
fascino per Dio, «in cui ho sempre creduto»: riassume così Jan, in poche
parole, la sua storia di fede. A 21 anni, l’incontro con una ragazza che decide
di sposare: «Entrambi volevamo celebrare il matrimonio in chiesa, avevo già
parlato con un sacerdote per ricevere il Battesimo, poi insorsero dei problemi
che ci portarono a separarci». Per anni si sentì perseguitato dall’ombra di
quella «sconfitta», come la considerava all’epoca. Accantonò l’idea dei
sacramenti, poi qualcosa dentro ricominciò a muoversi, «non so bene dire cosa»,
e il desiderio si riaccese in lui. «Da quando ho preso questa decisione sento
che la scelta prende tutta la mia vita, come fosse una strada nuova su cui
camminare».
In Europa la laicissima Repubblica Ceca da decenni è
l’ultima nazione per numero di abitanti che si professano cristiani.
L’etichetta di Paese più ateo del continente è il frutto di quarant’anni di
persecuzione comunista contro la Chiesa, che ha lasciato ferite profonde nella
coscienza comune. Nel rapporto sul cambiamento del panorama religioso globale
dal 2010 al 2020 del Pew Research Center, pubblicato a giugno 2025, la Cechia
contava appena il 26,4% di cristiani, unico Stato europeo insieme ai Paesi Bassi
la cui maggioranza si professa “non affiliata ad alcuna religione”. «Ma le
nostre chiese non sono soltanto luogo di visita per turisti, le cose stanno
cambiando. In molti chiedono di ricevere i sacramenti in età adulta, si respira
un grande desiderio di fede», tiene a sottolineare Jan. Lo testimoniano oltre
mille adulti che ogni anno chiedono di essere battezzati.
A tenere gli incontri settimanali ai due catecumeni è don
Marco Basile, sacerdote della Fraternità San Carlo che da 16 anni presta
servizio a Praga. Attualmente, sta preparando un gruppo di tredici persone. «Mi
capita spesso di incontrare uomini e donne che bussano alla porta della
parrocchia senza avere un’idea precisa di Dio. Molti arrivano qui semplicemente
perché la chiesa è molto visibile nel centro cittadino e non conoscono nessuno
a cui rivolgersi», spiega il sacerdote. «Ma in pochissimi si aspettano di
incontrare una comunità, cercano per lo più un “tramite” per raggiungere Dio.
La mia missione è fare intuire loro la bellezza della vita della Chiesa, che
non può essere solo un’esperienza vissuta individualmente».
(….)
Per Petr questo è molto chiaro: «È come se il Battesimo
fosse la fine di un percorso, ma anche l’inizio di una nuova esistenza, ne vedo
già i frutti nei semplici avvenimenti della mia quotidianità. Mia moglie quando
le ho parlato della scelta mi ha stupito, mi ha supportato subito senza
esitazione. Così come un caro amico con cui non avevo mai affrontato
l’argomento: quando gli ho dato la notizia si è emozionato. “Anch’io credo in
Dio”, ha esclamato». Anche per Jan è «la chiusura di un cerchio. Ma non è una
scelta che compio solo per me, lo faccio anche per dare un segno ai miei due
figli, agli amici, al mondo intero». E lo sguardo di entrambi guarda già al
futuro. «Finalmente saremo un tutt’uno con la nostra comunità cristiana, la
fine di un’attesa lunga un vita».
lunedì 15 dicembre 2025
«Solo merito della Grazia». Boom di Battesimi in Francia
Monsignor Catta. «Solo merito della Grazia»
Cosa spiega il boom di Battesimi in Francia? Il vicario
generale dell’Arcidiocesi di Parigi, non ha dubbi: «Non possiamo attribuire il
fenomeno al successo di qualche nostra strategia o delle nostre forze»
01.12.2025
Maria Acqua Simi
11 | Dicembre 2025
Negli ultimi anni la Francia, Paese simbolo della
secolarizzazione europea, sta vivendo un fenomeno inatteso: l’aumento
esponenziale del numero di adulti e adolescenti che chiedono il Battesimo.
Secondo i dati della Conferenza episcopale francese, nel 2025 sono stati
battezzati 17.788 adulti e giovani, il doppio rispetto a due anni fa. E un
altro raddoppio è atteso per il prossimo anno. Una crescita che interroga e
sorprende. Il percorso di conversione – che dura in media due anni – è stato
documentato anche dal cinema. L’attore e comico Gad Elmaleh, ebreo marocchino
naturalizzato francese, lo ha messo in scena nel film autobiografico Reste un
peu (2022), dove racconta il suo incontro con il cristianesimo e la scelta di
farsi battezzare. Anche il successo nelle sale del docu-film Sacré Coeur (2025)
sulla devozione al Sacro Cuore della mistica francese santa Margherita Maria
Alacoque conferma che questo risveglio della fede è ormai conclamato. Ma dietro
i numeri e le immagini restano alcune domande. Come si trasmette la fede oggi?
Chi sono questi catecumeni? Ne abbiamo parlato con monsignor Dominique Catta,
vicario generale dell’Arcidiocesi di Parigi.
Chi sono i nuovi battezzati?
Quello che colpisce è la loro grande diversità. Molti sono
adulti provenienti da altre culture e religioni, oppure che hanno riscoperto la
fede cristiana dei loro nonni. Poi ci sono i giovani. Per loro oggi è più
facile parlare pubblicamente della propria fede, anche grazie ai social che, da
un lato, in qualche modo ti obbligano a dire chi sei e, dall’altro, permettono
di informarsi e cercare in modo discreto. C’è una sete di senso che si
manifesta in contesti quotidiani – a scuola, al lavoro, tra amici – e che trova
terreno fertile in un dialogo più libero rispetto a vent’anni fa. Alla base,
direi, c’è una grande prova esistenziale: la società francese si interroga su
se stessa, sulle sue istituzioni politiche, sul significato del vivere insieme.
C’è una grande solitudine nell’uomo di oggi. E in questo contesto, la ricerca
di Dio torna a emergere con forza.
I social network stanno giocando un ruolo importante,
quindi…
Sì. I social costringono a una certa chiarezza di identità:
spingono i giovani a dire chi sono, manifestando la propria fede pubblicamente.
Allo stesso tempo, cresce anche il bisogno di discrezione. Molti vivono il loro
cammino in silenzio, per custodire una libertà interiore e un silenzio
indispensabili per un dialogo vero con Cristo. Credo che i giovani cattolici
francesi stiano imparando a distinguere tra ciò che si può condividere
pubblicamente e ciò che appartiene al mistero del rapporto personale con Dio. È
una maturità nuova: testimoniare sì, ma senza esibizionismo.
La Chiesa francese come sta di fronte a tutto questo?
Il primo aspetto, e forse il più importante, è l’umiltà che
la Chiesa cattolica di Francia conserva di fronte a quello che sta accadendo.
Siamo stati molto provati dallo scandalo degli abusi, la pressione mediatica e
istituzionale è stata molto forte, ma abbiamo scelto di starci di fronte con
lealtà, attraverso l’ascolto e il dialogo. Questo cammino di verità è stato una
testimonianza per la società. Oggi ci troviamo davanti a un fenomeno – il
raddoppio dei Battesimi – che non possiamo attribuire al successo di qualche
nostra strategia o delle nostre forze. È qualcosa che ci supera, che va oltre
noi. Siamo stati sovrastati dal Covid, dallo scandalo degli abusi, e ora siamo
superati da un imprevisto che non possiamo che spiegarci se non con la Grazia:
il risveglio della fede.
Come vengono accompagnate le persone che chiedono il
Battesimo?
In Francia il catecumenato dura dai 18 mesi ai due o tre
anni circa. È un cammino lungo, ma sempre più pensato per inserire i neofiti
nella vita della comunità. Non si tratta solo di prepararsi ai sacramenti con
la catechesi individuale. In molte parrocchie di Parigi chi inizia il cammino
viene fin da subito coinvolto nella vita comunitaria. A qualcuno viene chiesto
di entrare nel coro, a qualcun altro di partecipare al gruppo biblico o a
qualche servizio. Così il Battesimo non è un punto d’arrivo, ma l’espressione
di una chiamata già vissuta con gli altri. I catecumeni non sono solo
“accolti”, ma diventano un dono che trasforma la parrocchia stessa. Trovo
commovente l’accoglienza che i nostri parrocchiani riservano ai nuovi arrivati:
un segno di fraternità reale.
«La Chiesa francese guarda al fenomeno con stupore e
gratitudine. Non abbiamo strumenti sociologici per spiegarlo. A noi ora il
compito di capire come custodire questo dono inatteso»
Dopo i sacramenti queste persone rimangono? O c’è il
rischio che la fiamma iniziale si affievolisca?
Alcuni – non tutti fortunatamente – faticano a mantenere nel
tempo la frequenza alla Messa domenicale. Ma non significa che la loro fede
venga meno. Quello che però mi pare interessante notare è che dopo il Concilio
Vaticano II siamo passati da una fede che si trasmetteva fin da bambini a una
pastorale catecumenale per adulti, dove la fede si nutre di preghiera, carità,
ascolto della Parola. È una pedagogia che plasma la vita cristiana nel tempo,
attraverso tappe, pellegrinaggi, momenti forti dell’anno liturgico. Un esempio?
Abbiamo visto un aumento impressionante nel numero di soldati francesi che
partecipano all’annuale pellegrinaggio a Lourdes per essere battezzati, tanto
da dover pensare a più momenti perché era diventato impossibile accogliere
tutti.
Anche le vocazioni religiose risentono di questa nuova
fase del cristianesimo francese?
Forse è presto per dare numeri, ma le vocazioni religiose
anche in età adulta sono in crescita: a Parigi un’antica chiesa dedicata a San
Germano d’Auxerre, il vescovo che consacrò la giovanissima santa Genoveffa
(patrona di Parigi che salvò la città dagli Unni, ndr), sarà dedicata proprio a
chi ha questa intuizione vocazionale.
Questo risveglio della fede ha a che fare con la
solitudine dell’uomo contemporaneo?
Sì, senza dubbio. L’individualismo e l’indebolimento della
famiglia hanno lasciato un grande vuoto. Il Covid ha rivelato quanto le persone
siano sole e assetate di legami veri, di comunità, di avere un luogo anche
fisico dove trovarsi. Recentemente ci sono stati due eventi pubblici che hanno
inciso su una certa percezione del cattolicesimo. Penso alle polemiche sulla
cerimonia d’apertura delle Olimpiadi, che molti cristiani hanno vissuto come
provocatoria e che ha diviso dal punto di vista mediatico la popolazione. Poi
però c’è stata la riapertura al pubblico di Notre-Dame a Parigi dopo il
devastante incendio: è stata trasmessa in diretta dalla tv pubblica e ha
offerto a tutta la Francia immagini splendide. Nessuna polemica, solo stupore
per un luogo che tornava a essere aperto per tutti. È come se il Paese avesse
riscoperto che è socialmente accettabile amare la bellezza della liturgia, i
simboli cristiani, la preghiera. La bellezza della riapertura di Notre-Dame ha
commosso tutti indistintamente, e questo è stato molto diverso dalle divisioni
e polemiche suscitate dalla parata inaugurale delle Olimpiadi. Non era
scontato, non in un Paese dove la conoscenza della Chiesa è spesso limitata.
(…) comunioneeliberazione.org
domenica 14 dicembre 2025
IGNACIO CARBAJOSA: "Conta le stelle"
“Conta le stelle”
Le lettere di Ignacio Carbajosa a uno studente universitario: nella Bibbia le risposte alle domande che abitano il cuore dei giovani.

Ignacio Carbajosa, professore ordinario di Antico Testamento all’Università ecclesiastica San Damaso di Madrid, ha avuto il privilegio di condividere la vita con tanti giovani, vivendo una profonda familiarità con le loro domande e inquietudini. In questo libro l’autore raccoglie le lettere che scriveva una volta a settimana a un giovane studente universitario, in cui commentava alcuni passi molto significativi dell’Antico Testamento intrecciandoli con le attese e i turbamenti del suo giovane amico.
L’epistolario raccoglie quarantun lettere, brevi e dirette, scritte per introdurre il ragazzo alla conoscenza delle Scritture, il racconto di come Dio è entrato nella storia, e radicare il suo presente nella storia della salvezza, iniziata con la vocazione di Abramo. Lettere scritte anche per noi che forse abbiamo già scartato la Bibbia come “luogo” in cui poter trovare delle risorse in assonanza con le domande che ci abitano e che svelano come è fatto il cuore dell’uomo in ogni tempo. E accendono il desiderio di incontrare oggi, nelle vicende delle nostre vite, lo sguardo di un Uomo, la cui attesa attraversa tutte le pagine della Bibbia.
sabato 13 dicembre 2025
Adriano Dell’Asta: Putin, Trump e la verità che non esiste
Adriano Dell’Asta: Putin, Trump e la verità che non
esiste
12 dicembre 2025
Nuova propaganda
Conversazione con Adriano Dell’Asta a cura di Nicola
Varcasia
È sempre più difficile parlare di Russia. Le parole sembrano
inutili di fronte ai bombardamenti, ogni giorno più duri. D’altra parte, si
sentono sempre più spesso dichiarazioni a dir poco sorprendenti di uomini
politici o militari. In questa incertezza, colpisce lo stile di Papa Leone che,
di ritorno dal viaggio in Turchia e Libano, ha parlato del possibile ruolo
dell’Italia nella proposta di un piano di pace, arrivando a «suggerire che la
Santa Sede possa anche incoraggiare questo tipo di mediazione». In questo
mutevole contesto, nello scorso numero di PuntoCon Marco Dotti ha ragionato
sulle ragioni “tecniche” delle posizioni
filo putiniane in Europa. Approfondiamo la questione con Adriano
Dell’Asta, docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e vice presidente
di Russia Cristiana.
Da dove nasce una certa fascinazione per la propaganda
putiniana oggi, in Italia?
Dovremmo chiederci, più in generale, il perché di questo
fascino verso i potenti. C’è sì il mito di Putin che può risolvere le cose, ma
è la stessa cosa per Trump. Le questioni sono intrecciate.
Viviamo in un mondo in cui le parole non hanno più lo stesso
significato. Ciò che sta succedendo in Ucraina noi la chiamiamo, giustamente,
una guerra. In Russia continua a chiamarsi, ostentatamente, operazione militare
speciale. Le parole non corrispondono. Ma non è solo Putin, è soprattutto Trump
ad aver sdoganato già da tempo l’idea che non esistono solo i fatti, ma anche i
fatti alternativi.
Nel passato l’obiettivo era quello di essere creduti. Come
nella pubblicità. Oggi alla propaganda interessa soprattutto convincere che la
verità non esiste. Cioè, che non siamo tutti chiamati a rispondere a valori e
principi comuni. Questo produce una profonda de-moralizzazione, nel senso di
una mancanza di una morale.
Certo, indipendentemente che questi sia Trump, Putin o Xi
Jinping. Questo fenomeno è molto pervasivo ed esime dalla fatica di pensare e
di verificare. C’è sempre la risposta pronta di chi sa mettere le cose a posto.
Di fronte a una notizia, non si sente più il bisogno di verificare: ci si fida,
senza sapere se il testimone o la fonte siano autorevoli. Ci sono giornali che
hanno messo sullo stesso piano un dispaccio della Tass e un discorso di
Naval’nyj. Questo non è pluralismo, è solo incapacità di giudizio critico.
C’è uno sguardo superficiale che, con la sua morte, porta a
dire che non resta niente. Ma uno sguardo ancora minimamente attento alla
realtà e alla verifica ci dice che resta tutto. «Io non ho paura, non abbiatene
neanche voi» è una sua frase diretta: è la coscienza primaria del primo passo
da compiere che, poi, implica le tante altre che ha detto e che restano.
Non avere paura consente anzitutto di rendersi conto che non
servono grandi gesti. La grandezza della testimonianza di Naval’nyj è che,
nell’eccezionalità della sua esperienza, esprime una serie di elementi
essenziali che riguardano la vita di tutti. In questo senso è stato un grande
personaggio, perché parla della vita. Ognuno può iniziare facendo poco,
semplicemente muovendosi, senza violenza. È la grande eredità del dissenso dei
Paesi dell’Est di cui anche noi ci siamo dimenticati nelle nostre democrazie
spesso solo formali.
Sulla possibilità di cambiare. Lui stesso è cambiato
moltissimo, partendo da un nazionalismo anche piuttosto sguaiato. Ma, ancora
una volta, questo riguarda anche noi, quando dimentichiamo che cosa siano
l’Italia, l’Europa o la fede. Ma anche noi possiamo cambiare. A condizione di
rendersi conto, questo era fondamentale per lui, che non siamo soli.
Un sistema totalitario, dittatoriale regge nella misura in
cui convince i suoi sudditi che sono soli e quindi deboli. Naval’nyj insisteva
su questo. Contava poco sapere in quanti si fosse, l’importante era proprio
questo principio: «Non sei solo».
(…)
Saperlo fino in fondo è difficile perché non siamo in
presenza di una informazione libera. Inoltre, la paura può essere vinta, ma
c’è. La gente oggi non esce quasi più in piazza. Però ci sono dei segnali
indiretti, quelli che Solženicyn chiamava il votare coi piedi. Tanta gente
all’epoca seguiva chi fuggiva dall’Unione Sovietica e anche oggi in molti
abbandonano la Russia.
Qualcuno dirà che sono in tanti anche coloro che
abbandonano l’Ucraina…
Ma è ben diverso abbandonare un Paese perché è tutti i
giorni sotto le bombe rispetto a uno in cui non si vedono prospettive di
libertà.
Nonostante la repressione, esistono piccoli gruppi di
persone che danno assistenza ai profughi, a chi cerca di sottrarsi alla leva e
a chi viene arrestato. La prova provata che la dissidenza è il numero in
aumento dei cosiddetti “agenti stranieri” che vengono perseguiti come traditori
e spesso finiscono imprigionati. Ma dobbiamo ricordarci che il dissenso non è
mai stato un movimento maggioritario. Anche negli “anni d’oro”, come nel 1968,
quando otto persone protestarono nella Piazza Rossa contro l’invasione di
Praga. Una minoranza minuscola ma – fecero notare gli osservatori non sovietici
– capace di restituire in pochi secondi dignità a un intero Paese.
(…)
Dove si posiziona l’Europa?
Alla fine dell’800, Vladimir Solov’ëv, nella poesia Ex
Oriente Lux descrive il grande sogno della Russia: portare la luce che viene
dall’Oriente. Ma quale Oriente, chiede l’autore: quello di Serse o quello di
Cristo? Questa domanda dobbiamo rivolgerla anche all’Occidente. Chiedendoci che
cosa abbiamo da offrire in questo mondo. Tanto più in un momento come questo in
cui la politica americana è ripiegata cinicamente sugli affari. L’Occidente è
quello che ha inventato il diritto delle genti. Chi ricorda oggi che nel XVI
secolo, momento del suo massimo fulgore politico, con l’Impero spagnolo
vincente ovunque nel mondo, a Salamanca si elabora la prima Carta dei Diritti?
Tradendola mille volte in seguito, certo. Ma l’elaborazione c’è stata.
Essere quello della volontà di potenza o quello dei
fondatori dell’Europa. O, se vogliamo, quello del grande dissenso, ad esempio
cecoslovacco. Qualcuno sta fortunatamente riscoprendo Jan Patočka, con la sua
definizione della cultura europea occidentale come spazio della vita
interrogata.
In gioco c’è la possibilità di non illuderci di essere “a
posto”. La storia non è finita, come è stato ingenuamente teorizzato, va
interrogata continuamente. Il dissenso dell’Est lo ricordava chiaramente: non
si tratta solo di “aiutare loro”, come rispondeva Havel a chi da Occidente gli
chiedeva cosa si potesse fare ma, con uno spirito molto simile a quello di
Naval’nyj, di capire cosa possiamo fare insieme. Il posizionamento dell’Europa
si gioca in questa responsabilità condivisa.
Tornerà un dialogo tra Occidente e Oriente?
Ci dovrà essere dialogo. Non solo perché l’alternativa è la
catastrofe, ma perché è nella natura dell’uomo. Papa Leone lo ha già ripetuto
in diverse occasioni. Anche durante il suo primo viaggio in Turchia e Libano,
per la celebrazione del Concilio di Nicea. Riprendere questi temi non è stato
un esercizio devozionale, ma poter definire la possibilità della salvezza, cioè
del dialogo tra Dio e l’uomo e, quindi, del dialogo degli uomini tra di loro.
Un dialogo non fine a se stesso, ma svolto alla luce di una verità che nessuno
di noi possiede ma che può rischiararci, al di là di qualsiasi propaganda.
giovedì 11 dicembre 2025
martedì 9 dicembre 2025
venerdì 5 dicembre 2025
L'incombenza della Sua venuta Pagina Uno
Archivio
L'incombenza
della Sua venuta
Pagina Uno
01.12.2006
Luigi Giussani
Appunti da una conversazione di Luigi Giussani in occasione
del ritiro d’Avvento dei Memores Domini, 28 novembre 1971
La prima domenica di Avvento ci fa iniziare la nuova vita
della Chiesa, un nuovo anno. Un anno ha una importanza grande nella vita,
perché nella vita di anni ce ne sono ottanta, novanta (ottanta nel migliore dei
casi e novanta se si è eccezionalmente fortunati1). Di questi ottanta o
novanta, quindici, se non venti, sono persi inutilmente, o pressappoco, sono
incoscienti (per chi ha incontrato la comunità cristiana, invece di venti
facciamo diciassette!). Perciò, un anno ha una importanza grande nella vita. E
anche se, da un certo punto di vista, può sembrare artificioso il dividere il
tempo in questo modo, il dare importanza a questa divisione io credo che sia
molto più intelligente che artificioso. La Chiesa aumenta di molto questa
certezza, perché, con l’anno liturgico, seguendo - almeno per noi del mondo
occidentale - i ritmi della natura e paragonando ai ritmi della natura i ritmi
dell’esistenza cristiana (dell’esistenza cristiana come storia e dell’esistenza
cristiana come persona), ritmando così il suo anno sui tempi della natura, che
così immediatamente simboleggiano e segnano i tempi dell’esistenza personale e
i tempi dell’esistenza storica, veramente la Chiesa fa un’opera pedagogica non
indifferente.
Credo che sia molto importante, realmente, questo momento. È
importante, una volta che lo si richiami, molto di più per l’avvenimento d’una
coscienza in noi, d’una vigilanza in noi, che neanche per le parole che
possiamo sentire su di esso. Qualche parola, però, può aiutare la nostra
coscienza. Ma tutto il problema sta nella nostra coscienza.
1. L’incombenza della Sua venuta
La liturgia della prima domenica2 mi pare decisiva al
riguardo. Dal libro del profeta Isaia, capitolo secondo, versetti 1-5: «Visione
che ebbe Isaia, figlio di Amoz, su Giuda e su Gerusalemme [«visione», perciò
intuizione del progetto divino, «su Giuda e su Gerusalemme», sul popolo che è
stato scelto e sul suo insediamento, che, a differenza di ogni insediamento
umano, ha un significato imperituro, perché l’insediamento del popolo di Dio
costituisce il segno, il sacramento, dell’ultimo insediamento umano, che è il
paradiso]. Avverrà che alla fine dei giorni si ergerà il monte del tempio del
Signore sulla cima dei monti, si innalzerà sui colli; verso di esso affluiranno
le genti. Verranno tanti popoli, dicendo: “Venite, saliamo sul monte del
Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci ammaestri sulle sue vie, e
noi cammineremo per i suoi sentieri”. Poiché da Sion uscirà la legge, e la
parola del Signore da Gerusalemme. Egli giudicherà tra le genti e deciderà tra
tanti popoli. Forgeranno le spade in vomeri, le lance in falci; un popolo non
alzerà la spada contro un altro popolo, non impareranno più l’arte della
guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore»3.
La prima parola che il testo di Isaia ci suggerisce è una
parola che immediatamente deve determinare la coscienza della definitività. La
coscienza della definitività è come la coscienza di noi stessi: è permanente.
Potrebbe essere già un esame di coscienza o un contenuto di contrizione per la
messa di oggi, per questa giornata e per il suo sacrificio. La coscienza della
definitività deve accompagnarci come l’autocoscienza di noi stessi, come la
coscienza di noi stessi, come un’autocoscienza. Infatti, l’autocoscienza è
consapevolezza di qualche cosa di definitivo, perché il nostro io è definitivo.
Ma ancora più definitivo è il significato del nostro io. E il significato del
nostro io è Gesù Cristo e il Suo mistero; perciò la definitività riguarda la
nostra adesione a Lui, la nostra adesione secondo la formula che Lui ha deciso
per la nostra vita (perché non c’è un’altra formula; c’è soltanto, per
aderirGli, la formula che Lui ha deciso per la nostra vita). La coscienza della
definitività è come il sintomo più esatto della vera autocoscienza cristiana,
dell’autocoscienza che ci fa percepire la vita come vocazione.
C’è una parola che immediatamente rende viva la coscienza
della nostra definitività: senza questa parola, la definitività non è viva, può
essere un automatismo già instaurato. Guardate, per favore, che non intendo
fare osservazioni astratte: dico, rilevando la posizione di taluni tra voi, che
la definitività è vissuta come un automatismo. Ed è tentazione di tutti noi,
per tutti noi, il vivere la definitività come automatismo. Senza la parola che
stiamo per dire, la definitività è automatismo. Perciò, come ogni automatismo,
applicato alla vita cosciente, alla vita intelligente, alla vita della
sensibilità, alla vita della libertà e della volontà, fa diventare rigidi. È
una rigidezza che sembra non morderci la coscienza, quando non permette peccati
mortali; ma è una tale rigidezza che non porta nessun segno di Cristo in giro
per il mondo e tanto meno in «casa»4. Oppure, l’automatismo provoca una
rigidezza che, in vario modo, ci rende farisei, vale a dire tende a fare del
nostro atteggiamento il paradigma per gli altri: la misura della nostra
esigenza, che diventa perciò pretesa, è la misura della bontà degli altri, del
valore degli altri, della utilità della casa o della utilità dei rapporti.
Oppure porta a un farisaismo che in fondo - di fronte alle nostre licenze, di
fronte alle libertà che ci prendiamo e che scandalizzano la casa o che
scandalizzano i rapporti o che ci isolano dai rapporti, ci rendono inutili,
futili, vani, senza produttività nei rapporti - ci fa dire: «Beh, cosa c’è di
male?», o: «Io, cosa ci devo fare; in fondo, cosa ci devo fare?»; che, se non è
un modo per giustificarsi teorico, è un modo per giustificarsi di fronte a se
stessi, quasi una scocciatura al pensiero che altri possano eccepire sul nostro
comportamento.
È un automatismo che rende rigido tutto e senza gusto il
vivere spirituale, senza nessun sàpere, senza nessun sapore, la vita del nostro
spirito; oppure è un automatismo farisaico, che fa della nostra pretesa la
misura della convivenza (quando abbiamo voglia di parlare, gli altri devono
parlare, e quando abbiamo voglia di “tenerci” per noi, non devono pretendere
niente; abbiamo il diritto di tacere e di parlare quando e come vogliamo, con
stagnante in fondo all’animo quella caratteristica pretesa, quel senso di
pretesa che, anche se non osiamo esplicitarcelo, gli altri sentono
sensibilmente, come quando ci toccano dentro col gomito e ci vedono la faccia);
oppure è il farisaismo che giustifica, se non teoricamente, almeno ad usum
delphini, per noi stessi, il nostro comportamento. La nostra definitività scade
inevitabilmente in tutto questo che ho detto - perché sto descrivendovi, sto
descrivendoci -, senza la parola che il profeta Isaia, per primo, ci ha
dettato. E la parola è che Cristo, la Sua venuta, è incombente: l’incombenza
della Sua venuta.
Come gioca il vocabolario! Perché «incombenza» vuol dire due
cose: vuol dire un dovere e vuol dire una cosa che ti sovrasta, imminente.
Incombenza vuol dire dovere e vuol dire imminenza. Io voglio sottolineare
anzitutto il secondo aspetto, perché il primo è evidente che ne deriva: una
incombenza, una imminenza, se non è uguale a zero, diventa un dovere, suscita e
impone un dovere.
L’imminenza della Sua venuta, l’incombenza della Sua venuta.
«Fratelli - dice san Paolo nella Lettera ai Romani -, consapevoli del momento
che volge, è tempo che vi destiate dal sonno ormai. Perché la salvezza ci è
molto più vicina ora di quando siamo venuti alla fede. La notte è avanzata, il
giorno è vicino»5, è tempo che vi destiate dal sonno. Dice il Vangelo di
Matteo: «Come in quei giorni non si avvidero di nulla finché venne il diluvio e
li distrusse tutti, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Vigilate, perché
non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà. Questo sappiate: se il
padrone di casa conoscesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe
e non si lascerebbe rompere la casa. Anche voi perciò state pronti, perché
nell’ora in cui non lo pensate, il Figlio dell’uomo verrà»6. È una incombenza,
è una imminenza che ha come significato privilegiato, come significato supremo,
quello letterale: l’incombenza e l’imminenza della morte; perché la morte è il
Figlio dell’uomo che viene, secondo tutta quanta l’ampiezza del significato. Ma
questo non sapere quando la morte viene, questo dovere di stare all’erta,
questa fine dei giorni in cui il Signore «ergerà il monte del tempio suo», il
fatto di non sapere il momento in cui il Signore viene, rende molto più chiaro,
anzi, è l’unico modo per rendere la consapevolezza, la coscienza delle nostre
azioni, tutta quanta protesa o determinata dal significato finale.
Ogni nostra azione, ogni momento è un passo verso il Signore
che viene. Perciò ogni azione e ogni momento è il Signore che viene,
esattamente come ogni azione, ogni momento può essere l’ultimo. Se la paura
fosse dominata dal desiderio, se il timore fosse dominato dall’attesa! Questo è
vivere l’imminenza del Signore che viene, questo è vivere l’incombenza di
Cristo, della venuta di Cristo. Letteralmente ogni azione ha il suo significato
nella venuta Sua, nel senso ristretto della parola, che è la morte.
(continua su comunioneeliberazione.org)



