CHIESA & CARISMI | Leone
XIV chiede comunione vera: nessun movimento basta da solo
Franco Giulio Brambilla
Pubblicato 28 Maggio 2026
Il richiamo del Papa ai movimenti
e alle associazioni ecclesiali: occorre un governo dei carismi fondato su
comunione, libertà, e servizio alla Chiesa
Rivolto ai moderatori delle
associazioni e dei movimenti ecclesiali, Papa Leone XIV, in un lucido
intervento (Leone XIV, Udienza ai partecipanti all’Incontro dei moderatori
delle associazioni internazionali di fedeli, dei movimenti ecclesiali e delle
nuove comunità promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita,
21.05.2026), ha parlato “ai responsabili, a livello internazionale, di tante
diverse realtà laicali”, riflettendo “sul tema del governo di una comunità
ecclesiale”. L’intervento è stato incoraggiante e propositivo perché animato da
due preoccupazioni di fondo: custodire la “traditio viva” del carisma o della
vocazione di un’associazione e di un movimento; sostenere lo slancio
“profetico” più genuino dei carismi “per comprendere in che papado rispondere
alle nuove sfide e alle sensibilità culturali, sociali e spirituali del nostro
tempo”.
La tensione pastorale
dell’intervento del Papa è evidente. Parlando ai capi, voleva che volgessero lo
sguardo ai due tesori presenti nei carismi personali e associati: la passione
delle persone, risvegliata dal ritorno alla sorgente dei fondatori (“c’è una
grande ricchezza fra voi, tante persone ben formate e tanti bravi
evangelizzatori; tanti giovani e diverse vocazioni alla vita sacerdotale e
matrimoniale”); la peculiarità del metodo di evangelizzazione, che risponde
all’urgenza del tempo presente (“la varietà dei carismi, dei doni e dei metodi
di apostolato sviluppati negli anni vi consente di essere presenti nei campi
della cultura, dell’arte, del sociale, del lavoro, portando ovunque la luce del
Vangelo”).
Il focus dell’intervento papale
si è concentrato su “governare il carisma”, sulle sue caratteristiche e sulle
condizioni necessarie per esercitarlo bene a favore delle realtà ecclesiali di
cui si è responsabili, per vigilare su ogni forma di ripiegamento e di
narcisismo e per correggere ogni tentazione di unilateralità e di esclusivismo.
L’abbrivio della breve riflessione parte, dunque, dalla necessità, per ogni
carisma, di pensarsi nella sinfonia dei carismi, dei ministeri e delle
operazioni, in ordine alla teologia della Chiesa come “corpo di Cristo”, non
solo perché i membri dell’unico corpo siano complementari e ben compaginati tra
loro, ma anche perché soltanto insieme con gli altri carismi, ministeri e
operazioni possano dire e donare al mondo la ricchezza inesauribile del mistero
di Cristo (1Cor 12).
La Chiesa come corpo di Cristo
non parla solo della complementarità e della sussidiarietà dei doni dello
Spirito (immagine ellenistica del corpo), ma anche della simbolicità e della
sinfonia dei doni dello Spirito per dire e portare Cristo agli uomini (immagine
biblica del corpo). Il corpo non è solo composto di membra coordinate da far
funzionare in modo armonico, ma è anche il “simbolo reale” della persona, con
cui essa si pone nel mondo e il mondo entra in contatto con essa (qui si tratta
nientemeno che di donare Cristo). Solo in questa ottica “governare il carisma”
è collocato nel suo contesto reale, che è quello più ampio e comprensivo della
missione della Chiesa e della coscienza battesimale di tutto il popolo di Dio,
compresi i pastori.
Tuttavia, l’intervento di Papa
Leone aveva una mira precisa e va collocato in tale contesto, perché le
condizioni e le caratteristiche evocate siano ben comprese e, soprattutto,
animino un percorso spirituale, l’unico che può suscitare passioni e sostenere
l’impegno. L’arte del “buon governo” non è mai isolata, ma corale. E la Chiesa
è sinfonica. Gregorio Magno la definisce così: “La guida delle anime è la
suprema tra le arti (Ars est artium regimen animarum)” (Gregorio Magno, Regola
Pastorale I, 1, (Opere di Gregorio Magno VII), a cura di G. Cremascoli, Città
Nuova, Roma 2008, pp. 10-11). Resta un fatto prodigioso nella storia della
Chiesa che all’esperienza spirituale dei carismi e alla missione pastorale
della Chiesa siano riconosciute, e ancor più promosse, zone di autonomia e di
libertà che arricchiscono il dirsi e il darsi della presenza del Signore nel
mondo. Si pensi soltanto alla riconosciuta autonomia delle comunità monastiche,
delle congregazioni religiose, degli istituti di vita consacrata e missionaria,
delle confraternite di volontariato, oggi appunto allargata anche alle
associazioni, aggregazioni e movimenti ecclesiali.
Il Papa definisce il governo come
“l’azione di ‘reggere il timone’, di ‘pilotare una nave’”. Si tratta di dare
“una direzione sicura, in modo che la comunità sia luogo di crescita per le
persone che ne fanno parte”, per sopperire alla “necessità di avere persone e
strutture adeguate che si occupino di guidare e coordinare la vita comune”. La
descrizione funzionale dell’arte di governo, tipica della guida di ogni gruppo
sociale, ha però, una volta assunta nella Chiesa, un carattere sacramentale.
Essa “non nasce dalla semplice esigenza di coordinare i bisogni religiosi dei
suoi membri”, ma è “il luogo, voluto da Dio, dove tutti gli uomini, in ogni
epoca, possono ricevere i frutti della Redenzione e sperimentare la vita nuova
che Cristo ci ha donato”.
La radice sacramentale del
“governare il carisma” di un’associazione, di un’aggregazione o di un movimento
“esprime la partecipazione al munus regale di Cristo ricevuto nel Battesimo”.
Esso non è un potere delegato dall’ordine sacro, ma si radica nella comune
dimensione battesimale del popolo di Dio, anche se il suo esercizio pratico
necessita del riconoscimento del munus regendi dei pastori. Coraggiosa la
conclusione che ne trae il Pontefice. Raggiungiamo qui l’asse portante del
discorso. Governare il carisma “si pone a servizio di altri fedeli e della vita
associativa ed è frutto di libere elezioni, che devono essere intese come
espressione di un discernimento comune: permettere che la voce di tutti si
esprima in modo libero”. La teologia del popolo di Dio qui assume
un’illustrazione alta e limpida, che riconosce il diritto di associazione dei
christifideles sia nella sua sorgente sia nel suo esercizio pratico.
Proprio perché è formulato come
un diritto, esso va accolto insieme come dono e compito, da cui rifluiscono ben
cinque tratti qualificanti. Tre sono descritti dal Papa come conseguenze, due
come caratteristiche. Mi piace assumerli come un sistema di vasi comunicanti,
così che, se l’uno manca o viene diminuito, anche gli altri si impoveriscono e
si deprimono. Non possiamo nasconderci che questi ultimi trent’anni, in cui la
fioritura dei movimenti ha disegnato una parabola che sembrava travolgente,
hanno presentato anch’essi un conto pesante di abusi, sopraffazioni e persino
deviazioni, tanto che in alcuni casi si è paventato il timore di una deriva
settaria (F.G. Brambilla, Nuovi movimenti religiosi. I rischi di una deriva
settaria, “Il Regno Attualità” 69 (2023), 531-541). Solo una libera e sciolta
pratica del “carisma di governo”, che sia semplicemente spirituale, tutta tesa
fra custodia viva del carisma e slancio profetico della missione, può garantire
il passaggio alla seconda generazione. Soprattutto nei movimenti recenti,
quando, dopo la scomparsa dei fondatori, bisogna riattivare, sotto la cenere
delle cose trasmesse, il fuoco vivo del carisma originario da trasmettere.
La prima condizione sembra la più
ovvia, ma è anche la più insidiosa. Il carisma di guida “dev’essere per
l’utilità di tutti (cfr 1Cor 12,7), cioè per promuovere il bene della comunità,
dell’associazione, della Chiesa intera. Il governo, dunque, non può mai essere
sfruttato per interessi personali o forme mondane di prestigio e di potere”.
Mai un linguaggio, nella sua semplicità, è stato più limpido: interesse e
potere si insinuano in tutte le forme di cooptazione amicale, nella rete
relazionale che include ed esclude, nella censura dei comportamenti e delle
persone che non abbia un respiro fraterno. E il fratello non è il componente di
una compagnia di interessi e di convenienze, anche se fossero legittimi, ma è
colui che cammina con te e ti aiuta ad ascoltare in stereo la realtà della
missione.
La seconda è che il “carisma del
governo” dei movimenti nasce e si svolge nella libertà di scelta e di
esercizio. La formulazione del Papa fa sobbalzare sulla sedia: esso “non può
mai essere imposto dall’alto, ma dev’essere un dono riconoscibile nella comunità
e liberamente accolto; da qui l’importanza di libere elezioni per renderlo
effettivo”. Raggiungiamo qui un profilo alto del magistero pastorale che
appella alla coscienza dei membri di associazioni, aggregazioni e movimenti,
perché solo la coscienza è il luogo in cui accade la verità: quella del carisma
e di chi lo regola. Il “dall’alto” riguarda sia l’autorità dei pastori sia il
verticalismo degli organi di decisione. Sono note a tutti le possibilità di
manipolazione nel momento della scelta dei responsabili, soprattutto oggi, in
presenza dei social e degli strumenti occulti e pervasivi della comunicazione.
La terza condizione è espressa
dal Pontefice in modo laconico: “Ogni carisma, anche il governo di
un’associazione, è soggetto al discernimento dei Pastori, che vigilano sulla
genuinità e sull’uso ordinato dei carismi (cfr Lumen gentium, 12; Iuvenescit Ecclesia,
9 e 17)”. La formulazione sembra non porre problemi, ma sappiamo che, in ogni
processo di consultazione per una decisione responsabile, bisogna attivare una
comunicazione autentica e veritiera sia dalla periferia verso il centro sia
viceversa. Basterebbe far notare che ogni forzatura nella scelta dei
moderatori, dei referenti, dei membri dei consigli pastorali ed economici
deprime la qualità del cammino dei movimenti, mentre ogni saggia decisione
favorisce la ricchezza del loro percorso. Soprattutto nel passaggio alla
seconda generazione, questo diventa decisivo. È noto che anche nella Chiesa le
procedure per la selezione del personale laico e religioso sono molto incerte e
talvolta arbitrarie.
La quarta condizione esprime una
saggia considerazione: “Alcune caratteristiche devono essere sempre presenti
nel governo [del carisma]: l’ascolto reciproco, la corresponsabilità, la
trasparenza, la vicinanza fraterna, il discernimento comunitario”. Quando si
dice che l’autorità è servizio, forse la formula può apparire a molti
consolatoria e persino ipocrita: si ha paura di chiamarla semplicemente
“potere”. Ma la parola auctoritas significa, secondo una possibile etimologia,
“colui che fa crescere”: allora le “caratteristiche” (così le chiama il Papa),
cioè quelle doti che scolpiscono il carattere di un’autorità, sono la garanzia
perché l’esercizio del potere sia cristiano.
La quinta condizione, infine,
suggerisce due connotati essenziali dell’esercizio del governare il carisma:
“Un buon governo, invece di concentrare tutto su sé stesso, promuove la
sussidiarietà e la partecipazione responsabile di tutti i membri della comunità”.
Sussidiarietà e partecipazione sono richiamate dal Papa perché la guida del
carisma sia tonica. Forse potremmo dirlo con una specie di slogan: nei
movimenti, come nelle parrocchie, è meglio arrivare un giorno dopo con una
persona in più, perché il nostro orizzonte non è l’efficacia, ma la fecondità,
e si è fecondi se si fanno sedere alla tavola della comunione molti figli e
tanti fratelli.
L’intervento di Leone è
rimbalzato sui media per un’ultima considerazione. L’atto di governare il
carisma, nella sua radice sacramentale e battesimale, deve inserirsi nella
sinfonia più ampia della Catholica. Sentiamolo: “Chi esercita una missione di
governo nella Chiesa deve imparare ad ascoltare e accogliere pareri diversi,
orientamenti culturali e spirituali diversi, temperamenti personali diversi,
cercando sempre di conservare, soprattutto nelle decisioni doverose e spesso
difficili da prendere, il bene superiore della comunione”. E poi, andando
dritto al punto, stacca gli occhi dai fogli e aggiunge a braccio: “E quindi i
nostri movimenti devono veramente cercare come vivere in comunione con tutta la
Chiesa, a livello diocesano. E quindi il Vescovo è una figura di riferimento
molto importante e, se un gruppo dice: ‘No, con quel Vescovo non siamo in
comunione, ne vogliamo un altro’, non va bene. Dobbiamo cercare di vivere in
comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano come anche a livello universale”.
Più chiaro di così… Anche se non è del tutto articolato il rapporto tra Chiesa
locale e Chiesa universale, per il quale il riferimento alla seconda talvolta
diventa alibi per affrancarsi dalla prima. Molte narrazioni lo ricordano
impietosamente.
(…….)
Come dice, con espressione
fulminante, il grande teologo dell’unità della Chiesa, Johann Adam Möhler
(1796-1838):
“Non vorremmo morire né
asfissiati per estremo centralismo, né assiderati per estremo individualismo.
Né uno può pensare di essere tutti, né ciascuno può pensare di essere il tutto,
ma solo l’unità di tutti è una totalità. Questo è l’eídos (εἶδος), questa è la
forza motrice della Chiesa cattolica!”.
