giovedì 6 agosto 2026

JULIÁN CARRÓN Non sono quando non ci sei 2014

 


CHE COSA RENDE UNITO L’IO?

«Non sono quando non ci sei», dice una canzone di

Francesco Guccini che dà il titolo a questo nostro incontro

(«Vorrei», parole e musica F. Guccini). Di chi possiamo

dire così? Di chi possiamo dire così ora? Questa

espressione mi ha colpito per due ragioni. La prima è che

io mi rendo conto di che cosa è essenziale per me perché

non sono quando manca, e si vede dal fatto che «resto solo

coi pensieri miei», come continua la canzone di Guccini.

E la seconda ragione è che quella cosa essenziale deve essere

presente ora. Se non è presente ora, io non sono. Mi

sembra che non ci sia un altro criterio per riconoscere l’essenziale

a cui il Papa ci ha richiamato di nuovo nel Messaggio

al Meeting di Rimini, se non questo: una presenza

che mi fa essere; lo riconosco perché quando

manca io non sono, non sono proprio. Si

vede subito che non è prima di tutto un problema

di coerenza, ma di appartenenza a

una presenza senza la quale io non sono.

Ma che cosa ci fa essere? Essere ora, in questa

situazione storica in cui ci troviamo a vivere?

Niente, niente può impedire di rifare

nella vita la stessa esperienza che racconta

Giorgio Gaber nella canzone che abbiamo

ascoltato all’inizio («L’illogica allegria», parole

A. Luporini, musica G. Gaber). Posso essere

«da solo», in qualsiasi posto, «lungo l’autostrada

», a qualsiasi ora, «alle prime luci del

mattino», addirittura sapendo che «tutto va

in rovina», ma «mi può bastare un niente /

forse un piccolo bagliore / un’aria già vissuta

/ un paesaggio [...]. // E sto bene». Basta che

la realtà, qualsiasi frammento di realtà, quasi

un niente, entri nell’orizzonte del nostro io attraverso una

circostanza qualsiasi, per risvegliarlo e rendere possibile

l’esperienza di questo bene. Un bene così sorprendente che

sembra quasi un sogno, che quasi ci viene «vergogna». Ma

una evidenza s’impone: non posso negare che «io sto bene

/ proprio ora, proprio qui / non è mica colpa mia / se mi

capita così». È come se la realtà, un istante prima che possiamo

difenderci da essa, prima di innalzare un muro

contro di essa, riuscisse a penetrare nell’io per renderlo se

stesso, «proprio ora, proprio qui». E mi trovo addosso

una «illogica allegria». Infatti, sembra totalmente sproporzionato

che «un niente / forse un piccolo bagliore /

un’aria già vissuta», possa portare alla vita questa allegria.

«Un’illogica allegria / di cui non so il motivo / non so che

cosa sia», tanto è reale e allo stesso tempo misteriosa. Perché

se non fosse reale, non potrebbe succedere quello che

Gaber dice dopo: «È come se improvvisamente / mi fossi

preso il diritto / di vivere il presente». Qualcosa entra nella

vita e mi rende presente al presente, «proprio ora, proprio

qui». Un niente che mi prende così tanto da rendermi

presente a me stesso. Io sono tutto unito, presente,

quando tu ci sei.

È difficile trovare una canzone che esprima meglio il

senso del capitolo decimo de Il senso religioso. L’io, accorgendosi

della presenza inesorabile della realtà, «risvegliato

nel suo essere», dice don Giussani, «dalla presenza,

dalla attrattiva e dallo stupore [per la realtà], [...]

è reso grato, lieto» (Il senso religioso, Rizzoli, Milano

2010, p. 146) e sta bene.

Chi non desidererebbe questo ogni mattina, ogni istante

del vivere? Un istante di pienezza di cui uno si sorprende,

come tante volte l’abbiamo vissuto anche noi. In quell’esperienza

semplicissima, elementare, a portata di mano

di chiunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi

luogo, in qualsiasi circostanza, lì è tutto

il metodo. Una presenza che mi fa essere.

Nessun mio tentativo è in grado di darmi ciò

che quell’istante mi dà. Non c’è un altro criterio

per riconoscere l’essenziale, se non questo.

Che sia l’essenziale lo si vede perché mi fa

talmente essere che, quando manca, io non

sono, non sono proprio! Appena compare,

sono, e sono contento, sperimento una «illogica

allegria», «proprio ora, proprio qui», che

mi rende capace di vivere il presente.

Quando, invece, questo metodo non prevale,

«che amarezza, amore mio, / veder le

cose come vedo io [non è che cambi il reale,

cambia il modo di vedere le cose] [...]. //

Che delusione [...] / vivere la vita con questo

cuore [tante volte rattrappito] / e non

volere perdere niente» («Amare ancora»,

parole e musica C. Chieffo), vedendo tuttavia che tutto

sfugge tra le mani.

Ma cambiare è facile: «Basterebbe soltanto ritornare

bambini e ricordare... / E ricordare che tutto è dato, che

tutto è nuovo / e liberato».

 

(…)

Assago 2014