Il vescovo di Trondheim
(Norvegia) e presidente della Conferenza Episcopale Nordica, monsignor Erik
Varden, ha pubblicato la sua riflessione sull’incontro tenutosi a Roma dal 7 al
14 ottobre in occasione del decimo anniversario di Amoris laetitia.
In questo intervento, Varden
sviluppa anche le sue considerazioni sulla crisi della famiglia, la castità, la
preparazione al matrimonio, l’indissolubilità del vincolo coniugale e la
missione evangelizzatrice delle famiglie cristiane.
Il prelato precisa che si tratta
di riflessioni personali e non delle conclusioni ufficiali dell’assemblea.
Riproduciamo di seguito la traduzione integrale in italiano del testo originale
in inglese, pubblicato con il titolo Laetitiae Amor.
Il giorno della festa di san
Giuseppe di quest’anno, papa Leone XIV ha annunciato il desiderio di convocare
a Roma tutti i presidenti delle conferenze episcopali del mondo per discutere
le ripercussioni di Amoris laetitia, a dieci anni dalla sua promulgazione.
Il Santo Padre ci ha chiesto di
riflettere su come annunciare il Vangelo alle famiglie in modo più efficace.
L’incontro, durato una settimana,
si è concluso ieri. Verrà pubblicato un rapporto quando il Santo Padre si sarà
ripreso dalla sua malattia —una guarigione che speriamo, con le nostre
preghiere, sia rapida e completa—, ma Leone XIV ha chiesto ai partecipanti di
condividere senza indugio la loro esperienza dell’incontro con le rispettive
conferenze episcopali e diocesi.
L’incontro si è svolto secondo
uno schema strutturato in cinque grandi temi. Ognuno ha fornito materia per una
giornata intera di scambi. Di seguito espongo le mie riflessioni personali su
questi temi.
Queste riflessioni non parlano a
nome dell’assemblea, la cui ricchezza di lavori tutti potranno conoscere a
tempo debito. Sono semplicemente il contributo di una sola voce, una seconda
viola, a questa grande orchestra ben composta.
Le famiglie oggi
La vita familiare è oggi
sottoposta a pressioni di ogni genere: sociologiche, economiche e culturali. Ne
siamo molto consapevoli. Tutte meritano considerazione.
Tuttavia, la pressione più
persistente ha radici più profonde. In un tempo sorprendentemente breve abbiamo
perso la nostra comprensione collettiva dell’umano. Salvo all’interno di
determinati gruppi di interesse, oggi è difficile trovare parole condivise per
descrivere cosa sia un essere umano. Non siamo più d’accordo su cosa renda una
donna donna, un uomo uomo o un bambino bambino.
I transumanisti tecnologici
proiettano un futuro in cui l’uomo probabilmente sarà superato dal «progresso»
finché la sua natura non sarà «migliorata». Avendo abbandonato l’idea della
redenzione, ora riponiamo la nostra speranza negli aggiornamenti tecnologici.
Diamo per scontato che i parametri di oggi non saranno applicabili domani. Di
conseguenza, l’idea di qualsiasi impegno permanente sembra assurda.
Le alleanze e i patti cedono il
posto ai «negoziati» in politica e nel commercio. Lo stesso accade con le
relazioni umane, sempre più considerate transazioni pragmatiche: rimango legato
a qualcosa, o a qualcuno, finché ne traggo un beneficio o un piacere. Poi
proseguo.
In un simile contesto, la
famiglia, come unità di base della società umana, non può che disgregarsi. Non
sembra più evidente che le famiglie debbano essere unità stabili, costruite sul
vincolo a vita tra una donna e un uomo, con la speranza di generare figli.
Una donna e un uomo possono
ancora unirsi —dopotutto, viviamo in un mondo libero—, ma tale unione non è più
considerata categoricamente distinta da quella formata da due donne o due
uomini, o da due persone che si considerano di genere fluido. Inoltre, perché
limitare tale unità a due individui? Si estendono le rivendicazioni di
riconoscimento giuridico del poliamore.
Ci troviamo in uno stato di
eclissi metafisica.
La fede in Dio come Creatore
benevolo è in gran parte perduta. Non crediamo più che la nostra esistenza sia
stata voluta. Come possiamo allora conservare la consapevolezza che la nostra
stessa vita è un dono che, a nostra volta, possiamo donare, persino consacrare,
a un’altra persona? La nostra è un’epoca di desacralizzazione nata da una
disperazione letterale, dall’escludere la possibilità stessa della «speranza».
Osservo questi fenomeni nel mio
ambiente sociale, nella mia corrispondenza e conversazioni, e nel
confessionale.
Constato anche una tendenza
contraria. Incontro molte persone giovani, e non così giovani, che sono stanche
dell’effimero. Si rifiutano di abbandonare la «speranza». Osano pensare che
possa esistere qualcosa chiamato «verità» su cui costruire le loro vite.
Se ci prendiamo cura e sosteniamo
queste persone, aiutandole a fiorire, potremo favorire un rinnovamento della
cultura familiare. Dopotutto, tutti vogliono essere felici. Molti non lo sono.
Su questo concordano i sociologi. Contemplare una famiglia che fiorisce farà sì
che altri desiderino fiorire a loro volta.
Fiorire non equivale a essere
continuamente deliranti di felicità.
La vita umana è difficile,
qualunque sia la sua forma. Trovo che la maggior parte delle persone ne sia
abbastanza consapevole. Per questo possono stancarsi di un vocabolario
benintenzionato, ma ripetitivo, sull’«accompagnamento», l’«essere in cammino» o
l’«essere ascoltati». Naturalmente, desiderano essere trattati con attenzione e
rispetto, ma ciò che vogliono è orientamento, che venga loro indicata una meta
e insegnato a vivere bene.
Dio si è fatto uomo con questo
scopo: mostrarci di cosa tratta la vita e verso dove è diretta, insegnarci,
mediante consigli e comandamenti, come condurre una vita buona e feconda.
Quando Cristo incontrò la
samaritana al pozzo, non le disse: «Bene, sediamoci e raccontami tutto». Fu Lui
a dirle «tutto ciò che aveva fatto» (cfr. Gv 4,29).
Questo le permise di iniziare una
vita nuova.
Dobbiamo lasciare che Cristo ci
dica chi siamo, ci indichi le nostre vie sbagliate, ci faccia riconoscere le
nostre colpe e ci diriga verso il fine per cui siamo stati creati.
Cristo è il nostro Salvatore, ma
non solo. È anche l’Immagine secondo la quale siamo stati creati, il Prototipo
che ci rivela a noi stessi. Saremo pastoralmente efficaci nella misura in cui
rimarremo amorosamente obbedienti a Lui.
Potremmo persino avere
l’opportunità di restituire la speranza alla società.
I giovani e la scoperta del
matrimonio
Uno studio pubblicato un paio di
anni fa dall’American College of Pediatricians indicava che il 54 % degli
adolescenti aveva visto pornografia prima di compiere tredici anni, e il 15 %
prima degli undici. Senza dubbio, quelle cifre sono aumentate da allora.
Il consumo di pornografia è
piuttosto diffuso tra i giovani adulti, sia uomini che donne, in tutto il
mondo. Influenza enormemente il modo in cui i giovani si relazionano
affettivamente.
Quando qualcuno è stato assillato
fin dall’infanzia da un universo di lussuria in cui il sesso è materia di
consumo, dove l’oggetto del desiderio può essere sostituito costantemente
—anche se sempre fisicamente perfetto—, dove il romanticismo è assente e non
esistono regole, fare il passo verso una relazione duratura e fedele con un
essere umano concreto, imperfetto e bisognoso, la cui alterità non può essere
ridotta a un’astrazione, comporta un salto enorme, forse insormontabile.
L’universo pornografico è
trasgressivo. Suggerisce limiti solo per attirare i consumatori a superarli,
insinuando prospettive di un potere capace di assumere qualsiasi forma.
Il paradigma classico del ragazzo
che incontra una ragazza è stato superato da tempo. L’omoerotismo, che non
molto tempo fa era legato alla nozione di un’«orientamento» sessuale, è ora
un’opzione disponibile per tutti, integrata nell’intrattenimento convenzionale.
Le tendenze di fluidità di genere
manifestano fantasie generate, spesso a partire da un’angoscia interiore, nel
mercato di un eros senza legami, dove il desiderio momentaneo è intronizzato
come dio e la realtà oggettiva cede di fronte alle forme che l’immaginazione
soggettiva impone e provoca.
Deploriamo le seduzioni del
virtuale e dell’irreale, ma questo non basta. Dobbiamo tendere una mano amica
agli uomini e alle donne giovani intrappolati in potenti forme di irrealtà,
tirarli fuori dalla palude e permettere loro di riscoprire il mondo così com’è.
Per farlo, dobbiamo essere in
grado di mostrare che quel mondo vero è migliore e, in effetti, più
interessante, più adatto a rendere felice una persona.
Tre anni fa ho pubblicato un
libro intitolato Chastity (Castità). Allora alcune persone mi derisero,
principalmente uomini europei anziani, che mi assicuravano che si trattava di
un argomento che non interessava a nessuno.
Tuttavia, mi ha impressionato
trovarmi, paese dopo paese, a parlare davanti a grandi platee composte
principalmente da giovani desiderosi di ascoltare in cosa consista questa virtù
quasi dimenticata e apparentemente imbarazzante.
Lontani dal lasciarsi sedurre dai
sostituti ipererotizzati delle relazioni, molti giovani ne sono stanchi.
Cercano amicizia e amore stabile. Non dico che rappresentino la corrente
maggioritaria, ma sono abbastanza numerosi da manifestare una tendenza.
Per aiutare i giovani a scoprire
il valore del matrimonio, dobbiamo rivolgerci a questa tendenza, cominciando ad
aiutare le donne e gli uomini giovani a stare in pace con se stessi.
In uno dei principali testi di
san Paolo sul matrimonio, nella lettera agli Efesini, paragona gli sposi a un
corpo e poi osserva: «Nessuno ha mai odiato la propria carne» (Ef 5,29).
Il problema è che oggi molte
persone lo fanno e si sentono estraniate dai propri corpi.
Da una prospettiva secolare, il
corpo è un sacco di tendini a cui si può dare qualsiasi altro uso. Il messaggio
cristiano straordinario e liberatore è che io sono il mio corpo, e che il mio
corpo, non meno della mia anima, è fatto a immagine di Dio e merita riverenza.
Se desideriamo preparare i
giovani al matrimonio, dobbiamo prima aiutarli a scoprire la loro identità
incarnata come donne e uomini. Prima di cercare di aiutare gli altri, dobbiamo
compiere noi stessi questo lavoro.
Può risultare salutariamente
umiliante scoprire che, anche nella maturità, ci resta ancora strada da
percorrere in questo aspetto.
Quale linguaggio aiuta i giovani
a maturare affettivamente?
Un linguaggio di verità che
chiami le cose per nome con serenità, senza violenza e senza disperare mai
della misericordia di Dio. Questo linguaggio riconosce le ferite senza
idealizzare la condizione di vittima. Scaturisce dalla fede nella volontà
salvifica di Gesù.
Il matrimonio manifesta la
salvezza. Per essere preparati ad esso, bisogna prima scoprire che si può
essere salvati.
I primi anni della vita
matrimoniale
Una coppia che conosco mi ha
raccontato una decisione che prese quando comprese che il loro fidanzamento
stava diventando serio.
Andarono insieme in una capanna
nel bosco durante un lungo fine settimana. Durante quel tempo, si raccontarono
reciprocamente le loro vite.
Entrambi volevano che l’altro
conoscesse tutta la loro storia, con le sue luci e ombre, i suoi trionfi e
fallimenti. Se dovevano impegnare il loro futuro l’uno con l’altro, volevano
assicurarsi che non sorgessero ostacoli in seguito a causa di un passato non
riconosciuto.
Un’iniziativa del genere è
coraggiosa e saggia.
L’essenza dell’amore consiste nel
sapere che posso essere chi sono, senza maschere, e tuttavia essere amato. Dio
ci ama in questo modo. Imparare ad amare come Lui significa fare lo stesso.
Il matrimonio fiorirà se entrambe
le parti possono confidare all’altro la loro intimità più profonda.
All’inizio del rito matrimoniale,
il sacerdote chiede: «Siete venuti qui liberamente e di vostra spontanea
volontà?».
La libertà da cui dipende la
validità del sacramento esige che gli sposi sappiano con chi si stanno
sposando.
Molte difficoltà che di solito
sorgono durante i primi anni di matrimonio possono essere evitate se si cerca
una trasparenza sincera prima di ratificare l’alleanza matrimoniale.
Gli stessi sposi sono i ministri
del sacramento. Tuttavia, lo celebrano in chiesa, davanti alla croce.
Rispondere affermativamente alla
domanda «Vi amerete e onorerete reciprocamente tutti i giorni della vostra vita
e accetterete con amore i figli che Dio vi invierà?» significa acconsentire a
partecipare alla croce.
Ogni amore coniugale e paterno
implica sofferenza. Attraverserà il cuore. Esigerà che la propria vita sia
versata affinché altri possano vivere.
Abbracciare consapevolmente
questa realtà fin dall’inizio, accettando di partecipare alla croce vivificante
di Cristo, darà agli sposi la forza di portare i loro pesi e farà sì che anche
le cose pesanti sembrino leggere.
La relazione orizzontale tra
marito e moglie, tra genitori e figli, sarà sostenuta da un asse verticale
sicuro e affidabile.
Mi piace il rito che permette la
liturgia latina quando il sacerdote, dopo aver assistito ai voti matrimoniali,
avvolge le mani unite degli sposi con la sua stola e dice: «Ciò che Dio ha
unito, l’uomo non lo separi».
Ogni volta che si indossa la
stola, il sacerdote recita la bella preghiera di rivestimento: «Signore,
restituiscimi la stola dell’immortalità, che persi per l’azione dei nostri
primi padri».
L’alleanza matrimoniale ci
permette di intravedere la gloria che riposava su Adamo ed Eva prima della
caduta.
In alcuni riti orientali, gli
sposi sono incoronati in riconoscimento della loro dignità regale di figli di
Dio, recuperata dalla grazia.
Nel nostro clima
ipersecularizzato, che sentimentalizza il matrimonio e mantiene una visione
consumistica dei figli, considerati beni che possono essere ordinati per un
momento conveniente, preferibilmente prodotti secondo determinate specifiche,
questa prospettiva soprannaturale risulta di grande aiuto.
Ci ricorda che il matrimonio non
consiste solo in una donna e un uomo. Incorpora entrambi in una comunione
vivente con Dio; inoltre, li costituisce congiuntamente come immagine, come
icona vivente, della santa Chiesa di Dio.
Sapere che Cristo è
costitutivamente presente nella loro unione li ispira nell’arduo compito di
abbandonare la prima persona singolare per la prima persona plurale: smettere
di dire «io voglio» per dire «noi vogliamo»; smettere di dire «io ho» per dire
«noi abbiamo».
Questo può aiutarli ad affrontare
la forza elementare e la profonda vulnerabilità del sesso, integrando
adeguatamente le sue dimensioni unitiva e procreativa.
Li preparerà anche a ricevere i
figli con riverenza, come doni generosi di Dio.
Un matrimonio ha bisogno di
essere sostenuto da una comunità.
È falso considerare la coppia
autosufficiente, aspettando che generi da sé tutte le sue risorse e tutta la
sua soddisfazione. Quella visione non fa che applicare l’individualismo
secolare a un’unità collettiva che finirà per vacillare sotto un simile carico.
Qui è dove la comunità cattolica
e la parrocchia acquistano tutta la loro importanza, chiamate a fornire la
cura, l’aiuto pratico, l’umorismo e il consiglio compassionevole che prima
potevano offrire le famiglie allargate, oggi praticamente scomparse.
Le famiglie in situazioni
complesse
Parliamo della «gioia e bellezza»
del matrimonio. Facciamo bene a farlo. Queste qualità rappresentano certamente
un ideale. Ma dobbiamo anche essere prudenti ed evitare i luoghi comuni.
Basta leggere Anna Karenina o
vedere Scene da un matrimonio, di Bergman, per comprendere che una coppia può
rendersi la vita impossibile. Dobbiamo ricordarlo anche.
Prima della presa d’abito
monastica, il postulante di solito legge un passo dell’Ecclesiastico: «Figlio,
se ti avvicini a servire il Signore, prepara la tua anima alla prova».
I fidanzati potrebbero fare lo
stesso. Le prove arriveranno.
Papa Francesco ha scritto su
Evangelii gaudium, ma su Amoris laetitia. È una distinzione semantica
interessante.
Il senso basilare della radice
latina laet-, da cui derivano laetus e laetare, è «felicità». Tuttavia, già nel
latino classico quella radice aveva un significato agroecologico che indicava
il «fiorire» delle piante e la «fertilità» del suolo.
Questo ha molto senso. Una
vegetazione «felice» cresce in una terra che è stata lavorata per renderla
nutritiva.
Per questo, la radice laet- poté
anche produrre il sostantivo laetamen, «fertilizzante». Nell’antichità, il
fertilizzante equivaleva al letame, che ha un cattivo odore.
La laetitia dell’amore presuppone
un terreno da cui sono state rimosse le pietre, ben arato e fornito di una
quantità sufficiente di letame ricco di nutrienti.
Segnalare questo non significa
togliere gioia al matrimonio e alla famiglia, ma insistere sul fatto che quella
gioia scaturisce dal lavoro, e che quel lavoro è duro e spesso sembra poco
gratificante.
Gli stati di vita monastico e
matrimoniale si presuppongono e si riflettono reciprocamente.
Credo, e lo verifico, che le
famiglie possano ricevere aiuto dalla saggezza e dall’esperienza ereditate
dalla vita monastica.
I monaci vivono secondo una
regola che consacra l’alleanza della vita comune e rende espliciti il suo scopo
e il suo fine.
Quando il marito e la moglie si
mettono d’accordo sullo scopo della loro famiglia, saranno meglio preparati ad
affrontare gli ostacoli che se non hanno formulato la loro unione come un
compito.
Questo è particolarmente vero
quando il loro scopo condiviso è trascendente. Allora permetteranno a Dio di
agire in loro. Vedranno le difficoltà come occasioni di conversione, di uscire
dalla cella ammuffita del proprio io.
I monaci e le monache sono
realisti riguardo alle lotte che appartengono alla loro vocazione.
La prima letteratura del
monachesimo, i Detti dei Padri del Deserto, affronta direttamente i
combattimenti abituali.
Questi detti permettono ai monaci
di cercare modi per risolvere i problemi concreti con cui lottano, sotto
intestazioni così dirette come «Distacco», «Pazienza», «Lussuria» o
«Tolleranza».
L’applicabilità pratica di questi
consigli dopo millecinquecento anni continua a essere sorprendente.
Credo che si potrebbe guadagnare
molto elaborando una terza raccolta di Apoftegmi per le famiglie, basata
sull’esperienza e illuminata dalla fede, che mostrasse come affrontare
costruttivamente le prove alla luce chiarificatrice dei comandamenti di Cristo
e della sua grazia efficace.
Quando le cose si fanno
difficili, restringiamo la nostra prospettiva. Vediamo solo il nostro dolore
presente, non il cammino che può estendersi oltre esso.
Una preoccupazione pastorale
fondamentale in tali situazioni consiste nel ricordare il quadro più ampio,
permettendo a chi soffre di scoprire il senso potenzialmente fecondo delle loro
difficoltà, che possono servire a diminuire l’egoismo e purificare l’amore.
Il matrimonio, non meno della
vita monastica, è una scuola di conversione.
Quanto alle relazioni
«irregolari», trovo che le nostre comunità cattoliche di solito le accolgano in
modo maturo e adeguato.
Può risultare liberatorio per le
persone che si trovano in tali situazioni essere in un ambiente dove la loro
«irregolarità» è riconosciuta, non relativizzata, e dove, tuttavia, sono
accolte con amicizia cristiana e possono contribuire alla comunità.
Penso all’esempio di molti fedeli
che conosco e che, domenica dopo domenica, si avvicinano per ricevere una
benedizione al momento della Comunione, sapendo che non possono accedere al
sacramento, ma affidandosi alla misericordia di Dio che agisce nella Chiesa.
Il loro esempio di fedeltà
contribuisce molto a edificare la comunità cristiana. Rende testimonianza al
realismo vitale del sacramento e alla virtù della speranza.
Un esilio sacramentale sostenuto
nel tempo può preparare un ritorno gioioso alla casa.
Cristo ci ha dato i suoi esigenti
comandamenti per educarci e liberarci da noi stessi, «affinché non viviamo più
per noi stessi, ma per colui che per noi morì e risuscitò» (Preghiera
Eucaristica IV).
La sua intenzione è farci
crescere fino a raggiungere una vita nuova, divinizzata.
Quella vita deve essere sempre
l’obiettivo che proponiamo alle persone, non semplicemente l’affermazione
umana, sebbene tutti abbiamo bisogno anche di questa.
Le famiglie come agenti della
missione
Cosa separa la visione del mondo
del cristiano da quella dei secolaristi?
La convinzione che, attraverso
tutte le vicissitudini della storia, di tutti i cambiamenti prodotti
dall’evoluzione della natura e dall’ingegno umano, la fedeltà di Dio
all’umanità, creata a sua immagine, rimane assoluta.
Qualunque cosa accada, l’amore di
Dio, rivelato definitivamente in Gesù Cristo, è sicuro. È la roccia su cui può
essere costruita una vita, una società.
Possono arrivare tempeste,
possono soffiare i venti e colpire con forza, ma questo fondamento rimane.
La prima missione della famiglia
consiste nel dare testimonianza di questo amore stabile.
Per questo l’indissolubilità del
matrimonio deve essere intesa come un dono e un compito elevato, come un voto
di fiducia da parte di Dio (cfr. Amoris laetitia, 62).
Promettendosi fedeltà reciproca
fino alla morte, il marito e la moglie rendono presente nella storia la realtà
dell’amore di Dio.
La natura umana, ferita dal
peccato, è segnata dall’egoismo e dalla promiscuità: cerchiamo il nostro
proprio beneficio e non ci importa di perseguirlo in molte direzioni
contemporaneamente.
In questo modo possiamo
sperimentare alcune emozioni intense, ma difficilmente troveremo una
soddisfazione serena.
Continuiamo ad anelare un amore
unico e definitivo. Ce ne sono prove nelle canzoni popolari di tutte le epoche,
anche in quelle della nostra epoca, generalmente lontana da Dio.
Pertanto, una famiglia è
missionaria principalmente attraverso la sua fedeltà.
Proprio ora, quando tante
strutture tradizionali di coesione sociale stanno crollando intorno a noi,
questa missione ha un’importanza vitale.
Una seconda forma di missione
familiare è l’ospitalità.
Così come un monastero «non è mai
senza ospiti» (Regola di san Benedetto, 53) —non deve essere un club
autoreferenziale per il beneficio esclusivo dei suoi membri—, una famiglia
cristiana invita altri a entrare.
«Ero straniero e mi avete
accolto» (Mt 25,35).
Attraverso un impegno prudente e
responsabile con questo ideale, la coesione della propria famiglia può essere
rafforzata in uno spirito di servizio e cortesia.
A volte si pone la domanda: come
possono contribuire le famiglie alla formazione dei sacerdoti?
Non principalmente accorrendo in
massa al seminario armate di presentazioni PowerPoint sulla vita familiare, ma
invitando i seminaristi e i sacerdoti —chi lo sa?, forse anche i vescovi— a
partecipare alle loro vite.
Il sacerdote celibe fedele alla
sua vocazione ricorda alla famiglia la sua dimensione soprannaturale; la
famiglia ricorda al sacerdote che il suo celibato è ordinato alla fecondità.
Da qui nasce un beneficio
reciproco e gioioso.
È necessario dare testimonianza
della fecondità.
I tassi di natalità stanno
diminuendo in tutto il mondo. La nostra specie non si sta riproducendo.
Trent’anni fa, i sociologi si
preoccupavano della sovrappopolazione e rivolgevano dure critiche contro
l’insegnamento cattolico sulla regolazione della natalità.
Ora vediamo che prevale la
tendenza contraria. Il desiderio deciso di avere figli sta diminuendo
rapidamente in tutti i continenti.
La pianificazione familiare
cattolica deve ora concentrarsi sul rendere possibile alle famiglie di dire sì
ai figli.
Questo esige misure pratiche:
alloggi accessibili, servizi di cura dei bambini e scuole. La missione ha una
dimensione politica.
Ma, soprattutto, riguarda la
conversione dei cuori.
Desiderare di fondare una
famiglia feconda è oggi qualcosa di controculturale, equivalente a voler essere
punk negli agitati anni Settanta.
La Chiesa è chiamata a sostenere
questa sana rivoluzione, permettendo ai giovani di scegliere la vita e
impegnarsi con essa.
Naturalmente, qualsiasi tentativo
di parlare della famiglia come agente missionario si scontra con una difficoltà
esegetica.
L’atteggiamento di Cristo verso
la famiglia può risultare esigente.
Chiama Giacomo e Giovanni ad
abbandonare i loro legami familiari, lasciando il povero e vecchio Zebedeo
sconcertato nella sua barca (Mc 1,19-21).
La guarigione della suocera di
Pietro ci porta a chiederci cosa sia successo alla signora di Pietro quando
Cefa fu chiamato (Mc 1,30-31).
Rabbrividiamo davanti a queste
parole: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il
figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10,37).
Queste affermazioni non
diminuiscono il valore della famiglia, ma ci esortano a considerarla alla luce
del discepolato radicale.
«Cercate prima il Regno dei
Cieli!» (Mt 6,33).
Quel principio si applica anche
alle famiglie. Quando si realizza, una famiglia può manifestare quel Regno in
modo mistico, ma riconoscibile.
Il giorno dopo l’assemblea
romana, mentre coloro che abbiamo avuto la benedizione di parteciparvi la
ricordiamo con gratitudine, la Chiesa celebra, come ha voluto la Provvidenza,
quella incomparabile dottore della Chiesa, santa Teresa d’Avila.
L’Ufficio delle Letture di oggi
ci offre un passo della sua Autobiografia che comincia così:
«Chi ha Gesù Cristo con sé come
amico e nobile guida può sopportare tutto. Cristo ci aiuta e ci fortifica, e
non ci abbandona mai. È un amico vero. E vedo chiaramente che, se speriamo di
piacergli e ricevere abbondanza delle sue grazie, Dio vuole che quelle grazie
ci giungano dalle mani di Cristo, per mezzo della sua santissima umanità, nella
quale Dio si compiace».
Questa è una prospettiva
meravigliosa da cui considerare le grazie e le sfide della vita familiare.
Nella preghiera colletta della
festa di oggi preghiamo: «Accendi in noi il desiderio della vera santità».
Amen!
Ma non è una simile chiamata
troppo elevata per noi, povere persone comuni?
No, se permettiamo a Dio di
compiere in noi la sua redenzione e ricordiamo la grande importanza degli atti
ordinari e quotidiani di fedeltà che realizzano e rinnovano una decisione presa
una volta per tutte: amare fedelmente.
