domenica 8 febbraio 2009

Caso Eluana, parla l’ateo Jannacci

Riportiamo dal Corriere della Sera questa intervista, su cui riflettere.

Caso Eluana, parla l’ateo Jannacci: allucinante fermare le cure. «La vita è importante anche quando è inerme e indifesa. Fosse mio figlio mi basterebbe un battito di ciglio»

MILANO - Ci vorrebbe una carezza del Nazareno» dice a un certo punto, e non è per niente una frase buttata lì, nella sua voce non c’è nemmeno un filo dell’ironia che da cinquant’anni rende inconfondibili le sue canzoni. Di fronte a Eluana e a chi è nelle sue condizioni — «persone vive solo in apparenza, ma vive » — Enzo Jannacci, «ateo laico molto imprudente», invoca il Cristo perché lui, come medico, si sente soltanto di alzare le braccia: «Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l’alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale».

È un discorso che vale anche nei confronti di chi ha trascorso diciassette anni in stato vegetativo?
«Sono tanti, lo so, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi».
Ma una volta che il cervello non reagisce più, l’attesa non rischia di essere inutile?
«Piano, piano... inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l’idea di non potergli più stare accanto».
Sono considerazioni di un genitore o di un medico?
«Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L’esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque. Decidere di interromperla in un ospedale non è come fare una tracheotomia...».
Cosa si sentirebbe di dire a Beppino Englaro?
«Bisogna stare molto vicini a questo padre».
Non pensa che ci possano essere delle situazioni in cui una persona abbia il diritto di anticipare la propria morte?
«Sì, quando il paziente soffre terribilmente e la medicina non riesce più ad alleviare il dolore. Ma anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover “staccare una spina”: sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me».
Come affronterebbe un paziente infermo che non ritiene più dignitosa la sua esistenza?
«Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decide di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina».
Quarant’anni fa la pensava allo stesso modo?
«Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: “Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c’entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti”. Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, “così può attaccarsi a loro finché vuole”... ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C’è anche dell’altro, però».
Che cosa?
«In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l’idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».

Fabio Cutri
6 febbraio 2009

sabato 7 febbraio 2009

Progetto MosaiComEra


Si terrà il prossimo 9 febbraio 2009, alle ore 19.00 nella sala Santa Chiara, presso l’Arcivescovado di Manfredonia, la conferenza stampa di presentazione del progetto “MosaiComEra”.

Il progetto, finanziato da Fondazione per il Sud, vede la collaborazione di Arcidiocesi di Manfredonia – Vieste – San Giovanni Rotondo, Fondazione Ravennantica e Consorzio OPUS, con la partnership di Provincia di Foggia, ATP Provincia di Foggia, Fedecultura, COTAP, L’Opera – Broadcast video service, e Consorzio ICARO, è finalizzato al recupero e alla valorizzazione dell’area archeologica costituita dal complesso di Santa Maria di Siponto, attraverso una serie di attività combinate, come il restauro dei mosaici e del materiale lapideo, la manutenzione dell’area archeologica, la realizzazione di un sito internet che riporterà tutte le notizie relative allo svolgimento del progetto, la creazione di nuove opportunità lavorative in loco con l’inserimenti di soggetti svantaggiati (con un percorso formativo finalizzato all’istituzione di nuove figure di guide professionali), la realizzazione di iniziative didattiche per le scuole, la creazione di laboratori di mosaico e progetti specifici di studio e realizzazione di opere musive per diffondere ed appassionare a questa tecnica artistica le giovani generazioni.


Alla presentazione interverranno S.E. Mons. Domenico D’Ambrosio, Arcivescovo della diocesi di Manfredonia – Vieste – San Giovanni Rotondo, Paolo Campo, sindaco di Manfredonia, Nicola Vascello, assessore provinciale al Turismo, Sergio Fioravanti, direttore della fondazione Ravennantica, Francesco Carlucci, presidente regionale di Federcultura, Carlo Rubino, presidente del Consorzio OPUS, Gerardo Fascia per lo staff progettazione e Damiano Bordasco, giornalista, come moderatore.
PER INFORMAZIONI
Ufficio stampa Consorzio OPUS
tel. 0881.725550
fax. 0881.757204
consopus@tiscali.it

lunedì 12 gennaio 2009

IL RISCHIO EDUCATIVO E L’EREDITÀ DEL ‘68


Venerdì 16 gennaio, alle ore 19.00, il Centro Culturale Arché, in collaborazione con la FISM di Foggia e con il patrocinio della Provincia di Foggia, propone il secondo incontro del ciclo Il rischio educativo che si svolgerà a Foggia, presso il Tribunale della Dogana, in Piazza XX settembre.

A quarant’anni dagli eventi che hanno cambiato la società e la cultura italiana, ci si interroga sulle conseguenze che quel ribaltamento ideologico continua, ancora oggi, a lasciare persino nel modo di concepire il rapporto tra padre e figlio o tra uomo e donna.

Anni formidabili o inizio della grande crisi culturale dell’Occidente? Maturità dell’autocoscienza collettiva o occasione perduta per un nuovo modo di concepire la tradizione e le esigenze del proprio cuore?

Il relatore, il prof. Giancarlo Cesana, ordinario di Igiene generale ed applicata all’Università di Milano Bicocca, che sarà preceduto dal saluto dell’on. dott. Antonio Pepe, ha vissuto quegli anni, da protagonista, in Università prima e da medico del lavoro dopo; ha partecipato alle prime occupazioni universitarie, finendo per contribuire, in maniera decisiva, alla storia del Movimento studentesco nato dall’impegno educativo di don Luigi Giussani.

Iniziata nel novembre del 1967 con l’occupazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ad opera degli studenti che si ribellavano all’aumento delle tasse, la protesta dilagò presto in tutta Italia, suscitando nei giovani di allora grandi speranze, e nello stesso tempo, trascinando in un vortice sempre più ampio quanto di duraturo e saldo vi era nel patrimonio della nostra tradizione culturale. Un fenomeno certamente antiautoritario nel quale venne messo in discussione ed apertamente rifiutato il riconoscimento di ogni guida che aiuti a scoprire il senso unitario delle cose.

Da allora niente fu come prima e il solco che divise le generazioni si è approfondito sempre di più fino a sfociare in forme di protesta e ribellione che non esitarono a fare vittime innocenti.

Eppure, il Sessantotto non ha ancora esaurito la sua spinta vitale. Molto di quello che è accaduto determina l’attuale clima culturale.

E noi, quanto di buono o di falso riconosciamo nella nostra mentalità, nel nostro modo di pensare soprattutto all’educazione dei nostri figli e dei giovani in generale che possa essere ricondotto alle idee diffusesi allora?

sabato 10 gennaio 2009

Incontro su "Eluana Englaro: carità o violenza?"



Venerdì 9 gennaio 2009, alle ore 19.00, l’Associazione Medicina e Persona e il Centro Culturale Sipontino Fontana Vivace hanno dato vita ad un incontro pubblico presso l’Auditorium del Palazzo dei Celestini di Manfredonia. Titolo dell’evento era “Eluana Englaro: carità o violenza?”. Moderatrice dell’incontro la dott.ssa Floriana Del Rosso, Pediatra; relatore il Dott. Felice Achilli, fondatore di Medicina e Persona e Direttore dell’Azienda Ospedaliera – Unità cardiologica Manzoni – Lecco; ‘discussant’ il Dott. Luigi Angelillis, imprenditore.
La Dott.ssa Del Rosso, dopo aver presentato i relatori, ha introdotto il tema, invitando il pubblico a considerare la vita di Eluana per ciò che obiettivamente è, un mistero, al di là delle opinioni che ognuno ha già elaborato nel corso di questi mesi, e senza indugio ha invitato il Dott. Angelillis ad esprimere il suo giudizio sull’argomento.
Questi ha cercato di dar voce al comune “sentire” che tutti manifestiamo in vario modo quando la sofferenza bussa alla porta della nostra vita: il dolore suscita paura, sgomento, fuga, e si cerca di vivere come se la morte non esistesse. Di fatto però essa esiste, e vivendo in modo da ignorarla noi cancelliamo un pezzo di realtà. Il Dott. Angelillis ha concluso con una disarmante testimonianza: “ho accettato di venire qui – ha affermato – perché spero, ascoltando ciò che sarà detto, di colmare un desiderio: che la vita non sfugga”.
A questo punto è intervenuto il Dott. Achilli. In primo luogo ha spiegato la situazione clinica di Eluana, introducendo la differenza tra “coma” e “stato vegetativo persistente”, tipico delle disabilità gravi come quelle del caso considerato (che non sono da considerarsi alla stregua di pazienti terminali). Ha chiarito che, allo stato attuale, la medicina non può dire una parola definitiva su questi casi, ma cesserebbe di essere se stessa se rinunciasse alla speranza di migliorare nella cura dei pazienti per i quali non si intravedono soluzioni migliorative.
Il Dott. Achilli ha offerto poi un’osservazione di più vasto respiro: la vita di qualsiasi persona dipende dalla presenza di un altro, sempre. Certamente ciò si vede in modo macroscopico quando c’è una disabilità grave; ma, se fossimo razionali, ci accorgeremmo che è una legge dell’esistenza che vale per tutti e in ogni caso. Per riconoscere tale evidenza non c’è bisogno di uno stato vegetativo persistente.Circa il caso Englaro, il Dott. Achilli ha formulato tre osservazioni:
1) non è istintivo né naturale ammettere di vedere chi è veramente Eluana: una persona che è viva ed è accudita da diciotto anni da qualcuno che non è né suo padre né sua madre (le suore misericordine): le suore hanno un rapporto con lei, una relazione, la sentono viva.
2) Ciò che noi siamo abituati a considerare normale e scontato, non è assolutamente detto che lo sia: all’estero, per esempio, non lo è (se in Canada ci si sente male e si cade per terra, non si è aiutati da nessuno). Come mai? La sofferenza e la malattia non come condanna ma come condizione misteriosa sono un lascito del cristianesimo, qualcosa che è iniziato duemila anni fa col Vangelo e non altrove.
3) La vicenda di Eluana è decisiva perché, senza il riconoscimento che la nostra vita per essere sostenuta ha bisogno di un Altro, si arriva a confondere l’omicidio con la carità. Non si riesce a portare sofferenza senza la speranza.
Il dolore, ha concluso il Dott. Achilli, è una condizione ineliminabile della vita. E il cristianesimo è impressionante perché la croce non è stata risparmiata neanche a Gesù Cristo.
Il pubblico, numerosissimo in sala, ha mostrato un’attenzione singolare (impressionante il silenzio che ha accompagnato tutto l’incontro dall’inizio alla fine) e grande partecipazione: la moderatrice ha dovuto bloccare le domande perché il tempo, purtroppo, era passato troppo velocemente.



L’impressione formidabile è di aver incontrato un ‘maestro’ dell’arte medica e, soprattutto, di umanità. La Città di Manfredonia è onorata di averlo ospitato, e si augura di incontrarlo ancora.
Gemma Barulli



Carità o violenza? - immagini della conferenza

venerdì 2 gennaio 2009

ELUANA ENGLARO: CARITÀ O VIOLENZA


Medicina & Persona
e
Centro Culturale Sipontino
"Fontana Vivace"

propongono

ELUANA ENGLARO:
CARITÀ O VIOLENZA?


Interventi:

Dott. Felice Achilli
Direttore Unità operativa di cardiologia
Azienda Ospedaliera Manzoni - Lecco


Dott. Luigi Angelillis
Imprenditore

Dott.ssa Floriana Del Rosso
Pediatra di famiglia


Venerdì 9 gennaio 2009 - ore 19,00
Palazzo Celestini - Corso Manfredi
MANFREDONIA


Per
approfondire:

martedì 2 dicembre 2008

Caso Eluana: Carità o violenza?

«Capire le ragioni della fatica è la suprema cosa nella vita, perché l’obiezione più grande alla vita è la morte e l’obiezione più grande al vivere è la fatica del vivere; l’obiezione più grande alla gioia sono i sacrifici… Il sacrificio più grande è la morte» (don Giussani).


Che società è quella che chiama la vita “un inferno” e la morte “una liberazione”? Dov’è il punto di origine di una ragione impazzita, capace di ribaltare bene e male e, quindi, incapace di dare alle cose il loro vero nome?

L’annunciata sospensione dell’alimentazione di Eluana è un omicidio. La cosa è tanto più grave in quanto impedisce l’esercizio della carità, perché c’è chi si è preso cura di lei e continuerebbe a farlo.


Nella lunga storia della medicina il suo sviluppo è diventato più fecondo quando, in epoca cristiana, è cominciata l’assistenza proprio agli “inguaribili”, che prima venivano espulsi dalla comunità degli uomini “sani”, lasciati morire fuori dalle mura della città o eliminati. Chi se ne fosse occupato avrebbe messo a rischio la propria vita. Per questo chi cominciò a prendersi cura degli inguaribili lo fece per una ragione che era più potente della vita stessa: una passione per il destino dell’altro uomo, per il suo valore infinito perché immagine di Dio creatore.

Così il caso Eluana ci mette davanti alla prima evidenza che emerge nella nostra vita: non ci facciamo da soli. Siamo voluti da un Altro. Siamo strappati al nulla da Qualcuno che ci ama e che ha detto: «Persino i capelli del vostro capo sono contati».
Rifiutare questa evidenza vuol dire, prima o poi, rifiutare la realtà. Persino quando questa realtà ha il volto delle persone che amiamo.

Ecco perché arrivare fino a riconoscere Chi ci sta donando la presenza di Eluana non è un’aggiunta “spirituale” per chi ha fede. È una necessità per tutti coloro che, avendo la ragione, cercano un significato. Senza questo riconoscimento diventa impossibile abbracciare Eluana e vivere il sacrificio di accompagnarla; anzi, diventa possibile ucciderla e scambiare questo gesto, in buona fede, per amore.

Il cristianesimo è nato precisamente come passione per l’uomo: Dio si è fatto uomo per rispondere all’esigenza drammatica - che ognuno avverte, credente o no - di un significato per vivere e per morire; Cristo ha avuto pietà del nostro niente fino a dare la vita per affermare il valore infinito di ciascuno di noi, qualunque sia la nostra condizione.

Abbiamo bisogno di Lui, per essere noi stessi. E abbiamo bisogno di essere educati a riconoscerLo, per vivere.


Comunione e Liberazione

venerdì 7 novembre 2008

12ª Giornata nazionale della Colletta alimentare



Sabato 29 novembre 2008
“Un semplice gesto di carità: condividere la propria spesa”


Sabato 29 novembre si svolgerà in tutta Italia la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare organizzata dalla Fondazione Banco Alimentare Onlus e dalla Compagnia delle Opere Impresa Sociale. Sarà possibile in quell’occasione aiutare concretamente i poveri del nostro Paese che, secondo le ultime rilevazioni Istat (ottobre 2007), sono il 12,9% della popolazione italiana. In oltre 7600 supermercati più di 100.000 volontari, inviteranno le persone a donare alimenti non deperibili – preferibilmente olio, omogeneizzati ed alimenti per l’infanzia, tonno e carne in scatola, pelati e legumi in scatola - che saranno distribuiti a oltre 1.480.000 indigenti attraverso i più di 8,500 enti convenzionati con la rete Banco Alimentare (mense per i poveri, comunità per minori, banchi di solidarietà, centri d’accoglienza, ecc.).

In occasione della “Colletta Alimentare” del 2007 oltre 5 milioni di italiani hanno donato più di 8900 tonnellate di cibo per un valore economico pari a 26.299.000 euro. L'obiettivo di questa edizione della Colletta è quello di sensibilizzare ancora di più le persone a questo gesto di carità e alla condivisione dei bisogni di chi è in difficoltà.
Per introdurre al significato della Colletta Alimentare, viene proposta una frase che sottolinea il valore educativo dell’iniziativa:

La durezza del tempo presente colpisce ormai tutto il nostro popolo. La solitudine e la fragilità dei legami familiari e sociali rendono le persone ancora più povere, in uno scenario economico già allarmante. In questa situazione, il semplice gesto di carità cristiana, che è il condividere la propria spesa con il più povero, è come “accendere un accendino nel buio”. L’estraneità e la paura sono sconfitte, può nascere un’amicizia che rilancia nella realtà col gusto di essere nuovamente protagonisti, sostenendosi nella quotidiana fatica del vivere.

La Giornata Nazionale della Colletta Alimentare è resa possibile grazie alla collaborazione con l’Associazione Nazionale Alpini e la Società San Vincenzo De Paoli, e gode dell’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, del patrocinio del Segretariato Sociale della Rai e della Giornata Mondiale dell'Alimentazione.

Per informazioni su quali punti vendita aderiscono all’iniziativa visitate il sito www.bancoalimentare.it.