sabato 12 aprile 2014

Dio mi sceglie sempre

Storia da Haiti
«Dio mi sceglie sempre»

di Davide Perillo

Sherline è di Haiti, dove perfino uscire per pranzo è pericoloso. Lavorando per Avsi ha incontrato Gloria e con lei il "Si può vivere così?" di don Giussani. Da allora si è accorta che Cristo è sempre presente, «anche se non lo cerchi»

«Quello che è bello chiede di continuare. Tutto. Sempre. È per questo che sono qui». Sherline ha 29 anni, vive ad Haiti e lavora per Avsi. È la prima volta che viene all'Aral. «E quello che vedo mi dà ancora più fiducia nel continuare il cammino. C'è gente da tanti posti che vive la stessa esperienza che vivo io. Rendersene conto è bello. Ma soprattutto fa capire di più di che si tratta e ti aiuta a viverlo». Lei ha iniziato a viverlo quattro anni fa, un pomeriggio in cui capitò nella stessa stanza dove Gloria, un'operatrice italiana, stava mangiando con tre amici. «Parlavano di un libro di don Giussani, Si può vivere così?. Avevano già fatto altri incontri, prima che partecipassi. Ma quando sono arrivata stavano parlando della conversione di san Paolo. Dicevano che non è stato Paolo a scegliere Dio, ma il contrario. Era un modo per farci capire che nelle difficoltà che viviamo, Dio ci può scegliere. Sono rimasta colpita». Perché? «Mi sono accorta di colpo che il Signore è sempre presente nella vita dell’uomo. Pensavo lo fosse solo se tu lo cerchi. Invece se Paolo è stato preso anche senza cercarlo, vuol dire che io posso fare la sua stessa esperienza. È cominciato così».


Ed è proseguito con l'invito a Scuola di comunità. «All'inizio sono andata giusto per conoscere. Dopo, perché volevo partecipare. E questo ha avuto un impatto su di me che mi ha fatto decidere di continuare». Perché? «Lavorando su quel libro ho visto che Giussani parlava di quello che vedevo ogni giorno. Con Gloria che ci aiutava spiegandoci, mi ha fatto continuare. Era una cosa semplicissima. Io vengo da una famiglia cattolica, ma non ero mai andata in chiesa. Quando ho iniziato a fare la Scuola di comunità, ho visto che andare a messa era dare a Dio la possibilità di entrare nella mia vita. È stata la prima cosa che ha cominciato a cambiarmi». L'altra, aggiunge, è «il rapporto con i miei amici. Ho cominciato a vedere la gente in un altro modo. I colleghi non erano più solo colleghi, ma persone. Con un valore loro. Attraverso di loro, il Signore poteva esserci. Ho visto che non era distante, ma poteva venirmi a cercare attraverso i rapporti umani. Io non ho fatto nulla per cambiare. Ma i miei amici mi dicono che sono cambiata».

In cosa? «Anzitutto, in famiglia. Non avevo buoni rapporti con loro. Pensavo che la famiglia mettesse ostacoli alla mia libertà, perché non poteva fare quello che volevo. Invece ho capito che sono il primo contatto che ho per capire chi sono e chi è Gesù per me. Dopo aver lavorato sul capitolo sulla libertà, ho capito che la mia libertà è un’altra cosa. E loro servono a questo».

La sua famiglia sono i genitori, otto tra fratelli e sorelle, e Jhoune-lynne, sua figlia, che ha 9 anni «e a maggio farà la Prima Comunione: non vedo l'ora». Ma il cambiamento non è solo lì, tra le mura di casa. «Mi accorgo di fare attenzione a tutto quello che mi accade. Prima sceglievo da che cosa farmi interessare. Dove mettere la mia attenzione. Se una cosa non mi andava, punto. Adesso mi interessa tutto. E se mi interessa una persona, prendo del tempo per avvicinarmi». Non è una cosa facile, ad Haiti. «Niente è facile, lì, perché c’è molta violenza e paura. Non tutti gli incontri hanno un impatto positivo sulla vita. Ma io, per esempio, sul lavoro mi sono buttata di più in certi rapporti. Sono nate amicizie importanti con persone con cui prima c’era una relazione molto difficile».

Così un po' alla volta, intorno a queste amicizie - e con l'aiuto di gente arrivata a lavorare dall'Europa per le ong, e di suor Marcella Catozza, che invece ad Haiti è di stanza e porta avanti una serie di opere di carità - è nata anche qui una piccola Scuola di comunità. Si trovano ogni sabato, in una ex scuola mezzo diroccata. «Leggiamo insieme il testo. Ci facciamo domande e condividiamo l’esperienza: il lavoro, la famiglia, certe situazioni… Cerchiamo di capire il senso che abbiamo scoperto nella nostra vita. Facciamo tante domande. Non sempre abbiamo la risposta. Una volta al mese, poi, ci troviamo con suor Marcella per farci aiutare. È un lavoro serio, insomma. E sono contenta perché tutti quelli che stanno partecipando vogliono partecipare. Non siamo obbligati a riunirci, ma tutti i sabati ci siamo».

Sherline ricorda i momenti più importanti di questi anni. Parla del Meeting come della «cosa che più mi ha messo in rapporto con il movimento: quando ci sono andata, tre anni fa, ho capito poco di quello che mi stava succedendo intorno. Me ne sono accorta tornata a casa, quando ho iniziato a raccontarlo agli amici, a condividerlo. Lì ho capito che bellezza era stata. E ho deciso di andare più a fondo». Racconta degli amici, di Yvenet «che era separato dalla moglie. Lui ha iniziato a fare Scuola di comunità. E dopo un po' si è detto: se io vivo una cosa così bella, perché non devo condividerla con mia moglie? Ha cercato di riprendere un rapporto. L'ha invitata a Partecipare». Sono tornati a vivere insieme.

Non è facile vivere ad Haiti. Non è facile vedersi, uscire a pranzo, fare una gita. Ogni gesto che nell’esperienza del movimento è normale, lì è una conquista. Ogni passo lo è. «Ma stiamo crescendo, si vede da quello che succede». Per esempio? «Tempo fa, una nostra amica era incinta e ha perso il bambino. Quando ce l'ha detto io mi sono arrabbiata. Ma mi era chiaro che in quel dolore poteva capire di più chi è Gesù. L'ho chiamata e gliel'ho detto. Io non avevo detto a nessuno di telefonarle. Ma poi lei mi ha detto che tutti gli altri amici l'avevano chiamata, e le avevano detto la stessa cosa. Questo mi ha fatto capire che siamo davvero amici. Stiamo facendo la stessa esperienza». E tu sei più felice? «Sì».

È un sì di schianto, pieno, seguito da una risata di quelle che aprono il cuore. Chi è Gesù per te, ora? Ci pensa un po', prima di rispondere. «C'è un esercizio che faccio ogni mattino. Quando mi alzo, la prima cosa che domando è: fatti incontrare. Oggi, fatti incontrare. Questo mi aiuta a vederlo ogni giorno in una cosa diversa. Ogni volta che incontro una persona, penso che io ho domandato questo e quindi Gesù può essere lì. A sera mi prendo un po' di tempo per rispondere alla domanda: ma io l'ho incontrato oggi? Non so tutto della risposta. Ma so che la giornata l'ho passata bene. E allora vuol dire che l'ho incontrato».