giovedì 22 ottobre 2026

Cattarina. L’inizio di una strada


 

Silvio Cattarina, educatore ed esperto di devianze e dipendenze, sui recenti episodi di violenza: «Questi giovani sono come profughi che scappano dalla loro gioventù. Torniamo a dirgli che la vita è bella»

 

Silvio Cattarina, psicologo e sociologo, è presidente della cooperativa sociale L’Imprevisto di Pesaro, che accompagna ragazzi e ragazze con problemi di devianza e tossicodipendenza in percorsi terapeutico-educativi. Lo abbiamo intervistato sulle proteste giovanili e gli episodi di violenza che hanno segnato alcune città italiane lo scorso week end.

 

Come si spiega la violenza di ragazzi anche giovanissimi, che sembrano distruggere senza avere una rivendicazione precisa?

È vero, questi giovani non hanno una motivazione, non hanno una richiesta concreta. Esprimono un enorme “no” generico. È un rifiuto, un tentativo di tirarsi fuori dalla vita. Come se fossero dei profughi che scappano dalla loro stessa gioventù. Il guaio è che non ci si può tirare fuori dalla vita, non si può fuggire dalla vita. E allora ci si arrabbia prendendo tutto e distruggendo tutto, magari anche sotto l’effetto di droga e alcol.

 

Durante il saccheggio di un negozio a Milano è stato fermato un ragazzino di appena 12 anni, incapace di rispondere alla domanda di un poliziotto: «Ma tu che cosa ci fai qui?».

È una risposta che abbiamo sentito tante volte anche da ragazzi più grandi, che arrivano persino a compiere omicidi senza un vero motivo: «Eravamo annoiati, non sapevamo cosa fare», dicono. Il problema è che gli adulti non sanno più dire niente, non sanno più come spiegare che cosa è bene e che cosa è male, non sanno più richiamare, redarguire, sollecitare, invitare. Sono per primi gli adulti a essere diventati educativamente poverissimi. Quello che è successo in questi giorni, nei fatti, è il sintomo della totale assenza degli adulti. Che siano i genitori, che siano i professori, che sia un amico più grande.

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Secondo lei esiste il rischio di sottovalutare le ragioni del disagio giovanile, concentrandosi solo sulla responsabilità educativa degli adulti?

Credo sia necessario provare a capire che cosa nasconde la loro rabbia e, al contempo, non confondere mai il gesto violento con tutta la loro persona. Ma non basta riconoscere che hanno qualcosa da dire, né limitarsi a spiegare che cosa non funziona nella società degli adulti. Perché un grido, per quanto potente, non può indicare da solo la strada da percorrere. La domanda, da sola, può restare disperazione. È quando incontra una risposta, una proposta, che può diventare l’inizio di una strada.

 

Roberto Beccaria

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