Cosa c’è in quella “domanda”
che torna a bussare alla porta della Chiesa
Salvatore Abbruzzese Pubblicato
29 Settembre 2026, ore 06:06 6 min
Le grandi folle che in Francia
hanno cercato e trovato la presenza e le parole di Leone XIV sono l'imporsi
della domanda di Dio nonostante tutto
(….)
Ci sono più ragioni invece per
menzionare una ripartenza, in quanto il viaggio di Papa Leone XIV, oltre a
riportare in primo piano la Chiesa di Francia, ha aperto più di una di quelle
finestre che il pensiero laico dominante voleva chiuse per sempre: dall’inviolabilità
della vita umana e la condanna dell’eutanasia al recupero delle radici
cristiane dell’Europa, dall’impegno per la pace oltre gli equilibri
geopolitici, ad un’accoglienza che non può fare a meno del dialogo. Queste
finestre aperte sono state tanto più importanti quanto più accompagnate da una
risposta inattesa nelle sue gigantesche dimensioni, soprattutto per la presenza
dei giovani.
Ed è su quest’ultimi che è
importante soffermarsi. Saranno proprio i giovani, i “nuovi santi”, a dover
portare avanti i contenuti che Papa Leone ha esposto, i principi primi che ha
indicato e l’agenda di lavoro che ne è scaturita. La loro stessa presenza nelle
grandi liturgie di massa, pagata con interminabili e defatiganti ore di attesa,
è in realtà un libro aperto che domanda di essere guardato, prima ancora che
vengano rese visibili le parole che ci consentano di comprenderlo.
I giovani che chiedono di farsi
battezzare in Francia non provengono necessariamente dalle periferie segnate
dalle precarietà economiche e incendiate dalle fratellanze devianti. Bensì
emergono al centro delle città, scaturiscono da biografie personali pienamente
integrate e da condizioni economiche non necessariamente modeste ma, al
contrario, spesso caratterizzate da esistenze sufficientemente dotate di beni
secondari e allietate dalle mille offerte del tempo libero organizzato, fatto
di viaggi, spettacoli e emozioni.
La ricerca di Dio di quanti
varcano i portali non nasce dall’esperienza di marginalità e di miseria, bensì
piuttosto dalla coscienza dell’inutilizzabilità dei beni posseduti e
dall’inoperatività dei percorsi frequentati. Beni e percorsi che avrebbero dovuto
garantire un’esistenza lieta, ma che si rivelano improvvisamente insufficienti
a colmare le legittime attese di una vita degnamente felice. Una vita
all’altezza delle speranze del cuore.
Una tale domanda non si esprime a
parole o con dichiarazioni, ma è comprensibile solo osservandola da fuori,
nelle forme concrete del suo fare.
Proprio per questo il varcare
silenzioso di chiese spesso semivuote, dove nessuno li attende se non la
consapevolezza della presenza di Cristo nel tabernacolo, ci dice
paradossalmente di più delle eventuali interviste o anche delle pur preziose
biografie che sarà pur necessario raccogliere.
La domanda di essere battezzati
rivela il desiderio di conoscere la Parola, riceverla e praticarla. Ed è una
volontà inattesa, data una secolarizzazione esplicita che da almeno ottant’anni
si manifesta ovunque, particolarmente in Francia. Una tale ricerca di Dio non
sembra avere ragioni, non sembra comprensibile se non ammettendo, con franca
consapevolezza, l’esistenza di un presente dove il singolo, pur fruendo di una
libertà assoluta e di un’autonomia totale da qualsiasi autorità, incontra le
contraddizioni di una vita che, benché apparentemente euforica, non di meno si
rivela fragile e insoddisfacente, bisognosa di mappe che indichino gli approdi
verso i quali dirigersi.
(….)
Molto è cambiato da quel raduno
del 19 agosto 2000 e l’elenco è tanto sommario quanto raccapricciante. L’islam
fondamentalista, già allora in piena incubazione, sarebbe esploso a partire
dall’11 settembre dell’anno successivo, le periferie si sarebbero incendiate,
le aree di degrado avrebbero conosciuto estensioni inedite e ogni dinamica
della relazione significativa sarebbe evaporata in modo sempre più rapido.
(….)
Ci sono dolori nuovi, solitudini
inedite e ferite dell’oggi, tutte dettate da precarietà inattese e sconfitte
ricorrenti. Tutte comunque riconducibili a relazioni fragili, percepite al
tempo stesso come rischiose quanto precarie.
Una tale umanità costituisce un
inedito, che fa di quanti bussano alle porte delle chiese di Francia i
portatori di una domanda che, se da un lato non ha ancora una forma compiuta (e
probabilmente non ce l’avrà mai) si rende comunque visibile attraverso il
desiderio di recupero di un’appartenenza che non si riduce ad un semplice
bisogno di fratellanza e di prossimità, come è potuta avvenire in un passato
ancora recente. Prima di una tale esigenza c’è il desiderio di un legame
costruttivo con un divino che accompagni e custodisca, sappia indicare la rotta
e tracciare il percorso.
Così, dinanzi ad un tale
smarrirsi, non c’è nulla che possa stare dinanzi al personale e privato
smarrimento di tanti se non le figure fondative della fede cristiana, quelle
che si incontrano anche quando la Chiesa è semivuota, quella del crocifisso e
quella della Madre di Dio.
I dolori umani non si cancellano
e le ferite restano. Non si esce da una celebrazione liturgica – per quanto
solenne e ben organizzata – come se nulla di grave fosse accaduto, come se i
colpi non fossero giunti a segno e non avessero umiliato, ferito e addolorato.
La sola ma radicale differenza è che si esce sapendo che non si è soli ma in
compagnia di un Altro.
Proprio per questo il Santo Padre
conclude ogni incontro pubblico con una preghiera collettiva, recitata da
tutti, sugli immensi spazi di Roma, Parigi, Lourdes così come dinanzi ai
milioni di schermi collegati nelle case. Perché solo la preghiera, cioè solo la
parola, solennemente proferita e consapevolmente accettata, può sostenere e
restare accanto a tutte le persone che non vogliono cedere allo sconforto, ma
chiedono con insistenza di essere accompagnate ad una nuova letizia, restando
all’altezza della dignità del proprio desiderio di un “Dio che viene”, al
quale, ostinatamente, non vogliono rinunciare.
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