Il viaggio del Papa in Francia.
Da Madrid a Parigi (passando per Rimini) il Vecchio continente secolarizzato lo
accoglie radunando folle che sorprendono. È qui la frontiera della fede
23.09.2026
Matteo Matzuzzi
«L’Europa del Terzo Millennio o
sarà cristiana o non sarà», disse Giovanni Paolo II mentre s’avvicinava a
grandi passi il Grande Giubileo del 2000. Il Muro era caduto, la Cortina di
ferro era divenuta un pallido ricordo. Grandi esperti della politica internazionale
e fini osservatori avevano già da tempo sentenziato che ormai la Storia era
finita. Il Novecento, con le sue tragedie, ridotto a un capitolo lunghissimo da
studiare a scuola. Lo sguardo del Papa polacco, che quel secolo l’aveva
attraversato quasi nella sua interezza, però, andava più lontano. Vedeva ciò
che gli analisti di geopolitica non riuscivano a scorgere dietro l’apparenza di
un continente pacificato. Qualcosa, in Europa, si era rotto e non aveva
direttamente a che fare con i gangli delle burocrazie di Bruxelles. Si era
interrotta la trasmissione della fede: la secolarizzazione incalzava e
minacciava anche quei grandi serbatoi dove la religiosità era stata per secoli
considerata scontata.
Pian piano, invece, i dogmi della
laicità s’innestavano nelle società sempre più distratte, dove il fatto
religioso diveniva progressivamente un optional e s’iniziava a fare i conti su
quanta gente veniva ancora battezzata. Crollavano le evidenze nell’Europa delle
grandi cattedrali, si rispolveravano le lezioni radiofoniche vecchie di decenni
d’un professore tedesco poi divenuto papa, Joseph Ratzinger. Lui che, alla fine
degli anni Sessanta, intravedeva già nelle minoranze creative il destino della
Chiesa europea: numeri contenuti ma costituiti da donne e uomini certi di una
fede da vivere non più come routine ma credendoci davvero. Quel professore, che
non per nulla scelse come nome Benedetto XVI, rievocando in ciò uno dei padri
dell’Europa cristiana, tentò nei suoi anni di pontificato di rianimare un corpo
fiacco: mirabili furono i suoi discorsi a Ratisbona e al Bundestag di Berlino,
a Westminster e al Collège des Bernardins di Parigi, dove rifletté a lungo sul
quaerere Deum, il cercare Dio che portò all’edificazione dell’anima europea,
capace di vibrare anche dopo ecatombi e conflitti.
Dopo Benedetto XVI, la
prospettiva cambiò. Francesco, il Papa preso alla fine del mondo, la crisi
europea l’aveva bene in mente. «Che cosa ti è successo, Europa umanistica,
paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà?», disse nel
2016 ricevendo il premio Carlo Magno. Due anni prima, al Consiglio d’Europa, a
Strasburgo, aveva posto le stesse domande al Vecchio continente: «Dov’è il tuo
vigore? Dov’è quella tensione ideale che ha animato e reso grande la tua
storia? Dov’è il tuo spirito di intraprendenza curiosa? Dov’è la tua sete di
verità, che hai finora comunicato al mondo con passione?». Francesco denunciava
un impoverimento ideale e di leadership.
Ma se il pontificato
ratzingeriano ebbe una forte impronta eurocentrica, quello del successore
guardò alle periferie più lontane. Periferie geografiche ma soprattutto
sociali. Era la metafora di Magellano: l’Europa vista dal centro appare in un
certo modo, ma se poi si sciolgono le vele e si circumnaviga il globo, ci si
accorge che quel centro è solo uno dei tanti luoghi che compongono il mondo.
Così, dopo il quaerere Deum ai Bernardins ci fu la Messa con più di un milione
di persone riunite a Timor Est, l’apertura della Porta Santa a Bangui, nel
cuore dell’Africa, la preghiera nel deserto della Mongolia, gli incontri ai
confini estremi d’Europa: il Caucaso e la Svezia, Lampedusa e Lesbo, la Bosnia
e l’Albania.
eone XIV, nel suo primo anno e
mezzo di pontificato, ha riportato al centro il continente secolarizzato. Per
la prima volta dopo quindici anni, un Papa è tornato in Spagna. Le premesse non
erano rosee, la diffidenza imperava: nessuno va più né in chiesa né in
oratorio, le vocazioni sono al lumicino, la pratica religiosa quasi azzerata, i
monasteri abbandonati. La rivoluzione secolarizzante di José Luis Zapatero e
gli anni del suo figlio politico Pedro Sánchez hanno trasformato il Paese
iberico nella piattaforma degli esperimenti laicisti più estremi, al pari o
forse più della vicina Francia. E invece, la sorpresa.
Nessuno aveva previsto la massa
di persone radunate in Spagna in giugno. In Francia il Pontefice farà tappa a
Metz, dove ricorderà Robert Schuman, primo presidente del Parlamento europeo,
che parlò di Europa delle cattedrali
A Madrid, in una torrida domenica
di giugno, un milione 200mila cattolici occupavano strade e piazze per seguire
la processione del Corpus Domini con il Papa. Centinaia di migliaia di giovani
partecipavano alla Veglia di preghiera. Folle come non si vedevano da anni
erano assiepate dietro alle transenne mentre Leone XIV passava, accompagnato
dalla melodia di tutte le campane cittadine che suonavano a festa.
Nessuno l’aveva previsto, neanche
i vescovi rassegnati a essere minoranza sempre più inascoltata. Il copione si è
rivisto pochi giorni dopo a Barcellona, con lo spettacolo della Sagrada Família
addobbata per l’occasione, e alle Canarie. E così pure in Francia, altra terra
consegnata alla secolarizzazione, nel viaggio dei prossimi giorni. La Messa
nella grande Parigi, la veglia con i ragazzi a Saint-Denis, il pellegrinaggio a
Lourdes e a Metz, dove il Papa ricorderà Robert Schuman, uno dei padri
dell’Europa unita, il cattolico che da primo presidente del Parlamento europeo
parlò di Europa delle cattedrali, sottolineando con forza che la comunità
costruita sulle macerie della guerra aveva un’anima e non era solo un enorme
edificio burocratico.
Quella di Leone XIV non è una
sconfessione della vocazione di Francesco a battere in lungo e in largo le
periferie del mondo. Papa Prevost, semplicemente, rimette al centro l’Europa
perché in questa particolare fase della storia umana anch’essa è periferia. Una
periferia che fatica a farsi notare nei grandi giochi politici tra
superpotenze, ma anche una periferia della fede. L’ha detto lui stesso
intervenendo al Meeting, lo scorso 22 agosto: questa «è l’ora della
responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria
tradizione di fede che si fa cultura».
Le leggi sul fine vita,
sull’aborto, sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, l’imperante
laicizzazione eretta a dogma incontestabile sono tentativi – in qualche caso
riusciti – di eliminare il fatto religioso, di ricacciare la fede nella sfera
intima dell’individuo. In pochi anni, siamo passati dai dibattiti sulla
proibizione di un presepe nelle scuole al suicidio medicalmente assistito come
fatto di umana libertà. È quella che papa Francesco, agli albori del
pontificato, definì una «persecuzione fatta in modi eleganti, in guanti
bianchi». Non con le armi, come avviene altrove sul pianeta, ma a forza di
legislazioni che mirano a ridurre l’espressione religiosa a opinione personale,
una delle tante.
Ricevendo una delegazione del
Partito popolare europeo, lo scorso aprile, Leone XIV ricordò che «i padri
fondatori erano animati dalla loro fede personale e consideravano i principi
cristiani un fattore comune e unificante, che poteva contribuire ad archiviare
lo spirito revanscista e conflittuale che aveva portato alla Seconda Guerra
mondiale».
(...)
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