giovedì 24 settembre 2026

L’Europa nuova periferia e Leone la mette al centro

 



Il viaggio del Papa in Francia. Da Madrid a Parigi (passando per Rimini) il Vecchio continente secolarizzato lo accoglie radunando folle che sorprendono. È qui la frontiera della fede

23.09.2026

Matteo Matzuzzi

 

«L’Europa del Terzo Millennio o sarà cristiana o non sarà», disse Giovanni Paolo II mentre s’avvicinava a grandi passi il Grande Giubileo del 2000. Il Muro era caduto, la Cortina di ferro era divenuta un pallido ricordo. Grandi esperti della politica internazionale e fini osservatori avevano già da tempo sentenziato che ormai la Storia era finita. Il Novecento, con le sue tragedie, ridotto a un capitolo lunghissimo da studiare a scuola. Lo sguardo del Papa polacco, che quel secolo l’aveva attraversato quasi nella sua interezza, però, andava più lontano. Vedeva ciò che gli analisti di geopolitica non riuscivano a scorgere dietro l’apparenza di un continente pacificato. Qualcosa, in Europa, si era rotto e non aveva direttamente a che fare con i gangli delle burocrazie di Bruxelles. Si era interrotta la trasmissione della fede: la secolarizzazione incalzava e minacciava anche quei grandi serbatoi dove la religiosità era stata per secoli considerata scontata.

 

Pian piano, invece, i dogmi della laicità s’innestavano nelle società sempre più distratte, dove il fatto religioso diveniva progressivamente un optional e s’iniziava a fare i conti su quanta gente veniva ancora battezzata. Crollavano le evidenze nell’Europa delle grandi cattedrali, si rispolveravano le lezioni radiofoniche vecchie di decenni d’un professore tedesco poi divenuto papa, Joseph Ratzinger. Lui che, alla fine degli anni Sessanta, intravedeva già nelle minoranze creative il destino della Chiesa europea: numeri contenuti ma costituiti da donne e uomini certi di una fede da vivere non più come routine ma credendoci davvero. Quel professore, che non per nulla scelse come nome Benedetto XVI, rievocando in ciò uno dei padri dell’Europa cristiana, tentò nei suoi anni di pontificato di rianimare un corpo fiacco: mirabili furono i suoi discorsi a Ratisbona e al Bundestag di Berlino, a Westminster e al Collège des Bernardins di Parigi, dove rifletté a lungo sul quaerere Deum, il cercare Dio che portò all’edificazione dell’anima europea, capace di vibrare anche dopo ecatombi e conflitti.

 

Dopo Benedetto XVI, la prospettiva cambiò. Francesco, il Papa preso alla fine del mondo, la crisi europea l’aveva bene in mente. «Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà?», disse nel 2016 ricevendo il premio Carlo Magno. Due anni prima, al Consiglio d’Europa, a Strasburgo, aveva posto le stesse domande al Vecchio continente: «Dov’è il tuo vigore? Dov’è quella tensione ideale che ha animato e reso grande la tua storia? Dov’è il tuo spirito di intraprendenza curiosa? Dov’è la tua sete di verità, che hai finora comunicato al mondo con passione?». Francesco denunciava un impoverimento ideale e di leadership.

 

Ma se il pontificato ratzingeriano ebbe una forte impronta eurocentrica, quello del successore guardò alle periferie più lontane. Periferie geografiche ma soprattutto sociali. Era la metafora di Magellano: l’Europa vista dal centro appare in un certo modo, ma se poi si sciolgono le vele e si circumnaviga il globo, ci si accorge che quel centro è solo uno dei tanti luoghi che compongono il mondo. Così, dopo il quaerere Deum ai Bernardins ci fu la Messa con più di un milione di persone riunite a Timor Est, l’apertura della Porta Santa a Bangui, nel cuore dell’Africa, la preghiera nel deserto della Mongolia, gli incontri ai confini estremi d’Europa: il Caucaso e la Svezia, Lampedusa e Lesbo, la Bosnia e l’Albania.

eone XIV, nel suo primo anno e mezzo di pontificato, ha riportato al centro il continente secolarizzato. Per la prima volta dopo quindici anni, un Papa è tornato in Spagna. Le premesse non erano rosee, la diffidenza imperava: nessuno va più né in chiesa né in oratorio, le vocazioni sono al lumicino, la pratica religiosa quasi azzerata, i monasteri abbandonati. La rivoluzione secolarizzante di José Luis Zapatero e gli anni del suo figlio politico Pedro Sánchez hanno trasformato il Paese iberico nella piattaforma degli esperimenti laicisti più estremi, al pari o forse più della vicina Francia. E invece, la sorpresa.

 

Nessuno aveva previsto la massa di persone radunate in Spagna in giugno. In Francia il Pontefice farà tappa a Metz, dove ricorderà Robert Schuman, primo presidente del Parlamento europeo, che parlò di Europa delle cattedrali

 

A Madrid, in una torrida domenica di giugno, un milione 200mila cattolici occupavano strade e piazze per seguire la processione del Corpus Domini con il Papa. Centinaia di migliaia di giovani partecipavano alla Veglia di preghiera. Folle come non si vedevano da anni erano assiepate dietro alle transenne mentre Leone XIV passava, accompagnato dalla melodia di tutte le campane cittadine che suonavano a festa.

 

Nessuno l’aveva previsto, neanche i vescovi rassegnati a essere minoranza sempre più inascoltata. Il copione si è rivisto pochi giorni dopo a Barcellona, con lo spettacolo della Sagrada Família addobbata per l’occasione, e alle Canarie. E così pure in Francia, altra terra consegnata alla secolarizzazione, nel viaggio dei prossimi giorni. La Messa nella grande Parigi, la veglia con i ragazzi a Saint-Denis, il pellegrinaggio a Lourdes e a Metz, dove il Papa ricorderà Robert Schuman, uno dei padri dell’Europa unita, il cattolico che da primo presidente del Parlamento europeo parlò di Europa delle cattedrali, sottolineando con forza che la comunità costruita sulle macerie della guerra aveva un’anima e non era solo un enorme edificio burocratico.

 

Quella di Leone XIV non è una sconfessione della vocazione di Francesco a battere in lungo e in largo le periferie del mondo. Papa Prevost, semplicemente, rimette al centro l’Europa perché in questa particolare fase della storia umana anch’essa è periferia. Una periferia che fatica a farsi notare nei grandi giochi politici tra superpotenze, ma anche una periferia della fede. L’ha detto lui stesso intervenendo al Meeting, lo scorso 22 agosto: questa «è l’ora della responsabilità, specialmente per chi molto ha ricevuto da una millenaria tradizione di fede che si fa cultura».

 

Le leggi sul fine vita, sull’aborto, sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, l’imperante laicizzazione eretta a dogma incontestabile sono tentativi – in qualche caso riusciti – di eliminare il fatto religioso, di ricacciare la fede nella sfera intima dell’individuo. In pochi anni, siamo passati dai dibattiti sulla proibizione di un presepe nelle scuole al suicidio medicalmente assistito come fatto di umana libertà. È quella che papa Francesco, agli albori del pontificato, definì una «persecuzione fatta in modi eleganti, in guanti bianchi». Non con le armi, come avviene altrove sul pianeta, ma a forza di legislazioni che mirano a ridurre l’espressione religiosa a opinione personale, una delle tante.

Ricevendo una delegazione del Partito popolare europeo, lo scorso aprile, Leone XIV ricordò che «i padri fondatori erano animati dalla loro fede personale e consideravano i principi cristiani un fattore comune e unificante, che poteva contribuire ad archiviare lo spirito revanscista e conflittuale che aveva portato alla Seconda Guerra mondiale».

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